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2021-02-15
Scuola e sanità: gli assunti per il Covid che nessuno vuol pagare
Ansa
Non ci sono solo i banchi a rotelle e le mille peripezie della didattica nell'annus horribilis della scuola italiana. A segnare il fallimento della premiata ditta Azzolina-Arcuri si aggiunge una terza vicenda, quella dei cosiddetti «supplenti Covid». Personale docente e amministrativo, tecnico e ausiliario assunto ai sensi dell'articolo 231 bis del decreto Rilancio, al quale la legge ha attribuito un compito fondamentale e cioè supportare l'istituzione scolastica per «consentire l'avvio e lo svolgimento dell'anno scolastico 2020/2021 nel rispetto delle misure di contenimento dell'emergenza epidemiologica».
Quanto bastava per trattare questa categoria con il guanto di velluto, e invece. Nella sua versione originaria, infatti, la norma prevedeva «in caso di sospensione dell'attività in presenza» il licenziamento del dipendente per giusta causa e senza indennizzo. Tradotto, con un nuovo lockdown l'insegnante, l'addetto alla segreteria o il collaboratore scolastico sarebbero stati cacciati a pedate senza alcuna buonuscita. Una clausola discriminante eliminata, fortunatamente, a seguito della presentazione di un emendamento al decreto Agosto.
Risolte le gabelle contrattuali, i problemi per i supplenti Covid non sono certo finiti. Lo scorso 21 ottobre, a seguito delle «numerose segnalazioni di problematiche», le principali sigle sindacali hanno chiesto un incontro urgente al ministero dell'Istruzione per discutere delle risorse effettivamente stanziate e distribuite alle Regioni, del monitoraggio dei fabbisogni richiesti dagli uffici scolastici regionali (Usr), dell'assegnazione delle risorse e all'attivazione e alla disattivazione del personale aggiuntivo.
Proprio in quei giorni, alcuni Usr inviavano alle scuole la richiesta di sospendere la sottoscrizione di nuovi incarichi e la stipula di supplenze per la sostituzione del personale Covid, vista la necessità di verificare l'effettivo costo di tali contratti. Secondo i calcoli, infatti, sarebbero mancati circa 200 euro al mese per ciascuna supplenza per colpa di una errata interpretazione delle tabelle retributive. «Cifre insufficienti e previsioni di spesa sbagliate», questo ai tempi il commento del segretario della Uil Scuola Pino Turi, «fino ad oggi la scuola ha retto e dimostrato grandi capacità, non bisogna però esagerare e la mancanza di idee e risorse, non vanno scaricate sulla comunità educante le cui riserve e capacità non sono infinite».
Passano i primi mesi e il disastro si materializza. Gli stipendi non si vedono nemmeno con il binocolo e il malumore aumenta. Le testimonianze raccolte dal portale Orizzontescuola.it, uno dei più cliccati dai dipendenti del comparto, parlano da sole. «Sono in servizio dal 9 ottobre e a tutt'oggi ancora devo ricevere lo stipendio», scrive a novembre un Ata, «sono fortunato perché lavoro in Campania, ma prendi quello che deve andare a Firenze, Milano, Torino, prendere impegni per una casa, un albergo e alla fine non si è nemmeno pagati, iniziassero ad essere più precisi nei pagamenti perché anche noi personale Covid non siamo di serie B». Un'altra dipendente si sfoga: «Assunta il 28 settembre, mi pagheranno il 2 di dicembre, ma i soldi che arrivano dovrò restituirlo a chi me li ha prestati. È una vergogna, non si lavora per la gloria». Il disagio si tocca con mano. «Vi meravigliate che i “Covid" non rispondano alle chiamate, ma come si fa a rispondere a una chiamata magari distante dalla tua residenza sapendo che non sai quando ti pagheranno, senza nessuna garanzia di poter pagare un affitto e con tutto lo spauracchio che hanno e avete messo per la pandemia?».
«Chiamati in emergenza, insegnanti e personale Ata, stanno subendo pesanti ritardi nel pagamento delle loro retribuzioni, molti non hanno ricevuto nessun bonifico anche da ottobre scorso», lamenta la Uil Scuola solo pochi giorni fa, «pagare gli stipendi al personale che ha lavorato è un atto dovuto, di ordinaria amministrazione, affari correnti, non vorremmo che diventasse “un'operazione di affari"».
Medici e infermieri si sentono beffati e lasciano le corsie
Eroi quando si tratta di vergare i titoli dei giornaloni oppure mandare in onda un servizio a effetto con tanto di musica strappalacrime in sottofondo, trascurati quando si tratta di curare i sacrosanti aspetti contrattuali. Se c'è una categoria che ha pagato un prezzo altissimo in termini di vite umane, qualità della vita e mancato ritorno economico, è proprio quella del personale sanitario. Sono più di 300 i medici in attività o in pensione - «perché per noi i medici sono tutti uguali», ha spiegato il presidente della Federazione medici chirurghi e degli odontoiatri Filippo Anelli - deceduti per colpa del Covid dall'inizio della pandemia. Cifra a cui vanno aggiunte almeno 80 vittime tra gli infermieri, categoria che secondo recenti stime ha visto tra le sue fila ben 90.000 contagiati.
Le radici della crisi della sanità italiana affondano nei tagli lineari che l'hanno colpita nell'ultimo decennio. Secondo uno studio della Fondazione Gimbe - molto citato all'inizio della pandemia, quando il nostro sistema ha mostrato i primi segni di cedimento - dal 2010 al 2019 alla sanità pubblica sono stati sottratti ben 37 miliardi di euro, di cui 25 miliardi derivanti da tagli effettuati nelle manovre finanziarie del 2010-2015, e altri 12 miliardi legati al «definanziamento» che ha assegnato al Ssn meno risorse rispetto ai livelli programmati. La famigerata spending review ha causato due effetti nefasti. Primo, l'aumento della spesa sanitaria privata. Per curarsi, infatti, gli italiani hanno dovuto mettere mano al portafoglio, intaccando i propri risparmi o, peggio ancora, indebitandosi. Secondo, l'ondata di tagli ha causato un crollo del personale sanitario. Dati del ministero della Salute alla mano, dal 2010 abbiamo perso quasi 6.000 medici (-6%) e 10.000 infermieri (-4%).
Risultato, il «paziente Italia» è arrivato in condizioni disastrose all'appuntamento con il Covid. C'è voluta la pandemia per mettere mano, finalmente, agli stipendi del personale sanitario. L'ultima legge di Bilancio ha aumentato del 27% l'indennità esclusiva di medici e veterinari, con incrementi che vanno dai 52 ai 368 euro in più al mese in base all'anzianità. Solo un «primo segnale positivo» secondo Carlo Palermo, segretario nazionale dell'associazione medici dirigenti Anaao Assomed: «Mancano ancora almeno 6.000 medici e dirigenti sanitari per supportare il notevole incremento dei carichi di lavoro provocato dalla pandemia, e dalla conseguente attivazione di nuovi posti letto, mettendo in conto anche la necessità di dover isolare quanti di loro vengano eventualmente contagiati».
Non c'è solo il gap retributivo con gli altri Paesi dell'Europa occidentale, stimato in circa 40.000 euro annui, ma anche i turni massacranti, i rischi legati alla professione e lo scarso coinvolgimento nelle decisioni che li riguardano. Tutti elementi che, stando a un recente sondaggio interno alla professione medica promosso proprio dall'Anaao Assomed, portano solo un medico ospedaliero su due (54,3%) a pensare di continuare a lavorare in un ospedale pubblico nei prossimi due anni. E ben 3 dottori su 4 pensano che il proprio lavoro non sia stato valorizzato durante la pandemia.
Scontenti anche gli infermieri. «Contestiamo fortemente la legge di Bilancio che ha previsto un'elemosina di 60 euro mensili agli infermieri e poco più di 30 euro alle altre 21 professioni sanitarie e socio sanitarie», ha dichiarato a gennaio Calogero Coniglio, coordinatore nazionale del Coordinamento nazionale infermieri (Cni), «il Governo ha dimenticato gli operatori sanitari che sono stati beffati». Praticamente l'equivalente di un caffè e una brioche al giorno. Somme «insufficienti a dare dignità professionale a tali professionisti davanti alla fatica e all'esposizione di questi lavoratori, in prima linea nei reparti Covid».
Senza dimenticare gli specializzandi e i medici precari, professionisti a tutti gli effetti costretti a tappare i buchi nei reparti, oppure accettare incarichi in nero a discapito della formazione.
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Chiamati in emergenza, supplenti e personale Ata subiscono pesanti ritardi nella retribuzione. «Non siamo gente di serie B».Gli «eroi» del coronavirus sono stati gratificati con elemosine. Un dottore su due è in dubbio se lavorare ancora in ospedale.Lo speciale contiene due articoli.Non ci sono solo i banchi a rotelle e le mille peripezie della didattica nell'annus horribilis della scuola italiana. A segnare il fallimento della premiata ditta Azzolina-Arcuri si aggiunge una terza vicenda, quella dei cosiddetti «supplenti Covid». Personale docente e amministrativo, tecnico e ausiliario assunto ai sensi dell'articolo 231 bis del decreto Rilancio, al quale la legge ha attribuito un compito fondamentale e cioè supportare l'istituzione scolastica per «consentire l'avvio e lo svolgimento dell'anno scolastico 2020/2021 nel rispetto delle misure di contenimento dell'emergenza epidemiologica».Quanto bastava per trattare questa categoria con il guanto di velluto, e invece. Nella sua versione originaria, infatti, la norma prevedeva «in caso di sospensione dell'attività in presenza» il licenziamento del dipendente per giusta causa e senza indennizzo. Tradotto, con un nuovo lockdown l'insegnante, l'addetto alla segreteria o il collaboratore scolastico sarebbero stati cacciati a pedate senza alcuna buonuscita. Una clausola discriminante eliminata, fortunatamente, a seguito della presentazione di un emendamento al decreto Agosto. Risolte le gabelle contrattuali, i problemi per i supplenti Covid non sono certo finiti. Lo scorso 21 ottobre, a seguito delle «numerose segnalazioni di problematiche», le principali sigle sindacali hanno chiesto un incontro urgente al ministero dell'Istruzione per discutere delle risorse effettivamente stanziate e distribuite alle Regioni, del monitoraggio dei fabbisogni richiesti dagli uffici scolastici regionali (Usr), dell'assegnazione delle risorse e all'attivazione e alla disattivazione del personale aggiuntivo.Proprio in quei giorni, alcuni Usr inviavano alle scuole la richiesta di sospendere la sottoscrizione di nuovi incarichi e la stipula di supplenze per la sostituzione del personale Covid, vista la necessità di verificare l'effettivo costo di tali contratti. Secondo i calcoli, infatti, sarebbero mancati circa 200 euro al mese per ciascuna supplenza per colpa di una errata interpretazione delle tabelle retributive. «Cifre insufficienti e previsioni di spesa sbagliate», questo ai tempi il commento del segretario della Uil Scuola Pino Turi, «fino ad oggi la scuola ha retto e dimostrato grandi capacità, non bisogna però esagerare e la mancanza di idee e risorse, non vanno scaricate sulla comunità educante le cui riserve e capacità non sono infinite».Passano i primi mesi e il disastro si materializza. Gli stipendi non si vedono nemmeno con il binocolo e il malumore aumenta. Le testimonianze raccolte dal portale Orizzontescuola.it, uno dei più cliccati dai dipendenti del comparto, parlano da sole. «Sono in servizio dal 9 ottobre e a tutt'oggi ancora devo ricevere lo stipendio», scrive a novembre un Ata, «sono fortunato perché lavoro in Campania, ma prendi quello che deve andare a Firenze, Milano, Torino, prendere impegni per una casa, un albergo e alla fine non si è nemmeno pagati, iniziassero ad essere più precisi nei pagamenti perché anche noi personale Covid non siamo di serie B». Un'altra dipendente si sfoga: «Assunta il 28 settembre, mi pagheranno il 2 di dicembre, ma i soldi che arrivano dovrò restituirlo a chi me li ha prestati. È una vergogna, non si lavora per la gloria». Il disagio si tocca con mano. «Vi meravigliate che i “Covid" non rispondano alle chiamate, ma come si fa a rispondere a una chiamata magari distante dalla tua residenza sapendo che non sai quando ti pagheranno, senza nessuna garanzia di poter pagare un affitto e con tutto lo spauracchio che hanno e avete messo per la pandemia?».«Chiamati in emergenza, insegnanti e personale Ata, stanno subendo pesanti ritardi nel pagamento delle loro retribuzioni, molti non hanno ricevuto nessun bonifico anche da ottobre scorso», lamenta la Uil Scuola solo pochi giorni fa, «pagare gli stipendi al personale che ha lavorato è un atto dovuto, di ordinaria amministrazione, affari correnti, non vorremmo che diventasse “un'operazione di affari"».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/scuola-sanita-assunti-covid-pagare-2650533650.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="medici-e-infermieri-si-sentono-beffati-e-lasciano-le-corsie" data-post-id="2650533650" data-published-at="1613308607" data-use-pagination="False"> Medici e infermieri si sentono beffati e lasciano le corsie Eroi quando si tratta di vergare i titoli dei giornaloni oppure mandare in onda un servizio a effetto con tanto di musica strappalacrime in sottofondo, trascurati quando si tratta di curare i sacrosanti aspetti contrattuali. Se c'è una categoria che ha pagato un prezzo altissimo in termini di vite umane, qualità della vita e mancato ritorno economico, è proprio quella del personale sanitario. Sono più di 300 i medici in attività o in pensione - «perché per noi i medici sono tutti uguali», ha spiegato il presidente della Federazione medici chirurghi e degli odontoiatri Filippo Anelli - deceduti per colpa del Covid dall'inizio della pandemia. Cifra a cui vanno aggiunte almeno 80 vittime tra gli infermieri, categoria che secondo recenti stime ha visto tra le sue fila ben 90.000 contagiati. Le radici della crisi della sanità italiana affondano nei tagli lineari che l'hanno colpita nell'ultimo decennio. Secondo uno studio della Fondazione Gimbe - molto citato all'inizio della pandemia, quando il nostro sistema ha mostrato i primi segni di cedimento - dal 2010 al 2019 alla sanità pubblica sono stati sottratti ben 37 miliardi di euro, di cui 25 miliardi derivanti da tagli effettuati nelle manovre finanziarie del 2010-2015, e altri 12 miliardi legati al «definanziamento» che ha assegnato al Ssn meno risorse rispetto ai livelli programmati. La famigerata spending review ha causato due effetti nefasti. Primo, l'aumento della spesa sanitaria privata. Per curarsi, infatti, gli italiani hanno dovuto mettere mano al portafoglio, intaccando i propri risparmi o, peggio ancora, indebitandosi. Secondo, l'ondata di tagli ha causato un crollo del personale sanitario. Dati del ministero della Salute alla mano, dal 2010 abbiamo perso quasi 6.000 medici (-6%) e 10.000 infermieri (-4%). Risultato, il «paziente Italia» è arrivato in condizioni disastrose all'appuntamento con il Covid. C'è voluta la pandemia per mettere mano, finalmente, agli stipendi del personale sanitario. L'ultima legge di Bilancio ha aumentato del 27% l'indennità esclusiva di medici e veterinari, con incrementi che vanno dai 52 ai 368 euro in più al mese in base all'anzianità. Solo un «primo segnale positivo» secondo Carlo Palermo, segretario nazionale dell'associazione medici dirigenti Anaao Assomed: «Mancano ancora almeno 6.000 medici e dirigenti sanitari per supportare il notevole incremento dei carichi di lavoro provocato dalla pandemia, e dalla conseguente attivazione di nuovi posti letto, mettendo in conto anche la necessità di dover isolare quanti di loro vengano eventualmente contagiati». Non c'è solo il gap retributivo con gli altri Paesi dell'Europa occidentale, stimato in circa 40.000 euro annui, ma anche i turni massacranti, i rischi legati alla professione e lo scarso coinvolgimento nelle decisioni che li riguardano. Tutti elementi che, stando a un recente sondaggio interno alla professione medica promosso proprio dall'Anaao Assomed, portano solo un medico ospedaliero su due (54,3%) a pensare di continuare a lavorare in un ospedale pubblico nei prossimi due anni. E ben 3 dottori su 4 pensano che il proprio lavoro non sia stato valorizzato durante la pandemia. Scontenti anche gli infermieri. «Contestiamo fortemente la legge di Bilancio che ha previsto un'elemosina di 60 euro mensili agli infermieri e poco più di 30 euro alle altre 21 professioni sanitarie e socio sanitarie», ha dichiarato a gennaio Calogero Coniglio, coordinatore nazionale del Coordinamento nazionale infermieri (Cni), «il Governo ha dimenticato gli operatori sanitari che sono stati beffati». Praticamente l'equivalente di un caffè e una brioche al giorno. Somme «insufficienti a dare dignità professionale a tali professionisti davanti alla fatica e all'esposizione di questi lavoratori, in prima linea nei reparti Covid». Senza dimenticare gli specializzandi e i medici precari, professionisti a tutti gli effetti costretti a tappare i buchi nei reparti, oppure accettare incarichi in nero a discapito della formazione.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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