«Una delle più importanti sfide che deve affrontare la pubblica amministrazione è quella dell’attrattività. Non possiamo illuderci del fatto che la pubblica amministrazione italiana sia qualcosa di diverso rispetto a tutte le altre organizzazioni. Oggi i giovani hanno voglia di entrare in un’organizzazione che dia loro formazione, che dia loro possibilità di crescita, che dia loro un corretto equilibrio tra l’impegno professionale e la vita personale. Tutte queste cose che concorrono a definire l’attrattività di un’organizzazione sono cose sulle quali noi dobbiamo lavorare». A dirlo è il ministro per la Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo al forum Ansa.
(Guardia di Finanza)
I finanzieri del Comando Provinciale di Roma hanno dato esecuzione a un’ordinanza applicativa di misura interdittiva nei confronti di un funzionario in servizio al Tribunale di Velletri, sorpreso a retribuire in contanti un collaboratore con denaro pubblico.
Il provvedimento scaturisce da un’attività investigativa condotta dalle Fiamme Gialle della Compagnia di Velletri, sotto il coordinamento della Procura della Repubblica, che ha consentito di accertare irregolarità nella gestione delle entrate dell’Ufficio Notifiche, Esecuzioni e Protesti (UNEP).
In particolare, il dirigente avrebbe gestito in modo non conforme le somme versate dagli utenti, privilegiando la riscossione in contanti e omettendo l’adozione dei sistemi di pagamento tracciabili previsti, tra cui la piattaforma PagoPA. Tale condotta avrebbe consentito l’accumulo di oltre 72.000 euro, sottratti alle ordinarie procedure contabili.
Secondo quanto emerso, il denaro sarebbe stato utilizzato, per un arco temporale di circa undici anni, anche per retribuire in modo irregolare un ex dirigente dello stesso ufficio, oggi in quiescenza, che continuava a prestare attività lavorativa occupandosi della contabilità. Il collaboratore disponeva stabilmente di una postazione di lavoro ed era compensato con cadenza regolare, anche in periodi di assenza.
Le somme, custodite nella cassaforte nella disponibilità dell’indagato, sarebbero state inoltre impiegate per spese personali, tra cui il pagamento di una cena natalizia per il personale dell’ufficio, per un importo di circa 800 euro.
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Paolo Zangrillo (Ansa)
Il ministro della Pa: «Venerdì hanno scioperato appena 100.000 statali rispetto ai 300.000 iscritti al sindacato. Un fallimento legato al no al rinnovo dei contratti. Al tavolo della trattativa i suoi erano a disagio, come se stessero subendo un diktat».
«In media nessuno degli scioperi degli ultimi anni ha registrato grandi adesioni, ma le circa 100.000 persone che ieri hanno deciso di non lavorare per seguire la protesta della Cgil rappresentano un minimo storico. Parliamo del 4,4% del totale, più o meno un terzo dei 300.000 statali iscritti al sindacato di Landini. Vuol dire che anche i suoi sono stufi di portare avanti battaglie politiche che alla fine non danno vantaggi ai lavoratori». Paolo Zangrillo è il ministro della Pubblica amministrazione e negli ultimi mesi si è scontrato obtorto collo con il radicalismo dell’ex Fiom.
Per mesi e mesi i no dei compagni hanno bloccato il rinnovo dei contratti della Pa. Nonostante i 20 miliardi messi sul piatto dal governo. E nonostante fossero già pronte le risorse per i rinnovi successivi. Poi è bastato che la Uil tornasse a ragionare e si decidesse a firmare per garantire a più di 2 milioni di dipendenti aumenti da 170 euro al mese. E altrettanti dovrebbero arrivare nei prossimi mesi. Senza ovviamente la firma di Landini.
Ministro c’è anche il peso della trattativa per il rinnovo contrattuale dietro al risultato disastroso dell’ennesimo sciopero di venerdì?
«Non anche, io direi soprattutto. Guardi io ho seguito quel tavolo e le dico che avevo una sensazione abbastanza lampante. A me è sembrato che i rappresentanti della Cgil si rendessero conto che sul piatto c’era un’offerta vera e concreta, di fronte alla quale sarebbe stato autolesionistico fare un passo indietro, ma che non avessero alternative».
In che senso?
«Nel senso che i miei interlocutori erano a disagio, magari mi sbaglio, ma sembrava che gli fosse stato imposto un diktat politico rispetto al quale avevano le mani legate. Un diktat che non ha nulla a che vedere con il ruolo che dovrebbe avere chi rappresenta gli interessi e i diritti dei lavoratori. Va da sé che questa posizione ha portato la Cgil a isolarsi e buona parte degli iscritti a non poterne più».
A non poterne più di cosa?
«Ma scusi, da quando sono al governo abbiamo chiuso la tornata contrattuale 2019-2022, aperto e chiuso quella 2022-2024 e ci accingiamo, questione di settimane, ad aprire quella 2025-2027. Una cosa del genere non era mai successa».
Al di là delle statistiche, cosa vuol dire tutto questo per i lavoratori?
«Tradotto in soldoni significa che il governo ha stanziato 20 miliardi e che nel periodo 2021-2027 i salari degli statali aumenteranno del 16-18%. Ecco, Landini parla tanto della necessità di far recuperare potere d’acquisto alle retribuzioni e di avvicinare gli stipendi pubbliche a quelle dei privati, e poi si chiude a riccio di fronte a numeri del genere? È chiaro che sta facendo politica, finalmente i suoi se ne sono resi conto e prendono le distanze».
Dopo il flop dello sciopero di ieri Landini dovrebbe fare un passo indietro? O comunque i suoi dovrebbero pressarlo affinché lo faccia?
«Guardi io sono focalizzato sul mio impegno, sulla responsabilità che ho nei confronti di 3,4 milioni di statali e non mi permetterei mai di dire cosa deve fare a una confederazione che ha la storia della Cgil. Mi sento però libero di evidenziare che non capisco cosa pensano di ottenere continuando su questa strada. Anzi le dirò che auspicherei un ritrovato clima di riappacificazione tra Cgil, Cisl e Uil, ma con questa leadership non mi sembra ci siano i presupposti».
A fronte di un clima che sta diventando sempre più teso. Ieri a Firenze, dove parlava il leader della Cgil, sono state distribuite banconote fasulle con l’effige sua e del premier Meloni.
«Un brutto episodio che a me sicuramente dispiace, ma che trovo ancor più offensivo verso tutti i dipendenti della pubblica amministrazione che lavorano seriamente e hanno visto nel rinnovo e negli aumenti contrattuali un giusto premio per i loro sforzi. Io penso che rispetto a un lavoratore pubblico che in 6-7 anni vede la busta paga crescere del 16-18%, non sia corretto dire che sta guadagnando soldi falsi».
Episodio che fa il paio con quello di Genova, dove Landini non si è scusato con i sindacalisti della Uilm menati dai colleghi della Fiom.
«Episodio che conferma il clima di estrema tensione che stiamo vivendo. Più c’è agitazione e più chi ha un ruolo istituzionale dovrebbe mostrare senso di responsabilità».
Può essere più specifico?
«Guardi, noi assistiamo ormai da tempo a reiterate manifestazioni di violenza da parte dei pro Pal e il fatto che pure il sindacato si renda complice di comportamenti del genere va assolutamente stigmatizzato».
E Landini non l’ha fatto.
«Sbagliando. Perché la storia di questo Paese è ricca di nette prese di distanza della Cgil rispetto alle aggressioni, penso ai tempi delle Brigate Rosse. Mentre ora a Genova si adotta la strategia del silenzio che però rischia di essere confusa con l’assenso. La dirò di più...».
Prego.
«Il fatto che viviamo tempi balordi è dimostrato da quello che è successo alla “Stampa” a Torino, un assalto assolutamente da condannare. Un episodio di una gravità assoluta e trovo incredibile che qualcuno a sinistra abbia usato quanto successo come pretesto per dare la colpa alle Forze dell’ordine che non c’erano».
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Maurizio Landini
Dopo i rinnovi da 140 euro lordi in media per 3,5 milioni di lavoratori della Pa, sono in partenza le trattative per il triennio 2025-27. Stanziate già le risorse: a inizio 2026 si può chiudere. Maurizio Landini è rimasto solo ad opporsi.
Sta per finire quella che tra il serio e il faceto nelle stanze di Palazzo Vidoni, ministero della Pa, è stata definita come la settimana delle firme. Lunedì è toccato ai 430.000 dipendenti di Comuni, Regioni e Province che grazie al rinnovo del contratto di categoria vedranno le buste paga gonfiarsi con più di 150 euro lordi al mese. Mercoledì è stata la volta dei lavoratori della scuola, 1 milione e 260.000 lavoratori (850.000 sono docenti) che oltre agli aumenti di cui sopra porteranno a casa arretrati da 1.640 euro per gli insegnanti e 1.400 euro per il personale Ata (amministrativi tecnici e ausiliari). E il giorno prima, in questo caso l’accordo era stato già siglato qualche mese fa, la Uil aveva deciso di sottoscrivere un altro contratto, quello delle funzioni centrali (chi presta opera nei ministeri o nell’Agenzia delle Entrate), circa 180.000 persone, per avere poi la possibilità di sedersi al tavolo dell’integrativo.
Cosa è successo? Cosa ha scatenato questa corsa a rinnovare intese che per mesi erano state osteggiate, basti ricordare il caso della sanità, settore che coinvolge 670.000 dipendenti, dall’inossidabile coppia Landini-Bombardieri (Cgil-Uil)? Semplice, la Uil si è sfilata. Sui motivi del divorzio, che Bombardieri aveva definito «pausa di riflessione», le ipotesi divergono. C’è chi parla di una delusione per le posizioni sempre più intransigenti di Landini e di un efficace pressing ai lati nel ministro Zangrillo (il titolare della Pa) e chi invece mette la centro del dietrofront un fortissimo malcontento della base. Ma poco importa. Ciò che conta è che l’inversione a U ha consentito al governo di mettere a frutto una parte dei circa 20 miliardi stanziati per i rinnovi dei contratti della Pubblica amministrazione. Quelli che riguardano la tornata già scaduta, il triennio 2022-2024. Che oggi sono stati completamente rinnovati e hanno portato nelle tasche dei circa 3 milioni e mezzo di dipendenti pubblici aumenti medi pari al 6%. A un certo punto era sembrato possibile che il governo tirasse dritto e decidesse di smobilizzare i fondi per riversarli su altre partite o al limite per imporre rinnovi per legge. Sarebbe stato un peccato perché i nuovi contratti portano dietro tutta una serie di misure accessorie, dalla possibilità di optare per la settimana da quattro giorni (comunque lavorando 36 ore) al diritto a maturare il buono pasto anche se operi da remoto, che in assenza delle firme delle parti sociali non avrebbero mai visto la luce.
Ma soprattutto non sarebbe stato possibile iniziare subito a discutere il rinnovo del triennio successivo, quello 2025-2027. Perché la decisione della Uil, oltre a isolare la Cgil, spiana la strada alla prossima tornata che dovrebbe raddoppiare gli aumenti portandoli a toccare la forchetta del 12-14%.
«Abbiamo così chiuso a tempo record», evidenziava nei giorni scorsi Paolo Zangrillo, «questa tornata contrattuale per tutti i comparti e cominciamo a lavorare per il ciclo 2025/27. Ciò significa, in termini salariali, che potremo riconoscere ai 3,4 milioni di dipendenti pubblici nel periodo 2022-27, incrementi che oscillano tra il 12 e il 14%. Una risposta nei fatti al tema del recupero del potere d’acquisto. Escludendo Cgil, che continua a fare politica, di fatto isolandosi, abbiamo un fronte sindacale che riconosce il lavoro e l’impegno del Governo».
E qui siamo al punto. In questo momento abbiamo un governo che ha già stanziato le risorse per i nuovi contratti. Un fronte sindacale che si è compattato verso il sì ai rinnovi grazie alla posizione da sempre dialogante e riformista della Cisl e alla inversione a U della Uil. E una Cgil isolata e felice. Perché stringi stringi a Landini interessa solo continuare a mantenere una posizione movimentista e barricadera a prescindere rispetto a tutte le decisioni del governo. Una posizione politica che snobba i quasi 300 euro lordi al mese in più che potrebbero nel giro di pochi mesi arrivare nelle tasche di 3,5 milioni di lavoratori. E minimizza anche la possibilità di sedersi al tavolo e contrattare l’integrativo che per gli statali equivale agli accordi di secondo livello del privato. Insomma, tanta roba.
Messa così, la strada per una seconda tornata di rinnovi (quella 2025-2027) è in discesa. E secondo quanto risulta alla Verità ci sarebbe anche una sorta di mini-programma per le trattative. Si partirebbe tra qualche settimana - fine novembre o inizio dicembre - con il tavolo dei ministeriali (le funzioni centrali), quindi ai primi del 2026 sarebbe la volta della sanità e a stretto giro toccherebbe di nuovo a scuola ed enti locali (dipendenti di Regioni, Comuni e Province). Incrementi dei salari del 12-14% in pochi mesi che se escludiamo il balzo dei prezzi nel periodo post Covid vorrebbero dire un sostanziale recupero del potere d’acquisto degli italiani. Come non si vedeva da anni.
Ma questo è meglio non dirlo alla Cgil.
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Paolo Zangrillo (Imagoeconomica)
Il ministro Paolo Zangrillo: «Se mi chiedesse conto dei 20 miliardi destinati agli statali e tenuti fermi dalla Cgil, farei fatica a rispondere. Al referendum si partecipa anche astenendosi».
«Non è mai successo che un esecutivo, peraltro in tempi difficili per l’economia del continente, stanziasse 20 miliardi per il rinnovo del contratto degli statali riuscendo a usarne solo una minima parte. Una situazione oggettivamente insostenibile, anche perché parliamo di più di un terzo del budget complessivo delle manovre 2023-2024. Se il ministro Giorgetti domani dovesse chiedermi che intenzioni ho sull’utilizzo di quei fondi avrei difficoltà a rispondere».
Lo sfogo è del ministro della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo. Ormai da mesi è in corso una trattativa infruttuosa per rinnovare il contratto degli statali, parliamo di 3,2 milioni di lavoratori. C’è un muro, quello di Cgil e Uil, inscalfibile. Per Landini e Bombardieri 20 miliardi non bastano. Quindi il Dipartimento della Funzione Pubblica e Aran hanno portato a casa il contratto per i comparti sicurezza-difesa e funzioni centrali dello Stato. Parliamo di circa 700.000 persone, dove è stato possibile superare la soglia del 50% dei sì grazie all’appoggio della Cisl e dei sindacati autonomi. Gli altri comparti, dalla sanità alla scuola fino agli enti locali (Regioni, Comuni ecc.), sono fermi al palo. Questo vuol dire che più di 2 milioni di lavoratori, con risorse già stanziate, non possono ricevere aumenti in busta paga (oltre agli istituti accessori concordati) che riguardano il triennio 2022-2024 e che sbloccherebbero automaticamente anche la tornata successiva, quella in corso, 2025-2027. Parliamo di aumenti medi dai 140 ai 170 euro lordi al mese, che sarebbero dovuti partire nel 2022 e invece restano bloccati nella pancia della cosa pubblica. (Insomma, dare aumenti salariali ai lavoratori pubblici e darli subito non sembra più una prerogativa di certi sindacati).
Ministro, quanto tempo avete ancora a disposizione?
«Per farle capire, se noi domani firmassimo il contratto degli enti locali, prima che questo diventi effettivo passerebbero almeno altri 3 o 4 mesi. Perché ci sono i passaggi obbligati in Ragioneria e Corte dei Conti che richiedono dei tempi tecnici. Quindi se dovessimo firmare dopo o a cavallo dell’estate arriveremmo al 2026. Ecco, noi non vogliamo che questo accada».
Mi perdoni, quindi la dead line è l’estate?
«Direi proprio di sì».
Che poi vuol dire qualche settimana, perché la vediamo difficile che ad agosto possa sbloccarsi qualcosa.
«Faccia lei i conti».
Lei ha qualche segnale di cambiamento di linea da parte di Cgil e Uil? Qualcosa che la induca a pensare che si vada verso un sì.
«Qualche giorno fa c’è stato un incontro per il rinnovo del comparto sanità. Abbiamo notato una disponibilità a proseguire il dialogo da parte dei sindacati autonomi, per esempio il Nursing Up (una delle sigle degli infermieri che aveva fatto saltare il tavolo schierandosi all’ultimo dalla parte di Landini, ndr), mentre la posizione della Cgil è granitica. La Cgil ritiene che le risorse non siano sufficienti perché non recuperano completamente l’inflazione del periodo. E la Uil segue a ruota».
Hanno ragione?
«I numeri dicono che l’inflazione del periodo, in virtù dell’impennata post Covid, è stata superiore al 10%. La nostra proposta prevede aumenti vicini al 7% oltre a garantire istituti accessori, come i buoni pasto anche in smart working o la settimana corta (lavoro fino al giovedì, ndr), che comunque incidono da un punto di vista economico. Senza contare i fondi già stanziati anche per il rinnovo successivo. Vista la situazione dei conti pubblici, abbiamo fatto più del massimo. Soddisfare le richieste della Cgil vorrebbe dire usare tutti i fondi di una manovra finanziaria. Sono più di 30 miliardi, solo per il rinnovo di una tornata dei contratti pubblici. Come si fa a pretenderlo? Anche perché con governi diversi (2016-2018) e con un’inflazione cumulata del 12%, gli stessi sindacati hanno firmato rinnovi che prevedevano aumenti di poco superiori al 3%. Perché questa differenza?».
Perché si tratta di una posizione politica e preconcetta?
«Io rispetto l’idea che anche il sindacato possa fare politica».
In che senso?
«Abbiamo aspettato che ci fosse il rinnovo delle Rsu (i delegati sindacali nella Pa) ad aprile senza che questa attesa abbia portato risultati. E adesso aspettiamo il referendum proposto dalla Cgil e appoggiato da tutta la sinistra del fine settimana. Quello che però il sindacato non deve fare è portare la politica sul tavolo negoziale».
E secondo lei lo sta facendo.
«Mi sembra evidente, e le posizioni diverse con governi diversi sulla dinamica inflattiva lo dimostrano».
A proposito, ministro. Lei andrà a votare al referendum?
«Non andrò a votare al referendum perché considero questo referendum qualcosa di surreale. Parliamo della richiesta di abrogare una legge (il Jobs act, ndr) che arriva da chi quella legge l’ha fatta. E a chi dice che non è democratico invitare all’astensione, rispondo che non siamo alle politiche dove il non voto vuol dire rinunciare a esprimere la propria volontà sul futuro del Paese. L’astensione nel caso del referendum non è un invito a disinteressarsi della cosa pubblica, ma significa bocciare in toto i quesiti referendari, perché l’obiettivo è evitare che si raggiunga il quorum. È una chiara espressione di volontà».
C’è chi dice che Landini stia provando a scalare la sinistra e che i referendum siano una tappa decisiva di questa scalata. Pensa che con una leadership nel Pd più forte, anche la partita del rinnovo dei contratti della Pa sarebbe stata più semplice?
«Non conosco le ambizioni politiche di Landini. Certo che alcune esternazioni, penso al famoso invito alla “rivolta sociale”, hanno un forte connotato politico. Noto una sorta di corsa a superarsi a sinistra tra sindacato e Partito democratico. E la radicalizzazione di certo non porta giovamento alla dinamica negoziale sulla quale punta il governo».
E allora torniamo al governo e a Giorgetti. Se tra qualche settimana dovesse comunicarle che intende usare le risorse dei contratti per aumentare le pensioni lei cosa farebbe?
«L’obiettivo è evitare che ciò accada».
Come?
«L’alternativa è assegnare quelle risorse per legge. È una cosa che mi ripugna perché credo molto nel dialogo con le parti sociali e nella possibilità di arrivare a delle sintesi vantaggiose grazie al negoziato. Però è evidente che se la situazione non si sblocca non vedo altre strade. Sarebbe una sconfitta per tutti, anche perché perderemmo tutta la parte normativa dei contratti che si aggiunge a quella salariale. I buoni pasto, certo, ma anche il patrocinio gratuito per i dipendenti della sanità nel caso di aggressioni in ospedale. Sono solo alcuni esempi per far capire la valenza sociale e monetaria di questi istituti. Io non voglio perderli, per questo motivo non mi arrendo e fino a quando ci sarà una possibilità continuerò a insistere per arrivare a una firma congiunta».
La Pa non è solo contratti. Da sempre lei sostiene che la Pubblica amministrazione per crescere deve puntare su nuove energie. E avete aperto le porte agli ingressi dagli Its Academy (istituti tecnici superiori, percorsi formativi biennali post diploma). Come funzionerà il ricambio?
«Noi abbiamo bisogno di accelerare il processo di modernizzazione della Pa. Ripensare la nostra organizzazione rispetto alle aspettative di cittadini e imprese. Oggi disponiamo di strumenti tecnici e digitali che ci permettono di accelerare, ma mancano quelle competenze che possono arrivare dai nativi digitali. Per questo ho aperto agli Its Academy. Vede, con le regole precedenti questi ragazzi non potevano accedere ai ruoli di funzionari perché privi di diploma di laurea».
Quindi?
«Noi gli diamo la possibilità di essere assunti con un contratto di 36 mesi durante i quali avranno la possibilità di laurearsi attraverso i nostri finanziamenti agevolati, il Pa 110 e lode, che sostiene il percorso universitario».
Quante risorse stanziate per il Pa 110 e lode?
«Circa 50 milioni all’anno. E non finisce qui, tutto questo è in coerenza con la svolta che stiamo imprimendo sul merito. Abbiamo introdotto meccanismi di valutazione e di premi alla carriera sulla base dei risultati raggiunti valorizzando la figura dei dirigenti. I dirigenti, per esempio, potranno proporre percorsi di crescita per i collaboratori che ritengono più capaci».
A proposito di merito e innovazione. Lei ha seguito il nuovo ad di Stellantis, Antonio Filosa, ai tempi della Fiat?
«Conosco bene Filosa e gestivo le risorse umane in Fiat quando lui è andato in Brasile, dove ha costruito una parte fondamentale della sua carriera. Possiede delle caratteristiche che considero fondamentali anche nella Pubblica amministrazione: pragmatismo, empatia, visione, dialogo e spirito di squadra».
Che posizione ha rispetto all’auto elettrica?
«Filosa è un Marchionne boys, ha avuto la fortuna di lavorare con uno dei manager più lungimiranti che abbiamo avuto negli ultimi decenni. E Marchionne che era un precursore, già una decina di anni fa era molto prudente sull’elettrico. Riteneva che i tempi non fossero ancora maturi e che l’elettrico non fosse l’unica, ma una delle opzioni tecnologiche per il futuro dell’automotive. Dunque, è inutile fissare tempistiche inderogabili se non ci sono i presupposti, dalle colonnine alla disponibilità a prezzi di mercato delle materie prime. Guardando quello succede oggi direi che aveva ragione».
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