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2018-12-05
Sentenza pilota su chi aspetta soldi dalla Pa
Ha lavorato lo stesso, dal 2011, senza ottenere dall'Autorità d'ambito ottimale Messina 2, che si occupa dei servizi pubblici integrati nel settore dei rifiuti, uno straccio di pagamento. I 17 milioni di euro di crediti non pagati dallo Stato hanno portato l'azienda sull'orlo del fallimento e fatto rischiare il posto a circa mille dipendenti. Quello della Dusty, srl catanese da 35 anni leader del settore, è un caso emblematico, al pari della ormai nota vicenda di Sergio Bramini (della quale la Verità si è occupata in passato), anche lui impegnato nei servizi di igiene ambientale, che nonostante un credito di 4 milioni vantato nei confronti dello Stato, di fronte ai mancati pagamenti, è fallito.
Ora c'è una sentenza storica del tribunale di Catania, che fa giustizia, e che salva in extremis la Dusty, subissata dai debiti tributari, che sarebbe stato logico compensare da subito con i crediti avanzati dallo Stato. E invece la Dusty ha dovuto combattere a colpi di carte bollate. Finché, finalmente, un magistrato è entrato nel merito della questione: il giudice Ivana Di Gesu, che ha disposto con un provvedimento d'urgenza la compensazione di 15 milioni di euro di crediti per il lavoro svolto nei 38 Comuni raggruppati dall'Ato Messina 2, salvando la Dusty e i suoi dipendenti. La situazione debitoria non era stata certificata per l'opposizione della Ragioneria dello Stato. E anche per questo passaggio, fondamentale per dimostrare in sede civile che effettivamente all'azienda spettavano quelle somme, l'amministratrice dell'azienda, Rossella De Geronimo, ha dovuto ingaggiare una battaglia legale, questa volta al Tar che, ovviamente, le ha dato ragione. «Esausta», spiega De Geronimo alla Verità, «sono riuscita a risolvere il contratto d'appalto per reiterato inadempimento contrattuale da parte del contraente». Se non ce l'avesse fatta avrebbe dovuto farsi carico della commessa fino alla fine. E senza un euro. «Siamo riusciti a fare fronte a tutti i debiti derivanti dal servizio», aggiunge, «eccezion fatta per quelli tributari». E infatti alla Ragioneria dello Stato sono arrivate le sferzate del giudice catanese, che nella premessa della sentenza dedica un capoverso «all'inerzia» di quegli uffici. E perfino quando il Tar ha disposto che «entro tre giorni» bisognava ottemperare alla «compensazione prima ingiustamente negata» si è tentato di giocare sulle parole, interpretando a piacimento quelle parole. Il giudice civile, quindi, si è visto costretto a osservare che «in effetti, il decreto del Tar, testualmente, non ordina all'amministrazione di provvedere alla compensazione, bensì di “esitare l'istanza di compensazione non oltre il termine di tre giorni"». Insomma, dallo Stato hanno cercato di arrampicarsi sugli specchi, pur di non azzerare quel debito con la Dusty.
I legali dell'azienda, però, hanno affilato i coltelli e hanno cercato di provare davanti al giudice civile tutta una serie di violazioni: a partire dai «principi costituzionali di buon andamento e imparzialità dell'amministrazione», fino ad arrivare «all'eccesso di potere per travisamento dei fatti e irrazionalità evidente e manifesta». Perché nei confronti di un altra azienda, la Tirreno ambiente, invece, i crediti erano stati compensati. Il rischio corso dalla Dusty, espresso in modo evidente negli atti difensivi, era questo: «Qualora l'azienda non potesse contar sulla compensazione, ciò comporterebbe a cascata l'impossibilità di poter pagare la prima rata di rottamazione delle catelle esattoriali e, subito dopo, la decadenza della definizione agevolata». Il debito sarebbe quindi cresciuto fino a superare i 20 milioni di euro, con tutte le conseguenze connesse. E tra queste il rischio di non ottenere più dalle banche alcuna fidejussione. Sarebbe stato l'ultimo passo prima del fallimento. Ma lo Stato ci ha provato ancora: e si è opposto con un'argomentazione che avrebbe strappato un sorriso, amaro, anche ai non esperti di diritto, sostenendo «l'impossibilità della compensazione, stante che le società d'ambito non possono essere equiparate agli enti pubblici». Il motivo? «La mancata inclusione dell'Ato nell'elenco Istat di tutte le pubbliche amministrazioni». Il giudice di Catania, come era ovvio aspettarsi, ha liquidato la questione affermando che «quegli elenchi sono predisposti per altri fini».
Per la toga non c'è dubbio che l'Ato svolga delle funzioni pubbliche a tutti gli effetti. Conclusione: «I crediti vantati nei loro confronti dalle imprese sono suscettibili di compensazione con i debiti iscritti al ruolo». L'ultimo aspetto sottolineato dal giudice è in punto di diritto e detta la strada alla corretta interpretazione della legge in materia che, si legge nell'ordinanza del Tribunale di Catania, «nasce dalla diffusa esigenza, vivamente avvertita da più parti, di porre rimedio in qualche modo alle gravi conseguenze per l'economia e lo sviluppo derivanti dal fenomeno, per cui le imprese spesso si trovano nell'anomala situazione di essere da un lato in credito, per rilevanti somme verso le pubbliche amministrazioni e, nel contempo, in debito nei confronti del fisco, con il rischio concreto di tracolli causati dagli endemici ritardi con i quali gli enti debitori talora provvedono a onorare i propri debiti». Ed ecco perché il legislatore ha previsto la possibilità di compensazione.
Lo Stato ha ancora 58 miliardi di debiti. E pure Salvini fa le promesse di Renzi
Nel 2014 l'allora premier, Matteo Renzi, aveva promesso dal salotto di Bruno Vespa che sarebbe andato in pellegrinaggio da Firenze a Monte Senario se non avesse fatto saldare tutti i debiti della Pubblica amministrazione ai privati entro il 21 settembre successivo. La promessa non è stata mantenuta e il pellegrinaggio non è stato fatto. Anzi, negli anni successivi lo stock di debiti è salito.
L'ultima fotografia del problema è arrivata da Banca Ifis prima di settembre, in occasione del Forum Pa a Roma. «Migliorano i tempi di pagamento della Pubblica amministrazione, nel 2017, che restano tuttavia superiori a quelli stabiliti dalla legge e si riduce l'ammontare dei debiti in ritardo da 33 a 31 miliardi di euro sul totale dei 58 miliardi di debiti commerciali della Pa», spiegava l'analisi. Ma al di là delle tempistiche, la massa resta sostanziale e sarebbe il caso che il governo gialloblù aprisse un cantiere risolutivo. Domenica il vice premier, Matteo Salvini ha dichiarato: «Entro l'anno una buona parte dei debiti che gli enti locali hanno con gli imprenditori verranno pagati». Non solo ha anche aggiunto che «Entro quest'anno verrà rivisto il codice degli appalti. Perché per decine di imprenditore prima della tassazione bisogna tagliare la burocrazia». Non ha promesso alcun pellegrinaggio. Perché il rischio di fallire la promessa è elevato. La massa di circa 58 miliardi è ovviamente scomputata dal debito pubblico e ciò permette allo Stato di abusare delle aziende. Abbiamo apprezzato gli interventi di rottamazione delle cartelle e pure quelli a saldo e starlcio perché è giusto intervenire a favore di chi non è riuscito ad adempiere per motivi economici alle numerose voci fiscali e contributivi. Vedi il caso della Dusty raccontato qui sotto. È però inammissibile che un'azienda debba lottare con lo Stato per farsi riconoscere un credito che le avrebbe consentito di pagare stipendi, contributi e magari fare pure utile e quindi versare più tasse.
È bene occuparsi delle situazioni eccezionali, ma per una volta lo Stato dovrebbe occuparsi di quelle ordinarie. La prima è il pagamento delle fatture nei tempi stabiliti dalle stesse leggi del Parlamento. I 30 giorni fissati dall'Aula sono letteralmente una presa in giro. Perché valgono solo per alcune regioni italiane. Le altre non rispettano gli obblighi, e usano le aziende come bancomat. Di conseguenza, i prezzi dei prodotti dei servizi crescono o addirittura lievitano. Alcune Asl del Sud pagano a 300 giorni, e chiaramente il prezzo di una siringa - se spalmato di un anno - deve includere gli interessi e gli oneri finanziari passivi. Un circolo vizioso che potrebbe essere evitato se lo Stato non si considerasse super partes.
Salvini promette una tranche di pagamenti. Quanti miliardi? Con che soldi? Eppure il tema è fondamentale. La liquidità è fondamentale per tenere in piedi un'economia indebitata come quella italiana. Astaldi, Condotte, Trevi sono tre colossi delle costruzioni. Hanno 4 miliardi di debiti verso le banche e verso il mercato dei bond. Ma hanno anche 2 miliardi circa di crediti per le opere pubbliche. Con quella liquidità non sarebbero state costrette a ricorre ai tribunali fallimentari o ai concordati in bianco. Il governo gialloblù dovrebbe anche tenere presente che, finché lo Stato è debitore, non dovrebbe esigere nulla dalle aziende che sta mettendo in ginocchio. La compensazione dei crediti con i debiti non potrebbe divenire automatica?
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La Dusty ha lavorato due anni per lo smaltimento rifiuti a Messina senza essere pagata. 17 milioni di crediti non saldati l'hanno costretta a non versare i contributi ed è finita sull'orlo del fallimento. Ora un giudice ha cancellato i debiti tributari e l'ha salvata.Bene la pace fiscale, ma la compensazione con i crediti deve diventare automatica.Lo speciale contiene due articoli.Ha lavorato lo stesso, dal 2011, senza ottenere dall'Autorità d'ambito ottimale Messina 2, che si occupa dei servizi pubblici integrati nel settore dei rifiuti, uno straccio di pagamento. I 17 milioni di euro di crediti non pagati dallo Stato hanno portato l'azienda sull'orlo del fallimento e fatto rischiare il posto a circa mille dipendenti. Quello della Dusty, srl catanese da 35 anni leader del settore, è un caso emblematico, al pari della ormai nota vicenda di Sergio Bramini (della quale la Verità si è occupata in passato), anche lui impegnato nei servizi di igiene ambientale, che nonostante un credito di 4 milioni vantato nei confronti dello Stato, di fronte ai mancati pagamenti, è fallito. Ora c'è una sentenza storica del tribunale di Catania, che fa giustizia, e che salva in extremis la Dusty, subissata dai debiti tributari, che sarebbe stato logico compensare da subito con i crediti avanzati dallo Stato. E invece la Dusty ha dovuto combattere a colpi di carte bollate. Finché, finalmente, un magistrato è entrato nel merito della questione: il giudice Ivana Di Gesu, che ha disposto con un provvedimento d'urgenza la compensazione di 15 milioni di euro di crediti per il lavoro svolto nei 38 Comuni raggruppati dall'Ato Messina 2, salvando la Dusty e i suoi dipendenti. La situazione debitoria non era stata certificata per l'opposizione della Ragioneria dello Stato. E anche per questo passaggio, fondamentale per dimostrare in sede civile che effettivamente all'azienda spettavano quelle somme, l'amministratrice dell'azienda, Rossella De Geronimo, ha dovuto ingaggiare una battaglia legale, questa volta al Tar che, ovviamente, le ha dato ragione. «Esausta», spiega De Geronimo alla Verità, «sono riuscita a risolvere il contratto d'appalto per reiterato inadempimento contrattuale da parte del contraente». Se non ce l'avesse fatta avrebbe dovuto farsi carico della commessa fino alla fine. E senza un euro. «Siamo riusciti a fare fronte a tutti i debiti derivanti dal servizio», aggiunge, «eccezion fatta per quelli tributari». E infatti alla Ragioneria dello Stato sono arrivate le sferzate del giudice catanese, che nella premessa della sentenza dedica un capoverso «all'inerzia» di quegli uffici. E perfino quando il Tar ha disposto che «entro tre giorni» bisognava ottemperare alla «compensazione prima ingiustamente negata» si è tentato di giocare sulle parole, interpretando a piacimento quelle parole. Il giudice civile, quindi, si è visto costretto a osservare che «in effetti, il decreto del Tar, testualmente, non ordina all'amministrazione di provvedere alla compensazione, bensì di “esitare l'istanza di compensazione non oltre il termine di tre giorni"». Insomma, dallo Stato hanno cercato di arrampicarsi sugli specchi, pur di non azzerare quel debito con la Dusty. I legali dell'azienda, però, hanno affilato i coltelli e hanno cercato di provare davanti al giudice civile tutta una serie di violazioni: a partire dai «principi costituzionali di buon andamento e imparzialità dell'amministrazione», fino ad arrivare «all'eccesso di potere per travisamento dei fatti e irrazionalità evidente e manifesta». Perché nei confronti di un altra azienda, la Tirreno ambiente, invece, i crediti erano stati compensati. Il rischio corso dalla Dusty, espresso in modo evidente negli atti difensivi, era questo: «Qualora l'azienda non potesse contar sulla compensazione, ciò comporterebbe a cascata l'impossibilità di poter pagare la prima rata di rottamazione delle catelle esattoriali e, subito dopo, la decadenza della definizione agevolata». Il debito sarebbe quindi cresciuto fino a superare i 20 milioni di euro, con tutte le conseguenze connesse. E tra queste il rischio di non ottenere più dalle banche alcuna fidejussione. Sarebbe stato l'ultimo passo prima del fallimento. Ma lo Stato ci ha provato ancora: e si è opposto con un'argomentazione che avrebbe strappato un sorriso, amaro, anche ai non esperti di diritto, sostenendo «l'impossibilità della compensazione, stante che le società d'ambito non possono essere equiparate agli enti pubblici». Il motivo? «La mancata inclusione dell'Ato nell'elenco Istat di tutte le pubbliche amministrazioni». Il giudice di Catania, come era ovvio aspettarsi, ha liquidato la questione affermando che «quegli elenchi sono predisposti per altri fini». Per la toga non c'è dubbio che l'Ato svolga delle funzioni pubbliche a tutti gli effetti. Conclusione: «I crediti vantati nei loro confronti dalle imprese sono suscettibili di compensazione con i debiti iscritti al ruolo». L'ultimo aspetto sottolineato dal giudice è in punto di diritto e detta la strada alla corretta interpretazione della legge in materia che, si legge nell'ordinanza del Tribunale di Catania, «nasce dalla diffusa esigenza, vivamente avvertita da più parti, di porre rimedio in qualche modo alle gravi conseguenze per l'economia e lo sviluppo derivanti dal fenomeno, per cui le imprese spesso si trovano nell'anomala situazione di essere da un lato in credito, per rilevanti somme verso le pubbliche amministrazioni e, nel contempo, in debito nei confronti del fisco, con il rischio concreto di tracolli causati dagli endemici ritardi con i quali gli enti debitori talora provvedono a onorare i propri debiti». 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L'ultima fotografia del problema è arrivata da Banca Ifis prima di settembre, in occasione del Forum Pa a Roma. «Migliorano i tempi di pagamento della Pubblica amministrazione, nel 2017, che restano tuttavia superiori a quelli stabiliti dalla legge e si riduce l'ammontare dei debiti in ritardo da 33 a 31 miliardi di euro sul totale dei 58 miliardi di debiti commerciali della Pa», spiegava l'analisi. Ma al di là delle tempistiche, la massa resta sostanziale e sarebbe il caso che il governo gialloblù aprisse un cantiere risolutivo. Domenica il vice premier, Matteo Salvini ha dichiarato: «Entro l'anno una buona parte dei debiti che gli enti locali hanno con gli imprenditori verranno pagati». Non solo ha anche aggiunto che «Entro quest'anno verrà rivisto il codice degli appalti. Perché per decine di imprenditore prima della tassazione bisogna tagliare la burocrazia». Non ha promesso alcun pellegrinaggio. Perché il rischio di fallire la promessa è elevato. La massa di circa 58 miliardi è ovviamente scomputata dal debito pubblico e ciò permette allo Stato di abusare delle aziende. Abbiamo apprezzato gli interventi di rottamazione delle cartelle e pure quelli a saldo e starlcio perché è giusto intervenire a favore di chi non è riuscito ad adempiere per motivi economici alle numerose voci fiscali e contributivi. Vedi il caso della Dusty raccontato qui sotto. È però inammissibile che un'azienda debba lottare con lo Stato per farsi riconoscere un credito che le avrebbe consentito di pagare stipendi, contributi e magari fare pure utile e quindi versare più tasse. È bene occuparsi delle situazioni eccezionali, ma per una volta lo Stato dovrebbe occuparsi di quelle ordinarie. La prima è il pagamento delle fatture nei tempi stabiliti dalle stesse leggi del Parlamento. I 30 giorni fissati dall'Aula sono letteralmente una presa in giro. Perché valgono solo per alcune regioni italiane. Le altre non rispettano gli obblighi, e usano le aziende come bancomat. Di conseguenza, i prezzi dei prodotti dei servizi crescono o addirittura lievitano. Alcune Asl del Sud pagano a 300 giorni, e chiaramente il prezzo di una siringa - se spalmato di un anno - deve includere gli interessi e gli oneri finanziari passivi. Un circolo vizioso che potrebbe essere evitato se lo Stato non si considerasse super partes. Salvini promette una tranche di pagamenti. Quanti miliardi? Con che soldi? Eppure il tema è fondamentale. La liquidità è fondamentale per tenere in piedi un'economia indebitata come quella italiana. Astaldi, Condotte, Trevi sono tre colossi delle costruzioni. Hanno 4 miliardi di debiti verso le banche e verso il mercato dei bond. Ma hanno anche 2 miliardi circa di crediti per le opere pubbliche. Con quella liquidità non sarebbero state costrette a ricorre ai tribunali fallimentari o ai concordati in bianco. Il governo gialloblù dovrebbe anche tenere presente che, finché lo Stato è debitore, non dovrebbe esigere nulla dalle aziende che sta mettendo in ginocchio. La compensazione dei crediti con i debiti non potrebbe divenire automatica?
La sede dell'Onu a Ginevra (iStock)
Eppure sembra proprio che dei diritti delle donne e dei diritti umani più in generale ci si interessi soltanto quando possono tornare utili a qualche causa progressista: in tutti gli altri casi si possono bellamente ignorare. Anzi, c’è persino chi sostiene che l’utero in affitto, lungi dal ledere i diritti femminili, sia esso stesso un diritto. Anche per questa ragione, ancora troppe nazioni lo permettono, più o meno surrettiziamente.
Di questo e di altri temi si è discusso lunedì a Ginevra, nel corso di una sessione Onu dedicata in particolare ai diritti delle madri, che sono stati oggetto di un nuovo rapporto della Alsalem. Stavolta non si tratta però del solito convegno in cui si sciorinano dati e si forniscono utili quanto velleitari suggerimenti sulle azioni da intraprendere. No, stavolta c’è anche qualcosa di molto concreto e potenzialmente rivoluzionario. A margine della sessione, infatti, si è tenuto un incontro intitolato «Creare slancio verso una moratoria sulla maternità surrogata», promosso da Italia, Cile, Camerun e dalla Santa Sede. Non può sfuggire l’importanza della presenza vaticana: se la Magnifica Humanitas di Leone XIV è un baluardo contro la commercializzazione della vita che ribadisce l’indisponibilità dell’essere umano e la sua irriducibilità alle logiche economiche, allora diventa quasi inevitabile che le parole del Papa si traducano in opere. E l’opera in questione dovrebbe appunto essere una moratoria internazionale sull’utero in affitto.
Come è facile immaginare, il percorso per giungere a un simile risultato non è affatto semplice, anzi è pieno di ostacoli e trappole. Ma intanto un primo passo è stato compiuto, con un fondamentale contributo dell’Italia. In vista, poi, c’è un secondo passaggio determinante. Le nazioni che hanno promosso l’incontro di lunedì, assieme ad altre che hanno partecipato, stanno preparando una dichiarazione politica congiunta sulla surrogazione. Una volta che questa sarà stata completata e firmata dal maggior numero di Paesi possibile si inizierà a lavorare sulla moratoria vera e propria.
«La maternità surrogata non è più una questione limitata alla legislazione nazionale o alle scelte individuali. È diventata un fenomeno globale, sempre più plasmato dai mercati internazionali, da accordi transfrontalieri e da profonde disuguaglianze tra le società e all’interno di esse», ha detto a Ginevra il ministro Eugenia Roccella, presente in rappresentanza dell’Italia. «In qualità di decisori politici, abbiamo la responsabilità di porre una domanda fondamentale: riconosciamo ancora ogni essere umano come una persona da rispettare, o siamo disposti ad accettare situazioni in cui gli esseri umani diventano un mezzo per soddisfare gli interessi e i desideri altrui?».
Le parole di Roccella sono state particolarmente determinate e condivisibili. «Il rapporto del relatore speciale delle Nazioni Unite sulla violenza contro le donne e le ragazze», ha detto il ministro, «ha inserito la maternità surrogata nel contesto della violenza contro le donne e ha evidenziato come gli accordi di surrogazia possano creare condizioni che espongono donne e bambini a sfruttamento, coercizione, tratta e altre gravi preoccupazioni legate ai diritti umani. Quando esistono tali condizioni, la comunità internazionale non può semplicemente voltarsi dall’altra parte. Nel corso degli anni», ha proseguito Roccella, «l’Italia ha tradotto queste preoccupazioni in politiche pubbliche concrete. Il nostro ordinamento giuridico sostiene da tempo che la maternità surrogata sia incompatibile con la tutela della dignità umana e con i diritti delle donne e dei bambini. Più di 20 anni fa, l’Italia ha vietato tale pratica e ha stabilito sanzioni penali contro chi organizza, agevola o trae profitto da accordi di surrogazia. Più di recente, il nostro Parlamento ha rafforzato questo quadro estendendo la portata della legge italiana alla maternità surrogata praticata all’estero da cittadini italiani, riflettendo una semplice convinzione: la dignità umana fondamentale non può dipendere dai confini geografici».
Il punto, tuttavia, è che l’esempio italiano, se si vogliono ottenere risultati concreti, da solo non basta. «La natura sempre più transnazionale della maternità surrogata richiede un dibattito più ampio e una risposta internazionale coordinata», ha dichiarato Roccella. «Riconosciamo che gli Stati possiedono sistemi giuridici e prospettive differenti. Eppure crediamo anche che esista un terreno comune da cui possa emergere un progresso significativo. Questo terreno comune parte dalla convinzione che le donne non dovrebbero mai essere ridotte a strumenti di riproduzione e che i bambini non dovrebbero mai essere trattati come l’oggetto di una transazione. È proprio con questo spirito che verrà presentata una Dichiarazione politica congiunta».
Questa dichiarazione, secondo il ministro, dovrebbe ribadire «principi già sanciti dagli strumenti fondamentali del diritto internazionale dei diritti umani: la dignità intrinseca di ogni essere umano, il diritto delle donne di vivere libere da sfruttamento e coercizione, e i diritti dei bambini all’identità, alla protezione, alla vita familiare e al pieno riconoscimento del loro valore umano». Soprattutto, però, quel testo dovrebbe fissare «un impegno politico condiviso. Un impegno a sostenere l’adozione di una moratoria internazionale sugli accordi di maternità surrogata. E l’impegno ad avviare lo sviluppo progressivo di un quadro giuridico internazionale per abolire la maternità surrogata in tutto il mondo. Questa Dichiarazione», precisa Roccella, «non è la conclusione di un percorso. Ne è l’inizio. Rappresenta un invito a governi, organizzazioni internazionali, esperti e società civile a impegnarsi in un dialogo serio e costruttivo su come affrontare al meglio le sfide poste dalla maternità surrogata, tutelando appieno i diritti di tutte le persone coinvolte».
È arrivato dunque il momento di passare dalle parole ai fatti. Se si vuole mettere fine all’abominio della surrogazione occorre che tutte le nazioni si impegnino a proibirla. L’obiettivo è certo ambizioso, e difficile da raggiungere. Ma un primo passo è stato compiuto. Vedremo, da qui in avanti, chi dimostrerà di avere davvero a cuore i diritti delle donne.
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Le affermazioni del manager confermano ancora una volta come sui vaccini la Commissione europea abbia seguito una strategia che accentrava ogni decisione e potere d’acquisto, tenendo nascosti procedure e contratti. «Sui vaccini non facevamo nulla, nemmeno abbiamo visto i dossier, è stato fatto tutto a livello europeo», ha proseguito Scaccabarozzi, ribadendo più volte di essere stato praticamente all’oscuro di quello che si decideva a Bruxelles e veniva imposto ai Paesi membri, senza che qualche governo si ribellasse.
Dichiarazioni che anche oggi risultano sconcertanti, in quanto rilasciate dall’ex numero uno dell’associazione delle imprese farmaceutiche, che si è fatta un punto d’onore dell’avere rapporti con il mondo scientifico-sanitario «regolati da un codice deontologico a oggi tra i più rigorosi». «Non sapevamo le quantità di vaccini destinati all’Italia, nemmeno ci occupavamo della distribuzione, i vaccini erano recuperati alla frontiera dall’esercito», dice oggi il manager.
Eppure, l’8 luglio 2021, in occasione dell’assemblea pubblica di Farmindustria, nella sua relazione Scaccabarozzi affermava: «La collaborazione avviata in Italia con il ministro della Salute, Roberto Speranza, con la Commissione europea e più in generale con tutti i Paesi occidentali porterà nel mondo circa 11 miliardi di dosi dei vaccini contro il Covid-19 entro il 2021 [...] grazie ad una intuizione del ministro Speranza, oggi facciamo parte di un circuito di prenotazione europeo che, seppur ingiustamente criticato, ha fatto sì che nessuno in Europa rimanesse indietro rispetto ad altri».
Non solo, esprimeva apprezzamento nei confronti delle autorità regolatorie, come Aifa, «che hanno attivato dinamiche di lavoro nuove e senza precedenti. A cominciare dalla rolling review attuata dall’Ema che ha permesso di seguire passo dopo passo lo sviluppo della ricerca verificando sicurezza ed efficacia dei vaccini. Con un confronto continuo con le aziende assolutamente innovativo».
Non è dello stesso parere Maurizio Federico, dirigente di ricerca presso l’Istituto superiore della sanità (Iss), che nella successiva audizione ha portato all’attenzione la quantità di eventi avversi post vaccino Covid ignorati, e l’assenza della farmacovigilanza attiva nel nostro Paese.
Il virologo ha citato diversi studi, che negli anni hanno confermato la certezza e la complessità del problema effetti collaterali. Perfino i ricercatori di Moderna, pur con un database costituito su segnalazioni passiva e su una finestra di 21 giorni, dopo due anni di osservazioni «nel 2024 riportarono decine di migliaia di morti, e soprattutto miocarditi e pericarditi significative tra gli effetti collaterali», ha dichiarato l’esperto.
Per poi aggiungere: «Un anno prima un gruppo dell’Iss aveva pubblicato una revisione con dati presi dalla letteratura scientifica su miocarditi e pericarditi, e per questo subirono un’ispezione e un “procedimento disciplinare interno” da parte dell’Iss». Con una nota, Lucio Malan presidente dei senatori di Fratelli d’Italia e componente della commissione Covid ha evidenziato la gravità di quanto accaduto: «Chiediamo di approfondire la circostanza evocata dal dottor Federico, per fugare i dubbi - legittimi - che il provvedimento dell’Iss sia stato un ammonimento affinché certi studi sugli effetti avversi dei vaccini non intralciassero la campagna vaccinale in corso».
L’intervento del dirigente di ricerca è stato molto articolato. Dall’affermare che «non ha senso porre delle finestre temporali arbitrarie sugli effetti collaterali, ponendo delle limitazioni, perché la realtà biologica è altra cosa», alla «pericolosità» dei vaccini a mRna. «Persistono a livello di linfonodi e di altri tessuti della persona più di 30 giorni dopo la vaccinazione. Almeno fino a 60 giorni dopo il secondo inoculo. Altri studi hanno dimostrato una permanenza maggiore».
La Spike vaccinale «può avere un effetto tossico direttamente sulle cellule del miocardio» e dal 2022 si sa che questi vaccini Covid «sono potentissimi a creare un’enorme quantità di anticorpi, che però vanno a riconoscere proteine del nostro corpo, quindi possono innescare fenomeni di autoimmunità che restano stabili. Non sono facili da combattere».
La capacità della proteina Spike di creare problemi al sistema immunitario, è una delle questioni «mai affrontata in maniera metodica e controllata dalla governance italiana», ha sottolineato il ricercatore, benché i vaccinati in Italia siano almeno 40 milioni e gli mRna «possono in qualche modo influenzare la crescita delle cellule tumorali».
Dura la sua critica: «Va bene metter in commercio questi vaccini, in una situazione di emergenza, ma un ministero della Salute doveva istituire una vigilanza attiva dal primo giorno. È un vulnus gravissimo, le responsabilità politiche sono pesanti», osserva Federico.
Tra le considerazioni conclusive ha ricordato: «Nel nostro istituto c’è un centro delle malattie rare, molto efficiente. Perché tutte le persone che sono state colpite effetti avversi non meritano la stessa attenzione che hanno le persone con malattie rare? Hanno dato fiducia allo Stato eppure si sono sentiti abbandonate, non ottengono risposte». Infine l’amarezza: «Ho mandato almeno tre volte al ministro della Salute una proposta per avviare studi a livello nazionale sugli effetti collaterali del vaccino Covid. Nemmeno mi ha degnato di una risposta».
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Ecco #DimmiLaVerità del 24 giugno 2026. Il professore Antonio Maria Rinaldi di Fn ci parla della cena di stasera con Alemanno e del programma di Vannacci.
Il generale delle Guardie Rivoluzionarie Mohsen Rezaee (Getty Images)
Secondo un rapporto del Csis, Teheran punta a ricostruire capacità navali, missilistiche e industriali dopo gli attacchi subiti. Decisivi il sostegno tecnologico cinese e le nuove rotte commerciali via Pakistan e Mar Caspio per aggirare le restrizioni occidentali.
La guerra può essersi fermata sui campi di battaglia, ma la partita strategica è appena cominciata. Mentre la tregua annunciata tra Stati Uniti e Iran ha congelato almeno temporaneamente le operazioni militari, a Washington cresce una preoccupazione diversa: impedire a Teheran di ricostruire l'apparato militare pesantemente colpito dagli attacchi americani e israeliani. È questo il tema centrale di un nuovo studio pubblicato dal Center for strategic and international Studies (Csis), uno dei più influenti think tank statunitensi, che analizza nel dettaglio ciò che l'Iran ha perso, ciò di cui avrà bisogno per tornare operativo e soprattutto come l'Occidente potrebbe tentare di ostacolarne la rinascita.
Secondo il rapporto, il danno subito dalla Repubblica Islamica è significativo. Le immagini satellitari esaminate dagli analisti mostrano la distruzione di gran parte della flotta navale convenzionale iraniana, il danneggiamento di basi strategiche come Bandar Abbas, Bushehr e Bandar Anzali e la compromissione di importanti infrastrutture industriali e cantieristiche. In diversi casi le navi affondate o gravemente danneggiate avrebbero addirittura bloccato gli accessi ai porti militari, creando un ostacolo logistico che potrebbe rallentare la ricostruzione stessa del Paese.
Anche il comparto missilistico ha subito contraccolpi importanti. Sebbene gran parte degli impianti sia protetta da strutture sotterranee e la reale entità dei danni resti difficile da valutare, gli attacchi hanno colpito siti produttivi per missili balistici e da crociera, fabbriche di propellente e sistemi mobili di lancio. Sul fronte dei droni, arma diventata centrale nella strategia militare iraniana e nelle esportazioni verso gli alleati regionali e la Russia, le stime riportate dal rapporto indicano una perdita di circa il 60% dell'arsenale disponibile prima del conflitto. Per gli analisti americani la priorità immediata di Teheran sarà dunque quadrupla: liberare i porti ostruiti, ripristinare gli impianti industriali, ricostituire le scorte di droni e rafforzare le capacità asimmetriche dei Pasdaran, in particolare motoscafi veloci, droni navali e sistemi destinati a operare nello Stretto di Hormuz. In altre parole, l'Iran potrebbe scegliere di rinviare la ricostruzione di una marina convenzionale e puntare invece su strumenti meno costosi ma estremamente efficaci per minacciare il traffico marittimo internazionale. Il vero nodo, però, riguarda gli approvvigionamenti. Il rapporto sostiene che l'industria militare iraniana, nonostante i progressi compiuti negli ultimi anni verso una maggiore autosufficienza, continui a dipendere dall'estero per una vasta gamma di componenti e tecnologie. Dalle macchine utensili a controllo numerico utilizzate per la produzione di missili e droni ai componenti elettronici, dai motori navali alle apparecchiature per i test industriali, gran parte di ciò che serve a Teheran arriva ancora attraverso reti commerciali internazionali. Ed è qui che entra in gioco la Cina.
Gli autori del rapporto identificano Pechino come il principale candidato a sostenere la ricostruzione militare iraniana. Non necessariamente attraverso la vendita diretta di armamenti, ma fornendo macchinari industriali, componenti elettronici, motori, sistemi di test e attrezzature necessarie per riattivare la produzione. Secondo il CSIS, la tecnologia cinese potrebbe non raggiungere sempre gli standard qualitativi europei o giapponesi, ma sarebbe comunque più che sufficiente per soddisfare gran parte delle esigenze militari iraniane.Il documento evidenzia inoltre come la Cina sia già diventata negli ultimi anni il principale fornitore di macchine utensili CNC destinate all'Iran, sostituendo progressivamente aziende europee penalizzate dalle sanzioni. Parallelamente, numerose componenti per droni e sistemi elettronici continuano ad arrivare attraverso società cinesi o attraverso reti commerciali che transitano da Hong Kong. Ma la ricostruzione non dipenderà soltanto dai fornitori. Saranno decisive anche le rotte commerciali.
Per oltre un decennio gli Emirati Arabi Uniti hanno rappresentato il principale hub di riesportazione verso l'Iran. Secondo i dati citati dal rapporto, il 95% delle esportazioni non petrolifere emiratine verso Teheran era costituito da merci provenienti originariamente da altri Paesi. Tuttavia gli attacchi iraniani contro il territorio degli Emirati durante il conflitto del 2026 rischiano di compromettere questo rapporto privilegiato. Abu Dhabi avrebbe già chiuso la propria ambasciata a Teheran e valutato misure restrittive contro interessi iraniani presenti nel Paese.
Per questo motivo gli analisti americani individuano due nuove direttrici strategiche: il Pakistan e il Mar Caspio. Islamabad avrebbe già autorizzato il passaggio di merci destinate all'Iran attraverso i propri porti e il proprio territorio, offrendo a Teheran un corridoio terrestre alternativo meno vulnerabile alle attività di controllo occidentali. Parallelamente, Russia, Azerbaigian, Kazakistan e Turkmenistan potrebbero trasformarsi nei nuovi nodi logistici di una rete commerciale che attraversa il Mar Caspio e raggiunge direttamente i porti settentrionali iraniani, aggirando il Golfo Persico e le aree dove la presenza navale americana è più forte. La conclusione del rapporto è chiara. Per Washington la guerra contro l'Iran non si conclude con la cessazione dei bombardamenti. La vera sfida sarà impedire che la Repubblica Islamica riesca a ricostruire rapidamente le proprie capacità militari sfruttando la rete globale di forniture commerciali. Per riuscirci, gli Stati Uniti vorrebbero applicare a Teheran lo stesso modello utilizzato contro Mosca dopo l'invasione dell'Ucraina: controlli più severi sulle riesportazioni, pressione diplomatica sui Paesi di transito, monitoraggio delle società di copertura e coinvolgimento diretto delle aziende occidentali nella prevenzione dell'elusione delle sanzioni. In sostanza, il prossimo confronto tra Iran e Occidente potrebbe non essere combattuto con missili e droni, ma con container, componenti elettronici, macchine industriali e rotte commerciali. Una guerra silenziosa, destinata però a influenzare gli equilibri del Medio Oriente per molti anni.
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