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2023-10-28
Da noi i pacifisti vietano le bandiere d’Israele
Manifestazione pacifista del 26 ottobre a Milano (Ansa)
«Vogliamo che Israele ponga fine all’assedio di Gaza». La Fiaccolata per la pace pro Palestina (quindi a senso unico) si snoda in piazza dell’Esquilino a Roma e in molte città d’Italia, dove la sinistra sfila per mascherare sotto le bandiere arcobaleno la propria antica ideologia filopalestinese, che confina con l’appeasement nei confronti di Hamas. Con una discriminazione cupa: la richiesta degli organizzatori di Pace e disarmo - che al proprio interno ospita lampi di rosso antico come Arci, Cgil, Anpi più le Acli cattodem -, di «non sventolare bandiere israeliane ma solo quelle arcobaleno» (sulle palestinesi si glissa). Una pretesa che lascia interdetti, il consueto esercizio della doppia morale.
Sotto l’obelisco avviene qualcosa di inedito sul fronte politico, l’Imam Giuseppe Conte in keffiah si prende la sinistra. Lui c’è, circondato da pretoriani fedelissimi (ormai il M5s è una falange e nessuno disubbidisce), mentre il Pd si sfalda nei distinguo delle correnti, balbetta e abdica, si ritrova intrappolato dall’ormai consueto «liberi tutti». Alla fiaccolata il Nazareno si presenta in ordine sparso e a titolo personale: Lorenzo Guerini e Alessandro Alfieri no (Area Riformista è più vicina alle ragioni israeliane), gli adepti della segretaria Marco Furfaro e Marta Bonafoni sì, il capo delegazione a Bruxelles Brando Benifei sì, Dario Nardella e Stefano Bonaccini no (altri impegni, sarà per la prossima volta). Ed Elly Schlein? Lei fa sapere di esserci «con il cuore e con lo spirito» ma nessuno la intercetta perché sta a Venezia al summit del partito sul Piano casa, organizzato da mesi con numerosi sindaci in arrivo da tutta Italia.
La numero uno del Nazareno coglie il senso di un’assenza che si nota. Così si giustifica: «Non è uno sgarbo, il mio percorso pacifista è cominciato proprio con Pace e disarmo, prego di non strumentalizzare». L’associazione è il punto di riferimento del corteo con Amnesty international e Assisi pace giusta. Nessuna bandiera israeliana, come se la stella di David fosse bandita dalle piazze della sinistra italiana. Come se una qualsivoglia «cessazione unilaterale delle azioni militari» non fosse implicitamente un grande favore ad Hamas, che ha in mano gli ostaggi, che ha iniziato i massacri e che ha al punto uno della sua ragione di vita (vergato nell’atto costitutivo) la distruzione dello Stato di Israele.
La cosa non scalfisce l’aplomb di Conte, consapevole di essere il catalizzatore naturale di ogni pulsione finto-pacifista della sinistra, dall’Ucraina a Gaza. Lui è bulimico di popolarità e non ama filosofeggiare: cammina in piazza dell’Esquilino tra le fiaccole dell’Arci ma non dimentica di praticare il digiuno richiesto ai militanti cattolici da papa Francesco. Un leader per tutte le scarpe oggi, come lo fu per tutti i governi ieri. «Credo che quando si parla di pace bisogna avere il coraggio di andare fino in fondo», commenta Conte pensando all’alleato fantasma che gli sta lasciando praterie. Poi affonda il coltello nel burro: «Non mi permetto di mettere bocca sui travagli interni di un altro partito, ma che tra noi e il Pd ci siano distanze rispetto al tema dell’invio di armi a oltranza in Ucraina è un fatto noto». Incassa gli applausi e attende fiducioso il prossimo sondaggio.
Accanto a lui, i rossoverdi Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli marciano compatti con il loro armamentario ideologico riassumibile in un paio di pensierini da assemblea liceale: «Fermare la strage di civili a Gaza, lavorare per il rilascio degli ostaggi israeliani, permettere subito corridoi umanitari; se vogliamo definirci persone civili è questo che occorre fare. E aprire una nuova prospettiva politica su quell’area: due popoli e due Stati». Opzione che, guardacaso, ha sempre trovato Hamas contrario perché la soluzione diplomatica segnerebbe la sua fine (e la fine dei finanziamenti milionari di Iran, Qatar e intellighenzia occidentale radical per la jihad).
In molte altre città italiane va in scena lo stesso spartito doubleface: Padova, Parma, Ancona, Asti, Milano (la Capitale arcobaleno timbra il cartellino tutti i giorni), Palermo, Trapani, La Spezia, Pesaro, Trento. Qui in piazza Duomo il presidio organizzato dal Fronte della gioventù comunista (keffiah e pugni chiusi) esprime la «totale solidarietà al popolo palestinese nella lotta per i propri diritti e per la propria liberazione», come Patrick Zaki prima della cura Fabio Fazio. Oggi si replica ovunque, anche ad Aosta dove i giovani democratici di Bds (Boicottaggio, disinvestimenti, sanzioni ovviamente contro Israele) teorizza il diritto unilaterale palestinese «soffocato da 75 anni di occupazione, come ha denunciato il segretario generale dell’Onu. Una situazione che si classifica come genocidio». Antonio Guterres non si rende neppure conto di avere legittimato il delirio.
Nessuno di questi sinceri democratici, nessuno dei 5.000 manifestanti a Roma sembra preoccuparsi del destino di 28 bambini, da Akir Bibz (9 mesi) a Tal Goldstein (9 anni), da Ohad Zachary (10 anni) a Naveh Shoham (8 anni) fino a Ruth Perez (16 anni), afflitta da distrofia muscolare e costretta su una sedia a rotelle. Sono fra gli ostaggi rastrellati da Hamas nel giorno dell’orrore, il 7 ottobre, e hanno l’unica colpa di essere israeliani. Già dimenticati. Per loro nessun compatimento, nessuna bandiera. E nessun nome scandito - quando mai - accanto alla parola «freedom».
Al convegno dell’estrema sinistra i buoni sono i soldati della jihad
La chiamano International peace conference, ma nei fatti è un raduno di soggetti tra il pericoloso e lo sprovveduto. «Per una pace vera, per una pace giusta. Fermare la terza guerra mondiale», recita la locandina dell’evento, iniziato ieri e ancora oggi in corso presso l’Hotel Universo, a Roma. «Sventare la terza guerra mondiale è il primo dovere di tutti coloro che hanno a cuore il bene dell’umanità», si legge sul sito. «Occorre dunque costruire una grande alleanza internazionale per la pace e la fratellanza tra i popoli che metta in movimento le diverse anime che combattono militarismo e imperialismo».
Poi però, nella sezione media, si trovano i video-saluti di vari soggetti tra cui l’Islamic jihad movement e l’International antifascist information center, dove figura un uomo che parla con il volto completamente coperto e la bandiera della Repubblica popolare del Donetsk alle spalle. Tra gli aderenti vengono indicati anche personaggi come il generale Fabio Mini, Carlo Rovelli (che però non hanno presenziato) ed Elena Basile - quest’ultima prevista anche come relatrice venerdì, stando al programma distribuito inizialmente, non ci risulta essere stata presente. A dirigere i lavori della conferenza stampa di presentazione c’era Moreno Pasquinelli, portavoce del Campo antimperialista di Assisi, con un passato da militante in movimenti di estrema sinistra, da Potere operaio a Quarta internazionale, passando per il Gruppo bolscevico leninista e il Gruppo operaio rivoluzionario. «Mi sembra chiaro che quello che sta accadendo in Medio Oriente», ha dichiarato per l’occasione, «conferma il nostro timore che un impero in declino, quello americano, è una minaccia perché, essendo in declino e non ha più l’egemonia, vuole dominare. E per dominare, una potenza al tramonto ci porta alla guerra. E quando c’è la guerra c’è l’attacco alla democrazia, l’attacco ai diritti democratici, l’attacco alla libertà di pensiero, l’attacco ai diritti umani». Tutte cose che, effettivamente, stavano molto a cuore ai bolscevichi e, oggi, sono molto care agli jihadisti.
Al suo fianco, Jan Carnogursky, ex primo ministro slovacco, Yinanis Rachiotis, presidente della piattaforma per l’Indipendenza della Grecia, e Said Gafourov, docente universitario russo, su Wikipedia indicato come economista marxista e orientalista. «Quando qualcuno in Russia mi chiede: perché sostieni la guerra di Vladimir Putin?», ha raccontato quest’ultimo, «io rispondo: non è la guerra di Putin, è la mia guerra. Abbiamo iniziato a combattere la nostra battaglia contro il neonazismo in Ucraina nel 2014, Putin si è unito a noi nel 2022». Un ottimo modo per delegittimare le posizioni di buon senso sul conflitto in Ucraina: dar voce senza alcun filtro alla propaganda altrui.
Nel programma della conferenza distribuito giovedì, figuravano tra i relatori anche Ali Fayyad, deputato libanese del partito di Hezbollah, e Mohammad Hannoun, sospettato - come raccontato ieri sulla Verità da Giacomo Amadori - di essere un finanziatore di Hamas (entrambi non dovrebbero essere presenti). Tutta gente, insomma, che con i diritti umani ci va a nozze. La verità, purtroppo, è che eventi come questo delegittimano chi prova a portare avanti posizioni equilibrate e vanno a detrimento delle persone che fingono di voler difendere. Perché per quanto sia importante non stancarsi di evidenziare gli errori commessi anche dall’Occidente, in particolare rispetto a chi ne sa tessere solo le lodi, la santificazione degli altri fa lo stesso gioco del pensiero unico. Impedisce, appunto, di pensare.
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I cortei arcobaleno promossi da Anpi, Arci, Acli e Cgil mettono al bando la stella di Davide. E imbarazzano il Pd, che va in ordine sparso: grande assente Elly Schlein. Giuseppe Conte ne approfitta, accompagnato dai rossoverdi Bonelli e Fratoianni: «Diversi dai dem».Invitati al raduno contro il terzo conflitto mondiale i sostenitori di Hamas ed Hezbollah.Lo speciale contiene due articoli.«Vogliamo che Israele ponga fine all’assedio di Gaza». La Fiaccolata per la pace pro Palestina (quindi a senso unico) si snoda in piazza dell’Esquilino a Roma e in molte città d’Italia, dove la sinistra sfila per mascherare sotto le bandiere arcobaleno la propria antica ideologia filopalestinese, che confina con l’appeasement nei confronti di Hamas. Con una discriminazione cupa: la richiesta degli organizzatori di Pace e disarmo - che al proprio interno ospita lampi di rosso antico come Arci, Cgil, Anpi più le Acli cattodem -, di «non sventolare bandiere israeliane ma solo quelle arcobaleno» (sulle palestinesi si glissa). Una pretesa che lascia interdetti, il consueto esercizio della doppia morale. Sotto l’obelisco avviene qualcosa di inedito sul fronte politico, l’Imam Giuseppe Conte in keffiah si prende la sinistra. Lui c’è, circondato da pretoriani fedelissimi (ormai il M5s è una falange e nessuno disubbidisce), mentre il Pd si sfalda nei distinguo delle correnti, balbetta e abdica, si ritrova intrappolato dall’ormai consueto «liberi tutti». Alla fiaccolata il Nazareno si presenta in ordine sparso e a titolo personale: Lorenzo Guerini e Alessandro Alfieri no (Area Riformista è più vicina alle ragioni israeliane), gli adepti della segretaria Marco Furfaro e Marta Bonafoni sì, il capo delegazione a Bruxelles Brando Benifei sì, Dario Nardella e Stefano Bonaccini no (altri impegni, sarà per la prossima volta). Ed Elly Schlein? Lei fa sapere di esserci «con il cuore e con lo spirito» ma nessuno la intercetta perché sta a Venezia al summit del partito sul Piano casa, organizzato da mesi con numerosi sindaci in arrivo da tutta Italia.La numero uno del Nazareno coglie il senso di un’assenza che si nota. Così si giustifica: «Non è uno sgarbo, il mio percorso pacifista è cominciato proprio con Pace e disarmo, prego di non strumentalizzare». L’associazione è il punto di riferimento del corteo con Amnesty international e Assisi pace giusta. Nessuna bandiera israeliana, come se la stella di David fosse bandita dalle piazze della sinistra italiana. Come se una qualsivoglia «cessazione unilaterale delle azioni militari» non fosse implicitamente un grande favore ad Hamas, che ha in mano gli ostaggi, che ha iniziato i massacri e che ha al punto uno della sua ragione di vita (vergato nell’atto costitutivo) la distruzione dello Stato di Israele.La cosa non scalfisce l’aplomb di Conte, consapevole di essere il catalizzatore naturale di ogni pulsione finto-pacifista della sinistra, dall’Ucraina a Gaza. Lui è bulimico di popolarità e non ama filosofeggiare: cammina in piazza dell’Esquilino tra le fiaccole dell’Arci ma non dimentica di praticare il digiuno richiesto ai militanti cattolici da papa Francesco. Un leader per tutte le scarpe oggi, come lo fu per tutti i governi ieri. «Credo che quando si parla di pace bisogna avere il coraggio di andare fino in fondo», commenta Conte pensando all’alleato fantasma che gli sta lasciando praterie. Poi affonda il coltello nel burro: «Non mi permetto di mettere bocca sui travagli interni di un altro partito, ma che tra noi e il Pd ci siano distanze rispetto al tema dell’invio di armi a oltranza in Ucraina è un fatto noto». Incassa gli applausi e attende fiducioso il prossimo sondaggio. Accanto a lui, i rossoverdi Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli marciano compatti con il loro armamentario ideologico riassumibile in un paio di pensierini da assemblea liceale: «Fermare la strage di civili a Gaza, lavorare per il rilascio degli ostaggi israeliani, permettere subito corridoi umanitari; se vogliamo definirci persone civili è questo che occorre fare. E aprire una nuova prospettiva politica su quell’area: due popoli e due Stati». Opzione che, guardacaso, ha sempre trovato Hamas contrario perché la soluzione diplomatica segnerebbe la sua fine (e la fine dei finanziamenti milionari di Iran, Qatar e intellighenzia occidentale radical per la jihad).In molte altre città italiane va in scena lo stesso spartito doubleface: Padova, Parma, Ancona, Asti, Milano (la Capitale arcobaleno timbra il cartellino tutti i giorni), Palermo, Trapani, La Spezia, Pesaro, Trento. Qui in piazza Duomo il presidio organizzato dal Fronte della gioventù comunista (keffiah e pugni chiusi) esprime la «totale solidarietà al popolo palestinese nella lotta per i propri diritti e per la propria liberazione», come Patrick Zaki prima della cura Fabio Fazio. Oggi si replica ovunque, anche ad Aosta dove i giovani democratici di Bds (Boicottaggio, disinvestimenti, sanzioni ovviamente contro Israele) teorizza il diritto unilaterale palestinese «soffocato da 75 anni di occupazione, come ha denunciato il segretario generale dell’Onu. Una situazione che si classifica come genocidio». Antonio Guterres non si rende neppure conto di avere legittimato il delirio.Nessuno di questi sinceri democratici, nessuno dei 5.000 manifestanti a Roma sembra preoccuparsi del destino di 28 bambini, da Akir Bibz (9 mesi) a Tal Goldstein (9 anni), da Ohad Zachary (10 anni) a Naveh Shoham (8 anni) fino a Ruth Perez (16 anni), afflitta da distrofia muscolare e costretta su una sedia a rotelle. Sono fra gli ostaggi rastrellati da Hamas nel giorno dell’orrore, il 7 ottobre, e hanno l’unica colpa di essere israeliani. Già dimenticati. Per loro nessun compatimento, nessuna bandiera. E nessun nome scandito - quando mai - accanto alla parola «freedom».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sinistra-contro-israele-2666087349.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="al-convegno-dellestrema-sinistra-i-buoni-sono-i-soldati-della-jihad" data-post-id="2666087349" data-published-at="1698437967" data-use-pagination="False"> Al convegno dell’estrema sinistra i buoni sono i soldati della jihad La chiamano International peace conference, ma nei fatti è un raduno di soggetti tra il pericoloso e lo sprovveduto. «Per una pace vera, per una pace giusta. Fermare la terza guerra mondiale», recita la locandina dell’evento, iniziato ieri e ancora oggi in corso presso l’Hotel Universo, a Roma. «Sventare la terza guerra mondiale è il primo dovere di tutti coloro che hanno a cuore il bene dell’umanità», si legge sul sito. «Occorre dunque costruire una grande alleanza internazionale per la pace e la fratellanza tra i popoli che metta in movimento le diverse anime che combattono militarismo e imperialismo». Poi però, nella sezione media, si trovano i video-saluti di vari soggetti tra cui l’Islamic jihad movement e l’International antifascist information center, dove figura un uomo che parla con il volto completamente coperto e la bandiera della Repubblica popolare del Donetsk alle spalle. Tra gli aderenti vengono indicati anche personaggi come il generale Fabio Mini, Carlo Rovelli (che però non hanno presenziato) ed Elena Basile - quest’ultima prevista anche come relatrice venerdì, stando al programma distribuito inizialmente, non ci risulta essere stata presente. A dirigere i lavori della conferenza stampa di presentazione c’era Moreno Pasquinelli, portavoce del Campo antimperialista di Assisi, con un passato da militante in movimenti di estrema sinistra, da Potere operaio a Quarta internazionale, passando per il Gruppo bolscevico leninista e il Gruppo operaio rivoluzionario. «Mi sembra chiaro che quello che sta accadendo in Medio Oriente», ha dichiarato per l’occasione, «conferma il nostro timore che un impero in declino, quello americano, è una minaccia perché, essendo in declino e non ha più l’egemonia, vuole dominare. E per dominare, una potenza al tramonto ci porta alla guerra. E quando c’è la guerra c’è l’attacco alla democrazia, l’attacco ai diritti democratici, l’attacco alla libertà di pensiero, l’attacco ai diritti umani». Tutte cose che, effettivamente, stavano molto a cuore ai bolscevichi e, oggi, sono molto care agli jihadisti. Al suo fianco, Jan Carnogursky, ex primo ministro slovacco, Yinanis Rachiotis, presidente della piattaforma per l’Indipendenza della Grecia, e Said Gafourov, docente universitario russo, su Wikipedia indicato come economista marxista e orientalista. «Quando qualcuno in Russia mi chiede: perché sostieni la guerra di Vladimir Putin?», ha raccontato quest’ultimo, «io rispondo: non è la guerra di Putin, è la mia guerra. Abbiamo iniziato a combattere la nostra battaglia contro il neonazismo in Ucraina nel 2014, Putin si è unito a noi nel 2022». Un ottimo modo per delegittimare le posizioni di buon senso sul conflitto in Ucraina: dar voce senza alcun filtro alla propaganda altrui. Nel programma della conferenza distribuito giovedì, figuravano tra i relatori anche Ali Fayyad, deputato libanese del partito di Hezbollah, e Mohammad Hannoun, sospettato - come raccontato ieri sulla Verità da Giacomo Amadori - di essere un finanziatore di Hamas (entrambi non dovrebbero essere presenti). Tutta gente, insomma, che con i diritti umani ci va a nozze. La verità, purtroppo, è che eventi come questo delegittimano chi prova a portare avanti posizioni equilibrate e vanno a detrimento delle persone che fingono di voler difendere. Perché per quanto sia importante non stancarsi di evidenziare gli errori commessi anche dall’Occidente, in particolare rispetto a chi ne sa tessere solo le lodi, la santificazione degli altri fa lo stesso gioco del pensiero unico. Impedisce, appunto, di pensare.
Ansa
L’Iea (l’Agenzia internazionale dell’energia), organizzazione intergovernativa fondata da 29 Paesi, ha lanciato l’allarme. Fatih Birol, direttore esecutivo dell’Agenzia, in una intervista ha detto che l’Europa potrebbe trovarsi a breve di fronte a una grave emergenza per il trasporto aereo. Le scorte potrebbero addirittura durare solo 6 settimane a causa del blocco di Hormuz, che fa registrare pesanti ripercussioni sulle forniture di jet fuel. Secondo Birol in assenza di una rapida risoluzione del conflitto le compagnie aeree saranno costrette a introdurre cancellazioni di voli nel medio periodo. Prospettiva che potrebbe avere impatti significativi sulla mobilità dei passeggeri, sul turismo, il commercio e le catene logistiche con un impatto negativo importante su tutta l’economia.
Intanto la Ue è al lavoro per mettere a punto un piano rivolto al carburante per aerei, prodotto che l’Europa importa per circa il 75% dal Medio Oriente con una dipendenza superiore a quella di qualsiasi altro combustibile per trasporto. La Commissione sta elaborando una strategia che dovrebbe essere presentata il 22 aprile basata su tre punti: monitoraggio della capacità di raffinazione per massimizzare la produzione interna; misure per garantire che le raffinerie operino nella massima capacità evitando fermi per manutenzione; infine acquisti congiunti di cherosene. Un altro capitolo riguarderebbe la possibilità di coordinare i membri della Ue per le scorte di jet fuel, un prodotto per il quale non esiste un obbligo di riserve e che quindi vede comportamenti disomogenei tra i vari Stati.
In attesa di Bruxelles, le compagnie cominciano a fare i conti con le difficoltà.
Klm, ad esempio, ha annunciato la cancellazione di 160 voli in Europa nel prossimo mese con la motivazione dei rincari del cherosene ma precisando che non ha problemi di carenza di jet fuel. Peraltro, nonostante i disagi, i voli soppressi rappresentano meno dell’1% dell’offerta della compagnia. Decisione simile anche per l’elvetica Edelweiss che ha modificato il planning relativo agli Stati Uniti e all’Oman, in questo caso a causa del calo della domanda oltre all’aumento del prezzo del carburante. L’adeguamento riguarda in particolare i collegamenti con il Nord America nel programma estivo. I voli verso Denver e Seattle sono stati eliminati completamente, mentre sulla rotta per Las Vegas le frequenze verranno ridotte nella tarda primavera e in autunno. Nel programma invernale 2026/27 verranno cancellati i collegamenti verso Mascate e Salalah, in Oman. I passeggeri già in possesso di biglietti per le destinazioni interessate saranno reindirizzati su collegamenti alternativi, oppure saranno rimborsati.
La crisi energetica sta facendo sentire i suoi effetti sui conti economici di alcuni vettori. La britannica low cost EasyJet ha annunciato una perdita pre tasse tra 540 e 560 milioni di sterline per il semestre ottobre-marzo, a fronte dei 394 milioni di sterline della prima metà del 2024-25 e ha segnalato che il conflitto in Medio Oriente ha causato un aumento dei costi del carburante di 25 milioni nel mese di marzo. Con l’estate alle porte, la situazione già grave, rischia di esplodere. Il ceo, Kenton Jarvis, ha affermato che la domanda resta sostenuta ma i risultati finanziari sono peggiorati. Pesa anche l’atteggiamento prudente dei passeggeri che a fronte della situazione incerta, tendono a posticipare le prenotazioni. Nonostante questo EasyJet dice di aver registrato a Pasqua la sua migliore performance di questo periodo a dimostrazione che la situazione è caratterizzata da estrema volatilità. Secondo quanto riporta The Guardian, EasyJet resta comunque fiduciosa riguardo alle forniture di carburante: sebbene abbia coperto il 70% del proprio fabbisogno per il resto dell’anno fiscale fino a settembre, ha però evidenziato che ogni variazione di 100 dollari nel prezzo spot del carburante per aerei per tonnellata metrica comporta un aumento di 40 milioni di sterline nei costi per le forniture non coperte – e attualmente il prezzo è di circa 800 dollari superiore a quello precedente all’inizio del conflitto. Jarvis, come riferito dal quotidiano londinese, ha definito pura speculazione qualsiasi ipotesi di dover cancellare voli. Una possibilità che invece era stata sollevata dal ceo di Ryanair, Michael O’Leary per la fine dell’estate qualora lo stretto di Hormuz dovesse restare chiuso.
Jarvis ha infine dichiarato: «Abbiamo visibilità fino a metà maggio e non abbiamo preoccupazioni».
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La spettacolare rivisitazione europea del racconto di Robert Louis Stevenson, Dottor Jekyll e Mr. Hyde, si sostanzia nell’acquisto di 2,46 miliardi di metri cubi di Gnl a marzo (dati Istituto Bruegel), record assoluto in volume, e in un istruttivo elenco dei maggiori acquirenti.
La prima della classe nelle rinnovabili, la Spagna, infatti, zitta zitta, è stata anche il primo e migliore cliente di Vladimir Putin, con acquisti per 355 milioni di euro (+124% rispetto al mese precedente). Niente male anche la Francia, con 287 milioni di euro di acquisti in un solo mese, poi Belgio e Olanda, da cui i volumi vanno, in gran parte, in Germania. Da aprile questo non sarà più possibile, essendo scattato il bando progressivo del gas russo, un processo che si concluderà tra un anno e mezzo. Tutti i terminali spagnoli hanno aumentato i ritiri di gas russo, con Bilbao come principale punto di ingresso.
Questo dato si inserisce in una dinamica che prosegue da tempo. Dal dicembre 2022 a marzo 2026 l’Unione europea ha acquistato più Gnl russo rispetto a Cina e Giappone messi insieme, rappresentando la metà delle esportazioni totali di Gnl della Russia. Nello stesso periodo l’Ue si è confermata anche il principale acquirente di gas russo via gasdotto, con una quota del 33% sull’export. Dunque l’Ue, mentre presta decine di miliardi a Kiev per difendersi dall’orso russo, allo stesso tempo fornisce a quest’ultimo centinaia di milioni di euro freschi di stampa.
Tra il blocco dello Stretto di Hormuz e il bando del gas russo, l’Europa si trova ancora una volta nel mezzo, senza una strategia energetica credibile. Niente di nuovo. Nel frattempo, il Dipartimento dell’energia americano informa che nel 2025 le esportazioni di Gnl verso l’Europa hanno raggiunto il record di 107 miliardi di metri cubi, di cui 5,1 diretti in Italia. Il nostro Paese fa segnare il maggiore incremento di import dagli Usa rispetto all’anno precedente. Nel complesso, l’Europa ha rappresentato il 68% dell’export americano, con un aumento del 63% rispetto al 2024.
Se però i prezzi del gas a marzo non sono andati alle stelle è anche perché le importazioni cinesi di Gnl sono diminuite del 10,7% su base annua, scendendo a 11,3 mld Smc. Alcune compagnie cinesi hanno addirittura rivenduto sul mercato asiatico tra 8 e 10 carichi di Gnl. Questo ha aumentato l’offerta disponibile nell’area e ha contribuito a ridurre la pressione sui prezzi internazionali, ampliando la liquidità del mercato nel breve periodo.
La riduzione dei flussi dal Qatar, legata alla crisi nel Golfo Persico, si è inserita in questo contesto. I minori volumi attesi non si sono tradotti in una compressione dell’offerta disponibile in Europa, perché compensati dalla maggiore disponibilità derivante dalla domanda asiatica più debole e dalla continuità dei flussi russi verso l’Europa. Vedremo cosa succederà nei prossimi giorni, ma la concomitanza della crisi di Hormuz con l’inizio del bando del gas russo non è esattamente un modello di sicurezza energetica, né di garanzia di costi bassi.
Tanto che la stessa Commissione europea, in preda ad evidente stordimento, si avvia barcollando a cercare qualche crepa nel suo stesso furore ideologico. Green ad ogni costo, Patto di stabilità e divieto di aiuti di stato: una scarica di diretti che manderebbe al tappeto qualunque economia mondiale e che invece a Bruxelles è una specie di Trinità.
Bruxelles ha elaborato un quadro temporaneo per gestire gli effetti della crisi iraniana. Il Temporary Iran Crisis Energy Framework (ancora in bozza di discussione) consente agli Stati membri di introdurre misure di sostegno per famiglie e imprese, con l’obiettivo dichiarato di limitare l’impatto economico dello shock. La Commissione prevede la possibilità di intervenire sul prezzo dell’elettricità attraverso un abbattimento (temporaneo) del costo del gas utilizzato nella generazione, includendo strumenti di riduzione diretta del prezzo finale. Qui si inserisce la trattativa Stato-Commissione sul famigerato articolo 6 del Decreto bollette del governo di Giorgia Meloni, già convertito in legge. La norma italiana prevede che i costi dell’Ets (la tassa sulla CO2 emessa) vengano rimborsati ai produttori termoelettrici per abbassare il prezzo dell’energia elettrica. Il quadro temporaneo della Commissione, invece, dice che qualunque aiuto di Stato deve preservare i segnali di investimento di lungo periodo e compensare esclusivamente l’aumento del prezzo del gas, senza includere il costo delle emissioni Ets.
Detta così non sembra esserci speranza per il decreto italiano sull’Ets. Ma pochi giorni fa il direttore generale della Direzione Mercati e Infrastrutture energetiche presso il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica (Mase), Alessandro Noce, ha detto che in realtà il documento della Commissione consente la misura italiana sull’Ets perché formalmente non è una cancellazione dell’Ets, ma un rimborso parametrato ad esso. Posizione ardita e assai sottile. Può sembrare un cavillo, ma non lo è. In effetti, il decreto non tocca l’impianto normativo dell’Ets, che resta in vigore, ma stabilisce un rimborso ai termoelettrici di un valore pari al costo dell’Ets. Intanto, il sottosegretario Vannia Gava è incaricata della trattativa con Bruxelles.
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Papa Leone XIV (Ansa)
È in questo scenario di «passione» che ieri Papa Leone XIV, nel suo quarto giorno di viaggio apostolico in Africa, ha scelto di piantare ancora il vessillo di una pace che non è semplice diplomazia, ma una radicale alternativa esistenziale e politica. In un incontro per la pace che si è tenuto nella cattedrale di San Giuseppe a Bamenda, il Papa ha denunciato ancora una pericolosa deriva: la strumentalizzazione del sacro per fini di potere.
«Guai», ha ricordato papa Prevost, «a chi piega le religioni e il nome stesso di Dio ai propri obiettivi militari, economici e politici, trascinando ciò che è santo in ciò che vi è di più sporco e tenebroso. Sì, cari fratelli e sorelle, voi affamati e assetati di giustizia, voi poveri, misericordiosi, miti e puri di cuore, voi che avete pianto siete la luce del mondo! Bamenda, tu oggi sei la città sul monte, splendida agli occhi di tutti!».
Questo richiamo alla «città sul monte» attribuito da Leone XIV alla città africana di Bamenda ha un sapore innegabilmente agostiniano. Perché mentre la città degli uomini è una struttura di potere che cerca di occupare lo spazio orizzontale della terra per possederlo, la civitas super montem occupa lo spazio verticale della storia per orientarlo. La prima si fonda sul dominandi libido (libidine di dominio), la seconda sulla caritas che, proprio perché è pubblica e visibile, si offre come guida per tutti.
Questa visione getta ulteriore luce sulle tensioni che arrivano da Washington. Mentre il Papa parla di pace in Africa, negli Stati Uniti si consuma uno scontro senza precedenti tra il Vaticano e l’amministrazione di Donald Trump. Il vicepresidente JD Vance ha recentemente ammonito Leone XIV, invitandolo a «stare attento quando parla di questioni di teologia» e rispolverando la dottrina della «guerra giusta» durante un evento di Turning Point Usa. Ma non si è fatta attendere la replica dei vescovi americani che in una nota firmata dal il vescovo James Massa ha chiarito che il Papa non sta offrendo «opinioni», ma sta esercitando il suo ministero come Vicario di Cristo, ricordando che «un principio costante di quella tradizione millenaria è che una nazione può legittimamente impugnare la spada solo “per autodifesa”, una volta che tutti gli sforzi di pace siano falliti ( Catechismo della Chiesa Cattolica , n. 2308 )».
Le parole pronunciate a Bamenda da Leone XIV sembrano scritte per rispondere all’immagine, diventata virale, di una preghiera nella Sala Ovale della Casa Bianca dove pastori evangelici, guidati da Paula White Cain, invocavano la benedizione divina per la guerra contro l’Iran. Ma sarebbe riduttivo e in fondo sbagliato. Quello di Leone XIV è un richiamo che accomuna tutti i papi nel recente magistero: non si può utilizzare Dio per compiere violenza. Il chiarimento più limpido in proposito è nel famoso (e contrastato) discorso di Benedetto XVI a Ratisbona nel 2006, quello che partiva dal dialogo tra l’imperatore bizantino Manuele II Paleologo e un persiano colto su cristianesimo e islam e sulla verità di ambedue. Dio è Logos, è Ragione, e «non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio», disse papa Ratzinger. Pertanto, usare Dio per giustificare la violenza è un atto irragionevole che nega l’essenza stessa della divinità.
Il Papa ieri in Camerun ha denunciato quello che definisce un «mondo capovolto», dove miliardi di dollari vengono spesi per devastare, mentre mancano le risorse per l’istruzione e la ricostruzione. Chi preda le risorse della terra - ha accusato il Pontefice - spesso reinveste i profitti in armi, alimentando cicli infiniti di morte.
Ma Bamenda non è solo un luogo di sofferenza; è, nelle parole del Papa, un laboratorio di speranza. Nonostante la crisi anglofona, la comunità ha visto nascere un Movimento per la Pace che unisce cristiani e musulmani. «Siete voi ad annunciare la pace a me e al mondo intero», ha confessato Leone XIV, lodando i leader religiosi che mediano tra le parti contrapposte. Il Papa ha voluto ringraziare in particolare le donne, laiche e religiose, che si prendono cura dei traumatizzati dalla violenza, spesso agendo nell’ombra e in condizioni di pericolo.
Riprendendo l’esortazione Evangelii Gaudium del suo predecessore Francesco, Leone XIV ieri ha ribadito che la missione della Chiesa è una presenza nel cuore del popolo. L’obiettivo è formare «politici con un’anima, insegnanti con un’anima», persone che scelgano di stare con gli altri e per gli altri.
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