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2023-10-28
Da noi i pacifisti vietano le bandiere d’Israele
Manifestazione pacifista del 26 ottobre a Milano (Ansa)
«Vogliamo che Israele ponga fine all’assedio di Gaza». La Fiaccolata per la pace pro Palestina (quindi a senso unico) si snoda in piazza dell’Esquilino a Roma e in molte città d’Italia, dove la sinistra sfila per mascherare sotto le bandiere arcobaleno la propria antica ideologia filopalestinese, che confina con l’appeasement nei confronti di Hamas. Con una discriminazione cupa: la richiesta degli organizzatori di Pace e disarmo - che al proprio interno ospita lampi di rosso antico come Arci, Cgil, Anpi più le Acli cattodem -, di «non sventolare bandiere israeliane ma solo quelle arcobaleno» (sulle palestinesi si glissa). Una pretesa che lascia interdetti, il consueto esercizio della doppia morale.
Sotto l’obelisco avviene qualcosa di inedito sul fronte politico, l’Imam Giuseppe Conte in keffiah si prende la sinistra. Lui c’è, circondato da pretoriani fedelissimi (ormai il M5s è una falange e nessuno disubbidisce), mentre il Pd si sfalda nei distinguo delle correnti, balbetta e abdica, si ritrova intrappolato dall’ormai consueto «liberi tutti». Alla fiaccolata il Nazareno si presenta in ordine sparso e a titolo personale: Lorenzo Guerini e Alessandro Alfieri no (Area Riformista è più vicina alle ragioni israeliane), gli adepti della segretaria Marco Furfaro e Marta Bonafoni sì, il capo delegazione a Bruxelles Brando Benifei sì, Dario Nardella e Stefano Bonaccini no (altri impegni, sarà per la prossima volta). Ed Elly Schlein? Lei fa sapere di esserci «con il cuore e con lo spirito» ma nessuno la intercetta perché sta a Venezia al summit del partito sul Piano casa, organizzato da mesi con numerosi sindaci in arrivo da tutta Italia.
La numero uno del Nazareno coglie il senso di un’assenza che si nota. Così si giustifica: «Non è uno sgarbo, il mio percorso pacifista è cominciato proprio con Pace e disarmo, prego di non strumentalizzare». L’associazione è il punto di riferimento del corteo con Amnesty international e Assisi pace giusta. Nessuna bandiera israeliana, come se la stella di David fosse bandita dalle piazze della sinistra italiana. Come se una qualsivoglia «cessazione unilaterale delle azioni militari» non fosse implicitamente un grande favore ad Hamas, che ha in mano gli ostaggi, che ha iniziato i massacri e che ha al punto uno della sua ragione di vita (vergato nell’atto costitutivo) la distruzione dello Stato di Israele.
La cosa non scalfisce l’aplomb di Conte, consapevole di essere il catalizzatore naturale di ogni pulsione finto-pacifista della sinistra, dall’Ucraina a Gaza. Lui è bulimico di popolarità e non ama filosofeggiare: cammina in piazza dell’Esquilino tra le fiaccole dell’Arci ma non dimentica di praticare il digiuno richiesto ai militanti cattolici da papa Francesco. Un leader per tutte le scarpe oggi, come lo fu per tutti i governi ieri. «Credo che quando si parla di pace bisogna avere il coraggio di andare fino in fondo», commenta Conte pensando all’alleato fantasma che gli sta lasciando praterie. Poi affonda il coltello nel burro: «Non mi permetto di mettere bocca sui travagli interni di un altro partito, ma che tra noi e il Pd ci siano distanze rispetto al tema dell’invio di armi a oltranza in Ucraina è un fatto noto». Incassa gli applausi e attende fiducioso il prossimo sondaggio.
Accanto a lui, i rossoverdi Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli marciano compatti con il loro armamentario ideologico riassumibile in un paio di pensierini da assemblea liceale: «Fermare la strage di civili a Gaza, lavorare per il rilascio degli ostaggi israeliani, permettere subito corridoi umanitari; se vogliamo definirci persone civili è questo che occorre fare. E aprire una nuova prospettiva politica su quell’area: due popoli e due Stati». Opzione che, guardacaso, ha sempre trovato Hamas contrario perché la soluzione diplomatica segnerebbe la sua fine (e la fine dei finanziamenti milionari di Iran, Qatar e intellighenzia occidentale radical per la jihad).
In molte altre città italiane va in scena lo stesso spartito doubleface: Padova, Parma, Ancona, Asti, Milano (la Capitale arcobaleno timbra il cartellino tutti i giorni), Palermo, Trapani, La Spezia, Pesaro, Trento. Qui in piazza Duomo il presidio organizzato dal Fronte della gioventù comunista (keffiah e pugni chiusi) esprime la «totale solidarietà al popolo palestinese nella lotta per i propri diritti e per la propria liberazione», come Patrick Zaki prima della cura Fabio Fazio. Oggi si replica ovunque, anche ad Aosta dove i giovani democratici di Bds (Boicottaggio, disinvestimenti, sanzioni ovviamente contro Israele) teorizza il diritto unilaterale palestinese «soffocato da 75 anni di occupazione, come ha denunciato il segretario generale dell’Onu. Una situazione che si classifica come genocidio». Antonio Guterres non si rende neppure conto di avere legittimato il delirio.
Nessuno di questi sinceri democratici, nessuno dei 5.000 manifestanti a Roma sembra preoccuparsi del destino di 28 bambini, da Akir Bibz (9 mesi) a Tal Goldstein (9 anni), da Ohad Zachary (10 anni) a Naveh Shoham (8 anni) fino a Ruth Perez (16 anni), afflitta da distrofia muscolare e costretta su una sedia a rotelle. Sono fra gli ostaggi rastrellati da Hamas nel giorno dell’orrore, il 7 ottobre, e hanno l’unica colpa di essere israeliani. Già dimenticati. Per loro nessun compatimento, nessuna bandiera. E nessun nome scandito - quando mai - accanto alla parola «freedom».
Al convegno dell’estrema sinistra i buoni sono i soldati della jihad
La chiamano International peace conference, ma nei fatti è un raduno di soggetti tra il pericoloso e lo sprovveduto. «Per una pace vera, per una pace giusta. Fermare la terza guerra mondiale», recita la locandina dell’evento, iniziato ieri e ancora oggi in corso presso l’Hotel Universo, a Roma. «Sventare la terza guerra mondiale è il primo dovere di tutti coloro che hanno a cuore il bene dell’umanità», si legge sul sito. «Occorre dunque costruire una grande alleanza internazionale per la pace e la fratellanza tra i popoli che metta in movimento le diverse anime che combattono militarismo e imperialismo».
Poi però, nella sezione media, si trovano i video-saluti di vari soggetti tra cui l’Islamic jihad movement e l’International antifascist information center, dove figura un uomo che parla con il volto completamente coperto e la bandiera della Repubblica popolare del Donetsk alle spalle. Tra gli aderenti vengono indicati anche personaggi come il generale Fabio Mini, Carlo Rovelli (che però non hanno presenziato) ed Elena Basile - quest’ultima prevista anche come relatrice venerdì, stando al programma distribuito inizialmente, non ci risulta essere stata presente. A dirigere i lavori della conferenza stampa di presentazione c’era Moreno Pasquinelli, portavoce del Campo antimperialista di Assisi, con un passato da militante in movimenti di estrema sinistra, da Potere operaio a Quarta internazionale, passando per il Gruppo bolscevico leninista e il Gruppo operaio rivoluzionario. «Mi sembra chiaro che quello che sta accadendo in Medio Oriente», ha dichiarato per l’occasione, «conferma il nostro timore che un impero in declino, quello americano, è una minaccia perché, essendo in declino e non ha più l’egemonia, vuole dominare. E per dominare, una potenza al tramonto ci porta alla guerra. E quando c’è la guerra c’è l’attacco alla democrazia, l’attacco ai diritti democratici, l’attacco alla libertà di pensiero, l’attacco ai diritti umani». Tutte cose che, effettivamente, stavano molto a cuore ai bolscevichi e, oggi, sono molto care agli jihadisti.
Al suo fianco, Jan Carnogursky, ex primo ministro slovacco, Yinanis Rachiotis, presidente della piattaforma per l’Indipendenza della Grecia, e Said Gafourov, docente universitario russo, su Wikipedia indicato come economista marxista e orientalista. «Quando qualcuno in Russia mi chiede: perché sostieni la guerra di Vladimir Putin?», ha raccontato quest’ultimo, «io rispondo: non è la guerra di Putin, è la mia guerra. Abbiamo iniziato a combattere la nostra battaglia contro il neonazismo in Ucraina nel 2014, Putin si è unito a noi nel 2022». Un ottimo modo per delegittimare le posizioni di buon senso sul conflitto in Ucraina: dar voce senza alcun filtro alla propaganda altrui.
Nel programma della conferenza distribuito giovedì, figuravano tra i relatori anche Ali Fayyad, deputato libanese del partito di Hezbollah, e Mohammad Hannoun, sospettato - come raccontato ieri sulla Verità da Giacomo Amadori - di essere un finanziatore di Hamas (entrambi non dovrebbero essere presenti). Tutta gente, insomma, che con i diritti umani ci va a nozze. La verità, purtroppo, è che eventi come questo delegittimano chi prova a portare avanti posizioni equilibrate e vanno a detrimento delle persone che fingono di voler difendere. Perché per quanto sia importante non stancarsi di evidenziare gli errori commessi anche dall’Occidente, in particolare rispetto a chi ne sa tessere solo le lodi, la santificazione degli altri fa lo stesso gioco del pensiero unico. Impedisce, appunto, di pensare.
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I cortei arcobaleno promossi da Anpi, Arci, Acli e Cgil mettono al bando la stella di Davide. E imbarazzano il Pd, che va in ordine sparso: grande assente Elly Schlein. Giuseppe Conte ne approfitta, accompagnato dai rossoverdi Bonelli e Fratoianni: «Diversi dai dem».Invitati al raduno contro il terzo conflitto mondiale i sostenitori di Hamas ed Hezbollah.Lo speciale contiene due articoli.«Vogliamo che Israele ponga fine all’assedio di Gaza». La Fiaccolata per la pace pro Palestina (quindi a senso unico) si snoda in piazza dell’Esquilino a Roma e in molte città d’Italia, dove la sinistra sfila per mascherare sotto le bandiere arcobaleno la propria antica ideologia filopalestinese, che confina con l’appeasement nei confronti di Hamas. Con una discriminazione cupa: la richiesta degli organizzatori di Pace e disarmo - che al proprio interno ospita lampi di rosso antico come Arci, Cgil, Anpi più le Acli cattodem -, di «non sventolare bandiere israeliane ma solo quelle arcobaleno» (sulle palestinesi si glissa). Una pretesa che lascia interdetti, il consueto esercizio della doppia morale. Sotto l’obelisco avviene qualcosa di inedito sul fronte politico, l’Imam Giuseppe Conte in keffiah si prende la sinistra. Lui c’è, circondato da pretoriani fedelissimi (ormai il M5s è una falange e nessuno disubbidisce), mentre il Pd si sfalda nei distinguo delle correnti, balbetta e abdica, si ritrova intrappolato dall’ormai consueto «liberi tutti». Alla fiaccolata il Nazareno si presenta in ordine sparso e a titolo personale: Lorenzo Guerini e Alessandro Alfieri no (Area Riformista è più vicina alle ragioni israeliane), gli adepti della segretaria Marco Furfaro e Marta Bonafoni sì, il capo delegazione a Bruxelles Brando Benifei sì, Dario Nardella e Stefano Bonaccini no (altri impegni, sarà per la prossima volta). Ed Elly Schlein? Lei fa sapere di esserci «con il cuore e con lo spirito» ma nessuno la intercetta perché sta a Venezia al summit del partito sul Piano casa, organizzato da mesi con numerosi sindaci in arrivo da tutta Italia.La numero uno del Nazareno coglie il senso di un’assenza che si nota. Così si giustifica: «Non è uno sgarbo, il mio percorso pacifista è cominciato proprio con Pace e disarmo, prego di non strumentalizzare». L’associazione è il punto di riferimento del corteo con Amnesty international e Assisi pace giusta. Nessuna bandiera israeliana, come se la stella di David fosse bandita dalle piazze della sinistra italiana. Come se una qualsivoglia «cessazione unilaterale delle azioni militari» non fosse implicitamente un grande favore ad Hamas, che ha in mano gli ostaggi, che ha iniziato i massacri e che ha al punto uno della sua ragione di vita (vergato nell’atto costitutivo) la distruzione dello Stato di Israele.La cosa non scalfisce l’aplomb di Conte, consapevole di essere il catalizzatore naturale di ogni pulsione finto-pacifista della sinistra, dall’Ucraina a Gaza. Lui è bulimico di popolarità e non ama filosofeggiare: cammina in piazza dell’Esquilino tra le fiaccole dell’Arci ma non dimentica di praticare il digiuno richiesto ai militanti cattolici da papa Francesco. Un leader per tutte le scarpe oggi, come lo fu per tutti i governi ieri. «Credo che quando si parla di pace bisogna avere il coraggio di andare fino in fondo», commenta Conte pensando all’alleato fantasma che gli sta lasciando praterie. Poi affonda il coltello nel burro: «Non mi permetto di mettere bocca sui travagli interni di un altro partito, ma che tra noi e il Pd ci siano distanze rispetto al tema dell’invio di armi a oltranza in Ucraina è un fatto noto». Incassa gli applausi e attende fiducioso il prossimo sondaggio. Accanto a lui, i rossoverdi Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli marciano compatti con il loro armamentario ideologico riassumibile in un paio di pensierini da assemblea liceale: «Fermare la strage di civili a Gaza, lavorare per il rilascio degli ostaggi israeliani, permettere subito corridoi umanitari; se vogliamo definirci persone civili è questo che occorre fare. E aprire una nuova prospettiva politica su quell’area: due popoli e due Stati». Opzione che, guardacaso, ha sempre trovato Hamas contrario perché la soluzione diplomatica segnerebbe la sua fine (e la fine dei finanziamenti milionari di Iran, Qatar e intellighenzia occidentale radical per la jihad).In molte altre città italiane va in scena lo stesso spartito doubleface: Padova, Parma, Ancona, Asti, Milano (la Capitale arcobaleno timbra il cartellino tutti i giorni), Palermo, Trapani, La Spezia, Pesaro, Trento. Qui in piazza Duomo il presidio organizzato dal Fronte della gioventù comunista (keffiah e pugni chiusi) esprime la «totale solidarietà al popolo palestinese nella lotta per i propri diritti e per la propria liberazione», come Patrick Zaki prima della cura Fabio Fazio. Oggi si replica ovunque, anche ad Aosta dove i giovani democratici di Bds (Boicottaggio, disinvestimenti, sanzioni ovviamente contro Israele) teorizza il diritto unilaterale palestinese «soffocato da 75 anni di occupazione, come ha denunciato il segretario generale dell’Onu. Una situazione che si classifica come genocidio». Antonio Guterres non si rende neppure conto di avere legittimato il delirio.Nessuno di questi sinceri democratici, nessuno dei 5.000 manifestanti a Roma sembra preoccuparsi del destino di 28 bambini, da Akir Bibz (9 mesi) a Tal Goldstein (9 anni), da Ohad Zachary (10 anni) a Naveh Shoham (8 anni) fino a Ruth Perez (16 anni), afflitta da distrofia muscolare e costretta su una sedia a rotelle. Sono fra gli ostaggi rastrellati da Hamas nel giorno dell’orrore, il 7 ottobre, e hanno l’unica colpa di essere israeliani. Già dimenticati. Per loro nessun compatimento, nessuna bandiera. E nessun nome scandito - quando mai - accanto alla parola «freedom».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sinistra-contro-israele-2666087349.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="al-convegno-dellestrema-sinistra-i-buoni-sono-i-soldati-della-jihad" data-post-id="2666087349" data-published-at="1698437967" data-use-pagination="False"> Al convegno dell’estrema sinistra i buoni sono i soldati della jihad La chiamano International peace conference, ma nei fatti è un raduno di soggetti tra il pericoloso e lo sprovveduto. «Per una pace vera, per una pace giusta. Fermare la terza guerra mondiale», recita la locandina dell’evento, iniziato ieri e ancora oggi in corso presso l’Hotel Universo, a Roma. «Sventare la terza guerra mondiale è il primo dovere di tutti coloro che hanno a cuore il bene dell’umanità», si legge sul sito. «Occorre dunque costruire una grande alleanza internazionale per la pace e la fratellanza tra i popoli che metta in movimento le diverse anime che combattono militarismo e imperialismo». Poi però, nella sezione media, si trovano i video-saluti di vari soggetti tra cui l’Islamic jihad movement e l’International antifascist information center, dove figura un uomo che parla con il volto completamente coperto e la bandiera della Repubblica popolare del Donetsk alle spalle. Tra gli aderenti vengono indicati anche personaggi come il generale Fabio Mini, Carlo Rovelli (che però non hanno presenziato) ed Elena Basile - quest’ultima prevista anche come relatrice venerdì, stando al programma distribuito inizialmente, non ci risulta essere stata presente. A dirigere i lavori della conferenza stampa di presentazione c’era Moreno Pasquinelli, portavoce del Campo antimperialista di Assisi, con un passato da militante in movimenti di estrema sinistra, da Potere operaio a Quarta internazionale, passando per il Gruppo bolscevico leninista e il Gruppo operaio rivoluzionario. «Mi sembra chiaro che quello che sta accadendo in Medio Oriente», ha dichiarato per l’occasione, «conferma il nostro timore che un impero in declino, quello americano, è una minaccia perché, essendo in declino e non ha più l’egemonia, vuole dominare. E per dominare, una potenza al tramonto ci porta alla guerra. E quando c’è la guerra c’è l’attacco alla democrazia, l’attacco ai diritti democratici, l’attacco alla libertà di pensiero, l’attacco ai diritti umani». Tutte cose che, effettivamente, stavano molto a cuore ai bolscevichi e, oggi, sono molto care agli jihadisti. Al suo fianco, Jan Carnogursky, ex primo ministro slovacco, Yinanis Rachiotis, presidente della piattaforma per l’Indipendenza della Grecia, e Said Gafourov, docente universitario russo, su Wikipedia indicato come economista marxista e orientalista. «Quando qualcuno in Russia mi chiede: perché sostieni la guerra di Vladimir Putin?», ha raccontato quest’ultimo, «io rispondo: non è la guerra di Putin, è la mia guerra. Abbiamo iniziato a combattere la nostra battaglia contro il neonazismo in Ucraina nel 2014, Putin si è unito a noi nel 2022». Un ottimo modo per delegittimare le posizioni di buon senso sul conflitto in Ucraina: dar voce senza alcun filtro alla propaganda altrui. Nel programma della conferenza distribuito giovedì, figuravano tra i relatori anche Ali Fayyad, deputato libanese del partito di Hezbollah, e Mohammad Hannoun, sospettato - come raccontato ieri sulla Verità da Giacomo Amadori - di essere un finanziatore di Hamas (entrambi non dovrebbero essere presenti). Tutta gente, insomma, che con i diritti umani ci va a nozze. La verità, purtroppo, è che eventi come questo delegittimano chi prova a portare avanti posizioni equilibrate e vanno a detrimento delle persone che fingono di voler difendere. Perché per quanto sia importante non stancarsi di evidenziare gli errori commessi anche dall’Occidente, in particolare rispetto a chi ne sa tessere solo le lodi, la santificazione degli altri fa lo stesso gioco del pensiero unico. Impedisce, appunto, di pensare.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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