L’accademia di Leonardo elicotteri forma piloti pronti al volo in 18 mesi
True
Ricavato quasi vent'anni fa negli storici stabilimenti Savoia Marchetti, il centro addestra 10.000 persone l'anno, compresi operatori radar e medici d'equipaggio. forma professionisti civili e militari provenienti da tutto il mondo.
A bordo dei simulatori su un AW169: decolliamo dall'Aeroporto dell'Urbe e atterriamo a Roma in piazza San Pietro.
Il Think-tank di Leonardo elicotteri, serbatoio di idee e laboratorio dove si raccolgono dati per creare algoritmi tali che permettano di ricavarne utili indicazioni su come migliorare il prodotto.
Lo speciale contiene tre articoli e un video della prova al simulatore.
«L'elicottero sarà il mezzo più versatile inventato dall'uomo». Tanta lungimiranza fu del pioniere del volo verticale Igor Sikorsky, ma anche noi italiani, grazie a Enrico Forlanini e Corradino D'Ascanio avevamo visto lontano, Leonardo in testa. Non soltanto il Da Vinci, anche quello che oggi rappresenta l'ex Finmeccanica e che ha assorbito AgustaWestland. Nel 2005 l'allora dirigenza pensò di riqualificare gli storici stabilimenti Savoia Marchetti di Sesto Calende (Va) per farne un centro di addestramento all'avanguardia, concentrando le attività formative che prima furono a Cascina Costa, Frosinone e Somma Lombardo. Due anni prima, nel 2003, era nata Rotorsim, joint-venture tra di AgustaWestland e Cae, colosso della simulazione di volo professionale. Il nome del centro oggi è Leonardo Helicopter Training Academy, organizzazione che, da allora, ha formato anche 10.000 persone l'anno. Tra queste non soltanto piloti ma anche tecnici, specialisti, soccorritori e i relativi istruttori provenienti da tutte le nazioni.
Il bilancio di Leonardo sarà presentato il 9 marzo, momento in cui potremo vedere i numeri, ma negli ultimi anni la componente servizi di supporto e addestramento ha rappresentato quasi il 40% dei ricavi della divisione elicotteri. Ogni nuovo modello nasce - già digitale - all'interno di una «famiglia di elicotteri» con i quali condivide logiche e sistemi, ma al tempo stesso viene realizzato contemporaneamente al suo simulatore di volo e spesso insieme a quello di «sistema», progredendo in modo da essere pronti al momento dell'entrata in servizio della nuova macchina volante anche con il personale già addestrabile e i sistemi per poterlo fare. I clienti chiedono quindi di acquisire una o più precise capacità operative (capability), ovvero si affidano al costruttore affinché porti loro la soluzione realizzandola in base a esigenze, tempi, situazioni e costi. Giocoforza questo evidenzia la necessità di saper gestire anche profonde differenze culturali, per questo tra le caratteristiche più ricercare negli istruttori (di volo, dei tecnici o dei docenti di teoria), c'è grande attenzione alla componente umanistica (le cosiddette soft-skill), che consentono di creare quell'empatia positiva con gli allievi.
Alla Leonardo Helicopter Training Academy si possono formare da zero nuovi piloti professionisti in diciotto mesi (arrivando alla licenza di pilota commerciale con abilitazione al volo strumentale), ed anche le altre figure specializzate del lavoro e del soccorso aereo come verricellisti, specialisti dei sistemi, compresi i medici che fanno parte degli equipaggi.
E nel caso delle commesse militari ci sono da addestrare anche gli operatori dei sempre più tecnologici impianti elettronici come radar, sonar, sistemi di comunicazione e sensori elettro-ottici. Tutto questo, dai metodi di addestramento fino alle procedure, è sempre in evoluzione grazie alla raccolta e all'analisi costante di dati e informazioni provenienti dai clienti, ma anche partecipando attivamente all'adeguamento delle normative internazionali presso le autorità aeronautiche. Oggi il settore dell'aviazione sta finalizzando un processo d'innovazione che va dall'applicazione di nuove tecnologie all'adozione di regole più moderne e flessibili riguardo la gestione delle procedure di volo. E stante che da qualche mese sono in vigore nuove norme, Leonardo elicotteri è stata in grado di partecipare anche alla stesura e alla certificazione di procedure di volo per l'atterraggio strumentale in determinati aeroporti per rendere più efficiente lo sfruttamento dello spazio aereo attraverso l'espressione delle prestazioni di ogni modello di elicottero. Che in pratica significa ottimizzare il volo e poter arrivare a destinazione nella massima sicurezza, in meno tempo, senza rallentare altri traffici e magari consumando anche meno carburante. Similmente, raccogliendo ed elaborando i dati degli operatori distribuiti in tutto il mondo sia durante l'utilizzo delle flotte in termini di parametri, rotte di volo e stato di manutenzione, nella struttura di Sesto Calende si elaborano applicazioni di servizio che facilitano i piloti nella pianificazione, si aggiornano continuamente procedure di manutenzione e si predispongono i requisiti dei prossimi modelli. Ciò che rappresenta l'anticamera dell'uso dei big-data asserviti alla progettazione e alla gestione aeronautica, fino alla manutenzione predittiva, ovvero quando è un componente stesso a dire se e quando deve essere sostituito.
La palestra degli angeli: la nostra esperienza al simulatore
Dall'esterno i grandi simulatori di volo sembrano giganteschi ragni bianchi che si muovono goffamente su zampe sottili. Dentro, per molte ore al giorno, ci sono almeno tre persone, istruttore, allievo e operatore al sistema. Ma oggi gli allievi siamo noi e a spiegarci come viene utilizzata questa risorsa sono Roberto Bianchini e Andrea Liotti, entrambi piloti istruttori. «Sono decenni - ci spiegano - che i piloti si addestrano dentro questi impianti, che però oggi sono del tutto fedeli all'elicottero reale. Ciò che è evolve oltre la grafica e come questi vengono utilizzati». Se inizialmente si addestrava il pilota alla condotta del mezzo e poi costui si specializzava nelle diverse operazioni nelle quali era coinvolto, oggi nella realtà virtuale ci si allena a eseguire intere missioni particolari. Si può simulare il lavoro al gancio baricentrico, che serve per trasportare i carichi in luoghi irraggiungibili, le missioni di soccorso in mare, con il simulatore che mostra anche il naufrago o il soccorritore in acqua che agita le braccia, si possono sviluppare le capacità di un pilota a togliersi da condizioni meteorologiche pericolose e anche a effettuare operazioni di polizia (law enforcement), trasporto medico d'urgenza atterrando sulle piazzole elisanitarie degli ospedali, o ancora imparare a volare sul mare aperto per raggiungere piattaforme petrolifere che appaiono come copie esatte di quelle vere, e anche voli di notte con l'ausilio di visori a intensificazione luminosa, tipici delle missioni militari.
Saliamo su questa grande giostra dove le procedure anticovid implicano un briefing aggiuntivo a quello prevolo, con la sanificazione dei comandi, le protezioni sui padiglioni e i microfoni delle cuffie, l'igienizzazione delle mani. Poi prendiamo posto e comprendiamo che decolleremo dall'Aeroporto dell'Urbe per un volo Vip diretti - in modo forse improbabile ma spettacolare - nientemeno che a Roma in piazza San Pietro. Il modello di elicottero è il Leonardo AW169, dal peso impostato di 4 tonnellate circa su un massimo di 4,8, ovvero con ancora 800 chili di carico utile e quindi una certa riserva di potenza disponibile a favore delle prestazioni. Pronti per il decollo, con un occhio allo scenario ma senza perdere di vista i parametri motore, solleviamo la leva del passo collettivo, ovvero quella che varia l'inclinazione delle pale del rotore principale (ampio 12,12 metri) e cercando di mantenere la posizione muovendo il comando del passo ciclico, del tutto simile alla cloche dell'aeroplano, che muove in tutte le direzioni il disco del rotore e ci dà direzione e velocità, cerchiamo di impostare la traiettoria desiderata. Intanto tiriamo su il carrello e acceleriamo fino a oltre 135 nodi, 250 chilometri orari. La pedaliera, su un elicottero questo, che ha comandi elettronici (fly by wire come i moderni jet), si utilizza meno di quanto si facesse in passato su altre macchine volanti.
Roma virtuale, in una giornata di cielo sereno, con soltanto qualche nuvoletta e vento calmo (bontà di chi ha programmato il volo), è tanto dettagliata che i punti di riferimento si trovano senza difficoltà. Al simulatore ci si adatta rapidamente, c'è soltanto un quasi impercettibile ritardo tra le più rapide variazioni dello scenario rispetto al movimento della cabina. Ma se le correzioni sui comandi sono delicate la permanenza in questa giostra non diventa fastidiosa. Il Tevere con le sue curve ci accompagna e il Cupolone si avvicina, la piazza appare in tutta la sua ampiezza, giù il carrello e tra l'ingresso del colonnato e l'obelisco improvvisiamo la piazzola d'atterraggio posandoci nel cuore del Vaticano. Non c'è Sua Santità da recuperare e l'istruttore ci ha aiutati a perfezionare la toccata, ma ciò che più conta è che abbiamo compreso quale eccezionale strumento formativo abbiamo avuto il privilegio di utilizzare. Nell'edificio accanto, coloro che si devono addestrare al trasporto di barelle e ai recuperi in ambienti montani hanno a disposizione sia il simulatore di missione, con tutte le attrezzature da impiegare, sia una parete per l'arrampicata alta una dozzina di metri sulla quale esercitarsi. E nel caso dei militari, anche a sapersi calare dall'elicottero usando la fune che siamo abituati a vedere nei film d'azione.
L'Internet delle cose vola in elicottero
Chiamiamolo Think-tank, serbatoio o incubatore di idee, oppure con il suo nome più esteso di Advanced Analytics Office, ufficio di analisi avanzate. Si tratta del reparto di Leonardo elicotteri nel quale una decina di persone capitanate da Fabio Gatti e Alberto Clocchiatti fanno un lavoro particolare: raccolgono quanti più dati possibile provenienti dalla flotta operativa dei modelli AW139, 169 e 189 relativi a come gli elicotteri vengono utilizzati (parametri e durata dei voli, dell'ambiente, della manutenzione, delle manovre), per poi creare algoritmi tali che permettano di ricavarne utili indicazioni su come migliorare il prodotto aumentandone l'efficienza a vantaggio dei clienti e quindi dell'azienda stessa, che così dimostra di essere «digitale e connessa». Lo fanno da tempo i produttori di automobili e di elettronica di consumo, ma farlo sugli elicotteri è un'altra faccenda. Intanto perché senza una connessione via satellite posta su macchine volanti in ogni angolo del pianeta sarebbe impossibile, e poi perché l'implementazione delle capacità di calcolo deve essere costante e rapida. Potremmo definirla una versione aeronautica di ciò che ormai chiamiamo Internet delle cose (Iot), soltanto che questa volta i dati, specialmente quando riguardano elicotteri militari, devono viaggiare al sicuro dai pericoli della rete. Le informazioni e gli algoritmi che le elaborano sono costantemente in evoluzione, il processo che nel gergo tecnico viene chiamato «machine learning» permette di restituire dati utili agli operatori e ai piloti per poter ottimizzare l'uso dell'elicottero.
Quanto in alto arriva? A quel velocità procede, quanto carburante sta consumando? Le risposte, fatte numeri, sono la materia prima che gli specialisti utilizzano per restituire informazioni strategiche per il presente e il futuro del costruttore italiano, per profilare il cliente comprendendo meglio le sue esigenze. Dal punto di vista della manutenzione questo sistema consente di sviluppare la capacità di prevenire una necessità d'intervento tecnico attraverso lo studio del modo in cui una parte si degrada con l'utilizzo, fino a stabilire quando sia il momento migliore per far intervenire il tecnico. Fino a decidere che è conveniente riprogettare il componente in modo diverso.
Dietro al termine inglese «Open innovation» si concretizza in campo aerospaziale il difficile passaggio tra la manutenzione preventiva (si cambia una parte entro un determinato periodo in ogni caso) e quella predittiva (si cambia ora perché è necessario), caratteristica che oggi ancora pochi costruttori al di aeroplani ed elicotteri posseggono, ma che fa la differenza in termini di costi gestionali. La continua mole di dati servirà quindi per definire i requisiti tecnici dei nuovi elicotteri, con l'uomo a tracciarne la forma (e definirne la bellezza), e gli algoritmi a migliorarne l'efficienza.
Ricavato quasi vent'anni fa negli storici stabilimenti Savoia Marchetti, il centro addestra 10.000 persone l'anno, compresi operatori radar e medici d'equipaggio. forma professionisti civili e militari provenienti da tutto il mondo. A bordo dei simulatori su un AW169: decolliamo dall'Aeroporto dell'Urbe e atterriamo a Roma in piazza San Pietro. Il Think-tank di Leonardo elicotteri, serbatoio di idee e laboratorio dove si raccolgono dati per creare algoritmi tali che permettano di ricavarne utili indicazioni su come migliorare il prodotto. Lo speciale contiene tre articoli e un video della prova al simulatore.«L'elicottero sarà il mezzo più versatile inventato dall'uomo». Tanta lungimiranza fu del pioniere del volo verticale Igor Sikorsky, ma anche noi italiani, grazie a Enrico Forlanini e Corradino D'Ascanio avevamo visto lontano, Leonardo in testa. Non soltanto il Da Vinci, anche quello che oggi rappresenta l'ex Finmeccanica e che ha assorbito AgustaWestland. Nel 2005 l'allora dirigenza pensò di riqualificare gli storici stabilimenti Savoia Marchetti di Sesto Calende (Va) per farne un centro di addestramento all'avanguardia, concentrando le attività formative che prima furono a Cascina Costa, Frosinone e Somma Lombardo. Due anni prima, nel 2003, era nata Rotorsim, joint-venture tra di AgustaWestland e Cae, colosso della simulazione di volo professionale. Il nome del centro oggi è Leonardo Helicopter Training Academy, organizzazione che, da allora, ha formato anche 10.000 persone l'anno. Tra queste non soltanto piloti ma anche tecnici, specialisti, soccorritori e i relativi istruttori provenienti da tutte le nazioni. Il bilancio di Leonardo sarà presentato il 9 marzo, momento in cui potremo vedere i numeri, ma negli ultimi anni la componente servizi di supporto e addestramento ha rappresentato quasi il 40% dei ricavi della divisione elicotteri. Ogni nuovo modello nasce - già digitale - all'interno di una «famiglia di elicotteri» con i quali condivide logiche e sistemi, ma al tempo stesso viene realizzato contemporaneamente al suo simulatore di volo e spesso insieme a quello di «sistema», progredendo in modo da essere pronti al momento dell'entrata in servizio della nuova macchina volante anche con il personale già addestrabile e i sistemi per poterlo fare. I clienti chiedono quindi di acquisire una o più precise capacità operative (capability), ovvero si affidano al costruttore affinché porti loro la soluzione realizzandola in base a esigenze, tempi, situazioni e costi. Giocoforza questo evidenzia la necessità di saper gestire anche profonde differenze culturali, per questo tra le caratteristiche più ricercare negli istruttori (di volo, dei tecnici o dei docenti di teoria), c'è grande attenzione alla componente umanistica (le cosiddette soft-skill), che consentono di creare quell'empatia positiva con gli allievi. Alla Leonardo Helicopter Training Academy si possono formare da zero nuovi piloti professionisti in diciotto mesi (arrivando alla licenza di pilota commerciale con abilitazione al volo strumentale), ed anche le altre figure specializzate del lavoro e del soccorso aereo come verricellisti, specialisti dei sistemi, compresi i medici che fanno parte degli equipaggi. E nel caso delle commesse militari ci sono da addestrare anche gli operatori dei sempre più tecnologici impianti elettronici come radar, sonar, sistemi di comunicazione e sensori elettro-ottici. Tutto questo, dai metodi di addestramento fino alle procedure, è sempre in evoluzione grazie alla raccolta e all'analisi costante di dati e informazioni provenienti dai clienti, ma anche partecipando attivamente all'adeguamento delle normative internazionali presso le autorità aeronautiche. Oggi il settore dell'aviazione sta finalizzando un processo d'innovazione che va dall'applicazione di nuove tecnologie all'adozione di regole più moderne e flessibili riguardo la gestione delle procedure di volo. E stante che da qualche mese sono in vigore nuove norme, Leonardo elicotteri è stata in grado di partecipare anche alla stesura e alla certificazione di procedure di volo per l'atterraggio strumentale in determinati aeroporti per rendere più efficiente lo sfruttamento dello spazio aereo attraverso l'espressione delle prestazioni di ogni modello di elicottero. Che in pratica significa ottimizzare il volo e poter arrivare a destinazione nella massima sicurezza, in meno tempo, senza rallentare altri traffici e magari consumando anche meno carburante. Similmente, raccogliendo ed elaborando i dati degli operatori distribuiti in tutto il mondo sia durante l'utilizzo delle flotte in termini di parametri, rotte di volo e stato di manutenzione, nella struttura di Sesto Calende si elaborano applicazioni di servizio che facilitano i piloti nella pianificazione, si aggiornano continuamente procedure di manutenzione e si predispongono i requisiti dei prossimi modelli. Ciò che rappresenta l'anticamera dell'uso dei big-data asserviti alla progettazione e alla gestione aeronautica, fino alla manutenzione predittiva, ovvero quando è un componente stesso a dire se e quando deve essere sostituito. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/speciale-leonardo-elicotteri-2650595927.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-palestra-degli-angeli-la-nostra-esperienza-al-simulatore" data-post-id="2650595927" data-published-at="1613986511" data-use-pagination="False"> La palestra degli angeli: la nostra esperienza al simulatore Your browser does not support the video tag. Dall'esterno i grandi simulatori di volo sembrano giganteschi ragni bianchi che si muovono goffamente su zampe sottili. Dentro, per molte ore al giorno, ci sono almeno tre persone, istruttore, allievo e operatore al sistema. Ma oggi gli allievi siamo noi e a spiegarci come viene utilizzata questa risorsa sono Roberto Bianchini e Andrea Liotti, entrambi piloti istruttori. «Sono decenni - ci spiegano - che i piloti si addestrano dentro questi impianti, che però oggi sono del tutto fedeli all'elicottero reale. Ciò che è evolve oltre la grafica e come questi vengono utilizzati». Se inizialmente si addestrava il pilota alla condotta del mezzo e poi costui si specializzava nelle diverse operazioni nelle quali era coinvolto, oggi nella realtà virtuale ci si allena a eseguire intere missioni particolari. Si può simulare il lavoro al gancio baricentrico, che serve per trasportare i carichi in luoghi irraggiungibili, le missioni di soccorso in mare, con il simulatore che mostra anche il naufrago o il soccorritore in acqua che agita le braccia, si possono sviluppare le capacità di un pilota a togliersi da condizioni meteorologiche pericolose e anche a effettuare operazioni di polizia (law enforcement), trasporto medico d'urgenza atterrando sulle piazzole elisanitarie degli ospedali, o ancora imparare a volare sul mare aperto per raggiungere piattaforme petrolifere che appaiono come copie esatte di quelle vere, e anche voli di notte con l'ausilio di visori a intensificazione luminosa, tipici delle missioni militari.Saliamo su questa grande giostra dove le procedure anticovid implicano un briefing aggiuntivo a quello prevolo, con la sanificazione dei comandi, le protezioni sui padiglioni e i microfoni delle cuffie, l'igienizzazione delle mani. Poi prendiamo posto e comprendiamo che decolleremo dall'Aeroporto dell'Urbe per un volo Vip diretti - in modo forse improbabile ma spettacolare - nientemeno che a Roma in piazza San Pietro. Il modello di elicottero è il Leonardo AW169, dal peso impostato di 4 tonnellate circa su un massimo di 4,8, ovvero con ancora 800 chili di carico utile e quindi una certa riserva di potenza disponibile a favore delle prestazioni. Pronti per il decollo, con un occhio allo scenario ma senza perdere di vista i parametri motore, solleviamo la leva del passo collettivo, ovvero quella che varia l'inclinazione delle pale del rotore principale (ampio 12,12 metri) e cercando di mantenere la posizione muovendo il comando del passo ciclico, del tutto simile alla cloche dell'aeroplano, che muove in tutte le direzioni il disco del rotore e ci dà direzione e velocità, cerchiamo di impostare la traiettoria desiderata. Intanto tiriamo su il carrello e acceleriamo fino a oltre 135 nodi, 250 chilometri orari. La pedaliera, su un elicottero questo, che ha comandi elettronici (fly by wire come i moderni jet), si utilizza meno di quanto si facesse in passato su altre macchine volanti.Roma virtuale, in una giornata di cielo sereno, con soltanto qualche nuvoletta e vento calmo (bontà di chi ha programmato il volo), è tanto dettagliata che i punti di riferimento si trovano senza difficoltà. Al simulatore ci si adatta rapidamente, c'è soltanto un quasi impercettibile ritardo tra le più rapide variazioni dello scenario rispetto al movimento della cabina. Ma se le correzioni sui comandi sono delicate la permanenza in questa giostra non diventa fastidiosa. Il Tevere con le sue curve ci accompagna e il Cupolone si avvicina, la piazza appare in tutta la sua ampiezza, giù il carrello e tra l'ingresso del colonnato e l'obelisco improvvisiamo la piazzola d'atterraggio posandoci nel cuore del Vaticano. Non c'è Sua Santità da recuperare e l'istruttore ci ha aiutati a perfezionare la toccata, ma ciò che più conta è che abbiamo compreso quale eccezionale strumento formativo abbiamo avuto il privilegio di utilizzare. Nell'edificio accanto, coloro che si devono addestrare al trasporto di barelle e ai recuperi in ambienti montani hanno a disposizione sia il simulatore di missione, con tutte le attrezzature da impiegare, sia una parete per l'arrampicata alta una dozzina di metri sulla quale esercitarsi. E nel caso dei militari, anche a sapersi calare dall'elicottero usando la fune che siamo abituati a vedere nei film d'azione. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/speciale-leonardo-elicotteri-2650595927.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="l-internet-delle-cose-vola-in-elicottero" data-post-id="2650595927" data-published-at="1613986511" data-use-pagination="False"> L'Internet delle cose vola in elicottero Chiamiamolo Think-tank, serbatoio o incubatore di idee, oppure con il suo nome più esteso di Advanced Analytics Office, ufficio di analisi avanzate. Si tratta del reparto di Leonardo elicotteri nel quale una decina di persone capitanate da Fabio Gatti e Alberto Clocchiatti fanno un lavoro particolare: raccolgono quanti più dati possibile provenienti dalla flotta operativa dei modelli AW139, 169 e 189 relativi a come gli elicotteri vengono utilizzati (parametri e durata dei voli, dell'ambiente, della manutenzione, delle manovre), per poi creare algoritmi tali che permettano di ricavarne utili indicazioni su come migliorare il prodotto aumentandone l'efficienza a vantaggio dei clienti e quindi dell'azienda stessa, che così dimostra di essere «digitale e connessa». Lo fanno da tempo i produttori di automobili e di elettronica di consumo, ma farlo sugli elicotteri è un'altra faccenda. Intanto perché senza una connessione via satellite posta su macchine volanti in ogni angolo del pianeta sarebbe impossibile, e poi perché l'implementazione delle capacità di calcolo deve essere costante e rapida. Potremmo definirla una versione aeronautica di ciò che ormai chiamiamo Internet delle cose (Iot), soltanto che questa volta i dati, specialmente quando riguardano elicotteri militari, devono viaggiare al sicuro dai pericoli della rete. Le informazioni e gli algoritmi che le elaborano sono costantemente in evoluzione, il processo che nel gergo tecnico viene chiamato «machine learning» permette di restituire dati utili agli operatori e ai piloti per poter ottimizzare l'uso dell'elicottero.Quanto in alto arriva? A quel velocità procede, quanto carburante sta consumando? Le risposte, fatte numeri, sono la materia prima che gli specialisti utilizzano per restituire informazioni strategiche per il presente e il futuro del costruttore italiano, per profilare il cliente comprendendo meglio le sue esigenze. Dal punto di vista della manutenzione questo sistema consente di sviluppare la capacità di prevenire una necessità d'intervento tecnico attraverso lo studio del modo in cui una parte si degrada con l'utilizzo, fino a stabilire quando sia il momento migliore per far intervenire il tecnico. Fino a decidere che è conveniente riprogettare il componente in modo diverso.Dietro al termine inglese «Open innovation» si concretizza in campo aerospaziale il difficile passaggio tra la manutenzione preventiva (si cambia una parte entro un determinato periodo in ogni caso) e quella predittiva (si cambia ora perché è necessario), caratteristica che oggi ancora pochi costruttori al di aeroplani ed elicotteri posseggono, ma che fa la differenza in termini di costi gestionali. La continua mole di dati servirà quindi per definire i requisiti tecnici dei nuovi elicotteri, con l'uomo a tracciarne la forma (e definirne la bellezza), e gli algoritmi a migliorarne l'efficienza.
Una delle salme viene portata via, all'esterno della palazzina dove una donna e la figlia sono state trovate morte, in via Domodossola, a Torino, 21 giugno 2026 (Ansa)
Choc a Torino: la donna, di origini romene, ha ucciso la bambina di 13 anni e poi si è suicidata. La vittima era ancora agonizzante quando la diciannovenne, ora ricoverata, è rientrata in casa e ha chiamato i soccorsi.
Una foto dei nonni con le due ragazze durante un compleanno. Una con lei abbracciata alla figlia più grande e un porto con le barche attraccate sullo sfondo.
Sorrisi appena accennati ma che sembrano raccontare una quotidianità apparentemente serena. Poi c’è la realtà che gli investigatori della Squadra mobile di Torino hanno trovato ieri mattina in un appartamento di un condominio da quattro piani in via Domodossola, quartiere Parella, zona residenziale nell’immediata periferia ovest della città. Lì una ragazza di 19 anni, tornando a casa, ha trovato la madre e la sorella morte in camera da letto. Una scena che ha mandato in frantumi una famiglia già fragile e aperto una lunga serie di interrogativi ai quali ora dovranno rispondere gli investigatori. Il corpo di MariaMihaelaBelecciu, quarantenne originaria di Piatra Neamt, cittadina della Romania a 300 chilometri da Bucarest, era appeso a una corda. La figlia Isabella, appena 13 anni, a terra. Quando il personale del 118 di Azienda Zero è arrivato sul posto, per la tredicenne c’era ancora una speranza.
Isabella era incosciente, ma viva. I soccorritori hanno tentato a lungo di rianimarla. Hanno messo in atto tutte le manovre possibili. Ma non c’è stato nulla da fare. E, poco dopo, hanno dovuto constatarne il decesso. Ci sono due percorsi, adesso, che gli investigatori stanno cercando di attraversare per ricostruire l’accaduto. Il primo è racchiuso nella camera da letto trasformata nella scena di un crimine. Qui, tramite le posizioni dei corpi, le tracce, gli accertamenti del medico-legale e il lavoro della polizia Scientifica, si cerca di stabilire la sequenza degli ultimi minuti di vita di entrambe. Dopo le ispezioni e il sopralluogo, una prima ricostruzione ha preso forma.
La donna avrebbe strangolato la figlia, probabilmente nel corso di un litigio, e, quando l’ha vista a terra esanime, si sarebbe tolta la vita con una corda (o, pare, con un laccio). È una dinamica che dovrà però essere verificata in ogni sua parte. Ma è da quella stanza che partono tutte le domande dell’inchiesta. Il secondo percorso investigativo non è all’interno dell'appartamento. È nel perimetro del nucleo familiare. Nelle relazioni, nelle ferite, nei rapporti che si erano modificati e forse anche molto deteriorati. Omicidio-suicidio è stata la prima ipotesi, accompagnata dal racconto ancora frammentario di una tragedia che, secondo le ricostruzioni, affonderebbe le proprie radici in una separazione matrimoniale vissuta con grande sofferenza, seppure risalente nel tempo. Dalle prime attività investigative è emerso subito il peso della vicenda familiare che avrebbe continuato a segnare la vita della donna. Il matrimonio con il marito, romeno anche lui, era finito ma lei non avrebbe mai accettato davvero la separazione (anche sui profili social manteneva, accanto al suo, il nome del marito). Gli investigatori stanno cercando di capire quanto quel passaggio abbia inciso negli equilibri della famiglia e sospettano che potrebbe essere centrale nella tragedia. Il movente però non viene cercato soltanto in quanto è accaduto nelle ultime ore. Ma nella storia personale che, secondo quanto sembra emergere dai primi accertamenti, continuava a essere attraversata dalle conseguenze della relazione conclusa. Si dovrà risalire, inoltre, agli ultimi contatti telefonici di Maria Mihaela, per comprendere il clima che si respirava all’interno dell’abitazione, ma anche per verificare la possibilità di ulteriori ipotesi. Per questo uno dei tasselli più importanti potrebbe essere rappresentato dalla testimonianza della figlia maggiore. La ragazza, però, dopo la scoperta, è stata accompagnata in stato confusionale all’ospedale Maria Vittoria, dove è ricoverata. Il suo racconto viene considerato decisivo per ricostruire il contesto familiare e le condizioni psicologiche della madre nelle ultime settimane. Gli investigatori, coordinati dal pubblico ministero di turno, RobertoFurlan (che ha subito aperto un fascicolo, anche per poter disporre gli accertamenti tecnico-scientifici), stanno cercando di capire se vi fossero segnali di particolare sofferenza, episodi rimasti confinati dentro le mura domestiche o situazioni rilevanti per le indagini e note a chi conosceva Maria Mihaela. Resta il report fotografico della polizia scientifica. Con gli scatti che fissano per sempre una famiglia distrutta e che ora fanno parte del fascicolo dell’inchiesta.
Profughi dinanzi muro ungherese, 16 settembre 2015 (Ansa)
Obiettivo: rifornire di manodopera irregolare il distretto del pronto moda e altre città. Al vertice del sistema c’era il cinquantenne Pan Keke. Che teneva le fila dei rapporti con gli imprenditori asiatici del settore tessile.
Il suo nome era già comparso in numerose inchieste giudiziarie, soprattutto nel Veneziano. Pan Keke, cinquantenne conosciuto anche con il nome di «Luca», era stato indicato dagli investigatori come uno dei protagonisti di un sistema che aveva trasformato una strada di Mestre in un punto di riferimento per attività legate alla prostituzione e ai centri massaggi
. Già il 13 dicembre 2012 il suo nome era emerso in una delle più importanti operazioni contro la criminalità cinese nel Nord Italia. In quell’occasione la Guardia di Finanza di Venezia, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia, eseguì una vasta operazione che portò all’arresto di numerosi appartenenti a un’organizzazione attiva tra Veneto e Toscana e al sequestro di un patrimonio del valore di decine di milioni di euro. Tra gli indagati figuravano Pan, alcuni suoi familiari e diversi collaboratori italiani e cinesi.
Secondo gli inquirenti, il gruppo ha accumulato ingenti ricchezze grazie al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, allo sfruttamento della prostituzione e all’impiego di lavoratori irregolari. I profitti ottenuti da queste attività sarebbero stati reinvestiti nell’acquisto di alberghi, appartamenti, esercizi commerciali, centri massaggi e altre attività economiche. Le indagini descrivevano una struttura criminale particolarmente articolata, capace di contare non soltanto su affiliati di origine cinese ma anche sul contributo di professionisti e imprenditori italiani che avrebbero fornito supporto nella gestione degli affari e nel riciclaggio dei capitali. Il centro operativo dell’organizzazione era stato individuato in un complesso residenziale di via Piave, a Mestre, considerato dagli investigatori il quartier generale della famiglia Pan. Oggi il suo profilo riappare nell’ambito dell’indagine coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Firenze e condotta dalla Squadra Mobile di Prato, che ha portato alla luce una presunta struttura dedita alla gestione di una banca parallela operante fuori da qualsiasi controllo.
Come scrive La Nazione, per gli inquirenti sarebbe stato proprio Pan a dirigere il meccanismo finanziario clandestino. L’uomo avrebbe mantenuto rapporti sia con i clienti cinesi che usufruivano del circuito illecito, sia con intermediari e soggetti vicini a gruppi criminali italiani e albanesi coinvolti nell’inchiesta. Nel procedimento risultano indagate complessivamente oltre quaranta persone di nazionalità cinese, italiana e albanese. Secondo la ricostruzione investigativa, Pan avrebbe svolto un ruolo determinante nell’organizzazione dei trasferimenti informali di denaro. Già nel 2014 era stato condannato dal Tribunale di Venezia per favoreggiamento dell’immigrazione irregolare e sfruttamento della prostituzione, ricevendo una pena di sette anni e otto mesi di reclusione. Una parte della detenzione era stata eseguita nel carcere della Dogaia, a Prato.
Proprio durante quel periodo dietro le sbarre, avrebbe costruito rapporti con appartenenti alla criminalità albanese e con soggetti radicati nel territorio pratese, riuscendo progressivamente a inserirsi nel contesto locale. All’esterno si presentava come un professionista, arrivando a utilizzare il titolo di avvocato e disponendo di un ufficio nella zona di via Toscana, identificato da una targa esposta all’ingresso. Fino a circa diciotto mesi fa avrebbe inoltre gestito un locale di ristorazione nei pressi di via del Confine. Per gli investigatori, Pan rappresentava il punto di collegamento tra le diverse ramificazioni della presunta banca occulta. Avrebbe mantenuto contatti sia con imprenditori cinesi attivi nel comparto del pronto moda sia con connazionali residenti in altri Paesi europei, in particolare in Spagna. Alcuni di questi soggetti, secondo gli atti d’indagine, avrebbero intrattenuto rapporti economici anche con organizzazioni mafiose. Attualmente Pan Keke si trova detenuto nel carcere di Sollicciano. Commentando alla Nazione l’operazione, il procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo ha sottolineato come l’inchiesta smentisca l’idea di una criminalità organizzata ormai contenuta. A suo giudizio, fenomeni di questo tipo dimostrano che le organizzazioni mafiose continuano a esercitare un’influenza profonda sull’economia, fino a diventare parte integrante di alcuni segmenti del mercato e della finanza. Le intercettazioni ambientali avrebbero documentato i movimenti di denaro all’interno della banca clandestina. L’inchiesta ha inoltre portato alla luce un presunto sistema di immigrazione illegale che sfruttava la Serbia come porta d’ingresso in Europa. I migranti cinesi venivano trasferiti attraverso Ungheria e Slovenia fino a raggiungere città come Prato, Torino e Sommacampagna. Per ogni persona introdotta clandestinamente nel territorio europeo, l’organizzazione ha incassato circa 9.500 euro.
Una recente indagine a Prato ha messo in luce un sistema di reti finanziarie parallele, che regolano i pagamenti senza spostare denaro. Sulla base della fiducia tra i membri.
Per gli investigatori non si trattava di una semplice rete di riciclaggio, ma di una vera e propria infrastruttura finanziaria parallela capace di mettere in comunicazione organizzazioni mafiose italiane, narcotrafficanti internazionali e una parte del tessuto imprenditoriale cinese del distretto tessile di Prato.
È questo il quadro che emerge dall’ordinanza di applicazione di misura cautelare emessa dal Gip del Tribunale di Firenze nell’ambito di un’inchiesta che descrive l’esistenza di una sofisticata «banca illegale» in grado di movimentare tra gli 80 e i 100 milioni di euro tra Italia, Spagna, Belgio, Germania, Olanda e Portogallo. Secondo l’accusa, al vertice dell’organizzazione vi sarebbe stato Keke Pan, cittadino cinese residente nell’area pratese, indicato come promotore e coordinatore di una struttura stabile composta da decine di persone con ruoli ben definiti: dirigenti, contabili, collettori, corrieri e broker incaricati di reperire clienti nel mondo del narcotraffico. Attorno a lui operava una rete composta prevalentemente da cittadini cinesi, ma anche da soggetti albanesi ritenuti vicini ai circuiti internazionali della droga.
L’elemento centrale dell’indagine è l’utilizzo del sistema «hawala», un meccanismo informale di trasferimento di denaro diffuso in diverse aree del mondo che consente di effettuare pagamenti internazionali senza il passaggio attraverso il sistema bancario tradizionale. Attraverso questo sistema, secondo gli investigatori, le organizzazioni criminali italiane potevano pagare i fornitori di droga all’estero senza dover trasportare fisicamente ingenti quantità di denaro oltre confine. In questo contesto, le imprese cinesi del comparto tessile ottenevano grandi disponibilità di contante non tracciato da utilizzare per la propria attività commerciale.
Il meccanismo descritto dagli inquirenti appare relativamente semplice ma estremamente efficace. I clan o i narcotrafficanti consegnavano denaro contante ai corrieri dell’organizzazione. Il denaro veniva trasportato a Prato e affidato ai cosiddetti «collettori», che avevano il compito di individuare aziende tessili disposte a ricevere le somme. Le imprese utilizzavano il contante per le proprie attività economiche mentre, attraverso la rete «hawala», i fornitori di droga presenti in Spagna, Belgio o Olanda ricevevano l’equivalente dell’importo dovuto. In questo modo il pagamento della sostanza stupefacente avveniva senza alcun movimento bancario e senza che il denaro attraversasse materialmente le frontiere.
L’ordinanza dedica ampio spazio alla struttura interna dell’organizzazione. Tra le figure considerate centrali compaiono Lorenzo Dei Meneghetti, ora detenuto in Colombia da dove rifiuta di essere espatriato, indicato come responsabile della rete dei corrieri tra Italia, Spagna e Portogallo; Baidong Li e Yufei Chen, ritenuti responsabili della contabilità e dei rapporti con le aziende coinvolte; Vincenzo Croma, definito dagli investigatori il principale corriere operativo in Italia; oltre a diversi collettori incaricati di reperire le imprese tessili destinatarie del denaro. Le basi operative individuate dagli investigatori si trovavano principalmente a Prato. L’ordinanza cita in particolare alcune abitazioni e la Locanda «Le Tre Ville», indicata come luogo di incontro, pianificazione e raccolta del denaro. Secondo il Gip, l’organizzazione disponeva inoltre di telefoni criptati, veicoli predisposti per l’occultamento del contante e una rete logistica in grado di operare contemporaneamente in diversi Paesi europei.
Uno degli aspetti più rilevanti dell’inchiesta riguarda i rapporti con la criminalità organizzata italiana. Le contestazioni descrivono numerosi episodi nei quali il sistema sarebbe stato utilizzato per favorire il pagamento di forniture di droga da parte del cosiddetto clan Briganti, ritenuto una delle articolazioni della Sacra Corona Unita operante nel quartiere «167» di Lecce. Secondo l’accusa, gli appartenenti al clan avrebbero consegnato decine di migliaia di euro in contanti all’organizzazione di Prato affinché provvedesse al trasferimento finanziario delle somme verso la Spagna, dove si trovavano i fornitori degli stupefacenti. Le pagine dell’ordinanza elencano numerosi episodi specifici. In alcuni casi vengono contestati trasferimenti da 30.000, 40.000, 45.000, 50.000 e 60.000 euro destinati al pagamento di partite di droga. Le somme sarebbero state raccolte in Puglia, trasportate a Prato e successivamente redistribuite attraverso il circuito delle imprese tessili. Diversi episodi coinvolgono aziende o negozi situati a Madrid, Siviglia, Valencia, Alicante e Malaga, città che emergono come snodi fondamentali della rete internazionale.
Ancora più significativo appare il collegamento con la ‘ndrangheta. L’ordinanza descrive infatti diversi episodi che avrebbero coinvolto la cosca Fiarè-Razionale-Gasparro di San Gregorio d’Ippona, nel Vibonese. Anche in questo caso il denaro proveniente dalle attività illecite sarebbe stato affidato ai corrieri della rete pratese per essere successivamente utilizzato nel sistema «hawala» e destinato al pagamento di forniture di stupefacenti in Spagna. In alcuni episodi vengono citate somme superiori ai 120.000 euro. L’inchiesta evidenzia inoltre il ruolo svolto da broker albanesi ritenuti collegati ai principali circuiti europei del narcotraffico. Tra questi figura Armand Kollcaku, soprannominato «Caffè», descritto come intermediario incaricato di procurare clienti interessati ai servizi finanziari dell’organizzazione. Accanto a lui compaiono altri soggetti albanesi che avrebbero operato tra Italia, Germania, Belgio e Spagna, facilitando i rapporti con i fornitori di cocaina e altre sostanze stupefacenti.
Secondo il Gip, la forza dell’organizzazione risiedeva proprio nella capacità di unire mondi criminali diversi. Da una parte i clan mafiosi e i narcotrafficanti avevano bisogno di un sistema sicuro per pagare la droga senza esporsi ai rischi del trasporto internazionale di denaro. Dall’altra alcune aziende del distretto tessile avevano necessità di reperire grandi quantità di contante non tracciato per alimentare un’economia parallela basata su transazioni informali e pagamenti in nero. La rete avrebbe quindi rappresentato il punto di incontro tra queste esigenze, trasformando il distretto pratese in una piattaforma finanziaria clandestina al servizio del crimine organizzato transnazionale. Le accuse contestate comprendono associazione per delinquere, riciclaggio, impiego di denaro di provenienza illecita, abusiva prestazione di servizi di pagamento e violazione della normativa bancaria.
Al di là degli aspetti giudiziari, il documento fotografa un fenomeno che va ben oltre il singolo procedimento penale: l’esistenza di una rete economica sommersa capace di collegare il cuore manifatturiero del pronto moda italiano con alcune delle più importanti organizzazioni criminali operanti in Europa. Se le accuse troveranno conferma nel corso del processo, l’indagine della Procura di Firenze potrebbe rappresentare una delle più significative ricostruzioni mai effettuate in Italia sul rapporto tra economia sommersa, finanza clandestina e narcotraffico internazionale.
Michele Serra e Aldo Cazzullo difendono Michele Mari, accusato di «lesa Murgia». Lo farebbero con tutti? Intanto lo Strega lo tiene in gara.
Le terribili parole sessiste sarebbero state udite dalla scrittrice Teresa Ciabatti, e - vere o meno - sono finite sui giornali. «Non ho mai parlato dell’aspetto fisico di Michela Murgia, né mi sarei permesso», dice Mari a Repubblica. Il tribunale woke, però, è apparentemente inflessibile.
E conta fino a un certo punto che la Fondazione Bellonci, che gestisce lo Strega, ieri sera abbia confermato che lo scrittore resta in gara: «L’ipotesi di escluderlo non è consentita dal regolamento». Perché secondo i bene informati, l’editore Einaudi che pubblica il romanziere sta provando a trattare, ma dal trionfo annunciato sarà già tanto se si arriverà a una dignitosa sconfitta: il premio Strega è diventato premio Caccia alle Streghe. Insomma la santa inquisizione progressista si è messa in moto, e Mari potrebbe persino essere innocente, ma non importa più: come nei più efferati regimi, basta il pettegolezzo, il venticello del sospetto, e si diventa comunque colpevoli.
Come sempre accade, i toni degli articoli sui quotidiani che contano (Corriere, Repubblica e un po’ La Stampa, quelli frequentati dal bel mondo letterario) sono duri. Il Corriere ha ospitato un commento indignato di Bianca Pitzorno che se la prende con gli «scrittori maschi», rei di giudicare le colleghe «per l’aspetto», come se fossero tutti uguali e tutti colpevoli in quanto uomini. Di nuovo, sono riflessi condizionati, bagatelle per un massacro annunciato.
Stavolta, tuttavia, c’è anche qualcosa di estremamente diverso. Ci sono, dicevamo, le passioni ribollenti del linciaggio che si scatena ogni volta che il maschio bianco finisce nel tritacarne. Ma c’è anche un diffuso imbarazzo che s’accompagna al silenzio. E, soprattutto, c’è una sorprendente e inedita ondata di dissenso garantista. Se le cronache dei quotidiani sono tendenzialmente ruvide, i commenti delle grandi firme sono straordinariamente benevoli.
Michele Serra, per esempio. «Non sono tra quelli che pensano che non si può più dire niente, e cerco nel mio piccolo di tenere conto, quando scrivo o quando parlo in pubblico, di sensibilità e di suscettibilità che ho imparato a conoscere, e a rispettare, proprio grazie al famigerato politicamente corretto», scrive. «Ma così, scusate, non si può andare avanti. Specie in sede letteraria e artistica, laddove capita spesso di bivaccare ai confini del lecito e del condiviso, forse sarebbe meglio estrarre il cartellino rosso solo in casi di irrecuperabile e rivendicata violenza contro il prossimo. Darebbe scandalo trovare nella cinquina dello Strega, o in sedi consimili, l’autobiografia di Ben-Gvir, ammesso che sappia scrivere, o di un ministro afghano che nega la scuola alle bambine. Ma quando leggo Michela Murgia o Michele Mari, perché mai dovrei pretendere che vadano d’accordo?».
Capito? Censurare va bene, ma con giudizio. Se si dovesse oscurare un orrendo sionista o un fascista, suggerisce Serra, non ci sarebbero problemi. Ma con uno dei buoni, con un venerato maestro come Mari, perbacco, bisogna usare un metro differente. La pensa così anche Aldo Cazzullo, che lamenta il «dileggio preventivo e sistematico» e la fine della privacy. «Le parole di Mari, sbagliate o meno, condivisibili o no, erano parole private», dice Cazzullo. «Pronunciate in una conversazione privata. Ora, non dico che sia bello dire una cosa in privato e il suo contrario in pubblico. Non nego che per un personaggio pubblico, com’è uno scrittore favorito per lo Strega, sia difficile mantenere una propria considerazione nella sfera privata. Però insomma tra privato e pubblico un minimo di diaframma dovrebbe essere salvaguardato». Ah, molto interessante. Quindi la prossima volta che un agente provocatore di Fanpage o di La7 si infiltrerà in una manifestazione di destra il Corriere invocherà il rispetto della privacy? La prossima volta che Vannacci parlerà del femminicidio si invocherà il rispetto delle opinioni diverse?
Il punto è esattamente questo. Michele Mari è innocente fino a prova contraria. E anche se avesse effettivamente detto ciò che lo accusano di aver detto, non si capisce perché dovrebbe essere bandito dallo Strega. Ma siamo certi che se al suo posto ci fosse stato un altro autore, magari non pubblicato da Einaudi e non annoverato fra i grandi nomi del salottino buono della cultura italica, a quest’ora sarebbe già stato crocifisso in sala mensa, i giornali gronderebbero commenti feroci, i social traboccherebbero di insulti. Invece, guarda un po’, stavolta c’è persino chi - su Facebook - avanza teorie del complotto: Mari era favorito e lo hanno fatto fuori, la Ciabatti ha scritto un libro sulla Murgia che così otterrà grande risalto... Dietrologie che altrimenti sarebbero derise.
Se c’è da imporre il patentino antifascista a una fiera o da insultare chi devia dall’ortodossia progressista, il circolino intellettuale si compatta. Ma se un esponente di spicco del giro che conta finisce sulla graticola, tocca giustificare, difendere, puntualizzare. E, stavolta più che mai, lo si può lasciare in gara essendoci in ballo Einaudi e lo Strega. Dopo tutto, sosteneva Thomas Bernhard, ritirare un premio letterario è come farsi cagare in testa. E proprio per questo tanti scrittori sono pronti a tutto per vincere. O per far vincere il proprio editore di riferimento.