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2021-08-08
Speranza non dà i verbali del vertice con le Regioni all’inizio della pandemia
Roberto Speranza (Ansa)
A distanza di oltre un anno e mezzo, restano ancora coni d'ombra sulla gestione italiana della pandemia. Infatti, benché lo scorso 8 giugno i verbali della task force istituita dal ministro della Salute Roberto Speranza siano stati resi noti - sia pure obtorto collo, dopo richieste e addirittura ricorsi alla magistratura -, ci son ancora aspetti ed eventi opachi, tutti da chiarire. Peccato che, da Roma, la volontà di collaborare pare sia assai scarsa; ma andiamo con ordine.
Due mesi fa esatti, come si ricordava, son stati resi pubblici i verbali della task force relativi alle sedute avvenute tra il 22 gennaio e il 21 febbraio 2020. Quei verbali non dicono però tutto dell'attività di quei giorni, in cui veniva programmata la risposta dell'Italia al Covid. Sappiamo infatti che sabato 25 gennaio 2020, parallelamente all'incontro con la task force, se n'è tenuto un secondo tra il ministro Speranza e le regioni. Il contenuto di quella riunione, però, è tutt'ora oscuro: come se non fosse mai esistita.
Prova ne sia che, per averne notizie, sono state inoltrate a Roma ben due richieste di accesso agli atti: una da parte di Consuelo Locati, avvocato che nei processi di Bergamo e Roma guida il team dei legali di 520 familiari delle vittime del Covid, l'altra da Marco Lisei, capogruppo di Fratelli d'Italia nel Consiglio regionale dell'Emilia Romagna. Ebbene, nonostante il duplice sollecito, la risposta ministeriale è stata a dir poco scarna. Ci si è infatti limitati a fornire ai richiedenti informazioni sulla lista dei presenti e un comunicato stampa in cui si riferisce di «un incontro con i rappresentanti delle Regioni al fine di gestire il coordinamento sul territorio delle disposizioni adottate in questi giorni e la comunicazione dell'evolversi della situazione».
Un bel giro di parole che però dice nulla. Il quesito perciò resta: che cosa si son detti Speranza e i rappresentanti delle Regioni quel 25 gennaio 2020? L'interrogativo non è banale per più ragioni. In primo luogo perché, come rimarcava L'Eco di Bergamo del 9 luglio scorso, «in Procura, dov'è aperta un'inchiesta sulla pandemia, non risultano incontri segreti tra governo e Regioni» in data 25 gennaio. In seconda battuta, va evidenziato come quell'incontro sia avvenuto tra due date assai significative rispetto a come, in Italia, furono gestite le fasi iniziali della pandemia.
Infatti, il 22 gennaio, a seguito di una riunione con la task force, si erano date indicazioni precise sull'individuazione dei casi sospetti di Covid, precisando che il paziente con sintomi riconducibili al noto virus dovesse essere tenuto sotto controllo indipendentemente da un suo collegamento con Wuhan, città da dove tutto è iniziato. Invece alcuni giorni dopo, il 27 gennaio, il Ministero ha diramato indicazioni che, nella definizione dei casi sospetti, includessero un preciso legame con la Cina, allargando così parecchio le maglie del monitoraggio.
Ebbene, è plausibile che tale cambio di rotta - che non può non aver avuto conseguenze nelle fasi iniziali della pandemia, almeno per l'Italia - sia maturato in seno alla riunione del 25 gennaio, incontro sul contenuto del quale, ad oggi, non si sa ancora nulla. «Se il verbale di quella riunione non esistesse», ha spiegato alla Verità l'avvocato Locati, «saremmo in presenza di una violazione del diritto amministrativo, che impone che, entro 30 giorni da un incontro, se ne redigano gli atti». «Tuttavia, resta naturalmente possibile che quel verbale ci sia», ha aggiunto la legale, «e proprio per questo abbiamo inoltrato una nuova richiesta al ministero, in modo che ci risponda chiaramente se quel documento esiste oppure no».
«Quella riunione del 25 gennaio è molto importante», sottolinea Galeazzo Bignami, parlamentare di Fratelli d'Italia che tanto si è speso proprio per portare alla luce i verbali della task force, «perché aiuta a capire come il governo sta affrontando, nel rapporto con le Regioni, le prime fasi della pandemia. Teniamo presente che non era stato ancora dichiarato lo stato d'emergenza». «Il fatto che non si vogliano divulgare i contenuti di quell'incontro», conclude Bignami, «dimostra che la trasparenza è - e resta - un grosso problema per il ministro Speranza».
In effetti, capire come si stesse muovendo il governo italiano in quei giorni di gennaio, ben lungi dall'essere una curiosità superflua, sarebbe fondamentale. Aiuterebbe in particolare a comprendere se, da parte del governo, ci furono scelte avventate o poco sensate, anche se basta ripensare al «siamo prontissimi» scandito da Giuseppe Conte il 27 gennaio 2020, ospite da Lilli Gruber, per farsi un'idea; e per immaginare che le resistenze ministeriali sui verbali del 25 gennaio, più che un tentativo di tutelare la privacy, possano essere un modo per coprire delle responsabilità.
In calo decessi e tasso di positività
Frenano i contagi da virus Sars-Cov2 in Italia e confermano il rallentamento nella curva registrato negli ultimi sette giorni, come si legge nel report diffuso venerdì dal ministero della Salute.
Ieri sono stati registrati 6.902 nuovi positivi al Covid-19 su 293.863 tamponi effettuati. Il tasso di positività si abbassa così al 2,3%, con una riduzione dello 0,3% rispetto al 2,7% di venerdì (6.599 positivi su 244.657 tamponi). In calo anche i decessi: 22 (sono 2 in meno rispetto ai 24 del giorno precedente). In lieve aumento la pressione sugli ospedali. In terapia intensiva ci sono 11 pazienti in più (erano + 7 venerdì) per un totale di 288 degenti. I ricoverati in area medica sono 2.533 (+84 contro i 40 del giorno prima). Sono invece 105.714 le persone in isolamento domiciliare. Non preoccupano questi dati Gianni Rezza, direttore generale Prevenzione del ministero della Salute. Secondo l'esperto, «i tassi d'occupazione di area medica e terapia intensiva» tendono «in qualche regione a un certo aumento, però per ora contenuto. Possiamo anche aspettarci ancora un certo aumento sia in area medica che in terapia intensiva - spiega Rezza - come conseguenza a medio termine dell'aumento dell'incidenza che c'è stato nelle scorse settimane, però siamo ben al di sotto della soglia critica». Continua a decrescere l'età mediana di chi contrae l'infezione, che questa settimana è a 27 anni. Mentre resta stabile l'età mediana al primo ricovero a 52 anni. Anche l'età mediana in terapia intensiva è stabile poco sopra i 60 anni. I deceduti hanno intorno agli 80 anni, ma l'età è molto variabile perché, fortunatamente, i decessi sono piuttosto limitati in questo momento. Sul fronte delle vaccinazioni anti-Covid, sono 2,26 milioni gli over 50 che non si sono ancora sottoposti alla prima dose, pari al 23,39%. Tra questi, gli ultra sessantenni a cui non è ancora stato inoculato il vaccino sono 1,2 milioni, pari al 16,05%, secondo il report settimanale della struttura commissariale all'emergenza guidata dal generale Francesco Figliuolo. Sono senza prima dose inoltre 657.727 over 70 (10,93%) e 298.591 persone con più di 80 anni (6,56%). Il problema è che «sono le persone in queste fasce d'età che, quando contraggono l'infezione, hanno un rischio più elevato di manifestare sintomatologia complicata», ha ricordato il presidente dell'Istituto superiore di sanità (Iss), Silvio Brusaferro, durante la conferenza stampa sui dati del monitoraggio Covid-19. In particolare, «i dati disponibili indicano che le persone che vanno in rianimazione per l'80-90% dei casi sono non vaccinate», ha dichiarato Filippo Anelli, presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei medici (Fnomceo). «E questa è una dimostrazione di quanto importante sia il vaccino», ha ricordato Anelli invitando gli italiani che non vogliono vaccinarsi «a fare una forte riflessione e a comprendere come queste malattie infettive richiedono a tutti noi un impegno importante, ovvero essere disponibili a vaccinarsi». Sono i più giovani a trainare le immunizzazioni. «La cosa che colpisce di più», ha rilevato Brusaferro, «è il fatto che le giovani generazioni stanno aderendo in maniera importante alla campagna vaccinale». Quasi un milione di under 19 (circa il 37%) è vaccinato con la prima dose. I dati sono in due nuove tabelle inserite per la prima volta nel report del governo. I numeri dicono che è vaccinato il 32,43% dei ragazzi tra 16 e 19 anni (753.068 su 2,3 milioni). Più della metà, il 54,27% ha fatto la prima dose (1,2 milioni) o la dose unica (63.950), mentre non ha fatto neanche una dose il 45,73%. Nella fascia 12-15 i vaccinati sono il 9,02%, ma il 23% ha già fatto la prima dose e il 76% è in attesa della prima inoculazione. Oltre il 60% dei 20-39 anni ha già ricevuto almeno una dose.
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Nell'incontro del 25 gennaio 2020 potrebbe essere stata decisa la modifica, introdotta due giorni dopo, dei criteri da adottare per i malati sospetti, che accelerò i contagi. Ma il dicastero impedisce di visionare gli atti.Il rapporto tra test e casi rilevati scende al 2,3% e le morti a 22. Lieve salita di ricoveri ordinari e in terapia intensiva. Gianni Rezza: «Siamo ben al di sotto della soglia critica».Lo speciale contiene due articoli.A distanza di oltre un anno e mezzo, restano ancora coni d'ombra sulla gestione italiana della pandemia. Infatti, benché lo scorso 8 giugno i verbali della task force istituita dal ministro della Salute Roberto Speranza siano stati resi noti - sia pure obtorto collo, dopo richieste e addirittura ricorsi alla magistratura -, ci son ancora aspetti ed eventi opachi, tutti da chiarire. Peccato che, da Roma, la volontà di collaborare pare sia assai scarsa; ma andiamo con ordine.Due mesi fa esatti, come si ricordava, son stati resi pubblici i verbali della task force relativi alle sedute avvenute tra il 22 gennaio e il 21 febbraio 2020. Quei verbali non dicono però tutto dell'attività di quei giorni, in cui veniva programmata la risposta dell'Italia al Covid. Sappiamo infatti che sabato 25 gennaio 2020, parallelamente all'incontro con la task force, se n'è tenuto un secondo tra il ministro Speranza e le regioni. Il contenuto di quella riunione, però, è tutt'ora oscuro: come se non fosse mai esistita.Prova ne sia che, per averne notizie, sono state inoltrate a Roma ben due richieste di accesso agli atti: una da parte di Consuelo Locati, avvocato che nei processi di Bergamo e Roma guida il team dei legali di 520 familiari delle vittime del Covid, l'altra da Marco Lisei, capogruppo di Fratelli d'Italia nel Consiglio regionale dell'Emilia Romagna. Ebbene, nonostante il duplice sollecito, la risposta ministeriale è stata a dir poco scarna. Ci si è infatti limitati a fornire ai richiedenti informazioni sulla lista dei presenti e un comunicato stampa in cui si riferisce di «un incontro con i rappresentanti delle Regioni al fine di gestire il coordinamento sul territorio delle disposizioni adottate in questi giorni e la comunicazione dell'evolversi della situazione».Un bel giro di parole che però dice nulla. Il quesito perciò resta: che cosa si son detti Speranza e i rappresentanti delle Regioni quel 25 gennaio 2020? L'interrogativo non è banale per più ragioni. In primo luogo perché, come rimarcava L'Eco di Bergamo del 9 luglio scorso, «in Procura, dov'è aperta un'inchiesta sulla pandemia, non risultano incontri segreti tra governo e Regioni» in data 25 gennaio. In seconda battuta, va evidenziato come quell'incontro sia avvenuto tra due date assai significative rispetto a come, in Italia, furono gestite le fasi iniziali della pandemia.Infatti, il 22 gennaio, a seguito di una riunione con la task force, si erano date indicazioni precise sull'individuazione dei casi sospetti di Covid, precisando che il paziente con sintomi riconducibili al noto virus dovesse essere tenuto sotto controllo indipendentemente da un suo collegamento con Wuhan, città da dove tutto è iniziato. Invece alcuni giorni dopo, il 27 gennaio, il Ministero ha diramato indicazioni che, nella definizione dei casi sospetti, includessero un preciso legame con la Cina, allargando così parecchio le maglie del monitoraggio.Ebbene, è plausibile che tale cambio di rotta - che non può non aver avuto conseguenze nelle fasi iniziali della pandemia, almeno per l'Italia - sia maturato in seno alla riunione del 25 gennaio, incontro sul contenuto del quale, ad oggi, non si sa ancora nulla. «Se il verbale di quella riunione non esistesse», ha spiegato alla Verità l'avvocato Locati, «saremmo in presenza di una violazione del diritto amministrativo, che impone che, entro 30 giorni da un incontro, se ne redigano gli atti». «Tuttavia, resta naturalmente possibile che quel verbale ci sia», ha aggiunto la legale, «e proprio per questo abbiamo inoltrato una nuova richiesta al ministero, in modo che ci risponda chiaramente se quel documento esiste oppure no».«Quella riunione del 25 gennaio è molto importante», sottolinea Galeazzo Bignami, parlamentare di Fratelli d'Italia che tanto si è speso proprio per portare alla luce i verbali della task force, «perché aiuta a capire come il governo sta affrontando, nel rapporto con le Regioni, le prime fasi della pandemia. Teniamo presente che non era stato ancora dichiarato lo stato d'emergenza». «Il fatto che non si vogliano divulgare i contenuti di quell'incontro», conclude Bignami, «dimostra che la trasparenza è - e resta - un grosso problema per il ministro Speranza». In effetti, capire come si stesse muovendo il governo italiano in quei giorni di gennaio, ben lungi dall'essere una curiosità superflua, sarebbe fondamentale. Aiuterebbe in particolare a comprendere se, da parte del governo, ci furono scelte avventate o poco sensate, anche se basta ripensare al «siamo prontissimi» scandito da Giuseppe Conte il 27 gennaio 2020, ospite da Lilli Gruber, per farsi un'idea; e per immaginare che le resistenze ministeriali sui verbali del 25 gennaio, più che un tentativo di tutelare la privacy, possano essere un modo per coprire delle responsabilità.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/speranza-verbali-vertice-regioni-pandemia-2654565620.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="in-calo-decessi-e-tasso-di-positivita" data-post-id="2654565620" data-published-at="1628376096" data-use-pagination="False"> In calo decessi e tasso di positività Frenano i contagi da virus Sars-Cov2 in Italia e confermano il rallentamento nella curva registrato negli ultimi sette giorni, come si legge nel report diffuso venerdì dal ministero della Salute. Ieri sono stati registrati 6.902 nuovi positivi al Covid-19 su 293.863 tamponi effettuati. Il tasso di positività si abbassa così al 2,3%, con una riduzione dello 0,3% rispetto al 2,7% di venerdì (6.599 positivi su 244.657 tamponi). In calo anche i decessi: 22 (sono 2 in meno rispetto ai 24 del giorno precedente). In lieve aumento la pressione sugli ospedali. In terapia intensiva ci sono 11 pazienti in più (erano + 7 venerdì) per un totale di 288 degenti. I ricoverati in area medica sono 2.533 (+84 contro i 40 del giorno prima). Sono invece 105.714 le persone in isolamento domiciliare. Non preoccupano questi dati Gianni Rezza, direttore generale Prevenzione del ministero della Salute. Secondo l'esperto, «i tassi d'occupazione di area medica e terapia intensiva» tendono «in qualche regione a un certo aumento, però per ora contenuto. Possiamo anche aspettarci ancora un certo aumento sia in area medica che in terapia intensiva - spiega Rezza - come conseguenza a medio termine dell'aumento dell'incidenza che c'è stato nelle scorse settimane, però siamo ben al di sotto della soglia critica». Continua a decrescere l'età mediana di chi contrae l'infezione, che questa settimana è a 27 anni. Mentre resta stabile l'età mediana al primo ricovero a 52 anni. Anche l'età mediana in terapia intensiva è stabile poco sopra i 60 anni. I deceduti hanno intorno agli 80 anni, ma l'età è molto variabile perché, fortunatamente, i decessi sono piuttosto limitati in questo momento. Sul fronte delle vaccinazioni anti-Covid, sono 2,26 milioni gli over 50 che non si sono ancora sottoposti alla prima dose, pari al 23,39%. Tra questi, gli ultra sessantenni a cui non è ancora stato inoculato il vaccino sono 1,2 milioni, pari al 16,05%, secondo il report settimanale della struttura commissariale all'emergenza guidata dal generale Francesco Figliuolo. Sono senza prima dose inoltre 657.727 over 70 (10,93%) e 298.591 persone con più di 80 anni (6,56%). Il problema è che «sono le persone in queste fasce d'età che, quando contraggono l'infezione, hanno un rischio più elevato di manifestare sintomatologia complicata», ha ricordato il presidente dell'Istituto superiore di sanità (Iss), Silvio Brusaferro, durante la conferenza stampa sui dati del monitoraggio Covid-19. In particolare, «i dati disponibili indicano che le persone che vanno in rianimazione per l'80-90% dei casi sono non vaccinate», ha dichiarato Filippo Anelli, presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei medici (Fnomceo). «E questa è una dimostrazione di quanto importante sia il vaccino», ha ricordato Anelli invitando gli italiani che non vogliono vaccinarsi «a fare una forte riflessione e a comprendere come queste malattie infettive richiedono a tutti noi un impegno importante, ovvero essere disponibili a vaccinarsi». Sono i più giovani a trainare le immunizzazioni. «La cosa che colpisce di più», ha rilevato Brusaferro, «è il fatto che le giovani generazioni stanno aderendo in maniera importante alla campagna vaccinale». Quasi un milione di under 19 (circa il 37%) è vaccinato con la prima dose. I dati sono in due nuove tabelle inserite per la prima volta nel report del governo. I numeri dicono che è vaccinato il 32,43% dei ragazzi tra 16 e 19 anni (753.068 su 2,3 milioni). Più della metà, il 54,27% ha fatto la prima dose (1,2 milioni) o la dose unica (63.950), mentre non ha fatto neanche una dose il 45,73%. Nella fascia 12-15 i vaccinati sono il 9,02%, ma il 23% ha già fatto la prima dose e il 76% è in attesa della prima inoculazione. Oltre il 60% dei 20-39 anni ha già ricevuto almeno una dose.
Navi da guerra cinesi al largo di Città del Capo (Ansa)
Insomma, è sempre più chiaro come stiano aumentando le fibrillazioni tra l’amministrazione Trump e i Brics. Non si tratta d’altronde di una novità. Già a gennaio dell’anno scorso, appena pochi giorni dopo essersi reinsediato alla Casa Bianca, l’attuale presidente americano minacciò esplicitamente il blocco, qualora avesse proseguito nei suoi propositi di de-dollarizzazione. Del resto, proprio il contrasto alla de-dollarizzazione ha rappresentato uno dei principali crucci di Donald Trump negli ultimi dodici mesi.
Sotto questo aspetto, è interessante notare come, la settimana scorsa, il presidente americano abbia chiaramente affermato che gli Stati Uniti sono disposti a vendere il greggio venezuelano a Cina e Russia: greggio che, in questi anni, la Repubblica popolare ha acquistato pagando in yuan e aggirando le sanzioni di Washington. In tal senso, la pressione americana su Teheran ha un risvolto petrolifero. Anche il greggio iraniano è infatti comprato da Pechino in yuan e in violazione delle sanzioni degli Usa.
È quindi abbastanza evidente come Trump punti a preservare il predominio globale del dollaro, oltre che a rilanciare l’influenza geopolitica statunitense sull’Emisfero occidentale, in ossequio a una riedizione aggiornata della Dottrina Monroe. Non dimentichiamo che la Casa Bianca vuole il controllo della Groenlandia per frenare le ambizioni di Mosca e Pechino nell'Artico. Inoltre, Washington non ha mai visto di buon occhio gli storici legami del regime chavista con Cina, Russia e Iran. La competizione geopolitica degli Usa con i Brics, o con alcuni loro importanti membri, riguarda quindi vari fronti interconnessi: dalla finanza all’energia, passando per la sfera militare. E’ dunque anche in quest’ottica che vanno lette le esercitazioni navali avviate sabato nei pressi di Città del Capo.
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Nel dicembre 2025 le autorità tedesche hanno sventato a Berlino un attentato riconducibile allo Stato Islamico. L’operazione, coordinata dall’antiterrorismo federale con il supporto dell’intelligence, ha portato ad arresti e perquisizioni in diversi quartieri della capitale, interrompendo un piano che, secondo le valutazioni degli investigatori, si trovava già in una fase avanzata di preparazione. L’obiettivo erano luoghi civili affollati durante il periodo delle festività. A risultare decisivi sono stati il monitoraggio dei canali jihadisti online e la cooperazione internazionale, che hanno consentito di intervenire prima dell’avvio della fase operativa. Le indagini restano aperte per chiarire l’eventuale esistenza di reti di supporto e collegamenti transnazionali.
L’episodio ha riacceso una domanda ricorrente nei media occidentali: siamo di fronte all’inizio di una nuova ondata di attentati globali? La risposta, allo stato attuale, è incerta. Più che il segnale di una rinascita, gli attacchi e i complotti sventati riflettono una realtà consolidata: lo Stato Islamico non è stato sconfitto e continua a rappresentare una delle principali sfide per l’antiterrorismo internazionale. I progressi compiuti dagli Stati Uniti e dai partner della Coalizione globale contro lo Stato Islamico hanno ridotto drasticamente la capacità del gruppo di operare come durante la stagione del cosiddetto Califfato nel Levante che dal 2023 sarebbe guidato dall’iracheno Abu Hafs al-Hashimi al-Qurashi del quale si sa pochissimo e del quale non ci sono fotografie.
Oggi l’organizzazione non controlla più territori estesi né è in grado di mantenere un ritmo operativo paragonabile a quello di allora. Tuttavia, nella sua forma attuale, più frammentata e decentralizzata, l’Isis conserva un’elevata pericolosità. Le sue province, i suoi affiliati e i gruppi in franchising continuano a dimostrare resilienza, capacità militare e adattabilità. Anche sigle considerate indebolite, come lo Stato Islamico dell’Asia orientale, sono tornate sotto i riflettori dopo i recenti casi di militanti australiani (non in contatto con il comando centrale dell’organizzazione), transitati nelle Filippine prima dell’attacco di Bondi Beach.
In Africa il quadro resta particolarmente instabile. Nel Sahel la Provincia del Sahel dello Stato Islamico è ancora attiva, impegnata in un conflitto diretto con la branca regionale di al-Qaeda, Jamaat Nusrat ul-Islam wa al-Muslimin. Più a est, nel bacino del Lago Ciad, l’Iswap continua a produrre grandi volumi di propaganda e ha intensificato il reclutamento. Gli analisti temono che, guardando al 2026, il Sahel possa diventare uno dei principali snodi del jihadismo globale, con la possibilità che alcune risorse vengano riallocate verso operazioni esterne. L’Iswap, in particolare, ha sviluppato competenze nell’uso di droni, inserendosi in una tendenza più ampia che vede attori non statali violenti adottare tecnologie emergenti per rafforzare le proprie tattiche. Nella Repubblica Democratica del Congo, la Provincia dell’Africa Centrale dello Stato Islamico ha alimentato un’escalation di violenza attraverso una campagna settaria contro le comunità cristiane. In Mozambico, invece, il gruppo alterna fasi di indebolimento a momenti di rilancio, ma mantiene la capacità di condurre un’insurrezione a bassa intensità. A rendere il quadro ancora più complesso è la capacità dell’organizzazione di sfruttare crisi locali, vuoti di potere e conflitti a bassa intensità per rigenerarsi. Ogni instabilità – dai colpi di Stato nel Sahel alle tensioni etniche in Africa centrale, fino alle fragilità istituzionali in Asia meridionale – diventa un moltiplicatore di opportunità per riattivare reti, addestrare nuovi quadri e testare tattiche operative.
Un ruolo sempre più rilevante è assunto dallo Stato Islamico della Somalia che sta emergendo come una delle più influenti e finanziariamente solide dell’intera galassia jihadista. La sua espansione ha implicazioni dirette per la sicurezza non solo africana, ma anche per l’Asia meridionale, l’Europa e il Nord America. Washington ha riconosciuto la minaccia, conducendo quest’anno oltre cento attacchi contro Is Somalia e al-Shabaab, il dato più alto dal 2007. Da piccola filiale, l’Is-S si è trasformato in un vero centro di comando regionale, con l’ufficio Al-Karrar a coordinare le attività in Africa orientale, centrale e meridionale. Il leader Abdulqadir Mumin ha consolidato la propria influenza all’interno della leadership globale del gruppo, supervisionando più province e rafforzando il reclutamento di combattenti stranieri nel Puntland, sostenuto da una propaganda multilingue sempre più sofisticata.
Resta però l’Isis-Khorasan (Iskp) la filiale più temuta. A due anni di distanza dalle operazioni esterne contro Iran, Turchia e Russia, il gruppo continua ad essere una minaccia concreta. Un recente rapporto delle Nazioni Unite sull’Afghanistan lo descrive come resiliente e capace di colpire sia a livello interno sia internazionale, evidenziando l’aumento della propaganda, del reclutamento e della capacità di infiltrazione. L’operazione che ha portato alla cattura di Mehmet Gören, figura di primo piano dell’Iskp, da parte dei servizi segreti turchi della Milli Istihbarat Teşkilati (Mit) lungo la frontiera tra Afghanistan e Pakistan, alla fine di dicembre 2025, ha nuovamente riacceso il dibattito sulle accuse ricorrenti rivolte a Islamabad di garantire protezione e margini operativi a reti terroristiche attive nell’Asia meridionale e in quella centrale. L’arresto si inserisce in un contesto segnato anche dalla diffusione di un dossier riservato indiano, nel quale si parla di un’intesa occulta e in progressivo rafforzamento tra l’Iskp e il gruppo armato pakistano Lashkar-e-Taiba (LeT). Stando a quanto riportato nel documento, questa cooperazione sarebbe stata favorita e alimentata dai servizi di intelligence militare del Pakistan, l’Inter-Services Intelligence (Iisi). L’Isis-K è inoltre in prima linea nella sperimentazione dell’intelligenza artificiale per amplificare l’impatto delle sue campagne mediatiche, dimostrando una capacità di adattamento tecnologico che preoccupa sempre più gli apparati di sicurezza occidentali. Nonostante una presenza territoriale limitata in alcune aree, lo Stato Islamico continua infatti a puntare sulla propaganda digitale per ispirare attacchi da parte di estremisti autoctoni. Un anno fa, negli Stati Uniti, un simpatizzante dell’Isis ha colpito a New Orleans utilizzando una combinazione di strumenti ad alta e bassa tecnologia, compresi dispositivi indossabili per la ricognizione preventiva. È una tendenza destinata a consolidarsi e a complicare il lavoro delle forze dell’ordine, chiamate a fronteggiare minacce sempre più ibride e difficili da intercettare.
Il rinnovato focus sulla minaccia jihadista arriva in una fase in cui l’antiterrorismo è stato in parte ridimensionato a favore di altre priorità strategiche, come la guerra in Ucraina, quella in Medio Oriente e l’attenzione dell’amministrazione Trump sull’emisfero occidentale e sul Venezuela, dove le bande criminali transnazionali sono state riclassificate come organizzazioni terroristiche.
«Il gruppo ora punta a scalzare i talebani e conquistare Kabul»
Anna Mahjar-Barducci è direttrice di progetto del Middle East Media Research Institute (Memri).
Che cos’è lo Stato Islamico del Khorasan (Iskp?) Risponde al Comando centrale dell’Isis o gode di autonomia e in quale area opera?
«Lo Stato Islamico della Provincia del Khorasan (Iskp), noto anche come Isis-K, è emerso formalmente nel 2015 nell’Afghanistan orientale, quando combattenti fuoriusciti da gruppi militanti locali, tra cui fazioni dei talebani pakistani, giurarono fedeltà alla leadership dell’Isis allora attivo in Iraq e Siria. Il nome “Khorasan” si riferisce a una vasta regione storica che comprende parti degli attuali Iran, Afghanistan, Turkmenistan, Uzbekistan, Tagikistan e Pakistan. Per quanto riguarda i rapporti di comando, Iskp si riconosce ideologicamente nello Stato Islamico centrale. Tuttavia, sul piano operativo gode di un’ampia autonomia: pianifica e conduce le proprie attività in modo indipendente, adattandole al contesto locale dell’Afghanistan e del Pakistan, senza ricevere ordini tattici diretti e continui dal comando centrale dell’Isis».
Su quanti uomini può contare? Al vertice c’è ancora Sanaullah Ghafari - Shahab al-Muhajir (foto a pagina 10, ndr)?
«Secondo un rapporto delle Nazioni Unite, l’Iskp può contare attualmente su 2.000 uomini. Il rapporto ha descritto un’attività di reclutamento che coinvolge centinaia di giovani volontari - per lo più provenienti da Tagikistan e Uzbekistan - reclutati in gran parte online. Sanaullah Ghafari continua a guidare l’Iskp».
I talebani sostengono di avere il controllo dell’Afghanistan, tuttavia l’Iskp colpisce quasi ogni giorno in tutte le province afghane. È azzardato pensare che il regime dei talebani sostenuti da al-Qaeda e dalla rete Haqqani crolli?
«Non è semplice dirlo. Tuttavia, il recente arresto, avvenuto tra Afghanistan e Pakistan, di Mehmet Gören, figura di primo piano dell’Iskp, da parte dell’intelligence turca, ha riacceso le accuse secondo cui il Pakistan avrebbe, nel corso degli anni, offerto rifugio a gruppi terroristici. Dopo l’arresto, il portavoce dei talebani Zabihullah Mujahid ha affermato che Kabul sta da tempo monitorando le attività dell’Iskp in Pakistan. Mujahid ha avvertito che non dovrebbero esistere territori in cui l’Iskp possa pianificare attacchi contro altri Paesi, richiamando la valutazione secondo cui il Pakistan sarebbe utilizzato dal gruppo come base operativa non solo per sfidare la leadership talebana, ma anche per minacciare l’India. Le dichiarazioni dei talebani vanno lette con cautela, ma non possono essere ignorate. Osservatori regionali hanno confermato che l’Isis-K ha trovato da tempo rifugio in varie province pakistane».
In una sua recente pubblicazione afferman che l’Iskp e il gruppo terrorista pakistano Laskar-e-Taiba hanno stretto un patto segreto orchestrato dai servizi segreti pakistani. Che interesse ha l’intelligence pakistana (da sempre al centro di intrighi), a fare questa operazione?
«Secondo l’intelligence indiana, la collaborazione tra Iskp e LeT persegue gli obiettivi strategici del Pakistan. A livello interno, mira a reprimere i movimenti separatisti del Balochistan, mentre sul piano regionale punta a contrastare quelli che Islamabad considera “elementi anti Pakistan” all’interno della leadership talebana afghana. La leadership talebana sta infatti progressivamente affermando la propria autonomia strategica, evidenziando così il ridimensionamento dell’influenza pakistana nell’area. L’alleanza tra Iskp e LeT è inoltre vista come strumento per esercitare pressione armata sull’India, in particolare in Kashmir».
Quanto ha pesato il disimpegno degli Usa e dei suoi alleati nello sviluppo dell’Iskp e della crisi nell’area?
«Il ritiro delle forze statunitensi e dei loro alleati dall’Afghanistan nel 2021 ha avuto un impatto significativo sullo sviluppo dell’Isis-K e sulla crisi nella regione. Dopo il ritiro, gruppi jihadisti come Iskp hanno rafforzato la propria presenza operativa e propagandistica, approfittando della riduzione della pressione militare occidentale e della minore capacità di intelligence sul terreno».
Nel corso del 2025 in Europa sono stati sventati diversi complotti organizzati dall’Iskp. Sono azioni concordate con il Comando Centrale dell’Isis come avvenuto a Mosca?
«Le cellule europee appaiono operare in maniera autonoma, ispirate dall’ideologia dell’Iskp e in contatto con reti transnazionali, spesso attraverso canali online criptati, ma senza ordini tattici dal comando centrale Isis».
Perché vogliono colpire il Vecchio Continente e dove arruolano i loro uomini?
«Isis-K considera l’Europa parte della coalizione dei “crociati”, composta da nazioni infedeli che si oppongono all’islam. L’Isis vede l’Occidente come decadente, antislamico e destinato a crollare. Il reclutamento di Isis-K è focalizzato sulle popolazioni dell’Asia centrale e meridionale. Il gruppo punta soprattutto su giovani, di età compresa tra i 17 e i 30 anni. Il nucleo principale dei reclutati è costituito soprattutto da tagiki e uzbeki, ma vi rientrano anche ceceni, daghestani e altri provenienti dalle regioni musulmane della Russia, oltre a pakistani e afgani».
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Alberto Trentini, il cooperante veneziano di 46 anni detenuto in Venezuela da 423 giorni è stato liberato insieme all'imprenditore torinese Mario Burlò. Il premier Meloni ha ringraziato la presidente Rodriguez per la collaborazione.
A sinistra, proteste a Teheran. A destra, le vittime degli scontri (Ansa)
In questo quadro, Reuters ha riferito che, durante una telefonata avvenuta sabato, Netanyahu e il segretario di Stato americano, Marco Rubio, avrebbero discusso di un eventuale intervento militare degli Stati Uniti in Iran. A tal proposito, alcuni funzionari di Washington hanno tuttavia riferito a Nbc News che Donald Trump non avrebbe ancora preso una decisione definitiva e che sarebbero attualmente sulla sua scrivania varie opzioni (militari e non). Secondo il Wall Street Journal, è possibile che il presidente statunitense faccia la sua scelta durante una riunione in programma per domani.
Nel frattempo, è indubitabile come, negli ultimi giorni, Trump abbia ulteriormente aumentato la pressione sul regime khomeinista. «L’Iran sta guardando alla libertà, forse come mai prima d’ora. Gli Usa sono pronti ad aiutare!», ha dichiarato l’altro ieri su Truth. Parole, quelle dell’inquilino della Casa Bianca, che hanno innescato la dura reazione di Teheran. «In caso di attacco all’Iran, sia il territorio occupato, sia tutti i centri militari americani, le basi e le navi nella regione saranno i nostri obiettivi legittimi», ha tuonato il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Qalibaf, riferendosi a Israele come «territorio occupato».
Ma non è tutto. Ieri Trump ha ripreso a mettere sotto pressione Cuba: il che non è certo una buona notizia per gli ayatollah. «Cuba ha vissuto per molti anni grazie a grandi quantità di petrolio e denaro provenienti dal Venezuela. In cambio, Cuba ha fornito “Servizi di sicurezza” agli ultimi due dittatori venezuelani, ma ora non più!», ha affermato il presidente statunitense, per poi aggiungere: «Non ci sarà più petrolio o denaro a Cuba: zero! Consiglio vivamente di raggiungere un accordo, prima che sia troppo tardi».
Non dimentichiamo che, soprattutto a partire dal 2023, L’Avana e Teheran hanno significativamente rafforzato i loro rapporti. Mettendo sotto pressione il regime castrista, Trump punta a conseguire due obiettivi: proseguire nel rilancio della Dottrina Monroe e, al contempo, isolare ancora di più l’Iran dal punto di vista internazionale. Non è d’altronde un mistero che la recente cattura di Nicolás Maduro abbia inferto un duro colpo all’influenza del regime khomeinista in America Latina: i rapporti tra l’Iran e il governo chavista erano infatti particolarmente solidi.
E attenzione: per Washington il dossier iraniano si collega alla questione dei Brics. Sabato, Teheran ha avviato delle esercitazioni navali in Sudafrica assieme a Pechino e a Mosca. Ebbene, in caso di caduta di Ali Khamenei, è probabile che Trump miri a incamerare il petrolio di Teheran così come ha fatto con quello di Caracas. L’obiettivo, da questo punto di vista, è quello di preservare il predominio del dollaro nelle transazioni petrolifere, colpendo così i propositi di de-dollarizzazione portati avanti dai Brics principalmente su input della Cina.
Certo, in caso di regime change a Teheran, non è ancora chiaro chi dovrebbe detenere il potere. Ieri, il principe ereditario iraniano, Reza Pahlavi, è tornato a dirsi disponibile a guidare una «transizione». A settembre, il ministro per la Scienza israeliano, Gila Gamliel, gli aveva garantito il sostegno di Gerusalemme. Tuttavia, giovedì scorso, Trump ha reso noto di non essere ancora pronto a incontrarlo. Segno questo del fatto che, forse, in caso di caduta di Khamenei, il presidente americano potrebbe puntare, almeno nel breve termine, a una «soluzione venezuelana», addomesticando, cioè, un pezzo del vecchio regime.
Continua intanto a tenere banco lo strabismo morale di quei presunti paladini dei diritti umani che, soprattutto in area progressista, sembrano ignorare le proteste in atto contro gli ayatollah: proteste nel cui ambito, secondo la Human rights activists news agency, si sarebbero finora registrati circa 10.000 arresti e 538 vittime. «Se affermate di sostenere i diritti umani ma non riuscite a mostrare solidarietà a chi lotta per la propria liberà in Iran, vi rivelate per quello che siete. Non vi importa nulla dell’oppressione delle persone, finché a farlo sono i nemici dei vostri nemici», ha detto, a tal proposito, la scrittrice britannica J.K. Rowling.
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