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2024-04-06
«Sfruttava il lavoro»: indagini sulla Armani
Giorgio Armani (Ansa)
Le borse di pelle firmate Giorgio Armani si vendono ad almeno 1.800 euro (se non di più) nelle boutique dello stilista in tutto il mondo. Produrle però costa, secondo la Procura di Milano, appena 75 euro senza Iva (con cui si arriva a 93), grazie al lavoro della manovalanza cinese costretta «a turni di lavoro massacrante» anche di notte, superiori a 14 ore al giorno e con una paga talvolta di appena un euro a pezzo. È il quadro che emerge secondo le accuse del decreto della sezione misure di prevenzione del tribunale di Milano che ha messo in «amministrazione giudiziaria» la Giorgio Armani operations spa rispetto ai rapporti con i fornitori. In pratica, all’azienda del noto stilista italiano (che non risulta indagato) viene contestato di non aver controllato il caporalato sulla manodopera straniera irregolare del suo fornitore ufficiale italiano, ovvero Manifatture lombarde, che a sua volta subappaltava la realizzazione di borse e accessori del gruppo Giorgio Armani a opifici cinesi. Per questo motivo verrà affiancata nei prossimi mesi da un amministratore, il commercialista e revisore Piero Antonio Capitini. In questo modo, si legge nel decreto, il tribunale si auspica di «far cessare questa situazione, in un’ottica di interventi proporzionali […] È una moderna messa alla prova aziendale finalizzata ad affrancare l’impresa da relazioni (interne ed esterne) patologiche».
Secondo l’accusa, la Giorgio Armani avrebbe «colposamente alimentato» questo meccanismo perché non avrebbe mai verificato «la reale capacità imprenditoriale delle società appaltatrici, alle quali affidare la produzione». Siamo nell’area delle misure di prevenzione, il provvedimento non è ancora penale. Ma di certo per i pm di Milano il quadro è a tinte fosche. Secondo gli inquirenti (i pm Paolo Storari e Luisa Baima Bollone affiancati dei carabinieri) infatti, «nella Giorgio Armani operation spa vi è una cultura di impresa gravemente deficitaria sotto il profilo del controllo, anche minimo, della filiera produttiva della quale la società si avvale; cultura radicata all’interno della struttura della persona giuridica, che ha di fatto favorito la perpetuazione degli illeciti». Si legge nel decreto: «Nel corso delle indagini, infatti, si è disvelata una prassi illecita così radicata e collaudata, da poter essere considerata inserita in una più ampia politica d’impresa diretta all'aumento del business. Le condotte investigate non paiono frutto di iniziative estemporanee e isolate di singoli, ma di una illecita politica di impresa». È dal 2015 che vanno avanti le indagini del nucleo ispettorato del lavoro del comando dei carabinieri di Milano. A gennaio era stata l’Alviero Martini a finire sempre commissariata dal tribunale milanese. Anche in questo caso l’azienda specializzata in borse e accessori con le carte geografiche era stata «ritenuta incapace di prevenire e arginare fenomeni di sfruttamento lavorativo». Sarebbe una pratica comune nel mondo della moda con i grandi marchi che affidano, mediante contratti di appalto, l’intera produzione a società terze. A sua volta l’azienda appaltatrice dispone soltanto nominalmente di adeguata capacità produttiva, potendo di fatto provvedere alla sola campionatura del materiale e non alla produzione dell’intera linea. Queste realtà possono competere sul mercato solo esternalizzando le commesse a opifici cinesi, riuscendo ad abbattere i costi grazie a manodopera irregolare. A sua volta chi coordina i laboratori recluta connazionali in difficoltà.
Z.Y., uno dei lavoratori cinesi delle aziende sotto indagine, ha raccontato agli inquirenti di aver negli anni assemblato «cinture di marchi come Zara, Diesel, Hugo Boss, Hugo Boss orange che è la prima linea della Hugo Boss, Trussardi, Versace, Emporio Armani, che è la prima linea dell’Armani, Alviero Martini, Tommy Hilfygher, Gucci, Gianfranco Ferré, Dolce&Gabbana, Marlboro e Marlboro classic; Replay, Levi’s e tanti altri che al momento mi sfuggono». I lavoratori sarebbero stati spesso cinesi irregolari, con generalità intercambiabili tra loro. Sarebbero stati costretti a mangiare in qualche angolo del capannone, con reperibilità e disponibilità per tutte le 24 ore della giornata. Nessuno sarebbe mai stato sottoposto a visita medica. Alcuni macchinari sarebbero stati senza le misure di prevenzione per aumentare la velocità di produzione. Un’altra lavoratrice, A.E., ha dichiarato che «seppur assunta formalmente per 4 ore giornaliere, in realtà lavora per 10 ore giornaliere dal lunedì al sabato».
Non solo. L’azienda non avrebbe fornito ai lavoratori nemmeno i dispositivi per evitare il contatto con agenti chimici pericolosi come colla e solventi. La paga sarebbe andata dai 3 ai 4 euro l’ora. Anche se c’è chi ha dichiarato di lavorare a cottimo per l’azienda Minoronzoni, con una paga da mezzo euro a 1 euro a pezzo per un lavoro che poteva durare anche quattro ore. Per esempio, quest’ultima azienda appaltatrice sotto inchiesta ha i contratti per le cinture di marchi d’alta moda. E rimette direttamente la fattura agli stessi marchi come se la merce fosse stata prodotta e assemblata da lei. Z. Y. ha raccontato che l’azienda «paga più o meno 60 centesimi costo di manifattura e confezionamento. Poi la Minoronzoni rimette poi il prodotto con apposita fattura ai loro committenti, Guess, Versace o Armani con ricarico di materiale prodotto, manodopera confezionamento e trasporto per circa 15 euro a cintura. E non può far risultare che l’assemblaggio e il confezionamento siano stati fatti da altre aziende». Durante un’ispezione i lavoratori sarebbero stati perfino costretti a nascondersi al buio durante un controllo qualità. Queste cinture arrivano a costare anche 500 euro.
«Apprendiamo della misura di prevenzione decisa dai Tribunali di Milano nei confronti della GA operations», si legge in una nota dell’azienda. «La società ha da sempre in atto misure di controllo e di prevenzione atte a minimizzare abusi nella catena di fornitura. La GA operations collaborerà con la massima trasparenza con gli organi competenti per chiarire la propria posizione rispetto alla vicenda».
L’impero e la successione blindata. Ma l’inchiesta può scombinare i piani
Vedremo quali saranno i risvolti della bufera che si è abbattuta sul gruppo Armani. Di certo, dal punto di vista dell’immagine il colpo è pesante. Classe 1934, Re Giorgio ha costruito un impero economico che conta 9.000 dipendenti, 2,35 miliardi di fatturato e 162 milioni di utile. Il problema è che non ha eredi diretti e la successione è ancora un segreto custodito in famiglia. Le conseguenze dell’inchiesta avviata dalla Procura di Milano avranno un impatto anche su una possibile futura vendita e, nel caso, sul prezzo del passaggio di mano o di un’eventuale quotazione in Borsa? Sin qui lo stilista ha sempre respinto i corteggiamenti, soprattutto quello del gigante francese Lvmh di Bernard Arnault. Intervistato l’anno scorso dal Financial Times nei corridoi del suo show veneziano, lo stilista aveva ribadito di non voler vendere il proprio marchio. «Questi gruppi francesi vogliono prendersi tutto, non lo capisco, lo trovo un po’ ridicolo, perché dovrei essere dominato da una di queste mega strutture che mancano di personalità?». Nel 2017 Armani aveva detto in un’altra intervista sempre all’Ft che per la successione del suo impero «era tutto pronto». Lo scorso ottobre il Corriere della Sera ha rivelato il contenuto di un documento, approvato in un’assemblea straordinaria del 2016, integrato a settembre e rimasto fino a quel momento riservato. È lo statuto della futura Giorgio Armani spa che governerà il gruppo, all’insegna della continuità, quando il Re non ci sarà più. Sarà una società con la porta aperta sulla Borsa, darà «priorità allo sviluppo continuo a livello globale del nome Armani», avrà «sei categorie di azionisti nel capitale, tutti uguali davanti al dividendo» (solo «il 50% degli utili netti verrà ripartito») ma alcuni avranno il triplo dei voti e il diritto a nominare l’amministratore delegato. Lo statuto sarà formalmente adottato all’apertura della successione di Armani, che possiede il 99,9% del gruppo mentre lo 0,1% fa capo alla Fondazione Giorgio Armani. Lo stilista ha tre nipoti: Silvana e Roberta, figlie del fratello Sergio scomparso anni fa, e il figlio della sorella Rosanna, Andrea Camerana, tutti già in cda. Gli eredi dovrebbero includere la sorella, altri tre membri della famiglia che lavorano nell’azienda, il collaboratore di lunga data Pantaleo Dell’Orco e una fondazione (anche il fondatore di Rolex, Hans Wilsdorf, nel 1960 lasciò il marchio a una fondazione che tuttora possiede l’azienda di orologi di lusso). Lo statuto divide il capitale azionario della società in sei categorie con diversi diritti di voto e poteri, ed è stato modificato a settembre per creare due categorie senza diritto di voto. Nel documento ci sono anche altre indicazioni: un’eventuale quotazione in Borsa richiede il voto favorevole della maggioranza dei membri presenti in cda «decorso il quinto anno successivo all’entrata in vigore del presente statuto». Qualsiasi attività di M&A (ossia fusione o acquisizione di altre aziende) dovrà avvenire con «approccio prudente» e «finalizzato unicamente a sviluppare competenze che non esistono internamente dal punto di vista del mercato, del prodotto o del canale». Lo statuto della fondazione prevede inoltre che si gestisca la partecipazione al gruppo con l’obiettivo di creare valore, mantenere i livelli occupazionali e perseguire i valori aziendali.Prima di Giorgio Armani, non c’era un’industria di moda italiana, c’era solo un’industria di fabbriche italiane. Oggi, mentre Valentino, Gucci e Versace sono stati tutti venduti a investitori stranieri, Armani rimane il solo proprietario della ditta che porta il suo nome. Prada, Zegna e Ferragamo sono le poche altre case di moda italiane rimaste indipendenti. In mani straniere, soprattutto francesi, sono già finiti i grandi marchi del made in Italy: Lvmh possiede Bulgari, Fendi, Emilio Pucci e Loro Piana, mentre Kering, il colosso di François-Henri Pinault, in meno di 30 anni ha accumulato brand come Gucci, Bottega Veneta, Brioni, Pomellato e pure il 30% di Valentino acquistato dal fondo qatariota Mayhoola. La conglomerata americana Tapestry-Capri holdings è invece proprietaria di Versace, Coccinelle è stata comprata dal gruppo coreano E-land nel 2012, che aveva precedentemente acquisito Mandarina duck in un periodo di difficoltà. Krizia è passata sotto il controllo della cinese Shenzhen marisfrolg fashion nel 2014, mentre nel 2021 Fosun ha acquistato le calzature Sergio Rossi per 60 milioni. Il comparto della moda italiano, secondo l’ultimo rapporto dell’ufficio studi di Mediobanca dedicato al settore, chiuderà il 2023 con un aumento del fatturato del 6% rispetto agli 85,9 miliardi di un 2022 a doppia cifra (+19,1%). La crescita rallenterà ulteriormente quest’anno, con i ricavi aggregati delle 175 aziende italiane con un giro d’affari superiore ai 100 milioni che dovrebbe salire del 3%, a ridosso dei 94 miliardi. Tra i 37 gruppi europei, l’Italia con i suoi 12 big è il Paese con più protagonisti, ma è la Francia ad aggiudicarsi il primato per giro d’affari (43% del totale europeo), davanti a Germania (11%), Spagna e Regno Unito (10% entrambi), con l’Italia al 7%. E al primo posto per ricavi tra i colossi mondiali si conferma Lvmh (79,2 miliardi), davanti a Nike (48 miliardi), Inditex (32,6 miliardi) ed Essilorluxottica (24,5 miliardi). Prima tra gli italiani si posiziona Prada (4,2 miliardi), al 33° posto in classifica, seguita da Oniverse (44°), Moncler (50°) e Giorgio Armani (54°).
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Per i pm la società, non indagata, coi subappalti favoriva il caporalato cinese. «Pagati 3 euro l’ora. Borse prodotte a 93 euro e vendute a 1.800». Lo stilista, che sta per compiere 90 anni, ha sempre rifiutato di vendere ai francesi e ha disegnato il futuro del marchio per farlo restare in mani italiane. Ora però potrebbe entrare in gioco l’onda lunga dello scandalo. Lo speciale contiene due articoli.Le borse di pelle firmate Giorgio Armani si vendono ad almeno 1.800 euro (se non di più) nelle boutique dello stilista in tutto il mondo. Produrle però costa, secondo la Procura di Milano, appena 75 euro senza Iva (con cui si arriva a 93), grazie al lavoro della manovalanza cinese costretta «a turni di lavoro massacrante» anche di notte, superiori a 14 ore al giorno e con una paga talvolta di appena un euro a pezzo. È il quadro che emerge secondo le accuse del decreto della sezione misure di prevenzione del tribunale di Milano che ha messo in «amministrazione giudiziaria» la Giorgio Armani operations spa rispetto ai rapporti con i fornitori. In pratica, all’azienda del noto stilista italiano (che non risulta indagato) viene contestato di non aver controllato il caporalato sulla manodopera straniera irregolare del suo fornitore ufficiale italiano, ovvero Manifatture lombarde, che a sua volta subappaltava la realizzazione di borse e accessori del gruppo Giorgio Armani a opifici cinesi. Per questo motivo verrà affiancata nei prossimi mesi da un amministratore, il commercialista e revisore Piero Antonio Capitini. In questo modo, si legge nel decreto, il tribunale si auspica di «far cessare questa situazione, in un’ottica di interventi proporzionali […] È una moderna messa alla prova aziendale finalizzata ad affrancare l’impresa da relazioni (interne ed esterne) patologiche». Secondo l’accusa, la Giorgio Armani avrebbe «colposamente alimentato» questo meccanismo perché non avrebbe mai verificato «la reale capacità imprenditoriale delle società appaltatrici, alle quali affidare la produzione». Siamo nell’area delle misure di prevenzione, il provvedimento non è ancora penale. Ma di certo per i pm di Milano il quadro è a tinte fosche. Secondo gli inquirenti (i pm Paolo Storari e Luisa Baima Bollone affiancati dei carabinieri) infatti, «nella Giorgio Armani operation spa vi è una cultura di impresa gravemente deficitaria sotto il profilo del controllo, anche minimo, della filiera produttiva della quale la società si avvale; cultura radicata all’interno della struttura della persona giuridica, che ha di fatto favorito la perpetuazione degli illeciti». Si legge nel decreto: «Nel corso delle indagini, infatti, si è disvelata una prassi illecita così radicata e collaudata, da poter essere considerata inserita in una più ampia politica d’impresa diretta all'aumento del business. Le condotte investigate non paiono frutto di iniziative estemporanee e isolate di singoli, ma di una illecita politica di impresa». È dal 2015 che vanno avanti le indagini del nucleo ispettorato del lavoro del comando dei carabinieri di Milano. A gennaio era stata l’Alviero Martini a finire sempre commissariata dal tribunale milanese. Anche in questo caso l’azienda specializzata in borse e accessori con le carte geografiche era stata «ritenuta incapace di prevenire e arginare fenomeni di sfruttamento lavorativo». Sarebbe una pratica comune nel mondo della moda con i grandi marchi che affidano, mediante contratti di appalto, l’intera produzione a società terze. A sua volta l’azienda appaltatrice dispone soltanto nominalmente di adeguata capacità produttiva, potendo di fatto provvedere alla sola campionatura del materiale e non alla produzione dell’intera linea. Queste realtà possono competere sul mercato solo esternalizzando le commesse a opifici cinesi, riuscendo ad abbattere i costi grazie a manodopera irregolare. A sua volta chi coordina i laboratori recluta connazionali in difficoltà. Z.Y., uno dei lavoratori cinesi delle aziende sotto indagine, ha raccontato agli inquirenti di aver negli anni assemblato «cinture di marchi come Zara, Diesel, Hugo Boss, Hugo Boss orange che è la prima linea della Hugo Boss, Trussardi, Versace, Emporio Armani, che è la prima linea dell’Armani, Alviero Martini, Tommy Hilfygher, Gucci, Gianfranco Ferré, Dolce&Gabbana, Marlboro e Marlboro classic; Replay, Levi’s e tanti altri che al momento mi sfuggono». I lavoratori sarebbero stati spesso cinesi irregolari, con generalità intercambiabili tra loro. Sarebbero stati costretti a mangiare in qualche angolo del capannone, con reperibilità e disponibilità per tutte le 24 ore della giornata. Nessuno sarebbe mai stato sottoposto a visita medica. Alcuni macchinari sarebbero stati senza le misure di prevenzione per aumentare la velocità di produzione. Un’altra lavoratrice, A.E., ha dichiarato che «seppur assunta formalmente per 4 ore giornaliere, in realtà lavora per 10 ore giornaliere dal lunedì al sabato».Non solo. L’azienda non avrebbe fornito ai lavoratori nemmeno i dispositivi per evitare il contatto con agenti chimici pericolosi come colla e solventi. La paga sarebbe andata dai 3 ai 4 euro l’ora. Anche se c’è chi ha dichiarato di lavorare a cottimo per l’azienda Minoronzoni, con una paga da mezzo euro a 1 euro a pezzo per un lavoro che poteva durare anche quattro ore. Per esempio, quest’ultima azienda appaltatrice sotto inchiesta ha i contratti per le cinture di marchi d’alta moda. E rimette direttamente la fattura agli stessi marchi come se la merce fosse stata prodotta e assemblata da lei. Z. Y. ha raccontato che l’azienda «paga più o meno 60 centesimi costo di manifattura e confezionamento. Poi la Minoronzoni rimette poi il prodotto con apposita fattura ai loro committenti, Guess, Versace o Armani con ricarico di materiale prodotto, manodopera confezionamento e trasporto per circa 15 euro a cintura. E non può far risultare che l’assemblaggio e il confezionamento siano stati fatti da altre aziende». Durante un’ispezione i lavoratori sarebbero stati perfino costretti a nascondersi al buio durante un controllo qualità. Queste cinture arrivano a costare anche 500 euro. «Apprendiamo della misura di prevenzione decisa dai Tribunali di Milano nei confronti della GA operations», si legge in una nota dell’azienda. «La società ha da sempre in atto misure di controllo e di prevenzione atte a minimizzare abusi nella catena di fornitura. La GA operations collaborerà con la massima trasparenza con gli organi competenti per chiarire la propria posizione rispetto alla vicenda».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sfruttava-lavoro-indagini-sulla-armani-2667707262.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="limpero-e-la-successione-blindata-ma-linchiesta-puo-scombinare-i-piani" data-post-id="2667707262" data-published-at="1712384636" data-use-pagination="False"> L’impero e la successione blindata. Ma l’inchiesta può scombinare i piani Vedremo quali saranno i risvolti della bufera che si è abbattuta sul gruppo Armani. Di certo, dal punto di vista dell’immagine il colpo è pesante. Classe 1934, Re Giorgio ha costruito un impero economico che conta 9.000 dipendenti, 2,35 miliardi di fatturato e 162 milioni di utile. Il problema è che non ha eredi diretti e la successione è ancora un segreto custodito in famiglia. Le conseguenze dell’inchiesta avviata dalla Procura di Milano avranno un impatto anche su una possibile futura vendita e, nel caso, sul prezzo del passaggio di mano o di un’eventuale quotazione in Borsa? Sin qui lo stilista ha sempre respinto i corteggiamenti, soprattutto quello del gigante francese Lvmh di Bernard Arnault. Intervistato l’anno scorso dal Financial Times nei corridoi del suo show veneziano, lo stilista aveva ribadito di non voler vendere il proprio marchio. «Questi gruppi francesi vogliono prendersi tutto, non lo capisco, lo trovo un po’ ridicolo, perché dovrei essere dominato da una di queste mega strutture che mancano di personalità?». Nel 2017 Armani aveva detto in un’altra intervista sempre all’Ft che per la successione del suo impero «era tutto pronto». Lo scorso ottobre il Corriere della Sera ha rivelato il contenuto di un documento, approvato in un’assemblea straordinaria del 2016, integrato a settembre e rimasto fino a quel momento riservato. È lo statuto della futura Giorgio Armani spa che governerà il gruppo, all’insegna della continuità, quando il Re non ci sarà più. Sarà una società con la porta aperta sulla Borsa, darà «priorità allo sviluppo continuo a livello globale del nome Armani», avrà «sei categorie di azionisti nel capitale, tutti uguali davanti al dividendo» (solo «il 50% degli utili netti verrà ripartito») ma alcuni avranno il triplo dei voti e il diritto a nominare l’amministratore delegato. Lo statuto sarà formalmente adottato all’apertura della successione di Armani, che possiede il 99,9% del gruppo mentre lo 0,1% fa capo alla Fondazione Giorgio Armani. Lo stilista ha tre nipoti: Silvana e Roberta, figlie del fratello Sergio scomparso anni fa, e il figlio della sorella Rosanna, Andrea Camerana, tutti già in cda. Gli eredi dovrebbero includere la sorella, altri tre membri della famiglia che lavorano nell’azienda, il collaboratore di lunga data Pantaleo Dell’Orco e una fondazione (anche il fondatore di Rolex, Hans Wilsdorf, nel 1960 lasciò il marchio a una fondazione che tuttora possiede l’azienda di orologi di lusso). Lo statuto divide il capitale azionario della società in sei categorie con diversi diritti di voto e poteri, ed è stato modificato a settembre per creare due categorie senza diritto di voto. Nel documento ci sono anche altre indicazioni: un’eventuale quotazione in Borsa richiede il voto favorevole della maggioranza dei membri presenti in cda «decorso il quinto anno successivo all’entrata in vigore del presente statuto». Qualsiasi attività di M&A (ossia fusione o acquisizione di altre aziende) dovrà avvenire con «approccio prudente» e «finalizzato unicamente a sviluppare competenze che non esistono internamente dal punto di vista del mercato, del prodotto o del canale». Lo statuto della fondazione prevede inoltre che si gestisca la partecipazione al gruppo con l’obiettivo di creare valore, mantenere i livelli occupazionali e perseguire i valori aziendali.Prima di Giorgio Armani, non c’era un’industria di moda italiana, c’era solo un’industria di fabbriche italiane. Oggi, mentre Valentino, Gucci e Versace sono stati tutti venduti a investitori stranieri, Armani rimane il solo proprietario della ditta che porta il suo nome. Prada, Zegna e Ferragamo sono le poche altre case di moda italiane rimaste indipendenti. In mani straniere, soprattutto francesi, sono già finiti i grandi marchi del made in Italy: Lvmh possiede Bulgari, Fendi, Emilio Pucci e Loro Piana, mentre Kering, il colosso di François-Henri Pinault, in meno di 30 anni ha accumulato brand come Gucci, Bottega Veneta, Brioni, Pomellato e pure il 30% di Valentino acquistato dal fondo qatariota Mayhoola. La conglomerata americana Tapestry-Capri holdings è invece proprietaria di Versace, Coccinelle è stata comprata dal gruppo coreano E-land nel 2012, che aveva precedentemente acquisito Mandarina duck in un periodo di difficoltà. Krizia è passata sotto il controllo della cinese Shenzhen marisfrolg fashion nel 2014, mentre nel 2021 Fosun ha acquistato le calzature Sergio Rossi per 60 milioni. Il comparto della moda italiano, secondo l’ultimo rapporto dell’ufficio studi di Mediobanca dedicato al settore, chiuderà il 2023 con un aumento del fatturato del 6% rispetto agli 85,9 miliardi di un 2022 a doppia cifra (+19,1%). La crescita rallenterà ulteriormente quest’anno, con i ricavi aggregati delle 175 aziende italiane con un giro d’affari superiore ai 100 milioni che dovrebbe salire del 3%, a ridosso dei 94 miliardi. Tra i 37 gruppi europei, l’Italia con i suoi 12 big è il Paese con più protagonisti, ma è la Francia ad aggiudicarsi il primato per giro d’affari (43% del totale europeo), davanti a Germania (11%), Spagna e Regno Unito (10% entrambi), con l’Italia al 7%. E al primo posto per ricavi tra i colossi mondiali si conferma Lvmh (79,2 miliardi), davanti a Nike (48 miliardi), Inditex (32,6 miliardi) ed Essilorluxottica (24,5 miliardi). Prima tra gli italiani si posiziona Prada (4,2 miliardi), al 33° posto in classifica, seguita da Oniverse (44°), Moncler (50°) e Giorgio Armani (54°).
Papa Leone XIV (Ansa)
L’ennesimo codazzo del disordine sinodale è la pubblicazione del rapporto finale del nono Gruppo di studio sulle «questioni dottrinali, pastorali ed etiche emergenti». In sostanza, il rapporto con i fedeli Lgbt. L’ennesima mina che a Robert Francis Prevost toccherà disinnescare, dopo il caso delle benedizioni gay in Germania.
La relazione, infatti, cerca di occultare, dietro l’uso della neolingua catto-woke, un vero e proprio assalto al magistero. Lo si intuisce già dallo slittamento semantico che propone: gli autori dicono di ritenere «più appropriato qualificare le questioni in oggetto come questioni “emergenti” piuttosto che come questioni “controverse”». Essi annunciano, così, un «cambio di paradigma», che consentirebbe di trattare certe situazioni non più alla stregua di un «problema» da risolvere, evidenziando invece «la qualità globale dell’impegno che concerne l’insieme della comunità ecclesiale e l’integralità della persona», oltre che rimandando a «una possibile risorsa da discernere nella “conversazione nello Spirito” e nella “conversione relazionale”». Cristallino, eh? Se Gesù si fosse espresso in questi termini, non si sarebbe capito nemmeno da solo.
Quel che si capisce benissimo è dove che vogliano andare a parare le 24 pagine (su 32 totali) che precedono la prima occorrenza della parola «omosessuali»: a legittimare, appunto, le relazioni gay. Se non il matrimonio tra persone dello stesso sesso.
Al volumetto sono state allegate alcune testimonianze anonime, in particolare una proveniente dal Portogallo e l’altra dagli Stati Uniti, di cattolici Lgbt accolti dalle locali comunità ecclesiali, dopo un periodo di travagli e discriminazioni.
Il fedele lusitano allude apertamente al «mio matrimonio» e a «mio marito». Matrimonio. Marito. La Chiesa ritiene che l’unione omosessuale sia equiparabile alle nozze tra uomo e donna? Strano, perché il Dicastero per la Dottrina della fede, pur retto dal bergogliano Víctor Manuel Fernández, ha appena diffuso il testo di una lettera che il cardinale, nel 2024, indirizzò a monsignor Stephen Ackermann, vescovo di Trier, in risposta alla posizione della Conferenza episcopale tedesca sulle «benedizioni per le coppie che si amano». Il capo dell’ex Sant’Uffizio spiegava che, nonostante Fiducia Supplicans avesse liberalizzato - in modo maldestro - la pratica di benedire le unioni irregolari, la Chiesa di Germania si stava spingendo troppo in là. Tucho ricordava che la Chiesa «non ha il potere di conferire la sua benedizione liturgica» a coppie omosessuali e divorziati risposati, che non voleva «legittimare nulla» né «sancire […] nulla» e che non bisognava, dunque, «creare confusione», introducendo un «rito liturgico» o «forme di benedizioni simili a sacramentali». Tirare fuori quella missiva è stata la risposta della Santa Sede, ora guidata dal pontefice americano, all’ennesima fuga in avanti dei teutonici: il cardinale Reinhard Marx ha chiesto ai sacerdoti della sua diocesi, Monaco e Frisinga, di mettere a «fondamento della pratica pastorale» le benedizioni già bocciate dal Dicastero della Fede.
Ma nel rapporto del Gruppo di studio n. 9 del Sinodo compare un’intervista dagli Usa, che è ancora più esplicita di quella realizzata in Portogallo. La corrispondente vaticana Diane Montagna ha identificato il testimone statunitense, il quale ringrazia Dio «per mio marito» e si presenta come l’autore del libro Lgbtq catholic ministry, past and present, che reca la prefazione del noto prete arcobaleno, il gesuita James Martin. L’innominato, allora, non può che essere Jason Steidl: è l’uomo la cui foto con il compagno, mentre entrambi venivano benedetti dallo stesso padre Martin, comparve il 21 dicembre 2023 sul New York Times, scatenando un vespaio di polemiche. L’immagine, in effetti, somigliava alla celebrazione di un matrimonio gay.
D’altronde, nel comitato di teologi che ha prodotto il documento compaiono figure quali Maurizio Chiodi, sostenitore della pastorale Lgbt e convinto che, in alcune circostanze, gli atti omosessuali siano «moralmente buoni». Tutto coerente con i toni della relazione sinodale, che per giustificare l’inosservanza della dottrina pattina tra espressioni alate e retoriche evanescenti: la «narrazione», la «cultura della trasparenza» e quella «del rendiconto e della valutazione», il dovere di accogliere le «istanze che le pratiche credenti esprimono e mettono in atto», nonché di piegare i principi alle esigenze dei «contesti».
Se la decisione di nominare vescovi senza il consenso di Roma romperà, per ovvi motivi, la comunione della Fraternità San Pio X con la Santa Sede, sarebbe bizzarro se il Vaticano non iniziasse a prendere provvedimenti seri anche per arginare queste martellanti campagne di demolizione del magistero «da sinistra». Per il Papa chiamato a riparare le crepe che si erano aperte durante il pontificato di Francesco, lo scisma arcobaleno è più allarmante degli attacchi di Trump. Il presidente Usa non è eterno e le sue sparate, semmai, stanno compattando i cattolici. La vera grana - il Vangelo insegna - un regno ce l’ha quando si divide in sé stesso.
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A Roma, al termine del Med9, il vicepremier Antonio Tajani annuncia la nascita di una coalizione tra Ue, Balcani, Golfo, Nord Africa e Lega Araba per garantire sicurezza alimentare e accesso ai fertilizzanti attraverso lo stretto di Hormuz dopo un cessate il fuoco stabile.
Laura Boldrini (Ansa)
La missione guidata da Laura Boldrini nei campi sahrawi si inserisce in un contesto altamente sensibile, tra accuse sul ruolo dell’Algeria nella destabilizzazione del Sahara e del Sahel e la controversa posizione del Fronte Polisario, che alimentano tensioni politiche e diplomatiche.
La recente missione istituzionale del Comitato permanente della Camera sui diritti umani nei campi sahrawi di Tindouf arriva in uno dei momenti più delicati per la sicurezza del Sahel. Una visita che rischia di trasformarsi in un errore politico e diplomatico. Dietro la narrativa umanitaria sul Fronte Polisario e sulla causa sahrawi si muovono infatti accuse pesantissime che chiamano in causa il ruolo dell’Algeria e dell’Iran nella destabilizzazione del Sahara e del Mali attraverso reti jihadiste, infiltrazioni dei servizi segreti e gruppi armati utilizzati come strumenti geopolitici.
La delegazione guidata da Laura Boldrini ha visitato i campi profughi di Tindouf, in Algeria, per incontrare esponenti del Fronte Polisario, movimento nato nel 1973 e sostenuto da Algeri. Prima della visita ai campi, i parlamentari italiani hanno visto anche le autorità algerine, compreso il vicepresidente del Parlamento. Formalmente si è trattato di una missione dedicata ai diritti umani e alla situazione del popolo sahrawi. Politicamente, però, il viaggio rischia di essere interpretato come una legittimazione di un sistema opaco attorno al quale ruotano accuse di collusioni con reti jihadiste e traffici nel Sahel.
A rendere ancora più controversa questa visita è la recente posizione degli Stati Uniti. Washington ha infatti condannato gli attacchi attribuiti al Fronte Polisario contro la città di Smara, nel Sahara Occidentale, sostenendo che tali azioni compromettano gli sforzi diplomatici e minaccino la stabilità regionale. In un messaggio pubblicato su X, la missione americana presso le Nazioni Unite ha denunciato violenze «contrarie allo spirito dei recenti negoziati», chiedendo una soluzione definitiva del conflitto nel Sahara. Nel frattempo anche l’Unione Europea ha rafforzato il sostegno al piano di autonomia proposto dal Marocco come base per la soluzione della controversia. Durante una visita ufficiale a Rabat, l’Alta rappresentante dell’Ue per gli Affari esteri, Kaja Kallas, ha dichiarato che «una vera autonomia potrebbe rappresentare una delle soluzioni più realistiche» per arrivare a una soluzione politica definitiva. Kallas ha inoltre invitato tutte le parti a partecipare ai negoziati «senza precondizioni e sulla base del piano di autonomia presentato dal Marocco».
La posizione europea, approvata dai 27 Stati membri, è stata formalizzata in un comunicato congiunto diffuso al termine dell’incontro con il ministro degli Esteri marocchino Nasser Bourita. Bruxelles ha inoltre accolto favorevolmente la Risoluzione 2797 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che sostiene il rilancio del processo politico sulla base dell’iniziativa marocchina di autonomia sotto sovranità di Rabat. Un orientamento che rappresenta un ulteriore isolamento politico del Fronte Polisario e della linea sostenuta dall’Algeria. A denunciare il ruolo ambiguo di Algeri è soprattutto l’antropologo britannico Jeremy H. Keenan, autore di The Dark Sahara, testo che descrive il rapporto tra servizi segreti algerini e terrorismo islamista nel Nord Africa. Secondo Keenan, dalla fine degli anni Novanta il Mali settentrionale sarebbe stato trasformato in un laboratorio di destabilizzazione controllata.
In quel periodo numerosi militanti del GIA, il Gruppo Islamico Armato protagonista della guerra civile algerina, sarebbero stati progressivamente spinti verso il Sahara. Non come una forza militare visibile, ma come una presenza destinata a radicarsi tra le comunità tuareg attraverso matrimoni, commerci e traffici illegali. L’obiettivo sarebbe stato creare nel Sahel un ecosistema instabile ma controllabile. Per Keenan la svolta avvenne dopo l’11 settembre 2001. Il presidente algerino Abdelaziz Bouteflika comprese che la guerra globale al terrorismo lanciata dagli Stati Uniti poteva diventare un’enorme opportunità strategica. L’Algeria usciva dal Decennio Nero, segnato da massacri, accuse contro esercito e servizi segreti, isolamento internazionale e sanzioni. Aveva bisogno di ricostruire la propria immagine e ottenere nuove forniture militari occidentali.
Secondo Keenan, Algeri doveva presentarsi come un partner indispensabile nella lotta al terrorismo. Ma per riuscirci era necessario che la minaccia jihadista si espandesse nel Sahara. Le accuse diventano ancora più gravi quando Keenan affronta il ruolo del DRS, i servizi segreti algerini. Nel suo libro sostiene che il DRS non si sarebbe limitato a infiltrare i gruppi islamisti, ma avrebbe contribuito direttamente alla loro creazione e manipolazione. Arriva persino a sostenere che Djamel Zitouni, storico leader del GIA, fosse controllato dai servizi algerini.
Keenan cita anche le dichiarazioni di John Schindler, ex funzionario dell’intelligence americana, secondo cui il GIA sarebbe stato in larga parte una creazione del DRS, utilizzata per screditare gli islamisti attraverso massacri indiscriminati e attentati. Questo schema, sostiene Keenan, sarebbe stato successivamente esportato nel Sahel attraverso il GSPC, poi trasformato in AQMI, Al-Qaeda nel Maghreb Islamico. Secondo questa ricostruzione, l’Algeria avrebbe favorito anche l’ascesa di gruppi come MUJAO e Ansar al-Din per colpire politicamente i movimenti tuareg laici e autonomisti. Nel 2003 il rapimento di 32 turisti europei nel Sahara da parte del gruppo guidato da Amari Saifi, noto come «El Para», ex militare delle forze speciali algerine, segnò un punto di svolta. L’episodio venne utilizzato per presentare il Sahara come nuovo fronte di Al-Qaeda e favorì il dispiegamento occidentale nel Sahel attraverso l’Iniziativa Pan-Sahel, antenata dell’AFRICOM americano.
Le conseguenze furono devastanti soprattutto per le popolazioni tuareg. Il turismo sahariano crollò, intere economie locali vennero distrutte e le comunità nomadi finirono associate al terrorismo internazionale. Nel 2012, dopo la caduta di Gheddafi in Libia e il ritorno nel Sahel di combattenti tuareg armati, scoppiò la nuova rivolta dell’Azawad. Il MNLA proclamò l’indipendenza del nord del Mali, ma poco dopo AQMI, Ansar al-Din e MUJAO presero il controllo delle principali città del nord. Per Keenan anche questa dinamica sarebbe stata favorita dal DRS algerino per impedire il consolidamento di un’entità tuareg autonoma. Dietro la partita militare si muovevano anche enormi interessi energetici. I bacini di Taoudeni e Gao, ricchi di petrolio, gas, oro e uranio, rappresentano una delle grandi poste strategiche del Sahara. Secondo Keenan, Algeri avrebbe utilizzato la propria influenza politica per favorire Sonatrach e ottenere concessioni energetiche nel nord del Mali. È in questo contesto che la visita della delegazione italiana nei campi di Tindouf appare profondamente inopportuna. Quei campi non sono semplicemente un simbolo umanitario, ma uno dei centri nevralgici di una crisi geopolitica e securitaria che da anni alimenta instabilità nel Sahel. Mentre il Mali sprofonda nel caos, i gruppi jihadisti proliferano e il Sahel continua a trasformarsi in una delle aree più instabili del pianeta, una visita istituzionale italiana nei campi controllati dal Polisario rischia dunque di assumere un significato politico ben diverso da quello ufficialmente dichiarato.
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Ansa
Prefetto e i vertici delle forze dell’ordine hanno valutato bene contesto, circostanze e condizioni e ieri hanno comunicato agli organizzatori dell’iniziativa che il raduno degli esponenti di estrema destra, quindi, non si terrà più in piazza Galvani, nel centro storico, ma in piazza della Pace. Le motivazioni della scelta sono ben chiare: l’obiettivo è quello di evitare possibili scontri e momenti di tensione e conflitti ideologici che potrebbero degenerare. Quello che si potrebbe temere è che ci possano essere anche delle contro manifestazioni da parte di collettivi che non gradiscono l’operato del raduno della Remigrazione. In realtà, al momento, non si ha notizia di eventuali proteste da parte di altri movimenti. Però sia la scelta della precedente location che, adesso, lo spostamento del luogo hanno sollevato un mare di polemiche.
Collettivi e movimenti di sinistra non volevano la manifestazione nel centro storico; mentre gli organizzatori non sono soddisfatti di questo spostamento. Ieri mattina, sono stati convocati in Questura e hanno appreso del cambiamento del luogo dell’evento, nonostante ne avessero avuto conferma. La manifestazione è in programma per le 16 di sabato e prevede la formazione di un presidio finalizzato alla raccolta firme per la legge sulla remigrazione. Stefano Colato, referente per Bologna del comitato «Remigrazione e Riconquista», ha spiegato perché è stata scelta quella piazza: «Non c’è stato praticamente margine di trattativa, ci hanno consegnato una lista di prescrizioni per qualsiasi posto a parte piazza della Pace. Ci hanno assegnato d’ufficio quella piazza». In realtà, dopo il divieto di riunirsi in piazza Galvani, nel centro storico, gli organizzatori avevano proposto di spostarsi in altri luoghi della città come piazza Minghetti o piazza Carducci. Ma nessuna loro richiesta è stata accolta. E come ha precisato Colato non c’è stato modo di far accogliere la loro richiesta: «Ripeto: non c’è stato margine di trattativa. Il motivo della necessità dello spostamento? Ragioni di ordine pubblico, ci è stato detto». Da quanto è emerso i partecipanti non dovrebbero essere tantissimi, tra i cento e i centocinquanta.
In realtà, l’organizzazione del raduno della Remigrazione ha sollevato non poche polemiche e creato diverse tensioni perché, da quanto è emerso nel corso di una riunione, il sindaco di Bologna Matteo Lepore e la sua Giunta avrebbero espresso più volte il loro disaccordo allo svolgimento della manifestazione. Il loro timore è che questo evento possa degenerare causando momenti di violenza e aggressioni fisiche. Alla fine, quindi, al termine del vertice in Prefettura, si è deciso di proseguire sul terreno della prudenza e cercare una location che possa garantire la sicurezza e tutelare l’incolumità pubblica. Tutto si dovrà svolgere senza alcun rischio ed evitando qualsiasi tipi di disordine. Galeazzo Bignami, capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, è rimasto molto «deluso» dallo spostamento della location dell’evento e all’agenzia Dire ha spiegato il perché: «Con lo spostamento della manifestazione per la remigrazione prevista sabato a Bologna in piazza Galvani, ma appunto traslocata in piazza della Pace, si è fatta una scelta che premia i prepotenti. Si crea un precedente per il quale manifestazioni che qualcuno sostiene essere foriere di problemi di ordine pubblico non si possono svolgere come previsto. Da ora in poi anche le manifestazioni dei Pro Pal e dei violenti, quelli davvero violenti, vengano decentrate. Altrimenti passerebbe il messaggio che è la sinistra che decide chi può dire cosa e dove, il che è inaccettabile».
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