True
2018-12-05
Sentenza pilota su chi aspetta soldi dalla Pa
Ha lavorato lo stesso, dal 2011, senza ottenere dall'Autorità d'ambito ottimale Messina 2, che si occupa dei servizi pubblici integrati nel settore dei rifiuti, uno straccio di pagamento. I 17 milioni di euro di crediti non pagati dallo Stato hanno portato l'azienda sull'orlo del fallimento e fatto rischiare il posto a circa mille dipendenti. Quello della Dusty, srl catanese da 35 anni leader del settore, è un caso emblematico, al pari della ormai nota vicenda di Sergio Bramini (della quale la Verità si è occupata in passato), anche lui impegnato nei servizi di igiene ambientale, che nonostante un credito di 4 milioni vantato nei confronti dello Stato, di fronte ai mancati pagamenti, è fallito.
Ora c'è una sentenza storica del tribunale di Catania, che fa giustizia, e che salva in extremis la Dusty, subissata dai debiti tributari, che sarebbe stato logico compensare da subito con i crediti avanzati dallo Stato. E invece la Dusty ha dovuto combattere a colpi di carte bollate. Finché, finalmente, un magistrato è entrato nel merito della questione: il giudice Ivana Di Gesu, che ha disposto con un provvedimento d'urgenza la compensazione di 15 milioni di euro di crediti per il lavoro svolto nei 38 Comuni raggruppati dall'Ato Messina 2, salvando la Dusty e i suoi dipendenti. La situazione debitoria non era stata certificata per l'opposizione della Ragioneria dello Stato. E anche per questo passaggio, fondamentale per dimostrare in sede civile che effettivamente all'azienda spettavano quelle somme, l'amministratrice dell'azienda, Rossella De Geronimo, ha dovuto ingaggiare una battaglia legale, questa volta al Tar che, ovviamente, le ha dato ragione. «Esausta», spiega De Geronimo alla Verità, «sono riuscita a risolvere il contratto d'appalto per reiterato inadempimento contrattuale da parte del contraente». Se non ce l'avesse fatta avrebbe dovuto farsi carico della commessa fino alla fine. E senza un euro. «Siamo riusciti a fare fronte a tutti i debiti derivanti dal servizio», aggiunge, «eccezion fatta per quelli tributari». E infatti alla Ragioneria dello Stato sono arrivate le sferzate del giudice catanese, che nella premessa della sentenza dedica un capoverso «all'inerzia» di quegli uffici. E perfino quando il Tar ha disposto che «entro tre giorni» bisognava ottemperare alla «compensazione prima ingiustamente negata» si è tentato di giocare sulle parole, interpretando a piacimento quelle parole. Il giudice civile, quindi, si è visto costretto a osservare che «in effetti, il decreto del Tar, testualmente, non ordina all'amministrazione di provvedere alla compensazione, bensì di “esitare l'istanza di compensazione non oltre il termine di tre giorni"». Insomma, dallo Stato hanno cercato di arrampicarsi sugli specchi, pur di non azzerare quel debito con la Dusty.
I legali dell'azienda, però, hanno affilato i coltelli e hanno cercato di provare davanti al giudice civile tutta una serie di violazioni: a partire dai «principi costituzionali di buon andamento e imparzialità dell'amministrazione», fino ad arrivare «all'eccesso di potere per travisamento dei fatti e irrazionalità evidente e manifesta». Perché nei confronti di un altra azienda, la Tirreno ambiente, invece, i crediti erano stati compensati. Il rischio corso dalla Dusty, espresso in modo evidente negli atti difensivi, era questo: «Qualora l'azienda non potesse contar sulla compensazione, ciò comporterebbe a cascata l'impossibilità di poter pagare la prima rata di rottamazione delle catelle esattoriali e, subito dopo, la decadenza della definizione agevolata». Il debito sarebbe quindi cresciuto fino a superare i 20 milioni di euro, con tutte le conseguenze connesse. E tra queste il rischio di non ottenere più dalle banche alcuna fidejussione. Sarebbe stato l'ultimo passo prima del fallimento. Ma lo Stato ci ha provato ancora: e si è opposto con un'argomentazione che avrebbe strappato un sorriso, amaro, anche ai non esperti di diritto, sostenendo «l'impossibilità della compensazione, stante che le società d'ambito non possono essere equiparate agli enti pubblici». Il motivo? «La mancata inclusione dell'Ato nell'elenco Istat di tutte le pubbliche amministrazioni». Il giudice di Catania, come era ovvio aspettarsi, ha liquidato la questione affermando che «quegli elenchi sono predisposti per altri fini».
Per la toga non c'è dubbio che l'Ato svolga delle funzioni pubbliche a tutti gli effetti. Conclusione: «I crediti vantati nei loro confronti dalle imprese sono suscettibili di compensazione con i debiti iscritti al ruolo». L'ultimo aspetto sottolineato dal giudice è in punto di diritto e detta la strada alla corretta interpretazione della legge in materia che, si legge nell'ordinanza del Tribunale di Catania, «nasce dalla diffusa esigenza, vivamente avvertita da più parti, di porre rimedio in qualche modo alle gravi conseguenze per l'economia e lo sviluppo derivanti dal fenomeno, per cui le imprese spesso si trovano nell'anomala situazione di essere da un lato in credito, per rilevanti somme verso le pubbliche amministrazioni e, nel contempo, in debito nei confronti del fisco, con il rischio concreto di tracolli causati dagli endemici ritardi con i quali gli enti debitori talora provvedono a onorare i propri debiti». Ed ecco perché il legislatore ha previsto la possibilità di compensazione.
Lo Stato ha ancora 58 miliardi di debiti. E pure Salvini fa le promesse di Renzi
Nel 2014 l'allora premier, Matteo Renzi, aveva promesso dal salotto di Bruno Vespa che sarebbe andato in pellegrinaggio da Firenze a Monte Senario se non avesse fatto saldare tutti i debiti della Pubblica amministrazione ai privati entro il 21 settembre successivo. La promessa non è stata mantenuta e il pellegrinaggio non è stato fatto. Anzi, negli anni successivi lo stock di debiti è salito.
L'ultima fotografia del problema è arrivata da Banca Ifis prima di settembre, in occasione del Forum Pa a Roma. «Migliorano i tempi di pagamento della Pubblica amministrazione, nel 2017, che restano tuttavia superiori a quelli stabiliti dalla legge e si riduce l'ammontare dei debiti in ritardo da 33 a 31 miliardi di euro sul totale dei 58 miliardi di debiti commerciali della Pa», spiegava l'analisi. Ma al di là delle tempistiche, la massa resta sostanziale e sarebbe il caso che il governo gialloblù aprisse un cantiere risolutivo. Domenica il vice premier, Matteo Salvini ha dichiarato: «Entro l'anno una buona parte dei debiti che gli enti locali hanno con gli imprenditori verranno pagati». Non solo ha anche aggiunto che «Entro quest'anno verrà rivisto il codice degli appalti. Perché per decine di imprenditore prima della tassazione bisogna tagliare la burocrazia». Non ha promesso alcun pellegrinaggio. Perché il rischio di fallire la promessa è elevato. La massa di circa 58 miliardi è ovviamente scomputata dal debito pubblico e ciò permette allo Stato di abusare delle aziende. Abbiamo apprezzato gli interventi di rottamazione delle cartelle e pure quelli a saldo e starlcio perché è giusto intervenire a favore di chi non è riuscito ad adempiere per motivi economici alle numerose voci fiscali e contributivi. Vedi il caso della Dusty raccontato qui sotto. È però inammissibile che un'azienda debba lottare con lo Stato per farsi riconoscere un credito che le avrebbe consentito di pagare stipendi, contributi e magari fare pure utile e quindi versare più tasse.
È bene occuparsi delle situazioni eccezionali, ma per una volta lo Stato dovrebbe occuparsi di quelle ordinarie. La prima è il pagamento delle fatture nei tempi stabiliti dalle stesse leggi del Parlamento. I 30 giorni fissati dall'Aula sono letteralmente una presa in giro. Perché valgono solo per alcune regioni italiane. Le altre non rispettano gli obblighi, e usano le aziende come bancomat. Di conseguenza, i prezzi dei prodotti dei servizi crescono o addirittura lievitano. Alcune Asl del Sud pagano a 300 giorni, e chiaramente il prezzo di una siringa - se spalmato di un anno - deve includere gli interessi e gli oneri finanziari passivi. Un circolo vizioso che potrebbe essere evitato se lo Stato non si considerasse super partes.
Salvini promette una tranche di pagamenti. Quanti miliardi? Con che soldi? Eppure il tema è fondamentale. La liquidità è fondamentale per tenere in piedi un'economia indebitata come quella italiana. Astaldi, Condotte, Trevi sono tre colossi delle costruzioni. Hanno 4 miliardi di debiti verso le banche e verso il mercato dei bond. Ma hanno anche 2 miliardi circa di crediti per le opere pubbliche. Con quella liquidità non sarebbero state costrette a ricorre ai tribunali fallimentari o ai concordati in bianco. Il governo gialloblù dovrebbe anche tenere presente che, finché lo Stato è debitore, non dovrebbe esigere nulla dalle aziende che sta mettendo in ginocchio. La compensazione dei crediti con i debiti non potrebbe divenire automatica?
Continua a leggereRiduci
La Dusty ha lavorato due anni per lo smaltimento rifiuti a Messina senza essere pagata. 17 milioni di crediti non saldati l'hanno costretta a non versare i contributi ed è finita sull'orlo del fallimento. Ora un giudice ha cancellato i debiti tributari e l'ha salvata.Bene la pace fiscale, ma la compensazione con i crediti deve diventare automatica.Lo speciale contiene due articoli.Ha lavorato lo stesso, dal 2011, senza ottenere dall'Autorità d'ambito ottimale Messina 2, che si occupa dei servizi pubblici integrati nel settore dei rifiuti, uno straccio di pagamento. I 17 milioni di euro di crediti non pagati dallo Stato hanno portato l'azienda sull'orlo del fallimento e fatto rischiare il posto a circa mille dipendenti. Quello della Dusty, srl catanese da 35 anni leader del settore, è un caso emblematico, al pari della ormai nota vicenda di Sergio Bramini (della quale la Verità si è occupata in passato), anche lui impegnato nei servizi di igiene ambientale, che nonostante un credito di 4 milioni vantato nei confronti dello Stato, di fronte ai mancati pagamenti, è fallito. Ora c'è una sentenza storica del tribunale di Catania, che fa giustizia, e che salva in extremis la Dusty, subissata dai debiti tributari, che sarebbe stato logico compensare da subito con i crediti avanzati dallo Stato. E invece la Dusty ha dovuto combattere a colpi di carte bollate. Finché, finalmente, un magistrato è entrato nel merito della questione: il giudice Ivana Di Gesu, che ha disposto con un provvedimento d'urgenza la compensazione di 15 milioni di euro di crediti per il lavoro svolto nei 38 Comuni raggruppati dall'Ato Messina 2, salvando la Dusty e i suoi dipendenti. La situazione debitoria non era stata certificata per l'opposizione della Ragioneria dello Stato. E anche per questo passaggio, fondamentale per dimostrare in sede civile che effettivamente all'azienda spettavano quelle somme, l'amministratrice dell'azienda, Rossella De Geronimo, ha dovuto ingaggiare una battaglia legale, questa volta al Tar che, ovviamente, le ha dato ragione. «Esausta», spiega De Geronimo alla Verità, «sono riuscita a risolvere il contratto d'appalto per reiterato inadempimento contrattuale da parte del contraente». Se non ce l'avesse fatta avrebbe dovuto farsi carico della commessa fino alla fine. E senza un euro. «Siamo riusciti a fare fronte a tutti i debiti derivanti dal servizio», aggiunge, «eccezion fatta per quelli tributari». E infatti alla Ragioneria dello Stato sono arrivate le sferzate del giudice catanese, che nella premessa della sentenza dedica un capoverso «all'inerzia» di quegli uffici. E perfino quando il Tar ha disposto che «entro tre giorni» bisognava ottemperare alla «compensazione prima ingiustamente negata» si è tentato di giocare sulle parole, interpretando a piacimento quelle parole. Il giudice civile, quindi, si è visto costretto a osservare che «in effetti, il decreto del Tar, testualmente, non ordina all'amministrazione di provvedere alla compensazione, bensì di “esitare l'istanza di compensazione non oltre il termine di tre giorni"». Insomma, dallo Stato hanno cercato di arrampicarsi sugli specchi, pur di non azzerare quel debito con la Dusty. I legali dell'azienda, però, hanno affilato i coltelli e hanno cercato di provare davanti al giudice civile tutta una serie di violazioni: a partire dai «principi costituzionali di buon andamento e imparzialità dell'amministrazione», fino ad arrivare «all'eccesso di potere per travisamento dei fatti e irrazionalità evidente e manifesta». Perché nei confronti di un altra azienda, la Tirreno ambiente, invece, i crediti erano stati compensati. Il rischio corso dalla Dusty, espresso in modo evidente negli atti difensivi, era questo: «Qualora l'azienda non potesse contar sulla compensazione, ciò comporterebbe a cascata l'impossibilità di poter pagare la prima rata di rottamazione delle catelle esattoriali e, subito dopo, la decadenza della definizione agevolata». Il debito sarebbe quindi cresciuto fino a superare i 20 milioni di euro, con tutte le conseguenze connesse. E tra queste il rischio di non ottenere più dalle banche alcuna fidejussione. Sarebbe stato l'ultimo passo prima del fallimento. Ma lo Stato ci ha provato ancora: e si è opposto con un'argomentazione che avrebbe strappato un sorriso, amaro, anche ai non esperti di diritto, sostenendo «l'impossibilità della compensazione, stante che le società d'ambito non possono essere equiparate agli enti pubblici». Il motivo? «La mancata inclusione dell'Ato nell'elenco Istat di tutte le pubbliche amministrazioni». Il giudice di Catania, come era ovvio aspettarsi, ha liquidato la questione affermando che «quegli elenchi sono predisposti per altri fini». Per la toga non c'è dubbio che l'Ato svolga delle funzioni pubbliche a tutti gli effetti. Conclusione: «I crediti vantati nei loro confronti dalle imprese sono suscettibili di compensazione con i debiti iscritti al ruolo». L'ultimo aspetto sottolineato dal giudice è in punto di diritto e detta la strada alla corretta interpretazione della legge in materia che, si legge nell'ordinanza del Tribunale di Catania, «nasce dalla diffusa esigenza, vivamente avvertita da più parti, di porre rimedio in qualche modo alle gravi conseguenze per l'economia e lo sviluppo derivanti dal fenomeno, per cui le imprese spesso si trovano nell'anomala situazione di essere da un lato in credito, per rilevanti somme verso le pubbliche amministrazioni e, nel contempo, in debito nei confronti del fisco, con il rischio concreto di tracolli causati dagli endemici ritardi con i quali gli enti debitori talora provvedono a onorare i propri debiti». Ed ecco perché il legislatore ha previsto la possibilità di compensazione. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sentenza-pilota-su-chi-aspetta-soldi-dalla-pa-2622393092.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lo-stato-ha-ancora-58-miliardi-di-debiti-e-pure-salvini-fa-le-promesse-di-renzi" data-post-id="2622393092" data-published-at="1779824595" data-use-pagination="False"> Lo Stato ha ancora 58 miliardi di debiti. E pure Salvini fa le promesse di Renzi Nel 2014 l'allora premier, Matteo Renzi, aveva promesso dal salotto di Bruno Vespa che sarebbe andato in pellegrinaggio da Firenze a Monte Senario se non avesse fatto saldare tutti i debiti della Pubblica amministrazione ai privati entro il 21 settembre successivo. La promessa non è stata mantenuta e il pellegrinaggio non è stato fatto. Anzi, negli anni successivi lo stock di debiti è salito. L'ultima fotografia del problema è arrivata da Banca Ifis prima di settembre, in occasione del Forum Pa a Roma. «Migliorano i tempi di pagamento della Pubblica amministrazione, nel 2017, che restano tuttavia superiori a quelli stabiliti dalla legge e si riduce l'ammontare dei debiti in ritardo da 33 a 31 miliardi di euro sul totale dei 58 miliardi di debiti commerciali della Pa», spiegava l'analisi. Ma al di là delle tempistiche, la massa resta sostanziale e sarebbe il caso che il governo gialloblù aprisse un cantiere risolutivo. Domenica il vice premier, Matteo Salvini ha dichiarato: «Entro l'anno una buona parte dei debiti che gli enti locali hanno con gli imprenditori verranno pagati». Non solo ha anche aggiunto che «Entro quest'anno verrà rivisto il codice degli appalti. Perché per decine di imprenditore prima della tassazione bisogna tagliare la burocrazia». Non ha promesso alcun pellegrinaggio. Perché il rischio di fallire la promessa è elevato. La massa di circa 58 miliardi è ovviamente scomputata dal debito pubblico e ciò permette allo Stato di abusare delle aziende. Abbiamo apprezzato gli interventi di rottamazione delle cartelle e pure quelli a saldo e starlcio perché è giusto intervenire a favore di chi non è riuscito ad adempiere per motivi economici alle numerose voci fiscali e contributivi. Vedi il caso della Dusty raccontato qui sotto. È però inammissibile che un'azienda debba lottare con lo Stato per farsi riconoscere un credito che le avrebbe consentito di pagare stipendi, contributi e magari fare pure utile e quindi versare più tasse. È bene occuparsi delle situazioni eccezionali, ma per una volta lo Stato dovrebbe occuparsi di quelle ordinarie. La prima è il pagamento delle fatture nei tempi stabiliti dalle stesse leggi del Parlamento. I 30 giorni fissati dall'Aula sono letteralmente una presa in giro. Perché valgono solo per alcune regioni italiane. Le altre non rispettano gli obblighi, e usano le aziende come bancomat. Di conseguenza, i prezzi dei prodotti dei servizi crescono o addirittura lievitano. Alcune Asl del Sud pagano a 300 giorni, e chiaramente il prezzo di una siringa - se spalmato di un anno - deve includere gli interessi e gli oneri finanziari passivi. Un circolo vizioso che potrebbe essere evitato se lo Stato non si considerasse super partes. Salvini promette una tranche di pagamenti. Quanti miliardi? Con che soldi? Eppure il tema è fondamentale. La liquidità è fondamentale per tenere in piedi un'economia indebitata come quella italiana. Astaldi, Condotte, Trevi sono tre colossi delle costruzioni. Hanno 4 miliardi di debiti verso le banche e verso il mercato dei bond. Ma hanno anche 2 miliardi circa di crediti per le opere pubbliche. Con quella liquidità non sarebbero state costrette a ricorre ai tribunali fallimentari o ai concordati in bianco. Il governo gialloblù dovrebbe anche tenere presente che, finché lo Stato è debitore, non dovrebbe esigere nulla dalle aziende che sta mettendo in ginocchio. La compensazione dei crediti con i debiti non potrebbe divenire automatica?
Dario Amodei
Olah non ha seguito un percorso universitario tradizionale e non ha conseguito una laurea. Frequentò l’università per circa un anno, poi la lasciò per stare vicino a un conoscente accusato di terrorismo, poi prosciolto da tutte le accuse. Nel 2012 Olah ha ricevuto il Thiel Fellowship, una borsa da 100.000 dollari destinata agli under 22 che rinunciano agli studi universitari per sviluppare i propri progetti, finanziata da Peter Thiel, lo stesso che ha fondato Palantir, la nota azienda di sorveglianza di massa. Com’è piccola la California.
Da quel momento Olah si è dedicato agli algoritmi. Un tirocinio in Google Brain, il gruppo di ricerca poi confluito in DeepMind, dove ha contribuito al progetto DeepDream, rete neurale capace di generare immagini allucinatorie. Nel 2018 è entrato in OpenAI come capo tecnico del gruppo di interpretabilità, poi nel 2021 è diventato uno dei cofondatori di Anthropic, dove guida tuttora la ricerca sulla stessa materia. La sua specialità, l’interpretabilità dei modelli linguistici, consiste nello studio dei meccanismi interni con cui un modello di Intelligenza artificiale arriva alle sue risposte. Nel 2024 il Time lo ha inserito nella lista dei cento protagonisti più influenti dell’IA.
Il nome più noto di Anthropic è però Amodei, ovvero la coppia dei fratelli Amodei. Dario e Daniela, 43 e 39 anni, sono nati a San Francisco da genitori italiani. Il geniaccio è Dario, che ha studiato fisica nelle prestigiose università Caltech, Stanford e Princeton. Daniela si è data da fare in letteratura inglese e musica all’Università della California di Santa Cruz. Poi entrambi hanno lavorato in OpenAI, il rivale guidato da Sam Altman, prima di lasciare e fondare Anthropic nel 2021, insieme a Olah e ad altri ex colleghi. Dario è ceo e si occupa dei modelli, Daniela è presidente e gestisce l’organizzazione, le finanze, le relazioni con i clienti. L’azienda, con sede a San Francisco, è oggi valutata intorno ai 500 miliardi di dollari ma viaggia verso valutazioni stellari da 900 miliardi.
All’inizio del 2026 Anthropic è diventata celebre per aver rifiutato di allentare i propri vincoli etici sull’uso militare di Claude, rinunciando a un contratto da circa 200 milioni di dollari con il Dipartimento della Difesa americano. L’azienda si è opposta alla richiesta di consentire l’uso indiscriminato dei propri modelli per la sorveglianza di massa e per le armi autonome. Il Pentagono ha poi siglato accordi con otto altri colossi, OpenAI e Google incluse, escludendo esplicitamente Anthropic.
Il gesto ha avuto un costo reale ma ha fruttato un capitale reputazionale enorme, dando ad Anthropic la targa di unica «Big tech etica». Ora, con la casacca dei buoni indosso, gli Amodei e Olah costruiscono la propria identità pubblica attorno alla narrativa di un’azienda che conosce i rischi dell’IA meglio di chiunque altra, che li racconta ad alta voce, che accetta di perdere contratti pur di non tradire i propri principi.
Dario Amodei interviene spesso sull’impatto potenzialmente catastrofico dell’Intelligenza artificiale. Olah invoca controlli esterni all’industria. Daniela cita Joan Didion e Umberto Eco, parlando di quanto sia importante non ripetere gli errori dei social media. Dietro le quinte, in un gioco di vedo-non vedo che stuzzica gli appetiti, si parla di Mythos, un altro prodotto della premiata ditta, così devastante che i creatori avrebbero deciso di non divulgarlo. Una specie di impalpabile segreto alchemico mantenuto tale dagli scrupoli etici dei creatori. La stessa azienda che evoca il rischio si presenta anche come il soggetto più adatto a costruire il rimedio.
L’invito in Vaticano per presentare l’Enciclica papale non nasce quindi dal nulla. Da aprile, Anthropic ha avviato una serie di incontri sull’etica dell’IA con leader religiosi, cominciando dai rappresentanti del mondo cristiano e annunciando di voler estendere la conversazione ad altre tradizioni.
Qualcosa stride, però. Anthropic fa mostra di nutrire dubbi sulla natura di ciò che essa stessa sta costruendo, con posizioni pubbliche che sfiorano l’ipotesi che l’Intelligenza artificiale abbia una forma embrionale di esperienza soggettiva, qualcosa di simile a un io. La tragicomica intervista di Walter Veltroni a Claude fa parte di questa rappresentazione. Sono posizioni esposte con cautela, come ipotesi di lavoro, ma contribuiscono a costruire un’aura attorno a Anthropic che è funzionale tanto alla ricerca quanto al marketing.
L’ostentata prudenza, cioè, finisce per costruire una narrazione molto favorevole all’azienda e ai suoi prodotti. Claude non appare come un semplice chatbot, ma come qualcosa di così avanzato da meritare persino domande sulla coscienza. Suggerendo cautela, relazione e perfino una possibile interiorità della macchina, si aumenta il fascino dell’oggetto da cui si invita a stare in guardia. In altri termini, oggi Anthropic produce cornici culturali, in cui si stabiliscono le paure accettabili e la lingua attraverso cui il potere tecnologico chiede la patente di coscienza critica di sé stesso.
Continua a leggereRiduci
iStock
Il quadro resta favorevole anche per il comparto artigiano, che mostra continuità e resilienza: produzione in crescita dello 0,3%, fatturato al +0,2% e ordini esteri in aumento dello 0,7%. Numeri che confermano la capacità delle imprese lombarde, grandi e piccole, di generare valore anche in una fase segnata da tensioni geopolitiche, volatilità dei mercati e rincari delle materie prime.
Su base annua, la Lombardia continua a distinguersi per performance superiori alla media europea. La produzione industriale cresce del 2,4%, mentre l’artigianato segna un +2,0%. Ancora più significativa la dinamica del fatturato: +2,8% per l’industria e +1,9% per l’artigianato. L’export resta uno dei principali punti di forza, con il 38,9% del fatturato industriale realizzato sui mercati internazionali, mentre la domanda interna si rafforza con ordini industriali in aumento del 3,2% rispetto allo stesso periodo del 2025.
Positivi anche i dati occupazionali: nell’industria il saldo tra ingressi e uscite torna favorevole (+0,4%), mentre nell’artigianato raggiunge il +0,8%. Resta contenuto il ricorso alla Cassa integrazione, a conferma della buona tenuta complessiva del sistema produttivo lombardo.
La crescita appare diffusa in diversi settori manifatturieri. Nell’industria spiccano mezzi di trasporto, legno-arredo, siderurgia, meccanica e sistema moda ad alto valore aggiunto. Nell’artigianato risultano in espansione alimentare, tessile, carta-stampa e manifatture innovative.
Restano, però, forti elementi di preoccupazione. «Teniamo duro ma non è facile», ha detto l’assessore allo Sviluppo Economico di Regione Lombardia, Guido Guidesi, «ora o c’è un cambiamento radicale rispetto ai vincoli europei e al protagonismo dei territori o rischiamo veramente di uscire dalla competitività».
Sulla stessa linea Gian Domenico Auricchio: «I numeri di questo primo trimestre confermano la tenuta e la forza del nostro sistema produttivo. In uno scenario internazionale complesso, la Lombardia continua a dimostrare competitività, capacità di esportazione e grande qualità manifatturiera».
Più cauto Giuseppe Pasini, presidente di Confindustria Lombardia, secondo cui «il 2026 per le imprese si prefigura duro e ricco di incognite». Pasini richiama l’attenzione su guerre, crisi permanenti, prezzi delle materie prime e costi energetici, sottolineando che «chi controlla l’energia e le materie prime controlla la crescita».
Dubbi condivisi anche dal mondo artigiano. «Le principali preoccupazioni degli artigiani, in questo momento, sono sicuramente l’impennata dei costi energetici e dei prezzi delle materie prime in questo contesto di crisi internazionali», ha dichiarato Stefano Fugazza, presidente Unione artigiani Lombardia.
Il quadro complessivo conferma, dunque, una Lombardia ancora forte, competitiva e proiettata sui mercati esteri, ma chiamata ad affrontare nodi strutturali decisivi: energia, materie prime, credito, competenze e ricambio generazionale.
Continua a leggereRiduci
iStock
La Commissione Ue sta preparando l’ennesimo giro di vite sul tabacco con una revisione della direttiva europea (Tpd), il quadro normativo che disciplina sigarette e nuovi prodotti senza combustione. Il primo passo è stato già fatto, con l’avvio della consultazione pubblica. Il punto di partenza è però controverso. L’Evaluation Report pubblicato dalla Commissione, che dovrebbe fornire una valutazione oggettiva delle regole attuali, è stato oggetto di rilievi interni: il Regulatory Scrutiny Board ha infatti espresso un parere negativo su una sua versione preliminare, segnalando l’uso di evidenze incomplete e selettive. Il che fa sorgere il sospetto che dietro a questa partita le motivazioni siano più politiche che altro. A conferma di questo c’è l’assenza, nel dibattito europeo, della valutazione dell’impatto che misure più restrittive avrebbero su un settore pesante nell’economia dell’Unione. È quello che è accaduto quando si è dichiarata guerra all’auto a combustione senza mettere in conto che avrebbe annientato l’industria competitiva europea e aperto le porte ai giganti cinesi del motore elettrico.
Il protocollo è simile: più restrizioni e più divieti con l’aggravante di mettere sullo stesso piano prodotti diversi, con una omogeneità regolatoria. Nel dettaglio, la Commissione sembra orientata a trattare allo stesso modo le sigarette tradizionali, quelle che bruciano il tabacco e producono fumo e i prodotti alternativi come sigarette elettroniche, dispositivi a tabacco riscaldato o prodotti a base di nicotina orale, che non prevedono combustione e quindi presentano profili di rischio differenti. Le conseguenze di questa strategia sarebbero un boomerang per il settore. Il rischio è l’espansione del mercato illecito, già oggi un fenomeno massiccio: miliardi di sigarette illegali circolano ogni anno in Europa, con perdite fiscali stimate nell’ordine di decine di miliardi.
C’è anche un altro aspetto che i regolatori di Bruxelles non tengono presente, ovvero che i prodotti alternativi sono sempre più usati dai consumatori per abbandonare la dipendenza dalle sigarette tradizionali in modo anche totale. Eppure il dibattito europeo tende a non distinguere pienamente tra le diverse categorie di prodotti, mettendo in secondo piano il principio di proporzionalità basato sul rischio. Il rischio è di non centrare gli obiettivi dichiarati. La prevalenza del fumo nell’Ue resta intorno al 24,6% e, secondo le attuali proiezioni, è destinata a scendere solo gradualmente nei prossimi anni, restando ben lontana dal target del 5%. Non per mancanza di norme, ma per l’inefficacia di un approccio che non incide sulle dinamiche reali dei consumatori. C’è uno iato tra la politica di Bruxelles e la realtà del fumo.
In Europa c’è chi si muove diversamente e con risultati concreti. La Svezia ha adottato politiche che hanno consentito la diffusione di prodotti alternativi al consumo di sigarette e il numero di fumatori si è ridotto a livelli inferiori al 5%.
La Commissione però con l’avvio della consultazione, intende andare avanti. Resta da capire se sarà disposta a integrare realmente dati ed evidenze, oppure se la revisione della direttiva seguirà un percorso già tracciato, con il rischio di ripetere contraddizioni e limiti già emersi.
In Italia, tutta la filiera del tabacco è in allarme e anche la sinistra fa fronte comune con il governo sollecitando un intervento sulla Commissione Ue. Ieri si è riunito il tavolo permanente dell’Emilia-Romagna per il comparto tabacco (avviato l’anno corso su iniziativa del vicepresidente della Regione, Vincenzo Colla, e dell’assessore regionale al Lavoro, Giovanni Paglia) a cui partecipa la Regione, i sindacati e le imprese del settore, e al termine dell’incontro è partita una richiesta di presa di posizione decisa dell’Italia a Bruxelles, con un intervento urgente del governo con le istituzioni europee, affinché «venga scongiurata la presentazione di una proposta di revisione in una fase già segnata da una complessa congiuntura economica e internazionale». Tutti concordano sul fatto che «se la Commissione dovesse andare avanti in questa direzione, si metterebbe a rischio un comparto strategico, fatto di agricoltura, manifattura avanzata, ricerca e innovazione, con conseguenze su occupazione, investimenti ed export nazionali».
Continua a leggereRiduci
Ecco #DimmiLaVerità del 26 maggio 2026. Con l'esperto di geopolitica Daniele Ruvinetti commentiamo gli sviluppi preoccupanti della guerra in Iran.