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2019-04-08
La Francia punta sulla Libia perché teme di perdere l'Algeria. Rischio altra ondata di migranti
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Ansa
All'origine delle manifestazioni degli algerini che, nelle ultime settimane sono scesi in piazza per chiedere più democrazia e un nuovo Stato, non ci sono solo i vent'anni di potere quasi assoluto di Abdelaziz Bouteflika. Le proteste di piazza sono il risultato di diversi fattori. Storici innanzitutto, ma anche sociali. Ad esempio, il diffuso disinteresse per la cosa pubblica, mostrato dagli algerini, ha favorito il progressivo aumento del potere di servizi segreti e forze occulte della società. La Verità ha intervistato diverse personalità legate all'Algeria. Giornalisti, filosofi, scrittori, come il celebre Boulem Sansal, che hanno condiviso le proprie aspettative e timori sugli sviluppi della situazione in questo Paese nordafricano, capace di influenzare tutta l'area mediterranea ma anche l'Europa. Se la Francia è il Paese che, per ragioni storiche e demografiche, guarda con più apprensione a quanto accade ad Algeri, anche l'Italia deve tenersi pronta ad ogni evenienza. L'attenzione del nostro Paese è massima, come ha confermato Matteo Salvini in una conferenza stampa dopo il meeting del G7 di Parigi, venerdì 5 aprile. Rispondendo a La Verità, il ministro dell'interno ha detto che sull'Algeria «siamo molto preoccupati da ogni possibile focolaio di tensione che possa prodursi sul fronte mediterraneo». Lo spettro di una crisi economica e umanitaria è sempre in agguato. Basti pensare che, secondo i dati ufficiali dell'Ons (Ufficio Nazionale di Statistica algerino, ndr) la disoccupazione era arrivata nel settembre 2018, all' 11,7%. Inoltre la Banca Mondiale prevede per il 2019 un rallentamento della crescita. Cifre che non lasciano ben sperare e che rischiano di trasformare l'Algeria in un Venezuela alle porte dell'Europa.
Lo «status quo» di comodo dentro e fuori il Paese
I cittadini del Paese nordafricano sono corresponsabili della sclerotizzazione del potere in Algeria. Lo spiega molto bene a La Verità, José Lenzini. Uno dei massimi conoscitori della vita e delle opere di Albert Camus, è un ex corrispondente di Le Monde. E' nato in Algeria due anni prima dell'indipendenza e vissuti nel Paese fino ai suoi vent'anni. Attualmente cura per la casa editrice francese «Editions de l'Aube» una collana dedicata alle voci del Mediterraneo. Secondo Lenzini «già dalla nascita del nuovo Stato indipendente, il potere ha confiscato la democrazia ai cittadini. Ma questa situazione veniva giustificata dal fatto che era “necessario" per uscire dal periodo coloniale». Era un male minore. «Gli algerini, a qualsiasi livello della società si sono abituati a lasciar perdere» spiega il giornalista. «Ognuno trovava un proprio tornaconto». Per spiegare meglio questo misto di rassegnazione e di noncuranza, Lenzini cita un semplice esempio. «Nel corso dei decenni, si è diffuso l'uso della parola “Maalich" che significa “non fa niente", “non importa". Tutti si adattavano alla situazione». I nodi sono venuti al pettine quando il prezzo del petrolio è crollato. Inoltre, a partire dal 1988, l'Algeria ha vissuto una guerra civile che è durata per circa dieci anni. «Una guerra - ricorda Lenzini - che ha provocato la morte di circa 150.000 persone. Un tributo di sangue altissimo, se si pensa che la guerra per l'indipendenza aveva fatto 300.000 vittime».
L'attaccamento al potere di una certa classe dirigente e militare, faceva comodo non solo all'interno del Paese. Anche altre nazioni ne hanno tratto vantaggi importanti. «Non bisogna dimenticare - sottolinea Lenzini - che l'Algeria rappresenta una barriera capace di contenere gli importanti flussi migratori sub sahariani. Se non ci fosse l'esercito algerino, avremmo un flusso di migranti superiore di cinque o sei volte rispetto all'attuale. Tra questi migranti ci sarebbero anche molti esponenti di Daesh». In questo senso ha fatto comodo a tutti lo status quo algerino. In ogni caso quello che è chiaro, secondo Lenzini è che nessuno, in Algeria ha saputo anticipare quanto sta accadendo in questi giorni. La scossa è arrivata dai giovani che rappresentano il 30% della popolazione. «I giovani credono più alle “storie" del “dramma" della rivoluzione o del colonialismo che appartengono al passato». Semplicemente spiega il giornalista «si sentono privati della libertà, in particolare di quella di espressione, ma anche e soprattutto del lavoro. E' anche per queste ragioni che si sono ingrossati i ranghi delle manifestazioni».
Molti algerini che vivono a Parigi potrebbero tornare in patria

È uno degli autori algerini francofoni più apprezzati all'estero. Boulem Sansal da anni denuncia la corruzione e la tirannia del potere che ha governato l'Algeria dall'indipendenza in poi. Per La Verità ha accettato di analizzare l'attualità algerina, tentando di tracciarne uno sviluppo.
Come ha reagito, apprendendo la notizia delle dimissioni di Abdelaziz Bouteflika?
«Con molta gioia. Ma la questione non è chiusa. Ora bisogna far cadere lo Stato Maggiore dell'Esercito e la direzione dei servizi segreti perché sono le due istituzioni che gestiscono il Paese. E' un sistema totalitario, corrotto. Questa operazione sarà estremamente più difficile».
Ma cosa potrebbe accadere ora ?
«L'Algeria potrebbe trovarsi a vivere una situazione catastrofica. Ad esempio, c'è il rischio di una guerra interna dell'Esercito stesso. Tra i militari c'è la "nuova guardia", che vuole vivere in uno Stato “normale". Sul fronte opposto, troviamo coloro che hanno interessi enormi de difendere. Interessi non solo algerini ma che sono legati ad altre paesi. Ad esempio l'Esercito algerino è un cliente importantissimo per l'industria degli armamenti di Russia e Cina. Questa contrapposizione potrebbe dare origine ad un colpo di Stato. In questo caso, ci ritroveremmo in una situazione simile a quella del 1988. Ma potrebbe anche succedere qualcosa di simile a ciò che è accaduto in Siria. El Assad ha creato una contro rivoluzione islamista. Nel 1988, in Algeria il potere è arrivato persino a liberare dal carcere dei casseurs. Gente che ha ricevuto il mandato di andare a inquinare le manifestazioni pacifiche dei giovani. La seconda tappa è stata di legalizzare l'azione per gli islamisti. Questi hanno approfittato del sostegno dei servizi segreti e di certe parti dello Stato Maggiore. Ne è seguita la guerra civile ma il potere è rimasto in sella e si è ricostituito in modo ancora più forte. Hanno fatto solo qualche piccola concessione superficiale. Durante questa guerra civile molti oppositori sono stati assassinati. Il potere è in grado di riproporre lo stesso scenario».
Gli algerini sono pronti, secondo lei a diventare i protagonisti del loro futuro nazionale?
«Credo che il nostro popolo non riesca fare il passo successivo. Questo perché non è in grado di individuare dei delegati che possano organizzare e partecipare a dei negoziati. Perché è chiaro che sia necessario negoziare. Bisogna che il popolo esprima un elite intelligente e competente. Tutto dipende dalla mobilitazione e determinazione dei cittadini tutti i giorni della settimana. Non solo il venerdì. Giornalisti; avvocati, studenti... Sarebbero in grado di tenere il livello della protesta elevato, sul lungo periodo?»
Se dal lato politico ci si trova in un impasse. Come va l'economia algerina?
«La situazione peggiora. Il potere ha gli strumenti per provocare delle penurie o ritardare il pagamento dei salari. Possono trasformare le rivendicazioni politiche in rivendicazioni sociali. Potremmo ritrovarci in una situazione simile a quella che sta vivendo il Venezuela».
Secondo lei come, Parigi si prepara al peggio?
«La Francia è molto preoccupata. Gli scenari possibili sono due. Se la situazione migliorasse, tornerebbe tutto a suo favore. Moltissimi algerini che vivono in Francia - non quelli che hanno la doppia nazionalità - potrebbero tornare in patria. Perché un buon governo potrebbe rilanciare davvero l'economia e questo permetterebbe di creare delle opportunità reali. Ma se, al contrario, le cose andassero male, questo potrebbe rappresentare un problema non indifferente per la Francia, perché i problemi algerini potrebbero essere “esportati" nelle comunità presenti in Francia. Inoltre Potrebbe esserci un'immigrazione "selvaggia". Tuttavia, penso che in un primo momento, gli algerini potrebbero dirigersi verso la Tunisia o il Marocco. Credo che però i due vicini nordafricani, ristabilirebbero i visti e i controlli alle frontiere. In seguito, questa emigrazione avrebbe un impatto su tutti i paesi mediterranei, Italia e Spagna incluse».
Se si realizzasse un quadro simile, che ruolo potrebbero giocare Italia e Spagna ?
«Gli interessi in Algeria di Spagna e Italia, sono numerosi. Le relazioni tra Algeri, Roma e Madrid sono amichevoli perché, nei confronti dell'Algeria, non hanno un passato difficile come quello francese. Potrebbero intervenire ma temo che, in questa fase, non abbiano i mezzi per per farlo. D'altra parte, quale potrebbe essere la loro controparte in Algeria? Potrebbero passare da una "diplomazia segreta"? Oppure dovrebbero avviare rapporti con i servizi segreti di Algeri? Credo di no, dato che questi ultimi sono nel mirino della popolazione perché hanno fatto del male a tanta gente. Gli algerini non vogliono più sentir parlare di questa organizzazione. Dopo sette settimane di manifestazioni, la popolazione algerina non è ancora riuscita ad esprimere un'elite in grado di negoziare. Tornando al paragone con il Venezuela, vediamo che lì c'è Guaidò che discute con gli Usa ed è sostenuto da una cinquantina di Paesi. In Algeria non c'è una personalità simile. Anche i partiti di opposizione subiscono una forma di rigetto da parte della popolazione».
Le donne algerine, un tassello essenziale per il futuro

Nella manifestazioni in Algeria, numerose donne hanno partecipato ai cortei. Il loro ruolo è essenziale in questa fase storica. Se il Paese dovesse riuscire a dirigersi verso la nascita di un vero regime democratico, le donne algerine correrebbero forse meno rischi di “regressione" della loro condizione, rispetto a quelle dei paesi che hanno vissuto delle primavere arabe. Ne è convinta Razika Adnani - scrittrice, filosofa e islamologa algerina residente in Francia - che, parlando con La Verità, sottolinea il cambiamento rispetto a ciò' che è accaduto in Tunisia, Egitto o Siria, dal 2011 in poi.
«Siamo nel 2019 e il punto di vista della popolazione, in particolare dei giovani, sugli integralisti islamici è mutato notevolmente, rispetto a prima delle primavere arabe. In molti si sono resi conto dell'estrema violenza di Daesh e non vogliono che questo accada anche in Algeria». Questo ha dei riflessi anche sulla condizione femminile perché si è visto come il califfato ha trattato le donne. La gente è più informata e si sa quello che è accaduto in altri paesi arabi. «Senza le donne, le manifestazioni di queste settimane non avrebbero avuto la stessa forza» spiega Razika Adnani «il ruolo della donna è molto importante in questo movimento e in Algeria». Questo spiega anche perché, secondo la scrittrice algerina, non si possa costruire «una nuova Algeria, moderna e democratica, senza che le donne abbiano un ruolo non secondario».
Per Adnani, «non deve ripetersi ciò che le donne algerine hanno vissuto prima e dopo l'indipendenza. Prima hanno partecipato attivamente alla lotta. Poi sono state relegate ad occuparsi della famiglia e del focolare». La strada da percorrere resta però lunga come lo hanno dimostrato alcuni episodi accaduti durante le manifestazioni della scorsa settimana. «Alcune donne - testimonia Adnani, che è tornata da Algeri pochi giorni fa - sono state aggredite da degli uomini che hanno strappato gli striscioni che queste portavano. Contenevano dei messaggi per l'uguaglianza tra l'uomo e la donna».
Secondo la filosofa algerina, «i tradizionalisti ci sono e ci saranno sempre. Ma ci sono anche tantissimi uomini e donne che si sono ribellati e che, sui social hanno detto no». Per Adnani è necessario però un coinvolgimento attivo di coloro che vogliono la democrazia. «Non si ottiene nulla senza la lotta pacifica. La lotta intellettuale, delle idee».
Verso una Cabilia autonoma?

Wikipedia
Tra le incognite del dopo Bouteflika figura anche la reazione della Cabilia, una regione ad est di Algeri che copre un territorio compreso tra il mediterraneo e la catena montuosa della Djurdjura. Quest’area è abitata da una popolazione di etnia berbera che parla una propria lingua e che vanta una storia millenaria. Nella storia recente dell’Algeria, questa regione ha rappresentato un focolaio di contestazioni al potere centrale. «Già nel 1962, dopo l’indipendenza, i cabili hanno animato la contestazione contro il governo di Algeri - spiega Mohamed Sadoun magistrato francese di origini algerine e autore di vari libri - poi il potere centrale ha promosso una campagna di arabizzazione della regione». Storicamente, in effetti l’Algeria come i suoi vicini del Maghreb, non sono Paesi di etnia e lingua araba. Se la religione musulmana è arrivata nel sesto secolo dopo Cristo, il Paese ha continuato in realtà a mantenere la propria lingua e la propria cultura. Poi sono arrivati i colonizzatori francesi che, spiega Sadoun «hanno cercato di legittimarsi come “successori” di Roma, presentando la presenza araba come una “parentesi” iniziata nel settimo secolo dopo Cristo». In seguito, continua Sadoun, «già negli anni ‘40 prima, dell’indipendenza, alcuni movimenti politici hanno cercato di inserire l’Algeria nella sfera mondo arabo, avvicinandola alle politiche di Damasco o de Il Cairo. Con l’indipendenza quindi, i Cabili si sono trovati automaticamente circoscritti in una minoranza». Le tensioni più forti con il potere di Algeri, si sono registrate all’inizio degli anni 2000. «Una contestazione, sedata nel sangue ha provocato la morte di 130 persone», ricorda Sadoun. «E proprio da quella occasione che il governo ha vietato le manifestazioni ad Algeri fino a “tollerare” quelle delle ultime settimane».
La situazione in Cabilia è seguita con molta attenzione anche dall’estero, in particolare dalla Francia. Anche in questo caso per ragioni storico-sociologiche. «La Cabilia è sempre stata molto povera - sottolinea Sadoun - per questo è diventata una terra di emigrazione. Molti dei suoi abitanti si sono diretti in Francia per lavorare nelle fabbriche transalpine. Questo ha creato delle comunità berbere sull’altra sponda del Mediterraneo». Se nella regione algerina si creassero delle tensioni, queste potrebbero avere degli effetti anche nelle periferie francesi.
C’è poi un’ulteriore specificità della Cabilia che vale la pena di considerare. In questa regione si sono registrate numerose conversioni al cristianesimo. Nel periodo coloniale, l’opera di evangelizzazione era svolta dai Padri Bianchi. Poi, negli anni 2000, sono arrivate le Chiese Evangeliche. Per fronteggiare questa penetrazione in terra musulmana, le autorità algerine hanno introdotto il reato di conversione dei musulmani ad altre religioni. E cosi, i protestanti di Algeria vivono con molte difficoltà la propria fede. «I cristiani cabili, restano una minoranza - precisa Sadoun - ma da questa comunità sono emerse delle figure importanti come i fratelli giornalisti e scrittori Marguerite-Taos e Jean Amrouche». Se la situazione in Algeria evolvesse verso la costituzione di una forma di governo realmente democratica, la Cabilia potrebbe diventare una regione autonoma. Anche se la questione anima i dibattiti nel Paese. «Non mancano tendenze autonomiste e indipendentiste - conclude Sadoun - ma altri pensano che tutto il Paese sia berbero quindi non avrebbe senso separare la regione dall’Algeria. Del resto, per le strade di Algeri si vedono spesso sventolare bandiere Algerine accanto a quelle berbere. Un segno degli intrecci che esistono tra queste due anime del Paese».
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Il ministro dell'Interno Matteo Salvini ha detto che sull'Algeria «siamo molto preoccupati da ogni possibile focolaio di tensione che possa prodursi sul fronte mediterraneo». I nodi sono venuti al pettine quando il prezzo del petrolio è crollato. Inoltre, a partire dal 1988, l'Algeria ha vissuto una guerra civile che è durata per circa dieci anni. In Venezuela Juan Guaidò discute con gli Usa ed è sostenuto da una cinquantina di Paesi. Ad Algeri non c'è una personalità simile. Anche i partiti di opposizione subiscono una forma di rigetto da parte della popolazione. Tra le incognite del dopo Abdelaziz Bouteflika figura anche la reazione della Cabilia, una regione ad est di Algeri che copre un territorio compreso tra il mediterraneo e la catena montuosa della Djurdjura Lo speciale contiene cinque articoli. All'origine delle manifestazioni degli algerini che, nelle ultime settimane sono scesi in piazza per chiedere più democrazia e un nuovo Stato, non ci sono solo i vent'anni di potere quasi assoluto di Abdelaziz Bouteflika. Le proteste di piazza sono il risultato di diversi fattori. Storici innanzitutto, ma anche sociali. Ad esempio, il diffuso disinteresse per la cosa pubblica, mostrato dagli algerini, ha favorito il progressivo aumento del potere di servizi segreti e forze occulte della società. La Verità ha intervistato diverse personalità legate all'Algeria. Giornalisti, filosofi, scrittori, come il celebre Boulem Sansal, che hanno condiviso le proprie aspettative e timori sugli sviluppi della situazione in questo Paese nordafricano, capace di influenzare tutta l'area mediterranea ma anche l'Europa. Se la Francia è il Paese che, per ragioni storiche e demografiche, guarda con più apprensione a quanto accade ad Algeri, anche l'Italia deve tenersi pronta ad ogni evenienza. L'attenzione del nostro Paese è massima, come ha confermato Matteo Salvini in una conferenza stampa dopo il meeting del G7 di Parigi, venerdì 5 aprile. Rispondendo a La Verità, il ministro dell'interno ha detto che sull'Algeria «siamo molto preoccupati da ogni possibile focolaio di tensione che possa prodursi sul fronte mediterraneo». Lo spettro di una crisi economica e umanitaria è sempre in agguato. Basti pensare che, secondo i dati ufficiali dell'Ons (Ufficio Nazionale di Statistica algerino, ndr) la disoccupazione era arrivata nel settembre 2018, all' 11,7%. Inoltre la Banca Mondiale prevede per il 2019 un rallentamento della crescita. Cifre che non lasciano ben sperare e che rischiano di trasformare l'Algeria in un Venezuela alle porte dell'Europa. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/speciale-ghisalberti-2634019642.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="lo-status-quo-di-comodo-dentro-e-fuori-il-paese" data-post-id="2634019642" data-published-at="1781357469" data-use-pagination="False"> Lo «status quo» di comodo dentro e fuori il Paese I cittadini del Paese nordafricano sono corresponsabili della sclerotizzazione del potere in Algeria. Lo spiega molto bene a La Verità, José Lenzini. Uno dei massimi conoscitori della vita e delle opere di Albert Camus, è un ex corrispondente di Le Monde. E' nato in Algeria due anni prima dell'indipendenza e vissuti nel Paese fino ai suoi vent'anni. Attualmente cura per la casa editrice francese «Editions de l'Aube» una collana dedicata alle voci del Mediterraneo. Secondo Lenzini «già dalla nascita del nuovo Stato indipendente, il potere ha confiscato la democrazia ai cittadini. Ma questa situazione veniva giustificata dal fatto che era “necessario" per uscire dal periodo coloniale». Era un male minore. «Gli algerini, a qualsiasi livello della società si sono abituati a lasciar perdere» spiega il giornalista. «Ognuno trovava un proprio tornaconto». Per spiegare meglio questo misto di rassegnazione e di noncuranza, Lenzini cita un semplice esempio. «Nel corso dei decenni, si è diffuso l'uso della parola “Maalich" che significa “non fa niente", “non importa". Tutti si adattavano alla situazione». I nodi sono venuti al pettine quando il prezzo del petrolio è crollato. Inoltre, a partire dal 1988, l'Algeria ha vissuto una guerra civile che è durata per circa dieci anni. «Una guerra - ricorda Lenzini - che ha provocato la morte di circa 150.000 persone. Un tributo di sangue altissimo, se si pensa che la guerra per l'indipendenza aveva fatto 300.000 vittime».L'attaccamento al potere di una certa classe dirigente e militare, faceva comodo non solo all'interno del Paese. Anche altre nazioni ne hanno tratto vantaggi importanti. «Non bisogna dimenticare - sottolinea Lenzini - che l'Algeria rappresenta una barriera capace di contenere gli importanti flussi migratori sub sahariani. Se non ci fosse l'esercito algerino, avremmo un flusso di migranti superiore di cinque o sei volte rispetto all'attuale. Tra questi migranti ci sarebbero anche molti esponenti di Daesh». In questo senso ha fatto comodo a tutti lo status quo algerino. In ogni caso quello che è chiaro, secondo Lenzini è che nessuno, in Algeria ha saputo anticipare quanto sta accadendo in questi giorni. La scossa è arrivata dai giovani che rappresentano il 30% della popolazione. «I giovani credono più alle “storie" del “dramma" della rivoluzione o del colonialismo che appartengono al passato». Semplicemente spiega il giornalista «si sentono privati della libertà, in particolare di quella di espressione, ma anche e soprattutto del lavoro. E' anche per queste ragioni che si sono ingrossati i ranghi delle manifestazioni». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/speciale-ghisalberti-2634019642.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="molti-algerini-che-vivono-a-parigi-potrebbero-tornare-in-patria" data-post-id="2634019642" data-published-at="1781357469" data-use-pagination="False"> Molti algerini che vivono a Parigi potrebbero tornare in patria È uno degli autori algerini francofoni più apprezzati all'estero. Boulem Sansal da anni denuncia la corruzione e la tirannia del potere che ha governato l'Algeria dall'indipendenza in poi. Per La Verità ha accettato di analizzare l'attualità algerina, tentando di tracciarne uno sviluppo.Come ha reagito, apprendendo la notizia delle dimissioni di Abdelaziz Bouteflika?«Con molta gioia. Ma la questione non è chiusa. Ora bisogna far cadere lo Stato Maggiore dell'Esercito e la direzione dei servizi segreti perché sono le due istituzioni che gestiscono il Paese. E' un sistema totalitario, corrotto. Questa operazione sarà estremamente più difficile».Ma cosa potrebbe accadere ora ?«L'Algeria potrebbe trovarsi a vivere una situazione catastrofica. Ad esempio, c'è il rischio di una guerra interna dell'Esercito stesso. Tra i militari c'è la "nuova guardia", che vuole vivere in uno Stato “normale". Sul fronte opposto, troviamo coloro che hanno interessi enormi de difendere. Interessi non solo algerini ma che sono legati ad altre paesi. Ad esempio l'Esercito algerino è un cliente importantissimo per l'industria degli armamenti di Russia e Cina. Questa contrapposizione potrebbe dare origine ad un colpo di Stato. In questo caso, ci ritroveremmo in una situazione simile a quella del 1988. Ma potrebbe anche succedere qualcosa di simile a ciò che è accaduto in Siria. El Assad ha creato una contro rivoluzione islamista. Nel 1988, in Algeria il potere è arrivato persino a liberare dal carcere dei casseurs. Gente che ha ricevuto il mandato di andare a inquinare le manifestazioni pacifiche dei giovani. La seconda tappa è stata di legalizzare l'azione per gli islamisti. Questi hanno approfittato del sostegno dei servizi segreti e di certe parti dello Stato Maggiore. Ne è seguita la guerra civile ma il potere è rimasto in sella e si è ricostituito in modo ancora più forte. Hanno fatto solo qualche piccola concessione superficiale. Durante questa guerra civile molti oppositori sono stati assassinati. Il potere è in grado di riproporre lo stesso scenario».Gli algerini sono pronti, secondo lei a diventare i protagonisti del loro futuro nazionale?«Credo che il nostro popolo non riesca fare il passo successivo. Questo perché non è in grado di individuare dei delegati che possano organizzare e partecipare a dei negoziati. Perché è chiaro che sia necessario negoziare. Bisogna che il popolo esprima un elite intelligente e competente. Tutto dipende dalla mobilitazione e determinazione dei cittadini tutti i giorni della settimana. Non solo il venerdì. Giornalisti; avvocati, studenti... Sarebbero in grado di tenere il livello della protesta elevato, sul lungo periodo?»Se dal lato politico ci si trova in un impasse. Come va l'economia algerina?«La situazione peggiora. Il potere ha gli strumenti per provocare delle penurie o ritardare il pagamento dei salari. Possono trasformare le rivendicazioni politiche in rivendicazioni sociali. Potremmo ritrovarci in una situazione simile a quella che sta vivendo il Venezuela». Secondo lei come, Parigi si prepara al peggio?«La Francia è molto preoccupata. Gli scenari possibili sono due. Se la situazione migliorasse, tornerebbe tutto a suo favore. Moltissimi algerini che vivono in Francia - non quelli che hanno la doppia nazionalità - potrebbero tornare in patria. Perché un buon governo potrebbe rilanciare davvero l'economia e questo permetterebbe di creare delle opportunità reali. Ma se, al contrario, le cose andassero male, questo potrebbe rappresentare un problema non indifferente per la Francia, perché i problemi algerini potrebbero essere “esportati" nelle comunità presenti in Francia. Inoltre Potrebbe esserci un'immigrazione "selvaggia". Tuttavia, penso che in un primo momento, gli algerini potrebbero dirigersi verso la Tunisia o il Marocco. Credo che però i due vicini nordafricani, ristabilirebbero i visti e i controlli alle frontiere. In seguito, questa emigrazione avrebbe un impatto su tutti i paesi mediterranei, Italia e Spagna incluse».Se si realizzasse un quadro simile, che ruolo potrebbero giocare Italia e Spagna ?«Gli interessi in Algeria di Spagna e Italia, sono numerosi. Le relazioni tra Algeri, Roma e Madrid sono amichevoli perché, nei confronti dell'Algeria, non hanno un passato difficile come quello francese. Potrebbero intervenire ma temo che, in questa fase, non abbiano i mezzi per per farlo. D'altra parte, quale potrebbe essere la loro controparte in Algeria? Potrebbero passare da una "diplomazia segreta"? Oppure dovrebbero avviare rapporti con i servizi segreti di Algeri? Credo di no, dato che questi ultimi sono nel mirino della popolazione perché hanno fatto del male a tanta gente. Gli algerini non vogliono più sentir parlare di questa organizzazione. Dopo sette settimane di manifestazioni, la popolazione algerina non è ancora riuscita ad esprimere un'elite in grado di negoziare. Tornando al paragone con il Venezuela, vediamo che lì c'è Guaidò che discute con gli Usa ed è sostenuto da una cinquantina di Paesi. In Algeria non c'è una personalità simile. Anche i partiti di opposizione subiscono una forma di rigetto da parte della popolazione». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/speciale-ghisalberti-2634019642.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="le-donne-algerine-un-tassello-essenziale-per-il-futuro" data-post-id="2634019642" data-published-at="1781357469" data-use-pagination="False"> Le donne algerine, un tassello essenziale per il futuro Nella manifestazioni in Algeria, numerose donne hanno partecipato ai cortei. Il loro ruolo è essenziale in questa fase storica. Se il Paese dovesse riuscire a dirigersi verso la nascita di un vero regime democratico, le donne algerine correrebbero forse meno rischi di “regressione" della loro condizione, rispetto a quelle dei paesi che hanno vissuto delle primavere arabe. Ne è convinta Razika Adnani - scrittrice, filosofa e islamologa algerina residente in Francia - che, parlando con La Verità, sottolinea il cambiamento rispetto a ciò' che è accaduto in Tunisia, Egitto o Siria, dal 2011 in poi. «Siamo nel 2019 e il punto di vista della popolazione, in particolare dei giovani, sugli integralisti islamici è mutato notevolmente, rispetto a prima delle primavere arabe. In molti si sono resi conto dell'estrema violenza di Daesh e non vogliono che questo accada anche in Algeria». Questo ha dei riflessi anche sulla condizione femminile perché si è visto come il califfato ha trattato le donne. La gente è più informata e si sa quello che è accaduto in altri paesi arabi. «Senza le donne, le manifestazioni di queste settimane non avrebbero avuto la stessa forza» spiega Razika Adnani «il ruolo della donna è molto importante in questo movimento e in Algeria». Questo spiega anche perché, secondo la scrittrice algerina, non si possa costruire «una nuova Algeria, moderna e democratica, senza che le donne abbiano un ruolo non secondario». Per Adnani, «non deve ripetersi ciò che le donne algerine hanno vissuto prima e dopo l'indipendenza. Prima hanno partecipato attivamente alla lotta. Poi sono state relegate ad occuparsi della famiglia e del focolare». La strada da percorrere resta però lunga come lo hanno dimostrato alcuni episodi accaduti durante le manifestazioni della scorsa settimana. «Alcune donne - testimonia Adnani, che è tornata da Algeri pochi giorni fa - sono state aggredite da degli uomini che hanno strappato gli striscioni che queste portavano. Contenevano dei messaggi per l'uguaglianza tra l'uomo e la donna». Secondo la filosofa algerina, «i tradizionalisti ci sono e ci saranno sempre. Ma ci sono anche tantissimi uomini e donne che si sono ribellati e che, sui social hanno detto no». Per Adnani è necessario però un coinvolgimento attivo di coloro che vogliono la democrazia. «Non si ottiene nulla senza la lotta pacifica. La lotta intellettuale, delle idee». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/speciale-ghisalberti-2634019642.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="verso-una-cabilia-autonoma" data-post-id="2634019642" data-published-at="1781357469" data-use-pagination="False"> Verso una Cabilia autonoma? Wikipedia Tra le incognite del dopo Bouteflika figura anche la reazione della Cabilia, una regione ad est di Algeri che copre un territorio compreso tra il mediterraneo e la catena montuosa della Djurdjura. Quest’area è abitata da una popolazione di etnia berbera che parla una propria lingua e che vanta una storia millenaria. Nella storia recente dell’Algeria, questa regione ha rappresentato un focolaio di contestazioni al potere centrale. «Già nel 1962, dopo l’indipendenza, i cabili hanno animato la contestazione contro il governo di Algeri - spiega Mohamed Sadoun magistrato francese di origini algerine e autore di vari libri - poi il potere centrale ha promosso una campagna di arabizzazione della regione». Storicamente, in effetti l’Algeria come i suoi vicini del Maghreb, non sono Paesi di etnia e lingua araba. Se la religione musulmana è arrivata nel sesto secolo dopo Cristo, il Paese ha continuato in realtà a mantenere la propria lingua e la propria cultura. Poi sono arrivati i colonizzatori francesi che, spiega Sadoun «hanno cercato di legittimarsi come “successori” di Roma, presentando la presenza araba come una “parentesi” iniziata nel settimo secolo dopo Cristo». In seguito, continua Sadoun, «già negli anni ‘40 prima, dell’indipendenza, alcuni movimenti politici hanno cercato di inserire l’Algeria nella sfera mondo arabo, avvicinandola alle politiche di Damasco o de Il Cairo. Con l’indipendenza quindi, i Cabili si sono trovati automaticamente circoscritti in una minoranza». Le tensioni più forti con il potere di Algeri, si sono registrate all’inizio degli anni 2000. «Una contestazione, sedata nel sangue ha provocato la morte di 130 persone», ricorda Sadoun. «E proprio da quella occasione che il governo ha vietato le manifestazioni ad Algeri fino a “tollerare” quelle delle ultime settimane». La situazione in Cabilia è seguita con molta attenzione anche dall’estero, in particolare dalla Francia. Anche in questo caso per ragioni storico-sociologiche. «La Cabilia è sempre stata molto povera - sottolinea Sadoun - per questo è diventata una terra di emigrazione. Molti dei suoi abitanti si sono diretti in Francia per lavorare nelle fabbriche transalpine. Questo ha creato delle comunità berbere sull’altra sponda del Mediterraneo». Se nella regione algerina si creassero delle tensioni, queste potrebbero avere degli effetti anche nelle periferie francesi. C’è poi un’ulteriore specificità della Cabilia che vale la pena di considerare. In questa regione si sono registrate numerose conversioni al cristianesimo. Nel periodo coloniale, l’opera di evangelizzazione era svolta dai Padri Bianchi. Poi, negli anni 2000, sono arrivate le Chiese Evangeliche. Per fronteggiare questa penetrazione in terra musulmana, le autorità algerine hanno introdotto il reato di conversione dei musulmani ad altre religioni. E cosi, i protestanti di Algeria vivono con molte difficoltà la propria fede. «I cristiani cabili, restano una minoranza - precisa Sadoun - ma da questa comunità sono emerse delle figure importanti come i fratelli giornalisti e scrittori Marguerite-Taos e Jean Amrouche». Se la situazione in Algeria evolvesse verso la costituzione di una forma di governo realmente democratica, la Cabilia potrebbe diventare una regione autonoma. Anche se la questione anima i dibattiti nel Paese. «Non mancano tendenze autonomiste e indipendentiste - conclude Sadoun - ma altri pensano che tutto il Paese sia berbero quindi non avrebbe senso separare la regione dall’Algeria. Del resto, per le strade di Algeri si vedono spesso sventolare bandiere Algerine accanto a quelle berbere. Un segno degli intrecci che esistono tra queste due anime del Paese».
Ansa
Nel caso di specie si trattava di un provvedimento di proroga disposto senza la fissazione della prescritta udienza camerale e, quindi, senza che all’interessato fosse stata data possibilità di intervenire nel procedimento. Sulla base di tale principio la Corte ha respinto il ricorso che la presidenza del Consiglio dei ministri, unitamente ad altri organi, aveva proposto avverso la sentenza d’appello che, in conferma di quella di primo grado, aveva accolto la richiesta di risarcimento avanzata dall’interessato.
A tale decisione la Corte è pervenuta sull’assunto, nell’essenziale, che i provvedimenti in materia di trattenimento degli stranieri nei Cpr non sono fini a sé stessi ma sono funzionali al risultato finale che dev’essere quello dell’esecuzione dell’espulsione dal territorio dello Stato. Pertanto, non assumendo mai essi carattere di definitività, ma potendo essere revocati o modificati anche d’ufficio, in ogni momento la loro mancata impugnazione non impedirebbe di farne riconoscere l’eventuale illegittimità da parte del giudice investito dell’azione risarcitoria, con conseguente accoglimento di quest’ultima. Risulta di fondamentale rilievo, tra gli elementi addotti dalla Corte a sostegno del proprio assunto, quello costituito dal fatto che esso troverebbe conferma nella vigente disciplina in materia di riparazione pecuniaria per ingiusta detenzione sofferta nel corso di un procedimento penale; istituto che viene definito «per certi versi affine al rimedio risarcitorio per illegittima privazione della libertà personale». Ciò in quanto - si afferma - per il riconoscimento del diritto alla suddetta riparazione pecuniaria, non è richiesto, dall’art. 314, comma 1, del Codice di procedura penale, che l’interessato abbia a suo tempo proposto impugnazione avverso il provvedimento applicativo o confermativo della misura cautelare detentiva.
Occorre subito dire che la validità di tale ragionamento presuppone anzitutto che, così come è richiesto, per l’esperibilità della procedura di riparazione per ingiusta detenzione il procedimento penale sia giunto a conclusione, quale che essa sia (assoluzione nel merito, proscioglimento per ragioni non di merito, condanna, archiviazione, sentenza di non luogo a procedere); allo stesso modo deve ritenersi richiesto, ai fini dell’esperibilità dell’azione risarcitoria per indebito trattenimento in un Cpr in vista dell’espulsione, che il procedimento di espulsione amministrativa dello straniero si sia concluso. Il che avviene con l’emissione del relativo decreto prefettizio, una volta che questo abbia assunto carattere di definitività per mancata o non accolta impugnazione (indipendentemente dalla circostanza che poi abbia o meno avuto effettiva esecuzione), ovvero abbia perduto definitivamente efficacia per annullamento, revoca o qualsiasi altra ragione. In mancanza di tale condizione appare evidente che il richiamo operato dalla Corte alla procedura di riparazione per ingiusta detenzione sarebbe del tutto privo di fondamento.
Volendo però dare per acquisito che la condizione dell’avvenuta conclusione del procedimento di espulsione amministrativa sia comunque sussistente, va osservato che la seconda delle ipotesi dianzi formulate appare estremamente improbabile, per la semplice ragione che, se fosse quella effettivamente realizzatasi, la richiesta di risarcimento del danno avrebbe potuto essere avanzata con riferimento all’intera durata della privazione della libertà subita a titolo di trattenimento, in vista dell’espulsione, nel Cpr e non, invece, come pacificamente risulta essere avvenuto, con riferimento alla sola frazione temporale dovuta al provvedimento di proroga di cui si lamenta la illegittimità
Dovendosi, quindi, presumere che quella effettivamente realizzatasi sia la prima delle suddette ipotesi, il richiamo operato dalla Corte al comma 1 dell’art. 314 cod. proc. pen. appare del tutto incongruo, trovando la detta norma applicazione solo, nel caso che il procedimento penale si sia concluso con pronuncia assolutoria nel merito. Quello al quale la Corte avrebbe dovuto fare richiamo (ma lo ha, invece, del tutto ignorato) era, per analogia di situazione, il comma 2 del citato art. 314, secondo il quale, quando il procedimento penale si sia concluso con pronuncia di condanna o di proscioglimento non nel merito, il diritto alla riparazione per ingiusta detenzione può essere riconosciuto solo a condizione che «con decisione irrevocabile, risulti accertato che è stato emesso o mantenuto senza che sussistessero le condizioni di applicabilità previste dagli artt. 273 e 280». E la «decisione irrevocabile» altra non può essere se non quella che sia stata, a suo tempo, adottata all’esito dell’impugnazione contro il provvedimento di applicazione o di mantenimento della misura.
Ne consegue che, ove tale impugnazione non sia stata proposta o, se proposta, non sia stata per una qualsiasi ragione accolta, la richiesta di riparazione per ingiusta detenzione risulta improponibile. Una volta datosi, quindi, per acquisito che il procedimento di espulsione amministrativa si sia concluso con il decreto di espulsione non più soggetto a impugnazione, da equipararsi alla definitività della condanna nel procedimento penale, ne deriva che, proprio alla luce di quanto affermato dalla Corte circa l’assimilabilità della richiesta di risarcimento per indebito trattenimento nel Cpr alla richiesta di riparazione per ingiusta detenzione, la mancata impugnazione, a suo tempo, del provvedimento di proroga del trattenimento adottato in violazione del principio del contraddittorio avrebbe dovuto far sì che la richiesta di risarcimento venisse dichiarata improponibile. Ciò avrebbe dovuto comportare l’accoglimento del ricorso proposto dalla presidenza del Consiglio e dalle altre amministrazioni interessate. Il fatto che così non sia stato appare indice del permanere di una certa tendenza della magistratura, compresa quella di legittimità, a fare ogni sforzo, in materia di immigrazione, ogni qual volta se ne veda anche la più remota delle possibilità, per adottare decisioni favorevoli ai «migranti», percorrendo, a tal fine i più impervi e tortuosi sentieri interpretativi, anche con il rischio di inciampare, talvolta, in qualche sasso.
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La capogruppo di di Fratelli d'Italia in Commissione Covid Alice Buonguerrieri contro Giuseppe Conte: «Emergono fatti gravissimi su presunte provvigioni milionarie per le commesse della struttura di Domenico Arcuri e l'ex premier usa il ruolo di commissario come scudo per non farsi udire. Chi non ha nulla da nascondere si dimetta dalla commissione e venga a riferire la verità agli italiani».
iStock. Nel riquadro, la locandina dell'evento
Nell’area «Bimb*», con la schwa (che storpia ogni parola pur di risultare linguaggio inclusivo e non binario) al posto dell’asterisco, sabato 20 giugno a partire dalle 15 ci saranno intrattenimenti vari, come il momento «Letture» a cura delle famiglie Arcobaleno.
Stiamo parlando dell’associazione «genitori Lgbtqi+, in coppia, single o separati che hanno realizzato il proprio progetto di genitorialità, o che aspirano a farlo», e che purtroppo suggeriscono perfino quali libri far leggere a innocenti creature. Un campionario delle loro scelte si può trovare sul sito ufficiale.
Da Perché hai due mamme? e Perché hai due papà di Francesca Pardi, «nato per aiutare i bambini con due genitori dello stesso sesso nel rispondere alle curiosità degli altri», a un altro libro della stessa autrice dal titolo Qual è il segreto di papà?, spiegato come «un racconto che parla di omosessualità con parole semplici e dirette». Età di lettura consigliata: «Dai 4 anni». Certo, perché a 48 mesi si è già in grado di comprendere temi delicatissimi quali sessualità e identità di genere.
Per non parlare del Giorno specialissimo di Marlon Bundo, di Jill Twiss, storia gay di un coniglietto «che si innamora di un altro coniglietto di nome Wesley e decide di sposarsi con lui», e di cui già si è occupata La Verità. Consigliato ai piccoli dai 5 ai 10 anni, come L’importante è che siamo amici, dove l’orsacchiotto Thomas preferisce essere Tilly. L’autrice, Jessica Walton, voleva scrivere una storia con un protagonista transgender per raccontare al figlio l’esperienza del padre diventato trans e aveva cercato finanziamenti su un sito crowdfunding, ricevendo montagne di soldi.
Ecco un campionario di buone letture con le quali intrattenere dei bimbi, che già dovranno assistere a sfilate di personaggi dall’apparenza affatto normale. Sul palco pomeridiano «spazio di resistenza intersezionale, transfemminismo ed arte, all’insegna di interventi politici, DJ set e performance», saliranno infatti personaggi come Sofia Mehiel, in arte «la papessa», responsabile del progetto per la sezione trans del carcere di Reggio Emilia e che «ha guidato la carovana di genere per l’Ucraina».
E ci sarà Bianca Bonzagni, attivista transgender, classificatasi al secondo posto nel concorso Miss Trans Europa 2025. Soprattutto non mancheranno i «Bear gay», gli «orsi» omosessuali, «sottocultura gay», come la definisce gay.it, in cui si riconosce il soggetto «abbastanza grosso o robusto, con i peli sul petto e una barba lunga, incolta, generalmente un estimatore del cuoio e dei collari».
Sono richiamati dal collettivo Lgbtqi+ Discorso Bear Party, nato nella periferia di Carpi e con base principale al Circolo Mattatoyo. «Al centro del loro percorso c’è la cura e la valorizzazione dei corpi che escono dai canoni estetici imposti: uno spazio libero da etichette rigide per combattere lo stigma grassofobico ed estetico che colpisce tuttə* noi», informano gli organizzatori del Pride a Modena.
I bambini li vedranno, poveretti loro. Respireranno l’atmosfera di questo raduno e ascolteranno gli slogan che verranno ripetuti. Lo dichiara il manifesto politico del Pride modenese, quello che verrà urlato durante la sfilata: «È sin dall’insediamento di questo governo fascista, nel 2022, che è iniziata una vera e propria offensiva nei confronti delle famiglie omogenitoriali, con il preciso intento di delegittimare la genitorialità delle persone Lgbtqia+. Dapprima con la circolare del ministro dell’Interno Piantedosi, che poneva di fatto divieto a sindac* di registrare il genitore intenzionale all’anagrafe, […] ed è culminata con l’approvazione, nell’ottobre 2024, della legge Varchi, che ha reso la gestazione per altre persone reato universale […]. Una legge dal chiaro impianto ideologico, studiata e fortemente voluta dalla maggioranza per punire le coppie di aspiranti padri».
Già, perché sarebbe normale essere due mamme o due papà per una creatura, magari ottenuta servendosi di un utero in affitto? Le famiglie Arcobaleno che porteranno al Pride i bimbi, nati con il seme di un donatore sconosciuto e attraverso la procreazione medicalmente assistita, o con la pratica della maternità surrogata, li faranno assistere a tutto il repertorio in programma? Magari anche alla sosta degli adulti allo stand salute, dove sarà possibile testarsi «in maniera rapida e gratuita» per Hiv e sifilide «con l’aiuto del reparto malattie infettive dell’ospedale di Modena». Terminata la sfilata, lo stand invece si trasformerà in una sala giochi «per poter vincere gadget, sex toys, preservativi femminili e maschili e tanti lubrificanti».
Ma non pensiate che sia solo esibizione di muscoli e altro. Ci sono contenuti anticipati con orgoglio: «Il Modena Pride 2026 è antifascista, contro il razzismo, il colonialismo e i genocidi presenti e passati, antimilitarista, solidale con il popolo palestinese, per la giustizia climatica antiabilista».
Per fortuna, a metà pomeriggio per i bimbi è prevista una non precisata area «sgambamento», immaginiamo riservata a esercizi fisici. O per darsela a gambe, anche solo con la fantasia.
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Guido Crosetto (Ansa)
Il progetto è contenuto in uno schema di Disegno di legge dal titolo «Disposizioni per la costituzione di Forze di riserva, in materia di personale militare nonché delega al governo per la revisione dello strumento militare», che abbiamo avuto modo di visionare.
Naturalmente, lo schema dovrà innanzitutto essere presentato dal ministro Guido Crosetto in Consiglio dei ministri: una volta licenziato dal Cdm, passerà all’esame del Parlamento, che potrà apportare eventuali modifiche. Dalla Difesa apprendiamo che a illustrare i contenuti del Ddl saranno anche esponenti di vertice delle Forze armate, attraverso specifiche audizioni. Veniamo ai dettagli. Per incrementare la capacità operativa dello strumento militare nazionale, si legge nello schema del Ddl, è istituita la riserva operativa, al fine di disporre di un adeguato bacino di personale addestrato e prontamente impiegabile, in grado di supportare e integrare le Forze armate e il Corpo unico della Sanità militare, anche in tempo di pace. Ne farà parte personale militare in congedo da non più di cinque anni, che potrà essere richiamato in servizio, ma chi vorrà potrà fare domanda per una proroga. Il personale della riserva operativa può essere richiamato in servizio annualmente per lo svolgimento delle attività di addestramento finalizzate allo sviluppo e al mantenimento della prontezza operativa, secondo modalità definite dalla Forza armata di appartenenza. La riserva volontaria specialistica nasce invece al fine di disporre di un adeguato bacino di personale in possesso di peculiari competenze professionali, in grado di supportare e integrare le Forze armate e il Corpo unico della Sanità militare, sin dal tempo di pace, per l’assolvimento dei compiti di cui all’articolo 89.
È costituita da ufficiali, marescialli, sergenti e graduati di complemento. Chi ne fa parte, può essere richiamato in servizio, a domanda, per specifiche esigenze della Forza armata di appartenenza o del Corpo unico della Sanità militare. Infine, la riserva territoriale: stando allo schema del Ddl, questo personale è impiegato in attività addestrative, operative e logistiche, limitatamente al territorio nazionale, presso comandi, enti, reparti e unità dislocati nell’area geografica o regione di arruolamento, ferma restando la possibilità di schieramento, addestramento e formazione al di fuori dell’area geografica o regione di assegnazione. Questa riserva ha l’obiettivo di avere a disposizione un bacino di personale radicato sul territorio nazionale, rapidamente impiegabile a supporto delle esigenze funzionali delle Forze armate, incluso quello a supporto delle Forze di polizia, alla gestione delle emergenze e delle calamità, al soccorso e all’assistenza. Per partecipare alle procedure selettive per il reclutamento dei volontari della riserva territoriale occorre avere un’età non inferiore a 25 anni e non superiore a 35, e un diploma di terza media. I vincitori delle procedure selettive sono ammessi alla ferma prefissata di dodici mesi e sono disponibili, limitatamente al territorio nazionale, per l’assegnazione a comandi, enti, reparti e unità dislocati nell’area geografica o regione di arruolamento, ferma restando la possibilità di schieramento, addestramento e formazione al di fuori dell’area geografica o regione di assegnazione.
Come dicevamo l’obiettivo è raggiungere gradualmente le 40.000 unità in più, a seconda delle risorse disponibili (un membro della riserva operativa richiamato in servizio, ad esempio, viene pagato 130 euro per ogni giornata di lavoro) e delle effettive capacità di reclutamento, con questo cronoprogramma: un massimo di 5.071 unità per il 2028, 5.321 per il 2029, 7.001 per il 2030, 7.444 per il 2031, 7.500 per il 2032 e 7.663 per il 2033. Questo aumento, a regime, porterebbe le forze armate italiane a superare le 200.000 unità. Intanto l’Italia si appresta a tagliare in maniera consistente rispetto a quanto previsto la somma da chiedere in prestito al fondo Safe (Security Action for Europe), uno strumento finanziario europeo da 150 miliardi di euro nato per sostenere gli Stati membri negli investimenti nel settore della difesa e negli appalti congiunti. Al nostro Paese è stata riservata una quota di prestiti agevolati pari a 14,9 miliardi di euro, ma l’intenzione del governo è ridurre i prestiti previsti a circa 5 miliardi di euro per dare priorità alle misure contro il caro energia. Del resto, come ha spesso ripetuto il premier Giorgia Meloni, se non si affronta la drammatica crescita dei prezzi dei carburanti, in Italia resterà ben poco da difendere.
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