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2024-06-12
Hamas accetta la tregua ma Sinwar vuole altri morti. «Sangue civile necessario»
Ansa
Il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha approvato la bozza di risoluzione degli Stati Uniti che sostiene il piano di un cessate il fuoco a Gaza annunciato da Joe Biden, invitando Hamas ad accettarlo. Per rispondere alle richieste di diversi Paesi che volevano fosse menzionato anche Israele, il testo «esorta entrambe le parti ad attuare pienamente i termini del piano senza indugio e senza condizioni».
Il documento è stato approvato con 14 voti favorevoli e l’astensione della Russia. L’ambasciatore russo all’Onu, Vasily Nebenzya, spiegando la decisione di Mosca di astenersi durante il voto di lunedì, ha affermato: «A tutti i membri del Consiglio è stato chiesto di approvare una proposta che non hanno visto nella sua interezza», una circostanza poi smentita dai fatti. Biden ha invitato Hamas «a dimostrare di voler davvero una tregua accettando l’accordo proposto nel piano degli Stati Uniti, approvato dalle Nazioni Unite». E Hamas ora cosa farà? Un funzionario del gruppo jihadista ha riferito all’agenzia Reuters: «Abbiamo accettato la risoluzione dell’Onu per la cessazione del fuoco e siamo pronti a negoziare sui dettagli». Il segretario di Stato americano, Antony Blinken, durante la sua visita in Israele dove ha annunciato che gli Usa hanno stanziato 400 milioni di dollari ai palestinesi (visita cui ha fatto seguito anche un incontro con il ministro degli Esteri degli Emirati Arabi Uniti, Abdullah bin Zayed, in Giordania a margine di una conferenza internazionale dei donatori per i palestinesi e, successivamente, il premier palestinese Mohammad Mustafa con il quale ha discusso la proposta di un cessate il fuoco a Gaza in cambio della liberazione degli ostaggi), ha detto che «l’annuncio di Hamas sul voto del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite sulla risoluzione redatta dagli Stati Uniti per un cessate il fuoco a Gaza rappresenta un segnale di speranza ma ciò che conta davvero è la voce che arriva da Gaza e dalla leadership di Hamas nell’enclave palestinese». E qui la questione si complica.
Lunedì sera, il Wall Street Journal ha rivelato una corrispondenza agghiacciante tra il leader di Hamas, Yahya Sinwar, e i suoi stretti collaboratori nell’organizzazione terroristica. Per mesi Sinwar ha rifiutato di accettare un accordo di cessate il fuoco e scambio di prigionieri che non include la fine completa della guerra e il ritiro delle forze di difesa israeliane (Idf) da Gaza, condizioni che lascerebbero Hamas al potere e in grado di riorganizzarsi, permettendo al gruppo di mantenere la promessa di ripetere i massacri del 7 ottobre 2023. Secondo il Wsj, dietro questo rifiuto c’è il calcolo che più combattimenti e più morti civili palestinesi vanno a suo vantaggio, vista la mobilitazione in corso a livello globale. Il Wsj ha osservato che in dozzine di messaggi Sinwar ha mostrato un totale disprezzo per la vita umana, chiarendo di ritenere che Israele abbia più da perdere dalla guerra rispetto ad Hamas.
In un recente messaggio ai funzionari di Hamas che cercavano di mediare un accordo per lo scambio di prigionieri, Sinwar ha scritto: «Abbiamo gli israeliani proprio dove li vogliamo». In un altro scritto ha descritto le morti civili a Gaza come «sacrifici necessari. Facciamo notizia solo con il sangue. Niente sangue, nessuna notizia. Un alto numero di vittime civili creerebbe una pressione mondiale su Israele». E Israele che ne pensa di tutto questo? Secondo quanto riferito da Blinken, Benjamin Netanyahu ha riaffermato, durante il loro incontro, il suo impegno a favore di una proposta di cessare il fuoco a Gaza, mentre fonti ufficiali israeliane hanno detto che il piano per il cessate il fuoco illustrato da Biden «consente di raggiungere gli obiettivi della guerra e cioè la liberazione degli ostaggi e la distruzione di Hamas». Se le cose stanno davvero così, com’è possibile che Hamas accolga «con favore la risoluzione»? Qualcosa non torna ma attenzione a non cadere nell’ennesima trappola dei jihadisti palestinesi perché la tattica è sempre quella di giocare su più tavoli. Quando la cosiddetta ala «politica» talvolta si mostra conciliante, quella «militare» rappresentata da Yaya Sinwar e Mohammed Deif, nascosti da otto mesi nel sottosuolo della Striscia di Gaza, ha sempre rifiutato ogni intesa.
Ma quanto è profonda la diversità di vedute tra le due fazioni di Hamas? Il Wsj ha anche osservato che, secondo i funzionari arabi che hanno parlato con Hamas, nel corso di questi mesi, la leadership politica di Hamas ha iniziato a prendere le distanze da Sinwar, sostenendo ad esempio «di non averli informati prima degli attacchi del 7 ottobre». Nel dicembre scorso quei leader politici hanno iniziato a incontrare altre fazioni palestinesi per discutere un piano postbellico ma Sinwar è stato escluso dai colloqui. Appena il capo jihadista è venuto a conoscenza degli incontri fatti alle sue spalle li ha definiti «vergognosi e oltraggiosi». Successivamente ha inviato una serie di messaggi nei quali ha esortato il gruppo politico di Hamas a non fare concessioni nei negoziati per un accordo: «Sono disposto a morire combattendo. Noi dobbiamo andare avanti sulla strada che abbiamo iniziato». Se lui è deciso a morire nei tunnel portandosi dietro gli ultimi ostaggi, i leader «politici» che vivono all’estero non ci pensano nemmeno a rinunciare alle loro vite. Ismail Haniyeh e sodali stanno provando in tutti i modi a resistere e forse stanno abbandonando Sinwar e Deif al loro destino.
Intanto in attesa di sviluppi, la guerra va avanti tanto che ieri l’Aeronautica militare israeliana «ha colpito circa 35 obiettivi terroristici in tutta la Striscia di Gaza, tra cui strutture militari, depositi di armi, siti di lancio, posti di osservazione, cellule terroristiche».
Da Roma un altro Samp/T per Kiev
Archiviate le elezioni europee, con risultati disastrosi per quei leader che in questi ultimi tempi hanno puntato con forza su una politica bellicista, la guerra in Ucraina torna al centro dell’attenzione. A Berlino, ieri, si è tenuta la conferenza sulla ricostruzione del Paese invaso dalla Russia ormai più di due anni fa. È proprio dalla capitale tedesca che Volodymyr Zelensky, forte delle sponde fornite da Ursula von der Leyen e dal padrone di casa Olaf Scholz, è tornato prorompente a chiedere armi all’Occidente.In un Bundestag svuotato dalla quasi totalità dei deputati del partito di estrema destra Afd - 73 su 77 hanno, infatti, deciso di disertare il discorso del presidente ucraino - Zelensky ha chiamato nuovamente a raccolta l’Europa: «Noi dobbiamo vincere questa guerra», con un «noi» che non stava indicare soltanto il popolo ucraino, ma tutti gli alleati, aggiungendo poi che la guerra avrà una fine soltanto alle condizioni poste dall’Ucraina. Una volontà sulla carta nobile e anche giusta, ma considerando lo stato attuale della situazione sul campo di battaglia del tutto utopistica. L’esercito russo continua giorno dopo giorno a guadagnare terreno, proprio ieri il ministero della Difesa ha annunciato che le truppe di Mosca hanno conquistato altri due villaggi, Artyomovka e Timkovka, rispettivamente nelle regioni di Lugansk e Kharkiv e, più si va avanti e più diventa irreale pensare o sperare che Vladimir Putin si sieda a un tavolo per trattare, soprattutto alle condizioni imposte da Kiev. È per questo motivo che Zelensky continua a insistere sulla consegna di armi, in particolare dei sistemi di difesa aerea, a suo dire il settore cruciale attorno a cui possono ruotare le sorti del conflitto. «Abbiamo bisogno di almeno sette sistemi Patriot», ha detto l’ex comico durante il suo intervento in Germania, «la difesa aerea è fondamentale. È necessario togliere alla Russia il vantaggio che ha a livello aereo». A fargli da eco proprio Scholz. Il cancelliere tedesco ha ribadito la propria posizione: «Vorrei chiedere a tutti di sostenere l’Ucraina nella difesa aerea. Perché la migliore ricostruzione è quella che non deve cominciare mai».La notizia più importante, però, per Zelensky e l’Ucraina è arrivata dalle parole di Ursula von der Leyen. Il presidente della Commissione europea, oltre ad aver manifestato la volontà di accelerare il processo di ingresso nell’Ue di Kiev, ha annunciato l’imminente firma di nuove convenzioni di garanzia e sovvenzione per il sostegno alla ripresa e alla ricostruzione dell’Ucraina per un valore di 1,4 miliardi di euro. In primo piano ci sono soprattutto le infrastrutture energetiche, visto che Zelensky ha fatto presente che gli attacchi russi hanno finora distrutto la metà della capacità produttiva dell’intero Paese. Presente a Berlino anche l’Italia, rappresentata da Antonio Tajani. Il vicepremier e ministro degli Esteri ha ricordato che il nostro governo è pronto a fornire a Kiev il sistema missilistico terra-aria Samp/T, per cui è questione di settimane, e ha annunciato che sarà presto oggetto di passaggio al Copasir un nuovo pacchetto di aiuti militari dal valore di 140 milioni di euro che comprenderà iniziative sulle infrastrutture, sulla salute, sul settore umanitario, sull’agricoltura e sullo sminamento. Nel frattempo Mosca non sta a guardare. L’esercito russo ha avviato un’esercitazione nell’Atlantico muovendo la fregata Ammiraglio Gorshkov, trasportante missili ipersonici Zirkon, e il sottomarino nucleare Kazan, simulando al computer il lancio di missili fino a più di 600 chilometri di distanza. Ma non solo. Anche le truppe di terra, in collaborazione con l’esercito bielorusso, stanno portando avanti la seconda fase delle esercitazioni nucleari tattiche con lo scopo, secondo il ministero della Difesa russo, «di assicurare che il personale e l’equipaggiamento militare dei due Paesi siano pronti a proteggere la loro sovranità e integrità territoriale».
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Il gruppo terroristico dice sì alla risoluzione votata dall’Onu per il cessate il fuoco. Per il «Wsj», però, il leader jihadista frena: «Israele sotto pressione con più vittime». Antonio Tajani ufficializza l’ennesimo invio di aiuti militari a Volodymyr Zelensky, che a Berlino detta l’agenda all’Ue: «Via ai colloqui per il nostro ingresso». Mosca «spara» nell’Atlantico.Lo speciale contiene due articoli. Il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha approvato la bozza di risoluzione degli Stati Uniti che sostiene il piano di un cessate il fuoco a Gaza annunciato da Joe Biden, invitando Hamas ad accettarlo. Per rispondere alle richieste di diversi Paesi che volevano fosse menzionato anche Israele, il testo «esorta entrambe le parti ad attuare pienamente i termini del piano senza indugio e senza condizioni».Il documento è stato approvato con 14 voti favorevoli e l’astensione della Russia. L’ambasciatore russo all’Onu, Vasily Nebenzya, spiegando la decisione di Mosca di astenersi durante il voto di lunedì, ha affermato: «A tutti i membri del Consiglio è stato chiesto di approvare una proposta che non hanno visto nella sua interezza», una circostanza poi smentita dai fatti. Biden ha invitato Hamas «a dimostrare di voler davvero una tregua accettando l’accordo proposto nel piano degli Stati Uniti, approvato dalle Nazioni Unite». E Hamas ora cosa farà? Un funzionario del gruppo jihadista ha riferito all’agenzia Reuters: «Abbiamo accettato la risoluzione dell’Onu per la cessazione del fuoco e siamo pronti a negoziare sui dettagli». Il segretario di Stato americano, Antony Blinken, durante la sua visita in Israele dove ha annunciato che gli Usa hanno stanziato 400 milioni di dollari ai palestinesi (visita cui ha fatto seguito anche un incontro con il ministro degli Esteri degli Emirati Arabi Uniti, Abdullah bin Zayed, in Giordania a margine di una conferenza internazionale dei donatori per i palestinesi e, successivamente, il premier palestinese Mohammad Mustafa con il quale ha discusso la proposta di un cessate il fuoco a Gaza in cambio della liberazione degli ostaggi), ha detto che «l’annuncio di Hamas sul voto del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite sulla risoluzione redatta dagli Stati Uniti per un cessate il fuoco a Gaza rappresenta un segnale di speranza ma ciò che conta davvero è la voce che arriva da Gaza e dalla leadership di Hamas nell’enclave palestinese». E qui la questione si complica.Lunedì sera, il Wall Street Journal ha rivelato una corrispondenza agghiacciante tra il leader di Hamas, Yahya Sinwar, e i suoi stretti collaboratori nell’organizzazione terroristica. Per mesi Sinwar ha rifiutato di accettare un accordo di cessate il fuoco e scambio di prigionieri che non include la fine completa della guerra e il ritiro delle forze di difesa israeliane (Idf) da Gaza, condizioni che lascerebbero Hamas al potere e in grado di riorganizzarsi, permettendo al gruppo di mantenere la promessa di ripetere i massacri del 7 ottobre 2023. Secondo il Wsj, dietro questo rifiuto c’è il calcolo che più combattimenti e più morti civili palestinesi vanno a suo vantaggio, vista la mobilitazione in corso a livello globale. Il Wsj ha osservato che in dozzine di messaggi Sinwar ha mostrato un totale disprezzo per la vita umana, chiarendo di ritenere che Israele abbia più da perdere dalla guerra rispetto ad Hamas.In un recente messaggio ai funzionari di Hamas che cercavano di mediare un accordo per lo scambio di prigionieri, Sinwar ha scritto: «Abbiamo gli israeliani proprio dove li vogliamo». In un altro scritto ha descritto le morti civili a Gaza come «sacrifici necessari. Facciamo notizia solo con il sangue. Niente sangue, nessuna notizia. Un alto numero di vittime civili creerebbe una pressione mondiale su Israele». E Israele che ne pensa di tutto questo? Secondo quanto riferito da Blinken, Benjamin Netanyahu ha riaffermato, durante il loro incontro, il suo impegno a favore di una proposta di cessare il fuoco a Gaza, mentre fonti ufficiali israeliane hanno detto che il piano per il cessate il fuoco illustrato da Biden «consente di raggiungere gli obiettivi della guerra e cioè la liberazione degli ostaggi e la distruzione di Hamas». Se le cose stanno davvero così, com’è possibile che Hamas accolga «con favore la risoluzione»? Qualcosa non torna ma attenzione a non cadere nell’ennesima trappola dei jihadisti palestinesi perché la tattica è sempre quella di giocare su più tavoli. Quando la cosiddetta ala «politica» talvolta si mostra conciliante, quella «militare» rappresentata da Yaya Sinwar e Mohammed Deif, nascosti da otto mesi nel sottosuolo della Striscia di Gaza, ha sempre rifiutato ogni intesa.Ma quanto è profonda la diversità di vedute tra le due fazioni di Hamas? Il Wsj ha anche osservato che, secondo i funzionari arabi che hanno parlato con Hamas, nel corso di questi mesi, la leadership politica di Hamas ha iniziato a prendere le distanze da Sinwar, sostenendo ad esempio «di non averli informati prima degli attacchi del 7 ottobre». Nel dicembre scorso quei leader politici hanno iniziato a incontrare altre fazioni palestinesi per discutere un piano postbellico ma Sinwar è stato escluso dai colloqui. Appena il capo jihadista è venuto a conoscenza degli incontri fatti alle sue spalle li ha definiti «vergognosi e oltraggiosi». Successivamente ha inviato una serie di messaggi nei quali ha esortato il gruppo politico di Hamas a non fare concessioni nei negoziati per un accordo: «Sono disposto a morire combattendo. Noi dobbiamo andare avanti sulla strada che abbiamo iniziato». Se lui è deciso a morire nei tunnel portandosi dietro gli ultimi ostaggi, i leader «politici» che vivono all’estero non ci pensano nemmeno a rinunciare alle loro vite. Ismail Haniyeh e sodali stanno provando in tutti i modi a resistere e forse stanno abbandonando Sinwar e Deif al loro destino.Intanto in attesa di sviluppi, la guerra va avanti tanto che ieri l’Aeronautica militare israeliana «ha colpito circa 35 obiettivi terroristici in tutta la Striscia di Gaza, tra cui strutture militari, depositi di armi, siti di lancio, posti di osservazione, cellule terroristiche».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sinwar-vuole-altri-morti-2668504540.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="da-roma-un-altro-samp-t-per-kiev" data-post-id="2668504540" data-published-at="1718177368" data-use-pagination="False"> Da Roma un altro Samp/T per Kiev Archiviate le elezioni europee, con risultati disastrosi per quei leader che in questi ultimi tempi hanno puntato con forza su una politica bellicista, la guerra in Ucraina torna al centro dell’attenzione. A Berlino, ieri, si è tenuta la conferenza sulla ricostruzione del Paese invaso dalla Russia ormai più di due anni fa. È proprio dalla capitale tedesca che Volodymyr Zelensky, forte delle sponde fornite da Ursula von der Leyen e dal padrone di casa Olaf Scholz, è tornato prorompente a chiedere armi all’Occidente.In un Bundestag svuotato dalla quasi totalità dei deputati del partito di estrema destra Afd - 73 su 77 hanno, infatti, deciso di disertare il discorso del presidente ucraino - Zelensky ha chiamato nuovamente a raccolta l’Europa: «Noi dobbiamo vincere questa guerra», con un «noi» che non stava indicare soltanto il popolo ucraino, ma tutti gli alleati, aggiungendo poi che la guerra avrà una fine soltanto alle condizioni poste dall’Ucraina. Una volontà sulla carta nobile e anche giusta, ma considerando lo stato attuale della situazione sul campo di battaglia del tutto utopistica. L’esercito russo continua giorno dopo giorno a guadagnare terreno, proprio ieri il ministero della Difesa ha annunciato che le truppe di Mosca hanno conquistato altri due villaggi, Artyomovka e Timkovka, rispettivamente nelle regioni di Lugansk e Kharkiv e, più si va avanti e più diventa irreale pensare o sperare che Vladimir Putin si sieda a un tavolo per trattare, soprattutto alle condizioni imposte da Kiev. È per questo motivo che Zelensky continua a insistere sulla consegna di armi, in particolare dei sistemi di difesa aerea, a suo dire il settore cruciale attorno a cui possono ruotare le sorti del conflitto. «Abbiamo bisogno di almeno sette sistemi Patriot», ha detto l’ex comico durante il suo intervento in Germania, «la difesa aerea è fondamentale. È necessario togliere alla Russia il vantaggio che ha a livello aereo». A fargli da eco proprio Scholz. Il cancelliere tedesco ha ribadito la propria posizione: «Vorrei chiedere a tutti di sostenere l’Ucraina nella difesa aerea. Perché la migliore ricostruzione è quella che non deve cominciare mai».La notizia più importante, però, per Zelensky e l’Ucraina è arrivata dalle parole di Ursula von der Leyen. Il presidente della Commissione europea, oltre ad aver manifestato la volontà di accelerare il processo di ingresso nell’Ue di Kiev, ha annunciato l’imminente firma di nuove convenzioni di garanzia e sovvenzione per il sostegno alla ripresa e alla ricostruzione dell’Ucraina per un valore di 1,4 miliardi di euro. In primo piano ci sono soprattutto le infrastrutture energetiche, visto che Zelensky ha fatto presente che gli attacchi russi hanno finora distrutto la metà della capacità produttiva dell’intero Paese. Presente a Berlino anche l’Italia, rappresentata da Antonio Tajani. Il vicepremier e ministro degli Esteri ha ricordato che il nostro governo è pronto a fornire a Kiev il sistema missilistico terra-aria Samp/T, per cui è questione di settimane, e ha annunciato che sarà presto oggetto di passaggio al Copasir un nuovo pacchetto di aiuti militari dal valore di 140 milioni di euro che comprenderà iniziative sulle infrastrutture, sulla salute, sul settore umanitario, sull’agricoltura e sullo sminamento. Nel frattempo Mosca non sta a guardare. L’esercito russo ha avviato un’esercitazione nell’Atlantico muovendo la fregata Ammiraglio Gorshkov, trasportante missili ipersonici Zirkon, e il sottomarino nucleare Kazan, simulando al computer il lancio di missili fino a più di 600 chilometri di distanza. Ma non solo. Anche le truppe di terra, in collaborazione con l’esercito bielorusso, stanno portando avanti la seconda fase delle esercitazioni nucleari tattiche con lo scopo, secondo il ministero della Difesa russo, «di assicurare che il personale e l’equipaggiamento militare dei due Paesi siano pronti a proteggere la loro sovranità e integrità territoriale».
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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