Testimoni svaniti e assoluzioni in Algeria: l’inchiesta Eni in Nigeria in marcia verso flop
  • Il 29 gennaio ci sarà l’ultima udienza del processo sul giacimento nigeriano Opl-245 dove sarebbe circolata una tangente da un miliardo di dollari. L’ amministratore delegato Claudio Descalzi è indagato per corruzione internazionale. C’è attesa per sapere se il testimone chiave Isaac Chinonyerem Eke questa volta si presenterà. Ma intanto in un altro filone di indagini, quello algerino con una presunta mazzetta da 197 milioni di dollari, la corte di appello ha assolto tutti spiegando che «il fatto non sussiste».
  • A Lagos e dintorni è tutto fermo. Mentre i dirigenti italiani che trattarono l’operazione sono finiti sotto processo, quelli di Shell sono usciti dall’azienda e si sono rifatti una vita professionale.

Lo speciale contiene due articoli


C’è una data sul calendario del 2020 che i vertici di Eni, il nostro colosso petrolifero, hanno cerchiato con il rosso. E’ quella del 29 gennaio, quando nel tribunale di Milano ci sarà un’udienza chiave per i destini del processo sulla presunta corruzione intorno al giacimento nigeriano Opl-245. L’amministratore delegato Claudio Descalzi è imputato per corruzione internazionale insieme con i vertici di Shell, in una sempre più intricata vicenda che è stata ribattezzata dai media internazionali come il processo del secolo. Si parla di una presunta tangente da 1,092 miliardi di dollari pagata dalle due aziende agli uomini dell’allora presidente della Nigeria, Goodluck Jonathan, per aggiudicarsi la licenza esplorativa di uno dei giacimenti di petrolio più importanti nello Stato africano. Anche in Olanda, sede di Shell, c’è un’indagine in corso, ma i giudici olandesi sono appesi al processo milanese che nelle ultime settimane ha avuto diverse battute di arresto e imprevisti che stanno mettendo in seria difficoltà l’accusa.

L’istruttoria doveva chiudersi prima della fine dell’anno, ma tra ritardi e testimoni nigeriani scomparsi, è slittata fino alla fine di gennaio. A San Donato ci si aspetta la sentenza prima di marzo, prima delle decisioni del governo (in particolare il ministero dell’Economia) sul rinnovo dei vertici. Eni è tra le società partecipate che dovrà rinnovare il consiglio di amministrazione. Descalzi ha ottenuto buoni risultati economici in questi anni (il titolo in borsa è stabile e in crescita) e continua a raccogliere commesse in Africa e medio oriente, sempre più fondamentali data l’instabilità della Libia, uno dei nostri hub petroliferi più importanti. Il 29 gennaio a Milano dovrebbe presentarsi quello che è considerato il vero Victor Nwafor, ovvero il capo della sicurezza personale dell’ex presidente Jonathan, forse l’unico che potrebbe aver visto materialmente le valigette piene di soldi a casa dell’ex manager Eni Roberto Casula.

La questione però è controversa. Perché un Victor fu già ascoltato all’inizio del gennaio 2019, ma poi non si è rivelato quello vero. In realtà, quello che dovrebbe essere il giusto testimone, si chiama Isaac Chinonyerem Eke, un superpoliziotto vicino all’intelligence, ex guardia di Jonathan: avrebbe usato lo pseudonimo Victor Nwafor per parlare con Vincenzo Armanna, ex responsabile africa subsahariana per il Cane a sei zampe. A portare del dibattimento il nome di Victor/Eke è stato proprio Armanna, imputato nel processo, anche lui testimone chiave dell’accusa che però in questi anni ha cambiato più volte avvocato, modificando spesso la sua posizione e perdendo così credibilità agli occhi della corte, delle difese e persino dell’accusa.

Eke avrebbe dovuto già presentarsi alle ultime udienze alla fine di dicembre, ma poi non lo ha fatto. «Devo dolermi con me stesso, ho avuto troppa fiducia nelle intenzioni del teste di testimoniare, dovevamo subito chiedere una rogatoria internazionale», aveva spiegato il titolare dell’accusa Fabio De Pasquale nell’ultima udienza. Aveva aggiunto di aver deciso di evitare di procedere per rogatoria formale nell’intento di stringere i tempi. In ogni caso il presidente della corte Marco Tremolada ha concesso al titolare di spostare la testimonianza al 29, ma il teste dovrà presentarsi di persona. Non potrà farla in video conferenza, anche per evitare nuovi disguidi come in passato. Ma nel frattempo, mentre continuano le indagini sul Congo e sul presunto depistato dell’avvocato Piero Amara, è arrivata una sentenza di secondo grado che potrebbe pesare sul caso Opl. E’ quella sul caso Saipem-Algeria, dove sempre De Pasquale aveva fatto ricorso con l’assoluzione di primo grado dell’ex numero uno di Eni Paolo Scaroni, quest’ultimo indagato anche sul caso Nigeria.

Ebbene la seconda Corte d’Appello di Milano ha assolto l’ex amministratore delegato di Eni Paolo Scaroni, attuale presidente del Milan, e la compagnia petrolifera italiana nel processo sulla presunta maxitangente da 197 milioni di dollari. Non solo. Sono stati assolti anche tutti gli altri imputati nel procedimento di secondo grado, inclusi i manager di Saipem e la stessa partecipata. La sentenza ha ribaltato il verdetto stabilendo che «il fatto non sussiste». Di sicuro non un assist per De Pasquale sul caso Opl 245.

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