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2019-01-30
Dagli avvocati ai professori. Le lobby che influenzano il Parlamento
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La pattuglia di docenti e professori passati alla politica consta di 32 unità. Una piccola compagnia, ma che trova ampio spazio sui giornali e nei dibattiti tivù.
Alcuni scelgono di mettersi in aspettativa, una possibilità prevista dalla legge, come Ugo Grassi, senatore dei 5 stelle e professore ordinario di diritto civile all'università Parthenope di Napoli, Marco Bella, deputato sempre dei 5 stelle e associato di chimica organica alla sapienza di Roma, e Anna Maria Bernini di Forza Italia, che potrebbe insegnare diritto pubblico a Bologna. Stessa scelta anche per il senatore del Pd Francesco Verducci, docente del dipartimento di scienze politiche all'università della Basilicata.
Ma in molti non rinunciano alla cattedra e non risultano in aspettativa. Fra loro anche nomi noti come Paola Binetti, che insegna storia della medicina ed etica al Campus biomedico di Roma, Gaetano Quagliariello, docente della Luiss, Andrea Romano, deputato dem e professore di storia delle istituzioni politiche a Messina. Si è messo invece in aspettativa Alberto Bagnai, leghista presidente della commissione permanente finanze del Senato e associato di politica economica all'università degli studi Gabriele d'Annunzio di Chieti e Pescara. Spulciando la lista, si scopre che fra le file dei 5 stelle la maggior parte dei parlamentari insegna in università del Sud: su tutte spicca la Federico II di Napoli. Il deputato grillino Lorenzo Fioramonti, romano di Tor Bella Monaca, invece lavora all'università di Pretoria, in Sudafrica, dove dirige il Centre for the study of governance innovation.
Fra i forzisti sono in maggioranza i giuristi, come nel Pd, dove si contano anche diversi economisti. Fra gli atenei, i preferiti sono quelli della Capitale: La Sapienza, la Luiss e Tor Vergata.
Un caso a sé lo merita la Bocconi. Università per eccellenza sponsor del liberismo e delle regole di mercato, vede in questo momento più di un ufficio vuoto. In primis quello di Tommaso Nannicini che, dopo essere stato consigliere economico dell'esecutivo Renzi, ha anche ricoperto un ruolo di governo per poi essere eletto tra le fila del Pd. Classe 1973, la sua carriera accademica è stata congelata. Nannicini è ordinario e nonostante questo è in aspettativa. Un po' come dire: se l'esperienza politica un giorno dovesse finire, posso sempre tornare a Milano e rioccupare la stanza chiusa chiave. Così fanno tutti, ma la scuola bocconiana che da anni preme per la meritocrazia e per le spinte del mercato ha in realtà prodotto più politici che tecnici in grado di fare spending review. Cattedre vuote, poi, non consentono ai più giovani di crescere di occupare gli spazi meritati.
D'altronde il più grande rappresentante della Bocconi ha portato questo concetto al livello estremo. Mario Monti per prendere l'incarico di premier tecnico ha accettato molto volentieri l'incarico di senatore a vita. Al di là dei danni prodotti all'economia reale (basti pensare che la Tobin tax è sua e pure le assurde imposte sulle auto di lusso e sui natanti), non contento dello schianto prodotto dal suo partito, ha ritenuto evidentemente che il seggio non è sufficiente. Il suo ufficio di presidente della Bocconi è parzialmente vuoto. Il senatore lo utilizza saltuariamente, ma sembra non aver alcuna intenzione di mollarlo. Lo stesso discorso vale per Tito Boeri. Terminata la sua esperienza ai vertici dell'Inps che farà? Potrebbero aprirsi due strade. La politica o perché no il ritorno in Bocconi.
é proprio opportuno tenere aperte due carriere? Cosa ne penserà Francesco Giavazzi, che del liberismo senza rete è uno dei maggiori cantori in Italia? Perché il tema di fondo è proprio questo. Gli economisti riusciranno sempre a restare indipendenti se le porte girevoli restano aperte. Passare dall'università alla politica è un dovere civico. Tornare dalla politica all'università può invece essere un rischio. Ultimo dettaglio: l'ex ministro Pier Carlo Padoan e ora deputato eletto al collegio di Siena (quello del salvataggio di Mps) è anche professore alla Sapienza dove è - inutile dirlo - in aspettativa.
Sono 135 gli avvocati seduti in Parlamento. Del doppio incarico non si parla dal 2013
Quando si affronta il tema del possibile conflitto di interesse di un avvocato che diventa parlamentare la memoria porta subito a Enrico De Nicola, primo presidente della Repubblica. Il principe del foro napoletano, nato nel 1877, non appena intraprese la carriera politica decise di chiudere il suo studio legale. È passato più di un secolo da allora ma il tema ricorre a ogni legislatura, perché la carica di avvocati che entrano a Montecitorio o a Palazzo Madama è sempre la più numerosa, sparpagliata nei più svariati partiti. C'è stata una riforma della professione nel 2013, ma i nodi da sciogliere sono ancora tutti sul tappeto. E il dibattito è quasi del tutto azzerato anche perché lo stesso presidente del Consiglio Giuseppe Conte è un avvocato.
Del resto la pattuglia forense è la più numerosa di questa legislatura: 88 membri alla Camera e 47 al Senato. È in media con quella delle ultime tre, considerando che tra il 2008 e il 2013 erano 134. In quella precedente a questa erano 71 a Montecitorio e 35 a palazzo Madama. Al momento il gruppo parlamentare che vanta più avvocati è quello del Movimento 5 stelle, con 29 deputati. Da Giovanni Luca Aresta a Stefania Ascari, poi Fabio Berardini, Vittoria Baldino, Giuseppe D'Ippolito, Andrea Colletti fino a Devis Dori, senza dimenticare i senatori Gelsomina Vono e Gianluca Perilli. Gli altri gruppi come Lega, Partito democratico e Forza Italia si attestano intorno ai 15 ciascuno. La questione è una ferita aperta all'interno della professione, perché, come già ribadito più volte, c'è il rischio di una violazione del mercato, dal momento che gli avvocati parlamentari hanno più visibilità. Ma soprattutto si incentra sull'esigenza «di garantire l'autonomia e l'indipendenza dell'avvocato nello svolgimento del suo incarico professionale».
Lo stesso Vittorio Grevi, ormai scomparso avvocato di Pavia, giurista di fama, in uno dei suoi ultimi interventi, spiegava come «la maggior parte degli avvocati eletti al Parlamento continua a svolgere, alcuni anche molto assiduamente, la propria attività professionale. Con il risultato di dare luogo a situazioni talora imbarazzanti (per non dire altro), come quando accade che un avvocato, dopo aver sostenuto determinate tesi difensive nelle sedi giudiziarie, magari senza troppo successo, si adoperi in veste di parlamentare per giungere al varo di una legge che fornisca un supporto, altrimenti assente, a quelle stesse tesi».
Se per i magistrati la situazione è ormai cambiata (al momento ce ne sono quattro tra Camera e Senato, Pietro Grasso; Giacomo Caliendo, Cosimo Ferri e Giusi Bartolozzi), per la professione di legale non è cambiato nulla. Del resto la legge parla chiaro. La sospensione scatta per gli incarichi governativi ricoperti ai sensi della legge sull'ordinamento forense 247/2012, che stabilisce una serie di incompatibilità tra l'esercizio della professione di avvocato e lo svolgimento di alcune delle massime cariche dello Stato. Nello specifico la norma precisa che sono sospesi dall'esercizio professionale durante il periodo della carica l'avvocato eletto presidente della Repubblica, presidente del Senato e presidente della Camera dei deputati. Conte è stato sospeso così come Alfonso Bonafede, ma per i parlamentari non c'è stato alcun cambiamento. Così Maria Elena Boschi, ex ministro per le Riforme, è rientrata nei ranghi, mentre il tesoriere del Pd Francesco Bonifazi è sempre stato titolare di uno studio legale che negli ultimi anni si è espanso arrivando ad aprire una filiale anche a Milano.
Il dibattito si accese durante l'ultimo anno del governo Berlusconi. Celebre fu l'intervento di Franzo Grande Steven che rifletteva sul parallelo tra magistrati e avvocati. Perché, «mentre l'attività del magistrato è sospesa per legge per tutto il tempo in cui egli sia membro di un Parlamento, non v'è analoga disposizione per gli avvocati. È ragionevole questa differenza? Eppure agli occhi della gente e dei suoi colleghi l'avvocato può apparire non indipendente quando può promuovere - o concorrere alla formazione - di leggi che favoriscano un suo cliente, magari in un processo che lo stesso parlamentare sta seguendo come avvocato. La stessa cosa vale nei confronti dei colleghi parlamentari quando egli promuove o sostiene un intervento legislativo o giurisdizionale che coincida con gli interessi di un suo cliente». E in particolare, «giova una situazione del genere alla dignità di un avvocato che è - e deve essere - al di sopra di ogni sospetto». Parole rimaste inascoltate.
Il 33% degli eletti in Parlamento è rappresentato da alti dirigenti pubblici
Non c’è dubbio. Riuscire a diventare parlamentare in Italia significa vincere alla lotteria: stipendio da sogno, fama e accesso alla “stanza dei bottoni” del Paese. Senza considerare che dopo quattro anni si ha diritto a una pensione che molti comuni mortali mettono insieme in quarant’anni di lavoro.
In Italia, da quando si è insediato il governo Conte, si registrano 628 deputati e 318 senatori. 946 persone che, o hanno sempre lavorato nella politica oppure hanno messo in pausa la propria carriera per servire il Paese.
Gli avvocati sono la truppa più numerosa con 135 rappresentanti tra Camera (88) e Senato (47), leggermente di più rispetto alla penultima legislatura (71 a Palazzo Chigi e 46 a Palazzo Madama). Solo 4 i magistrati (Pietro Grasso, Cosimo Ferri, Giusi Bartolozzi e Giacomo Caliendo) contro i 18 di sei anni fa. Sono invece 45 le persone che hanno svolto la professione di docente universitario (22 al Senato e 23 alla Camera) prima di entrare in Parlamento. Un numero in diminuzione rispetto ai 29 deputati e ai 28 senatori che solcavano le cattedre prima di far parte della precedente legislatura.
Secondo uno studio di FB & Associati, società di consulenza specializzata in lobbying, circa il 33% degli eletti in Parlamento è rappresentato da alti dirigenti pubblici (tra cui figurano anche i magistrati) e privati, avvocati, accademici e medici.
Più in dettaglio gli accademici, secondo F&B Associati, rappresentano il 4% dei Parlamentari mentre gli avvocati sono l’11,6%. I magistrati (che si contano sulle dita di una mano) rappresentano lo 0,4% dei parlamentari.
Giunto al governo nel marzo 2018, oggi il Movimento 5 Stelle, secondo lo studio di FB Associati, può contare su una forza lavoro in Parlamento costituita per il 12,7% da avvocati e per il 5,7% da accademici. Un po’ meno gli avvocati che oggi operano come parlamentari per il Partito Democratico: il 9,8% del totale. Il Pd è anche il partito con il maggior numero di accademici: il 7,3% di tutti i parlamentari del partito presieduto da Matteo Orfini.
Sempre il 9,8% (la stessa del Pd) è la percentuale di avvocati che ora sono parlamentari in quota Lega. Decisamente meno, però, gli accademici che hanno seguito Matteo Salvini a Palazzo Chigi e Madama: solo l’1,1% del totale.
I legali spopolano anche in Forza Italia: ben il 12,4% dei parlamentari. Non si può affermare lo stesso per i professori universitari: sono solo l’1,9% del totale di chi siede in Parlamento. Forza Italia è però il partito con il maggior numero di imprenditori.
È avvocato anche il 10% del totale dei parlamentari di Fratelli d’Italia, mentre gli accademici in forza alla presidente Giorgia Meloni sono il 4%. Altissimo, in percentuale, il numero di legali che c’è in Liberi e Uguali: il 16,7%. Il 5,6% dei parlamentari del partito di Pietro Grasso ha invece una cattedra in università. Infine c’è il gruppo misto: in questo partito il 16,7% di chi siede in Parlamento è avvocato. Il 6,7%, invece, insegna all’interno di un ateneo.
Non mancano, dunque, quelli che hanno scelto di entrare a Palazzo Madama o a Palazzo Chigi chiedendo un’aspettativa e congelando di fatto la loro posizione professionale. Bloccando, in pratica, un ruolo (spesso apicale) che in questo modo altri, magari più giovani, non possono occupare e soprattutto continuando a maturare contributi figurativi (quelli accreditati gratuitamente mentre si registra una riduzione o l’interruzione di una attività lavorativa) e dunque pesando sul sistema pensionistico nazionale.
C’è però da fare una precisazione: non tutti i professionisti che sono oggi in Parlamento hanno dovuto chiedere di recente un’aspettativa: sono molti infatti coloro che da tempo si fregiano di un ruolo che non ricoprono più a causa di un’attività politica prolungata. Persone che hanno chiesto inizialmente un periodo di aspettativa, ma che poi hanno preferito fermarsi in Parlamento. Si tratta di professionisti che affermano di essere avvocati, magistrati o docenti universitari (ma anche dirigenti o giornalisti) che in realtà da tempo non svolgono un’occupazione che non sia quella istituzionale.
C’è però una differenza sostanziale tra docenti universitari, giudici e principi del Foro. Questi ultimi, infatti (non è un caso infatti che gli avvocati siano i più numerosi), come lavoratori autonomi, possono dividersi tra corridoi e aule di Tribunale.
In pratica, lo stesso vale anche per commercialisti, medici o imprenditori, si tratta di lavoratori che possono tranquillamente continuare a percepire un doppio reddito, magari circondandosi di fidati collaboratori che fanno gran parte del lavoro.
Ci sono alcuni nomi illustri che hanno, seguendo le disposizioni di legge sia ben chiaro, avuto una doppia vita per tutta la loro carriera. È il caso, ad esempio, del senatore Nicolò Ghedini (famoso per un alto tasso di assenze durante le votazioni e a lungo legale di Silvio Berlusconi) o per Giulia Bongiorno (ora ministro per la pubblica amministrazione). Entrambi sono noti avvocati che hanno continuato a portare avanti i rispettivi studi legali. Lo si può intuire dando uno sguardo alle rispettive dichiarazione dei redditi, più che milionarie, che di certo non possono arrivare solo dall’attività parlamentare.
Tutto in regola, certo. Ma non sempre la giurisprudenza giustifica un’etica quantomeno dubbia.
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In Aula 135 avvocati e la legge che vieta il doppio incarico non passerà mai. I magistrati sono quattro e a differenza degli altri togati hanno l'obbligo di sospensione. Restrizioni solo per chi sta al governo.Ben 32 docenti tra senatori e deputati, gran parte in aspettativa. Deserto ai piani alti della Bocconi tra Tommaso Nannicini, Mario Monti (ex docente e ora presidente) e Tito Boeri (all'Inps). Ecco l'elenco completo di magistrati, avvocati, professori e medici in Parlamento. Lo speciale contiene tre articoli. !function(e,t,s,i){var n="InfogramEmbeds",o=e.getElementsByTagName("script")[0],d=/^http:/.test(e.location)?"http:":"https:";if(/^\/{2}/.test(i)&&(i=d+i),window[n]&&window[n].initialized)window[n].process&&window[n].process();else if(!e.getElementById(s)){var r=e.createElement("script");r.async=1,r.id=s,r.src=i,o.parentNode.insertBefore(r,o)}}(document,0,"infogram-async","https://e.infogram.com/js/dist/embed-loader-min.js");La pattuglia di docenti e professori passati alla politica consta di 32 unità. Una piccola compagnia, ma che trova ampio spazio sui giornali e nei dibattiti tivù.Alcuni scelgono di mettersi in aspettativa, una possibilità prevista dalla legge, come Ugo Grassi, senatore dei 5 stelle e professore ordinario di diritto civile all'università Parthenope di Napoli, Marco Bella, deputato sempre dei 5 stelle e associato di chimica organica alla sapienza di Roma, e Anna Maria Bernini di Forza Italia, che potrebbe insegnare diritto pubblico a Bologna. Stessa scelta anche per il senatore del Pd Francesco Verducci, docente del dipartimento di scienze politiche all'università della Basilicata.Ma in molti non rinunciano alla cattedra e non risultano in aspettativa. Fra loro anche nomi noti come Paola Binetti, che insegna storia della medicina ed etica al Campus biomedico di Roma, Gaetano Quagliariello, docente della Luiss, Andrea Romano, deputato dem e professore di storia delle istituzioni politiche a Messina. Si è messo invece in aspettativa Alberto Bagnai, leghista presidente della commissione permanente finanze del Senato e associato di politica economica all'università degli studi Gabriele d'Annunzio di Chieti e Pescara. Spulciando la lista, si scopre che fra le file dei 5 stelle la maggior parte dei parlamentari insegna in università del Sud: su tutte spicca la Federico II di Napoli. Il deputato grillino Lorenzo Fioramonti, romano di Tor Bella Monaca, invece lavora all'università di Pretoria, in Sudafrica, dove dirige il Centre for the study of governance innovation.Fra i forzisti sono in maggioranza i giuristi, come nel Pd, dove si contano anche diversi economisti. Fra gli atenei, i preferiti sono quelli della Capitale: La Sapienza, la Luiss e Tor Vergata.Un caso a sé lo merita la Bocconi. Università per eccellenza sponsor del liberismo e delle regole di mercato, vede in questo momento più di un ufficio vuoto. In primis quello di Tommaso Nannicini che, dopo essere stato consigliere economico dell'esecutivo Renzi, ha anche ricoperto un ruolo di governo per poi essere eletto tra le fila del Pd. Classe 1973, la sua carriera accademica è stata congelata. Nannicini è ordinario e nonostante questo è in aspettativa. Un po' come dire: se l'esperienza politica un giorno dovesse finire, posso sempre tornare a Milano e rioccupare la stanza chiusa chiave. Così fanno tutti, ma la scuola bocconiana che da anni preme per la meritocrazia e per le spinte del mercato ha in realtà prodotto più politici che tecnici in grado di fare spending review. Cattedre vuote, poi, non consentono ai più giovani di crescere di occupare gli spazi meritati.D'altronde il più grande rappresentante della Bocconi ha portato questo concetto al livello estremo. Mario Monti per prendere l'incarico di premier tecnico ha accettato molto volentieri l'incarico di senatore a vita. Al di là dei danni prodotti all'economia reale (basti pensare che la Tobin tax è sua e pure le assurde imposte sulle auto di lusso e sui natanti), non contento dello schianto prodotto dal suo partito, ha ritenuto evidentemente che il seggio non è sufficiente. Il suo ufficio di presidente della Bocconi è parzialmente vuoto. Il senatore lo utilizza saltuariamente, ma sembra non aver alcuna intenzione di mollarlo. Lo stesso discorso vale per Tito Boeri. Terminata la sua esperienza ai vertici dell'Inps che farà? Potrebbero aprirsi due strade. La politica o perché no il ritorno in Bocconi.é proprio opportuno tenere aperte due carriere? Cosa ne penserà Francesco Giavazzi, che del liberismo senza rete è uno dei maggiori cantori in Italia? Perché il tema di fondo è proprio questo. Gli economisti riusciranno sempre a restare indipendenti se le porte girevoli restano aperte. Passare dall'università alla politica è un dovere civico. Tornare dalla politica all'università può invece essere un rischio. Ultimo dettaglio: l'ex ministro Pier Carlo Padoan e ora deputato eletto al collegio di Siena (quello del salvataggio di Mps) è anche professore alla Sapienza dove è - inutile dirlo - in aspettativa. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sono-145-gli-avvocati-seduti-in-parlamento-del-doppio-incarico-non-si-parla-dal-2013-2627428103.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="sono-135-gli-avvocati-seduti-in-parlamento-del-doppio-incarico-non-si-parla-dal-2013" data-post-id="2627428103" data-published-at="1776835971" data-use-pagination="False"> Sono 135 gli avvocati seduti in Parlamento. Del doppio incarico non si parla dal 2013 Quando si affronta il tema del possibile conflitto di interesse di un avvocato che diventa parlamentare la memoria porta subito a Enrico De Nicola, primo presidente della Repubblica. Il principe del foro napoletano, nato nel 1877, non appena intraprese la carriera politica decise di chiudere il suo studio legale. È passato più di un secolo da allora ma il tema ricorre a ogni legislatura, perché la carica di avvocati che entrano a Montecitorio o a Palazzo Madama è sempre la più numerosa, sparpagliata nei più svariati partiti. C'è stata una riforma della professione nel 2013, ma i nodi da sciogliere sono ancora tutti sul tappeto. E il dibattito è quasi del tutto azzerato anche perché lo stesso presidente del Consiglio Giuseppe Conte è un avvocato. Del resto la pattuglia forense è la più numerosa di questa legislatura: 88 membri alla Camera e 47 al Senato. È in media con quella delle ultime tre, considerando che tra il 2008 e il 2013 erano 134. In quella precedente a questa erano 71 a Montecitorio e 35 a palazzo Madama. Al momento il gruppo parlamentare che vanta più avvocati è quello del Movimento 5 stelle, con 29 deputati. Da Giovanni Luca Aresta a Stefania Ascari, poi Fabio Berardini, Vittoria Baldino, Giuseppe D'Ippolito, Andrea Colletti fino a Devis Dori, senza dimenticare i senatori Gelsomina Vono e Gianluca Perilli. Gli altri gruppi come Lega, Partito democratico e Forza Italia si attestano intorno ai 15 ciascuno. La questione è una ferita aperta all'interno della professione, perché, come già ribadito più volte, c'è il rischio di una violazione del mercato, dal momento che gli avvocati parlamentari hanno più visibilità. Ma soprattutto si incentra sull'esigenza «di garantire l'autonomia e l'indipendenza dell'avvocato nello svolgimento del suo incarico professionale». Lo stesso Vittorio Grevi, ormai scomparso avvocato di Pavia, giurista di fama, in uno dei suoi ultimi interventi, spiegava come «la maggior parte degli avvocati eletti al Parlamento continua a svolgere, alcuni anche molto assiduamente, la propria attività professionale. Con il risultato di dare luogo a situazioni talora imbarazzanti (per non dire altro), come quando accade che un avvocato, dopo aver sostenuto determinate tesi difensive nelle sedi giudiziarie, magari senza troppo successo, si adoperi in veste di parlamentare per giungere al varo di una legge che fornisca un supporto, altrimenti assente, a quelle stesse tesi». Se per i magistrati la situazione è ormai cambiata (al momento ce ne sono quattro tra Camera e Senato, Pietro Grasso; Giacomo Caliendo, Cosimo Ferri e Giusi Bartolozzi), per la professione di legale non è cambiato nulla. Del resto la legge parla chiaro. La sospensione scatta per gli incarichi governativi ricoperti ai sensi della legge sull'ordinamento forense 247/2012, che stabilisce una serie di incompatibilità tra l'esercizio della professione di avvocato e lo svolgimento di alcune delle massime cariche dello Stato. Nello specifico la norma precisa che sono sospesi dall'esercizio professionale durante il periodo della carica l'avvocato eletto presidente della Repubblica, presidente del Senato e presidente della Camera dei deputati. Conte è stato sospeso così come Alfonso Bonafede, ma per i parlamentari non c'è stato alcun cambiamento. Così Maria Elena Boschi, ex ministro per le Riforme, è rientrata nei ranghi, mentre il tesoriere del Pd Francesco Bonifazi è sempre stato titolare di uno studio legale che negli ultimi anni si è espanso arrivando ad aprire una filiale anche a Milano. Il dibattito si accese durante l'ultimo anno del governo Berlusconi. Celebre fu l'intervento di Franzo Grande Steven che rifletteva sul parallelo tra magistrati e avvocati. Perché, «mentre l'attività del magistrato è sospesa per legge per tutto il tempo in cui egli sia membro di un Parlamento, non v'è analoga disposizione per gli avvocati. È ragionevole questa differenza? 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In Italia, da quando si è insediato il governo Conte, si registrano 628 deputati e 318 senatori. 946 persone che, o hanno sempre lavorato nella politica oppure hanno messo in pausa la propria carriera per servire il Paese. Gli avvocati sono la truppa più numerosa con 135 rappresentanti tra Camera (88) e Senato (47), leggermente di più rispetto alla penultima legislatura (71 a Palazzo Chigi e 46 a Palazzo Madama). Solo 4 i magistrati (Pietro Grasso, Cosimo Ferri, Giusi Bartolozzi e Giacomo Caliendo) contro i 18 di sei anni fa. Sono invece 45 le persone che hanno svolto la professione di docente universitario (22 al Senato e 23 alla Camera) prima di entrare in Parlamento. Un numero in diminuzione rispetto ai 29 deputati e ai 28 senatori che solcavano le cattedre prima di far parte della precedente legislatura. 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Sempre il 9,8% (la stessa del Pd) è la percentuale di avvocati che ora sono parlamentari in quota Lega. Decisamente meno, però, gli accademici che hanno seguito Matteo Salvini a Palazzo Chigi e Madama: solo l’1,1% del totale.I legali spopolano anche in Forza Italia: ben il 12,4% dei parlamentari. Non si può affermare lo stesso per i professori universitari: sono solo l’1,9% del totale di chi siede in Parlamento. Forza Italia è però il partito con il maggior numero di imprenditori. È avvocato anche il 10% del totale dei parlamentari di Fratelli d’Italia, mentre gli accademici in forza alla presidente Giorgia Meloni sono il 4%. Altissimo, in percentuale, il numero di legali che c’è in Liberi e Uguali: il 16,7%. Il 5,6% dei parlamentari del partito di Pietro Grasso ha invece una cattedra in università. Infine c’è il gruppo misto: in questo partito il 16,7% di chi siede in Parlamento è avvocato. Il 6,7%, invece, insegna all’interno di un ateneo. Non mancano, dunque, quelli che hanno scelto di entrare a Palazzo Madama o a Palazzo Chigi chiedendo un’aspettativa e congelando di fatto la loro posizione professionale. Bloccando, in pratica, un ruolo (spesso apicale) che in questo modo altri, magari più giovani, non possono occupare e soprattutto continuando a maturare contributi figurativi (quelli accreditati gratuitamente mentre si registra una riduzione o l’interruzione di una attività lavorativa) e dunque pesando sul sistema pensionistico nazionale. C’è però da fare una precisazione: non tutti i professionisti che sono oggi in Parlamento hanno dovuto chiedere di recente un’aspettativa: sono molti infatti coloro che da tempo si fregiano di un ruolo che non ricoprono più a causa di un’attività politica prolungata. Persone che hanno chiesto inizialmente un periodo di aspettativa, ma che poi hanno preferito fermarsi in Parlamento. Si tratta di professionisti che affermano di essere avvocati, magistrati o docenti universitari (ma anche dirigenti o giornalisti) che in realtà da tempo non svolgono un’occupazione che non sia quella istituzionale. C’è però una differenza sostanziale tra docenti universitari, giudici e principi del Foro. Questi ultimi, infatti (non è un caso infatti che gli avvocati siano i più numerosi), come lavoratori autonomi, possono dividersi tra corridoi e aule di Tribunale. In pratica, lo stesso vale anche per commercialisti, medici o imprenditori, si tratta di lavoratori che possono tranquillamente continuare a percepire un doppio reddito, magari circondandosi di fidati collaboratori che fanno gran parte del lavoro.Ci sono alcuni nomi illustri che hanno, seguendo le disposizioni di legge sia ben chiaro, avuto una doppia vita per tutta la loro carriera. È il caso, ad esempio, del senatore Nicolò Ghedini (famoso per un alto tasso di assenze durante le votazioni e a lungo legale di Silvio Berlusconi) o per Giulia Bongiorno (ora ministro per la pubblica amministrazione). Entrambi sono noti avvocati che hanno continuato a portare avanti i rispettivi studi legali. Lo si può intuire dando uno sguardo alle rispettive dichiarazione dei redditi, più che milionarie, che di certo non possono arrivare solo dall’attività parlamentare.Tutto in regola, certo. Ma non sempre la giurisprudenza giustifica un’etica quantomeno dubbia.
Ansa
Tutti gli anni, da tanti anni, il 25 aprile diventa un momento che contraddice la sua origine: nasce come la riconquista dell’unità nazionale accanto ai valori della libertà e della democrazia ma, purtroppo, si sviluppa come momento di divisione tra chi ritiene di essere l’intestatario unico di questa memoria e che ritiene gli altri, in qualche modo, co-partecipanti di serie B. È la storia della parte comunista nei confronti di tutte le altre parti (cattolica, azionista, socialista e liberale).
Se questo è stato vero da tanti anni, con tutta onestà, quest’anno mi aspetto il peggio e questo peggio lo esprimo in tre domande fondamentali a cui proverò a rispondere. La prima. Ci sarà posto a sufficienza per il ricordo del contributo angloamericano alla liberazione o, come al solito, si dirà che quella liberazione avvenne, se non esclusivamente, primariamente per le forze partigiane in campo, magari ricordando solo quelle della componente comunista? È stato ricordato da Marcello Veneziani, in un articolo sui veri liberatori dell’Italia, che nei 22 mesi della campagna d’Italia gli americani persero ben 200.000 uomini tra morti, dispersi e feriti. Le forze messe in campo da Churchill ne persero circa 45.000, con oltre 100.000 feriti tra britannici e appartenenti al Commonwealth. I partigiani caduti, secondo l’Anpi (Associazione nazionale dei partigiani), furono 6.882.
È pur vero che le vite umane non si contano ma si pesano e che ogni vita umana ha un peso inestimabile, ma non si può neanche continuare a non riconoscere in modo degno il sacrificio di 350.000 esseri umani che hanno dato la loro vita solo per la libertà di un altro Paese e di un intero continente che rischiava - ricordiamolo bene - di rimanere a lungo sotto il dominio nazifascista. Questa campagna voluta da Churchill e il conseguente contributo angloamericano alla liberazione dell’Italia prese il via con lo sbarco in Sicilia il 10 luglio 1943 e furono ben 180.000 i soldati Alleati che misero piede, per liberarci, sul nostro territorio nazionale. Tanto per chiarire le idee lo sbarco in Normandia vide sbarcare 156.000 soldati. Sarebbe bene affiggere dei manifesti con questi numeri lungo tutti i percorsi o le piazze nelle quali si svolgeranno le manifestazioni del 25 aprile perché certamente - al contrario - si bruceranno le bandiere americane contro Donald Trump, come se criticare l’attuale presidenza degli Stati Uniti possa, in qualche modo, autorizzare la dispersione e financo l’oltraggio della memoria che quel Paese giocò più di ogni altra componente in ciò che andremo a celebrare sabato. Questi traditori della storia, molti a viso scoperto e senza vergogna e altri, magari con il passamontagna o il casco per non farsi riconoscere (comportamento da infami), oltre a dimostrare un’ignoranza dei fatti dimostrano anche l’ignoranza del senso che hanno le celebrazioni di eventi che hanno contribuito alla storia e al suo progresso. Non so se in quelle manifestazioni ci saranno parole di riconoscenza verso il popolo statunitense. Temo di no. E comunque preferisco che non le dicano piuttosto che, come fanno in modo riprovevole da anni, da decenni, parlino, giustamente, del contributo della resistenza partigiana e a mezza bocca, senza convinzione, senza entusiasmo, e forse di malavoglia, sussurrano qualcosa sulla partecipazione angloamericana alla liberazione stessa. La seconda domanda che ci poniamo è: dovremo assistere anche quest’anno ai fischi e agli insulti nei confronti della Brigata ebraica che dette alla liberazione un contributo importante? Si formò nel settembre del 1944 come corpo militare dell’esercito britannico, combatté nelle ultime fasi della campagna d’Italia e fu sciolta nel 1946. Durante l’operazione in Italia, tra il 3 marzo e il 25 aprile del 1945, la Brigata ebraica subì 30 morti ed ebbe 70 feriti. La Brigata non si distinse solo per il contributo a fianco degli angloamericani per la liberazione del Paese dal nazifascismo ma si distinse anche nell’opera di assistenza della massa di profughi che dall’Europa centrale si dirigevano o semplicemente transitavano dall’Italia. Aiutarono anche gli ebrei sfollati, ad esempio, a Judenberg, un sottocampo nel campo di concentramento di Mauthausen. Il 3 ottobre del 2018, per volere del presidente della Repubblica italiana Sergio Mattarella, dopo il voto unanime del Parlamento, la Brigata ebraica è stata insignita della Medaglia d’oro al valor militare per il suo contributo durante la Resistenza italiana. Chissà se anche quest’anno questa massa di straccioni, volgari, ignoranti della storia, ma soprattutto ignoranti di umanità, fischieranno ancora il passaggio della Brigata ebraica non pensando a ciò che fece - una celebrazione e una lode, una esaltazione e financo una glorificazione di un atto, di un evento e di coloro che lo hanno compiuto - ma spregiando, denigrando, vilipendendo e sprezzando ciò che fece, bruciando le bandiere d’Israele e confondendo il capo del governo d’Israele Netanyahu con la storia del popolo ebraico e nella dimenticanza dei sei milioni di morti a causa della furia nazifascista.
Ci sarà spazio, infine, per una dimostrazione di unità che il popolo italiano si merita o finirà tutto facendo volare gli stracci in una giornata dove, più che gli stracci, ci vorrebbero semmai degli arazzi che festeggino la libertà, la democrazia, il contributo partigiano, il contributo angloamericano (superiore a tutti gli altri) e il contributo della Brigata ebraica.
Anche qui, in questo caso, non ho alcuna fiducia. Non vorrei erigermi a profeta ma, considerando le discussioni in corso ed avendo toccato con mano il livello di confusione nel non saper separare i popoli e gli Stati dai governi di turno, purtroppo, assisteremo in questo caso ad una manifestazione non di unità nazionale ma di disunità.
Questo è offensivo per la generazione, ormai quasi completamente scomparsa, che ha vissuto quella storia, è offensivo nei confronti del popolo ebraico, è offensivo della memoria dei giovani soldati inglesi e americani che hanno dato le loro giovani vite per la nostra liberazione, è offensivo della dignità della stessa nazione italiana ed è infine offensivo della nostra Repubblica. È un ammasso di offese che non può che offenderci e rattristarci ma, comunque, nelle singole coscienze ci conforti il fatto che potremo vivere quella memoria nel nostro intimo, tributandole il valore che si deve e non adeguandosi a quel probabile schifo che accadrà in piazza.
Saremmo felicissimi se alla sera di sabato prossimo 25 aprile fossimo sbugiardati per la compostezza delle piazze e per delle manifestazioni equilibrate e fedeli alla storia. Ci credo francamente poco.
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Ansa
È stato, inoltre, stabilito che le linee guida ministeriali disciplinino i criteri per la corresponsione dei compensi ai singoli rappresentanti legali e che al difensore munito di mandato, il quale assista lo straniero nella presentazione della richiesta di adesione al programma, spetti un compenso soltanto se alla domanda segua la partenza effettiva dell’interessato. Il dossier parlamentare della Camera chiarisce, infatti, che la novità consiste proprio nell’inserimento del Consiglio nazionale forense tra i soggetti collaboratori e nel riconoscimento di un compenso collegato all’esito finale del rimpatrio volontario assistito.
I rilievi del Colle, da quanto pare emergere, si concentrano su un punto preciso. Il pagamento del legale non viene collegato all’attività professionale in sé, ma al verificarsi di un risultato che coincide con l’obiettivo perseguito dal programma di rimpatrio. Da qui nasce il dubbio di costituzionalità. Un difensore retribuito solo se lo straniero parte potrebbe essere percepito come economicamente orientato verso un esito predeterminato. In questa prospettiva, il rapporto fiduciario con l’assistito rischierebbe di essere alterato, perché il professionista non apparirebbe più del tutto estraneo all’interesse dell’amministrazione. Nello stesso quadro problematico viene letto anche il coinvolgimento del Consiglio nazionale forense, che verrebbe collocato non sul terreno proprio della rappresentanza istituzionale dell’avvocatura, bensì dentro il meccanismo operativo dei rimpatri e dei pagamenti.
A ben vedere, però, questi rilievi non reggono sul piano strettamente costituzionale. Il diritto di difesa, è bene ricordarlo, è violato quando la legge impedisce di agire in giudizio, svuota la tutela tecnica o rende la difesa solo apparente. Qui non accade nulla di tutto questo. La disciplina contestata non elimina ricorsi, non impedisce allo straniero di rivolgersi a un avvocato, non gli sottrae rimedi giurisdizionali e non lo obbliga ad aderire al programma. Regola, piuttosto, una fase distinta e preliminare, relativa all’assistenza nella presentazione di una domanda che resta, per definizione normativa, volontaria. L’articolo 24 della Costituzione vigente protegge il nucleo essenziale della difesa, non impone che ogni attività professionale connessa a una procedura amministrativa debba essere retribuita secondo un unico schema possibile.
Non basta neppure affermare che il compenso possa orientare il professionista. Perché vi sia un vizio di costituzionalità occorrerebbe dimostrare che la legge di conversione trasformi il difensore in una «longa manus» dell’amministrazione oppure che condizioni in modo giuridicamente vincolante la libertà di scelta dell’assistito. Questo passaggio, nel testo, non c’è. Il cliente, infatti, resta libero di aderire o non aderire e il difensore resta vincolato al mandato, ai doveri di lealtà, indipendenza e correttezza propri della professione. Un possibile problema di opportunità, o anche di deontologia, non coincide automaticamente con una lesione costituzionale.
Del resto, il Testo fondamentale del 1948 non è violato ogni volta che il legislatore costruisce male un incentivo. È violato solo quando il meccanismo normativo incide realmente sul contenuto essenziale del diritto protetto. Qui quell’incisione non emerge. Lo stesso vale per il coinvolgimento del Consiglio nazionale forense. La scelta può essere criticata, anche severamente, sotto il profilo dell’assetto ordinamentale dell’avvocatura, tuttavia non per questo diventa incostituzionale. Per arrivare a tale conclusione bisognerebbe mostrare che l’inserimento del Consiglio nel procedimento comprometta in modo diretto e necessario la difesa tecnica del singolo. Anche questo nesso, però, non si ricava dalla disposizione normativa. Ora, al di là del fatto che il legislatore statale avrebbe potuto scegliere una soluzione diversa, i rilievi del Colle esprimono soprattutto una forte obiezione di merito istituzionale. Varrebbe la pena ricordare che «non omne quod displicet, Constitutioni repugnat» («Non tutto ciò che non persuade contrasta con la Costituzione»).
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Sergio Mattarella e Giorgia Meloni (Ansa)
Beh, da allora non è cambiato niente e la questione del gratuito patrocinio per chi rischia di essere espulso è parte del meccanismo che garantisce la filiera delle imprese specializzate in extracomunitari.
Non ci vuole molto a capirlo. Quando un migrante arriva in Italia, la prima cosa che gli capita è di venire a contatto con avvocati specializzati nei ricorsi. Se anche non ha diritto a restare nel nostro Paese, poco importa. Ci sono moduli prestampati che vengono fatti loro firmare e che servono prima a richiedere la protezione umanitaria e poi, quando la domanda sarà respinta, a opporsi al diniego. È una procedura che non porta da nessuna parte dal punto di vista giuridico, ma che assicura allo straniero la possibilità di restare in Italia ed evitare l’espulsione. Al legale tutto ciò porta un compenso modesto, riassumibile in alcune centinaia di euro. Ma se si moltiplica per dieci, cento o duecento casi, alla fine dell’anno sono soldi. Denaro facile, perché non bisogna istruire una causa né cercare espedienti giuridici. Per di più i quattrini sono assicurati, perché a pagare è lo Stato. Arriveranno tardi? Sì, ma arriveranno e spesso con gli interessi. Dunque, il business è garantito e di conseguenza anche quello che viene dopo. Lo straniero ha bisogno di assistenza, deve essere accolto e le cooperative sono pronte a spalancargli le braccia, offrendo vitto e alloggio a spese del contribuente. Poi ci sono altre cooperative pronte a sfruttare il migrante e anche multinazionali a cui la manodopera a basso prezzo e senza nessuna garanzia fa comodo, a cominciare da quelle che si occupano di consegne di cibo per finire ad altre che lavorano nella logistica. Insomma, è un’economia che si fonda sull’utilizzo di persone che non hanno tutele e sono disposte a tutto.
Come si fa a rompere il sistema su cui lucrano in tanti? Il governo prova ad assicurare un compenso a chi aiuterà il migrante a tornare a casa propria e dunque a rinunciare a intasare le aule di giustizia anche se non ha alcuna possibilità di ottenere un permesso di soggiorno o un asilo per motivi umanitari. A sinistra, per avere introdotto un semplice meccanismo che agevola i rimpatri volontari, parlano di «taglie in stile Far West», di deportazione e altre stupidaggini del genere. In realtà non c’è nulla di tutto ciò: semplicemente, come accade in altri Paesi europei, si cerca di favorire il ritorno in patria dello straniero. Non ci sono gli arresti in stile Ice e neppure file di extracomunitari ammanettati che vengono caricati a forza su voli speciali. C’è semplicemente un’assistenza al rimpatrio, come c’è un’assistenza per la compilazione della dichiarazione dei redditi.
Nonostante le perplessità del Colle e nonostante il vociare dell’opposizione, il governo ha deciso di tirare diritto. Il decreto verrà approvato e portato alla firma di Sergio Mattarella e poi, in un secondo tempo, verranno accolti alcuni suggerimenti che dovrebbero consistere nell’ampliamento della platea dei professionisti che potranno occuparsi della faccenda. Non più solo avvocati ma anche associazioni o organizzazioni, che potranno suggerire all’extracomunitario di fare le valigie. Insomma, a Palazzo Chigi non si sono fatti mettere i piedi in testa. Del resto, il gratuito patrocinio costa alle casse dello Stato, senza alcun beneficio e cioè senza un alleggerimento della presenza di stranieri e neppure una diminuzione del contenzioso in tribunale, quasi mezzo miliardo l’anno, cifra raddoppiata nel giro di un decennio o poco più. Dunque, cominciare a smontare il sistema era un obbligo. Perché per questo gli italiani hanno votato centrodestra.
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Giorgio Gandola ospita il senatore Claudio Borghi (Lega) per un’analisi senza filtri sulla tempesta che minaccia l’Italia. Tra venti di guerra, crisi energetica e la rigidità glaciale di Ursula von der Leyen, il quadro che emerge è quello di un'Europa a due velocità che gioca con le carte segnate e in cui il nostro Paese è tenuto volutamente in svantaggio. Intanto a Trump non basta più attaccare l'Iran: ora se la prende pure con papa Leone XIV .