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2018-06-14
Soldi, armi e Libia dietro gli attacchi di Macron
ANSA
Ma davvero è pensabile che il livello dello scontro diplomatico tra Francia e Italia sia da attribuire solo alla pur drammatica vicenda della Aquarius? Vicenda nella quale, è giusto ricordarlo, Parigi non c'entra nulla, né è stata in alcun modo coinvolta dal nostro governo né dai partiti che lo sostengono fino alle incredibili dichiarazioni dell'altro ieri?
Emmanuel Macron è stato peraltro il primo presidente in assoluto a congratularsi con Giuseppe Conte durante il primo, effimero incarico del professore pugliese, culminato nello stop a Paolo Savona: «Il presidente vuole tendere la mano al nuovo esecutivo. Vogliamo stabilire rapidamente il contatto con il nuovo presidente del Consiglio già nei prossimi giorni, non appena sarà ufficializzato il governo. Stiamo già lavorando su punti che sono importanti per l'Italia come la riforma eurozona e il controllo dei flussi migratori», cinguettava l'Eliseo il 25 maggio scorso. Parole che suonarono poi quasi ridicole, visto che 48 ore dopo il presidente incaricato diventava Carlo Cottarelli. Perché dunque Parigi passa, in meno di 15 giorni, da una dichiarazione preventiva di simpatia perfino eccessiva a una situazione diplomaticamente imbarazzante che inguaia l'opposizione al governo M5s-Lega, la quale mettendosi contro l'esecutivo rischia di stare con chi denigra un'intera nazione?
Le ragioni sono diverse, e rispetto ad esse la nave carica di immigrati è poco più di un pretesto. Certo, l'imbarcazione già in forza alla Guardia marina tedesca appartiene pur sempre a Medecins sans Frontiers, l'organizzazione fondata da Bernard Kouchner, teorico dell'ingerenza umanitaria e uomo fortissimo della politica parigina (fu sottosegretario di Stato, ministro della Sanità e degli Esteri saltando da François Mitterrand a Nicholas Sarkozy, e venne spedito all'Onu da Jacques Chirac): toccare Msf vuol dire pestare i calli al governo francese. Ma non basta a giustificare il delirio di queste ore, tanto più che nel 2017 ancora Macron aveva accusato l'allora premier Paolo Gentiloni di lassismo eccessivo sulla questione migranti.
Nel breve periodo, il dato più esplosivo è la svolta italiana maturata al G7. «Paolo Gentiloni era rimasto spiazzato dall'asse sorto improvvisamente tra Macron e Trump nel luglio scorso. Ora è Conte a sorprendere Macron aprendo a Trump, che ha mostrato di gradire», spiega Germano Dottori, docente di Studi strategici alla Luiss e consigliere scientifico di Limes. «La nuova sintonia emersa in Canada tra Italia ed Usa potrebbe ridurre l'influenza francese nel nostro Paese e forse anche nel Mediterraneo. La reazione macroniana riflette quindi un'insoddisfazione geopolitica, più che un dissenso ideologico». Ieri peraltro Conte ha ricevuto l'ambasciatore americano: difficile pensare che non si sia affrontato il tema dei rapporti con Parigi.
Macron ha anzitutto un motivo epidermico di fastidio nei confronti di questo governo: considerava i grillini malleabili (i recenti report dell'Institut Montaigne, think tank ora d'area En Marche, davano per probabile un'alleanza con il Pd ancora in aprile di quest'anno), era pronto a inglobarli all'Europarlamento nel nuovo gruppone - decisivo per accedere ai relativi fondi - ed era convinto di avere un riferimento tanto «comodo» per Parigi quanto i vari Letta e Gentiloni, considerati particolarmente in sintonia con gli interessi francesi. L'alleanza con la Lega ha decisamente scombinato i piani, e l'asse Conte-Trump ha fatto il resto, gettando una lunga ombra sulle chiacchiere a proposito della fratellanza europea.
Dove questo cambio di rotta può produrre i maggiori dolori per la Francia? Economicamente, la partita più grande è la difesa comune europea. Sotto la retorica della «sovranità europea» che infesta i discorsi di Macron c'è un progetto piuttosto preciso di ampliamento del giro di commesse militari sotto l'ombrello comunitario, con l'ok della Germania: per motivi che non è il caso di spiegare, Berlino ha qualche problemino a impostare la sua strategia di sviluppo europeo sulle commesse militari. Non è un mistero che l'ex ministro della Difesa Roberta Pinotti fosse sostenitrice del progetto. Anche rispetto a questo tema, è prevedibile che il governo gialloblù imprima una certa sterzata. Se il piano fosse stato quello di usare Fincantieri (a discapito di Leonardo) come cavallo di Troia per portare a Parigi commesse in cui la parte più prelibata fosse la componentistica elettronica di marca transalpina (Naval group), qualcosa rischierebbe seriamente di andare storto. E costerebbe svariati miliardi ai francesi, abituati ad avere a Roma interlocutori che hanno rischiato di regalare migliaia di chilometri quadri di mare ai cugini.
Un secondo ambito è la Libia. Il disastro compiuto da Parigi (e dalla vecchia amministrazione Usa) a Tripoli e dintorni non ha prodotto solo la tragedia umanitaria (ieri peraltro la Marina libica ha ringraziato l'Italia per essersi «svegliata dopo essere stata a lungo un centro di sversamento di migranti da parte del mondo»), ma anche un problema per i nostri affari nel paese di Gheddafi. I buoni rapporti tra l'Eni e la Lega da questo punto di vista sono un altro fronte di potenziale attrito con Parigi, che ha in Total un potente fattore della sua politica estera, in buona parte concorrenziale alla nostra, soprattutto nell'area mediterranea e negli Stati nordafricani (appunto Libia e Tunisia su tutti).
Poi c'è la partita economico finanziaria, dove Parigi e Roma sono strettamente intrecciate. Fin troppo facile citare Vivendi, destinata comunque ad avere un ruolo di primo piano nel risiko delle Tlc (guarda caso, in guerra con il fondo americano Elliott) e non solo. Lo scenario che si aprirà su Generali - che è pur sempre guidata da un francese - vede Parigi in un ruolo non certo riducibile a quello dello spettatore interessato, e di recente le voci su una possibile fusione tra Unicredit (altro colosso con ad francese) e Socgen hanno riacceso il nodo degli equilibri Roma-Parigi in campo finanziario, soprattutto in rapporto a Berlino.
Da questo punto di vista, c'è chi guarda alla Francia anche come possibile partner di un colosso in sofferenza, e cioè Mps. Anche qui, però, chi immaginasse nozze francesi rischia di rimanere molto deluso. La rissa con Macron si spegnerà, ma i motivi che l'hanno scatenata no. Per En Marche, Matteo Salvini è un problema enorme: ha portato Di Maio e soci al fianco di Trump e lontanissimi dal Pd, e questo non potrà mai perdonarglielo.
Martino Cervo
Macron rifiuta di scusarsi. Conte non è un Gentiloni e annulla il viaggio di Stato
Una giornata ad altissima tensione tra Roma e Parigi, quella di ieri, dopo gli insulti piovuti dalla Francia 48 ore fa sul nostro governo per la gestione del caso Aquarius, definita «vomitevole e immonda» da Gabriel Attal, portavoce de La Republique En Marche, il partito del presidente francese Emmanuel Macron, che nelle stesse ore accusava l'Italia di «cinismo e irresponsabilità». La visita di domani a Parigi del premier Giuseppe Conte è quasi definitivamente annullata.
Sono le 8.54 di ieri quando la Farnesina annuncia che «a seguito delle dichiarazioni rilasciate ieri a Parigi sulla vicenda Aquarius, il ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, ha convocato l'ambasciatore di Francia in Italia». Alla Farnesina, però, l'ambasciatore francese, Christian Masset, non si presenta perché «fuori sede» (è a Milano). Al suo posto, a incontrare Moavero Milanesi, va la numero due della diplomazia francese in Italia, l'incaricata d'affari, Claire Anne Raulin. Uno sgarbo vero e proprio. Moavero comunica alla Raulin che il governo italiano «considera inaccettabili le parole usate nelle dichiarazioni pubbliche rese nella giornata di ieri a Parigi, anche a livello governativo, sulla vicenda della nave Aquarius. Il ministro Moavero», recita una nota del ministero degli Esteri, «ha chiarito che simili dichiarazioni stanno compromettendo le relazioni tra Italia e Francia. Ora va sanata la situazione». Traduzione: vogliamo le scuse ufficiali.
Alle 11 il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, è in Senato per l'informativa sul caso Aquarius. Salvini attacca a testa bassa l'Eliseo: «Non abbiamo niente da imparare», dice il vicepremier, «in termini di accoglienza, generosità e solidarietà da nessuno. Il problema non è il derby Italia-Francia, il problema è che la nostra storia non merita di essere apostrofata con certi termini e spero il governo francese dia le scuse ufficiali nel più breve tempo possibile». L'ipotesi che Conte annulli il viaggio a Parigi si fa sempre più concreta. «Conte», dichiara Salvini, «è totalmente legittimato a non andare in Francia, lo sosterremo. Di fronte a un atteggiamento così infondato e volgare di un paese amico ci sono ragioni molto fondate per prendere questa decisione. Conte rappresenta un popolo, non solo un governo. Io sostengo le scelte del presidente Conte, che farà in piena autonomia».
Mezzogiorno di fuoco, e il primo pomeriggio non è da meno. Poco prima delle 14, il ministro dell'Economia, Giovanni Tria, comunica ufficialmente l'annullamento del viaggio a Parigi, previsto per ieri, e l'incontro con l'omologo francese Bruno Le Maire, con il quale ha un colloquio telefonico. Alle 17, l'Eliseo fa sapere che «al momento la Francia non ha ricevuto alcuna informazione da parte della presidenza del Consiglio italiana su una richiesta di scuse o su un possibile annullamento della visita di Giuseppe Conte».
Alle 17.50, il presidente francese Emmanuel Macron, parlando del caso Aquarius, rincara la dose e attacca, senza nominarlo, Salvini: «Chi cerca», dice Macron, «la provocazione? Chi è che dice: io sono più forte dei democratici e una nave che vedo arrivare davanti alle mie coste la caccio via? Se gli do ragione, aiuto la democrazia? Non dimentichiamo chi ci sta parlando e chi si rivolge a noi. Non lo dimentichiamo», sibila Macron, riferendosi a Marine Le Pen, «perché anche noi abbiamo a che fare con gli stessi. Non bisogna cedere alle emozioni, che qualcuno manipola».
Altro che scuse: il presidente francese affonda i colpi, mentre dalla Libia arriva pieno sostegno a Salvini: «Grazie a Dio», dice all'Ansa il portavoce della Marina libica, Ayob Amr Ghasem, «l'Italia si è finalmente risvegliata dopo essere stata a lungo un centro di sversamento di migranti da parte del mondo e siamo molto contenti di questa decisione. L'Italia ha subito le malefatte dell'immigrazione clandestina, tutti i suoi misfatti, compreso evidentemente l'arrivo di terroristi».
Palazzo Chigi affida all'Adnkronos una dichiarazione di Giuseppe Conte: «Nessun dubbio: senza un chiarimento e le scuse di Macron all'Italia», dice il premier, «io resto a Roma. Non ho il minimo tentennamento, chi sbaglia, chiunque esso sia, deve chiedere scusa, prima che a me all'Italia». In serata, Conte, subito dopo aver incontrato l'Ambasciatore degli Stati Uniti in Italia, Lewis Eisenberg, fa sapere di essere «orientato a rinviare» il viaggio a Parigi, in quanto «non ci sono le condizioni». La crisi diplomatica tra Italia e Francia ha una caratteristica che è molto importante sottolineare: le prese di posizione durissime che sono arrivate ieri dal ministro dell'Economia, Giovanni Tria, e da quello degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi. Due pezzi da 90 del governo guidato da Giuseppe Conte ma anche le punte di diamante di quella pattuglia di ministri tecnici che il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha fortemente voluto facessero parte dell'esecutivo Lega-M5s, per temperarne le politiche più radicali su alcuni temi, a partire proprio dai rapporti con l'Unione europea.
Carlo Tarallo
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Il caso della Aquarius è solo una foglia di fico: le bordate dei francesi nascono dal cambio di rotta geopolitico del nostro esecutivo. Che li danneggia sui terreni della difesa comune Ue, degli interessi petroliferi e del risiko bancario. Con lo zampino di Donald Trump...Il premier Giuseppe Conte chiedeva un segnale dopo gli insulti, ma l'Eliseo: «Non diamo ragione a chi provoca». Il professore cancella il vertice di domani e anche il ministro Giovanni Tria fa saltare il suo.Lo speciale contiene due articoliMa davvero è pensabile che il livello dello scontro diplomatico tra Francia e Italia sia da attribuire solo alla pur drammatica vicenda della Aquarius? Vicenda nella quale, è giusto ricordarlo, Parigi non c'entra nulla, né è stata in alcun modo coinvolta dal nostro governo né dai partiti che lo sostengono fino alle incredibili dichiarazioni dell'altro ieri?Emmanuel Macron è stato peraltro il primo presidente in assoluto a congratularsi con Giuseppe Conte durante il primo, effimero incarico del professore pugliese, culminato nello stop a Paolo Savona: «Il presidente vuole tendere la mano al nuovo esecutivo. Vogliamo stabilire rapidamente il contatto con il nuovo presidente del Consiglio già nei prossimi giorni, non appena sarà ufficializzato il governo. Stiamo già lavorando su punti che sono importanti per l'Italia come la riforma eurozona e il controllo dei flussi migratori», cinguettava l'Eliseo il 25 maggio scorso. Parole che suonarono poi quasi ridicole, visto che 48 ore dopo il presidente incaricato diventava Carlo Cottarelli. Perché dunque Parigi passa, in meno di 15 giorni, da una dichiarazione preventiva di simpatia perfino eccessiva a una situazione diplomaticamente imbarazzante che inguaia l'opposizione al governo M5s-Lega, la quale mettendosi contro l'esecutivo rischia di stare con chi denigra un'intera nazione?Le ragioni sono diverse, e rispetto ad esse la nave carica di immigrati è poco più di un pretesto. Certo, l'imbarcazione già in forza alla Guardia marina tedesca appartiene pur sempre a Medecins sans Frontiers, l'organizzazione fondata da Bernard Kouchner, teorico dell'ingerenza umanitaria e uomo fortissimo della politica parigina (fu sottosegretario di Stato, ministro della Sanità e degli Esteri saltando da François Mitterrand a Nicholas Sarkozy, e venne spedito all'Onu da Jacques Chirac): toccare Msf vuol dire pestare i calli al governo francese. Ma non basta a giustificare il delirio di queste ore, tanto più che nel 2017 ancora Macron aveva accusato l'allora premier Paolo Gentiloni di lassismo eccessivo sulla questione migranti.Nel breve periodo, il dato più esplosivo è la svolta italiana maturata al G7. «Paolo Gentiloni era rimasto spiazzato dall'asse sorto improvvisamente tra Macron e Trump nel luglio scorso. Ora è Conte a sorprendere Macron aprendo a Trump, che ha mostrato di gradire», spiega Germano Dottori, docente di Studi strategici alla Luiss e consigliere scientifico di Limes. «La nuova sintonia emersa in Canada tra Italia ed Usa potrebbe ridurre l'influenza francese nel nostro Paese e forse anche nel Mediterraneo. La reazione macroniana riflette quindi un'insoddisfazione geopolitica, più che un dissenso ideologico». Ieri peraltro Conte ha ricevuto l'ambasciatore americano: difficile pensare che non si sia affrontato il tema dei rapporti con Parigi.Macron ha anzitutto un motivo epidermico di fastidio nei confronti di questo governo: considerava i grillini malleabili (i recenti report dell'Institut Montaigne, think tank ora d'area En Marche, davano per probabile un'alleanza con il Pd ancora in aprile di quest'anno), era pronto a inglobarli all'Europarlamento nel nuovo gruppone - decisivo per accedere ai relativi fondi - ed era convinto di avere un riferimento tanto «comodo» per Parigi quanto i vari Letta e Gentiloni, considerati particolarmente in sintonia con gli interessi francesi. L'alleanza con la Lega ha decisamente scombinato i piani, e l'asse Conte-Trump ha fatto il resto, gettando una lunga ombra sulle chiacchiere a proposito della fratellanza europea.Dove questo cambio di rotta può produrre i maggiori dolori per la Francia? Economicamente, la partita più grande è la difesa comune europea. Sotto la retorica della «sovranità europea» che infesta i discorsi di Macron c'è un progetto piuttosto preciso di ampliamento del giro di commesse militari sotto l'ombrello comunitario, con l'ok della Germania: per motivi che non è il caso di spiegare, Berlino ha qualche problemino a impostare la sua strategia di sviluppo europeo sulle commesse militari. Non è un mistero che l'ex ministro della Difesa Roberta Pinotti fosse sostenitrice del progetto. Anche rispetto a questo tema, è prevedibile che il governo gialloblù imprima una certa sterzata. Se il piano fosse stato quello di usare Fincantieri (a discapito di Leonardo) come cavallo di Troia per portare a Parigi commesse in cui la parte più prelibata fosse la componentistica elettronica di marca transalpina (Naval group), qualcosa rischierebbe seriamente di andare storto. E costerebbe svariati miliardi ai francesi, abituati ad avere a Roma interlocutori che hanno rischiato di regalare migliaia di chilometri quadri di mare ai cugini.Un secondo ambito è la Libia. Il disastro compiuto da Parigi (e dalla vecchia amministrazione Usa) a Tripoli e dintorni non ha prodotto solo la tragedia umanitaria (ieri peraltro la Marina libica ha ringraziato l'Italia per essersi «svegliata dopo essere stata a lungo un centro di sversamento di migranti da parte del mondo»), ma anche un problema per i nostri affari nel paese di Gheddafi. I buoni rapporti tra l'Eni e la Lega da questo punto di vista sono un altro fronte di potenziale attrito con Parigi, che ha in Total un potente fattore della sua politica estera, in buona parte concorrenziale alla nostra, soprattutto nell'area mediterranea e negli Stati nordafricani (appunto Libia e Tunisia su tutti).Poi c'è la partita economico finanziaria, dove Parigi e Roma sono strettamente intrecciate. Fin troppo facile citare Vivendi, destinata comunque ad avere un ruolo di primo piano nel risiko delle Tlc (guarda caso, in guerra con il fondo americano Elliott) e non solo. Lo scenario che si aprirà su Generali - che è pur sempre guidata da un francese - vede Parigi in un ruolo non certo riducibile a quello dello spettatore interessato, e di recente le voci su una possibile fusione tra Unicredit (altro colosso con ad francese) e Socgen hanno riacceso il nodo degli equilibri Roma-Parigi in campo finanziario, soprattutto in rapporto a Berlino. Da questo punto di vista, c'è chi guarda alla Francia anche come possibile partner di un colosso in sofferenza, e cioè Mps. Anche qui, però, chi immaginasse nozze francesi rischia di rimanere molto deluso. La rissa con Macron si spegnerà, ma i motivi che l'hanno scatenata no. Per En Marche, Matteo Salvini è un problema enorme: ha portato Di Maio e soci al fianco di Trump e lontanissimi dal Pd, e questo non potrà mai perdonarglielo.Martino Cervo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/soldi-armi-e-libia-dietro-le-bordate-di-parigi-2577831445.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="macron-rifiuta-di-scusarsi-conte-non-e-un-gentiloni-e-annulla-il-viaggio-di-stato" data-post-id="2577831445" data-published-at="1768090276" data-use-pagination="False"> Macron rifiuta di scusarsi. Conte non è un Gentiloni e annulla il viaggio di Stato Una giornata ad altissima tensione tra Roma e Parigi, quella di ieri, dopo gli insulti piovuti dalla Francia 48 ore fa sul nostro governo per la gestione del caso Aquarius, definita «vomitevole e immonda» da Gabriel Attal, portavoce de La Republique En Marche, il partito del presidente francese Emmanuel Macron, che nelle stesse ore accusava l'Italia di «cinismo e irresponsabilità». La visita di domani a Parigi del premier Giuseppe Conte è quasi definitivamente annullata. Sono le 8.54 di ieri quando la Farnesina annuncia che «a seguito delle dichiarazioni rilasciate ieri a Parigi sulla vicenda Aquarius, il ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, ha convocato l'ambasciatore di Francia in Italia». Alla Farnesina, però, l'ambasciatore francese, Christian Masset, non si presenta perché «fuori sede» (è a Milano). Al suo posto, a incontrare Moavero Milanesi, va la numero due della diplomazia francese in Italia, l'incaricata d'affari, Claire Anne Raulin. Uno sgarbo vero e proprio. Moavero comunica alla Raulin che il governo italiano «considera inaccettabili le parole usate nelle dichiarazioni pubbliche rese nella giornata di ieri a Parigi, anche a livello governativo, sulla vicenda della nave Aquarius. Il ministro Moavero», recita una nota del ministero degli Esteri, «ha chiarito che simili dichiarazioni stanno compromettendo le relazioni tra Italia e Francia. Ora va sanata la situazione». Traduzione: vogliamo le scuse ufficiali. Alle 11 il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, è in Senato per l'informativa sul caso Aquarius. Salvini attacca a testa bassa l'Eliseo: «Non abbiamo niente da imparare», dice il vicepremier, «in termini di accoglienza, generosità e solidarietà da nessuno. Il problema non è il derby Italia-Francia, il problema è che la nostra storia non merita di essere apostrofata con certi termini e spero il governo francese dia le scuse ufficiali nel più breve tempo possibile». L'ipotesi che Conte annulli il viaggio a Parigi si fa sempre più concreta. «Conte», dichiara Salvini, «è totalmente legittimato a non andare in Francia, lo sosterremo. Di fronte a un atteggiamento così infondato e volgare di un paese amico ci sono ragioni molto fondate per prendere questa decisione. Conte rappresenta un popolo, non solo un governo. Io sostengo le scelte del presidente Conte, che farà in piena autonomia». Mezzogiorno di fuoco, e il primo pomeriggio non è da meno. Poco prima delle 14, il ministro dell'Economia, Giovanni Tria, comunica ufficialmente l'annullamento del viaggio a Parigi, previsto per ieri, e l'incontro con l'omologo francese Bruno Le Maire, con il quale ha un colloquio telefonico. Alle 17, l'Eliseo fa sapere che «al momento la Francia non ha ricevuto alcuna informazione da parte della presidenza del Consiglio italiana su una richiesta di scuse o su un possibile annullamento della visita di Giuseppe Conte». Alle 17.50, il presidente francese Emmanuel Macron, parlando del caso Aquarius, rincara la dose e attacca, senza nominarlo, Salvini: «Chi cerca», dice Macron, «la provocazione? Chi è che dice: io sono più forte dei democratici e una nave che vedo arrivare davanti alle mie coste la caccio via? Se gli do ragione, aiuto la democrazia? Non dimentichiamo chi ci sta parlando e chi si rivolge a noi. Non lo dimentichiamo», sibila Macron, riferendosi a Marine Le Pen, «perché anche noi abbiamo a che fare con gli stessi. Non bisogna cedere alle emozioni, che qualcuno manipola». Altro che scuse: il presidente francese affonda i colpi, mentre dalla Libia arriva pieno sostegno a Salvini: «Grazie a Dio», dice all'Ansa il portavoce della Marina libica, Ayob Amr Ghasem, «l'Italia si è finalmente risvegliata dopo essere stata a lungo un centro di sversamento di migranti da parte del mondo e siamo molto contenti di questa decisione. L'Italia ha subito le malefatte dell'immigrazione clandestina, tutti i suoi misfatti, compreso evidentemente l'arrivo di terroristi». Palazzo Chigi affida all'Adnkronos una dichiarazione di Giuseppe Conte: «Nessun dubbio: senza un chiarimento e le scuse di Macron all'Italia», dice il premier, «io resto a Roma. Non ho il minimo tentennamento, chi sbaglia, chiunque esso sia, deve chiedere scusa, prima che a me all'Italia». In serata, Conte, subito dopo aver incontrato l'Ambasciatore degli Stati Uniti in Italia, Lewis Eisenberg, fa sapere di essere «orientato a rinviare» il viaggio a Parigi, in quanto «non ci sono le condizioni». La crisi diplomatica tra Italia e Francia ha una caratteristica che è molto importante sottolineare: le prese di posizione durissime che sono arrivate ieri dal ministro dell'Economia, Giovanni Tria, e da quello degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi. Due pezzi da 90 del governo guidato da Giuseppe Conte ma anche le punte di diamante di quella pattuglia di ministri tecnici che il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha fortemente voluto facessero parte dell'esecutivo Lega-M5s, per temperarne le politiche più radicali su alcuni temi, a partire proprio dai rapporti con l'Unione europea. Carlo Tarallo
Can Yaman (Ansa)
Secondo quanto riferito dalla Procura di Istanbul, citata da Turkish Minute, le perquisizioni, a cui hanno preso parte circa 100 agenti della sezione antidroga della polizia di Istanbul, con il supporto della gendarmeria, hanno interessato il noto Bebek hotel sul Bosforo e 9 locali notturni, tra cui il Klein Phonix, uno dei locali più alla moda della capitale turca; sarebbero stati effettuati sequestri di cocaina, marijuana, pasticche, residui di sostanze liquide ritenute stupefacenti, un bilancino e munizioni.
Proprio al Bebek hotel secondo Cnn Turk, citata dalla testata online Hurriyet, gli inquirenti sospettavano l’esistenza di una «stanza segreta» nella quale potrebbero essere state realizzate delle registrazioni. Stanza che, a quanto pare, sarebbe stata trovata durante la perquisizione. La stampa locale, che parla di un possibile «livello superiore» dell’indagine, ora si chiede quale fosse la vera funzione di questa presunta stanza, e chi la utilizzasse, avanzando anche il sospetto di possibili video girati per essere successivamente usati a scopo di ricatto. Dietro al fermo del trentaseienne attore, protagonista di fiction e serie tv, ci sarebbe una soffiata.
Secondo quanto riportato da Hurriyet, durante il blitz qualcuno avrebbe segnalato alle forze dell’ordine che Yaman, presente all’interno di uno dei locali controllati (il nome dell’attore non era tra quelli sui mandati), sembra un night club, aveva fatto uso di droga. Durante la successiva perquisizione a Yaman sarebbe stata trovata addosso della sostanza stupefacente. L’attore, che dopo il fermo è stato condotto presso l’Istituto di medicina legale per gli esami del sangue necessari a verificare l’eventuale consumo di droga, è poi stato rilasciato nel tardo pomeriggio di ieri. Tra i sette fermati dalla polizia turca nell’ambito delle indagini, che riguardano, a vario titolo, le accuse di «possesso di droghe o stimolanti per uso personale», «agevolazione dell’uso di droghe» e «incoraggiamento di una persona alla prostituzione, facilitazione di tale pratica o mediazione o fornitura di un luogo per la prostituzione», oltre a Yaman e alla collega attrice Selen Gorguzel, ci sarebbero anche Ayse Saglam e Ceren Alper, oltre a proprietari di locali, gestori e Youtuber. Al momento non è noto se per le altre persone coinvolte è stato disposto l’arresto o il rilascio come per Yaman. L’indagine, in corso da mesi, è condotta dall’ufficio del procuratore capo di Istanbul attraverso le unità per reati finanziari, narcotraffico e contrabbando e prosegue a ondate: comprende 26 indagati destinatari di ordini di detenzione, ha già portato complessivamente all’incarcerazione di circa 36 persone, nonché a sequestri di beni e alla chiusura temporanea di alcuni locali.
Alcuni indagati risultano latitanti all’estero. L’indagine nella cui rete è finito il protagonista della serie Early Bird era diventata di pubblico dominio lo scorso 5 gennaio con l’arresto di 23 persone a Istanbul, Smirne, ma anche nelle località marittime di Mugla e Denizli. Tra questi l’attore Dogukan Gungor, l’influencer Burak Altindag, la modella e influencer Ceyda Ersoy.
Lo stesso giorno era finito in carcere anche il produttore Muzaffer Yildirim. Quest’ultimo sì, accusato di offrire party privati con tolleranza verso l’uso di droghe. L’uomo è anche il proprietario del Bebek hotel.
Nato a Istanbul nel 1989, Yaman ha un legame profondo con l’Italia fin dalla sua formazione. Il popolare attore si è infatti diplomato al liceo italiano di Istanbul. Un percorso di studi che ha facilitato la parte italiana della sua carriera. Figlio di un avvocato e di una professoressa di lettere, inizialmente segue le orme paterne laureandosi in Giurisprudenza e iniziando per un breve periodo la carriera legale. Ma a 24 anni sceglie la strada della recitazione. La sua carriera decolla nel 2017 con la serie Bitter Sweet - Ingredienti d’amore, ma è con DayDreamer - Le ali del sogno (2018-2019), al fianco di Demet Ozdemir, che la sua popolarità esplode a livello globale, trasformandolo in un sex symbol e facendogli guadagnare il titolo di «Uomo dell’anno» da GQ nel 2019.
Sbarcato in Italia, diventa un volto familiare al grande pubblico. Anche grazie al fidanzamento con la conduttrice di Dazn Diletta Leotta, durata circa un anno, che lo aveva fatto salire agli onori delle cronache rosa. Nel 2021 recita in un celebre spot per la pasta De Cecco diretto da Ferzan Ozpetek, al fianco di Claudia Gerini. La consacrazione nel nostro Paese arriva tra il 2022 e il 2024, quando è co-protagonista con Francesca Chillemi della serie di successo di Canale 5 Viola come il mare, nel ruolo dell’ispettore Francesco Demir.
Il 2025 ha segnato la sua definitiva affermazione con il ruolo da protagonista nella miniserie Il Turco e, soprattutto, nell’ambizioso remake Rai di Sandokan dove ha raccolto la tutt’altro che facile eredità di Kabir Bedi. Una carriera fatta di sole luci, fino alla vicenda delle ultime ore, che a prescindere dalle conseguenze legali (il suo ruolo appare francamente marginale), potrebbe però incidere sulla sua immagine.
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Chalet Franz Kraler - Club Moritzino di Cortina d’Ampezzo. Nel riquadro, la famiglia Kraler
Oggi, in un momento storico segnato dall’attesa per le Olimpiadi Milano-Cortina 2026, Franz Kraler si trova al centro di una nuova fase evolutiva: tra il fermento del periodo pre olimpico, il dialogo costante con le grandi maison e l’apertura a nuovi linguaggi del lusso contemporaneo, come dimostra l’esperienza dello Chalet Franz Kraler. Un racconto fatto di intuizioni, relazioni e visione, che continua a guardare al futuro grazie a Franz, alla moglie Daniela e al figlio Alexander senza dimenticare mai le proprie radici. Ne parliamo con Daniela Kraler.
Quando è nata la vostra storia?
«Nel 1984 a Dobbiaco, tra un incontro fortuito che ha segnato il nostro amore e ha dato vita alla nostra avventura imprenditoriale. Franz era già nel mondo dell’abbigliamento e articoli sportivi con la sua famiglia; dopo il nostro matrimonio e il mio trasferimento da Verona a Dobbiaco, abbiamo aperto la prima boutique di fianco alle scuderie di Francesco Giuseppe, imperatore d’Austria, che proprio a Dobbiaco aveva una delle sue residenze. È da quell’incontro, tra moda, territorio e sogno imprenditoriale, che è germogliata l’idea di un luogo in cui eleganza e relazione potessero convivere armoniosamente».
Come si è evoluta l’azienda dopo la prima apertura?
«Dopo Dobbiaco, la nostra crescita è stata guidata da strategia, visione e un pizzico di casualità. Nel 2004 siamo arrivati a Cortina d’Ampezzo con il primo negozio di proprietà in Corso Italia 107, oggi sede Dior. La posizione era perfetta: nel cuore della via pedonale, con una piazzetta antistante che è stata teatro di eventi e installazioni culturali, consolidando la nostra presenza nel cuore della città. Successivamente abbiamo acquisito gli spazi sotto l’Hotel Cortina, così come il palazzo accanto all’hotel, ancora oggi sede di Louis Vuitton. Il nostro quartier generale si trova ora nel building affacciato sulla piazzetta di Dior, che si articola ai civici 119, 127 e 111, quest’ultimo dedicato all’uomo. Questi spazi sono diventati il cuore pulsante dei nostri eventi, happening e installazioni, unendo retail, cultura e spettacolo».
Che ruolo ha Cortina nella storia dei Kraler?
«Cortina, la perla delle Dolomiti e luogo di villeggiatura della nobiltà e dell’alta borghesia dagli anni Cinquanta, è stata una tappa fondamentale nel nostro percorso. Dal 2004, con la prima boutique e la piazzetta centrale, è diventata un laboratorio di sperimentazione, dialogo culturale e visione internazionale, permettendoci di raccontare il lusso in chiave scenografica, teatrale e profondamente radicata nel territorio alpino».
Perché Cortina è strategica per un luxury retailer come Franz Kraler?
«Perché unisce natura, storia e un pubblico internazionale sensibile al lusso esperienziale. È una piazza che ascolta e risponde alle aspirazioni estetiche contemporanee, un palcoscenico naturale dove accogliere clienti che cercano qualità, cultura e senso di appartenenza. Qui il nostro progetto diventa molto più di una boutique: è un hub culturale e relazionale, integrato con il territorio e la comunità».
Come si sta preparando Franz Kraler per il periodo olimpico?
«Stiamo trasformando la presenza a Cortina in un ecosistema che va oltre il retail tradizionale. La boutique è stata ripensata come un’esperienza immersiva, mentre lo Chalet Franz Kraler - Club Moritzino assume una dimensione culturale e sociale, intrecciando moda, ospitalità, performance e relazioni. Questo modello ci permette di dialogare con il mondo in modo contemporaneo, festoso e relazionale, anticipando l’energia e l’entusiasmo delle Olimpiadi».
Che opportunità rappresenta questo periodo per la maison?
«I Giochi sono una straordinaria occasione per condividere la nostra visione di lusso esperienziale con un pubblico internazionale, rafforzare alleanze con brand globali, e trasformare ogni incontro in un momento memorabile. È un’opportunità per mostrare come una boutique possa essere teatro di cultura, design e comunità».
Qual è il rapporto con le maison internazionali più prestigiose?
«Di collaborazione e rispetto. Le partnership non sono meri accordi commerciali, ma dialoghi creativi: insieme progettiamo capsule esclusive, scenografie e installazioni che valorizzano tanto i prodotti quanto l’ecosistema spaziale in cui sono presentati. Questo ci consente di raccontare ogni Maison in modo unico, contestualizzato e memorabile».
E ora anche lo Chalet Franz Kraler - Club Moritzino.
«È un progetto di ospitalità totale, nato in collaborazione con il leggendario Club Moritzino. Non è solo un ristorante o uno ski-bar: è un palcoscenico di esperienze - eventi, performance, mostre, relazioni - dove moda, arte, gastronomia e territorio si fondono, trasformando la montagna in teatro contemporaneo».
Nel futuro?
«Il consolidamento della nostra presenza a Bolzano, sviluppando collaborazioni con brand ancora non presenti nel capoluogo. L’intento è continuare a raccontare il lusso come un’esperienza totale e immersiva, dove territorio, estetica e relazioni si intrecciano in modalità sempre nuove, sorprendenti e autenticamente emozionali».
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Grazie alle star di Hollywood e ai turisti americani che facevano a gara quando arrivavano a Roma per andare a mangiare le fettuccine da lui, il mito di Alfredo che si va sempre più opacizzando in Italia, non è mai tramontato in America. È vero che laggiù il piatto con cui è diventato celeberrimo, le fettuccine all’uovo tirate e tagliate a mano, condite solo con burro e parmigiano reggiano, non ha più niente a che vedere con la ricetta originale, ma il mito di Alfredo è perpetuato in milioni e milioni di menu.
Per i mangiatori a stelle e strisce, infatti, basta il nome per avere una garanzia del made in Italy. Basta il nome Alfredo per far chioccolare l’acquolina in bocca ai golosi amanti dei (pseudo)piatti all’italiana. L’oste romano e le fettuccine sono un simbolo legato al cinema, ai dialoghi muti, fatti di soli sguardi tra Douglas Fairbanks e Mary Pickford, di Vacanze Romane, di Gregory Peck in Vespa con Audrey Hepburn, di Dolce vita. Basta che nella lista dei piatti si nomini Alfredo per assolvere la pasta scotta e il relativo condimento. Un esempio? Recentemente abbiamo sfogliato il menu del ristorante Dave and Buster’s sulla 42nd Street a Times Square, New York City. Chiamare ristorante il Dave eccetera eccetera, è riduttivo. Dave è il classico locale all’americana, consigliato a chi ama i grassi gusti all’americana e l’abbondanza dei piatti, ma sconsigliato ai palati esigenti e a chi cerca tranquillità o intimità. Offre un servizio completo: food, drink, fun, entertainment. Oltre a mangiare in una delle grandi sale piatti ciclopici per quantità e calorie (food); oltre al bere straripanti aperitivi e cocktail (drink); grandi e piccoli possono andare a digerire nella vasta sala giochi affollata di videogame e macchinette varie (fun); sulle pareti giganteschi schermi proiettano per 18 ore al giorno gli eventi sportivi più gettonati: basket, football, baseball (entertainment).
Il locale newyorchese fa parte di una catena di 178 restaurant, stesso nome, stesso food, stessa filosofia, presenti in 43 Stati Usa. Tornando al chilometrico menu, nella sezione Perfect Pastas si celebra Alfredo, re incontrastato della pasta lunga, sia pure farlocca come le borse Gucci o Louis Vuitton distese che i vu’ cumprà della Grande mela vendono lungo i marciapiedi intorno al Rockefeller center.
Sono quattro i piatti che fanno riferimento ad Alfredo. Il Bistro steak & shrimp Alfredo linguine consiste in un controfiletto di manzo alla griglia su un letto di linguine, con gamberi, funghi, pomodorini, prezzemolo, parmigiano e salsa Alfredo all’astice. Un guazzabuglio di mare, monti, orto e stalla. Costa 27,99 dollari, circa 24 euro e dà una bella botta di calorie: 1.480. Il secondo piatto, Blackened Chicken Alfredo, prevede pezzi di pollo arrostito, condito con funghi, pomodorini a cubetti e salsa Alfredo su un letto di linguine. Costa 20,49 dollari. C’è poi il Chicken Parmesan Alfredo: petto di pollo in crosta di parmigiano servito su linguine in salsa Alfredo, condito con marinara rustica, un mix di 5 formaggi, pomodorini ciliegini, basilico fresco e parmigiano grattugiato: 1.660 calorie a 21,49 dollari. Il quarto piatto è il Cajun Shrimp Pasta: gamberi scottati, salsiccia formaggio cheddar con peperoncino jalapeño, rigatoni, peperoni in Alfredo sauce con parmigiano grattugiato, 24,99 dollari. Sia pure americanizzato, in Yankeelandia Alfredo è un mito come Joe Petrosino e Frank Sinatra. La leggenda del suo ristorante e delle fettuccine, raccontate dalle star di Hollywood al ritorno da Roma, ha tuttora un successo incredibile negli States, popolarità testimoniata dagli oltre 800 libri di cucina americani pubblicati negli ultimi cent’anni.
Alfredo Di Lelio nasce nel cuore di Roma, a Trastevere, nel 1883. È il primo di 11 figli. Inizia l’attività di ristoratore nel localino di famiglia in piazza Rosa, ora piazza Colonna, demolito per far posto alla galleria commerciale ora intitolata ad Alberto Sordi. Mamma Angelina era ai fornelli e lui girava per i tavoli, giovanissimo cameriere pronto al saluto, alla battuta e pronto soprattutto a rincorrere i clienti che cercavano di sgattaiolare via senza pagare il conto. Croccanti supplì e vino dei Castelli erano le specialità della minuscola trattoria. Alfredo scriverà nella sua biografia: «Mi piaceva il lavoro. Potevo incontrare molte persone, come giornalisti, facchini, operai e artisti di varietà. E quando i tavoli erano pieni fuori, ero solito servire il cibo sulle sedie, senza tovaglie o formalità, ma sempre con un sorriso e pronto a ridere e scherzare con chiunque».
La chiusura della taverna in via Rosa, il matrimonio con Ines Ferratini («La ragazza più bella di Trastevere»), l’apertura di un nuovo ristorante in via della Scrofa, che prenderà il nome da lui, Ristorante Alfredo, a pochi passi da piazza Navona e da Castel Sant’Angelo, sono le tappe che porteranno il «re» nell’olimpo della cucina italiana. Il mito di Di Lelio e delle fettuccine nasce con la nascita di Armando, il primogenito. Ines ha un complicato dopo parto: è sfinita e ha perso l’appetito. Alfredo è preoccupato e convinto che la moglie si rimetterà in forma solo se riprende a mangiare. «Un giorno decisi di prendere il toro per le corna e risolvere il problema una volta per tutte», racconta nella biografia. «Andai in cucina a preparare un piatto che avrebbe tentato Ines. Doveva essere qualcosa di appetitoso e nutriente allo stesso tempo, ma essere semplice, perché non le piacevano i sughi troppo elaborati. Pensai alle fettuccine alla romana, fatte in casa con le uova e farina extrafine, tagliate a mano e condite solo con burro. Anzi, condite due volte con burro e con il miglior Parmigiano reggiano. Scolata la pasta, condita e dopo aver recitato un’Ave Maria per Sant’Anna, patrona dei parti, portai le fettuccine a mia moglie». Le fettuccine piacquero talmente a Ines che, ripresasi, suggerì al marito di metterle in menu. È così che le fettuccine al doppio burro in via della Scrofa diventarono la carta vincente di Alfredo.
Una carta che, dopo aver conquistato i palati romani, conquistò quelli americani grazie a due star del cinema muto. Accadde nel 1927. Racconta Alfredo: «La porta del ristorante si aprì ed entrarono due stranieri. Lui alto e forte, con un sorriso aperto e amichevole; lei bionda, bellissima ed elegantissima. Li guardai mentre li conducevo al tavolo migliore della sala. Sapevo di averli già visti, ma dove? Andai da Ines che disse: “Li abbiamo visti al cinema. Sono Mary Pickford e Douglas Fairbanks“».
Erano proprio loro, la felice coppia dei film internazionali di passaggio per Roma, al loro primo viaggio in Europa. Doug e Mary mangiarono con appetito le fettuccine, Alla fine pagarono il conto e si congratularono con Alfredo. Tornarono la sera accompagnati da una folla di giornalisti e fotografi. Si sedettero allo stesso tavolo del pranzo e chiesero ad Alfredo le fettuccine. «Li ebbi a pranzo e a cena durante tutto il loro soggiorno. Alla loro partenza da Roma, mi lasciarono il ricordo diventato il simbolo e l’insegna del ristorante: la forchetta e il cucchiaio d’oro con la dedica di Mary e Doug incisa: To Alfredo, the king of the noodles».
La leggenda di Alfredo re delle fettuccine iniziò in quel giorno del 1927. La stampa mondiale parlava di Mary Pickford e Douglas Fairbanks e di Alfredo, «re delle fettuccine». Da quel giorno altre star del cinema, re, capi di Stato, premi Nobel, campioni dello sport e una marea di personaggi famosissimi si sono seduti ai tavoli di via della Scrofa conquistati dalle fettuccine e dalla simpatia di Alfredo. Ma questa è una storia da riprendere.
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Papa Leone XIV (Getty Images)
Con quali conseguenze nel presente? Leone XIV passa all’attualità: «La guerra è tornata di moda», nota, «si ricerca la pace mediante le armi, quale condizione per affermazione di un proprio dominio. Ciò compromette gravemente lo stato di diritto». E mina il «diritto umanitario internazionale, il cui rispetto non può dipendere dalle circostanze e dagli interessi militari e strategici». Quindi entra nella parte forse più interessante della sua riflessione (il cui testo integrale è disponibile qui: shorturl.at/kXrLE). «Riscoprire il significato delle parole», spiega, «è forse una delle prime sfide del nostro tempo. Quando le parole perdono la loro aderenza alla realtà e la realtà stessa diventa opinabile e in ultima istanza incomunicabile, si diventa come quei due, di cui parla Sant’Agostino, che sono costretti a rimanere insieme senza che nessuno di loro conosca la lingua dell’altro». «Nei nostri giorni», prosegue, «il significato delle parole è sempre più fluido e i concetti che esse rappresentano sempre più ambigui. Il linguaggio non è più il mezzo privilegiato per conoscere e incontrare, ma, nelle pieghe dell’ambiguità semantica, diviene sempre più un’arma con la quale ingannare o colpire e offendere gli avversari. Abbiamo bisogno che le parole tornino a esprimere in modo inequivoco realtà certe».
Secondo Prevost, questo indebolimento del nesso tra parola e realtà avviene paradossalmente in nome della libertà di espressione. Occorre la forza di ribaltare tale dinamica fallace: «La libertà di parola e di espressione è garantita proprio dalla certezza del linguaggio e dal fatto che ogni termine è ancorato alla verità. Duole, invece, constatare come, specialmente in Occidente, si vadano sempre più riducendo gli spazi per l’autentica libertà di espressione, mentre va sviluppandosi un linguaggio nuovo, dal sapore orwelliano, che, nel tentativo di essere sempre più inclusivo, finisce per escludere quanti non si adeguano alle ideologie che lo animano».
obiezione di coscienza
Raramente si era udita dal soglio pontificio una critica così radicale all’eterogenesi dei fini della mentalità contemporanea. Ma è solo l’inizio: «Da questa deriva ne conseguono altre che finiscono per comprimere i diritti fondamentali della persona, a partire dalla libertà di coscienza». Dall’opposizione all’aborto a quella all’eutanasia, Leone difende l’obiezione di coscienza - «non ribellione, ma atto di fedeltà a sé stessi» - che «sembra essere oggetto di un’accresciuta messa in discussione da parte degli Stati, anche da quelli che si dichiarano fondati sulla democrazia e i diritti umani». E sul tema dell’attacco alla libertà religiosa operata da regimi liberali, dalle democrazie occidentali, insomma a casa nostra, è nettissimo: «Rischia di essere compressa la libertà religiosa, che - come ricordava Benedetto XVI - è il primo dei diritti umani perché esprime la realtà più fondamentale della persona». Nel difenderla, per i cristiani «ma anche per tutte le altre comunità religiose», distingue due tipi di aggressione: prima, ovviamente, quella più esplicita. Dice: «La persecuzione dei cristiani rimane una delle crisi dei diritti umani più diffuse al giorno d’oggi, che colpisce oltre 380 milioni di credenti in tutto il mondo, i quali subiscono livelli elevati o estremi di discriminazione, violenza e oppressione a causa della loro fede. Il fenomeno interessa circa un cristiano su sette a livello globale», e cita senza perifrasi anche la «violenza jihadista» che uccide i fedeli di Cristo. Poi è altrettanto esplicito a proposito della «sottile forma di discriminazione religiosa nei confronti dei cristiani, che si sta diffondendo anche in Paesi dove essi sono numericamente maggioritari, come in Europa o nelle Americhe, dove talvolta si vedono limitare la possibilità di annunciare le verità evangeliche per ragioni politiche o ideologiche, specialmente quando difendono la dignità dei più deboli, dei nascituri o dei rifugiati e dei migranti o promuovono la famiglia».
E sulla famiglia declina la prima delle limitazioni pratiche alla concezione cristiana dell’esistenza: «Nonostante la sua centralità, l’istituzione familiare si trova oggi di fronte a due sfide cruciali. Da un lato, si assiste a una tendenza preoccupante nel sistema internazionale a trascurare e sottovalutare il suo fondamentale ruolo sociale. Dall’altro, non si può nascondere la crescente e dolorosa realtà di famiglie fragili, disgregate e sofferenti, afflitte da difficoltà interne e da fenomeni inquietanti, inclusa la violenza domestica. La vocazione all’amore e alla vita, che si manifesta in modo eminente nell’unione esclusiva e indissolubile tra la donna e l’uomo, impone un imperativo etico fondamentale: mettere le famiglie nelle condizioni di accogliere e prendersi cura pienamente della vita nascente».
famiglia, aborto, fine vita
Inevitabili in bocca a un Papa, ma particolarmente decisi, sono gli affondi sull’aborto («la Santa Sede esprime profonda preoccupazione in merito ai progetti volti a finanziare la mobilità transfrontaliera finalizzata all’accesso al cosiddetto “diritto all’aborto sicuro” e ritiene deplorevole che risorse pubbliche vengano destinate alla soppressione della vita»), sulla maternità surrogata (che, «trasformando la gestazione in un servizio negoziabile, vìola la dignità sia del bambino ridotto a “prodotto”, sia della madre, strumentalizzandone il corpo e il processo generativo e alterando il progetto di relazionalità originaria della famiglia») e sull’eutanasia («È compito anche della società civile e degli Stati rispondere concretamente alle situazioni di fragilità, offrendo soluzioni alla sofferenza umana, quali le cure palliative, e promuovendo politiche di autentica solidarietà, anziché incoraggiare forme di illusoria compassione come l’eutanasia»).
Ma è sul «corto circuito» dei diritti che Prevost offre forse il contributo più alto e dissonante rispetto al modo comune di pensare il mondo: «Si sta verificando un vero e proprio “corto circuito” dei diritti umani. Il diritto alla libertà di espressione, alla libertà di coscienza, alla libertà religiosa e perfino alla vita, subiscono limitazioni in nome di altri cosiddetti nuovi diritti, con il risultato che l’impianto stesso dei diritti umani perde vigore, lasciando spazio alla forza e alla sopraffazione. Ciò avviene quando ciascun diritto diventa autoreferenziale e soprattutto quando perde la sua connessione con la realtà delle cose, la loro natura e la verità».
la città di dio
Nel ragionamento del Papa, con evidenti echi ratzingeriani anti-relativistici, Dio è quasi uno sbocco «laico» della ragione umana e della sua ricerca di felicità: «Ricercare solo beni immanenti mina quella “tranquillità dell’ordine” che per Agostino costituisce l’essenza stessa della pace. Mancando un fondamento trascendente e oggettivo, prevale solo l’amor di sé fino all’indifferenza per Dio che governa la città terrena». Tuttavia, come nota Agostino, «è grande l’insensatezza dell’orgoglio in questi individui che pongono nella vita presente il fine del bene e che pensano di rendersi felici da sé stessi».
Astrazione? Mica tanto: Leone si tuffa con sintesi giornalistica su tutti gli scenari devastati del mondo. Ucraina: «La Santa Sede riafferma con decisione l’urgenza di un cessate il fuoco immediato e di un dialogo animato dalla ricerca sincera di vie capaci di condurre alla pace». Terra Santa: «La Santa Sede guarda con particolare attenzione ad ogni iniziativa diplomatica che provveda a garantire ai palestinesi della Striscia di Gaza un futuro di pace e di giustizia durature, così come all’intero popolo palestinese e all’intero popolo israeliano. [...] Si rileva, purtroppo, l’aumento delle violenze in Cisgiordania, perpetrate contro la popolazione civile palestinese, che ha il diritto a vivere in pace nella propria terra», e qui lo sguardo pare calibrato sulle azioni dei coloni coperte dal governo Netanyahu. E poi Venezuela, dove non si notano particolari rimpianti per il blitz trumpiano: «In seguito ai recenti sviluppi, rinnovo l’appello a rispettare la volontà del popolo venezuelano e a impegnarsi per la tutela dei diritti umani e civili di ognuno e per l’edificazione di un futuro di stabilità e di concordia [...] e così risollevarsi dalla grave crisi che affligge il Paese da molti anni».
Il manifesto del Papa è scritto.
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