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2019-04-08
La Francia punta sulla Libia perché teme di perdere l'Algeria. Rischio altra ondata di migranti
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Ansa
All'origine delle manifestazioni degli algerini che, nelle ultime settimane sono scesi in piazza per chiedere più democrazia e un nuovo Stato, non ci sono solo i vent'anni di potere quasi assoluto di Abdelaziz Bouteflika. Le proteste di piazza sono il risultato di diversi fattori. Storici innanzitutto, ma anche sociali. Ad esempio, il diffuso disinteresse per la cosa pubblica, mostrato dagli algerini, ha favorito il progressivo aumento del potere di servizi segreti e forze occulte della società. La Verità ha intervistato diverse personalità legate all'Algeria. Giornalisti, filosofi, scrittori, come il celebre Boulem Sansal, che hanno condiviso le proprie aspettative e timori sugli sviluppi della situazione in questo Paese nordafricano, capace di influenzare tutta l'area mediterranea ma anche l'Europa. Se la Francia è il Paese che, per ragioni storiche e demografiche, guarda con più apprensione a quanto accade ad Algeri, anche l'Italia deve tenersi pronta ad ogni evenienza. L'attenzione del nostro Paese è massima, come ha confermato Matteo Salvini in una conferenza stampa dopo il meeting del G7 di Parigi, venerdì 5 aprile. Rispondendo a La Verità, il ministro dell'interno ha detto che sull'Algeria «siamo molto preoccupati da ogni possibile focolaio di tensione che possa prodursi sul fronte mediterraneo». Lo spettro di una crisi economica e umanitaria è sempre in agguato. Basti pensare che, secondo i dati ufficiali dell'Ons (Ufficio Nazionale di Statistica algerino, ndr) la disoccupazione era arrivata nel settembre 2018, all' 11,7%. Inoltre la Banca Mondiale prevede per il 2019 un rallentamento della crescita. Cifre che non lasciano ben sperare e che rischiano di trasformare l'Algeria in un Venezuela alle porte dell'Europa.
Lo «status quo» di comodo dentro e fuori il Paese
I cittadini del Paese nordafricano sono corresponsabili della sclerotizzazione del potere in Algeria. Lo spiega molto bene a La Verità, José Lenzini. Uno dei massimi conoscitori della vita e delle opere di Albert Camus, è un ex corrispondente di Le Monde. E' nato in Algeria due anni prima dell'indipendenza e vissuti nel Paese fino ai suoi vent'anni. Attualmente cura per la casa editrice francese «Editions de l'Aube» una collana dedicata alle voci del Mediterraneo. Secondo Lenzini «già dalla nascita del nuovo Stato indipendente, il potere ha confiscato la democrazia ai cittadini. Ma questa situazione veniva giustificata dal fatto che era “necessario" per uscire dal periodo coloniale». Era un male minore. «Gli algerini, a qualsiasi livello della società si sono abituati a lasciar perdere» spiega il giornalista. «Ognuno trovava un proprio tornaconto». Per spiegare meglio questo misto di rassegnazione e di noncuranza, Lenzini cita un semplice esempio. «Nel corso dei decenni, si è diffuso l'uso della parola “Maalich" che significa “non fa niente", “non importa". Tutti si adattavano alla situazione». I nodi sono venuti al pettine quando il prezzo del petrolio è crollato. Inoltre, a partire dal 1988, l'Algeria ha vissuto una guerra civile che è durata per circa dieci anni. «Una guerra - ricorda Lenzini - che ha provocato la morte di circa 150.000 persone. Un tributo di sangue altissimo, se si pensa che la guerra per l'indipendenza aveva fatto 300.000 vittime».
L'attaccamento al potere di una certa classe dirigente e militare, faceva comodo non solo all'interno del Paese. Anche altre nazioni ne hanno tratto vantaggi importanti. «Non bisogna dimenticare - sottolinea Lenzini - che l'Algeria rappresenta una barriera capace di contenere gli importanti flussi migratori sub sahariani. Se non ci fosse l'esercito algerino, avremmo un flusso di migranti superiore di cinque o sei volte rispetto all'attuale. Tra questi migranti ci sarebbero anche molti esponenti di Daesh». In questo senso ha fatto comodo a tutti lo status quo algerino. In ogni caso quello che è chiaro, secondo Lenzini è che nessuno, in Algeria ha saputo anticipare quanto sta accadendo in questi giorni. La scossa è arrivata dai giovani che rappresentano il 30% della popolazione. «I giovani credono più alle “storie" del “dramma" della rivoluzione o del colonialismo che appartengono al passato». Semplicemente spiega il giornalista «si sentono privati della libertà, in particolare di quella di espressione, ma anche e soprattutto del lavoro. E' anche per queste ragioni che si sono ingrossati i ranghi delle manifestazioni».
Molti algerini che vivono a Parigi potrebbero tornare in patria

È uno degli autori algerini francofoni più apprezzati all'estero. Boulem Sansal da anni denuncia la corruzione e la tirannia del potere che ha governato l'Algeria dall'indipendenza in poi. Per La Verità ha accettato di analizzare l'attualità algerina, tentando di tracciarne uno sviluppo.
Come ha reagito, apprendendo la notizia delle dimissioni di Abdelaziz Bouteflika?
«Con molta gioia. Ma la questione non è chiusa. Ora bisogna far cadere lo Stato Maggiore dell'Esercito e la direzione dei servizi segreti perché sono le due istituzioni che gestiscono il Paese. E' un sistema totalitario, corrotto. Questa operazione sarà estremamente più difficile».
Ma cosa potrebbe accadere ora ?
«L'Algeria potrebbe trovarsi a vivere una situazione catastrofica. Ad esempio, c'è il rischio di una guerra interna dell'Esercito stesso. Tra i militari c'è la "nuova guardia", che vuole vivere in uno Stato “normale". Sul fronte opposto, troviamo coloro che hanno interessi enormi de difendere. Interessi non solo algerini ma che sono legati ad altre paesi. Ad esempio l'Esercito algerino è un cliente importantissimo per l'industria degli armamenti di Russia e Cina. Questa contrapposizione potrebbe dare origine ad un colpo di Stato. In questo caso, ci ritroveremmo in una situazione simile a quella del 1988. Ma potrebbe anche succedere qualcosa di simile a ciò che è accaduto in Siria. El Assad ha creato una contro rivoluzione islamista. Nel 1988, in Algeria il potere è arrivato persino a liberare dal carcere dei casseurs. Gente che ha ricevuto il mandato di andare a inquinare le manifestazioni pacifiche dei giovani. La seconda tappa è stata di legalizzare l'azione per gli islamisti. Questi hanno approfittato del sostegno dei servizi segreti e di certe parti dello Stato Maggiore. Ne è seguita la guerra civile ma il potere è rimasto in sella e si è ricostituito in modo ancora più forte. Hanno fatto solo qualche piccola concessione superficiale. Durante questa guerra civile molti oppositori sono stati assassinati. Il potere è in grado di riproporre lo stesso scenario».
Gli algerini sono pronti, secondo lei a diventare i protagonisti del loro futuro nazionale?
«Credo che il nostro popolo non riesca fare il passo successivo. Questo perché non è in grado di individuare dei delegati che possano organizzare e partecipare a dei negoziati. Perché è chiaro che sia necessario negoziare. Bisogna che il popolo esprima un elite intelligente e competente. Tutto dipende dalla mobilitazione e determinazione dei cittadini tutti i giorni della settimana. Non solo il venerdì. Giornalisti; avvocati, studenti... Sarebbero in grado di tenere il livello della protesta elevato, sul lungo periodo?»
Se dal lato politico ci si trova in un impasse. Come va l'economia algerina?
«La situazione peggiora. Il potere ha gli strumenti per provocare delle penurie o ritardare il pagamento dei salari. Possono trasformare le rivendicazioni politiche in rivendicazioni sociali. Potremmo ritrovarci in una situazione simile a quella che sta vivendo il Venezuela».
Secondo lei come, Parigi si prepara al peggio?
«La Francia è molto preoccupata. Gli scenari possibili sono due. Se la situazione migliorasse, tornerebbe tutto a suo favore. Moltissimi algerini che vivono in Francia - non quelli che hanno la doppia nazionalità - potrebbero tornare in patria. Perché un buon governo potrebbe rilanciare davvero l'economia e questo permetterebbe di creare delle opportunità reali. Ma se, al contrario, le cose andassero male, questo potrebbe rappresentare un problema non indifferente per la Francia, perché i problemi algerini potrebbero essere “esportati" nelle comunità presenti in Francia. Inoltre Potrebbe esserci un'immigrazione "selvaggia". Tuttavia, penso che in un primo momento, gli algerini potrebbero dirigersi verso la Tunisia o il Marocco. Credo che però i due vicini nordafricani, ristabilirebbero i visti e i controlli alle frontiere. In seguito, questa emigrazione avrebbe un impatto su tutti i paesi mediterranei, Italia e Spagna incluse».
Se si realizzasse un quadro simile, che ruolo potrebbero giocare Italia e Spagna ?
«Gli interessi in Algeria di Spagna e Italia, sono numerosi. Le relazioni tra Algeri, Roma e Madrid sono amichevoli perché, nei confronti dell'Algeria, non hanno un passato difficile come quello francese. Potrebbero intervenire ma temo che, in questa fase, non abbiano i mezzi per per farlo. D'altra parte, quale potrebbe essere la loro controparte in Algeria? Potrebbero passare da una "diplomazia segreta"? Oppure dovrebbero avviare rapporti con i servizi segreti di Algeri? Credo di no, dato che questi ultimi sono nel mirino della popolazione perché hanno fatto del male a tanta gente. Gli algerini non vogliono più sentir parlare di questa organizzazione. Dopo sette settimane di manifestazioni, la popolazione algerina non è ancora riuscita ad esprimere un'elite in grado di negoziare. Tornando al paragone con il Venezuela, vediamo che lì c'è Guaidò che discute con gli Usa ed è sostenuto da una cinquantina di Paesi. In Algeria non c'è una personalità simile. Anche i partiti di opposizione subiscono una forma di rigetto da parte della popolazione».
Le donne algerine, un tassello essenziale per il futuro

Nella manifestazioni in Algeria, numerose donne hanno partecipato ai cortei. Il loro ruolo è essenziale in questa fase storica. Se il Paese dovesse riuscire a dirigersi verso la nascita di un vero regime democratico, le donne algerine correrebbero forse meno rischi di “regressione" della loro condizione, rispetto a quelle dei paesi che hanno vissuto delle primavere arabe. Ne è convinta Razika Adnani - scrittrice, filosofa e islamologa algerina residente in Francia - che, parlando con La Verità, sottolinea il cambiamento rispetto a ciò' che è accaduto in Tunisia, Egitto o Siria, dal 2011 in poi.
«Siamo nel 2019 e il punto di vista della popolazione, in particolare dei giovani, sugli integralisti islamici è mutato notevolmente, rispetto a prima delle primavere arabe. In molti si sono resi conto dell'estrema violenza di Daesh e non vogliono che questo accada anche in Algeria». Questo ha dei riflessi anche sulla condizione femminile perché si è visto come il califfato ha trattato le donne. La gente è più informata e si sa quello che è accaduto in altri paesi arabi. «Senza le donne, le manifestazioni di queste settimane non avrebbero avuto la stessa forza» spiega Razika Adnani «il ruolo della donna è molto importante in questo movimento e in Algeria». Questo spiega anche perché, secondo la scrittrice algerina, non si possa costruire «una nuova Algeria, moderna e democratica, senza che le donne abbiano un ruolo non secondario».
Per Adnani, «non deve ripetersi ciò che le donne algerine hanno vissuto prima e dopo l'indipendenza. Prima hanno partecipato attivamente alla lotta. Poi sono state relegate ad occuparsi della famiglia e del focolare». La strada da percorrere resta però lunga come lo hanno dimostrato alcuni episodi accaduti durante le manifestazioni della scorsa settimana. «Alcune donne - testimonia Adnani, che è tornata da Algeri pochi giorni fa - sono state aggredite da degli uomini che hanno strappato gli striscioni che queste portavano. Contenevano dei messaggi per l'uguaglianza tra l'uomo e la donna».
Secondo la filosofa algerina, «i tradizionalisti ci sono e ci saranno sempre. Ma ci sono anche tantissimi uomini e donne che si sono ribellati e che, sui social hanno detto no». Per Adnani è necessario però un coinvolgimento attivo di coloro che vogliono la democrazia. «Non si ottiene nulla senza la lotta pacifica. La lotta intellettuale, delle idee».
Verso una Cabilia autonoma?

Wikipedia
Tra le incognite del dopo Bouteflika figura anche la reazione della Cabilia, una regione ad est di Algeri che copre un territorio compreso tra il mediterraneo e la catena montuosa della Djurdjura. Quest’area è abitata da una popolazione di etnia berbera che parla una propria lingua e che vanta una storia millenaria. Nella storia recente dell’Algeria, questa regione ha rappresentato un focolaio di contestazioni al potere centrale. «Già nel 1962, dopo l’indipendenza, i cabili hanno animato la contestazione contro il governo di Algeri - spiega Mohamed Sadoun magistrato francese di origini algerine e autore di vari libri - poi il potere centrale ha promosso una campagna di arabizzazione della regione». Storicamente, in effetti l’Algeria come i suoi vicini del Maghreb, non sono Paesi di etnia e lingua araba. Se la religione musulmana è arrivata nel sesto secolo dopo Cristo, il Paese ha continuato in realtà a mantenere la propria lingua e la propria cultura. Poi sono arrivati i colonizzatori francesi che, spiega Sadoun «hanno cercato di legittimarsi come “successori” di Roma, presentando la presenza araba come una “parentesi” iniziata nel settimo secolo dopo Cristo». In seguito, continua Sadoun, «già negli anni ‘40 prima, dell’indipendenza, alcuni movimenti politici hanno cercato di inserire l’Algeria nella sfera mondo arabo, avvicinandola alle politiche di Damasco o de Il Cairo. Con l’indipendenza quindi, i Cabili si sono trovati automaticamente circoscritti in una minoranza». Le tensioni più forti con il potere di Algeri, si sono registrate all’inizio degli anni 2000. «Una contestazione, sedata nel sangue ha provocato la morte di 130 persone», ricorda Sadoun. «E proprio da quella occasione che il governo ha vietato le manifestazioni ad Algeri fino a “tollerare” quelle delle ultime settimane».
La situazione in Cabilia è seguita con molta attenzione anche dall’estero, in particolare dalla Francia. Anche in questo caso per ragioni storico-sociologiche. «La Cabilia è sempre stata molto povera - sottolinea Sadoun - per questo è diventata una terra di emigrazione. Molti dei suoi abitanti si sono diretti in Francia per lavorare nelle fabbriche transalpine. Questo ha creato delle comunità berbere sull’altra sponda del Mediterraneo». Se nella regione algerina si creassero delle tensioni, queste potrebbero avere degli effetti anche nelle periferie francesi.
C’è poi un’ulteriore specificità della Cabilia che vale la pena di considerare. In questa regione si sono registrate numerose conversioni al cristianesimo. Nel periodo coloniale, l’opera di evangelizzazione era svolta dai Padri Bianchi. Poi, negli anni 2000, sono arrivate le Chiese Evangeliche. Per fronteggiare questa penetrazione in terra musulmana, le autorità algerine hanno introdotto il reato di conversione dei musulmani ad altre religioni. E cosi, i protestanti di Algeria vivono con molte difficoltà la propria fede. «I cristiani cabili, restano una minoranza - precisa Sadoun - ma da questa comunità sono emerse delle figure importanti come i fratelli giornalisti e scrittori Marguerite-Taos e Jean Amrouche». Se la situazione in Algeria evolvesse verso la costituzione di una forma di governo realmente democratica, la Cabilia potrebbe diventare una regione autonoma. Anche se la questione anima i dibattiti nel Paese. «Non mancano tendenze autonomiste e indipendentiste - conclude Sadoun - ma altri pensano che tutto il Paese sia berbero quindi non avrebbe senso separare la regione dall’Algeria. Del resto, per le strade di Algeri si vedono spesso sventolare bandiere Algerine accanto a quelle berbere. Un segno degli intrecci che esistono tra queste due anime del Paese».
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Il ministro dell'Interno Matteo Salvini ha detto che sull'Algeria «siamo molto preoccupati da ogni possibile focolaio di tensione che possa prodursi sul fronte mediterraneo». I nodi sono venuti al pettine quando il prezzo del petrolio è crollato. Inoltre, a partire dal 1988, l'Algeria ha vissuto una guerra civile che è durata per circa dieci anni. In Venezuela Juan Guaidò discute con gli Usa ed è sostenuto da una cinquantina di Paesi. Ad Algeri non c'è una personalità simile. Anche i partiti di opposizione subiscono una forma di rigetto da parte della popolazione. Tra le incognite del dopo Abdelaziz Bouteflika figura anche la reazione della Cabilia, una regione ad est di Algeri che copre un territorio compreso tra il mediterraneo e la catena montuosa della Djurdjura Lo speciale contiene cinque articoli. All'origine delle manifestazioni degli algerini che, nelle ultime settimane sono scesi in piazza per chiedere più democrazia e un nuovo Stato, non ci sono solo i vent'anni di potere quasi assoluto di Abdelaziz Bouteflika. Le proteste di piazza sono il risultato di diversi fattori. Storici innanzitutto, ma anche sociali. Ad esempio, il diffuso disinteresse per la cosa pubblica, mostrato dagli algerini, ha favorito il progressivo aumento del potere di servizi segreti e forze occulte della società. La Verità ha intervistato diverse personalità legate all'Algeria. Giornalisti, filosofi, scrittori, come il celebre Boulem Sansal, che hanno condiviso le proprie aspettative e timori sugli sviluppi della situazione in questo Paese nordafricano, capace di influenzare tutta l'area mediterranea ma anche l'Europa. Se la Francia è il Paese che, per ragioni storiche e demografiche, guarda con più apprensione a quanto accade ad Algeri, anche l'Italia deve tenersi pronta ad ogni evenienza. L'attenzione del nostro Paese è massima, come ha confermato Matteo Salvini in una conferenza stampa dopo il meeting del G7 di Parigi, venerdì 5 aprile. Rispondendo a La Verità, il ministro dell'interno ha detto che sull'Algeria «siamo molto preoccupati da ogni possibile focolaio di tensione che possa prodursi sul fronte mediterraneo». Lo spettro di una crisi economica e umanitaria è sempre in agguato. Basti pensare che, secondo i dati ufficiali dell'Ons (Ufficio Nazionale di Statistica algerino, ndr) la disoccupazione era arrivata nel settembre 2018, all' 11,7%. Inoltre la Banca Mondiale prevede per il 2019 un rallentamento della crescita. Cifre che non lasciano ben sperare e che rischiano di trasformare l'Algeria in un Venezuela alle porte dell'Europa. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/speciale-ghisalberti-2634019642.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="lo-status-quo-di-comodo-dentro-e-fuori-il-paese" data-post-id="2634019642" data-published-at="1776586444" data-use-pagination="False"> Lo «status quo» di comodo dentro e fuori il Paese I cittadini del Paese nordafricano sono corresponsabili della sclerotizzazione del potere in Algeria. Lo spiega molto bene a La Verità, José Lenzini. Uno dei massimi conoscitori della vita e delle opere di Albert Camus, è un ex corrispondente di Le Monde. E' nato in Algeria due anni prima dell'indipendenza e vissuti nel Paese fino ai suoi vent'anni. Attualmente cura per la casa editrice francese «Editions de l'Aube» una collana dedicata alle voci del Mediterraneo. Secondo Lenzini «già dalla nascita del nuovo Stato indipendente, il potere ha confiscato la democrazia ai cittadini. Ma questa situazione veniva giustificata dal fatto che era “necessario" per uscire dal periodo coloniale». Era un male minore. «Gli algerini, a qualsiasi livello della società si sono abituati a lasciar perdere» spiega il giornalista. «Ognuno trovava un proprio tornaconto». Per spiegare meglio questo misto di rassegnazione e di noncuranza, Lenzini cita un semplice esempio. «Nel corso dei decenni, si è diffuso l'uso della parola “Maalich" che significa “non fa niente", “non importa". Tutti si adattavano alla situazione». I nodi sono venuti al pettine quando il prezzo del petrolio è crollato. Inoltre, a partire dal 1988, l'Algeria ha vissuto una guerra civile che è durata per circa dieci anni. «Una guerra - ricorda Lenzini - che ha provocato la morte di circa 150.000 persone. Un tributo di sangue altissimo, se si pensa che la guerra per l'indipendenza aveva fatto 300.000 vittime».L'attaccamento al potere di una certa classe dirigente e militare, faceva comodo non solo all'interno del Paese. Anche altre nazioni ne hanno tratto vantaggi importanti. «Non bisogna dimenticare - sottolinea Lenzini - che l'Algeria rappresenta una barriera capace di contenere gli importanti flussi migratori sub sahariani. Se non ci fosse l'esercito algerino, avremmo un flusso di migranti superiore di cinque o sei volte rispetto all'attuale. Tra questi migranti ci sarebbero anche molti esponenti di Daesh». In questo senso ha fatto comodo a tutti lo status quo algerino. In ogni caso quello che è chiaro, secondo Lenzini è che nessuno, in Algeria ha saputo anticipare quanto sta accadendo in questi giorni. La scossa è arrivata dai giovani che rappresentano il 30% della popolazione. «I giovani credono più alle “storie" del “dramma" della rivoluzione o del colonialismo che appartengono al passato». Semplicemente spiega il giornalista «si sentono privati della libertà, in particolare di quella di espressione, ma anche e soprattutto del lavoro. E' anche per queste ragioni che si sono ingrossati i ranghi delle manifestazioni». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/speciale-ghisalberti-2634019642.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="molti-algerini-che-vivono-a-parigi-potrebbero-tornare-in-patria" data-post-id="2634019642" data-published-at="1776586444" data-use-pagination="False"> Molti algerini che vivono a Parigi potrebbero tornare in patria È uno degli autori algerini francofoni più apprezzati all'estero. Boulem Sansal da anni denuncia la corruzione e la tirannia del potere che ha governato l'Algeria dall'indipendenza in poi. Per La Verità ha accettato di analizzare l'attualità algerina, tentando di tracciarne uno sviluppo.Come ha reagito, apprendendo la notizia delle dimissioni di Abdelaziz Bouteflika?«Con molta gioia. Ma la questione non è chiusa. Ora bisogna far cadere lo Stato Maggiore dell'Esercito e la direzione dei servizi segreti perché sono le due istituzioni che gestiscono il Paese. E' un sistema totalitario, corrotto. Questa operazione sarà estremamente più difficile».Ma cosa potrebbe accadere ora ?«L'Algeria potrebbe trovarsi a vivere una situazione catastrofica. Ad esempio, c'è il rischio di una guerra interna dell'Esercito stesso. Tra i militari c'è la "nuova guardia", che vuole vivere in uno Stato “normale". Sul fronte opposto, troviamo coloro che hanno interessi enormi de difendere. Interessi non solo algerini ma che sono legati ad altre paesi. Ad esempio l'Esercito algerino è un cliente importantissimo per l'industria degli armamenti di Russia e Cina. Questa contrapposizione potrebbe dare origine ad un colpo di Stato. In questo caso, ci ritroveremmo in una situazione simile a quella del 1988. Ma potrebbe anche succedere qualcosa di simile a ciò che è accaduto in Siria. El Assad ha creato una contro rivoluzione islamista. Nel 1988, in Algeria il potere è arrivato persino a liberare dal carcere dei casseurs. Gente che ha ricevuto il mandato di andare a inquinare le manifestazioni pacifiche dei giovani. La seconda tappa è stata di legalizzare l'azione per gli islamisti. Questi hanno approfittato del sostegno dei servizi segreti e di certe parti dello Stato Maggiore. Ne è seguita la guerra civile ma il potere è rimasto in sella e si è ricostituito in modo ancora più forte. Hanno fatto solo qualche piccola concessione superficiale. Durante questa guerra civile molti oppositori sono stati assassinati. Il potere è in grado di riproporre lo stesso scenario».Gli algerini sono pronti, secondo lei a diventare i protagonisti del loro futuro nazionale?«Credo che il nostro popolo non riesca fare il passo successivo. Questo perché non è in grado di individuare dei delegati che possano organizzare e partecipare a dei negoziati. Perché è chiaro che sia necessario negoziare. Bisogna che il popolo esprima un elite intelligente e competente. Tutto dipende dalla mobilitazione e determinazione dei cittadini tutti i giorni della settimana. Non solo il venerdì. Giornalisti; avvocati, studenti... Sarebbero in grado di tenere il livello della protesta elevato, sul lungo periodo?»Se dal lato politico ci si trova in un impasse. Come va l'economia algerina?«La situazione peggiora. Il potere ha gli strumenti per provocare delle penurie o ritardare il pagamento dei salari. Possono trasformare le rivendicazioni politiche in rivendicazioni sociali. Potremmo ritrovarci in una situazione simile a quella che sta vivendo il Venezuela». Secondo lei come, Parigi si prepara al peggio?«La Francia è molto preoccupata. Gli scenari possibili sono due. Se la situazione migliorasse, tornerebbe tutto a suo favore. Moltissimi algerini che vivono in Francia - non quelli che hanno la doppia nazionalità - potrebbero tornare in patria. Perché un buon governo potrebbe rilanciare davvero l'economia e questo permetterebbe di creare delle opportunità reali. Ma se, al contrario, le cose andassero male, questo potrebbe rappresentare un problema non indifferente per la Francia, perché i problemi algerini potrebbero essere “esportati" nelle comunità presenti in Francia. Inoltre Potrebbe esserci un'immigrazione "selvaggia". Tuttavia, penso che in un primo momento, gli algerini potrebbero dirigersi verso la Tunisia o il Marocco. Credo che però i due vicini nordafricani, ristabilirebbero i visti e i controlli alle frontiere. In seguito, questa emigrazione avrebbe un impatto su tutti i paesi mediterranei, Italia e Spagna incluse».Se si realizzasse un quadro simile, che ruolo potrebbero giocare Italia e Spagna ?«Gli interessi in Algeria di Spagna e Italia, sono numerosi. Le relazioni tra Algeri, Roma e Madrid sono amichevoli perché, nei confronti dell'Algeria, non hanno un passato difficile come quello francese. Potrebbero intervenire ma temo che, in questa fase, non abbiano i mezzi per per farlo. D'altra parte, quale potrebbe essere la loro controparte in Algeria? Potrebbero passare da una "diplomazia segreta"? Oppure dovrebbero avviare rapporti con i servizi segreti di Algeri? Credo di no, dato che questi ultimi sono nel mirino della popolazione perché hanno fatto del male a tanta gente. Gli algerini non vogliono più sentir parlare di questa organizzazione. Dopo sette settimane di manifestazioni, la popolazione algerina non è ancora riuscita ad esprimere un'elite in grado di negoziare. Tornando al paragone con il Venezuela, vediamo che lì c'è Guaidò che discute con gli Usa ed è sostenuto da una cinquantina di Paesi. In Algeria non c'è una personalità simile. Anche i partiti di opposizione subiscono una forma di rigetto da parte della popolazione». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/speciale-ghisalberti-2634019642.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="le-donne-algerine-un-tassello-essenziale-per-il-futuro" data-post-id="2634019642" data-published-at="1776586444" data-use-pagination="False"> Le donne algerine, un tassello essenziale per il futuro Nella manifestazioni in Algeria, numerose donne hanno partecipato ai cortei. Il loro ruolo è essenziale in questa fase storica. Se il Paese dovesse riuscire a dirigersi verso la nascita di un vero regime democratico, le donne algerine correrebbero forse meno rischi di “regressione" della loro condizione, rispetto a quelle dei paesi che hanno vissuto delle primavere arabe. Ne è convinta Razika Adnani - scrittrice, filosofa e islamologa algerina residente in Francia - che, parlando con La Verità, sottolinea il cambiamento rispetto a ciò' che è accaduto in Tunisia, Egitto o Siria, dal 2011 in poi. «Siamo nel 2019 e il punto di vista della popolazione, in particolare dei giovani, sugli integralisti islamici è mutato notevolmente, rispetto a prima delle primavere arabe. In molti si sono resi conto dell'estrema violenza di Daesh e non vogliono che questo accada anche in Algeria». Questo ha dei riflessi anche sulla condizione femminile perché si è visto come il califfato ha trattato le donne. La gente è più informata e si sa quello che è accaduto in altri paesi arabi. «Senza le donne, le manifestazioni di queste settimane non avrebbero avuto la stessa forza» spiega Razika Adnani «il ruolo della donna è molto importante in questo movimento e in Algeria». Questo spiega anche perché, secondo la scrittrice algerina, non si possa costruire «una nuova Algeria, moderna e democratica, senza che le donne abbiano un ruolo non secondario». Per Adnani, «non deve ripetersi ciò che le donne algerine hanno vissuto prima e dopo l'indipendenza. Prima hanno partecipato attivamente alla lotta. Poi sono state relegate ad occuparsi della famiglia e del focolare». La strada da percorrere resta però lunga come lo hanno dimostrato alcuni episodi accaduti durante le manifestazioni della scorsa settimana. «Alcune donne - testimonia Adnani, che è tornata da Algeri pochi giorni fa - sono state aggredite da degli uomini che hanno strappato gli striscioni che queste portavano. Contenevano dei messaggi per l'uguaglianza tra l'uomo e la donna». Secondo la filosofa algerina, «i tradizionalisti ci sono e ci saranno sempre. Ma ci sono anche tantissimi uomini e donne che si sono ribellati e che, sui social hanno detto no». Per Adnani è necessario però un coinvolgimento attivo di coloro che vogliono la democrazia. «Non si ottiene nulla senza la lotta pacifica. La lotta intellettuale, delle idee». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/speciale-ghisalberti-2634019642.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="verso-una-cabilia-autonoma" data-post-id="2634019642" data-published-at="1776586444" data-use-pagination="False"> Verso una Cabilia autonoma? Wikipedia Tra le incognite del dopo Bouteflika figura anche la reazione della Cabilia, una regione ad est di Algeri che copre un territorio compreso tra il mediterraneo e la catena montuosa della Djurdjura. Quest’area è abitata da una popolazione di etnia berbera che parla una propria lingua e che vanta una storia millenaria. Nella storia recente dell’Algeria, questa regione ha rappresentato un focolaio di contestazioni al potere centrale. «Già nel 1962, dopo l’indipendenza, i cabili hanno animato la contestazione contro il governo di Algeri - spiega Mohamed Sadoun magistrato francese di origini algerine e autore di vari libri - poi il potere centrale ha promosso una campagna di arabizzazione della regione». Storicamente, in effetti l’Algeria come i suoi vicini del Maghreb, non sono Paesi di etnia e lingua araba. Se la religione musulmana è arrivata nel sesto secolo dopo Cristo, il Paese ha continuato in realtà a mantenere la propria lingua e la propria cultura. Poi sono arrivati i colonizzatori francesi che, spiega Sadoun «hanno cercato di legittimarsi come “successori” di Roma, presentando la presenza araba come una “parentesi” iniziata nel settimo secolo dopo Cristo». In seguito, continua Sadoun, «già negli anni ‘40 prima, dell’indipendenza, alcuni movimenti politici hanno cercato di inserire l’Algeria nella sfera mondo arabo, avvicinandola alle politiche di Damasco o de Il Cairo. Con l’indipendenza quindi, i Cabili si sono trovati automaticamente circoscritti in una minoranza». Le tensioni più forti con il potere di Algeri, si sono registrate all’inizio degli anni 2000. «Una contestazione, sedata nel sangue ha provocato la morte di 130 persone», ricorda Sadoun. «E proprio da quella occasione che il governo ha vietato le manifestazioni ad Algeri fino a “tollerare” quelle delle ultime settimane». La situazione in Cabilia è seguita con molta attenzione anche dall’estero, in particolare dalla Francia. Anche in questo caso per ragioni storico-sociologiche. «La Cabilia è sempre stata molto povera - sottolinea Sadoun - per questo è diventata una terra di emigrazione. Molti dei suoi abitanti si sono diretti in Francia per lavorare nelle fabbriche transalpine. Questo ha creato delle comunità berbere sull’altra sponda del Mediterraneo». Se nella regione algerina si creassero delle tensioni, queste potrebbero avere degli effetti anche nelle periferie francesi. C’è poi un’ulteriore specificità della Cabilia che vale la pena di considerare. In questa regione si sono registrate numerose conversioni al cristianesimo. Nel periodo coloniale, l’opera di evangelizzazione era svolta dai Padri Bianchi. Poi, negli anni 2000, sono arrivate le Chiese Evangeliche. Per fronteggiare questa penetrazione in terra musulmana, le autorità algerine hanno introdotto il reato di conversione dei musulmani ad altre religioni. E cosi, i protestanti di Algeria vivono con molte difficoltà la propria fede. «I cristiani cabili, restano una minoranza - precisa Sadoun - ma da questa comunità sono emerse delle figure importanti come i fratelli giornalisti e scrittori Marguerite-Taos e Jean Amrouche». Se la situazione in Algeria evolvesse verso la costituzione di una forma di governo realmente democratica, la Cabilia potrebbe diventare una regione autonoma. Anche se la questione anima i dibattiti nel Paese. «Non mancano tendenze autonomiste e indipendentiste - conclude Sadoun - ma altri pensano che tutto il Paese sia berbero quindi non avrebbe senso separare la regione dall’Algeria. Del resto, per le strade di Algeri si vedono spesso sventolare bandiere Algerine accanto a quelle berbere. Un segno degli intrecci che esistono tra queste due anime del Paese».
Matteo Salvini con gli ospiti della manifestazione dei Patrioti di Milano (Ansa)
Tutti in piazza del Duomo (quasi piena) fra un gelato e un selfie, in una giornata rubata alla gita ai laghi, e già questo è un segno di appartenenza. Chi si attendeva una delegazione dell’Ice e gente travestita da Joseph Goebbels; chi prefigurava scenari da deportati con gli schiavettoni; chi per due settimane ha lanciato allarmi democratici sulla «remigrazione» galoppante, dev’essere rimasto parecchio deluso. La solita fake news a mezzo stampa ribadita anche in sede di commento; della serie «non facciamoci condizionare dalla realtà».
Matteo Salvini, che ha organizzato la giornata «Senza paura, padroni a casa nostra», è stato il primo a svestirla dei panni più estremi per puntare su temi drammatici e concreti come pace, lavoro, sicurezza, che sanno di sovranismo solo perché vorrebbero essere declinati in chiave italiana senza dover fare i conti con le trappole di Bruxelles. «Tutte le polemiche su Remigration summit, razzismo e islamofobia sono isterie della sinistra», ha sottolineato il segretario della Lega. E nel suo discorso sul palco milanese ha snocciolato priorità che non hanno niente a che vedere con la propaganda, ma impattano sulla vita dei cittadini.
«I nostri figli non hanno bisogno dell’esercito europeo, invocato da una persona abbastanza permalosa come Emmanuel Macron e dai suoi simili». «Contro la crisi energetica bisogna sospendere il patto di stabilità e permettere di usare i soldi degli italiani per aiutare gli italiani in difficoltà». «Gli Stati Uniti hanno sospeso fino al 16 maggio le sanzioni che bloccavano l’acquisto di petrolio russo, deve farlo anche l’Ue». Argomentazioni legittime in un Paese pluralista; si possono discutere, si possono contrastare, ma arrivare (come ha fatto la sinistra milanese in consiglio comunale) a chiedere il divieto di pronunciarle dovrebbe suscitare qualche dubbio sul Dna democratico del progressismo radical in salsa postmarxista.
Quanto ai rimpatri dei migranti clandestini che delinquono, è difficile sostenere che il concetto sia una bestemmia. Salvini propone «il permesso di soggiorno a punti, se fai errori torni a casa». A colpi di accoglienza diffusa Milano è al collasso e lo stesso sindaco Giuseppe Sala (non certo un fiancheggiatore dell’Ice) ha affermato: «La parola remigrazione non mi piace ma non sono tra quelli che dicono no ai rimpatri. Se qualcuno commette crimini tali da giustificare un rimpatrio, ben venga». Sarebbe pure una misura tollerante perché delinquenti e stupratori condannati dovrebbero avere come destinazione naturale il carcere, non il semplice ritorno a casa da eroi indesiderati.
«Padroni a casa nostra». Quando lo gridava Umberto Bossi, era il tuono di un popolo vessato da burocrazia e tasse che annunciava il temporale. Oggi è quasi una supplica, la richiesta di poter continuare a vivere con la propria identità, le proprie speranze. E «senza paura». Temi concreti, punti esclamativi, il ritorno a quei «valori occidentali» richiamati dal ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, per il quale «il nostro non è aggressivo nazionalismo ma sano patriottismo». Applausi e tutti a casa, proprio mentre si snodavano per Milano altri due cortei, organizzati dalla sinistra con la gastrite permanente e il fegato ingrossato per contestare la manifestazione della Lega.
Il primo allestito da Avs e Anpi, con testimonial Ilaria Salis (senza martello) e con l’intenzione di fare la prova generale per il tradizionale 25 aprile divisivo e antagonista. Il secondo messo in piedi in tutta fretta dai centri sociali storicamente protetti e sostenuti da Pierfrancesco Majorino, che avendo come unica pulsione quella di menare le mani, hanno trovato il modo di sfondare il cordone delle forze dell’ordine, di cercare lo scontro e di strumentalizzarne l’ovvia reazione con gli idranti. Fra minacce ai poliziotti («celerini lapidati») e complimenti agli avversari politici («Salvini appeso»).
Uno scenario surreale. Mentre i presunti «cattivi» hanno portato all’attenzione di tutti argomenti di interesse comune, i «buoni» per decreto sono andati in piazza con due obiettivi: impedire agli altri di parlare (reazione da assemblea studentesca in un liceo occupato) e, per proprietà transitiva, esprimere consenso alle politiche economiche dell’Europa contestate in piazza del Duomo, ma anche dai loro leader Giuseppe Conte ed Elly Schlein. Il solito corto circuito a sinistra, dove abbondano gli strateghi e scarseggiano gli elettricisti.
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Elly Schlein a Barcellona con Pedro Sánchez (Ansa)
Mentre Giuseppe Conte, a ogni presentazione del suo libro, ripete come un disco rotto che vuole le primarie di coalizione per la scelta del candidato premier dei progressisti del campo largo, sicuro di avere già la vittoria in tasca, Schlein cerca l’abbraccio affettuoso dei leader progressisti appartenenti a una decina di Paesi: si parte dal premier spagnolo, Pedro Sánchez, organizzatore della «festa», per andare poi verso il presidente del Brasile, Luiz Inácio Lula da Silva, la presidente messicana, Claudia Sheinbaum, il presidente della Colombia, Gustavo Petro, e poi Mohammed Chahim del partito laburista olandese e vicepresidente del gruppo dei Socialisti democratici al Parlamento europeo, la vicepresidente esecutiva della Commissione Ue e braccio destro di Sánchez, Teresa Ribera. C’è pure Hillary Clinton.
Schlein non si presenta davanti a loro solo come semplice segretario del Pd italiano, ci va da candidata premier in pectore, come leader del più grande partito della famiglia socialista e democratica europea e, quindi, come la naturale anti Meloni. «Ho detto a tutti che ci candidiamo alla vittoria», convinta che questo sia il suo momentum per provare a tirare la volata. Conte, per esempio, non è stato invitato nonostante la sua scelta di campo «progressista». La Elly «testardamente unitaria» fa spazio a una Schlein più istituzionale. Cerca di darsi un tono, insomma.
Forte anche del fatto che, in tutta Europa, vale il principio che l’incarico a guidare un governo, in caso di vittoria, spetta al leader del partito che prende più voti. E non è un caso che la segretaria pd ignori il piagnisteo di Giuseppi, buttandosi sulle relazioni con i partner internazionali. Schlein sta lavorando su una nuova immagine: figuriamoci che si è fatta anche vedere per la prima volta alla Festa della polizia e poi al Vinitaly, eventi non proprio della sinistra barricadera.
È già convinta della sua candidatura a Palazzo Chigi, con o senza primarie. Tanto più che gli ultimi sondaggi la vedono, per la prima volta, in testa in una possibile competizione con Conte e con il sindaco di Genova, Silvia Salis.
Ma come al solito Schlein inciampa nelle sue contraddizioni. Grida a gran voce «siamo con Sánchez!» ci si fa fotografare insieme, sostenendo, però, nello stesso momento che «non ci sono le condizioni per riprendere le importazioni di gas dalla Russia, poiché in questo momento Vladimir Putin ne trarrebbe profitto per alimentare la sua criminale invasione dell’Ucraina».
Schlein ignora che il buon Pedro è uno dei maggiori finanziatori di Putin, in quanto il suo governo sta aumentando in modo significativo gli acquisti di gas russo. La leader dem attacca Meloni, colpevole di fare «la guerra alle rinnovabili» invece di seguire l’esempio della Spagna. «È bene che nel Pd qualcuno informi la segretaria che la Spagna è oggi il primo Paese d’Europa per importazioni di energia fossile dalla Russia, con un incremento del 124% rispetto al mese precedente», suggerisce l’europarlamentare di Fratelli d’Italia, Nicola Procaccini.
Elly si sbilancia anche nel commentare la disponibilità espressa venerdì da Meloni alla riunione dei volenterosi, a inviare navi italiane per aiutare lo sminamento dello Stretto di Hormuz e favorire così la ripresa delle forniture di gas e petrolio, «previo via libera del Parlamento». Al «summit rosso» di Barcellona, la segretaria pd arriva con un giorno di ritardo, ripetendo più o meno le stesse cose del premier. Schlein dice di non essere d’accordo sull’invio di militari, a meno che non ci sia «un accordo di pace e un chiaro mandato multilaterale». Senza spiegare quale.
Schlein ha avuto numerosi incontri bilaterali: con il presidente del Pse, Stefan Löfven, con la capogruppo di S&D all’Europarlamento, Iratxe García Pérez, con il leader dell’opposizione turca a Erdogan, con il capo dell’opposizione giapponese, con il segretario del partito rossoverde olandese e col l’ex primo ministro palestinese e la delegazione di Fatah. Ieri sera, cena di gala con Sánchez e Lula. C’è anche la cilena Isabel Allende che la prende a braccetto e le fa i complimenti. L’impressione è che venga apprezzata più fuori che in Italia.
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