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Si abbassa il Pil, si allarga la manovra

Sì, ha ragione Renzi con il suo hashtag “#lavoltabuona". Se la nostra economia continua così, è la volta buona che perfino Finlandia e Grecia ci superano. Ieri l'Istat, non un pericoloso centro di controinformazione o un'agenzia di rating al soldo della speculazione internazionale, ha corretto al ribasso il dato definitivo sulla crescita del Pil italiano per il 2015 e ha sancito che nel primo biennio dell'era renziana non c'è stata alcuna diminuzione della pressione fiscale, alla faccia dei proclami di Palazzo Chigi. Unica consolazione, va sbianchettato anche il dato del 2014: nell'anno della staffetta Letta-Renzi il Pil non aveva perso terreno, ma in realtà era cresciuto dello 0,1%. Incredibilmente nessuno si accorse che la recessione era finita.

Mentre il premier è impegnato da giorni in una martellante tournèe elettorale in cui parla di ripresa economica, minori tasse e più occupazione, i dati dell'economia reale sembra dunque che si siano dati appuntamento per smentirlo. Ieri è stata la volta dell'Istat, che ha ritoccato al ribasso di uno 0,1% (da +0,8 a +0,7) la stima preliminare del Pil comunicata a marzo. Peggio di noi, appunto, solo Grecia e Finlandia. Nonostante questa correzione, l'istituto di statistica conferma che nel 2015 il rapporto deficit/Pil è stato del 2,6%, ovvero quattro decimali in meno del 2014, ma pur sempre molto più elevato di quanto avevamo promesso a Bruxelles. Il saldo primario, che sarebbe l'indebitamento netto meno la spesa per interessi sul debito, è stato pari all'1,5% del Pil; mentre dopo la correzione del dato sulla crescita dello scorso anno il rapporto debito-Pil tocca il 132,2%, ovvero mezzo punto in meno dell'ultima stima della Banca d'Italia.

«Continueremo a ridurre le tasse ai cittadini», scriveva il 22 agosto Matteo Renzi nella sua imperdibile “e-news". Continueremo? Sempre secondo quei disfattisti dell'Istat, nel 2015 la pressione fiscale in rapporto al Pil si è attestata al 43,4%, esattamente allo stesso livello dell'anno precedente. Da dove venivano le fanfare sulle tasse del governo? Dal fatto che ad aprile scorso la stessa Istat aveva comunicato che il peso delle tasse sui cittadini italiani era stato del 43,5% nel 2015 e del 43,6% nel 2014. Ma non era così. Lo spazio per ridurre le tasse, comunque, non c'è proprio. La crescita resta deludente e l'Ue non ci concede più margini di flessibilità, come ha chiaramente spiegato il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker, che mercoledì ha ricordato come Bruxelles abbia già fatto uno sconto di 19 miliardi di euro a Mister Renzi.

Alla voce “buone notizie" c'è invece la surreale revisione del Pil 2014, non esattamente un frutto di giornata: l'Istat riconosce uno scostamento di quattro decimali che consegna agli annali della Repubblica un aumento del Pil dello 0,1%, anziché un passo indietro dello 0,3%. Pronte le trombette da Via XX Settembre, dove un portavoce del ministero retto da Pier Carlo Padoan ha sottolineato: «Il primo anno di ripresa coincide con l'insediamento di questo governo, questo ci incoraggia a proseguire nella direzione che l'esecutivo ha preso». La direzione del Pil, tuttavia, segna crescita zero nel secondo trimestre di quest'anno e c'è il terrore che nei restanti due trimestri si arrivi alla recessione tecnica.

Secchiate di acqua gelata sulla campagna referendaria di Renzi arrivano anche dall'ufficio studi di Prometeia, che proprio ieri ha ritoccato al ribasso di un decimo le previsioni sulla crescita dell'economia tricolore per il 2016 e per il 2017. Rispetto alle ultime stime di giugno, l'istituto bolognese porta da 0,8% a 0,7% la crescita del Pil 2016 e da 0,9% a 0,8% quella per il 2017. Nel suo rapporto trimestrale, Prometeia definisce la ripresa italiana «tra le più fragili» in Europa e commenta così la crescita zero del secondo trimestre: «La stagnazione preoccupa per la sua origine, perché è stata la domanda interna a deludere le attese». Dopo di che, ancora una volta, ecco il dividendo economico della scelta renziana di drammatizzare il referendum («Se perdo me ne vado», proclama in parte rimangiato). Scrive Prometeia: «Le incertezze legate al referendum costituzionale continueranno a pesare, in Italia e non solo. Un eventuale esito negativo potrebbe avere ripercussioni sulla stabilità del governo e mettere in discussione l'agenda delle riforme».

Il capo del governo, per parte sua, ieri ha almeno evitato i trionfalismi sul rimaneggiamento del Pil 2014 e si è concentrato sul futuro. E mentre inaugurava a Bologna il nuovo museo Ducati, l'ha messa così: «Abbiamo visto i dati sul Pil di oggi. La strada è ancora davvero molto lunga eppure ce la possiamo fare. Possiamo, come Paese, cercare di ingranare la marcia giusta e rimetterci in moto, se tutti insieme andiamo nella stessa direzione. Smettiamola con le polemiche politiche su cose che non servono». La battaglia dei decimali richiede compattezza.

Il Maestro fa il bis e raduna un coro di 3.546 voci amatoriali, spiegando la teologia musicale dell’«Ave verum» e lavorando su Verdi, Boito e Bellini. Tra i cantanti, il genitore di Riccardo Minghetti, morto a 16 anni nel rogo.

La maschera con la maglietta gialla e la scritta «Tenori» dirige il traffico e indica gli ultimi posti liberi in platea. La collega in rosso istruisce mezzosoprani e contralti. Baritoni e bassi si dirigono sicuri verso le tribune verdi, mentre i soprani non si tengono e già intonano Azzurro e Volare. Il Pala De André di Ravenna è stracolmo, eppure stavolta il pubblico non c’è.

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La Chiesa non deve scusarsi per la schiavitù
Vincenzo Gioacchino Raffaele Luigi Pecci, Papa Leone XIII dal 1878 al 1903 (Getty Images)
Le condanne risalgono almeno al 1400. Sull’Africa non arrivò tardi: si espresse quando aveva un senso farlo.

Com’era prevedibile, non è passata inosservata, negli organi di stampa, la parte dell’enciclica Magnifica humanitas nella quale papa Leone XIV, a nome della Chiesa, chiede perdono per l’asserito «ritardo con cui la Chiesa e la società hanno condannato il flagello della schiavitù», essendosi dovuto attendere - egli afferma - «il XIX secolo per trovare una condanna formale, assoluta e universale della schiavitù, in particolare con Leone XIII».

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Leone tira le orecchie agli scout «fluidi»: «Bene educare divisi maschi e femmine»
Papa Leone XIV (Ansa)
Prevost boccia Agesci parlando all’associazione Fse: «I giovani esplorino le caratteristiche proprie dell’essere uomo o donna».

In un’Aula Paolo VI gremita da oltre 3.000 capi dell’Associazione italiana guide e scouts d’Europa cattolici (Fse), papa Leone XIV ha celebrato il cinquantesimo anniversario della fondazione con un discorso che, pur rivolto ai festeggiati, sembra parlare all’intero mondo dello scoutismo cattolico italiano. Gli altri scout cattolici in Italia sono, infatti, rappresentati dall’Agesci, spesso avanguardia di un certo mondo cattolico e che solo qualche giorno fa ne ha dato prova con le discusse aperture in tema di identità di genere e orientamento sessuale anche per i capi educatori.

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«Mai trovate fosse comuni di bimbi». Crolla la bufala sui cattolici canadesi
Il monumento alle vittime della Kamloops Residential School in British Columbia, Canada (Getty Images)
Il più importante quotidiano di Ottawa smentisce la vicenda dei 215 piccoli indigeni inumati presso un istituto religioso: su vaghe «anomalie» del terreno fu montato un caso inconsistente. Ma rilanciato da tutti i giornali.

Cinque anni fa il Canada e gran parte dell’Occidente furono attraversati da un’ondata di indignazione e sgomento. Giornali, televisioni, governi e istituzioni religiose parlarono di «resti di bambini», «tombe anonime», «fosse comuni» e di una nuova prova delle sevizie perpetrate dall’«uomo bianco» contro gli indiani d’America. Oggi, però, a distanza di cinque anni dall’annuncio che fece il giro del mondo, resta un dato difficilmente contestabile: a Kamloops, nella Columbia britannica, non è stato rinvenuto alcun resto umano.

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