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2024-06-12
Hamas accetta la tregua ma Sinwar vuole altri morti. «Sangue civile necessario»
Ansa
Il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha approvato la bozza di risoluzione degli Stati Uniti che sostiene il piano di un cessate il fuoco a Gaza annunciato da Joe Biden, invitando Hamas ad accettarlo. Per rispondere alle richieste di diversi Paesi che volevano fosse menzionato anche Israele, il testo «esorta entrambe le parti ad attuare pienamente i termini del piano senza indugio e senza condizioni».
Il documento è stato approvato con 14 voti favorevoli e l’astensione della Russia. L’ambasciatore russo all’Onu, Vasily Nebenzya, spiegando la decisione di Mosca di astenersi durante il voto di lunedì, ha affermato: «A tutti i membri del Consiglio è stato chiesto di approvare una proposta che non hanno visto nella sua interezza», una circostanza poi smentita dai fatti. Biden ha invitato Hamas «a dimostrare di voler davvero una tregua accettando l’accordo proposto nel piano degli Stati Uniti, approvato dalle Nazioni Unite». E Hamas ora cosa farà? Un funzionario del gruppo jihadista ha riferito all’agenzia Reuters: «Abbiamo accettato la risoluzione dell’Onu per la cessazione del fuoco e siamo pronti a negoziare sui dettagli». Il segretario di Stato americano, Antony Blinken, durante la sua visita in Israele dove ha annunciato che gli Usa hanno stanziato 400 milioni di dollari ai palestinesi (visita cui ha fatto seguito anche un incontro con il ministro degli Esteri degli Emirati Arabi Uniti, Abdullah bin Zayed, in Giordania a margine di una conferenza internazionale dei donatori per i palestinesi e, successivamente, il premier palestinese Mohammad Mustafa con il quale ha discusso la proposta di un cessate il fuoco a Gaza in cambio della liberazione degli ostaggi), ha detto che «l’annuncio di Hamas sul voto del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite sulla risoluzione redatta dagli Stati Uniti per un cessate il fuoco a Gaza rappresenta un segnale di speranza ma ciò che conta davvero è la voce che arriva da Gaza e dalla leadership di Hamas nell’enclave palestinese». E qui la questione si complica.
Lunedì sera, il Wall Street Journal ha rivelato una corrispondenza agghiacciante tra il leader di Hamas, Yahya Sinwar, e i suoi stretti collaboratori nell’organizzazione terroristica. Per mesi Sinwar ha rifiutato di accettare un accordo di cessate il fuoco e scambio di prigionieri che non include la fine completa della guerra e il ritiro delle forze di difesa israeliane (Idf) da Gaza, condizioni che lascerebbero Hamas al potere e in grado di riorganizzarsi, permettendo al gruppo di mantenere la promessa di ripetere i massacri del 7 ottobre 2023. Secondo il Wsj, dietro questo rifiuto c’è il calcolo che più combattimenti e più morti civili palestinesi vanno a suo vantaggio, vista la mobilitazione in corso a livello globale. Il Wsj ha osservato che in dozzine di messaggi Sinwar ha mostrato un totale disprezzo per la vita umana, chiarendo di ritenere che Israele abbia più da perdere dalla guerra rispetto ad Hamas.
In un recente messaggio ai funzionari di Hamas che cercavano di mediare un accordo per lo scambio di prigionieri, Sinwar ha scritto: «Abbiamo gli israeliani proprio dove li vogliamo». In un altro scritto ha descritto le morti civili a Gaza come «sacrifici necessari. Facciamo notizia solo con il sangue. Niente sangue, nessuna notizia. Un alto numero di vittime civili creerebbe una pressione mondiale su Israele». E Israele che ne pensa di tutto questo? Secondo quanto riferito da Blinken, Benjamin Netanyahu ha riaffermato, durante il loro incontro, il suo impegno a favore di una proposta di cessare il fuoco a Gaza, mentre fonti ufficiali israeliane hanno detto che il piano per il cessate il fuoco illustrato da Biden «consente di raggiungere gli obiettivi della guerra e cioè la liberazione degli ostaggi e la distruzione di Hamas». Se le cose stanno davvero così, com’è possibile che Hamas accolga «con favore la risoluzione»? Qualcosa non torna ma attenzione a non cadere nell’ennesima trappola dei jihadisti palestinesi perché la tattica è sempre quella di giocare su più tavoli. Quando la cosiddetta ala «politica» talvolta si mostra conciliante, quella «militare» rappresentata da Yaya Sinwar e Mohammed Deif, nascosti da otto mesi nel sottosuolo della Striscia di Gaza, ha sempre rifiutato ogni intesa.
Ma quanto è profonda la diversità di vedute tra le due fazioni di Hamas? Il Wsj ha anche osservato che, secondo i funzionari arabi che hanno parlato con Hamas, nel corso di questi mesi, la leadership politica di Hamas ha iniziato a prendere le distanze da Sinwar, sostenendo ad esempio «di non averli informati prima degli attacchi del 7 ottobre». Nel dicembre scorso quei leader politici hanno iniziato a incontrare altre fazioni palestinesi per discutere un piano postbellico ma Sinwar è stato escluso dai colloqui. Appena il capo jihadista è venuto a conoscenza degli incontri fatti alle sue spalle li ha definiti «vergognosi e oltraggiosi». Successivamente ha inviato una serie di messaggi nei quali ha esortato il gruppo politico di Hamas a non fare concessioni nei negoziati per un accordo: «Sono disposto a morire combattendo. Noi dobbiamo andare avanti sulla strada che abbiamo iniziato». Se lui è deciso a morire nei tunnel portandosi dietro gli ultimi ostaggi, i leader «politici» che vivono all’estero non ci pensano nemmeno a rinunciare alle loro vite. Ismail Haniyeh e sodali stanno provando in tutti i modi a resistere e forse stanno abbandonando Sinwar e Deif al loro destino.
Intanto in attesa di sviluppi, la guerra va avanti tanto che ieri l’Aeronautica militare israeliana «ha colpito circa 35 obiettivi terroristici in tutta la Striscia di Gaza, tra cui strutture militari, depositi di armi, siti di lancio, posti di osservazione, cellule terroristiche».
Da Roma un altro Samp/T per Kiev
Archiviate le elezioni europee, con risultati disastrosi per quei leader che in questi ultimi tempi hanno puntato con forza su una politica bellicista, la guerra in Ucraina torna al centro dell’attenzione. A Berlino, ieri, si è tenuta la conferenza sulla ricostruzione del Paese invaso dalla Russia ormai più di due anni fa. È proprio dalla capitale tedesca che Volodymyr Zelensky, forte delle sponde fornite da Ursula von der Leyen e dal padrone di casa Olaf Scholz, è tornato prorompente a chiedere armi all’Occidente.In un Bundestag svuotato dalla quasi totalità dei deputati del partito di estrema destra Afd - 73 su 77 hanno, infatti, deciso di disertare il discorso del presidente ucraino - Zelensky ha chiamato nuovamente a raccolta l’Europa: «Noi dobbiamo vincere questa guerra», con un «noi» che non stava indicare soltanto il popolo ucraino, ma tutti gli alleati, aggiungendo poi che la guerra avrà una fine soltanto alle condizioni poste dall’Ucraina. Una volontà sulla carta nobile e anche giusta, ma considerando lo stato attuale della situazione sul campo di battaglia del tutto utopistica. L’esercito russo continua giorno dopo giorno a guadagnare terreno, proprio ieri il ministero della Difesa ha annunciato che le truppe di Mosca hanno conquistato altri due villaggi, Artyomovka e Timkovka, rispettivamente nelle regioni di Lugansk e Kharkiv e, più si va avanti e più diventa irreale pensare o sperare che Vladimir Putin si sieda a un tavolo per trattare, soprattutto alle condizioni imposte da Kiev. È per questo motivo che Zelensky continua a insistere sulla consegna di armi, in particolare dei sistemi di difesa aerea, a suo dire il settore cruciale attorno a cui possono ruotare le sorti del conflitto. «Abbiamo bisogno di almeno sette sistemi Patriot», ha detto l’ex comico durante il suo intervento in Germania, «la difesa aerea è fondamentale. È necessario togliere alla Russia il vantaggio che ha a livello aereo». A fargli da eco proprio Scholz. Il cancelliere tedesco ha ribadito la propria posizione: «Vorrei chiedere a tutti di sostenere l’Ucraina nella difesa aerea. Perché la migliore ricostruzione è quella che non deve cominciare mai».La notizia più importante, però, per Zelensky e l’Ucraina è arrivata dalle parole di Ursula von der Leyen. Il presidente della Commissione europea, oltre ad aver manifestato la volontà di accelerare il processo di ingresso nell’Ue di Kiev, ha annunciato l’imminente firma di nuove convenzioni di garanzia e sovvenzione per il sostegno alla ripresa e alla ricostruzione dell’Ucraina per un valore di 1,4 miliardi di euro. In primo piano ci sono soprattutto le infrastrutture energetiche, visto che Zelensky ha fatto presente che gli attacchi russi hanno finora distrutto la metà della capacità produttiva dell’intero Paese. Presente a Berlino anche l’Italia, rappresentata da Antonio Tajani. Il vicepremier e ministro degli Esteri ha ricordato che il nostro governo è pronto a fornire a Kiev il sistema missilistico terra-aria Samp/T, per cui è questione di settimane, e ha annunciato che sarà presto oggetto di passaggio al Copasir un nuovo pacchetto di aiuti militari dal valore di 140 milioni di euro che comprenderà iniziative sulle infrastrutture, sulla salute, sul settore umanitario, sull’agricoltura e sullo sminamento. Nel frattempo Mosca non sta a guardare. L’esercito russo ha avviato un’esercitazione nell’Atlantico muovendo la fregata Ammiraglio Gorshkov, trasportante missili ipersonici Zirkon, e il sottomarino nucleare Kazan, simulando al computer il lancio di missili fino a più di 600 chilometri di distanza. Ma non solo. Anche le truppe di terra, in collaborazione con l’esercito bielorusso, stanno portando avanti la seconda fase delle esercitazioni nucleari tattiche con lo scopo, secondo il ministero della Difesa russo, «di assicurare che il personale e l’equipaggiamento militare dei due Paesi siano pronti a proteggere la loro sovranità e integrità territoriale».
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Il gruppo terroristico dice sì alla risoluzione votata dall’Onu per il cessate il fuoco. Per il «Wsj», però, il leader jihadista frena: «Israele sotto pressione con più vittime». Antonio Tajani ufficializza l’ennesimo invio di aiuti militari a Volodymyr Zelensky, che a Berlino detta l’agenda all’Ue: «Via ai colloqui per il nostro ingresso». Mosca «spara» nell’Atlantico.Lo speciale contiene due articoli. Il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha approvato la bozza di risoluzione degli Stati Uniti che sostiene il piano di un cessate il fuoco a Gaza annunciato da Joe Biden, invitando Hamas ad accettarlo. Per rispondere alle richieste di diversi Paesi che volevano fosse menzionato anche Israele, il testo «esorta entrambe le parti ad attuare pienamente i termini del piano senza indugio e senza condizioni».Il documento è stato approvato con 14 voti favorevoli e l’astensione della Russia. L’ambasciatore russo all’Onu, Vasily Nebenzya, spiegando la decisione di Mosca di astenersi durante il voto di lunedì, ha affermato: «A tutti i membri del Consiglio è stato chiesto di approvare una proposta che non hanno visto nella sua interezza», una circostanza poi smentita dai fatti. Biden ha invitato Hamas «a dimostrare di voler davvero una tregua accettando l’accordo proposto nel piano degli Stati Uniti, approvato dalle Nazioni Unite». E Hamas ora cosa farà? Un funzionario del gruppo jihadista ha riferito all’agenzia Reuters: «Abbiamo accettato la risoluzione dell’Onu per la cessazione del fuoco e siamo pronti a negoziare sui dettagli». Il segretario di Stato americano, Antony Blinken, durante la sua visita in Israele dove ha annunciato che gli Usa hanno stanziato 400 milioni di dollari ai palestinesi (visita cui ha fatto seguito anche un incontro con il ministro degli Esteri degli Emirati Arabi Uniti, Abdullah bin Zayed, in Giordania a margine di una conferenza internazionale dei donatori per i palestinesi e, successivamente, il premier palestinese Mohammad Mustafa con il quale ha discusso la proposta di un cessate il fuoco a Gaza in cambio della liberazione degli ostaggi), ha detto che «l’annuncio di Hamas sul voto del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite sulla risoluzione redatta dagli Stati Uniti per un cessate il fuoco a Gaza rappresenta un segnale di speranza ma ciò che conta davvero è la voce che arriva da Gaza e dalla leadership di Hamas nell’enclave palestinese». E qui la questione si complica.Lunedì sera, il Wall Street Journal ha rivelato una corrispondenza agghiacciante tra il leader di Hamas, Yahya Sinwar, e i suoi stretti collaboratori nell’organizzazione terroristica. Per mesi Sinwar ha rifiutato di accettare un accordo di cessate il fuoco e scambio di prigionieri che non include la fine completa della guerra e il ritiro delle forze di difesa israeliane (Idf) da Gaza, condizioni che lascerebbero Hamas al potere e in grado di riorganizzarsi, permettendo al gruppo di mantenere la promessa di ripetere i massacri del 7 ottobre 2023. Secondo il Wsj, dietro questo rifiuto c’è il calcolo che più combattimenti e più morti civili palestinesi vanno a suo vantaggio, vista la mobilitazione in corso a livello globale. Il Wsj ha osservato che in dozzine di messaggi Sinwar ha mostrato un totale disprezzo per la vita umana, chiarendo di ritenere che Israele abbia più da perdere dalla guerra rispetto ad Hamas.In un recente messaggio ai funzionari di Hamas che cercavano di mediare un accordo per lo scambio di prigionieri, Sinwar ha scritto: «Abbiamo gli israeliani proprio dove li vogliamo». In un altro scritto ha descritto le morti civili a Gaza come «sacrifici necessari. Facciamo notizia solo con il sangue. Niente sangue, nessuna notizia. Un alto numero di vittime civili creerebbe una pressione mondiale su Israele». E Israele che ne pensa di tutto questo? Secondo quanto riferito da Blinken, Benjamin Netanyahu ha riaffermato, durante il loro incontro, il suo impegno a favore di una proposta di cessare il fuoco a Gaza, mentre fonti ufficiali israeliane hanno detto che il piano per il cessate il fuoco illustrato da Biden «consente di raggiungere gli obiettivi della guerra e cioè la liberazione degli ostaggi e la distruzione di Hamas». Se le cose stanno davvero così, com’è possibile che Hamas accolga «con favore la risoluzione»? Qualcosa non torna ma attenzione a non cadere nell’ennesima trappola dei jihadisti palestinesi perché la tattica è sempre quella di giocare su più tavoli. Quando la cosiddetta ala «politica» talvolta si mostra conciliante, quella «militare» rappresentata da Yaya Sinwar e Mohammed Deif, nascosti da otto mesi nel sottosuolo della Striscia di Gaza, ha sempre rifiutato ogni intesa.Ma quanto è profonda la diversità di vedute tra le due fazioni di Hamas? Il Wsj ha anche osservato che, secondo i funzionari arabi che hanno parlato con Hamas, nel corso di questi mesi, la leadership politica di Hamas ha iniziato a prendere le distanze da Sinwar, sostenendo ad esempio «di non averli informati prima degli attacchi del 7 ottobre». Nel dicembre scorso quei leader politici hanno iniziato a incontrare altre fazioni palestinesi per discutere un piano postbellico ma Sinwar è stato escluso dai colloqui. Appena il capo jihadista è venuto a conoscenza degli incontri fatti alle sue spalle li ha definiti «vergognosi e oltraggiosi». Successivamente ha inviato una serie di messaggi nei quali ha esortato il gruppo politico di Hamas a non fare concessioni nei negoziati per un accordo: «Sono disposto a morire combattendo. Noi dobbiamo andare avanti sulla strada che abbiamo iniziato». Se lui è deciso a morire nei tunnel portandosi dietro gli ultimi ostaggi, i leader «politici» che vivono all’estero non ci pensano nemmeno a rinunciare alle loro vite. Ismail Haniyeh e sodali stanno provando in tutti i modi a resistere e forse stanno abbandonando Sinwar e Deif al loro destino.Intanto in attesa di sviluppi, la guerra va avanti tanto che ieri l’Aeronautica militare israeliana «ha colpito circa 35 obiettivi terroristici in tutta la Striscia di Gaza, tra cui strutture militari, depositi di armi, siti di lancio, posti di osservazione, cellule terroristiche».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sinwar-vuole-altri-morti-2668504540.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="da-roma-un-altro-samp-t-per-kiev" data-post-id="2668504540" data-published-at="1718177368" data-use-pagination="False"> Da Roma un altro Samp/T per Kiev Archiviate le elezioni europee, con risultati disastrosi per quei leader che in questi ultimi tempi hanno puntato con forza su una politica bellicista, la guerra in Ucraina torna al centro dell’attenzione. A Berlino, ieri, si è tenuta la conferenza sulla ricostruzione del Paese invaso dalla Russia ormai più di due anni fa. È proprio dalla capitale tedesca che Volodymyr Zelensky, forte delle sponde fornite da Ursula von der Leyen e dal padrone di casa Olaf Scholz, è tornato prorompente a chiedere armi all’Occidente.In un Bundestag svuotato dalla quasi totalità dei deputati del partito di estrema destra Afd - 73 su 77 hanno, infatti, deciso di disertare il discorso del presidente ucraino - Zelensky ha chiamato nuovamente a raccolta l’Europa: «Noi dobbiamo vincere questa guerra», con un «noi» che non stava indicare soltanto il popolo ucraino, ma tutti gli alleati, aggiungendo poi che la guerra avrà una fine soltanto alle condizioni poste dall’Ucraina. Una volontà sulla carta nobile e anche giusta, ma considerando lo stato attuale della situazione sul campo di battaglia del tutto utopistica. L’esercito russo continua giorno dopo giorno a guadagnare terreno, proprio ieri il ministero della Difesa ha annunciato che le truppe di Mosca hanno conquistato altri due villaggi, Artyomovka e Timkovka, rispettivamente nelle regioni di Lugansk e Kharkiv e, più si va avanti e più diventa irreale pensare o sperare che Vladimir Putin si sieda a un tavolo per trattare, soprattutto alle condizioni imposte da Kiev. È per questo motivo che Zelensky continua a insistere sulla consegna di armi, in particolare dei sistemi di difesa aerea, a suo dire il settore cruciale attorno a cui possono ruotare le sorti del conflitto. «Abbiamo bisogno di almeno sette sistemi Patriot», ha detto l’ex comico durante il suo intervento in Germania, «la difesa aerea è fondamentale. È necessario togliere alla Russia il vantaggio che ha a livello aereo». A fargli da eco proprio Scholz. Il cancelliere tedesco ha ribadito la propria posizione: «Vorrei chiedere a tutti di sostenere l’Ucraina nella difesa aerea. Perché la migliore ricostruzione è quella che non deve cominciare mai».La notizia più importante, però, per Zelensky e l’Ucraina è arrivata dalle parole di Ursula von der Leyen. Il presidente della Commissione europea, oltre ad aver manifestato la volontà di accelerare il processo di ingresso nell’Ue di Kiev, ha annunciato l’imminente firma di nuove convenzioni di garanzia e sovvenzione per il sostegno alla ripresa e alla ricostruzione dell’Ucraina per un valore di 1,4 miliardi di euro. In primo piano ci sono soprattutto le infrastrutture energetiche, visto che Zelensky ha fatto presente che gli attacchi russi hanno finora distrutto la metà della capacità produttiva dell’intero Paese. Presente a Berlino anche l’Italia, rappresentata da Antonio Tajani. Il vicepremier e ministro degli Esteri ha ricordato che il nostro governo è pronto a fornire a Kiev il sistema missilistico terra-aria Samp/T, per cui è questione di settimane, e ha annunciato che sarà presto oggetto di passaggio al Copasir un nuovo pacchetto di aiuti militari dal valore di 140 milioni di euro che comprenderà iniziative sulle infrastrutture, sulla salute, sul settore umanitario, sull’agricoltura e sullo sminamento. Nel frattempo Mosca non sta a guardare. L’esercito russo ha avviato un’esercitazione nell’Atlantico muovendo la fregata Ammiraglio Gorshkov, trasportante missili ipersonici Zirkon, e il sottomarino nucleare Kazan, simulando al computer il lancio di missili fino a più di 600 chilometri di distanza. Ma non solo. Anche le truppe di terra, in collaborazione con l’esercito bielorusso, stanno portando avanti la seconda fase delle esercitazioni nucleari tattiche con lo scopo, secondo il ministero della Difesa russo, «di assicurare che il personale e l’equipaggiamento militare dei due Paesi siano pronti a proteggere la loro sovranità e integrità territoriale».
Leone XIV (Ansa)
Nel piazzale antistante il Duomo della città, è stato particolarmente caloroso il saluto del Papa ai fedeli. Parlando a braccio, Leone XIV ha invitato tutti a essere costruttori di pace e speranza: «Per come ci ha insegnato Sant’Agostino se vogliamo cambiare i tempi, se vogliamo che il mondo viva in pace dobbiamo cominciare con noi stessi». Il rimando è alla celebre massima agostiniana che di fronte ai «tempi cattivi», la reazione deve essere quella di cercare di vivere bene, perché «i tempi siamo noi; come siamo noi, così sono i tempi». La pace in questa prospettiva cessa di essere un pio richiamo o un auspicio geopolitico per diventare un invito alla vita buona per ciascuno: «Basta con parole di odio, basta con insulti, bullismo, basta con tutte quelle cose che fanno guerra fra le persone, fra le comunità, fra i Paesi. Dobbiamo imparare tutti a essere costruttori di pace».
Il Pontefice era giunto in elicottero alle ore 14.30 accolto dalle autorità civili e religiose, tra cui il vescovo di Pavia, monsignor Corrado Sanguineti e il sindaco Michele Lissia. Dopo una prima, toccante tappa al Centro nazionale di adroterapia oncologica, dove ha incontrato i piccoli pazienti definendo medici e infermieri come «angeli», papa Leone si è recato nella basilica di San Pietro in Ciel d’Oro che custodisce le spoglie di Sant’Agostino di Ippona, il santo di cui papa Prevost è figlio spirituale.
All’interno della basilica il Santo Padre ha presieduto la celebrazione della Parola, pronunciando un’omelia rivolta alla Chiesa pavese che, come tutte le chiese in Occidente, è chiamata ad evangelizzare in un’epoca di profonda secolarizzazione. Il Papa ha riconosciuto apertamente le fatiche della comunità, esortandola a non lasciarsi scoraggiare dal contesto attuale e dalle difficoltà nella trasmissione della fede. «C’è sempre più bisogno, oggi, di accompagnare le persone alla scoperta o alla riscoperta della fede», ha detto.
Tuttavia, il Papa ha avvertito che occorre centrarsi su ciò che è essenziale, evitando il «rischio di disperderci e affaticarci in cose secondarie, magari buone, ma che non vanno all’essenziale». Ma cos’è, dunque, questo «essenziale»? «L’essenziale è vivere con Cristo», stare uniti a Lui come «pietra viva» e fondamento. Per il Papa, annunciare il nucleo del Vangelo significa annunciare Gesù, colui che rivela non solo il mistero di Dio, ma il mistero stesso dell’essere umano.
Dopo aver lasciato la basilica ed essere passato dal Duomo per l’adorazione del Santissimo Sacramento e la venerazione di san Siro, il Papa ha raggiunto piazza Vittoria per incontrare le autorità civili e la cittadinanza. Qui Leone XIV, fra l’altro, ha reso omaggio alla tradizione accademica di Pavia, sottolineando che promuovere le scienze significa promuovere l’uomo. Ha rievocato ancora la figura di Sant’Agostino come esempio di quella «sana inquietudine» che anima chiunque sia assetato di verità, giustizia e bellezza. «La sua figura, mentre incarna il dialogo arduo e costante tra fede e ragione, testimonia la loro reciproca appartenenza. Non si può infatti credere senza pensare, né è possibile illuminare i quesiti più alti della ragione senza fede».
La fede non è un rifugio, una fuga, ma un motore di speranza contro il nichilismo: «Nella misura in cui crede, l’essere umano non si rassegna alla fine, a un frammento storico che termina con la morte: proprio la fede ci ricorda che non siamo sudditi di un fato anonimo, sostenendo invece la certezza che Dio è creatore e salvatore della vita». Un altro celebre motto agostiniano, credo ut intelligam e intelligo ut credam, «credo per comprendere, comprendo per credere», riassume bene il senso di queste parole. Leone XIV ha mostrato come questa prospettiva cambi radicalmente il modo di vivere la cittadinanza. La croce presente nello stemma cittadino è stata interpretata dal Papa non come un semplice fregio araldico, ma come una «sintesi culturale» che àncora la storia locale al valore universale dell’amore cristiano. La comunità di Comunione e liberazione di Pavia ha salutato la visita con «gratitudine. Il suo legame con Sant’Agostino ce lo fa sentire davvero vicino. Gli siamo grati anche per la stima con cui guarda alla vita dei movimenti».
Alle 18.45 il Papa è partito in elicottero verso Sant’Angelo Lodigiano, per recarsi nella parrocchia dei santi Antonio Abate e Francesca Cabrini in cui è venerato il cuore di Santa Francesca Cabrini (1850-1917), la suora che sulla spinta di papa Leone XIII fu missionaria negli Stati Uniti prendendosi cura in particolare degli italiani emigrati. Fu papa Pio XII, che la canonizzò e la proclamò «Celeste patrona di tutti gli emigranti», ed è così che ieri l’ha ricordata papa Prevost indicando come sia oggi attuale un «carisma missionario che si pone al servizio dei migranti», un carisma animato «dall’unico vero «motore» della vita di Santa Cabrini», l’amore di Cristo.
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Keir Starmer (Ansa)
Ed è proprio sentendo sorgere dentro di noi la domanda sul perché, di fronte a fatti così meritevoli di ribellione, nessuno si stia ribellando, che è necessario chiederci se non esista in realtà un preciso meccanismo che tali ribellioni guidi, impedisca o autorizzi. I piani annunciati da Keir Starmer per vietare l’accesso ai social media ai minori, con obblighi di verifica dell’età e blocco delle Vpn, vanno sorprendentemente oltre le misure cinesi e russe in termini di controllo preventivo e centralizzato delle narrazioni digitali e stabiliscono un vero e proprio primato nell’accezione positiva di «censura» per una democrazia occidentale.
Queste misure, presentate come tutela dell’infanzia, riprendono e amplificano la revisione dell’Online safety act con enfasi sul contrasto alla «disinformazione» prefigurando non soltanto una chiara torsione autoritaria ma mostrando al mondo ciò che sarebbe potuto accadere ovunque con una vittoria di Kamala Harris. A portare al punto di collasso il rapporto tra potere e opinione pubblica britannica è stata l’evidenza con la quale il governo laburista ha inteso accelerare su queste misure proprio in occasione della pubblicazione del Rapporto ufficiale dal titolo «The rape gang inquiry report» nel quale si documentano decenni di sfruttamenti sessuali e orrende violenze sistematiche su minorenni britanniche perpetrate da reti organizzate e istituzionalmente coperte di immigrati pakistani.
Le stime indicano 250.000 vittime e le coperture e le connivenze emerse ricordano i meccanismi di protezione dall’alto della rete di Jeffrey Epstein. A fronte di uno scandalo che assume i contorni di un vero e proprio crollo di civiltà a sinistra si tace o addirittura si minimizza, i media censurano e la politica emana leggi per arrestare chi ne parla sui social.
A questo punto occorre riflettere non solo sui fatti in sé ma sui meccanismi che consentono al governo con il peggior gradimento della storia a rimanere al suo posto malgrado le numerose dimissioni di ministri e, soprattutto, sul perché non si verifichino moti di protesta generalizzati ed efficaci fatte salve le proteste di strada come a Southport o Belfast. Aveva ragione George Sorel, forse la «ribellione delle masse» non ha le caratteristiche del moto spontaneo ma del mito. In «Riflessioni sulla violenza» (1908), Sorel definisce il «mito» come un insieme di immagini capaci di evocare nelle masse l’istinto di lotta contro l’ordine esistente. Per Sorel il mito per eccellenza a disposizione del popolo è lo sciopero generale non in quanto evento spontaneo ma inteso come paziente costruzione che conferisce coesione e slancio eroico alle masse.
Senza un mito adeguato - e senza élite che lo diffondano - le masse restano passive anche di fronte a ingiustizie estreme, soprusi e provocazioni di ogni tipo. Pensiamo ai «Gilet gialli» in Francia, un movimento con un forte carattere spontaneo e popolare che nel periodo 2018-2020 ha rappresentato una delle più ampie mobilitazioni di massa degli ultimi decenni, con centinaia di migliaia di persone in piazza ogni settimana contro tasse e rincari e contro il sistema di potere di Emmanuel Macron. Un movimento molto ampio e diffuso ma privo di una struttura organizzativa stabile e, soprattutto, di un’élite che lo motivasse, lo incanalasse e lo autorizzasse in modo coerente e strutturato, tanto da non pervenire ad alcun risultato effettivo né tantomeno ad un ricambio di élite.
Al contrario, invece, possiamo pensare al crollo del regime di Bashar al-Assad in Siria, avvenuto in due settimane con l’accordo orchestrato delle élite internazionali e con il supporto interno di élite siriane in attesa di ricambio. In Siria il popolo non ha svolto alcun ruolo, ha semmai subito una guerra tuttora in corso ed al posto di Assad è stato insediato l’ex jihadista Al-Jolani, poi ricevuto con tutto gli onori in varie cancellerie occidentali. Appare dunque chiaro come la «protesta di piazza» altro non sia se non la fase teatrale della narrazione del ricambio delle élite; non espressione spontanea di una volontà popolare autonoma ma fase spettacolare attraverso la quale le élite in conflitto si forniscono una «giustificazione dal basso». Rimaniamo dunque attoniti di fronte alle assurde incongruenze, alle palesi e inaccettabili ingiustizie e ci convinciamo che la mancata ribellione delle masse sia dovuta a scarsa motivazione, a debolezza, a mancanza di «coscienza di classe» la quale soltanto, una volta creata, porterà all’inevitabile rivoluzione. Ma anche questa, e soprattutto questa, è una truffa: si tratta sempre e solo di alternanza ai vertici del sistema di potere.
Una volta tutto ciò viene chiamato «libertà, uguaglianza e fraternità», un’altra volta «dittatura del proletariato», ma sono sempre le poche persone che lottano per il potere apicale a motivare, autorizzare, costruire o bloccare i miti che danno alle masse l’impressione di essere protagoniste. Viviamo il momento storico nel quale tutto ciò appare con più chiarezza.
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Roberto Vannacci (Imagoeconomica)
L’ultima provocazione del leader di Futuro Nazionale, ieri ospite di Sky Tg24, è l’immigraticidio. «Se accettiamo il reato di femminicidio allora va introdotto l’immigraticidio. Voglio che chi usa violenza contro le donne marcisca dietro le sbarre, che si tenga conto delle circostanze aggravanti. Se noi accettiamo che un reato venga definito in base alla vittima, allora va introdotto l’immigraticidio. Un delitto non può essere più o meno grave in base al sesso o al colore della pelle. Siamo contrari alla creazione di nuovi reati come l’islamofobia o l’omofobia».
Sull’educazione affettivo-sessuale a scuola come prevenzione del femminicidio, Vannacci aveva sostenuto che «in Nord Europa dove l’educazione sessuale viene fatta da anni, gli omicidi di donne sono più numerosi che in Italia», e che invece va combattuto «crescendo uomini forti e non deboli. Per me la cultura patriarcale è l’uomo che si prende carico della famiglia, che la protegge, che protegge le donne in quanto esseri fisicamente più deboli rispetto all’uomo».
Poi c’è il tema degli omosessuali. Le posizioni del generale sugli omosessuali, espresse anche nel suo libro Il mondo al contrario e reiterate in dibattiti pubblici, ruotano attorno al concetto di «non normalità» statistica dell’omosessualità e alla difesa della famiglia tradizionale. Negli ultimi giorni Vannacci aveva criticato il suo ex partito, la Lega, accusandola di una «deriva» volta a legittimare le rivendicazioni della comunità Lgbtq+ e ribadendo che, secondo i suoi principi, la famiglia da promuovere è «solo quella naturale».
«Meglio anormale che generale, è questa la risposta che abbiamo dato a Vannacci quando dice che gli omosessuali non sono normali», replica Riccardo Magi di +Europa al pride di Roma. Sulla stessa linea il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, in testa al corteo del Roma pride dietro al grande striscione rosso della manifestazione che riporta lo slogan «La Repubblica è di chi la abita»: «Dobbiamo batterci per una pienezza di diritti per tutti, al di là dell’orientamento sessuale e di genere: è scritto nella nostra Costituzione e la nostra legislazione, a oggi, non la rispetta». Replicando alle frasi di Vannacci, il sindaco aggiunge: «Non rispondiamo neanche perché noi siamo per la Costituzione. Non ci stupisce che le forze fasciste e oscurantiste vogliano colpire i diritti di qualcuno, ma sappiamo bene che quando si conculcano i diritti di una minoranza, si colpiscono i diritti di tutti. Non arretriamo e ci battiamo con ancora maggiore convinzione».
Commentando poi i sondaggi dell’ultima settimana per il suo partito, Vannacci ha aggiunto: «Questo è il risultato di un piano che si sta realizzando. Il 5.9% nei sondaggi non lo festeggiamo, questo è solo l’inizio. Non credo ai sondaggi, i veri sondaggi li faccio per la strada, quando le persone mi chiedono di andare avanti. La feccia, i figli di nessuno, e la sporca dozzina sono tra di noi».
E sulle alleanze che facciamo? «Io non ho fatto istanza di alleanza. Chi ha cominciato a erigere muri sono stati proprio i partiti del centrodestra. Io non ho mai detto che avrei eretto muri, cosa che invece hanno fatto i vari Lupi, Romeo, Zaia, Centinaio, i vari Marina Berlusconi, che non so a che titolo parli perché non ha ruoli politici, i vari Occhiuto. Evidentemente o hanno paura o vogliono mettere le mani avanti. Sono loro», ha aggiunto, «che vogliono evitare o che vogliono assolutamente impedire un’eventuale intesa che comunque avverrebbe solo se questa alleanza di centrodestra convenisse di non oltrepassare quelle linee rosse che ho stabilito».
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