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2018-12-05
Sentenza pilota su chi aspetta soldi dalla Pa
Ha lavorato lo stesso, dal 2011, senza ottenere dall'Autorità d'ambito ottimale Messina 2, che si occupa dei servizi pubblici integrati nel settore dei rifiuti, uno straccio di pagamento. I 17 milioni di euro di crediti non pagati dallo Stato hanno portato l'azienda sull'orlo del fallimento e fatto rischiare il posto a circa mille dipendenti. Quello della Dusty, srl catanese da 35 anni leader del settore, è un caso emblematico, al pari della ormai nota vicenda di Sergio Bramini (della quale la Verità si è occupata in passato), anche lui impegnato nei servizi di igiene ambientale, che nonostante un credito di 4 milioni vantato nei confronti dello Stato, di fronte ai mancati pagamenti, è fallito.
Ora c'è una sentenza storica del tribunale di Catania, che fa giustizia, e che salva in extremis la Dusty, subissata dai debiti tributari, che sarebbe stato logico compensare da subito con i crediti avanzati dallo Stato. E invece la Dusty ha dovuto combattere a colpi di carte bollate. Finché, finalmente, un magistrato è entrato nel merito della questione: il giudice Ivana Di Gesu, che ha disposto con un provvedimento d'urgenza la compensazione di 15 milioni di euro di crediti per il lavoro svolto nei 38 Comuni raggruppati dall'Ato Messina 2, salvando la Dusty e i suoi dipendenti. La situazione debitoria non era stata certificata per l'opposizione della Ragioneria dello Stato. E anche per questo passaggio, fondamentale per dimostrare in sede civile che effettivamente all'azienda spettavano quelle somme, l'amministratrice dell'azienda, Rossella De Geronimo, ha dovuto ingaggiare una battaglia legale, questa volta al Tar che, ovviamente, le ha dato ragione. «Esausta», spiega De Geronimo alla Verità, «sono riuscita a risolvere il contratto d'appalto per reiterato inadempimento contrattuale da parte del contraente». Se non ce l'avesse fatta avrebbe dovuto farsi carico della commessa fino alla fine. E senza un euro. «Siamo riusciti a fare fronte a tutti i debiti derivanti dal servizio», aggiunge, «eccezion fatta per quelli tributari». E infatti alla Ragioneria dello Stato sono arrivate le sferzate del giudice catanese, che nella premessa della sentenza dedica un capoverso «all'inerzia» di quegli uffici. E perfino quando il Tar ha disposto che «entro tre giorni» bisognava ottemperare alla «compensazione prima ingiustamente negata» si è tentato di giocare sulle parole, interpretando a piacimento quelle parole. Il giudice civile, quindi, si è visto costretto a osservare che «in effetti, il decreto del Tar, testualmente, non ordina all'amministrazione di provvedere alla compensazione, bensì di “esitare l'istanza di compensazione non oltre il termine di tre giorni"». Insomma, dallo Stato hanno cercato di arrampicarsi sugli specchi, pur di non azzerare quel debito con la Dusty.
I legali dell'azienda, però, hanno affilato i coltelli e hanno cercato di provare davanti al giudice civile tutta una serie di violazioni: a partire dai «principi costituzionali di buon andamento e imparzialità dell'amministrazione», fino ad arrivare «all'eccesso di potere per travisamento dei fatti e irrazionalità evidente e manifesta». Perché nei confronti di un altra azienda, la Tirreno ambiente, invece, i crediti erano stati compensati. Il rischio corso dalla Dusty, espresso in modo evidente negli atti difensivi, era questo: «Qualora l'azienda non potesse contar sulla compensazione, ciò comporterebbe a cascata l'impossibilità di poter pagare la prima rata di rottamazione delle catelle esattoriali e, subito dopo, la decadenza della definizione agevolata». Il debito sarebbe quindi cresciuto fino a superare i 20 milioni di euro, con tutte le conseguenze connesse. E tra queste il rischio di non ottenere più dalle banche alcuna fidejussione. Sarebbe stato l'ultimo passo prima del fallimento. Ma lo Stato ci ha provato ancora: e si è opposto con un'argomentazione che avrebbe strappato un sorriso, amaro, anche ai non esperti di diritto, sostenendo «l'impossibilità della compensazione, stante che le società d'ambito non possono essere equiparate agli enti pubblici». Il motivo? «La mancata inclusione dell'Ato nell'elenco Istat di tutte le pubbliche amministrazioni». Il giudice di Catania, come era ovvio aspettarsi, ha liquidato la questione affermando che «quegli elenchi sono predisposti per altri fini».
Per la toga non c'è dubbio che l'Ato svolga delle funzioni pubbliche a tutti gli effetti. Conclusione: «I crediti vantati nei loro confronti dalle imprese sono suscettibili di compensazione con i debiti iscritti al ruolo». L'ultimo aspetto sottolineato dal giudice è in punto di diritto e detta la strada alla corretta interpretazione della legge in materia che, si legge nell'ordinanza del Tribunale di Catania, «nasce dalla diffusa esigenza, vivamente avvertita da più parti, di porre rimedio in qualche modo alle gravi conseguenze per l'economia e lo sviluppo derivanti dal fenomeno, per cui le imprese spesso si trovano nell'anomala situazione di essere da un lato in credito, per rilevanti somme verso le pubbliche amministrazioni e, nel contempo, in debito nei confronti del fisco, con il rischio concreto di tracolli causati dagli endemici ritardi con i quali gli enti debitori talora provvedono a onorare i propri debiti». Ed ecco perché il legislatore ha previsto la possibilità di compensazione.
Lo Stato ha ancora 58 miliardi di debiti. E pure Salvini fa le promesse di Renzi
Nel 2014 l'allora premier, Matteo Renzi, aveva promesso dal salotto di Bruno Vespa che sarebbe andato in pellegrinaggio da Firenze a Monte Senario se non avesse fatto saldare tutti i debiti della Pubblica amministrazione ai privati entro il 21 settembre successivo. La promessa non è stata mantenuta e il pellegrinaggio non è stato fatto. Anzi, negli anni successivi lo stock di debiti è salito.
L'ultima fotografia del problema è arrivata da Banca Ifis prima di settembre, in occasione del Forum Pa a Roma. «Migliorano i tempi di pagamento della Pubblica amministrazione, nel 2017, che restano tuttavia superiori a quelli stabiliti dalla legge e si riduce l'ammontare dei debiti in ritardo da 33 a 31 miliardi di euro sul totale dei 58 miliardi di debiti commerciali della Pa», spiegava l'analisi. Ma al di là delle tempistiche, la massa resta sostanziale e sarebbe il caso che il governo gialloblù aprisse un cantiere risolutivo. Domenica il vice premier, Matteo Salvini ha dichiarato: «Entro l'anno una buona parte dei debiti che gli enti locali hanno con gli imprenditori verranno pagati». Non solo ha anche aggiunto che «Entro quest'anno verrà rivisto il codice degli appalti. Perché per decine di imprenditore prima della tassazione bisogna tagliare la burocrazia». Non ha promesso alcun pellegrinaggio. Perché il rischio di fallire la promessa è elevato. La massa di circa 58 miliardi è ovviamente scomputata dal debito pubblico e ciò permette allo Stato di abusare delle aziende. Abbiamo apprezzato gli interventi di rottamazione delle cartelle e pure quelli a saldo e starlcio perché è giusto intervenire a favore di chi non è riuscito ad adempiere per motivi economici alle numerose voci fiscali e contributivi. Vedi il caso della Dusty raccontato qui sotto. È però inammissibile che un'azienda debba lottare con lo Stato per farsi riconoscere un credito che le avrebbe consentito di pagare stipendi, contributi e magari fare pure utile e quindi versare più tasse.
È bene occuparsi delle situazioni eccezionali, ma per una volta lo Stato dovrebbe occuparsi di quelle ordinarie. La prima è il pagamento delle fatture nei tempi stabiliti dalle stesse leggi del Parlamento. I 30 giorni fissati dall'Aula sono letteralmente una presa in giro. Perché valgono solo per alcune regioni italiane. Le altre non rispettano gli obblighi, e usano le aziende come bancomat. Di conseguenza, i prezzi dei prodotti dei servizi crescono o addirittura lievitano. Alcune Asl del Sud pagano a 300 giorni, e chiaramente il prezzo di una siringa - se spalmato di un anno - deve includere gli interessi e gli oneri finanziari passivi. Un circolo vizioso che potrebbe essere evitato se lo Stato non si considerasse super partes.
Salvini promette una tranche di pagamenti. Quanti miliardi? Con che soldi? Eppure il tema è fondamentale. La liquidità è fondamentale per tenere in piedi un'economia indebitata come quella italiana. Astaldi, Condotte, Trevi sono tre colossi delle costruzioni. Hanno 4 miliardi di debiti verso le banche e verso il mercato dei bond. Ma hanno anche 2 miliardi circa di crediti per le opere pubbliche. Con quella liquidità non sarebbero state costrette a ricorre ai tribunali fallimentari o ai concordati in bianco. Il governo gialloblù dovrebbe anche tenere presente che, finché lo Stato è debitore, non dovrebbe esigere nulla dalle aziende che sta mettendo in ginocchio. La compensazione dei crediti con i debiti non potrebbe divenire automatica?
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La Dusty ha lavorato due anni per lo smaltimento rifiuti a Messina senza essere pagata. 17 milioni di crediti non saldati l'hanno costretta a non versare i contributi ed è finita sull'orlo del fallimento. Ora un giudice ha cancellato i debiti tributari e l'ha salvata.Bene la pace fiscale, ma la compensazione con i crediti deve diventare automatica.Lo speciale contiene due articoli.Ha lavorato lo stesso, dal 2011, senza ottenere dall'Autorità d'ambito ottimale Messina 2, che si occupa dei servizi pubblici integrati nel settore dei rifiuti, uno straccio di pagamento. I 17 milioni di euro di crediti non pagati dallo Stato hanno portato l'azienda sull'orlo del fallimento e fatto rischiare il posto a circa mille dipendenti. Quello della Dusty, srl catanese da 35 anni leader del settore, è un caso emblematico, al pari della ormai nota vicenda di Sergio Bramini (della quale la Verità si è occupata in passato), anche lui impegnato nei servizi di igiene ambientale, che nonostante un credito di 4 milioni vantato nei confronti dello Stato, di fronte ai mancati pagamenti, è fallito. Ora c'è una sentenza storica del tribunale di Catania, che fa giustizia, e che salva in extremis la Dusty, subissata dai debiti tributari, che sarebbe stato logico compensare da subito con i crediti avanzati dallo Stato. E invece la Dusty ha dovuto combattere a colpi di carte bollate. Finché, finalmente, un magistrato è entrato nel merito della questione: il giudice Ivana Di Gesu, che ha disposto con un provvedimento d'urgenza la compensazione di 15 milioni di euro di crediti per il lavoro svolto nei 38 Comuni raggruppati dall'Ato Messina 2, salvando la Dusty e i suoi dipendenti. La situazione debitoria non era stata certificata per l'opposizione della Ragioneria dello Stato. E anche per questo passaggio, fondamentale per dimostrare in sede civile che effettivamente all'azienda spettavano quelle somme, l'amministratrice dell'azienda, Rossella De Geronimo, ha dovuto ingaggiare una battaglia legale, questa volta al Tar che, ovviamente, le ha dato ragione. «Esausta», spiega De Geronimo alla Verità, «sono riuscita a risolvere il contratto d'appalto per reiterato inadempimento contrattuale da parte del contraente». Se non ce l'avesse fatta avrebbe dovuto farsi carico della commessa fino alla fine. E senza un euro. «Siamo riusciti a fare fronte a tutti i debiti derivanti dal servizio», aggiunge, «eccezion fatta per quelli tributari». E infatti alla Ragioneria dello Stato sono arrivate le sferzate del giudice catanese, che nella premessa della sentenza dedica un capoverso «all'inerzia» di quegli uffici. E perfino quando il Tar ha disposto che «entro tre giorni» bisognava ottemperare alla «compensazione prima ingiustamente negata» si è tentato di giocare sulle parole, interpretando a piacimento quelle parole. Il giudice civile, quindi, si è visto costretto a osservare che «in effetti, il decreto del Tar, testualmente, non ordina all'amministrazione di provvedere alla compensazione, bensì di “esitare l'istanza di compensazione non oltre il termine di tre giorni"». Insomma, dallo Stato hanno cercato di arrampicarsi sugli specchi, pur di non azzerare quel debito con la Dusty. I legali dell'azienda, però, hanno affilato i coltelli e hanno cercato di provare davanti al giudice civile tutta una serie di violazioni: a partire dai «principi costituzionali di buon andamento e imparzialità dell'amministrazione», fino ad arrivare «all'eccesso di potere per travisamento dei fatti e irrazionalità evidente e manifesta». Perché nei confronti di un altra azienda, la Tirreno ambiente, invece, i crediti erano stati compensati. Il rischio corso dalla Dusty, espresso in modo evidente negli atti difensivi, era questo: «Qualora l'azienda non potesse contar sulla compensazione, ciò comporterebbe a cascata l'impossibilità di poter pagare la prima rata di rottamazione delle catelle esattoriali e, subito dopo, la decadenza della definizione agevolata». Il debito sarebbe quindi cresciuto fino a superare i 20 milioni di euro, con tutte le conseguenze connesse. E tra queste il rischio di non ottenere più dalle banche alcuna fidejussione. Sarebbe stato l'ultimo passo prima del fallimento. Ma lo Stato ci ha provato ancora: e si è opposto con un'argomentazione che avrebbe strappato un sorriso, amaro, anche ai non esperti di diritto, sostenendo «l'impossibilità della compensazione, stante che le società d'ambito non possono essere equiparate agli enti pubblici». Il motivo? «La mancata inclusione dell'Ato nell'elenco Istat di tutte le pubbliche amministrazioni». Il giudice di Catania, come era ovvio aspettarsi, ha liquidato la questione affermando che «quegli elenchi sono predisposti per altri fini». Per la toga non c'è dubbio che l'Ato svolga delle funzioni pubbliche a tutti gli effetti. Conclusione: «I crediti vantati nei loro confronti dalle imprese sono suscettibili di compensazione con i debiti iscritti al ruolo». L'ultimo aspetto sottolineato dal giudice è in punto di diritto e detta la strada alla corretta interpretazione della legge in materia che, si legge nell'ordinanza del Tribunale di Catania, «nasce dalla diffusa esigenza, vivamente avvertita da più parti, di porre rimedio in qualche modo alle gravi conseguenze per l'economia e lo sviluppo derivanti dal fenomeno, per cui le imprese spesso si trovano nell'anomala situazione di essere da un lato in credito, per rilevanti somme verso le pubbliche amministrazioni e, nel contempo, in debito nei confronti del fisco, con il rischio concreto di tracolli causati dagli endemici ritardi con i quali gli enti debitori talora provvedono a onorare i propri debiti». 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L'ultima fotografia del problema è arrivata da Banca Ifis prima di settembre, in occasione del Forum Pa a Roma. «Migliorano i tempi di pagamento della Pubblica amministrazione, nel 2017, che restano tuttavia superiori a quelli stabiliti dalla legge e si riduce l'ammontare dei debiti in ritardo da 33 a 31 miliardi di euro sul totale dei 58 miliardi di debiti commerciali della Pa», spiegava l'analisi. Ma al di là delle tempistiche, la massa resta sostanziale e sarebbe il caso che il governo gialloblù aprisse un cantiere risolutivo. Domenica il vice premier, Matteo Salvini ha dichiarato: «Entro l'anno una buona parte dei debiti che gli enti locali hanno con gli imprenditori verranno pagati». Non solo ha anche aggiunto che «Entro quest'anno verrà rivisto il codice degli appalti. Perché per decine di imprenditore prima della tassazione bisogna tagliare la burocrazia». Non ha promesso alcun pellegrinaggio. Perché il rischio di fallire la promessa è elevato. La massa di circa 58 miliardi è ovviamente scomputata dal debito pubblico e ciò permette allo Stato di abusare delle aziende. Abbiamo apprezzato gli interventi di rottamazione delle cartelle e pure quelli a saldo e starlcio perché è giusto intervenire a favore di chi non è riuscito ad adempiere per motivi economici alle numerose voci fiscali e contributivi. Vedi il caso della Dusty raccontato qui sotto. È però inammissibile che un'azienda debba lottare con lo Stato per farsi riconoscere un credito che le avrebbe consentito di pagare stipendi, contributi e magari fare pure utile e quindi versare più tasse. È bene occuparsi delle situazioni eccezionali, ma per una volta lo Stato dovrebbe occuparsi di quelle ordinarie. La prima è il pagamento delle fatture nei tempi stabiliti dalle stesse leggi del Parlamento. I 30 giorni fissati dall'Aula sono letteralmente una presa in giro. Perché valgono solo per alcune regioni italiane. Le altre non rispettano gli obblighi, e usano le aziende come bancomat. Di conseguenza, i prezzi dei prodotti dei servizi crescono o addirittura lievitano. Alcune Asl del Sud pagano a 300 giorni, e chiaramente il prezzo di una siringa - se spalmato di un anno - deve includere gli interessi e gli oneri finanziari passivi. Un circolo vizioso che potrebbe essere evitato se lo Stato non si considerasse super partes. Salvini promette una tranche di pagamenti. Quanti miliardi? Con che soldi? Eppure il tema è fondamentale. La liquidità è fondamentale per tenere in piedi un'economia indebitata come quella italiana. Astaldi, Condotte, Trevi sono tre colossi delle costruzioni. Hanno 4 miliardi di debiti verso le banche e verso il mercato dei bond. Ma hanno anche 2 miliardi circa di crediti per le opere pubbliche. Con quella liquidità non sarebbero state costrette a ricorre ai tribunali fallimentari o ai concordati in bianco. Il governo gialloblù dovrebbe anche tenere presente che, finché lo Stato è debitore, non dovrebbe esigere nulla dalle aziende che sta mettendo in ginocchio. La compensazione dei crediti con i debiti non potrebbe divenire automatica?
Ansa
L’intera vicenda aveva avuto inizio nel 2023 quando, presso il Tribunale del distretto meridionale della California, due insegnanti avevano fatto causa chiedendo un’esenzione dalle politiche pro gender, come appunto quelle dei cognomi, riguardanti i loro allievi. Da parte sua, il distretto scolastico si era difeso asserendo che la legge - così come interpretata dal Procuratore generale della California e dal dipartimento dell’Istruzione - imponesse l’attuazione delle politiche contestate. A quel punto, gli insegnanti hanno fatto causa anche ai funzionari statali e, accanto a loro nel processo, si sono aggiunte delle famiglie; tra queste, meritano di essere ricordati i coniugi John e Jane Poe, che in breve hanno appreso che la loro figlia era intenzionata a «cambiare sesso» solo dopo che la stessa, all’inizio dell’ottavo anno di scuola, era stata ricoverata per tentato suicidio.
Solo allora, infatti, i signori Poe avevano scoperto da un medico che la figlia soffriva di disforia di genere e che a scuola si presentasse come un maschio: nessuno - tanto meno gli insegnanti ai colloqui di classe - aveva detto loro nulla. Di qui una class action che le famiglie, assistite dalla Thomas More Society, hanno intentato contro lo Stato della California. Nel dicembre 2025 il giudice distrettuale degli Stati Uniti Roger Benitez, alla luce del primo e del quattordicesimo emendamento, ha così dichiarato incostituzionale il regime di transizione segreta della California. La Corte d’Appello per il Nono Circuito ha però subito fermato questo pronunciamento, motivo per cui i ricorrenti - assistiti da un team legale della Thomas More composto dagli avvocati Paul Jonna, Peter Breen, Jeff Trissell, Michael McHale e Christopher Galiardo - sono ricorsi alla Corte suprema. Che, come si diceva in apertura, ha dato ragione alle famiglie, che d’ora in poi non dovranno più essere tenute all’oscuro delle condizioni dei loro figli in materia di disforia di genere.
L’avvocato Paul Jonna, poc’anzi citato, ha definito questo come un «momento di svolta» per i diritti dei genitori in America. Il legale ha altresì sottolineato come la Corte suprema abbia chiarito in termini inequivocabili che non sia possibile effettuare una transizione di un bambino all’insaputa di un genitore, stabilendo un precedente storico che smantellerà tali politiche in tutto il Paese. Di tenore analogo il commento di un altro avvocato, Peter Breen - che è anche vicepresidente della Thomas More Society -, secondo cui, dopo questo verdetto, si è messo in luce come lo Stato della California avesse di fatto costruito «un muro di segretezza» tra genitori e figli. Ora però la Corte suprema ha abbattuto quel muro, ha aggiunto Breen, secondo cui questa è una vittoria del diritto dei genitori di crescere i propri figli come meglio credono. Una lezione di diritto e di civiltà che, anche alle nostre latitudini, non sarebbe male ripassare.
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C’è una domanda che i media mainstream evitano di farsi: perché Donald Trump ha deciso di dare fuoco alla miccia in Medio Oriente, smentendo anni di promesse sull’"America First"? La risposta potrebbe essere nascosta in un archivio di segreti inconfessabili.
I metodi naturali e le attive sensibilità Montessori, (lo si sapeva già da allora e il ministro - il filosofo Giovanni Gentile - era d’accordo) erano esattamente il contrario delle gelide e supponenti regole dove adesso, più di un secolo dopo, si volevano consegnare i tre poetici bimbi Trevallion con la loro sanissima e profondamente colta adorazione verso il bosco, la natura e gli animali e i preziosi, indispensabili saperi fisici e spirituali che essi contengono.
Sembrava, dunque, che tutto andasse bene, ma ecco arrivare una figura notissima e molto temuta nelle attuali vicende umane, soprattutto tra i piccoli: l’assistente sociale. Un personaggio, spesso femminile, che ha preso forma in tempi recenti e confusi e, purtroppo, ha una storia professionale finora ancora breve e affrettata, con saperi fragili e sbrigativi, destinati alle richieste senz’anima delle burocrazie tradizionali.
Ecco, allora, che anche in questa storia, commovente e tremenda come le fiabe delle streghe e, come tante altre terribili e ciniche storie di cronaca, (come Bibbiano e Forteto), risuona il maleficio: fuori i figli dalla casa scandalosamente umile e non sufficientemente disinfettata e si affidino all’assistenza sociale. Non solo asettica, ma spesso apparentemente indifferente ai sentimenti, quando non ostile. Tuttavia, ciò è inaccettabile perché il sentimento è proprio ciò che promuove ogni cambiamento nella relazione psicologica: se non c’è, non succede niente, solo tristezza e disperazione. Ed ecco, quindi, il pianto disperato dei bambini e la tristezza degli adulti. Perché una famiglia non è un ente amministrativo: è un organismo vivente, quello dove - come ci ha ricordato papa Ratzinger pochi anni fa - si conosce l’altro, il primo, vero tu e, quindi, sé stessi. È così che si impara a vivere e nutrire i primi appetiti della persona, decisivi per il futuro: con la naturalità e la forza dei preziosi prodotti dell’orto di casa, in cui abbiamo impegnato il nostro stesso corpo. Recuperando, dunque, saperi sostanzialmente non molto diversi da quelli dei genitori, che affondavano le loro radici nei millenni dei libri fondativi delle varie culture.
Niente di astratto, si intende: le pratiche e considerazioni indispensabili sono note, molto utili e già silenziosamente seguite dalle usanze e conoscenze dei cani o dei gatti di casa, creature abili e pratiche, reduci da formazioni, giochi, strategie e movimenti maturati nei millenni della vita del creato. È anche per questo che queste creature naturalissime sono oggi più ascoltate dei burocratici assistenti sociali, ansiosamente in attesa delle molteplici e cangianti Intelligenze artificiali, ma nel frattempo sprezzanti delle esigenze più che mai vitali dell’istituzione umana più antica e sostanzialmente immodificabile dell’umanità: la famiglia, come ammesso anche da studiosi/e tuttora riconosciuti e ascoltati, come Hannah Arendt. In queste, però, osservando i fenomeni della realtà di oggi, e non delle burocrazie di ieri si trovano aspetti previsti anche dalle osservazioni fatte oggi e domani dalla fisica contemporanea, post einsteniana, nata insieme alla psicologia analitica junghiana nelle quale io stesso mi sono formato.
È, però, nell’indispensabile, concretissima e profonda famiglia cuore, sangue, corpo, pelle, gambe possono sostituire volentieri le astratte e formali dispense, di quelle che abbandonano la geniale sintesi della pratica fisica con la ferrea ignoranza del computer, richiuso nella ripetizione della formula e impedito allo sviluppo. Questi bambini e i loro avventurosi genitori hanno il diritto alla terrestre semplicità che si sa da tempo essere più istruttiva, profonda, vitale e divertente della spocchia e del manierismo burocratico; brutto e privo di senso.
Lasciateli essere sé stessi. Magari, anzi, copiateli un po’. Vedrete che è meglio.
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