True
2019-01-30
Dagli avvocati ai professori. Le lobby che influenzano il Parlamento
True
La pattuglia di docenti e professori passati alla politica consta di 32 unità. Una piccola compagnia, ma che trova ampio spazio sui giornali e nei dibattiti tivù.
Alcuni scelgono di mettersi in aspettativa, una possibilità prevista dalla legge, come Ugo Grassi, senatore dei 5 stelle e professore ordinario di diritto civile all'università Parthenope di Napoli, Marco Bella, deputato sempre dei 5 stelle e associato di chimica organica alla sapienza di Roma, e Anna Maria Bernini di Forza Italia, che potrebbe insegnare diritto pubblico a Bologna. Stessa scelta anche per il senatore del Pd Francesco Verducci, docente del dipartimento di scienze politiche all'università della Basilicata.
Ma in molti non rinunciano alla cattedra e non risultano in aspettativa. Fra loro anche nomi noti come Paola Binetti, che insegna storia della medicina ed etica al Campus biomedico di Roma, Gaetano Quagliariello, docente della Luiss, Andrea Romano, deputato dem e professore di storia delle istituzioni politiche a Messina. Si è messo invece in aspettativa Alberto Bagnai, leghista presidente della commissione permanente finanze del Senato e associato di politica economica all'università degli studi Gabriele d'Annunzio di Chieti e Pescara. Spulciando la lista, si scopre che fra le file dei 5 stelle la maggior parte dei parlamentari insegna in università del Sud: su tutte spicca la Federico II di Napoli. Il deputato grillino Lorenzo Fioramonti, romano di Tor Bella Monaca, invece lavora all'università di Pretoria, in Sudafrica, dove dirige il Centre for the study of governance innovation.
Fra i forzisti sono in maggioranza i giuristi, come nel Pd, dove si contano anche diversi economisti. Fra gli atenei, i preferiti sono quelli della Capitale: La Sapienza, la Luiss e Tor Vergata.
Un caso a sé lo merita la Bocconi. Università per eccellenza sponsor del liberismo e delle regole di mercato, vede in questo momento più di un ufficio vuoto. In primis quello di Tommaso Nannicini che, dopo essere stato consigliere economico dell'esecutivo Renzi, ha anche ricoperto un ruolo di governo per poi essere eletto tra le fila del Pd. Classe 1973, la sua carriera accademica è stata congelata. Nannicini è ordinario e nonostante questo è in aspettativa. Un po' come dire: se l'esperienza politica un giorno dovesse finire, posso sempre tornare a Milano e rioccupare la stanza chiusa chiave. Così fanno tutti, ma la scuola bocconiana che da anni preme per la meritocrazia e per le spinte del mercato ha in realtà prodotto più politici che tecnici in grado di fare spending review. Cattedre vuote, poi, non consentono ai più giovani di crescere di occupare gli spazi meritati.
D'altronde il più grande rappresentante della Bocconi ha portato questo concetto al livello estremo. Mario Monti per prendere l'incarico di premier tecnico ha accettato molto volentieri l'incarico di senatore a vita. Al di là dei danni prodotti all'economia reale (basti pensare che la Tobin tax è sua e pure le assurde imposte sulle auto di lusso e sui natanti), non contento dello schianto prodotto dal suo partito, ha ritenuto evidentemente che il seggio non è sufficiente. Il suo ufficio di presidente della Bocconi è parzialmente vuoto. Il senatore lo utilizza saltuariamente, ma sembra non aver alcuna intenzione di mollarlo. Lo stesso discorso vale per Tito Boeri. Terminata la sua esperienza ai vertici dell'Inps che farà? Potrebbero aprirsi due strade. La politica o perché no il ritorno in Bocconi.
é proprio opportuno tenere aperte due carriere? Cosa ne penserà Francesco Giavazzi, che del liberismo senza rete è uno dei maggiori cantori in Italia? Perché il tema di fondo è proprio questo. Gli economisti riusciranno sempre a restare indipendenti se le porte girevoli restano aperte. Passare dall'università alla politica è un dovere civico. Tornare dalla politica all'università può invece essere un rischio. Ultimo dettaglio: l'ex ministro Pier Carlo Padoan e ora deputato eletto al collegio di Siena (quello del salvataggio di Mps) è anche professore alla Sapienza dove è - inutile dirlo - in aspettativa.
Sono 135 gli avvocati seduti in Parlamento. Del doppio incarico non si parla dal 2013
Quando si affronta il tema del possibile conflitto di interesse di un avvocato che diventa parlamentare la memoria porta subito a Enrico De Nicola, primo presidente della Repubblica. Il principe del foro napoletano, nato nel 1877, non appena intraprese la carriera politica decise di chiudere il suo studio legale. È passato più di un secolo da allora ma il tema ricorre a ogni legislatura, perché la carica di avvocati che entrano a Montecitorio o a Palazzo Madama è sempre la più numerosa, sparpagliata nei più svariati partiti. C'è stata una riforma della professione nel 2013, ma i nodi da sciogliere sono ancora tutti sul tappeto. E il dibattito è quasi del tutto azzerato anche perché lo stesso presidente del Consiglio Giuseppe Conte è un avvocato.
Del resto la pattuglia forense è la più numerosa di questa legislatura: 88 membri alla Camera e 47 al Senato. È in media con quella delle ultime tre, considerando che tra il 2008 e il 2013 erano 134. In quella precedente a questa erano 71 a Montecitorio e 35 a palazzo Madama. Al momento il gruppo parlamentare che vanta più avvocati è quello del Movimento 5 stelle, con 29 deputati. Da Giovanni Luca Aresta a Stefania Ascari, poi Fabio Berardini, Vittoria Baldino, Giuseppe D'Ippolito, Andrea Colletti fino a Devis Dori, senza dimenticare i senatori Gelsomina Vono e Gianluca Perilli. Gli altri gruppi come Lega, Partito democratico e Forza Italia si attestano intorno ai 15 ciascuno. La questione è una ferita aperta all'interno della professione, perché, come già ribadito più volte, c'è il rischio di una violazione del mercato, dal momento che gli avvocati parlamentari hanno più visibilità. Ma soprattutto si incentra sull'esigenza «di garantire l'autonomia e l'indipendenza dell'avvocato nello svolgimento del suo incarico professionale».
Lo stesso Vittorio Grevi, ormai scomparso avvocato di Pavia, giurista di fama, in uno dei suoi ultimi interventi, spiegava come «la maggior parte degli avvocati eletti al Parlamento continua a svolgere, alcuni anche molto assiduamente, la propria attività professionale. Con il risultato di dare luogo a situazioni talora imbarazzanti (per non dire altro), come quando accade che un avvocato, dopo aver sostenuto determinate tesi difensive nelle sedi giudiziarie, magari senza troppo successo, si adoperi in veste di parlamentare per giungere al varo di una legge che fornisca un supporto, altrimenti assente, a quelle stesse tesi».
Se per i magistrati la situazione è ormai cambiata (al momento ce ne sono quattro tra Camera e Senato, Pietro Grasso; Giacomo Caliendo, Cosimo Ferri e Giusi Bartolozzi), per la professione di legale non è cambiato nulla. Del resto la legge parla chiaro. La sospensione scatta per gli incarichi governativi ricoperti ai sensi della legge sull'ordinamento forense 247/2012, che stabilisce una serie di incompatibilità tra l'esercizio della professione di avvocato e lo svolgimento di alcune delle massime cariche dello Stato. Nello specifico la norma precisa che sono sospesi dall'esercizio professionale durante il periodo della carica l'avvocato eletto presidente della Repubblica, presidente del Senato e presidente della Camera dei deputati. Conte è stato sospeso così come Alfonso Bonafede, ma per i parlamentari non c'è stato alcun cambiamento. Così Maria Elena Boschi, ex ministro per le Riforme, è rientrata nei ranghi, mentre il tesoriere del Pd Francesco Bonifazi è sempre stato titolare di uno studio legale che negli ultimi anni si è espanso arrivando ad aprire una filiale anche a Milano.
Il dibattito si accese durante l'ultimo anno del governo Berlusconi. Celebre fu l'intervento di Franzo Grande Steven che rifletteva sul parallelo tra magistrati e avvocati. Perché, «mentre l'attività del magistrato è sospesa per legge per tutto il tempo in cui egli sia membro di un Parlamento, non v'è analoga disposizione per gli avvocati. È ragionevole questa differenza? Eppure agli occhi della gente e dei suoi colleghi l'avvocato può apparire non indipendente quando può promuovere - o concorrere alla formazione - di leggi che favoriscano un suo cliente, magari in un processo che lo stesso parlamentare sta seguendo come avvocato. La stessa cosa vale nei confronti dei colleghi parlamentari quando egli promuove o sostiene un intervento legislativo o giurisdizionale che coincida con gli interessi di un suo cliente». E in particolare, «giova una situazione del genere alla dignità di un avvocato che è - e deve essere - al di sopra di ogni sospetto». Parole rimaste inascoltate.
Il 33% degli eletti in Parlamento è rappresentato da alti dirigenti pubblici
Non c’è dubbio. Riuscire a diventare parlamentare in Italia significa vincere alla lotteria: stipendio da sogno, fama e accesso alla “stanza dei bottoni” del Paese. Senza considerare che dopo quattro anni si ha diritto a una pensione che molti comuni mortali mettono insieme in quarant’anni di lavoro.
In Italia, da quando si è insediato il governo Conte, si registrano 628 deputati e 318 senatori. 946 persone che, o hanno sempre lavorato nella politica oppure hanno messo in pausa la propria carriera per servire il Paese.
Gli avvocati sono la truppa più numerosa con 135 rappresentanti tra Camera (88) e Senato (47), leggermente di più rispetto alla penultima legislatura (71 a Palazzo Chigi e 46 a Palazzo Madama). Solo 4 i magistrati (Pietro Grasso, Cosimo Ferri, Giusi Bartolozzi e Giacomo Caliendo) contro i 18 di sei anni fa. Sono invece 45 le persone che hanno svolto la professione di docente universitario (22 al Senato e 23 alla Camera) prima di entrare in Parlamento. Un numero in diminuzione rispetto ai 29 deputati e ai 28 senatori che solcavano le cattedre prima di far parte della precedente legislatura.
Secondo uno studio di FB & Associati, società di consulenza specializzata in lobbying, circa il 33% degli eletti in Parlamento è rappresentato da alti dirigenti pubblici (tra cui figurano anche i magistrati) e privati, avvocati, accademici e medici.
Più in dettaglio gli accademici, secondo F&B Associati, rappresentano il 4% dei Parlamentari mentre gli avvocati sono l’11,6%. I magistrati (che si contano sulle dita di una mano) rappresentano lo 0,4% dei parlamentari.
Giunto al governo nel marzo 2018, oggi il Movimento 5 Stelle, secondo lo studio di FB Associati, può contare su una forza lavoro in Parlamento costituita per il 12,7% da avvocati e per il 5,7% da accademici. Un po’ meno gli avvocati che oggi operano come parlamentari per il Partito Democratico: il 9,8% del totale. Il Pd è anche il partito con il maggior numero di accademici: il 7,3% di tutti i parlamentari del partito presieduto da Matteo Orfini.
Sempre il 9,8% (la stessa del Pd) è la percentuale di avvocati che ora sono parlamentari in quota Lega. Decisamente meno, però, gli accademici che hanno seguito Matteo Salvini a Palazzo Chigi e Madama: solo l’1,1% del totale.
I legali spopolano anche in Forza Italia: ben il 12,4% dei parlamentari. Non si può affermare lo stesso per i professori universitari: sono solo l’1,9% del totale di chi siede in Parlamento. Forza Italia è però il partito con il maggior numero di imprenditori.
È avvocato anche il 10% del totale dei parlamentari di Fratelli d’Italia, mentre gli accademici in forza alla presidente Giorgia Meloni sono il 4%. Altissimo, in percentuale, il numero di legali che c’è in Liberi e Uguali: il 16,7%. Il 5,6% dei parlamentari del partito di Pietro Grasso ha invece una cattedra in università. Infine c’è il gruppo misto: in questo partito il 16,7% di chi siede in Parlamento è avvocato. Il 6,7%, invece, insegna all’interno di un ateneo.
Non mancano, dunque, quelli che hanno scelto di entrare a Palazzo Madama o a Palazzo Chigi chiedendo un’aspettativa e congelando di fatto la loro posizione professionale. Bloccando, in pratica, un ruolo (spesso apicale) che in questo modo altri, magari più giovani, non possono occupare e soprattutto continuando a maturare contributi figurativi (quelli accreditati gratuitamente mentre si registra una riduzione o l’interruzione di una attività lavorativa) e dunque pesando sul sistema pensionistico nazionale.
C’è però da fare una precisazione: non tutti i professionisti che sono oggi in Parlamento hanno dovuto chiedere di recente un’aspettativa: sono molti infatti coloro che da tempo si fregiano di un ruolo che non ricoprono più a causa di un’attività politica prolungata. Persone che hanno chiesto inizialmente un periodo di aspettativa, ma che poi hanno preferito fermarsi in Parlamento. Si tratta di professionisti che affermano di essere avvocati, magistrati o docenti universitari (ma anche dirigenti o giornalisti) che in realtà da tempo non svolgono un’occupazione che non sia quella istituzionale.
C’è però una differenza sostanziale tra docenti universitari, giudici e principi del Foro. Questi ultimi, infatti (non è un caso infatti che gli avvocati siano i più numerosi), come lavoratori autonomi, possono dividersi tra corridoi e aule di Tribunale.
In pratica, lo stesso vale anche per commercialisti, medici o imprenditori, si tratta di lavoratori che possono tranquillamente continuare a percepire un doppio reddito, magari circondandosi di fidati collaboratori che fanno gran parte del lavoro.
Ci sono alcuni nomi illustri che hanno, seguendo le disposizioni di legge sia ben chiaro, avuto una doppia vita per tutta la loro carriera. È il caso, ad esempio, del senatore Nicolò Ghedini (famoso per un alto tasso di assenze durante le votazioni e a lungo legale di Silvio Berlusconi) o per Giulia Bongiorno (ora ministro per la pubblica amministrazione). Entrambi sono noti avvocati che hanno continuato a portare avanti i rispettivi studi legali. Lo si può intuire dando uno sguardo alle rispettive dichiarazione dei redditi, più che milionarie, che di certo non possono arrivare solo dall’attività parlamentare.
Tutto in regola, certo. Ma non sempre la giurisprudenza giustifica un’etica quantomeno dubbia.
Continua a leggereRiduci
In Aula 135 avvocati e la legge che vieta il doppio incarico non passerà mai. I magistrati sono quattro e a differenza degli altri togati hanno l'obbligo di sospensione. Restrizioni solo per chi sta al governo.Ben 32 docenti tra senatori e deputati, gran parte in aspettativa. Deserto ai piani alti della Bocconi tra Tommaso Nannicini, Mario Monti (ex docente e ora presidente) e Tito Boeri (all'Inps). Ecco l'elenco completo di magistrati, avvocati, professori e medici in Parlamento. Lo speciale contiene tre articoli. !function(e,t,s,i){var n="InfogramEmbeds",o=e.getElementsByTagName("script")[0],d=/^http:/.test(e.location)?"http:":"https:";if(/^\/{2}/.test(i)&&(i=d+i),window[n]&&window[n].initialized)window[n].process&&window[n].process();else if(!e.getElementById(s)){var r=e.createElement("script");r.async=1,r.id=s,r.src=i,o.parentNode.insertBefore(r,o)}}(document,0,"infogram-async","https://e.infogram.com/js/dist/embed-loader-min.js");La pattuglia di docenti e professori passati alla politica consta di 32 unità. Una piccola compagnia, ma che trova ampio spazio sui giornali e nei dibattiti tivù.Alcuni scelgono di mettersi in aspettativa, una possibilità prevista dalla legge, come Ugo Grassi, senatore dei 5 stelle e professore ordinario di diritto civile all'università Parthenope di Napoli, Marco Bella, deputato sempre dei 5 stelle e associato di chimica organica alla sapienza di Roma, e Anna Maria Bernini di Forza Italia, che potrebbe insegnare diritto pubblico a Bologna. Stessa scelta anche per il senatore del Pd Francesco Verducci, docente del dipartimento di scienze politiche all'università della Basilicata.Ma in molti non rinunciano alla cattedra e non risultano in aspettativa. Fra loro anche nomi noti come Paola Binetti, che insegna storia della medicina ed etica al Campus biomedico di Roma, Gaetano Quagliariello, docente della Luiss, Andrea Romano, deputato dem e professore di storia delle istituzioni politiche a Messina. Si è messo invece in aspettativa Alberto Bagnai, leghista presidente della commissione permanente finanze del Senato e associato di politica economica all'università degli studi Gabriele d'Annunzio di Chieti e Pescara. Spulciando la lista, si scopre che fra le file dei 5 stelle la maggior parte dei parlamentari insegna in università del Sud: su tutte spicca la Federico II di Napoli. Il deputato grillino Lorenzo Fioramonti, romano di Tor Bella Monaca, invece lavora all'università di Pretoria, in Sudafrica, dove dirige il Centre for the study of governance innovation.Fra i forzisti sono in maggioranza i giuristi, come nel Pd, dove si contano anche diversi economisti. Fra gli atenei, i preferiti sono quelli della Capitale: La Sapienza, la Luiss e Tor Vergata.Un caso a sé lo merita la Bocconi. Università per eccellenza sponsor del liberismo e delle regole di mercato, vede in questo momento più di un ufficio vuoto. In primis quello di Tommaso Nannicini che, dopo essere stato consigliere economico dell'esecutivo Renzi, ha anche ricoperto un ruolo di governo per poi essere eletto tra le fila del Pd. Classe 1973, la sua carriera accademica è stata congelata. Nannicini è ordinario e nonostante questo è in aspettativa. Un po' come dire: se l'esperienza politica un giorno dovesse finire, posso sempre tornare a Milano e rioccupare la stanza chiusa chiave. Così fanno tutti, ma la scuola bocconiana che da anni preme per la meritocrazia e per le spinte del mercato ha in realtà prodotto più politici che tecnici in grado di fare spending review. Cattedre vuote, poi, non consentono ai più giovani di crescere di occupare gli spazi meritati.D'altronde il più grande rappresentante della Bocconi ha portato questo concetto al livello estremo. Mario Monti per prendere l'incarico di premier tecnico ha accettato molto volentieri l'incarico di senatore a vita. Al di là dei danni prodotti all'economia reale (basti pensare che la Tobin tax è sua e pure le assurde imposte sulle auto di lusso e sui natanti), non contento dello schianto prodotto dal suo partito, ha ritenuto evidentemente che il seggio non è sufficiente. Il suo ufficio di presidente della Bocconi è parzialmente vuoto. Il senatore lo utilizza saltuariamente, ma sembra non aver alcuna intenzione di mollarlo. Lo stesso discorso vale per Tito Boeri. Terminata la sua esperienza ai vertici dell'Inps che farà? Potrebbero aprirsi due strade. La politica o perché no il ritorno in Bocconi.é proprio opportuno tenere aperte due carriere? Cosa ne penserà Francesco Giavazzi, che del liberismo senza rete è uno dei maggiori cantori in Italia? Perché il tema di fondo è proprio questo. Gli economisti riusciranno sempre a restare indipendenti se le porte girevoli restano aperte. Passare dall'università alla politica è un dovere civico. Tornare dalla politica all'università può invece essere un rischio. Ultimo dettaglio: l'ex ministro Pier Carlo Padoan e ora deputato eletto al collegio di Siena (quello del salvataggio di Mps) è anche professore alla Sapienza dove è - inutile dirlo - in aspettativa. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sono-145-gli-avvocati-seduti-in-parlamento-del-doppio-incarico-non-si-parla-dal-2013-2627428103.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="sono-135-gli-avvocati-seduti-in-parlamento-del-doppio-incarico-non-si-parla-dal-2013" data-post-id="2627428103" data-published-at="1779528794" data-use-pagination="False"> Sono 135 gli avvocati seduti in Parlamento. Del doppio incarico non si parla dal 2013 Quando si affronta il tema del possibile conflitto di interesse di un avvocato che diventa parlamentare la memoria porta subito a Enrico De Nicola, primo presidente della Repubblica. Il principe del foro napoletano, nato nel 1877, non appena intraprese la carriera politica decise di chiudere il suo studio legale. È passato più di un secolo da allora ma il tema ricorre a ogni legislatura, perché la carica di avvocati che entrano a Montecitorio o a Palazzo Madama è sempre la più numerosa, sparpagliata nei più svariati partiti. C'è stata una riforma della professione nel 2013, ma i nodi da sciogliere sono ancora tutti sul tappeto. E il dibattito è quasi del tutto azzerato anche perché lo stesso presidente del Consiglio Giuseppe Conte è un avvocato. Del resto la pattuglia forense è la più numerosa di questa legislatura: 88 membri alla Camera e 47 al Senato. È in media con quella delle ultime tre, considerando che tra il 2008 e il 2013 erano 134. In quella precedente a questa erano 71 a Montecitorio e 35 a palazzo Madama. Al momento il gruppo parlamentare che vanta più avvocati è quello del Movimento 5 stelle, con 29 deputati. Da Giovanni Luca Aresta a Stefania Ascari, poi Fabio Berardini, Vittoria Baldino, Giuseppe D'Ippolito, Andrea Colletti fino a Devis Dori, senza dimenticare i senatori Gelsomina Vono e Gianluca Perilli. Gli altri gruppi come Lega, Partito democratico e Forza Italia si attestano intorno ai 15 ciascuno. La questione è una ferita aperta all'interno della professione, perché, come già ribadito più volte, c'è il rischio di una violazione del mercato, dal momento che gli avvocati parlamentari hanno più visibilità. Ma soprattutto si incentra sull'esigenza «di garantire l'autonomia e l'indipendenza dell'avvocato nello svolgimento del suo incarico professionale». Lo stesso Vittorio Grevi, ormai scomparso avvocato di Pavia, giurista di fama, in uno dei suoi ultimi interventi, spiegava come «la maggior parte degli avvocati eletti al Parlamento continua a svolgere, alcuni anche molto assiduamente, la propria attività professionale. Con il risultato di dare luogo a situazioni talora imbarazzanti (per non dire altro), come quando accade che un avvocato, dopo aver sostenuto determinate tesi difensive nelle sedi giudiziarie, magari senza troppo successo, si adoperi in veste di parlamentare per giungere al varo di una legge che fornisca un supporto, altrimenti assente, a quelle stesse tesi». Se per i magistrati la situazione è ormai cambiata (al momento ce ne sono quattro tra Camera e Senato, Pietro Grasso; Giacomo Caliendo, Cosimo Ferri e Giusi Bartolozzi), per la professione di legale non è cambiato nulla. Del resto la legge parla chiaro. La sospensione scatta per gli incarichi governativi ricoperti ai sensi della legge sull'ordinamento forense 247/2012, che stabilisce una serie di incompatibilità tra l'esercizio della professione di avvocato e lo svolgimento di alcune delle massime cariche dello Stato. Nello specifico la norma precisa che sono sospesi dall'esercizio professionale durante il periodo della carica l'avvocato eletto presidente della Repubblica, presidente del Senato e presidente della Camera dei deputati. Conte è stato sospeso così come Alfonso Bonafede, ma per i parlamentari non c'è stato alcun cambiamento. Così Maria Elena Boschi, ex ministro per le Riforme, è rientrata nei ranghi, mentre il tesoriere del Pd Francesco Bonifazi è sempre stato titolare di uno studio legale che negli ultimi anni si è espanso arrivando ad aprire una filiale anche a Milano. Il dibattito si accese durante l'ultimo anno del governo Berlusconi. Celebre fu l'intervento di Franzo Grande Steven che rifletteva sul parallelo tra magistrati e avvocati. Perché, «mentre l'attività del magistrato è sospesa per legge per tutto il tempo in cui egli sia membro di un Parlamento, non v'è analoga disposizione per gli avvocati. È ragionevole questa differenza? Eppure agli occhi della gente e dei suoi colleghi l'avvocato può apparire non indipendente quando può promuovere - o concorrere alla formazione - di leggi che favoriscano un suo cliente, magari in un processo che lo stesso parlamentare sta seguendo come avvocato. La stessa cosa vale nei confronti dei colleghi parlamentari quando egli promuove o sostiene un intervento legislativo o giurisdizionale che coincida con gli interessi di un suo cliente». E in particolare, «giova una situazione del genere alla dignità di un avvocato che è - e deve essere - al di sopra di ogni sospetto». Parole rimaste inascoltate. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sono-145-gli-avvocati-seduti-in-parlamento-del-doppio-incarico-non-si-parla-dal-2013-2627428103.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-33-degli-eletti-in-parlamento-e-rappresentato-da-alti-dirigenti-pubblici" data-post-id="2627428103" data-published-at="1779528794" data-use-pagination="False"> Il 33% degli eletti in Parlamento è rappresentato da alti dirigenti pubblici Non c’è dubbio. Riuscire a diventare parlamentare in Italia significa vincere alla lotteria: stipendio da sogno, fama e accesso alla “stanza dei bottoni” del Paese. Senza considerare che dopo quattro anni si ha diritto a una pensione che molti comuni mortali mettono insieme in quarant’anni di lavoro. In Italia, da quando si è insediato il governo Conte, si registrano 628 deputati e 318 senatori. 946 persone che, o hanno sempre lavorato nella politica oppure hanno messo in pausa la propria carriera per servire il Paese. Gli avvocati sono la truppa più numerosa con 135 rappresentanti tra Camera (88) e Senato (47), leggermente di più rispetto alla penultima legislatura (71 a Palazzo Chigi e 46 a Palazzo Madama). Solo 4 i magistrati (Pietro Grasso, Cosimo Ferri, Giusi Bartolozzi e Giacomo Caliendo) contro i 18 di sei anni fa. Sono invece 45 le persone che hanno svolto la professione di docente universitario (22 al Senato e 23 alla Camera) prima di entrare in Parlamento. Un numero in diminuzione rispetto ai 29 deputati e ai 28 senatori che solcavano le cattedre prima di far parte della precedente legislatura. Secondo uno studio di FB & Associati, società di consulenza specializzata in lobbying, circa il 33% degli eletti in Parlamento è rappresentato da alti dirigenti pubblici (tra cui figurano anche i magistrati) e privati, avvocati, accademici e medici. Più in dettaglio gli accademici, secondo F&B Associati, rappresentano il 4% dei Parlamentari mentre gli avvocati sono l’11,6%. I magistrati (che si contano sulle dita di una mano) rappresentano lo 0,4% dei parlamentari. Giunto al governo nel marzo 2018, oggi il Movimento 5 Stelle, secondo lo studio di FB Associati, può contare su una forza lavoro in Parlamento costituita per il 12,7% da avvocati e per il 5,7% da accademici. Un po’ meno gli avvocati che oggi operano come parlamentari per il Partito Democratico: il 9,8% del totale. Il Pd è anche il partito con il maggior numero di accademici: il 7,3% di tutti i parlamentari del partito presieduto da Matteo Orfini. Sempre il 9,8% (la stessa del Pd) è la percentuale di avvocati che ora sono parlamentari in quota Lega. Decisamente meno, però, gli accademici che hanno seguito Matteo Salvini a Palazzo Chigi e Madama: solo l’1,1% del totale.I legali spopolano anche in Forza Italia: ben il 12,4% dei parlamentari. Non si può affermare lo stesso per i professori universitari: sono solo l’1,9% del totale di chi siede in Parlamento. Forza Italia è però il partito con il maggior numero di imprenditori. È avvocato anche il 10% del totale dei parlamentari di Fratelli d’Italia, mentre gli accademici in forza alla presidente Giorgia Meloni sono il 4%. Altissimo, in percentuale, il numero di legali che c’è in Liberi e Uguali: il 16,7%. Il 5,6% dei parlamentari del partito di Pietro Grasso ha invece una cattedra in università. Infine c’è il gruppo misto: in questo partito il 16,7% di chi siede in Parlamento è avvocato. Il 6,7%, invece, insegna all’interno di un ateneo. Non mancano, dunque, quelli che hanno scelto di entrare a Palazzo Madama o a Palazzo Chigi chiedendo un’aspettativa e congelando di fatto la loro posizione professionale. Bloccando, in pratica, un ruolo (spesso apicale) che in questo modo altri, magari più giovani, non possono occupare e soprattutto continuando a maturare contributi figurativi (quelli accreditati gratuitamente mentre si registra una riduzione o l’interruzione di una attività lavorativa) e dunque pesando sul sistema pensionistico nazionale. C’è però da fare una precisazione: non tutti i professionisti che sono oggi in Parlamento hanno dovuto chiedere di recente un’aspettativa: sono molti infatti coloro che da tempo si fregiano di un ruolo che non ricoprono più a causa di un’attività politica prolungata. Persone che hanno chiesto inizialmente un periodo di aspettativa, ma che poi hanno preferito fermarsi in Parlamento. Si tratta di professionisti che affermano di essere avvocati, magistrati o docenti universitari (ma anche dirigenti o giornalisti) che in realtà da tempo non svolgono un’occupazione che non sia quella istituzionale. C’è però una differenza sostanziale tra docenti universitari, giudici e principi del Foro. Questi ultimi, infatti (non è un caso infatti che gli avvocati siano i più numerosi), come lavoratori autonomi, possono dividersi tra corridoi e aule di Tribunale. In pratica, lo stesso vale anche per commercialisti, medici o imprenditori, si tratta di lavoratori che possono tranquillamente continuare a percepire un doppio reddito, magari circondandosi di fidati collaboratori che fanno gran parte del lavoro.Ci sono alcuni nomi illustri che hanno, seguendo le disposizioni di legge sia ben chiaro, avuto una doppia vita per tutta la loro carriera. È il caso, ad esempio, del senatore Nicolò Ghedini (famoso per un alto tasso di assenze durante le votazioni e a lungo legale di Silvio Berlusconi) o per Giulia Bongiorno (ora ministro per la pubblica amministrazione). Entrambi sono noti avvocati che hanno continuato a portare avanti i rispettivi studi legali. Lo si può intuire dando uno sguardo alle rispettive dichiarazione dei redditi, più che milionarie, che di certo non possono arrivare solo dall’attività parlamentare.Tutto in regola, certo. Ma non sempre la giurisprudenza giustifica un’etica quantomeno dubbia.
Matteo Salvini (Ansa)
Per due giorni, a giugno, la Lega proverà a fare quello che le squadre di calcio in crisi fanno quando la classifica comincia a far paura: chiudersi in ritiro. Matteo Salvini ha convocato per il 19 e 20 giugno il consiglio federale, i ministri, i governatori, i capigruppo, gli amministratori e i segretari regionali. Una «due giorni di incontri, proposte e programmi». La sede non è stata decisa (Luca Zaia ha già annunciato che non ci sarà), ma dovrebbe essere in Veneto, a pochi giorni di distanza dall’assemblea costituente di Futuro nazionale di Roberto Vannacci (che poi proseguirà con i congressi regionali). Magari a Verona, dove il 25 maggio il generale inaugurerà una nuova sede del suo partito. Il messaggio politico è chiaro: il Carroccio deve serrare le fila prima che la stagione entri nella fase più delicata. Il 2027 si preannuncia denso di appuntamenti elettorali decisivi per il futuro di via Bellerio.
Salvini è milanista e conosce bene la grammatica dei ritiri. Con Massimiliano Allegri, al Milan, si può giocare male ma restare in partita è imperativo. Il punto è che il Carroccio continua a osservare la crescita, sulla destra, di un avversario che conosce bene lo spogliatoio leghista. Il nome è quello di Vannacci. L’ex generale è diventato un problema elettorale. Swg per il tg di La7 colloca la Lega al 6% e Futuro nazionale al 4,1%. Ipsos/Pagnoncelli, sul Corriere, è ancora più severo: Lega al 5,8%, Vannacci al 4,1%. Meno di due punti di distanza.
Dopo le chiusure a possibili alleanze da parte di Massimiliano Romeo, Roberto Occhiuto e Letizia Moratti, Vannacci ha risposto sui social con una frase che suona come un avvertimento: «Poi non si venga a dare la colpa» a me «se questo centrodestra sbiadito, timido, tentennante e moderato finirà per perdere consensi ed elezioni». È una minaccia preventiva: se il centrodestra perde, la colpa non sarà di chi rompe, ma di chi non ha avuto il coraggio di inseguirlo.
Il caso di Laura Ravetto ha reso il problema visibile. La deputata ha lasciato la Lega per aderire a Futuro nazionale. Per un partito abituato a perdere amministratori verso Fdi, vedere una parlamentare passare direttamente al nuovo concorrente di destra è un segnale diverso. Non c’è più solo Meloni a drenare consensi.
La linea ufficiale resta la compattezza. Claudio Durigon, sottosegretario al Lavoro, respinge l’idea di nuovi «campi larghi» a destra costruiti inseguendo i sondaggi. «Il centrodestra è rodato da anni», dice. «Non si fanno campi larghi soltanto perché può essere indicato favorevole o no in un determinato momento dai vari sondaggi». In fin dei conti la Lega si ritrova con tre grossi problemi da risolvere. Il primo è nazionale: dimostrare di essere ancora indispensabile nel centrodestra. L’altro identitario: impedire che l’elettore più arrabbiato trovi in Vannacci un’offerta più chiara. L’ultimo territoriale: difendere il Nord dall’avanzata di Fdi.
Le elezioni comunali di Milano sono il primo banco di prova. Il centrodestra non ha ancora un candidato per il dopo Beppe Sala. Il nome di Maurizio Lupi circola, ma non decolla. Salvini preferisce un profilo civico. Samuele Piscina, segretario milanese del Carroccio, è stato più esplicito: Lupi «non ha il consenso di tutti».
Il secondo fronte è la Regione Lombardia. Da mesi nel centrodestra si ragiona sull’ipotesi di legare politiche, comunali milanesi e regionali lombarde in un election day nel 2027. L’operazione concentrerebbe la mobilitazione nel territorio più forte della coalizione. Ma aprirebbe subito la guerra per il dopo Attilio Fontana. Fratelli d’Italia considera la Lombardia un obiettivo naturale.
Roberto Calderoli prova a raffreddare il dossier. La legislatura, ricordava ieri, scade naturalmente il 13 ottobre 2027. Di voto anticipato, dice, non se ne parla (lo stesso Salvini aveva rettificato la battuta sulla crisi economica che era stata male interpretata). Il messaggio vale per Palazzo Chigi, ma anche per via Bellerio: la Lega non vuole arrivare logorata alla partita finale.
Il ritiro di giugno serve a questo. Allegri direbbe che conta il risultato. Ma qui il punto non è vincere di corto muso. È evitare che la Lega perda, insieme, pezzi a destra e peso al Nord.
Continua a leggereRiduci
Il segretario di Stato americano Marco Rubio (Ansa)
«La diplomazia rimane la nostra preferenza nei confronti di Cuba. A essere sincero, la probabilità che ciò accada, considerando con chi abbiamo a che fare in questo momento, non è elevata», ha anche detto. Parole, quelle di Rubio, che hanno innescato la reazione piccata del ministro degli Esteri cubano, Bruno Rodríguez, il quale ha tacciato gli Stati Uniti di «istigare un’aggressione militare».
Del resto, che le fibrillazioni tra Washington e L’Avana stessero aumentando, non è una novità. Negli scorsi giorni, il Pentagono ha schierato la portaerei Nimitz nei Caraibi, mentre il Dipartimento di Giustizia americano ha formalmente incriminato l’ex presidente cubano, Raúl Castro, con l’accusa di aver ordinato l’abbattimento di due aerei civili nel 1996. L’intelligence statunitense ritiene inoltre che dal 2023 il regime castrista abbia acquistato 300 droni da Russia e Iran: materiale bellico che, secondo Washington, Cuba starebbe valutando di usare per colpire obiettivi statunitensi. Sempre negli scorsi giorni, i servizi segreti americani avrebbero anche studiato le possibili reazioni dell’Avana a un eventuale attacco militare da parte di Washington. Tutto questo, senza trascurare che giovedì l’Ice ha arrestato a Miami Adys Lastres Morera. Si tratta della sorella di Ania Guillermina Lastres Morera, che, in qualità di presidente esecutivo, è a capo di Gaesa: conglomerato di imprese in mano ai militari cubani, che è sotto sanzioni statunitensi.
La tensione è significativamente aumentata dopo che i negoziati tra Usa e Cuba sono finiti in stallo. Washington ha offerto aiuti umanitari e sostegno infrastrutturale a patto che il regime castrista allenti la repressione, liberi i prigionieri politici ed entri de facto nell’orbita geopolitica statunitense. Per convincere L’Avana ad accettare, la scorsa settimana si era recato sull’isola anche il direttore della Cia, John Ratcliffe, incontrando vari alti funzionari cubani. Ciononostante il processo diplomatico non si è realmente sbloccato: un fattore che ha irritato notevolmente la Casa Bianca. Mosca e Pechino, dal canto loro, hanno espresso solidarietà nei confronti del regime castrista. Tuttavia, al di là delle dichiarazioni, non sembra che stiano offrendo chissà quale sostegno concreto all’Avana contro Washington, replicando un po’ un copione già visto ai tempi della cattura di Nicolás Maduro lo scorso gennaio.
Del resto, la strategia cubana di Trump si inserisce nella sua riedizione della Dottrina Monroe, volta a estromettere il più possibile Cina, Russia e Iran dall’Emisfero occidentale. Il presidente americano è, in un certo senso, invogliato ad agire proprio in considerazione del mancato sostegno concreto arrivato al regime di Maduro da Mosca e Pechino l’anno scorso. Ma attenzione: non c’è solo il tema geopolitico. La pressione su Cuba è finalizzata anche a mantenere il sostegno dell’elettorato anticastrista, di cui è ricco uno Stato cruciale come la Florida. Quella Florida di cui Rubio è stato senatore dal 2011 al 2025. Del resto, la questione non riguarda solo le Midterm di novembre. Non è infatti un mistero che Rubio sia considerato, insieme a JD Vance, uno dei possibili candidati alla nomination presidenziale repubblicana del 2028.
D’altronde, se il vicepresidente americano sta cercando di rafforzarsi nella gestione del processo diplomatico iraniano, il segretario di Stato si mantiene proattivo su due fronti: la promozione della Dottrina Monroe e la cura del dossier europeo. «Le opinioni del presidente, la delusione nei confronti di alcuni dei nostri alleati della Nato e della loro reazione alle nostre operazioni in Medio Oriente sono ben documentate», ha detto ieri, durante il vertice dei ministri degli Esteri della Nato a Helsingborg. Ha poi specificato che tali questioni dovranno essere «affrontate» nel corso del summit dell’Alleanza atlantica che si terrà a luglio ad Ankara. «È ovvio che gli Stati Uniti continuano ad avere impegni globali che devono onorare in termini di dispiegamento delle forze armate. E questo ci impone costantemente di riesaminare dove schieriamo le truppe», ha anche detto. Non dimentichiamo che, dopo aver annunciato il ritiro di 5.000 soldati dalla Germania, Trump ha comunicato l’invio di altrettanti militari in Polonia, legando esplicitamente la decisione al suo stretto rapporto con il presidente polacco, Karol Nawrocki. Questo testimonia la relazione articolata che vige tra il presidente americano e gli alleati della Nato. In tal senso, Trump si appoggia a Rubio perché si tratta della figura più focalizzata, all’interno della sua amministrazione, a mantenere in piedi le relazioni transatlantiche.
Insomma, il segretario di Stato (che in quanto consigliere per la sicurezza nazionale ad interim della Casa Bianca lavora a stretto contatto col presidente) sta gestendo due dossier - quello caraibico e quello europeo - di primo piano, tenendosi invece meno esposto rispetto alla spinosa questione iraniana, su cui lavora maggiormente Vance. È quindi chiaro come le principali partite geopolitiche che Washington si sta trovando ad affrontare vadano a intersecarsi con la campagna elettorale (ancora embrionale) del 2028.
Continua a leggereRiduci