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2024-04-06
«Sfruttava il lavoro»: indagini sulla Armani
Giorgio Armani (Ansa)
Le borse di pelle firmate Giorgio Armani si vendono ad almeno 1.800 euro (se non di più) nelle boutique dello stilista in tutto il mondo. Produrle però costa, secondo la Procura di Milano, appena 75 euro senza Iva (con cui si arriva a 93), grazie al lavoro della manovalanza cinese costretta «a turni di lavoro massacrante» anche di notte, superiori a 14 ore al giorno e con una paga talvolta di appena un euro a pezzo. È il quadro che emerge secondo le accuse del decreto della sezione misure di prevenzione del tribunale di Milano che ha messo in «amministrazione giudiziaria» la Giorgio Armani operations spa rispetto ai rapporti con i fornitori. In pratica, all’azienda del noto stilista italiano (che non risulta indagato) viene contestato di non aver controllato il caporalato sulla manodopera straniera irregolare del suo fornitore ufficiale italiano, ovvero Manifatture lombarde, che a sua volta subappaltava la realizzazione di borse e accessori del gruppo Giorgio Armani a opifici cinesi. Per questo motivo verrà affiancata nei prossimi mesi da un amministratore, il commercialista e revisore Piero Antonio Capitini. In questo modo, si legge nel decreto, il tribunale si auspica di «far cessare questa situazione, in un’ottica di interventi proporzionali […] È una moderna messa alla prova aziendale finalizzata ad affrancare l’impresa da relazioni (interne ed esterne) patologiche».
Secondo l’accusa, la Giorgio Armani avrebbe «colposamente alimentato» questo meccanismo perché non avrebbe mai verificato «la reale capacità imprenditoriale delle società appaltatrici, alle quali affidare la produzione». Siamo nell’area delle misure di prevenzione, il provvedimento non è ancora penale. Ma di certo per i pm di Milano il quadro è a tinte fosche. Secondo gli inquirenti (i pm Paolo Storari e Luisa Baima Bollone affiancati dei carabinieri) infatti, «nella Giorgio Armani operation spa vi è una cultura di impresa gravemente deficitaria sotto il profilo del controllo, anche minimo, della filiera produttiva della quale la società si avvale; cultura radicata all’interno della struttura della persona giuridica, che ha di fatto favorito la perpetuazione degli illeciti». Si legge nel decreto: «Nel corso delle indagini, infatti, si è disvelata una prassi illecita così radicata e collaudata, da poter essere considerata inserita in una più ampia politica d’impresa diretta all'aumento del business. Le condotte investigate non paiono frutto di iniziative estemporanee e isolate di singoli, ma di una illecita politica di impresa». È dal 2015 che vanno avanti le indagini del nucleo ispettorato del lavoro del comando dei carabinieri di Milano. A gennaio era stata l’Alviero Martini a finire sempre commissariata dal tribunale milanese. Anche in questo caso l’azienda specializzata in borse e accessori con le carte geografiche era stata «ritenuta incapace di prevenire e arginare fenomeni di sfruttamento lavorativo». Sarebbe una pratica comune nel mondo della moda con i grandi marchi che affidano, mediante contratti di appalto, l’intera produzione a società terze. A sua volta l’azienda appaltatrice dispone soltanto nominalmente di adeguata capacità produttiva, potendo di fatto provvedere alla sola campionatura del materiale e non alla produzione dell’intera linea. Queste realtà possono competere sul mercato solo esternalizzando le commesse a opifici cinesi, riuscendo ad abbattere i costi grazie a manodopera irregolare. A sua volta chi coordina i laboratori recluta connazionali in difficoltà.
Z.Y., uno dei lavoratori cinesi delle aziende sotto indagine, ha raccontato agli inquirenti di aver negli anni assemblato «cinture di marchi come Zara, Diesel, Hugo Boss, Hugo Boss orange che è la prima linea della Hugo Boss, Trussardi, Versace, Emporio Armani, che è la prima linea dell’Armani, Alviero Martini, Tommy Hilfygher, Gucci, Gianfranco Ferré, Dolce&Gabbana, Marlboro e Marlboro classic; Replay, Levi’s e tanti altri che al momento mi sfuggono». I lavoratori sarebbero stati spesso cinesi irregolari, con generalità intercambiabili tra loro. Sarebbero stati costretti a mangiare in qualche angolo del capannone, con reperibilità e disponibilità per tutte le 24 ore della giornata. Nessuno sarebbe mai stato sottoposto a visita medica. Alcuni macchinari sarebbero stati senza le misure di prevenzione per aumentare la velocità di produzione. Un’altra lavoratrice, A.E., ha dichiarato che «seppur assunta formalmente per 4 ore giornaliere, in realtà lavora per 10 ore giornaliere dal lunedì al sabato».
Non solo. L’azienda non avrebbe fornito ai lavoratori nemmeno i dispositivi per evitare il contatto con agenti chimici pericolosi come colla e solventi. La paga sarebbe andata dai 3 ai 4 euro l’ora. Anche se c’è chi ha dichiarato di lavorare a cottimo per l’azienda Minoronzoni, con una paga da mezzo euro a 1 euro a pezzo per un lavoro che poteva durare anche quattro ore. Per esempio, quest’ultima azienda appaltatrice sotto inchiesta ha i contratti per le cinture di marchi d’alta moda. E rimette direttamente la fattura agli stessi marchi come se la merce fosse stata prodotta e assemblata da lei. Z. Y. ha raccontato che l’azienda «paga più o meno 60 centesimi costo di manifattura e confezionamento. Poi la Minoronzoni rimette poi il prodotto con apposita fattura ai loro committenti, Guess, Versace o Armani con ricarico di materiale prodotto, manodopera confezionamento e trasporto per circa 15 euro a cintura. E non può far risultare che l’assemblaggio e il confezionamento siano stati fatti da altre aziende». Durante un’ispezione i lavoratori sarebbero stati perfino costretti a nascondersi al buio durante un controllo qualità. Queste cinture arrivano a costare anche 500 euro.
«Apprendiamo della misura di prevenzione decisa dai Tribunali di Milano nei confronti della GA operations», si legge in una nota dell’azienda. «La società ha da sempre in atto misure di controllo e di prevenzione atte a minimizzare abusi nella catena di fornitura. La GA operations collaborerà con la massima trasparenza con gli organi competenti per chiarire la propria posizione rispetto alla vicenda».
L’impero e la successione blindata. Ma l’inchiesta può scombinare i piani
Vedremo quali saranno i risvolti della bufera che si è abbattuta sul gruppo Armani. Di certo, dal punto di vista dell’immagine il colpo è pesante. Classe 1934, Re Giorgio ha costruito un impero economico che conta 9.000 dipendenti, 2,35 miliardi di fatturato e 162 milioni di utile. Il problema è che non ha eredi diretti e la successione è ancora un segreto custodito in famiglia. Le conseguenze dell’inchiesta avviata dalla Procura di Milano avranno un impatto anche su una possibile futura vendita e, nel caso, sul prezzo del passaggio di mano o di un’eventuale quotazione in Borsa? Sin qui lo stilista ha sempre respinto i corteggiamenti, soprattutto quello del gigante francese Lvmh di Bernard Arnault. Intervistato l’anno scorso dal Financial Times nei corridoi del suo show veneziano, lo stilista aveva ribadito di non voler vendere il proprio marchio. «Questi gruppi francesi vogliono prendersi tutto, non lo capisco, lo trovo un po’ ridicolo, perché dovrei essere dominato da una di queste mega strutture che mancano di personalità?». Nel 2017 Armani aveva detto in un’altra intervista sempre all’Ft che per la successione del suo impero «era tutto pronto». Lo scorso ottobre il Corriere della Sera ha rivelato il contenuto di un documento, approvato in un’assemblea straordinaria del 2016, integrato a settembre e rimasto fino a quel momento riservato. È lo statuto della futura Giorgio Armani spa che governerà il gruppo, all’insegna della continuità, quando il Re non ci sarà più. Sarà una società con la porta aperta sulla Borsa, darà «priorità allo sviluppo continuo a livello globale del nome Armani», avrà «sei categorie di azionisti nel capitale, tutti uguali davanti al dividendo» (solo «il 50% degli utili netti verrà ripartito») ma alcuni avranno il triplo dei voti e il diritto a nominare l’amministratore delegato. Lo statuto sarà formalmente adottato all’apertura della successione di Armani, che possiede il 99,9% del gruppo mentre lo 0,1% fa capo alla Fondazione Giorgio Armani. Lo stilista ha tre nipoti: Silvana e Roberta, figlie del fratello Sergio scomparso anni fa, e il figlio della sorella Rosanna, Andrea Camerana, tutti già in cda. Gli eredi dovrebbero includere la sorella, altri tre membri della famiglia che lavorano nell’azienda, il collaboratore di lunga data Pantaleo Dell’Orco e una fondazione (anche il fondatore di Rolex, Hans Wilsdorf, nel 1960 lasciò il marchio a una fondazione che tuttora possiede l’azienda di orologi di lusso). Lo statuto divide il capitale azionario della società in sei categorie con diversi diritti di voto e poteri, ed è stato modificato a settembre per creare due categorie senza diritto di voto. Nel documento ci sono anche altre indicazioni: un’eventuale quotazione in Borsa richiede il voto favorevole della maggioranza dei membri presenti in cda «decorso il quinto anno successivo all’entrata in vigore del presente statuto». Qualsiasi attività di M&A (ossia fusione o acquisizione di altre aziende) dovrà avvenire con «approccio prudente» e «finalizzato unicamente a sviluppare competenze che non esistono internamente dal punto di vista del mercato, del prodotto o del canale». Lo statuto della fondazione prevede inoltre che si gestisca la partecipazione al gruppo con l’obiettivo di creare valore, mantenere i livelli occupazionali e perseguire i valori aziendali.Prima di Giorgio Armani, non c’era un’industria di moda italiana, c’era solo un’industria di fabbriche italiane. Oggi, mentre Valentino, Gucci e Versace sono stati tutti venduti a investitori stranieri, Armani rimane il solo proprietario della ditta che porta il suo nome. Prada, Zegna e Ferragamo sono le poche altre case di moda italiane rimaste indipendenti. In mani straniere, soprattutto francesi, sono già finiti i grandi marchi del made in Italy: Lvmh possiede Bulgari, Fendi, Emilio Pucci e Loro Piana, mentre Kering, il colosso di François-Henri Pinault, in meno di 30 anni ha accumulato brand come Gucci, Bottega Veneta, Brioni, Pomellato e pure il 30% di Valentino acquistato dal fondo qatariota Mayhoola. La conglomerata americana Tapestry-Capri holdings è invece proprietaria di Versace, Coccinelle è stata comprata dal gruppo coreano E-land nel 2012, che aveva precedentemente acquisito Mandarina duck in un periodo di difficoltà. Krizia è passata sotto il controllo della cinese Shenzhen marisfrolg fashion nel 2014, mentre nel 2021 Fosun ha acquistato le calzature Sergio Rossi per 60 milioni. Il comparto della moda italiano, secondo l’ultimo rapporto dell’ufficio studi di Mediobanca dedicato al settore, chiuderà il 2023 con un aumento del fatturato del 6% rispetto agli 85,9 miliardi di un 2022 a doppia cifra (+19,1%). La crescita rallenterà ulteriormente quest’anno, con i ricavi aggregati delle 175 aziende italiane con un giro d’affari superiore ai 100 milioni che dovrebbe salire del 3%, a ridosso dei 94 miliardi. Tra i 37 gruppi europei, l’Italia con i suoi 12 big è il Paese con più protagonisti, ma è la Francia ad aggiudicarsi il primato per giro d’affari (43% del totale europeo), davanti a Germania (11%), Spagna e Regno Unito (10% entrambi), con l’Italia al 7%. E al primo posto per ricavi tra i colossi mondiali si conferma Lvmh (79,2 miliardi), davanti a Nike (48 miliardi), Inditex (32,6 miliardi) ed Essilorluxottica (24,5 miliardi). Prima tra gli italiani si posiziona Prada (4,2 miliardi), al 33° posto in classifica, seguita da Oniverse (44°), Moncler (50°) e Giorgio Armani (54°).
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Per i pm la società, non indagata, coi subappalti favoriva il caporalato cinese. «Pagati 3 euro l’ora. Borse prodotte a 93 euro e vendute a 1.800». Lo stilista, che sta per compiere 90 anni, ha sempre rifiutato di vendere ai francesi e ha disegnato il futuro del marchio per farlo restare in mani italiane. Ora però potrebbe entrare in gioco l’onda lunga dello scandalo. Lo speciale contiene due articoli.Le borse di pelle firmate Giorgio Armani si vendono ad almeno 1.800 euro (se non di più) nelle boutique dello stilista in tutto il mondo. Produrle però costa, secondo la Procura di Milano, appena 75 euro senza Iva (con cui si arriva a 93), grazie al lavoro della manovalanza cinese costretta «a turni di lavoro massacrante» anche di notte, superiori a 14 ore al giorno e con una paga talvolta di appena un euro a pezzo. È il quadro che emerge secondo le accuse del decreto della sezione misure di prevenzione del tribunale di Milano che ha messo in «amministrazione giudiziaria» la Giorgio Armani operations spa rispetto ai rapporti con i fornitori. In pratica, all’azienda del noto stilista italiano (che non risulta indagato) viene contestato di non aver controllato il caporalato sulla manodopera straniera irregolare del suo fornitore ufficiale italiano, ovvero Manifatture lombarde, che a sua volta subappaltava la realizzazione di borse e accessori del gruppo Giorgio Armani a opifici cinesi. Per questo motivo verrà affiancata nei prossimi mesi da un amministratore, il commercialista e revisore Piero Antonio Capitini. In questo modo, si legge nel decreto, il tribunale si auspica di «far cessare questa situazione, in un’ottica di interventi proporzionali […] È una moderna messa alla prova aziendale finalizzata ad affrancare l’impresa da relazioni (interne ed esterne) patologiche». Secondo l’accusa, la Giorgio Armani avrebbe «colposamente alimentato» questo meccanismo perché non avrebbe mai verificato «la reale capacità imprenditoriale delle società appaltatrici, alle quali affidare la produzione». Siamo nell’area delle misure di prevenzione, il provvedimento non è ancora penale. Ma di certo per i pm di Milano il quadro è a tinte fosche. Secondo gli inquirenti (i pm Paolo Storari e Luisa Baima Bollone affiancati dei carabinieri) infatti, «nella Giorgio Armani operation spa vi è una cultura di impresa gravemente deficitaria sotto il profilo del controllo, anche minimo, della filiera produttiva della quale la società si avvale; cultura radicata all’interno della struttura della persona giuridica, che ha di fatto favorito la perpetuazione degli illeciti». Si legge nel decreto: «Nel corso delle indagini, infatti, si è disvelata una prassi illecita così radicata e collaudata, da poter essere considerata inserita in una più ampia politica d’impresa diretta all'aumento del business. Le condotte investigate non paiono frutto di iniziative estemporanee e isolate di singoli, ma di una illecita politica di impresa». È dal 2015 che vanno avanti le indagini del nucleo ispettorato del lavoro del comando dei carabinieri di Milano. A gennaio era stata l’Alviero Martini a finire sempre commissariata dal tribunale milanese. Anche in questo caso l’azienda specializzata in borse e accessori con le carte geografiche era stata «ritenuta incapace di prevenire e arginare fenomeni di sfruttamento lavorativo». Sarebbe una pratica comune nel mondo della moda con i grandi marchi che affidano, mediante contratti di appalto, l’intera produzione a società terze. A sua volta l’azienda appaltatrice dispone soltanto nominalmente di adeguata capacità produttiva, potendo di fatto provvedere alla sola campionatura del materiale e non alla produzione dell’intera linea. Queste realtà possono competere sul mercato solo esternalizzando le commesse a opifici cinesi, riuscendo ad abbattere i costi grazie a manodopera irregolare. A sua volta chi coordina i laboratori recluta connazionali in difficoltà. Z.Y., uno dei lavoratori cinesi delle aziende sotto indagine, ha raccontato agli inquirenti di aver negli anni assemblato «cinture di marchi come Zara, Diesel, Hugo Boss, Hugo Boss orange che è la prima linea della Hugo Boss, Trussardi, Versace, Emporio Armani, che è la prima linea dell’Armani, Alviero Martini, Tommy Hilfygher, Gucci, Gianfranco Ferré, Dolce&Gabbana, Marlboro e Marlboro classic; Replay, Levi’s e tanti altri che al momento mi sfuggono». I lavoratori sarebbero stati spesso cinesi irregolari, con generalità intercambiabili tra loro. Sarebbero stati costretti a mangiare in qualche angolo del capannone, con reperibilità e disponibilità per tutte le 24 ore della giornata. Nessuno sarebbe mai stato sottoposto a visita medica. Alcuni macchinari sarebbero stati senza le misure di prevenzione per aumentare la velocità di produzione. Un’altra lavoratrice, A.E., ha dichiarato che «seppur assunta formalmente per 4 ore giornaliere, in realtà lavora per 10 ore giornaliere dal lunedì al sabato».Non solo. L’azienda non avrebbe fornito ai lavoratori nemmeno i dispositivi per evitare il contatto con agenti chimici pericolosi come colla e solventi. La paga sarebbe andata dai 3 ai 4 euro l’ora. Anche se c’è chi ha dichiarato di lavorare a cottimo per l’azienda Minoronzoni, con una paga da mezzo euro a 1 euro a pezzo per un lavoro che poteva durare anche quattro ore. Per esempio, quest’ultima azienda appaltatrice sotto inchiesta ha i contratti per le cinture di marchi d’alta moda. E rimette direttamente la fattura agli stessi marchi come se la merce fosse stata prodotta e assemblata da lei. Z. Y. ha raccontato che l’azienda «paga più o meno 60 centesimi costo di manifattura e confezionamento. Poi la Minoronzoni rimette poi il prodotto con apposita fattura ai loro committenti, Guess, Versace o Armani con ricarico di materiale prodotto, manodopera confezionamento e trasporto per circa 15 euro a cintura. E non può far risultare che l’assemblaggio e il confezionamento siano stati fatti da altre aziende». Durante un’ispezione i lavoratori sarebbero stati perfino costretti a nascondersi al buio durante un controllo qualità. Queste cinture arrivano a costare anche 500 euro. «Apprendiamo della misura di prevenzione decisa dai Tribunali di Milano nei confronti della GA operations», si legge in una nota dell’azienda. «La società ha da sempre in atto misure di controllo e di prevenzione atte a minimizzare abusi nella catena di fornitura. La GA operations collaborerà con la massima trasparenza con gli organi competenti per chiarire la propria posizione rispetto alla vicenda».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sfruttava-lavoro-indagini-sulla-armani-2667707262.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="limpero-e-la-successione-blindata-ma-linchiesta-puo-scombinare-i-piani" data-post-id="2667707262" data-published-at="1712384636" data-use-pagination="False"> L’impero e la successione blindata. Ma l’inchiesta può scombinare i piani Vedremo quali saranno i risvolti della bufera che si è abbattuta sul gruppo Armani. Di certo, dal punto di vista dell’immagine il colpo è pesante. Classe 1934, Re Giorgio ha costruito un impero economico che conta 9.000 dipendenti, 2,35 miliardi di fatturato e 162 milioni di utile. Il problema è che non ha eredi diretti e la successione è ancora un segreto custodito in famiglia. Le conseguenze dell’inchiesta avviata dalla Procura di Milano avranno un impatto anche su una possibile futura vendita e, nel caso, sul prezzo del passaggio di mano o di un’eventuale quotazione in Borsa? Sin qui lo stilista ha sempre respinto i corteggiamenti, soprattutto quello del gigante francese Lvmh di Bernard Arnault. Intervistato l’anno scorso dal Financial Times nei corridoi del suo show veneziano, lo stilista aveva ribadito di non voler vendere il proprio marchio. «Questi gruppi francesi vogliono prendersi tutto, non lo capisco, lo trovo un po’ ridicolo, perché dovrei essere dominato da una di queste mega strutture che mancano di personalità?». Nel 2017 Armani aveva detto in un’altra intervista sempre all’Ft che per la successione del suo impero «era tutto pronto». Lo scorso ottobre il Corriere della Sera ha rivelato il contenuto di un documento, approvato in un’assemblea straordinaria del 2016, integrato a settembre e rimasto fino a quel momento riservato. È lo statuto della futura Giorgio Armani spa che governerà il gruppo, all’insegna della continuità, quando il Re non ci sarà più. Sarà una società con la porta aperta sulla Borsa, darà «priorità allo sviluppo continuo a livello globale del nome Armani», avrà «sei categorie di azionisti nel capitale, tutti uguali davanti al dividendo» (solo «il 50% degli utili netti verrà ripartito») ma alcuni avranno il triplo dei voti e il diritto a nominare l’amministratore delegato. Lo statuto sarà formalmente adottato all’apertura della successione di Armani, che possiede il 99,9% del gruppo mentre lo 0,1% fa capo alla Fondazione Giorgio Armani. Lo stilista ha tre nipoti: Silvana e Roberta, figlie del fratello Sergio scomparso anni fa, e il figlio della sorella Rosanna, Andrea Camerana, tutti già in cda. Gli eredi dovrebbero includere la sorella, altri tre membri della famiglia che lavorano nell’azienda, il collaboratore di lunga data Pantaleo Dell’Orco e una fondazione (anche il fondatore di Rolex, Hans Wilsdorf, nel 1960 lasciò il marchio a una fondazione che tuttora possiede l’azienda di orologi di lusso). Lo statuto divide il capitale azionario della società in sei categorie con diversi diritti di voto e poteri, ed è stato modificato a settembre per creare due categorie senza diritto di voto. Nel documento ci sono anche altre indicazioni: un’eventuale quotazione in Borsa richiede il voto favorevole della maggioranza dei membri presenti in cda «decorso il quinto anno successivo all’entrata in vigore del presente statuto». Qualsiasi attività di M&A (ossia fusione o acquisizione di altre aziende) dovrà avvenire con «approccio prudente» e «finalizzato unicamente a sviluppare competenze che non esistono internamente dal punto di vista del mercato, del prodotto o del canale». Lo statuto della fondazione prevede inoltre che si gestisca la partecipazione al gruppo con l’obiettivo di creare valore, mantenere i livelli occupazionali e perseguire i valori aziendali.Prima di Giorgio Armani, non c’era un’industria di moda italiana, c’era solo un’industria di fabbriche italiane. Oggi, mentre Valentino, Gucci e Versace sono stati tutti venduti a investitori stranieri, Armani rimane il solo proprietario della ditta che porta il suo nome. Prada, Zegna e Ferragamo sono le poche altre case di moda italiane rimaste indipendenti. In mani straniere, soprattutto francesi, sono già finiti i grandi marchi del made in Italy: Lvmh possiede Bulgari, Fendi, Emilio Pucci e Loro Piana, mentre Kering, il colosso di François-Henri Pinault, in meno di 30 anni ha accumulato brand come Gucci, Bottega Veneta, Brioni, Pomellato e pure il 30% di Valentino acquistato dal fondo qatariota Mayhoola. La conglomerata americana Tapestry-Capri holdings è invece proprietaria di Versace, Coccinelle è stata comprata dal gruppo coreano E-land nel 2012, che aveva precedentemente acquisito Mandarina duck in un periodo di difficoltà. Krizia è passata sotto il controllo della cinese Shenzhen marisfrolg fashion nel 2014, mentre nel 2021 Fosun ha acquistato le calzature Sergio Rossi per 60 milioni. Il comparto della moda italiano, secondo l’ultimo rapporto dell’ufficio studi di Mediobanca dedicato al settore, chiuderà il 2023 con un aumento del fatturato del 6% rispetto agli 85,9 miliardi di un 2022 a doppia cifra (+19,1%). La crescita rallenterà ulteriormente quest’anno, con i ricavi aggregati delle 175 aziende italiane con un giro d’affari superiore ai 100 milioni che dovrebbe salire del 3%, a ridosso dei 94 miliardi. Tra i 37 gruppi europei, l’Italia con i suoi 12 big è il Paese con più protagonisti, ma è la Francia ad aggiudicarsi il primato per giro d’affari (43% del totale europeo), davanti a Germania (11%), Spagna e Regno Unito (10% entrambi), con l’Italia al 7%. E al primo posto per ricavi tra i colossi mondiali si conferma Lvmh (79,2 miliardi), davanti a Nike (48 miliardi), Inditex (32,6 miliardi) ed Essilorluxottica (24,5 miliardi). Prima tra gli italiani si posiziona Prada (4,2 miliardi), al 33° posto in classifica, seguita da Oniverse (44°), Moncler (50°) e Giorgio Armani (54°).
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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