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2020-01-20
Testimoni svaniti e assoluzioni in Algeria: l'inchiesta Eni in Nigeria in marcia verso flop
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Ansa
C'è una data sul calendario del 2020 che i vertici di Eni, il nostro colosso petrolifero, hanno cerchiato con il rosso. E' quella del 29 gennaio, quando nel tribunale di Milano ci sarà un'udienza chiave per i destini del processo sulla presunta corruzione intorno al giacimento nigeriano Opl-245. L'amministratore delegato Claudio Descalzi è imputato per corruzione internazionale insieme con i vertici di Shell, in una sempre più intricata vicenda che è stata ribattezzata dai media internazionali come il processo del secolo. Si parla di una presunta tangente da 1,092 miliardi di dollari pagata dalle due aziende agli uomini dell'allora presidente della Nigeria, Goodluck Jonathan, per aggiudicarsi la licenza esplorativa di uno dei giacimenti di petrolio più importanti nello Stato africano. Anche in Olanda, sede di Shell, c'è un'indagine in corso, ma i giudici olandesi sono appesi al processo milanese che nelle ultime settimane ha avuto diverse battute di arresto e imprevisti che stanno mettendo in seria difficoltà l'accusa.
L'istruttoria doveva chiudersi prima della fine dell'anno, ma tra ritardi e testimoni nigeriani scomparsi, è slittata fino alla fine di gennaio. A San Donato ci si aspetta la sentenza prima di marzo, prima delle decisioni del governo (in particolare il ministero dell'Economia) sul rinnovo dei vertici. Eni è tra le società partecipate che dovrà rinnovare il consiglio di amministrazione. Descalzi ha ottenuto buoni risultati economici in questi anni (il titolo in borsa è stabile e in crescita) e continua a raccogliere commesse in Africa e medio oriente, sempre più fondamentali data l'instabilità della Libia, uno dei nostri hub petroliferi più importanti. Il 29 gennaio a Milano dovrebbe presentarsi quello che è considerato il vero Victor Nwafor, ovvero il capo della sicurezza personale dell'ex presidente Jonathan, forse l'unico che potrebbe aver visto materialmente le valigette piene di soldi a casa dell'ex manager Eni Roberto Casula.
La questione però è controversa. Perché un Victor fu già ascoltato all'inizio del gennaio 2019, ma poi non si è rivelato quello vero. In realtà, quello che dovrebbe essere il giusto testimone, si chiama Isaac Chinonyerem Eke, un superpoliziotto vicino all'intelligence, ex guardia di Jonathan: avrebbe usato lo pseudonimo Victor Nwafor per parlare con Vincenzo Armanna, ex responsabile africa subsahariana per il Cane a sei zampe. A portare del dibattimento il nome di Victor/Eke è stato proprio Armanna, imputato nel processo, anche lui testimone chiave dell'accusa che però in questi anni ha cambiato più volte avvocato, modificando spesso la sua posizione e perdendo così credibilità agli occhi della corte, delle difese e persino dell'accusa.
Eke avrebbe dovuto già presentarsi alle ultime udienze alla fine di dicembre, ma poi non lo ha fatto. «Devo dolermi con me stesso, ho avuto troppa fiducia nelle intenzioni del teste di testimoniare, dovevamo subito chiedere una rogatoria internazionale», aveva spiegato il titolare dell'accusa Fabio De Pasquale nell'ultima udienza. Aveva aggiunto di aver deciso di evitare di procedere per rogatoria formale nell'intento di stringere i tempi. In ogni caso il presidente della corte Marco Tremolada ha concesso al titolare di spostare la testimonianza al 29, ma il teste dovrà presentarsi di persona. Non potrà farla in video conferenza, anche per evitare nuovi disguidi come in passato. Ma nel frattempo, mentre continuano le indagini sul Congo e sul presunto depistato dell'avvocato Piero Amara, è arrivata una sentenza di secondo grado che potrebbe pesare sul caso Opl. E' quella sul caso Saipem-Algeria, dove sempre De Pasquale aveva fatto ricorso con l'assoluzione di primo grado dell'ex numero uno di Eni Paolo Scaroni, quest'ultimo indagato anche sul caso Nigeria.
Ebbene la seconda Corte d'Appello di Milano ha assolto l'ex amministratore delegato di Eni Paolo Scaroni, attuale presidente del Milan, e la compagnia petrolifera italiana nel processo sulla presunta maxitangente da 197 milioni di dollari. Non solo. Sono stati assolti anche tutti gli altri imputati nel procedimento di secondo grado, inclusi i manager di Saipem e la stessa partecipata. La sentenza ha ribaltato il verdetto stabilendo che «il fatto non sussiste». Di sicuro non un assist per De Pasquale sul caso Opl 245.
Gli ex agenti dei servizi britannici che trattarono Opl-245 lasciano Shell
A distanza di dieci anni dalla vittoria delle licenze per utilizzare il blocco Opl-245 in Nigeria, il giacimento è tutt'ora deserto e non operativo. Diversi dirigenti di Eni che si occuparono dell'accordo sono finiti sotto processo, mentre quelli di Shell son riusciti a rifarsi una vita professionale in altre aziende. Per di più, stando a quanto riportato da African Intelligence, gli uomini dell'azienda britannica olandese che si erano occupati dell'affare ormai sono usciti anche dall'azienda. D'altra parte i procedimenti giudiziari aperti a Milano nel 2017 sono stati un freno sopra gli interessi economici dei due colossi petroliferi, sia quello olandese sia quello italiano, ovvero Eni. Molti dei dirigenti Shell hanno lasciato tutti il gruppo britannico-olandese. Nel 2010 Dan Etete, proprietario di Malabu Oil & Gas e ministro del petrolio sotto il presidente Sani Abacha (1993-1998), aveva venduto indirettamente i suoi diritti su OPL 245 a Shell ed Eni per 1,3 miliardi dollarii. Il presidente Goodluck Jonathan, amico intimo di Etete, accettò di lasciare che il governo nigeriano fosse intermediario dell'accordo. John Copleston, consigliere politico della Shell ed ex agente della Mi6, che ha incontrato Etete in diverse occasioni per discutere dell'accordo Opl 245 nel 2010, ha lasciato l'azienda. Un altro ex agente dell'Mi6, Guy Colegate, che aveva consigliato Shell durante i colloqui con il governo nigeriano, è partito per lavorare per Heritage Oil nel 2013 (AEI 709).
Peter Robinson, il vice presidente Africa per Shell ai tempi dell'acquisizione, non lavora più da tempo. Una serie di alti dirigenti impiegati presso Shell al momento dell'accordo nigeriano sono già usciti tra il 2011 e il 2012. Tra questi c'è il capo dell'upstream del l tempo Malcolm Brinded, l'ex consigliere generale Keith Ruddock e il consulente legale per l'Africa Guus Klusener. Ruddock ora lavora per il colosso Weir Group. Klusener è diventato consulente legale di Addax Petroleum, acquistato da Sinopec nel 2009.
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Il 29 gennaio ci sarà l'ultima udienza del processo sul giacimento nigeriano Opl-245 dove sarebbe circolata una tangente da un miliardo di dollari. L' amministratore delegato Claudio Descalzi è indagato per corruzione internazionale. C'è attesa per sapere se il testimone chiave Isaac Chinonyerem Eke questa volta si presenterà. Ma intanto in un altro filone di indagini, quello algerino con una presunta mazzetta da 197 milioni di dollari, la corte di appello ha assolto tutti spiegando che «il fatto non sussiste».A Lagos e dintorni è tutto fermo. Mentre i dirigenti italiani che trattarono l'operazione sono finiti sotto processo, quelli di Shell sono usciti dall'azienda e si sono rifatti una vita professionale. Lo speciale contiene due articoliC'è una data sul calendario del 2020 che i vertici di Eni, il nostro colosso petrolifero, hanno cerchiato con il rosso. E' quella del 29 gennaio, quando nel tribunale di Milano ci sarà un'udienza chiave per i destini del processo sulla presunta corruzione intorno al giacimento nigeriano Opl-245. L'amministratore delegato Claudio Descalzi è imputato per corruzione internazionale insieme con i vertici di Shell, in una sempre più intricata vicenda che è stata ribattezzata dai media internazionali come il processo del secolo. Si parla di una presunta tangente da 1,092 miliardi di dollari pagata dalle due aziende agli uomini dell'allora presidente della Nigeria, Goodluck Jonathan, per aggiudicarsi la licenza esplorativa di uno dei giacimenti di petrolio più importanti nello Stato africano. Anche in Olanda, sede di Shell, c'è un'indagine in corso, ma i giudici olandesi sono appesi al processo milanese che nelle ultime settimane ha avuto diverse battute di arresto e imprevisti che stanno mettendo in seria difficoltà l'accusa. L'istruttoria doveva chiudersi prima della fine dell'anno, ma tra ritardi e testimoni nigeriani scomparsi, è slittata fino alla fine di gennaio. A San Donato ci si aspetta la sentenza prima di marzo, prima delle decisioni del governo (in particolare il ministero dell'Economia) sul rinnovo dei vertici. Eni è tra le società partecipate che dovrà rinnovare il consiglio di amministrazione. Descalzi ha ottenuto buoni risultati economici in questi anni (il titolo in borsa è stabile e in crescita) e continua a raccogliere commesse in Africa e medio oriente, sempre più fondamentali data l'instabilità della Libia, uno dei nostri hub petroliferi più importanti. Il 29 gennaio a Milano dovrebbe presentarsi quello che è considerato il vero Victor Nwafor, ovvero il capo della sicurezza personale dell'ex presidente Jonathan, forse l'unico che potrebbe aver visto materialmente le valigette piene di soldi a casa dell'ex manager Eni Roberto Casula. La questione però è controversa. Perché un Victor fu già ascoltato all'inizio del gennaio 2019, ma poi non si è rivelato quello vero. In realtà, quello che dovrebbe essere il giusto testimone, si chiama Isaac Chinonyerem Eke, un superpoliziotto vicino all'intelligence, ex guardia di Jonathan: avrebbe usato lo pseudonimo Victor Nwafor per parlare con Vincenzo Armanna, ex responsabile africa subsahariana per il Cane a sei zampe. A portare del dibattimento il nome di Victor/Eke è stato proprio Armanna, imputato nel processo, anche lui testimone chiave dell'accusa che però in questi anni ha cambiato più volte avvocato, modificando spesso la sua posizione e perdendo così credibilità agli occhi della corte, delle difese e persino dell'accusa. Eke avrebbe dovuto già presentarsi alle ultime udienze alla fine di dicembre, ma poi non lo ha fatto. «Devo dolermi con me stesso, ho avuto troppa fiducia nelle intenzioni del teste di testimoniare, dovevamo subito chiedere una rogatoria internazionale», aveva spiegato il titolare dell'accusa Fabio De Pasquale nell'ultima udienza. Aveva aggiunto di aver deciso di evitare di procedere per rogatoria formale nell'intento di stringere i tempi. In ogni caso il presidente della corte Marco Tremolada ha concesso al titolare di spostare la testimonianza al 29, ma il teste dovrà presentarsi di persona. Non potrà farla in video conferenza, anche per evitare nuovi disguidi come in passato. Ma nel frattempo, mentre continuano le indagini sul Congo e sul presunto depistato dell'avvocato Piero Amara, è arrivata una sentenza di secondo grado che potrebbe pesare sul caso Opl. E' quella sul caso Saipem-Algeria, dove sempre De Pasquale aveva fatto ricorso con l'assoluzione di primo grado dell'ex numero uno di Eni Paolo Scaroni, quest'ultimo indagato anche sul caso Nigeria. Ebbene la seconda Corte d'Appello di Milano ha assolto l'ex amministratore delegato di Eni Paolo Scaroni, attuale presidente del Milan, e la compagnia petrolifera italiana nel processo sulla presunta maxitangente da 197 milioni di dollari. Non solo. Sono stati assolti anche tutti gli altri imputati nel procedimento di secondo grado, inclusi i manager di Saipem e la stessa partecipata. La sentenza ha ribaltato il verdetto stabilendo che «il fatto non sussiste». 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Per di più, stando a quanto riportato da African Intelligence, gli uomini dell'azienda britannica olandese che si erano occupati dell'affare ormai sono usciti anche dall'azienda. D'altra parte i procedimenti giudiziari aperti a Milano nel 2017 sono stati un freno sopra gli interessi economici dei due colossi petroliferi, sia quello olandese sia quello italiano, ovvero Eni. Molti dei dirigenti Shell hanno lasciato tutti il gruppo britannico-olandese. Nel 2010 Dan Etete, proprietario di Malabu Oil & Gas e ministro del petrolio sotto il presidente Sani Abacha (1993-1998), aveva venduto indirettamente i suoi diritti su OPL 245 a Shell ed Eni per 1,3 miliardi dollarii. Il presidente Goodluck Jonathan, amico intimo di Etete, accettò di lasciare che il governo nigeriano fosse intermediario dell'accordo. John Copleston, consigliere politico della Shell ed ex agente della Mi6, che ha incontrato Etete in diverse occasioni per discutere dell'accordo Opl 245 nel 2010, ha lasciato l'azienda. Un altro ex agente dell'Mi6, Guy Colegate, che aveva consigliato Shell durante i colloqui con il governo nigeriano, è partito per lavorare per Heritage Oil nel 2013 (AEI 709).Peter Robinson, il vice presidente Africa per Shell ai tempi dell'acquisizione, non lavora più da tempo. Una serie di alti dirigenti impiegati presso Shell al momento dell'accordo nigeriano sono già usciti tra il 2011 e il 2012. Tra questi c'è il capo dell'upstream del l tempo Malcolm Brinded, l'ex consigliere generale Keith Ruddock e il consulente legale per l'Africa Guus Klusener. Ruddock ora lavora per il colosso Weir Group. Klusener è diventato consulente legale di Addax Petroleum, acquistato da Sinopec nel 2009.
Achille Lauro e Laura Pausini sul palco dell'Ariston (Ansa)
Seconda serata del Festival di Sanremo 2026 tra musica, ospiti e momenti di spettacolo più o meno riusciti. Sul palco dell’Ariston si alternano cantanti, co-conduttori e incursioni comiche: queste le pagelle ai protagonisti della serata.
Laura Pausini 8 Più che spalla, padrona di casa. Conti le concede l’apertura e ripaga la fiducia. A proprio agio anche da conduttrice, s’improvvisa corista dell’Anffas. Lo stile pop porta spontaneità al protocollo. Disinvolta.
Patty Pravo 5 Santi e peccatori/ Naviganti e sognatori. L’unicità di ogni essere umano, come la sua all’Ariston, ultima resistente dell’era beat. Proprio indispensabile?
Achille Lauro 7,5 Accolto dal tifo organizzato. La sua Perdutamente, intonata al funerale di Achille Barosi, morto nel rogo del Constellation, canta la precarietà umana. E se bastasse una notte, sì, per farci sparire/ Cancellarci in un lampo come un meteorite. Momento clou con coro lirico. E un pizzico d’enfasi di troppo.
Lillo 6,5 Si finge apprendista presentatore. Infila i luoghi comuni del mestiere, la «splendida cornice», il «voltiamo pagina», il «proprio su questo palcoscenico»… Si dilunga, imposta la voce attoriale, esagera con l’enfasi. Autoironico.
Vincenzo De Lucia 4 La performance meno riuscita del Festival. L’imitazione di Laura Pausini non è credibile e soprattutto non diverte. Conti fa il finto tonto. Gli autori dove sono? Numero da oratorio.
Elettra Lamborghini 6 Media voto tra Voilà, esile canzonzina da spiaggia sostenuta dal balletto glamour, e la protesta fuori programma contro le «festine bilaterali» che l’hanno costretta alla notte insonne. Il fuori palco irrompe sul palco. Strappacopione.
Francesca Lollobrigida, Lisa Vittozzi 6 Vincitrici di tre ori olimpici, emozionate più che sul ghiaccio e sulla neve di Milano Cortina. Dove stanno per cimentarsi anche gli atleti paralimpici. Non manca l’onnipresente ex presidente del Coni, Giovanni Malagò. Passaggio del testimone, forzato, da un evento all’altro.
Levante 7 Sei tu, la più difficile delle canzoni in gara. Recitata, sussurrata, commossa. Se l’amore sei tu/ Ma ho già perso il controllo/ Non mi segue più il corpo. Un brano romantico vecchia maniera, scritto da sola. Cantautrice ispirata.
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A quattro anni dall'invasione russa in Ucraina un evento di Fratelli d'Italia in Senato per raccontare la verità di quello che succede sul campo.
Un evento organizzato dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari e dall'onorevole Francesco Filini, responsabile dell'Ufficio studi e che lo ha anche moderato.
Fazzolari ha garantito che il sostegno, anche militare a Kiev, ci sarà per tutto il 2026, così come confermato dal voto in Senato del giorno successivo. «Il governo è sempre stato molto compatto sul sostegno a Kiev, abbiamo messo più volte la fiducia su più provvedimenti anche per ragioni di tempo e di semplicità, ma non c’è mai stato un problema nella maggioranza sul sostegno all’Ucraina». Poi ha aggiunto: «In tutto questo gioco di trattative il pericolo più grande che abbiamo è quello di giungere alla fine a una pace tra Mosca e Kiev senza aver inglobato pienamente l’Ucraina nel contesto europeo, nel nostro sistema di difesa o nel nostro sistema dell’Unione Europea». Per Filini i quattro anni passati sono stati conditi anche tantissima disinformazione: «Da quattro anni circolano fake news che raccontano come l’Ucraina avrebbe perso la guerra sin dalle prime settimane. In realtà, la situazione sul campo è tutt’altra: ci parla di una Russia impantanata, che non riesce più a uscire da un inferno che si è andata a cercare, perché non si aspettava la risposta ucraina all’aggressione di quattro anni fa». Invece, aggiunge: «Oggi siamo qui per raccontare, anche attraverso un documento elaborato dall’Ufficio studi di FdI, come stanno realmente le cose e per smascherare l’enorme quantità di fake news che purtroppo vengono rilanciate qui in Italia da persone che probabilmente si bevono la propaganda russa e la rilanciano. Noi siamo qui a testimoniare la verità».
All'evento hanno partecipato anche il presidente dei senatori di FdI Lucio Malan, il capogruppo alla Camera Galeazzo Bignami, il direttore di Libero Mario Sechi, il direttore de Il Foglio Claudio Cerasa, l’analista e youtuber Anton Sokol, il presidente del Copasir Lorenzo Guerini, il senatore di Azione Marco Lombardo, l’inviata Rai Stefania Battistini e il giornalista Federico Rampini, esperto di politica americana e inviato del Corriere della sera, il giornalista ucraino Vladislav Maistrouk.
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Ansa
Gli arrestati per l’omicidio di Quentin Deranque sono quasi tutti figli della borghesia benestante della Francia-ztl e più in generale quando la Sinistra antagonista va in piazza per una manifestazione propal i musulmani arruolati appartengono sempre a fasce di disagio urbano precedentemente e pazientemente politicizzate dalla Sinistra antagonista alla testa delle proteste di piazza. Non avviene mai, come invece sarebbe logico aspettarsi, che i Centri sociali si accodino a proteste di eventuali movimenti politici composti da coloro che in prima persona vivono il problema oggetto della manifestazione, al contrario, quando si tratta di manifestare a favore del Venezuela o di Cuba, il copione classico vede lo scontro verbale tra i manifestanti europei figli di famiglie benestanti con i veri venezuelani e i veri cubani ai quali viene rimproverato il fatto di non essere abbastanza informati su ciò che succede «davvero» a casa loro.
Questo schema non è casuale e discende consequenzialmente dal nuovo rapporto di utilizzo che la Sinistra occidentale ha sviluppato nei confronti della violenza: venuta a mancare da decenni la prospettiva rivoluzionaria reale, la Sinistra ha trasformato la violenza di piazza in un rituale autoreferenziale privo di telos politico ed è giunta a tale stadio dialettico realizzando le linee-guida tratteggiate dai postmarxisti teorici della protesta come fonte di senso esistenziale à la Toni Negri. In questa visione la violenza diventa lo strumento paradossale con cui la borghesia ricca e presentabile manifesta la propria esistenza morale contro la società che essa stessa ha edificato. Dalla radice iniziale del concetto di violenza intesa come «levatrice della storia» - il contributo forse più originale elaborato da Marx insieme alla superiorità della prassi sulla teoria - si è giunti alla sua funzione puramente simulacrale e sostanzialmente finalizzata al dispendio energetico delle forze di coloro che non trovano posto nella nuova società postindustriale.
Dalla Comune di Parigi alla Rivoluzione d’ottobre, dal Biennio rosso al Sessantotto, dalle Brigate Rosse alla Rote Armee Fraktion, la violenza ha sempre avuto una precisa finalità politica ed un preciso obiettivo rivoluzionario, più o meno realistico o utopico. Con l’ingresso nella Globalizzazione la rivoluzione è in effetti avvenuta ma non come i rivoluzionari si aspettavano: in effetti si è entrati in un «mondo nuovo» ma non basato sugli esiti ultimi del marxismo bensì sul mercato unico globale in grado, secondo il marketing che l’ha accompagnato, di stabilire «pace perpetua e fine delle ineguaglianze». La presa d’atto da parte della Sinistra più violenta, quella legata alle proprie radici marxiste, di tale deriva realizzata proprio dalla Sinistra mercatista - quella per intenderci del New Labour il cui principale teorizzatore, Peter Mandelson, è stato arrestato due giorni fa per i suoi rapporti con Jeffrey Epstein - ha portato ad una sorta di «denudamento della violenza» ormai trovatasi orfana dei propri obiettivi rivoluzionari.
Ecco dunque la necessaria ridefinizione della stessa nei termini di «svolta identitaria post-coloniale», come ipotizzato da Herbert Marcuse, per arrivare ad un nuovo utilizzo della violenza stessa la quale non abbatte più lo Stato ma «decolonizza lo spazio pubblico», «denuncia il privilegio» e, soprattutto, «pratica l’antifascismo militante». Inutile sottolineare come tutto ciò significhi un ritiro dagli obiettivi politici reali ed un approdo all’ambito esistenziale, soggettivo e psicologico. Il «disagio» è così passato dall’essere parte decisiva della coscienza di classe ad essere elemento scatenante il rifiuto della propria condizione soggettiva, del proprio corpo, dei propri codici comunicativi, della propria cultura, della propria etnia, del proprio sesso.
Privata di obiettivi politici la violenza resta tuttavia in gioco in quanto ineliminabile ed in quanto costitutiva della vita sociale degli esseri umani ma anche la sua strumentalizzazione è rimasta intatta dietro le quinte dei meccanismi vittimari per i quali i «nuovi oppressi» - immigrati, minoranze, trans - vengono sacralizzati per permettere alla borghesia di espiare il proprio privilegio senza rinunciarvi. La tragica conferma della dissoluzione nichilistica della violenza si ha, infine, nei numerosi casi di omicidio-suicidio degli individui spinti a ciò dal woke negli Usa e senza che ciò possa incidere politicamente su alcun aspetto della società.
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Valdo Calocane (Getty Images)
Uno schizofrenico paranoico diagnosticato, che però non riceveva alcuna cura perché nero. E il razzismo questa volta non c’entra. C’entra, in compenso, la paura di essere additati come xenofobi. Quella paura che ha fatto sì che gli specialisti dell’ospedale psichiatrico che avrebbero dovuto prenderlo in cura preferissero lasciarlo libero per evitare una «sovrarappresentazione di giovani maschi neri in detenzione».
Come emerge da una recente inchiesta, infatti, Valdo sarebbe dovuto stare in un istituto psichiatrico. Del resto, la sua carriera di violenza è lunga. Nel 2020 il primo raptus. Provano a curarlo ma non c’è nulla da fare. Va e viene dagli ospedali per quattro volte, fino a quando i medici rinunciano. Non perché Valdo non ne abbia più bisogno ma perché, come si legge nel report dedicato al killer, «il team coinvolto nel quarto ricovero di Calocane si è sentito sotto pressione per evitare pratiche restrittive a causa della sua etnia, data la pubblicità che circondava l’uso eccessivo del Mental Health Act e le misure restrittive nei confronti dei pazienti neri africani e neri caraibici».
Del resto, come rileva il Telegraph, «secondo gli ultimi dati del Servizio sanitario nazionale (Nhs), le persone di colore hanno quattro volte più probabilità di essere internate rispetto ai bianchi. Nel 2024-2025, 262,4 neri ogni 100.000 persone sono stati internati, la percentuale più alta tra tutti i gruppi etnici, contro i 65,8 ogni 100.000 bianchi».
Calocane resta così libero. Non fa nemmeno più le cure perché dice di aver paura degli aghi. Continua con le aggressioni e afferma di esser controllato. Di sentire delle voci che gli sussurrano di colpire.
Un giorno, nel 2021, si presenta anche davanti all’ufficio che ospita i servizi segreti interni britannici, il famoso Mi5, e chiede di essere arrestato. La spirale di paranoia è sempre più feroce. Valdo continua a nutrirsi di violenza. Guarda i video delle stragi e cerca informazioni su come compierle. Si è convinto che la sua testa sia eterodiretta da qualcun altro attraverso l’intelligenza artificiale. Era un pericolo pubblico e, non a caso, era stato internato quattro volte, ma poi sempre «liberato». E questo nonostante il medico che lo aveva in cura fosse convinto che Calocane, prima o poi, avrebbe ammazzato qualcuno. Così è stato.
Chris Philp, il ministro ombra degli Interni, commentando questa notizia ha detto: «Le decisioni non dovrebbero mai essere prese su questa base (ovvero la paura di esser tacciati come razzisti, Ndr). È preoccupante che il partito laburista stia modificando la legge per rendere ancora più difficile l’internamento di persone per lo stesso motivo. L’ingegneria inversa dei risultati basati sull’etnia sta mettendo a rischio vite umane. Questa follia deve finire».
Eppure il Regno Unito sembra colpito da questa follia che è diventata una vera e propria «malattia». Da questo razzismo al contrario che si ostina a non vedere la realtà.
Solamente qualche settimana fa, la metropolitana di Londra aveva realizzato una campagna per mostrare i comportamenti inadeguati ai quali stare attenti durante i viaggi. In essa, si vedeva un bianco che importunava una ragazza. E poi, in un altro spezzone, un nero che faceva la stessa cosa. Ovviamente il filmato è stato rimosso perché, secondo alcuni, non faceva altro che rafforzare «stereotipi razziali dannosi» nei confronti della comunità afro. Non era così. O meglio. In quei pochi frame si faceva notare una cosa molto semplice: chiunque può delinquere, indipendentemente dal colore della pelle. Ma l’aver mostrato anche un ragazzo nero non è accettabile. È la white guilt», la colpa di essere bianchi, per citare un bel libro di Emanuele Fusi. Una colpa che ormai è penetrata nelle viscere dell’Occidente. E che sta continuando a mietere vittime innocenti.
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