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2023-10-28
Da noi i pacifisti vietano le bandiere d’Israele
Manifestazione pacifista del 26 ottobre a Milano (Ansa)
«Vogliamo che Israele ponga fine all’assedio di Gaza». La Fiaccolata per la pace pro Palestina (quindi a senso unico) si snoda in piazza dell’Esquilino a Roma e in molte città d’Italia, dove la sinistra sfila per mascherare sotto le bandiere arcobaleno la propria antica ideologia filopalestinese, che confina con l’appeasement nei confronti di Hamas. Con una discriminazione cupa: la richiesta degli organizzatori di Pace e disarmo - che al proprio interno ospita lampi di rosso antico come Arci, Cgil, Anpi più le Acli cattodem -, di «non sventolare bandiere israeliane ma solo quelle arcobaleno» (sulle palestinesi si glissa). Una pretesa che lascia interdetti, il consueto esercizio della doppia morale.
Sotto l’obelisco avviene qualcosa di inedito sul fronte politico, l’Imam Giuseppe Conte in keffiah si prende la sinistra. Lui c’è, circondato da pretoriani fedelissimi (ormai il M5s è una falange e nessuno disubbidisce), mentre il Pd si sfalda nei distinguo delle correnti, balbetta e abdica, si ritrova intrappolato dall’ormai consueto «liberi tutti». Alla fiaccolata il Nazareno si presenta in ordine sparso e a titolo personale: Lorenzo Guerini e Alessandro Alfieri no (Area Riformista è più vicina alle ragioni israeliane), gli adepti della segretaria Marco Furfaro e Marta Bonafoni sì, il capo delegazione a Bruxelles Brando Benifei sì, Dario Nardella e Stefano Bonaccini no (altri impegni, sarà per la prossima volta). Ed Elly Schlein? Lei fa sapere di esserci «con il cuore e con lo spirito» ma nessuno la intercetta perché sta a Venezia al summit del partito sul Piano casa, organizzato da mesi con numerosi sindaci in arrivo da tutta Italia.
La numero uno del Nazareno coglie il senso di un’assenza che si nota. Così si giustifica: «Non è uno sgarbo, il mio percorso pacifista è cominciato proprio con Pace e disarmo, prego di non strumentalizzare». L’associazione è il punto di riferimento del corteo con Amnesty international e Assisi pace giusta. Nessuna bandiera israeliana, come se la stella di David fosse bandita dalle piazze della sinistra italiana. Come se una qualsivoglia «cessazione unilaterale delle azioni militari» non fosse implicitamente un grande favore ad Hamas, che ha in mano gli ostaggi, che ha iniziato i massacri e che ha al punto uno della sua ragione di vita (vergato nell’atto costitutivo) la distruzione dello Stato di Israele.
La cosa non scalfisce l’aplomb di Conte, consapevole di essere il catalizzatore naturale di ogni pulsione finto-pacifista della sinistra, dall’Ucraina a Gaza. Lui è bulimico di popolarità e non ama filosofeggiare: cammina in piazza dell’Esquilino tra le fiaccole dell’Arci ma non dimentica di praticare il digiuno richiesto ai militanti cattolici da papa Francesco. Un leader per tutte le scarpe oggi, come lo fu per tutti i governi ieri. «Credo che quando si parla di pace bisogna avere il coraggio di andare fino in fondo», commenta Conte pensando all’alleato fantasma che gli sta lasciando praterie. Poi affonda il coltello nel burro: «Non mi permetto di mettere bocca sui travagli interni di un altro partito, ma che tra noi e il Pd ci siano distanze rispetto al tema dell’invio di armi a oltranza in Ucraina è un fatto noto». Incassa gli applausi e attende fiducioso il prossimo sondaggio.
Accanto a lui, i rossoverdi Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli marciano compatti con il loro armamentario ideologico riassumibile in un paio di pensierini da assemblea liceale: «Fermare la strage di civili a Gaza, lavorare per il rilascio degli ostaggi israeliani, permettere subito corridoi umanitari; se vogliamo definirci persone civili è questo che occorre fare. E aprire una nuova prospettiva politica su quell’area: due popoli e due Stati». Opzione che, guardacaso, ha sempre trovato Hamas contrario perché la soluzione diplomatica segnerebbe la sua fine (e la fine dei finanziamenti milionari di Iran, Qatar e intellighenzia occidentale radical per la jihad).
In molte altre città italiane va in scena lo stesso spartito doubleface: Padova, Parma, Ancona, Asti, Milano (la Capitale arcobaleno timbra il cartellino tutti i giorni), Palermo, Trapani, La Spezia, Pesaro, Trento. Qui in piazza Duomo il presidio organizzato dal Fronte della gioventù comunista (keffiah e pugni chiusi) esprime la «totale solidarietà al popolo palestinese nella lotta per i propri diritti e per la propria liberazione», come Patrick Zaki prima della cura Fabio Fazio. Oggi si replica ovunque, anche ad Aosta dove i giovani democratici di Bds (Boicottaggio, disinvestimenti, sanzioni ovviamente contro Israele) teorizza il diritto unilaterale palestinese «soffocato da 75 anni di occupazione, come ha denunciato il segretario generale dell’Onu. Una situazione che si classifica come genocidio». Antonio Guterres non si rende neppure conto di avere legittimato il delirio.
Nessuno di questi sinceri democratici, nessuno dei 5.000 manifestanti a Roma sembra preoccuparsi del destino di 28 bambini, da Akir Bibz (9 mesi) a Tal Goldstein (9 anni), da Ohad Zachary (10 anni) a Naveh Shoham (8 anni) fino a Ruth Perez (16 anni), afflitta da distrofia muscolare e costretta su una sedia a rotelle. Sono fra gli ostaggi rastrellati da Hamas nel giorno dell’orrore, il 7 ottobre, e hanno l’unica colpa di essere israeliani. Già dimenticati. Per loro nessun compatimento, nessuna bandiera. E nessun nome scandito - quando mai - accanto alla parola «freedom».
Al convegno dell’estrema sinistra i buoni sono i soldati della jihad
La chiamano International peace conference, ma nei fatti è un raduno di soggetti tra il pericoloso e lo sprovveduto. «Per una pace vera, per una pace giusta. Fermare la terza guerra mondiale», recita la locandina dell’evento, iniziato ieri e ancora oggi in corso presso l’Hotel Universo, a Roma. «Sventare la terza guerra mondiale è il primo dovere di tutti coloro che hanno a cuore il bene dell’umanità», si legge sul sito. «Occorre dunque costruire una grande alleanza internazionale per la pace e la fratellanza tra i popoli che metta in movimento le diverse anime che combattono militarismo e imperialismo».
Poi però, nella sezione media, si trovano i video-saluti di vari soggetti tra cui l’Islamic jihad movement e l’International antifascist information center, dove figura un uomo che parla con il volto completamente coperto e la bandiera della Repubblica popolare del Donetsk alle spalle. Tra gli aderenti vengono indicati anche personaggi come il generale Fabio Mini, Carlo Rovelli (che però non hanno presenziato) ed Elena Basile - quest’ultima prevista anche come relatrice venerdì, stando al programma distribuito inizialmente, non ci risulta essere stata presente. A dirigere i lavori della conferenza stampa di presentazione c’era Moreno Pasquinelli, portavoce del Campo antimperialista di Assisi, con un passato da militante in movimenti di estrema sinistra, da Potere operaio a Quarta internazionale, passando per il Gruppo bolscevico leninista e il Gruppo operaio rivoluzionario. «Mi sembra chiaro che quello che sta accadendo in Medio Oriente», ha dichiarato per l’occasione, «conferma il nostro timore che un impero in declino, quello americano, è una minaccia perché, essendo in declino e non ha più l’egemonia, vuole dominare. E per dominare, una potenza al tramonto ci porta alla guerra. E quando c’è la guerra c’è l’attacco alla democrazia, l’attacco ai diritti democratici, l’attacco alla libertà di pensiero, l’attacco ai diritti umani». Tutte cose che, effettivamente, stavano molto a cuore ai bolscevichi e, oggi, sono molto care agli jihadisti.
Al suo fianco, Jan Carnogursky, ex primo ministro slovacco, Yinanis Rachiotis, presidente della piattaforma per l’Indipendenza della Grecia, e Said Gafourov, docente universitario russo, su Wikipedia indicato come economista marxista e orientalista. «Quando qualcuno in Russia mi chiede: perché sostieni la guerra di Vladimir Putin?», ha raccontato quest’ultimo, «io rispondo: non è la guerra di Putin, è la mia guerra. Abbiamo iniziato a combattere la nostra battaglia contro il neonazismo in Ucraina nel 2014, Putin si è unito a noi nel 2022». Un ottimo modo per delegittimare le posizioni di buon senso sul conflitto in Ucraina: dar voce senza alcun filtro alla propaganda altrui.
Nel programma della conferenza distribuito giovedì, figuravano tra i relatori anche Ali Fayyad, deputato libanese del partito di Hezbollah, e Mohammad Hannoun, sospettato - come raccontato ieri sulla Verità da Giacomo Amadori - di essere un finanziatore di Hamas (entrambi non dovrebbero essere presenti). Tutta gente, insomma, che con i diritti umani ci va a nozze. La verità, purtroppo, è che eventi come questo delegittimano chi prova a portare avanti posizioni equilibrate e vanno a detrimento delle persone che fingono di voler difendere. Perché per quanto sia importante non stancarsi di evidenziare gli errori commessi anche dall’Occidente, in particolare rispetto a chi ne sa tessere solo le lodi, la santificazione degli altri fa lo stesso gioco del pensiero unico. Impedisce, appunto, di pensare.
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I cortei arcobaleno promossi da Anpi, Arci, Acli e Cgil mettono al bando la stella di Davide. E imbarazzano il Pd, che va in ordine sparso: grande assente Elly Schlein. Giuseppe Conte ne approfitta, accompagnato dai rossoverdi Bonelli e Fratoianni: «Diversi dai dem».Invitati al raduno contro il terzo conflitto mondiale i sostenitori di Hamas ed Hezbollah.Lo speciale contiene due articoli.«Vogliamo che Israele ponga fine all’assedio di Gaza». La Fiaccolata per la pace pro Palestina (quindi a senso unico) si snoda in piazza dell’Esquilino a Roma e in molte città d’Italia, dove la sinistra sfila per mascherare sotto le bandiere arcobaleno la propria antica ideologia filopalestinese, che confina con l’appeasement nei confronti di Hamas. Con una discriminazione cupa: la richiesta degli organizzatori di Pace e disarmo - che al proprio interno ospita lampi di rosso antico come Arci, Cgil, Anpi più le Acli cattodem -, di «non sventolare bandiere israeliane ma solo quelle arcobaleno» (sulle palestinesi si glissa). Una pretesa che lascia interdetti, il consueto esercizio della doppia morale. Sotto l’obelisco avviene qualcosa di inedito sul fronte politico, l’Imam Giuseppe Conte in keffiah si prende la sinistra. Lui c’è, circondato da pretoriani fedelissimi (ormai il M5s è una falange e nessuno disubbidisce), mentre il Pd si sfalda nei distinguo delle correnti, balbetta e abdica, si ritrova intrappolato dall’ormai consueto «liberi tutti». Alla fiaccolata il Nazareno si presenta in ordine sparso e a titolo personale: Lorenzo Guerini e Alessandro Alfieri no (Area Riformista è più vicina alle ragioni israeliane), gli adepti della segretaria Marco Furfaro e Marta Bonafoni sì, il capo delegazione a Bruxelles Brando Benifei sì, Dario Nardella e Stefano Bonaccini no (altri impegni, sarà per la prossima volta). Ed Elly Schlein? Lei fa sapere di esserci «con il cuore e con lo spirito» ma nessuno la intercetta perché sta a Venezia al summit del partito sul Piano casa, organizzato da mesi con numerosi sindaci in arrivo da tutta Italia.La numero uno del Nazareno coglie il senso di un’assenza che si nota. Così si giustifica: «Non è uno sgarbo, il mio percorso pacifista è cominciato proprio con Pace e disarmo, prego di non strumentalizzare». L’associazione è il punto di riferimento del corteo con Amnesty international e Assisi pace giusta. Nessuna bandiera israeliana, come se la stella di David fosse bandita dalle piazze della sinistra italiana. Come se una qualsivoglia «cessazione unilaterale delle azioni militari» non fosse implicitamente un grande favore ad Hamas, che ha in mano gli ostaggi, che ha iniziato i massacri e che ha al punto uno della sua ragione di vita (vergato nell’atto costitutivo) la distruzione dello Stato di Israele.La cosa non scalfisce l’aplomb di Conte, consapevole di essere il catalizzatore naturale di ogni pulsione finto-pacifista della sinistra, dall’Ucraina a Gaza. Lui è bulimico di popolarità e non ama filosofeggiare: cammina in piazza dell’Esquilino tra le fiaccole dell’Arci ma non dimentica di praticare il digiuno richiesto ai militanti cattolici da papa Francesco. Un leader per tutte le scarpe oggi, come lo fu per tutti i governi ieri. «Credo che quando si parla di pace bisogna avere il coraggio di andare fino in fondo», commenta Conte pensando all’alleato fantasma che gli sta lasciando praterie. Poi affonda il coltello nel burro: «Non mi permetto di mettere bocca sui travagli interni di un altro partito, ma che tra noi e il Pd ci siano distanze rispetto al tema dell’invio di armi a oltranza in Ucraina è un fatto noto». Incassa gli applausi e attende fiducioso il prossimo sondaggio. Accanto a lui, i rossoverdi Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli marciano compatti con il loro armamentario ideologico riassumibile in un paio di pensierini da assemblea liceale: «Fermare la strage di civili a Gaza, lavorare per il rilascio degli ostaggi israeliani, permettere subito corridoi umanitari; se vogliamo definirci persone civili è questo che occorre fare. E aprire una nuova prospettiva politica su quell’area: due popoli e due Stati». Opzione che, guardacaso, ha sempre trovato Hamas contrario perché la soluzione diplomatica segnerebbe la sua fine (e la fine dei finanziamenti milionari di Iran, Qatar e intellighenzia occidentale radical per la jihad).In molte altre città italiane va in scena lo stesso spartito doubleface: Padova, Parma, Ancona, Asti, Milano (la Capitale arcobaleno timbra il cartellino tutti i giorni), Palermo, Trapani, La Spezia, Pesaro, Trento. Qui in piazza Duomo il presidio organizzato dal Fronte della gioventù comunista (keffiah e pugni chiusi) esprime la «totale solidarietà al popolo palestinese nella lotta per i propri diritti e per la propria liberazione», come Patrick Zaki prima della cura Fabio Fazio. Oggi si replica ovunque, anche ad Aosta dove i giovani democratici di Bds (Boicottaggio, disinvestimenti, sanzioni ovviamente contro Israele) teorizza il diritto unilaterale palestinese «soffocato da 75 anni di occupazione, come ha denunciato il segretario generale dell’Onu. Una situazione che si classifica come genocidio». Antonio Guterres non si rende neppure conto di avere legittimato il delirio.Nessuno di questi sinceri democratici, nessuno dei 5.000 manifestanti a Roma sembra preoccuparsi del destino di 28 bambini, da Akir Bibz (9 mesi) a Tal Goldstein (9 anni), da Ohad Zachary (10 anni) a Naveh Shoham (8 anni) fino a Ruth Perez (16 anni), afflitta da distrofia muscolare e costretta su una sedia a rotelle. Sono fra gli ostaggi rastrellati da Hamas nel giorno dell’orrore, il 7 ottobre, e hanno l’unica colpa di essere israeliani. Già dimenticati. Per loro nessun compatimento, nessuna bandiera. E nessun nome scandito - quando mai - accanto alla parola «freedom».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sinistra-contro-israele-2666087349.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="al-convegno-dellestrema-sinistra-i-buoni-sono-i-soldati-della-jihad" data-post-id="2666087349" data-published-at="1698437967" data-use-pagination="False"> Al convegno dell’estrema sinistra i buoni sono i soldati della jihad La chiamano International peace conference, ma nei fatti è un raduno di soggetti tra il pericoloso e lo sprovveduto. «Per una pace vera, per una pace giusta. Fermare la terza guerra mondiale», recita la locandina dell’evento, iniziato ieri e ancora oggi in corso presso l’Hotel Universo, a Roma. «Sventare la terza guerra mondiale è il primo dovere di tutti coloro che hanno a cuore il bene dell’umanità», si legge sul sito. «Occorre dunque costruire una grande alleanza internazionale per la pace e la fratellanza tra i popoli che metta in movimento le diverse anime che combattono militarismo e imperialismo». Poi però, nella sezione media, si trovano i video-saluti di vari soggetti tra cui l’Islamic jihad movement e l’International antifascist information center, dove figura un uomo che parla con il volto completamente coperto e la bandiera della Repubblica popolare del Donetsk alle spalle. Tra gli aderenti vengono indicati anche personaggi come il generale Fabio Mini, Carlo Rovelli (che però non hanno presenziato) ed Elena Basile - quest’ultima prevista anche come relatrice venerdì, stando al programma distribuito inizialmente, non ci risulta essere stata presente. A dirigere i lavori della conferenza stampa di presentazione c’era Moreno Pasquinelli, portavoce del Campo antimperialista di Assisi, con un passato da militante in movimenti di estrema sinistra, da Potere operaio a Quarta internazionale, passando per il Gruppo bolscevico leninista e il Gruppo operaio rivoluzionario. «Mi sembra chiaro che quello che sta accadendo in Medio Oriente», ha dichiarato per l’occasione, «conferma il nostro timore che un impero in declino, quello americano, è una minaccia perché, essendo in declino e non ha più l’egemonia, vuole dominare. E per dominare, una potenza al tramonto ci porta alla guerra. E quando c’è la guerra c’è l’attacco alla democrazia, l’attacco ai diritti democratici, l’attacco alla libertà di pensiero, l’attacco ai diritti umani». Tutte cose che, effettivamente, stavano molto a cuore ai bolscevichi e, oggi, sono molto care agli jihadisti. Al suo fianco, Jan Carnogursky, ex primo ministro slovacco, Yinanis Rachiotis, presidente della piattaforma per l’Indipendenza della Grecia, e Said Gafourov, docente universitario russo, su Wikipedia indicato come economista marxista e orientalista. «Quando qualcuno in Russia mi chiede: perché sostieni la guerra di Vladimir Putin?», ha raccontato quest’ultimo, «io rispondo: non è la guerra di Putin, è la mia guerra. Abbiamo iniziato a combattere la nostra battaglia contro il neonazismo in Ucraina nel 2014, Putin si è unito a noi nel 2022». Un ottimo modo per delegittimare le posizioni di buon senso sul conflitto in Ucraina: dar voce senza alcun filtro alla propaganda altrui. Nel programma della conferenza distribuito giovedì, figuravano tra i relatori anche Ali Fayyad, deputato libanese del partito di Hezbollah, e Mohammad Hannoun, sospettato - come raccontato ieri sulla Verità da Giacomo Amadori - di essere un finanziatore di Hamas (entrambi non dovrebbero essere presenti). Tutta gente, insomma, che con i diritti umani ci va a nozze. La verità, purtroppo, è che eventi come questo delegittimano chi prova a portare avanti posizioni equilibrate e vanno a detrimento delle persone che fingono di voler difendere. Perché per quanto sia importante non stancarsi di evidenziare gli errori commessi anche dall’Occidente, in particolare rispetto a chi ne sa tessere solo le lodi, la santificazione degli altri fa lo stesso gioco del pensiero unico. Impedisce, appunto, di pensare.
Papa Leone XIV (Ansa)
L’ennesimo codazzo del disordine sinodale è la pubblicazione del rapporto finale del nono Gruppo di studio sulle «questioni dottrinali, pastorali ed etiche emergenti». In sostanza, il rapporto con i fedeli Lgbt. L’ennesima mina che a Robert Francis Prevost toccherà disinnescare, dopo il caso delle benedizioni gay in Germania.
La relazione, infatti, cerca di occultare, dietro l’uso della neolingua catto-woke, un vero e proprio assalto al magistero. Lo si intuisce già dallo slittamento semantico che propone: gli autori dicono di ritenere «più appropriato qualificare le questioni in oggetto come questioni “emergenti” piuttosto che come questioni “controverse”». Essi annunciano, così, un «cambio di paradigma», che consentirebbe di trattare certe situazioni non più alla stregua di un «problema» da risolvere, evidenziando invece «la qualità globale dell’impegno che concerne l’insieme della comunità ecclesiale e l’integralità della persona», oltre che rimandando a «una possibile risorsa da discernere nella “conversazione nello Spirito” e nella “conversione relazionale”». Cristallino, eh? Se Gesù si fosse espresso in questi termini, non si sarebbe capito nemmeno da solo.
Quel che si capisce benissimo è dove che vogliano andare a parare le 24 pagine (su 32 totali) che precedono la prima occorrenza della parola «omosessuali»: a legittimare, appunto, le relazioni gay. Se non il matrimonio tra persone dello stesso sesso.
Al volumetto sono state allegate alcune testimonianze anonime, in particolare una proveniente dal Portogallo e l’altra dagli Stati Uniti, di cattolici Lgbt accolti dalle locali comunità ecclesiali, dopo un periodo di travagli e discriminazioni.
Il fedele lusitano allude apertamente al «mio matrimonio» e a «mio marito». Matrimonio. Marito. La Chiesa ritiene che l’unione omosessuale sia equiparabile alle nozze tra uomo e donna? Strano, perché il Dicastero per la Dottrina della fede, pur retto dal bergogliano Víctor Manuel Fernández, ha appena diffuso il testo di una lettera che il cardinale, nel 2024, indirizzò a monsignor Stephen Ackermann, vescovo di Trier, in risposta alla posizione della Conferenza episcopale tedesca sulle «benedizioni per le coppie che si amano». Il capo dell’ex Sant’Uffizio spiegava che, nonostante Fiducia Supplicans avesse liberalizzato - in modo maldestro - la pratica di benedire le unioni irregolari, la Chiesa di Germania si stava spingendo troppo in là. Tucho ricordava che la Chiesa «non ha il potere di conferire la sua benedizione liturgica» a coppie omosessuali e divorziati risposati, che non voleva «legittimare nulla» né «sancire […] nulla» e che non bisognava, dunque, «creare confusione», introducendo un «rito liturgico» o «forme di benedizioni simili a sacramentali». Tirare fuori quella missiva è stata la risposta della Santa Sede, ora guidata dal pontefice americano, all’ennesima fuga in avanti dei teutonici: il cardinale Reinhard Marx ha chiesto ai sacerdoti della sua diocesi, Monaco e Frisinga, di mettere a «fondamento della pratica pastorale» le benedizioni già bocciate dal Dicastero della Fede.
Ma nel rapporto del Gruppo di studio n. 9 del Sinodo compare un’intervista dagli Usa, che è ancora più esplicita di quella realizzata in Portogallo. La corrispondente vaticana Diane Montagna ha identificato il testimone statunitense, il quale ringrazia Dio «per mio marito» e si presenta come l’autore del libro Lgbtq catholic ministry, past and present, che reca la prefazione del noto prete arcobaleno, il gesuita James Martin. L’innominato, allora, non può che essere Jason Steidl: è l’uomo la cui foto con il compagno, mentre entrambi venivano benedetti dallo stesso padre Martin, comparve il 21 dicembre 2023 sul New York Times, scatenando un vespaio di polemiche. L’immagine, in effetti, somigliava alla celebrazione di un matrimonio gay.
D’altronde, nel comitato di teologi che ha prodotto il documento compaiono figure quali Maurizio Chiodi, sostenitore della pastorale Lgbt e convinto che, in alcune circostanze, gli atti omosessuali siano «moralmente buoni». Tutto coerente con i toni della relazione sinodale, che per giustificare l’inosservanza della dottrina pattina tra espressioni alate e retoriche evanescenti: la «narrazione», la «cultura della trasparenza» e quella «del rendiconto e della valutazione», il dovere di accogliere le «istanze che le pratiche credenti esprimono e mettono in atto», nonché di piegare i principi alle esigenze dei «contesti».
Se la decisione di nominare vescovi senza il consenso di Roma romperà, per ovvi motivi, la comunione della Fraternità San Pio X con la Santa Sede, sarebbe bizzarro se il Vaticano non iniziasse a prendere provvedimenti seri anche per arginare queste martellanti campagne di demolizione del magistero «da sinistra». Per il Papa chiamato a riparare le crepe che si erano aperte durante il pontificato di Francesco, lo scisma arcobaleno è più allarmante degli attacchi di Trump. Il presidente Usa non è eterno e le sue sparate, semmai, stanno compattando i cattolici. La vera grana - il Vangelo insegna - un regno ce l’ha quando si divide in sé stesso.
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A Roma, al termine del Med9, il vicepremier Antonio Tajani annuncia la nascita di una coalizione tra Ue, Balcani, Golfo, Nord Africa e Lega Araba per garantire sicurezza alimentare e accesso ai fertilizzanti attraverso lo stretto di Hormuz dopo un cessate il fuoco stabile.
Laura Boldrini (Ansa)
La missione guidata da Laura Boldrini nei campi sahrawi si inserisce in un contesto altamente sensibile, tra accuse sul ruolo dell’Algeria nella destabilizzazione del Sahara e del Sahel e la controversa posizione del Fronte Polisario, che alimentano tensioni politiche e diplomatiche.
La recente missione istituzionale del Comitato permanente della Camera sui diritti umani nei campi sahrawi di Tindouf arriva in uno dei momenti più delicati per la sicurezza del Sahel. Una visita che rischia di trasformarsi in un errore politico e diplomatico. Dietro la narrativa umanitaria sul Fronte Polisario e sulla causa sahrawi si muovono infatti accuse pesantissime che chiamano in causa il ruolo dell’Algeria e dell’Iran nella destabilizzazione del Sahara e del Mali attraverso reti jihadiste, infiltrazioni dei servizi segreti e gruppi armati utilizzati come strumenti geopolitici.
La delegazione guidata da Laura Boldrini ha visitato i campi profughi di Tindouf, in Algeria, per incontrare esponenti del Fronte Polisario, movimento nato nel 1973 e sostenuto da Algeri. Prima della visita ai campi, i parlamentari italiani hanno visto anche le autorità algerine, compreso il vicepresidente del Parlamento. Formalmente si è trattato di una missione dedicata ai diritti umani e alla situazione del popolo sahrawi. Politicamente, però, il viaggio rischia di essere interpretato come una legittimazione di un sistema opaco attorno al quale ruotano accuse di collusioni con reti jihadiste e traffici nel Sahel.
A rendere ancora più controversa questa visita è la recente posizione degli Stati Uniti. Washington ha infatti condannato gli attacchi attribuiti al Fronte Polisario contro la città di Smara, nel Sahara Occidentale, sostenendo che tali azioni compromettano gli sforzi diplomatici e minaccino la stabilità regionale. In un messaggio pubblicato su X, la missione americana presso le Nazioni Unite ha denunciato violenze «contrarie allo spirito dei recenti negoziati», chiedendo una soluzione definitiva del conflitto nel Sahara. Nel frattempo anche l’Unione Europea ha rafforzato il sostegno al piano di autonomia proposto dal Marocco come base per la soluzione della controversia. Durante una visita ufficiale a Rabat, l’Alta rappresentante dell’Ue per gli Affari esteri, Kaja Kallas, ha dichiarato che «una vera autonomia potrebbe rappresentare una delle soluzioni più realistiche» per arrivare a una soluzione politica definitiva. Kallas ha inoltre invitato tutte le parti a partecipare ai negoziati «senza precondizioni e sulla base del piano di autonomia presentato dal Marocco».
La posizione europea, approvata dai 27 Stati membri, è stata formalizzata in un comunicato congiunto diffuso al termine dell’incontro con il ministro degli Esteri marocchino Nasser Bourita. Bruxelles ha inoltre accolto favorevolmente la Risoluzione 2797 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che sostiene il rilancio del processo politico sulla base dell’iniziativa marocchina di autonomia sotto sovranità di Rabat. Un orientamento che rappresenta un ulteriore isolamento politico del Fronte Polisario e della linea sostenuta dall’Algeria. A denunciare il ruolo ambiguo di Algeri è soprattutto l’antropologo britannico Jeremy H. Keenan, autore di The Dark Sahara, testo che descrive il rapporto tra servizi segreti algerini e terrorismo islamista nel Nord Africa. Secondo Keenan, dalla fine degli anni Novanta il Mali settentrionale sarebbe stato trasformato in un laboratorio di destabilizzazione controllata.
In quel periodo numerosi militanti del GIA, il Gruppo Islamico Armato protagonista della guerra civile algerina, sarebbero stati progressivamente spinti verso il Sahara. Non come una forza militare visibile, ma come una presenza destinata a radicarsi tra le comunità tuareg attraverso matrimoni, commerci e traffici illegali. L’obiettivo sarebbe stato creare nel Sahel un ecosistema instabile ma controllabile. Per Keenan la svolta avvenne dopo l’11 settembre 2001. Il presidente algerino Abdelaziz Bouteflika comprese che la guerra globale al terrorismo lanciata dagli Stati Uniti poteva diventare un’enorme opportunità strategica. L’Algeria usciva dal Decennio Nero, segnato da massacri, accuse contro esercito e servizi segreti, isolamento internazionale e sanzioni. Aveva bisogno di ricostruire la propria immagine e ottenere nuove forniture militari occidentali.
Secondo Keenan, Algeri doveva presentarsi come un partner indispensabile nella lotta al terrorismo. Ma per riuscirci era necessario che la minaccia jihadista si espandesse nel Sahara. Le accuse diventano ancora più gravi quando Keenan affronta il ruolo del DRS, i servizi segreti algerini. Nel suo libro sostiene che il DRS non si sarebbe limitato a infiltrare i gruppi islamisti, ma avrebbe contribuito direttamente alla loro creazione e manipolazione. Arriva persino a sostenere che Djamel Zitouni, storico leader del GIA, fosse controllato dai servizi algerini.
Keenan cita anche le dichiarazioni di John Schindler, ex funzionario dell’intelligence americana, secondo cui il GIA sarebbe stato in larga parte una creazione del DRS, utilizzata per screditare gli islamisti attraverso massacri indiscriminati e attentati. Questo schema, sostiene Keenan, sarebbe stato successivamente esportato nel Sahel attraverso il GSPC, poi trasformato in AQMI, Al-Qaeda nel Maghreb Islamico. Secondo questa ricostruzione, l’Algeria avrebbe favorito anche l’ascesa di gruppi come MUJAO e Ansar al-Din per colpire politicamente i movimenti tuareg laici e autonomisti. Nel 2003 il rapimento di 32 turisti europei nel Sahara da parte del gruppo guidato da Amari Saifi, noto come «El Para», ex militare delle forze speciali algerine, segnò un punto di svolta. L’episodio venne utilizzato per presentare il Sahara come nuovo fronte di Al-Qaeda e favorì il dispiegamento occidentale nel Sahel attraverso l’Iniziativa Pan-Sahel, antenata dell’AFRICOM americano.
Le conseguenze furono devastanti soprattutto per le popolazioni tuareg. Il turismo sahariano crollò, intere economie locali vennero distrutte e le comunità nomadi finirono associate al terrorismo internazionale. Nel 2012, dopo la caduta di Gheddafi in Libia e il ritorno nel Sahel di combattenti tuareg armati, scoppiò la nuova rivolta dell’Azawad. Il MNLA proclamò l’indipendenza del nord del Mali, ma poco dopo AQMI, Ansar al-Din e MUJAO presero il controllo delle principali città del nord. Per Keenan anche questa dinamica sarebbe stata favorita dal DRS algerino per impedire il consolidamento di un’entità tuareg autonoma. Dietro la partita militare si muovevano anche enormi interessi energetici. I bacini di Taoudeni e Gao, ricchi di petrolio, gas, oro e uranio, rappresentano una delle grandi poste strategiche del Sahara. Secondo Keenan, Algeri avrebbe utilizzato la propria influenza politica per favorire Sonatrach e ottenere concessioni energetiche nel nord del Mali. È in questo contesto che la visita della delegazione italiana nei campi di Tindouf appare profondamente inopportuna. Quei campi non sono semplicemente un simbolo umanitario, ma uno dei centri nevralgici di una crisi geopolitica e securitaria che da anni alimenta instabilità nel Sahel. Mentre il Mali sprofonda nel caos, i gruppi jihadisti proliferano e il Sahel continua a trasformarsi in una delle aree più instabili del pianeta, una visita istituzionale italiana nei campi controllati dal Polisario rischia dunque di assumere un significato politico ben diverso da quello ufficialmente dichiarato.
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Ansa
Prefetto e i vertici delle forze dell’ordine hanno valutato bene contesto, circostanze e condizioni e ieri hanno comunicato agli organizzatori dell’iniziativa che il raduno degli esponenti di estrema destra, quindi, non si terrà più in piazza Galvani, nel centro storico, ma in piazza della Pace. Le motivazioni della scelta sono ben chiare: l’obiettivo è quello di evitare possibili scontri e momenti di tensione e conflitti ideologici che potrebbero degenerare. Quello che si potrebbe temere è che ci possano essere anche delle contro manifestazioni da parte di collettivi che non gradiscono l’operato del raduno della Remigrazione. In realtà, al momento, non si ha notizia di eventuali proteste da parte di altri movimenti. Però sia la scelta della precedente location che, adesso, lo spostamento del luogo hanno sollevato un mare di polemiche.
Collettivi e movimenti di sinistra non volevano la manifestazione nel centro storico; mentre gli organizzatori non sono soddisfatti di questo spostamento. Ieri mattina, sono stati convocati in Questura e hanno appreso del cambiamento del luogo dell’evento, nonostante ne avessero avuto conferma. La manifestazione è in programma per le 16 di sabato e prevede la formazione di un presidio finalizzato alla raccolta firme per la legge sulla remigrazione. Stefano Colato, referente per Bologna del comitato «Remigrazione e Riconquista», ha spiegato perché è stata scelta quella piazza: «Non c’è stato praticamente margine di trattativa, ci hanno consegnato una lista di prescrizioni per qualsiasi posto a parte piazza della Pace. Ci hanno assegnato d’ufficio quella piazza». In realtà, dopo il divieto di riunirsi in piazza Galvani, nel centro storico, gli organizzatori avevano proposto di spostarsi in altri luoghi della città come piazza Minghetti o piazza Carducci. Ma nessuna loro richiesta è stata accolta. E come ha precisato Colato non c’è stato modo di far accogliere la loro richiesta: «Ripeto: non c’è stato margine di trattativa. Il motivo della necessità dello spostamento? Ragioni di ordine pubblico, ci è stato detto». Da quanto è emerso i partecipanti non dovrebbero essere tantissimi, tra i cento e i centocinquanta.
In realtà, l’organizzazione del raduno della Remigrazione ha sollevato non poche polemiche e creato diverse tensioni perché, da quanto è emerso nel corso di una riunione, il sindaco di Bologna Matteo Lepore e la sua Giunta avrebbero espresso più volte il loro disaccordo allo svolgimento della manifestazione. Il loro timore è che questo evento possa degenerare causando momenti di violenza e aggressioni fisiche. Alla fine, quindi, al termine del vertice in Prefettura, si è deciso di proseguire sul terreno della prudenza e cercare una location che possa garantire la sicurezza e tutelare l’incolumità pubblica. Tutto si dovrà svolgere senza alcun rischio ed evitando qualsiasi tipi di disordine. Galeazzo Bignami, capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, è rimasto molto «deluso» dallo spostamento della location dell’evento e all’agenzia Dire ha spiegato il perché: «Con lo spostamento della manifestazione per la remigrazione prevista sabato a Bologna in piazza Galvani, ma appunto traslocata in piazza della Pace, si è fatta una scelta che premia i prepotenti. Si crea un precedente per il quale manifestazioni che qualcuno sostiene essere foriere di problemi di ordine pubblico non si possono svolgere come previsto. Da ora in poi anche le manifestazioni dei Pro Pal e dei violenti, quelli davvero violenti, vengano decentrate. Altrimenti passerebbe il messaggio che è la sinistra che decide chi può dire cosa e dove, il che è inaccettabile».
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