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2018-05-27
Promossi e bocciati: le pagelle della A
ANSA
TOP
«C'è chi fa parte del problema, chi della soluzione e chi del paesaggio». La frase di Robert De Niro nel film Ronin fa da spirito guida a queste due pagine ed è la nostra sintesi a un campionato di calcio come sempre duro, isterico, velenoso e contraddistinto da una mediocrità arbitrale che il benedetto arrivo del Var ha mitigato soltanto un po'. Nello scarabocchiare le due squadre abbiamo privilegiato quei giocatori determinanti più a lungo, caduti da più in alto, diventati «soluzione» senza essere mai nanetti da giardino, oppure gente da paesaggio. In assoluto meglio i guerrieri dei colpitori di tacco. Ma assodato questo, per puro gusto estetico, «funamboli funzionali» come Douglas Costa o Joao Cancelo nella nostra squadra li vorremmo sempre.
1) Alisson Ramses
Portiere rivelazione, saracinesca pazzesca, protagonista del terzo posto della Roma perché capace con la sua classe felina di mettere toppe gigantesche a una stagione non del tutto positiva dei difensori centrali Kostas Manolas e Federico Fazio. Più reattivo di Samir Handanovic, più sicuro in uscita di Mattia Perin, è un Buffon con 15 anni di meno che peraltro pensa solo a parare e non si perde in filosofie. Vale 40 milioni, ma è difficile che parta. Anche perché il ds Monchi ha minacciato: «Se va via lui, gioco in porta io».
2) Aleksander Kolarov
Il terzino laziale di ritorno sull'altra sponda del Tevere sembrava uno scherzo di pessimo gusto, si è rivelato un regista difensivo da urlo. Come far ripartire l'azione dalle fasce: Eusebio Di Francesco ha sfruttato subito le caratteristiche dell'ex Manchester City e lui è diventato un fattore. Intelligente, potente, veloce, con una legnata illegale dal limite, Kolarov ha aiutato la Roma ad agguantare i due obiettivi primari: semifinale di Champions (tanta manna) e terzo posto raggiunto in souplesse, mentre gli altri arrancavano alle spalle.
3) Joao Cancelo
C'è chi lo paragona a Manuel Lazzari della Spal (peraltro ottimo giocatore) e consiglia di non riscattarlo a nessuna cifra; c'è chi ritiene che 35 milioni al Valencia siano un prezzo da pazzi (anche perché Lazzari costerebbe al massimo 15); c'è chi invece ha visto da febbraio correre sulla fascia destra dell'Inter un esterno vero, un potenziale fuoriclasse. Se la squadra di Spalletti è uscita dal gelo invernale per giocarsi una primavera più europea, il merito è anche del portoghese volante. Non provare neppure a tenerlo è una grande debolezza del gigante cinese.
4) Kalidou Koulibaly
È il simbolo del Napoli rivoluzionario. La zuccata che ha ammutolito lo Stadium di Torino rimarrà per sempre il flash supremo di una stagione quasi perfetta, di un'impresa gettata alle ortiche in un albergo di Firenze (Maurizio Sarri dixit). Centrale difensivo imbattibile, tecnico e fisico, intelligente nell'impostare e micidiale nei recuperi; nessuno come lui quest'anno. Il Chelsea ha offerto 100 milioni, ma Carlo Ancelotti lo ha blindato e Aurelio De Laurentiis sarà costretto ad abbozzare.
5) Milan Skriniar
Era stato accolto con freddezza dal popolo bauscia (Chi l'è quest chi?) perché pagato solo 8 milioni - adesso ne vale 40 -, ma dopo tre partite è diventato il leader della ritrovata difesa dell'Inter. Un reparto colabrodo trasformatosi grazie a lui in un fortino (30 gol subìti, uno più del Napoli), capace di reggere ogni urto nonostante un'anticaglia (Joao Miranda), un onesto manovale (Danilo D'Ambrosio), un oggetto misterioso (Enrique Dalbert), uno spaesato cronico (Davide Santon). Al fianco di Skriniar è tornato ad essere un fattore perfino Andrea Ranocchia. In più, quattro gol.
6) Jorginho
Alla fine aveva la consistenza di un budino per la stanchezza, ma se il centrocampo dell'armata Sarri è diventato il reparto più perfetto d'Europa lo si deve a lui, metronomo naturale di una squadra complessa, direttore d'orchestra capace di suonare musica molto sofisticata. Stupendo giocatore di sistema, l'italobrasiliano percorre più chilometri di tutti, ma è anche capace di saltare l'uomo e offrire l'imbucata giusta alle punte. Ancelotti non lo ha messo fra gli incedibili, probabilmente sarà l'uomo mercato del club azzurro.
7) Douglas Costa
Lasciato andare dal Bayern Monaco come capriccioso doppione di Franck Ribery, il brasiliano ha fatto felice Max Allegri trascinando uno squadrone stanco a ribaltare le volontà del destino e a vincere ancora una volta tutto in Italia. Micidiale nell'uno-contro-uno, capace di determinare sempre superiorità numerica, negli ultimi due mesi ha restituito alla Juventus la freschezza perduta e si è candidato a diventare l'uomo-squadra per la prossima stagione. Federico Bernardeschi può attendere in panca.
8) Sergej Milinkovic-Savic
Il motore della Lazio, un centrocampista trasformato in uomo gol (quando serve) dall'intuizione di Simone Inzaghi. Per la felicità dei compagni, che lo cercano anche per farsi cambiare la serratura del portone, e del presidente Claudio Lotito che sogna un'asta estiva con cifra di partenza siderale: 150 milioni. Il carro armato serbo, sempre in procinto di annichilire Plitvice, ha solo 23 anni e per lui la Juventus, il Manchester United e il Real Madrid sembrano disposti ad ogni sacrificio. È l'uomo che spezza gli equilibri, in Champions farebbe la differenza.
9) Bryan Cristante
Scartato dal Milan, era considerato un gregario di talento. È diventato un centrocampista universale, multiuso, perfetto dall'assist al gol (di testa è micidiale). Un'autentica invenzione di quel pittore impressionista che è Giampiero Gasperini, che ora chiede garanzie all'Atalanta perché non venga ceduto a peso d'oro. Promessa difficile da mantenere per un uomo d'affari come Antonio Percassi, anche se l'Europa riguadagnata costringe l'Atalanta a ripresentarsi con cuore e muscoli guerrieri per continuare a sognare.
10) Edin Dzeko
Il posto sarebbe di Mauro Icardi, 29 gol da capocannoniere ex aequo e un ruolo da fighter vecchio stampo, ma il centravanti della Roma interpreta il ruolo con una modernità assoluta e merita la celebrazione nella squadra top. Se l'avesse avuto il Napoli, forse la storia di questo campionato sarebbe stata diversa. Intelligente e umile almeno quanto micidiale in area di rigore, il bosniaco è diventato l'ottavo colle della capitale. Gli hanno chiesto per scherzo di non far rimpiangere Francesco Totti, lui ci sta riuscendo.
11) Lorenzo Insigne
È un po' scomparso nel finale come tutti i partenopei, ma fino a metà aprile è stato il diamante più luminoso della banda Sarri. Imprevedibile, capace di spaccare le partite con una giocata, sarà un punto fermo anche con Carlo Ancelotti, magari utilizzato lì, sulla fascia, a mordere e a fornire assist senza troppo preoccuparsi di spomparsi dietro a qualcuno. Una preghiera, limiti i suoi tiri cosiddetti a giro o ne aumenti la percentuale in porta. Così, per non rischiare l'effetto Lavezzi e diventare davvero divino.
Allenatore: Maurizio Sarri
Lo scienziato in tuta ha compiuto la sua missione: far innamorare Napoli e l'Europa e Guardiola e la scuola estetica tutta senza purtroppo vincere niente. Ha rilanciato l'eterno dilemma: meglio Forza o Bellezza? Ha moltiplicato il valore di undici calciatori su undici. Un intellettuale travestito da contadino, un manager attratto dalle praterie inglesi. Il ciclo è finito perché, più della perfezione, a questi ragazzi non avrebbe potuto chiedere.
FLOP
1) Gianluigi Donnarumma
Il Gigio è peggiorato, e probabilmente non è solo colpa dei guanti. Era partito benissimo, esplosivo e determinato, prendendosi sulle spalle un Milan che traballava. Ma il braccio di ferro col club, le trappole di Mino Raiola e quella valutazione assurda a 18 anni (70 milioni) lo hanno reso svagato, poco presente, proprio mentre Rino Gattuso regalava alla squadra nuova linfa e nuova grinta. Tre autogol con la palla in versione saponetta hanno marchiato la sua stagione. E «Dollarumma» scandito dai tifosi ha fatto il resto. Buona fortuna all'estero.
2) Davide Santon
Tre partite nell'Inter, tre errori letali, sei punti persi. Era il ragazzo prodigio che i compagni del Triplete coccolavano in allenamento, ma quella non era la sua cifra e le responsabilità di accontentare San Siro sono diventate un muro insormontabile per lui. Considerati il fisico prorompente e la buona tecnica, Luciano Spalletti ha sognato di trasformarlo in un Florenzi, ma evidentemente l'intensità non è la stessa. Può riciclarsi bene in una squadra con meno ambizioni e meno pressioni, visto che il mister ha chiesto ai cinesi di comprargli l'originale.
3) Ricardo Rodriguez
È il simbolo involontario (ma fino a un certo punto) del faraonico mercato del Milan, con 210 milioni non capitalizzati in campo. Buon difensore di fascia con accelerazioni importanti, lo svizzero non ha mai fatto la differenza, pasticciando per tutta la stagione soprattutto contro le squadre piccole che regolarmente banchettavano a San Siro organizzando letali contropiede proprio dalla sua parte. È destinato a rimanere per rivalutarsi. E un profeta della difesa come Ringhio saprà certamente farlo giocare meglio di così.
4) Benedikt Howedes
In un gruppo fenomenale per qualità e determinazione, il bianconero stinto si nota. Tedesco campione del mondo con un fisico da corazziere, doveva essere il tuttofare di difesa, l'uomo in grado di far rifiatare alla bisogna guerrieri antichi come Giorgio Chiellini, Andrea Barzagli, Stephan Lichsteiner. Si è rotto subito e non si è più ripreso, tanto che Allegri è stato costretto a raddoppiare gli straordinari a Daniele Rugani e Mehdi Benatia, che sotto pressione mostra qualche fragilità nervosa. Insomma, una delusione. Essendo in prestito (e con Mattia Caldara in arrivo) dovrebbe essere rispedito allo Schalke 04.
5) Ervin Zukanovic
Da qualche anno, ogni finestra di mercato, l'armadio bosniaco è al centro di isteriche trattative neanche fosse David Luiz o Sergio Ramos. È l'emblema del fantacalcio d'agosto o di gennaio. Arrivato alla soglia dei 30 anni non è mai esploso, nonostante la grinta e l'applicazione con cui si incolla al centravanti di turno. Anche al Genoa, dopo una fase positiva di tutta la difesa (Davide Ballardini è un mago nel cementare il reparto), ha cominciato a perdere colpi e a far perdere partite. Ma tranquilli, arriva il calciomercato. E quando non si gioca, lui è un fenomeno.
6) Lucas Biglia
Non si sa se sia stata più colpa sua o colpa del centrocampo ballerino del Milan, troppo sbilanciato con due esterni d'attacco (Calhanoglu e Suso) e poche certezze in copertura. Ma è un dato di fatto che il Lucas Biglia della Lazio si è perso nelle viscere di San Siro. Mai un lancio illuminante, mai un'uscita regale di quelle che avevano fatto gridare al nuovo Andrea Pirlo. In quella posizione strategica, dove nasce il gioco, al Milan non serve un signore anonimo che si stupisce e perde palla. Troppo finto per essere vero, merita fiducia.
7) Antonio Candreva
Millanta tiri destinati alla periferia del Lorenteggio, millanta cross destinati per lo più sul fondo, zero gol. In compenso una stagione generosa di chilometri, di recuperi coraggiosi, di testarde iniziative quasi a dover riempire con la quantità una casella deficitaria quanto a qualità. Ma non è da Candreva essere comprimario. Purtroppo l'età non gioca a suo favore e c'è il rischio che la Champions conquistata anche da lui riguardi soltanto gli altri.
8) Borja Valero
È stato fino all'ultimo in bilico con Radja Nainggolan, che non ha ripetuto la sontuosa stagione spallettiana e si è giocato il Mondiale per le sue intemperanze private sulla pubblica via. Ma alla fine il belga è arrivato in semifinale di Champions, quindi lo spagnolo interista lo sopravanza quanto a flop stagionale. Dopo un inizio incoraggiante, quando tutta la Serie A correva poco, il compassato spagnolo ha vissuto un'involuzione, ha visto passare avversari a doppia velocità, ha frenato un'Inter già di per sé confusa. E dall'arrivo di Rafinha è finito dove si poteva presumere: in panchina.
9) Andrea Belotti
Il gioiello di Urbano Cairo oggi vale meno. Difficile che qualcuno sborsi per lui gli 80 milioni chiesti dal Torino ai pretendenti (soprattutto il Milan). Frenato da un lungo infortunio, ha comunque disputato una stagione sottotono, facendo dimenticare i fasti del «Gallo» imprendibile che apriva le difese come una scatola di tonno, esattamente come Beppe Grillo vorrebbe aprire il Parlamento. Punta di razza, perfetto per un Toro da corrida, sarà il faro offensivo di Walter Mazzarri, re del contropiede senza ritegno. Sempre che mister Cairo non decida di monetizzare.
10) Alejandro Gomez
Dura mettere qui il Papu, ma lo farebbe anche mezza Bergamo. Se Gomez avesse giocato una stagione all'altezza del suo assoluto valore, oggi l'Atalanta sarebbe in Europa senza preliminari e avrebbe scritto un'altra storia contro il Borussia Dortmund (dove il suo uomo più rappresentativo ha sbagliato il gol qualificazione solo davanti al portiere). Il problema è che nel momento chiave della stagione il Papu è mancato. Ma Alejandro è un nome da hidalgo, il primo a non essere soddisfatto è lui. Presupposto decisivo per ripartire da vero puntero.
11) Domenico Berardi
L'uomo che guardava passare i treni. È il titolo di uno strepitoso romanzo di Georges Simenon, ma per ora è anche il destino del fantasista del Sassuolo, che un paio d'anni fa ha detto no a tutti perché voleva crescere in fondo alla pianura. Cosa finora non avvenuta. Così la Juventus lo ha mollato, l'Inter è stata messa alla porta dal presidente Giorgio Squinzi («A loro non lo vendo, sono milanista») e il Napoli si è rivolto altrove. Idem per la maglia della nazionale: fino all'avvento di Mancini gli è sempre sfuggita. Il ragazzo è forte, ma sta ancora aspettando di completare la crescita e oramai ha 24 anni. Sicuri che la stagione buona sia sempre la prossima?
Allenatori: Vincenzo Montella e Massimo Oddo
Difficile scegliere. Il primo ha ottenuto un record storico con la bellezza di due esoneri nella stessa stagione, in Italia (Milan) e all'estero (Siviglia). Male due volte, perché nel girone d'andata non è riuscito a dare un senso alla magmatica squadra rossonera e nel ritorno ha rischiato di mandare fuori dall'Europa il Siviglia, capace di risollevarsi solo dopo aver salutato l'Aeroplanino. Il secondo, maestro di tattica riconosciuto dai media, ha portato l'Udinese al record negativo di 11 sconfitte consecutive prima di essere accompagnato alla porta dalla famiglia Pozzo. Poiché gente come Allegri e Mourinho non piace, essere l'idolo dei giornalisti non è indice di qualità. E spesso porta male.
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Benvenuti al borsino di fine campionato della Verità. La prima stagione con il Var non ha visto cambiare l'esito: 7° scudetto di fila alla Juve, che si è confermata la più forte. Riassumiamo un'annata di calcio con undici sorprese top e undici calciatori flop, senza la pretesa d'essere infallibili. E con l'allegria di chi sa che nel pallone un istante può cambiare tutto. TOP «C'è chi fa parte del problema, chi della soluzione e chi del paesaggio». La frase di Robert De Niro nel film Ronin fa da spirito guida a queste due pagine ed è la nostra sintesi a un campionato di calcio come sempre duro, isterico, velenoso e contraddistinto da una mediocrità arbitrale che il benedetto arrivo del Var ha mitigato soltanto un po'. Nello scarabocchiare le due squadre abbiamo privilegiato quei giocatori determinanti più a lungo, caduti da più in alto, diventati «soluzione» senza essere mai nanetti da giardino, oppure gente da paesaggio. In assoluto meglio i guerrieri dei colpitori di tacco. Ma assodato questo, per puro gusto estetico, «funamboli funzionali» come Douglas Costa o Joao Cancelo nella nostra squadra li vorremmo sempre. 1) Alisson Ramses Portiere rivelazione, saracinesca pazzesca, protagonista del terzo posto della Roma perché capace con la sua classe felina di mettere toppe gigantesche a una stagione non del tutto positiva dei difensori centrali Kostas Manolas e Federico Fazio. Più reattivo di Samir Handanovic, più sicuro in uscita di Mattia Perin, è un Buffon con 15 anni di meno che peraltro pensa solo a parare e non si perde in filosofie. Vale 40 milioni, ma è difficile che parta. Anche perché il ds Monchi ha minacciato: «Se va via lui, gioco in porta io». 2) Aleksander Kolarov Il terzino laziale di ritorno sull'altra sponda del Tevere sembrava uno scherzo di pessimo gusto, si è rivelato un regista difensivo da urlo. Come far ripartire l'azione dalle fasce: Eusebio Di Francesco ha sfruttato subito le caratteristiche dell'ex Manchester City e lui è diventato un fattore. Intelligente, potente, veloce, con una legnata illegale dal limite, Kolarov ha aiutato la Roma ad agguantare i due obiettivi primari: semifinale di Champions (tanta manna) e terzo posto raggiunto in souplesse, mentre gli altri arrancavano alle spalle. 3) Joao Cancelo C'è chi lo paragona a Manuel Lazzari della Spal (peraltro ottimo giocatore) e consiglia di non riscattarlo a nessuna cifra; c'è chi ritiene che 35 milioni al Valencia siano un prezzo da pazzi (anche perché Lazzari costerebbe al massimo 15); c'è chi invece ha visto da febbraio correre sulla fascia destra dell'Inter un esterno vero, un potenziale fuoriclasse. Se la squadra di Spalletti è uscita dal gelo invernale per giocarsi una primavera più europea, il merito è anche del portoghese volante. Non provare neppure a tenerlo è una grande debolezza del gigante cinese. 4) Kalidou Koulibaly È il simbolo del Napoli rivoluzionario. La zuccata che ha ammutolito lo Stadium di Torino rimarrà per sempre il flash supremo di una stagione quasi perfetta, di un'impresa gettata alle ortiche in un albergo di Firenze (Maurizio Sarri dixit). Centrale difensivo imbattibile, tecnico e fisico, intelligente nell'impostare e micidiale nei recuperi; nessuno come lui quest'anno. Il Chelsea ha offerto 100 milioni, ma Carlo Ancelotti lo ha blindato e Aurelio De Laurentiis sarà costretto ad abbozzare. 5) Milan Skriniar Era stato accolto con freddezza dal popolo bauscia (Chi l'è quest chi?) perché pagato solo 8 milioni - adesso ne vale 40 -, ma dopo tre partite è diventato il leader della ritrovata difesa dell'Inter. Un reparto colabrodo trasformatosi grazie a lui in un fortino (30 gol subìti, uno più del Napoli), capace di reggere ogni urto nonostante un'anticaglia (Joao Miranda), un onesto manovale (Danilo D'Ambrosio), un oggetto misterioso (Enrique Dalbert), uno spaesato cronico (Davide Santon). Al fianco di Skriniar è tornato ad essere un fattore perfino Andrea Ranocchia. In più, quattro gol. 6) Jorginho Alla fine aveva la consistenza di un budino per la stanchezza, ma se il centrocampo dell'armata Sarri è diventato il reparto più perfetto d'Europa lo si deve a lui, metronomo naturale di una squadra complessa, direttore d'orchestra capace di suonare musica molto sofisticata. Stupendo giocatore di sistema, l'italobrasiliano percorre più chilometri di tutti, ma è anche capace di saltare l'uomo e offrire l'imbucata giusta alle punte. Ancelotti non lo ha messo fra gli incedibili, probabilmente sarà l'uomo mercato del club azzurro. 7) Douglas Costa Lasciato andare dal Bayern Monaco come capriccioso doppione di Franck Ribery, il brasiliano ha fatto felice Max Allegri trascinando uno squadrone stanco a ribaltare le volontà del destino e a vincere ancora una volta tutto in Italia. Micidiale nell'uno-contro-uno, capace di determinare sempre superiorità numerica, negli ultimi due mesi ha restituito alla Juventus la freschezza perduta e si è candidato a diventare l'uomo-squadra per la prossima stagione. Federico Bernardeschi può attendere in panca. 8) Sergej Milinkovic-Savic Il motore della Lazio, un centrocampista trasformato in uomo gol (quando serve) dall'intuizione di Simone Inzaghi. Per la felicità dei compagni, che lo cercano anche per farsi cambiare la serratura del portone, e del presidente Claudio Lotito che sogna un'asta estiva con cifra di partenza siderale: 150 milioni. Il carro armato serbo, sempre in procinto di annichilire Plitvice, ha solo 23 anni e per lui la Juventus, il Manchester United e il Real Madrid sembrano disposti ad ogni sacrificio. È l'uomo che spezza gli equilibri, in Champions farebbe la differenza. 9) Bryan Cristante Scartato dal Milan, era considerato un gregario di talento. È diventato un centrocampista universale, multiuso, perfetto dall'assist al gol (di testa è micidiale). Un'autentica invenzione di quel pittore impressionista che è Giampiero Gasperini, che ora chiede garanzie all'Atalanta perché non venga ceduto a peso d'oro. Promessa difficile da mantenere per un uomo d'affari come Antonio Percassi, anche se l'Europa riguadagnata costringe l'Atalanta a ripresentarsi con cuore e muscoli guerrieri per continuare a sognare. 10) Edin Dzeko Il posto sarebbe di Mauro Icardi, 29 gol da capocannoniere ex aequo e un ruolo da fighter vecchio stampo, ma il centravanti della Roma interpreta il ruolo con una modernità assoluta e merita la celebrazione nella squadra top. Se l'avesse avuto il Napoli, forse la storia di questo campionato sarebbe stata diversa. Intelligente e umile almeno quanto micidiale in area di rigore, il bosniaco è diventato l'ottavo colle della capitale. Gli hanno chiesto per scherzo di non far rimpiangere Francesco Totti, lui ci sta riuscendo. 11) Lorenzo Insigne È un po' scomparso nel finale come tutti i partenopei, ma fino a metà aprile è stato il diamante più luminoso della banda Sarri. Imprevedibile, capace di spaccare le partite con una giocata, sarà un punto fermo anche con Carlo Ancelotti, magari utilizzato lì, sulla fascia, a mordere e a fornire assist senza troppo preoccuparsi di spomparsi dietro a qualcuno. Una preghiera, limiti i suoi tiri cosiddetti a giro o ne aumenti la percentuale in porta. Così, per non rischiare l'effetto Lavezzi e diventare davvero divino. Allenatore: Maurizio Sarri Lo scienziato in tuta ha compiuto la sua missione: far innamorare Napoli e l'Europa e Guardiola e la scuola estetica tutta senza purtroppo vincere niente. Ha rilanciato l'eterno dilemma: meglio Forza o Bellezza? Ha moltiplicato il valore di undici calciatori su undici. Un intellettuale travestito da contadino, un manager attratto dalle praterie inglesi. Il ciclo è finito perché, più della perfezione, a questi ragazzi non avrebbe potuto chiedere. FLOP 1) Gianluigi Donnarumma Il Gigio è peggiorato, e probabilmente non è solo colpa dei guanti. Era partito benissimo, esplosivo e determinato, prendendosi sulle spalle un Milan che traballava. Ma il braccio di ferro col club, le trappole di Mino Raiola e quella valutazione assurda a 18 anni (70 milioni) lo hanno reso svagato, poco presente, proprio mentre Rino Gattuso regalava alla squadra nuova linfa e nuova grinta. Tre autogol con la palla in versione saponetta hanno marchiato la sua stagione. E «Dollarumma» scandito dai tifosi ha fatto il resto. Buona fortuna all'estero. 2) Davide Santon Tre partite nell'Inter, tre errori letali, sei punti persi. Era il ragazzo prodigio che i compagni del Triplete coccolavano in allenamento, ma quella non era la sua cifra e le responsabilità di accontentare San Siro sono diventate un muro insormontabile per lui. Considerati il fisico prorompente e la buona tecnica, Luciano Spalletti ha sognato di trasformarlo in un Florenzi, ma evidentemente l'intensità non è la stessa. Può riciclarsi bene in una squadra con meno ambizioni e meno pressioni, visto che il mister ha chiesto ai cinesi di comprargli l'originale. 3) Ricardo Rodriguez È il simbolo involontario (ma fino a un certo punto) del faraonico mercato del Milan, con 210 milioni non capitalizzati in campo. Buon difensore di fascia con accelerazioni importanti, lo svizzero non ha mai fatto la differenza, pasticciando per tutta la stagione soprattutto contro le squadre piccole che regolarmente banchettavano a San Siro organizzando letali contropiede proprio dalla sua parte. È destinato a rimanere per rivalutarsi. E un profeta della difesa come Ringhio saprà certamente farlo giocare meglio di così. 4) Benedikt Howedes In un gruppo fenomenale per qualità e determinazione, il bianconero stinto si nota. Tedesco campione del mondo con un fisico da corazziere, doveva essere il tuttofare di difesa, l'uomo in grado di far rifiatare alla bisogna guerrieri antichi come Giorgio Chiellini, Andrea Barzagli, Stephan Lichsteiner. Si è rotto subito e non si è più ripreso, tanto che Allegri è stato costretto a raddoppiare gli straordinari a Daniele Rugani e Mehdi Benatia, che sotto pressione mostra qualche fragilità nervosa. Insomma, una delusione. Essendo in prestito (e con Mattia Caldara in arrivo) dovrebbe essere rispedito allo Schalke 04. 5) Ervin Zukanovic Da qualche anno, ogni finestra di mercato, l'armadio bosniaco è al centro di isteriche trattative neanche fosse David Luiz o Sergio Ramos. È l'emblema del fantacalcio d'agosto o di gennaio. Arrivato alla soglia dei 30 anni non è mai esploso, nonostante la grinta e l'applicazione con cui si incolla al centravanti di turno. Anche al Genoa, dopo una fase positiva di tutta la difesa (Davide Ballardini è un mago nel cementare il reparto), ha cominciato a perdere colpi e a far perdere partite. Ma tranquilli, arriva il calciomercato. E quando non si gioca, lui è un fenomeno. 6) Lucas Biglia Non si sa se sia stata più colpa sua o colpa del centrocampo ballerino del Milan, troppo sbilanciato con due esterni d'attacco (Calhanoglu e Suso) e poche certezze in copertura. Ma è un dato di fatto che il Lucas Biglia della Lazio si è perso nelle viscere di San Siro. Mai un lancio illuminante, mai un'uscita regale di quelle che avevano fatto gridare al nuovo Andrea Pirlo. In quella posizione strategica, dove nasce il gioco, al Milan non serve un signore anonimo che si stupisce e perde palla. Troppo finto per essere vero, merita fiducia. 7) Antonio Candreva Millanta tiri destinati alla periferia del Lorenteggio, millanta cross destinati per lo più sul fondo, zero gol. In compenso una stagione generosa di chilometri, di recuperi coraggiosi, di testarde iniziative quasi a dover riempire con la quantità una casella deficitaria quanto a qualità. Ma non è da Candreva essere comprimario. Purtroppo l'età non gioca a suo favore e c'è il rischio che la Champions conquistata anche da lui riguardi soltanto gli altri. 8) Borja Valero È stato fino all'ultimo in bilico con Radja Nainggolan, che non ha ripetuto la sontuosa stagione spallettiana e si è giocato il Mondiale per le sue intemperanze private sulla pubblica via. Ma alla fine il belga è arrivato in semifinale di Champions, quindi lo spagnolo interista lo sopravanza quanto a flop stagionale. Dopo un inizio incoraggiante, quando tutta la Serie A correva poco, il compassato spagnolo ha vissuto un'involuzione, ha visto passare avversari a doppia velocità, ha frenato un'Inter già di per sé confusa. E dall'arrivo di Rafinha è finito dove si poteva presumere: in panchina. 9) Andrea Belotti Il gioiello di Urbano Cairo oggi vale meno. Difficile che qualcuno sborsi per lui gli 80 milioni chiesti dal Torino ai pretendenti (soprattutto il Milan). Frenato da un lungo infortunio, ha comunque disputato una stagione sottotono, facendo dimenticare i fasti del «Gallo» imprendibile che apriva le difese come una scatola di tonno, esattamente come Beppe Grillo vorrebbe aprire il Parlamento. Punta di razza, perfetto per un Toro da corrida, sarà il faro offensivo di Walter Mazzarri, re del contropiede senza ritegno. Sempre che mister Cairo non decida di monetizzare. 10) Alejandro Gomez Dura mettere qui il Papu, ma lo farebbe anche mezza Bergamo. Se Gomez avesse giocato una stagione all'altezza del suo assoluto valore, oggi l'Atalanta sarebbe in Europa senza preliminari e avrebbe scritto un'altra storia contro il Borussia Dortmund (dove il suo uomo più rappresentativo ha sbagliato il gol qualificazione solo davanti al portiere). Il problema è che nel momento chiave della stagione il Papu è mancato. Ma Alejandro è un nome da hidalgo, il primo a non essere soddisfatto è lui. Presupposto decisivo per ripartire da vero puntero. 11) Domenico Berardi L'uomo che guardava passare i treni. È il titolo di uno strepitoso romanzo di Georges Simenon, ma per ora è anche il destino del fantasista del Sassuolo, che un paio d'anni fa ha detto no a tutti perché voleva crescere in fondo alla pianura. Cosa finora non avvenuta. Così la Juventus lo ha mollato, l'Inter è stata messa alla porta dal presidente Giorgio Squinzi («A loro non lo vendo, sono milanista») e il Napoli si è rivolto altrove. Idem per la maglia della nazionale: fino all'avvento di Mancini gli è sempre sfuggita. Il ragazzo è forte, ma sta ancora aspettando di completare la crescita e oramai ha 24 anni. Sicuri che la stagione buona sia sempre la prossima? Allenatori: Vincenzo Montella e Massimo Oddo Difficile scegliere. Il primo ha ottenuto un record storico con la bellezza di due esoneri nella stessa stagione, in Italia (Milan) e all'estero (Siviglia). Male due volte, perché nel girone d'andata non è riuscito a dare un senso alla magmatica squadra rossonera e nel ritorno ha rischiato di mandare fuori dall'Europa il Siviglia, capace di risollevarsi solo dopo aver salutato l'Aeroplanino. Il secondo, maestro di tattica riconosciuto dai media, ha portato l'Udinese al record negativo di 11 sconfitte consecutive prima di essere accompagnato alla porta dalla famiglia Pozzo. Poiché gente come Allegri e Mourinho non piace, essere l'idolo dei giornalisti non è indice di qualità. E spesso porta male.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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