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2021-08-08
Speranza non dà i verbali del vertice con le Regioni all’inizio della pandemia
Roberto Speranza (Ansa)
A distanza di oltre un anno e mezzo, restano ancora coni d'ombra sulla gestione italiana della pandemia. Infatti, benché lo scorso 8 giugno i verbali della task force istituita dal ministro della Salute Roberto Speranza siano stati resi noti - sia pure obtorto collo, dopo richieste e addirittura ricorsi alla magistratura -, ci son ancora aspetti ed eventi opachi, tutti da chiarire. Peccato che, da Roma, la volontà di collaborare pare sia assai scarsa; ma andiamo con ordine.
Due mesi fa esatti, come si ricordava, son stati resi pubblici i verbali della task force relativi alle sedute avvenute tra il 22 gennaio e il 21 febbraio 2020. Quei verbali non dicono però tutto dell'attività di quei giorni, in cui veniva programmata la risposta dell'Italia al Covid. Sappiamo infatti che sabato 25 gennaio 2020, parallelamente all'incontro con la task force, se n'è tenuto un secondo tra il ministro Speranza e le regioni. Il contenuto di quella riunione, però, è tutt'ora oscuro: come se non fosse mai esistita.
Prova ne sia che, per averne notizie, sono state inoltrate a Roma ben due richieste di accesso agli atti: una da parte di Consuelo Locati, avvocato che nei processi di Bergamo e Roma guida il team dei legali di 520 familiari delle vittime del Covid, l'altra da Marco Lisei, capogruppo di Fratelli d'Italia nel Consiglio regionale dell'Emilia Romagna. Ebbene, nonostante il duplice sollecito, la risposta ministeriale è stata a dir poco scarna. Ci si è infatti limitati a fornire ai richiedenti informazioni sulla lista dei presenti e un comunicato stampa in cui si riferisce di «un incontro con i rappresentanti delle Regioni al fine di gestire il coordinamento sul territorio delle disposizioni adottate in questi giorni e la comunicazione dell'evolversi della situazione».
Un bel giro di parole che però dice nulla. Il quesito perciò resta: che cosa si son detti Speranza e i rappresentanti delle Regioni quel 25 gennaio 2020? L'interrogativo non è banale per più ragioni. In primo luogo perché, come rimarcava L'Eco di Bergamo del 9 luglio scorso, «in Procura, dov'è aperta un'inchiesta sulla pandemia, non risultano incontri segreti tra governo e Regioni» in data 25 gennaio. In seconda battuta, va evidenziato come quell'incontro sia avvenuto tra due date assai significative rispetto a come, in Italia, furono gestite le fasi iniziali della pandemia.
Infatti, il 22 gennaio, a seguito di una riunione con la task force, si erano date indicazioni precise sull'individuazione dei casi sospetti di Covid, precisando che il paziente con sintomi riconducibili al noto virus dovesse essere tenuto sotto controllo indipendentemente da un suo collegamento con Wuhan, città da dove tutto è iniziato. Invece alcuni giorni dopo, il 27 gennaio, il Ministero ha diramato indicazioni che, nella definizione dei casi sospetti, includessero un preciso legame con la Cina, allargando così parecchio le maglie del monitoraggio.
Ebbene, è plausibile che tale cambio di rotta - che non può non aver avuto conseguenze nelle fasi iniziali della pandemia, almeno per l'Italia - sia maturato in seno alla riunione del 25 gennaio, incontro sul contenuto del quale, ad oggi, non si sa ancora nulla. «Se il verbale di quella riunione non esistesse», ha spiegato alla Verità l'avvocato Locati, «saremmo in presenza di una violazione del diritto amministrativo, che impone che, entro 30 giorni da un incontro, se ne redigano gli atti». «Tuttavia, resta naturalmente possibile che quel verbale ci sia», ha aggiunto la legale, «e proprio per questo abbiamo inoltrato una nuova richiesta al ministero, in modo che ci risponda chiaramente se quel documento esiste oppure no».
«Quella riunione del 25 gennaio è molto importante», sottolinea Galeazzo Bignami, parlamentare di Fratelli d'Italia che tanto si è speso proprio per portare alla luce i verbali della task force, «perché aiuta a capire come il governo sta affrontando, nel rapporto con le Regioni, le prime fasi della pandemia. Teniamo presente che non era stato ancora dichiarato lo stato d'emergenza». «Il fatto che non si vogliano divulgare i contenuti di quell'incontro», conclude Bignami, «dimostra che la trasparenza è - e resta - un grosso problema per il ministro Speranza».
In effetti, capire come si stesse muovendo il governo italiano in quei giorni di gennaio, ben lungi dall'essere una curiosità superflua, sarebbe fondamentale. Aiuterebbe in particolare a comprendere se, da parte del governo, ci furono scelte avventate o poco sensate, anche se basta ripensare al «siamo prontissimi» scandito da Giuseppe Conte il 27 gennaio 2020, ospite da Lilli Gruber, per farsi un'idea; e per immaginare che le resistenze ministeriali sui verbali del 25 gennaio, più che un tentativo di tutelare la privacy, possano essere un modo per coprire delle responsabilità.
In calo decessi e tasso di positività
Frenano i contagi da virus Sars-Cov2 in Italia e confermano il rallentamento nella curva registrato negli ultimi sette giorni, come si legge nel report diffuso venerdì dal ministero della Salute.
Ieri sono stati registrati 6.902 nuovi positivi al Covid-19 su 293.863 tamponi effettuati. Il tasso di positività si abbassa così al 2,3%, con una riduzione dello 0,3% rispetto al 2,7% di venerdì (6.599 positivi su 244.657 tamponi). In calo anche i decessi: 22 (sono 2 in meno rispetto ai 24 del giorno precedente). In lieve aumento la pressione sugli ospedali. In terapia intensiva ci sono 11 pazienti in più (erano + 7 venerdì) per un totale di 288 degenti. I ricoverati in area medica sono 2.533 (+84 contro i 40 del giorno prima). Sono invece 105.714 le persone in isolamento domiciliare. Non preoccupano questi dati Gianni Rezza, direttore generale Prevenzione del ministero della Salute. Secondo l'esperto, «i tassi d'occupazione di area medica e terapia intensiva» tendono «in qualche regione a un certo aumento, però per ora contenuto. Possiamo anche aspettarci ancora un certo aumento sia in area medica che in terapia intensiva - spiega Rezza - come conseguenza a medio termine dell'aumento dell'incidenza che c'è stato nelle scorse settimane, però siamo ben al di sotto della soglia critica». Continua a decrescere l'età mediana di chi contrae l'infezione, che questa settimana è a 27 anni. Mentre resta stabile l'età mediana al primo ricovero a 52 anni. Anche l'età mediana in terapia intensiva è stabile poco sopra i 60 anni. I deceduti hanno intorno agli 80 anni, ma l'età è molto variabile perché, fortunatamente, i decessi sono piuttosto limitati in questo momento. Sul fronte delle vaccinazioni anti-Covid, sono 2,26 milioni gli over 50 che non si sono ancora sottoposti alla prima dose, pari al 23,39%. Tra questi, gli ultra sessantenni a cui non è ancora stato inoculato il vaccino sono 1,2 milioni, pari al 16,05%, secondo il report settimanale della struttura commissariale all'emergenza guidata dal generale Francesco Figliuolo. Sono senza prima dose inoltre 657.727 over 70 (10,93%) e 298.591 persone con più di 80 anni (6,56%). Il problema è che «sono le persone in queste fasce d'età che, quando contraggono l'infezione, hanno un rischio più elevato di manifestare sintomatologia complicata», ha ricordato il presidente dell'Istituto superiore di sanità (Iss), Silvio Brusaferro, durante la conferenza stampa sui dati del monitoraggio Covid-19. In particolare, «i dati disponibili indicano che le persone che vanno in rianimazione per l'80-90% dei casi sono non vaccinate», ha dichiarato Filippo Anelli, presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei medici (Fnomceo). «E questa è una dimostrazione di quanto importante sia il vaccino», ha ricordato Anelli invitando gli italiani che non vogliono vaccinarsi «a fare una forte riflessione e a comprendere come queste malattie infettive richiedono a tutti noi un impegno importante, ovvero essere disponibili a vaccinarsi». Sono i più giovani a trainare le immunizzazioni. «La cosa che colpisce di più», ha rilevato Brusaferro, «è il fatto che le giovani generazioni stanno aderendo in maniera importante alla campagna vaccinale». Quasi un milione di under 19 (circa il 37%) è vaccinato con la prima dose. I dati sono in due nuove tabelle inserite per la prima volta nel report del governo. I numeri dicono che è vaccinato il 32,43% dei ragazzi tra 16 e 19 anni (753.068 su 2,3 milioni). Più della metà, il 54,27% ha fatto la prima dose (1,2 milioni) o la dose unica (63.950), mentre non ha fatto neanche una dose il 45,73%. Nella fascia 12-15 i vaccinati sono il 9,02%, ma il 23% ha già fatto la prima dose e il 76% è in attesa della prima inoculazione. Oltre il 60% dei 20-39 anni ha già ricevuto almeno una dose.
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Nell'incontro del 25 gennaio 2020 potrebbe essere stata decisa la modifica, introdotta due giorni dopo, dei criteri da adottare per i malati sospetti, che accelerò i contagi. Ma il dicastero impedisce di visionare gli atti.Il rapporto tra test e casi rilevati scende al 2,3% e le morti a 22. Lieve salita di ricoveri ordinari e in terapia intensiva. Gianni Rezza: «Siamo ben al di sotto della soglia critica».Lo speciale contiene due articoli.A distanza di oltre un anno e mezzo, restano ancora coni d'ombra sulla gestione italiana della pandemia. Infatti, benché lo scorso 8 giugno i verbali della task force istituita dal ministro della Salute Roberto Speranza siano stati resi noti - sia pure obtorto collo, dopo richieste e addirittura ricorsi alla magistratura -, ci son ancora aspetti ed eventi opachi, tutti da chiarire. Peccato che, da Roma, la volontà di collaborare pare sia assai scarsa; ma andiamo con ordine.Due mesi fa esatti, come si ricordava, son stati resi pubblici i verbali della task force relativi alle sedute avvenute tra il 22 gennaio e il 21 febbraio 2020. Quei verbali non dicono però tutto dell'attività di quei giorni, in cui veniva programmata la risposta dell'Italia al Covid. Sappiamo infatti che sabato 25 gennaio 2020, parallelamente all'incontro con la task force, se n'è tenuto un secondo tra il ministro Speranza e le regioni. Il contenuto di quella riunione, però, è tutt'ora oscuro: come se non fosse mai esistita.Prova ne sia che, per averne notizie, sono state inoltrate a Roma ben due richieste di accesso agli atti: una da parte di Consuelo Locati, avvocato che nei processi di Bergamo e Roma guida il team dei legali di 520 familiari delle vittime del Covid, l'altra da Marco Lisei, capogruppo di Fratelli d'Italia nel Consiglio regionale dell'Emilia Romagna. Ebbene, nonostante il duplice sollecito, la risposta ministeriale è stata a dir poco scarna. Ci si è infatti limitati a fornire ai richiedenti informazioni sulla lista dei presenti e un comunicato stampa in cui si riferisce di «un incontro con i rappresentanti delle Regioni al fine di gestire il coordinamento sul territorio delle disposizioni adottate in questi giorni e la comunicazione dell'evolversi della situazione».Un bel giro di parole che però dice nulla. Il quesito perciò resta: che cosa si son detti Speranza e i rappresentanti delle Regioni quel 25 gennaio 2020? L'interrogativo non è banale per più ragioni. In primo luogo perché, come rimarcava L'Eco di Bergamo del 9 luglio scorso, «in Procura, dov'è aperta un'inchiesta sulla pandemia, non risultano incontri segreti tra governo e Regioni» in data 25 gennaio. In seconda battuta, va evidenziato come quell'incontro sia avvenuto tra due date assai significative rispetto a come, in Italia, furono gestite le fasi iniziali della pandemia.Infatti, il 22 gennaio, a seguito di una riunione con la task force, si erano date indicazioni precise sull'individuazione dei casi sospetti di Covid, precisando che il paziente con sintomi riconducibili al noto virus dovesse essere tenuto sotto controllo indipendentemente da un suo collegamento con Wuhan, città da dove tutto è iniziato. Invece alcuni giorni dopo, il 27 gennaio, il Ministero ha diramato indicazioni che, nella definizione dei casi sospetti, includessero un preciso legame con la Cina, allargando così parecchio le maglie del monitoraggio.Ebbene, è plausibile che tale cambio di rotta - che non può non aver avuto conseguenze nelle fasi iniziali della pandemia, almeno per l'Italia - sia maturato in seno alla riunione del 25 gennaio, incontro sul contenuto del quale, ad oggi, non si sa ancora nulla. «Se il verbale di quella riunione non esistesse», ha spiegato alla Verità l'avvocato Locati, «saremmo in presenza di una violazione del diritto amministrativo, che impone che, entro 30 giorni da un incontro, se ne redigano gli atti». «Tuttavia, resta naturalmente possibile che quel verbale ci sia», ha aggiunto la legale, «e proprio per questo abbiamo inoltrato una nuova richiesta al ministero, in modo che ci risponda chiaramente se quel documento esiste oppure no».«Quella riunione del 25 gennaio è molto importante», sottolinea Galeazzo Bignami, parlamentare di Fratelli d'Italia che tanto si è speso proprio per portare alla luce i verbali della task force, «perché aiuta a capire come il governo sta affrontando, nel rapporto con le Regioni, le prime fasi della pandemia. Teniamo presente che non era stato ancora dichiarato lo stato d'emergenza». «Il fatto che non si vogliano divulgare i contenuti di quell'incontro», conclude Bignami, «dimostra che la trasparenza è - e resta - un grosso problema per il ministro Speranza». In effetti, capire come si stesse muovendo il governo italiano in quei giorni di gennaio, ben lungi dall'essere una curiosità superflua, sarebbe fondamentale. Aiuterebbe in particolare a comprendere se, da parte del governo, ci furono scelte avventate o poco sensate, anche se basta ripensare al «siamo prontissimi» scandito da Giuseppe Conte il 27 gennaio 2020, ospite da Lilli Gruber, per farsi un'idea; e per immaginare che le resistenze ministeriali sui verbali del 25 gennaio, più che un tentativo di tutelare la privacy, possano essere un modo per coprire delle responsabilità.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/speranza-verbali-vertice-regioni-pandemia-2654565620.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="in-calo-decessi-e-tasso-di-positivita" data-post-id="2654565620" data-published-at="1628376096" data-use-pagination="False"> In calo decessi e tasso di positività Frenano i contagi da virus Sars-Cov2 in Italia e confermano il rallentamento nella curva registrato negli ultimi sette giorni, come si legge nel report diffuso venerdì dal ministero della Salute. Ieri sono stati registrati 6.902 nuovi positivi al Covid-19 su 293.863 tamponi effettuati. Il tasso di positività si abbassa così al 2,3%, con una riduzione dello 0,3% rispetto al 2,7% di venerdì (6.599 positivi su 244.657 tamponi). In calo anche i decessi: 22 (sono 2 in meno rispetto ai 24 del giorno precedente). In lieve aumento la pressione sugli ospedali. In terapia intensiva ci sono 11 pazienti in più (erano + 7 venerdì) per un totale di 288 degenti. I ricoverati in area medica sono 2.533 (+84 contro i 40 del giorno prima). Sono invece 105.714 le persone in isolamento domiciliare. Non preoccupano questi dati Gianni Rezza, direttore generale Prevenzione del ministero della Salute. Secondo l'esperto, «i tassi d'occupazione di area medica e terapia intensiva» tendono «in qualche regione a un certo aumento, però per ora contenuto. Possiamo anche aspettarci ancora un certo aumento sia in area medica che in terapia intensiva - spiega Rezza - come conseguenza a medio termine dell'aumento dell'incidenza che c'è stato nelle scorse settimane, però siamo ben al di sotto della soglia critica». Continua a decrescere l'età mediana di chi contrae l'infezione, che questa settimana è a 27 anni. Mentre resta stabile l'età mediana al primo ricovero a 52 anni. Anche l'età mediana in terapia intensiva è stabile poco sopra i 60 anni. I deceduti hanno intorno agli 80 anni, ma l'età è molto variabile perché, fortunatamente, i decessi sono piuttosto limitati in questo momento. Sul fronte delle vaccinazioni anti-Covid, sono 2,26 milioni gli over 50 che non si sono ancora sottoposti alla prima dose, pari al 23,39%. Tra questi, gli ultra sessantenni a cui non è ancora stato inoculato il vaccino sono 1,2 milioni, pari al 16,05%, secondo il report settimanale della struttura commissariale all'emergenza guidata dal generale Francesco Figliuolo. Sono senza prima dose inoltre 657.727 over 70 (10,93%) e 298.591 persone con più di 80 anni (6,56%). Il problema è che «sono le persone in queste fasce d'età che, quando contraggono l'infezione, hanno un rischio più elevato di manifestare sintomatologia complicata», ha ricordato il presidente dell'Istituto superiore di sanità (Iss), Silvio Brusaferro, durante la conferenza stampa sui dati del monitoraggio Covid-19. In particolare, «i dati disponibili indicano che le persone che vanno in rianimazione per l'80-90% dei casi sono non vaccinate», ha dichiarato Filippo Anelli, presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei medici (Fnomceo). «E questa è una dimostrazione di quanto importante sia il vaccino», ha ricordato Anelli invitando gli italiani che non vogliono vaccinarsi «a fare una forte riflessione e a comprendere come queste malattie infettive richiedono a tutti noi un impegno importante, ovvero essere disponibili a vaccinarsi». Sono i più giovani a trainare le immunizzazioni. «La cosa che colpisce di più», ha rilevato Brusaferro, «è il fatto che le giovani generazioni stanno aderendo in maniera importante alla campagna vaccinale». Quasi un milione di under 19 (circa il 37%) è vaccinato con la prima dose. I dati sono in due nuove tabelle inserite per la prima volta nel report del governo. I numeri dicono che è vaccinato il 32,43% dei ragazzi tra 16 e 19 anni (753.068 su 2,3 milioni). Più della metà, il 54,27% ha fatto la prima dose (1,2 milioni) o la dose unica (63.950), mentre non ha fatto neanche una dose il 45,73%. Nella fascia 12-15 i vaccinati sono il 9,02%, ma il 23% ha già fatto la prima dose e il 76% è in attesa della prima inoculazione. Oltre il 60% dei 20-39 anni ha già ricevuto almeno una dose.
Getty Images
La pressione di Ursula von der Leyen perché il Mercosur passi è fortissima, al punto che ieri la presidenza pro tempore del Consiglio europeo, ora in mano a Cipro, ha respinto la richiesta di non far entrare in vigore l’accordo prima della ratifica del Parlamento, che sarà chiamo a votare sì o no senza modifiche del testo. Il ministro dell’Agricoltura Maria Panayiotou ha affermato: «Contiamo di chiudere entro sabato il Mercosur e gli strumenti di salvaguardia interconnessi». Che però nel testo non ci sono. Modifiche prova farle passare in zona Cesarini il nostro ministro Francesco Lollobrigida in cerca di una giustificazione per il cambio di rotta italiano. Lollobrigida ha proposto di abbassare al 5% la soglia di ribasso dei prezzi che fa scattare la clausola di salvaguardia bloccando l’importazione.
Con queste premesse stamani a palazzo Berlaymont si riuniscono gli «ambasciatori» dei 27 che devono decidere se varare l’accordo con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay più la Bolivia. Il trattato che è in gestazione da un quarto di secolo è fortemente divisivo ed è contestato duramente dagli agricoltori. Oggi a Milano ci sarà un presidio di un migliaio di trattori, ma dovrebbe abbattere del 90% i dazi su un pacchetto nutrito di prodotti. Loro ci venderanno carne - il Brasile è leader mondiale - riso, zucchero, soia, legumi, carta; l’Europa punta a esportare macchinari, auto, chimica, farmaceutica e fertilizzanti che, vietati in Ue, saranno usati nella Pampa e in Amazzonia.
Qui c’è il primo motivo di allarme per gli agricoltori europei. La B è «ostaggio» delle industrie che dopo i disastri del Green deal pretendono un risarcimento. L’area del Mercosur conta 270 milioni di abitanti e in questo, a parere della Commissione, sta la bontà dell’accordo. Quei consumatori però hanno un reddito annuo che va dai 19.000 dollari dell’Uruguay ai 6.600 in Paraguay contro la media europea di 36.000 euro! Aspettarsi corse agli acquisti è almeno enfatico. L’urgenza della baronessa è tutta geopolitica: vuole dimostrare a Donald Trump che l’ Europa può andare nel giardino di casa degli Usa a fare affari e se vuole può «allearsi» commercialmente con la Cina che nel Mercosur ha già una posizione di forza.
Come spesso capita, la Von der Leyen - vuole chiudere entro domani per andare il 12 gennaio a firmare in Paraguay - però fa i conti senza l’oste. La situazione in Europa è molto critica. Ieri centinaia di trattori hanno stretto d’assedio il parlamento francese e bloccato Parigi: hanno percorso gli Champs Elysees e hanno un presidio permanente all’Eliseo e all’Assemblea nazionale. Se passa il Mercosur il 20 gennaio assedieranno Bruxelles. Proteste ci sono in Grecia con migliaia di agricoltori mobilitati, in Polonia, in Bulgaria e Romania. Il gruppo di Visegrad (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia) ha anticipato che voterà contro l’accordo. Il no viene anche dall’Irlanda. Per la verità il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha fatto capire che l’Italia dirà sì solo se c’è la clausola di reciprocità. Il passaggio per il governo italiano è assai delicato. Ieri Coldiretti e Filiera Italia hanno emesso un comunicato netto. Ettore Prandini e Luigi Scordamaglia affermano: «Ribadiamo l’opposizione alla firma del Mercosur senza reciprocità: cioè che valgano per i produttori che esportano in Europa le stesse regole imposte agli agricoltori europei. Deve sempre valere il divieto d’ingresso nell’Ue di alimenti ottenuti con sostanze e tecniche bandite da anni nei nostri campi e nelle nostre stalle. L’accordo è un favore della Von der Leyen e dei suoi tecnocrati alle multinazionali straniere, a partire dalle aziende chimiche tedesche come Bayer e Basf a cui sarà consentito di esportare con più facilità fitofarmaci vietati nell’Ue che rientrerebbero nei piatti dei consumatori con le importazioni agevolate. Non basta l’aumento dei controlli in frontiera proposto dalla Commissione; al massimo si arriva al 4% con evidenti rischi per i consumatori. Perciò l’autorità doganale europea deve insediarsi a Roma e va imposta l’etichetta d’origine e cassata la regola dell’ultima trasformazione che fa passare per europeo ciò che europeo non è».
Pare di capire che il prezzo in termini di consenso non è basso per Giorgia Meloni, ma è assai più alto per Ursula von der Leyen. Sulla politica agricola è nata l’Europa, ma ora rischia d’essere la fine della pur fragile intesa europea.
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John Elkann (Imagoeconomica)
Il capo d’accusa per il quale i pm hanno preparato la richiesta di rinvio a giudizio, a seguito della quale, entro due giorni dalla formulazione dell’imputazione, il giudice fissa con decreto l’udienza preliminare, riguarda le presunte dichiarazioni infedeli in relazione a due annualità delle dichiarazioni di Marella Caracciolo, vedova dell’Avvocato, per le quali la Procura, che ritiene che la residenza svizzera della nonna di Elkann fosse fittizia, aveva chiesto l’archiviazione. Che il giudice aveva disposto invece nei confronti di Ginevra Elkann, Lapo Elkann e del notaio Urs Robert von Gruenigen, accogliendo la richiesta della Procura torinese. Sulle altre due ipotesi di reato il gip aveva invece ritenuto di esercitare i poteri che gli permettono di ordinare al pm di esercitare l’azione penale, formulando l’imputazione, quando ritiene errata la richiesta di archiviazione della Procura, superando così l’inerzia dell’accusa e garantendo il diritto di difesa. Nel settembre scorso, quando la Procura aveva notificato la richiesta di archiviazione, riguardo alla posizione reddituale e patrimoniale di Marella Caracciolo, allo stato degli atti, risultavano accertati redditi non dichiarati ai fini Irpef per un importo complessivo pari a circa 248,5 milioni di euro, nonché una massa ereditaria non sottoposta a tassazione per un valore pari a circa 1 miliardo di euro. La quantificazione degli importi sottratti al Fisco è avvenuta, aveva spiegato la Procura in una nota, «plurimi, consistenti e convergenti elementi indiziari acquisiti dalla Guardia di finanza nel corso delle indagini, svolte attraverso approfondite perquisizioni presso società, studi professionali e abitazioni private riconducibili agli indagati, analisi della documentazione e delle copie forensi dei dispositivi acquisiti nonché audizioni di diverse persone informate sui fatti, che hanno permesso di ricostruire come fittizia la residenza svizzera di Marella Caracciolo in relazione ai fatti in contestazione».
Dopo la notifica della richiesta di rinvio a giudizio, il prossimo passaggio della vicenda sarà una nuova udienza preliminare, davanti a un giudice diverso da quello che ha chiesto l’imputazione coatta. Tra le supposizioni circolate ieri c’era quella che la Procura, se decidesse di non discostarsi dall’ipotesi di indagine iniziale, potrebbe chiedere il «non luogo a procedere» nei confronti di Elkann. Un’eventualità che però vedrebbe la Procura sconfessare la richiesta di rinvio a giudizio, che per quanto imposta dal gip sarà comunque un atto che porterà la firma dei pm che la dovranno discutere in udienza. Difficile quindi prevedere gli sviluppi futuri, tranne che su un punto: la battaglia legale tra gli eredi dell’Avvocato, che ha provocato l’inchiesta di Torino, è ben lontana dall’essere conclusa.
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Blocco del traffico davanti alla Stazione Centrale: decine di trattori in piazza Duca d’Aosta per dire no all’accordo Ue-Mercosur. Gli agricoltori denunciano concorrenza sleale e chiedono tutele per il settore.
«Io non credo nell’ipotesi che gli Usa avviino un’azione militare sulla Groenlandia, che non condividerei» e «che non converrebbe a nessuno». «L’ipotesi di un intervento per assumere il controllo della Groenlandia è stata esclusa da Rubio e dallo stesso Donald Trump. Io credo che l’amministrazione Trump, con i suoi metodi molto assertivi, stia ponendo l’attenzione sull’importanza strategica della Groenlandia per i suoi interessi e per la sua sicurezza. È un’area in cui agiscono molti attori stranieri e credo che il messaggio degli Usa è che non accetteranno ingerenze eccessive di attori stranieri». Così il premier Giorgia Meloni nella conferenza di fine anno.