True
2021-02-15
Scuola e sanità: gli assunti per il Covid che nessuno vuol pagare
Ansa
Non ci sono solo i banchi a rotelle e le mille peripezie della didattica nell'annus horribilis della scuola italiana. A segnare il fallimento della premiata ditta Azzolina-Arcuri si aggiunge una terza vicenda, quella dei cosiddetti «supplenti Covid». Personale docente e amministrativo, tecnico e ausiliario assunto ai sensi dell'articolo 231 bis del decreto Rilancio, al quale la legge ha attribuito un compito fondamentale e cioè supportare l'istituzione scolastica per «consentire l'avvio e lo svolgimento dell'anno scolastico 2020/2021 nel rispetto delle misure di contenimento dell'emergenza epidemiologica».
Quanto bastava per trattare questa categoria con il guanto di velluto, e invece. Nella sua versione originaria, infatti, la norma prevedeva «in caso di sospensione dell'attività in presenza» il licenziamento del dipendente per giusta causa e senza indennizzo. Tradotto, con un nuovo lockdown l'insegnante, l'addetto alla segreteria o il collaboratore scolastico sarebbero stati cacciati a pedate senza alcuna buonuscita. Una clausola discriminante eliminata, fortunatamente, a seguito della presentazione di un emendamento al decreto Agosto.
Risolte le gabelle contrattuali, i problemi per i supplenti Covid non sono certo finiti. Lo scorso 21 ottobre, a seguito delle «numerose segnalazioni di problematiche», le principali sigle sindacali hanno chiesto un incontro urgente al ministero dell'Istruzione per discutere delle risorse effettivamente stanziate e distribuite alle Regioni, del monitoraggio dei fabbisogni richiesti dagli uffici scolastici regionali (Usr), dell'assegnazione delle risorse e all'attivazione e alla disattivazione del personale aggiuntivo.
Proprio in quei giorni, alcuni Usr inviavano alle scuole la richiesta di sospendere la sottoscrizione di nuovi incarichi e la stipula di supplenze per la sostituzione del personale Covid, vista la necessità di verificare l'effettivo costo di tali contratti. Secondo i calcoli, infatti, sarebbero mancati circa 200 euro al mese per ciascuna supplenza per colpa di una errata interpretazione delle tabelle retributive. «Cifre insufficienti e previsioni di spesa sbagliate», questo ai tempi il commento del segretario della Uil Scuola Pino Turi, «fino ad oggi la scuola ha retto e dimostrato grandi capacità, non bisogna però esagerare e la mancanza di idee e risorse, non vanno scaricate sulla comunità educante le cui riserve e capacità non sono infinite».
Passano i primi mesi e il disastro si materializza. Gli stipendi non si vedono nemmeno con il binocolo e il malumore aumenta. Le testimonianze raccolte dal portale Orizzontescuola.it, uno dei più cliccati dai dipendenti del comparto, parlano da sole. «Sono in servizio dal 9 ottobre e a tutt'oggi ancora devo ricevere lo stipendio», scrive a novembre un Ata, «sono fortunato perché lavoro in Campania, ma prendi quello che deve andare a Firenze, Milano, Torino, prendere impegni per una casa, un albergo e alla fine non si è nemmeno pagati, iniziassero ad essere più precisi nei pagamenti perché anche noi personale Covid non siamo di serie B». Un'altra dipendente si sfoga: «Assunta il 28 settembre, mi pagheranno il 2 di dicembre, ma i soldi che arrivano dovrò restituirlo a chi me li ha prestati. È una vergogna, non si lavora per la gloria». Il disagio si tocca con mano. «Vi meravigliate che i “Covid" non rispondano alle chiamate, ma come si fa a rispondere a una chiamata magari distante dalla tua residenza sapendo che non sai quando ti pagheranno, senza nessuna garanzia di poter pagare un affitto e con tutto lo spauracchio che hanno e avete messo per la pandemia?».
«Chiamati in emergenza, insegnanti e personale Ata, stanno subendo pesanti ritardi nel pagamento delle loro retribuzioni, molti non hanno ricevuto nessun bonifico anche da ottobre scorso», lamenta la Uil Scuola solo pochi giorni fa, «pagare gli stipendi al personale che ha lavorato è un atto dovuto, di ordinaria amministrazione, affari correnti, non vorremmo che diventasse “un'operazione di affari"».
Medici e infermieri si sentono beffati e lasciano le corsie
Eroi quando si tratta di vergare i titoli dei giornaloni oppure mandare in onda un servizio a effetto con tanto di musica strappalacrime in sottofondo, trascurati quando si tratta di curare i sacrosanti aspetti contrattuali. Se c'è una categoria che ha pagato un prezzo altissimo in termini di vite umane, qualità della vita e mancato ritorno economico, è proprio quella del personale sanitario. Sono più di 300 i medici in attività o in pensione - «perché per noi i medici sono tutti uguali», ha spiegato il presidente della Federazione medici chirurghi e degli odontoiatri Filippo Anelli - deceduti per colpa del Covid dall'inizio della pandemia. Cifra a cui vanno aggiunte almeno 80 vittime tra gli infermieri, categoria che secondo recenti stime ha visto tra le sue fila ben 90.000 contagiati.
Le radici della crisi della sanità italiana affondano nei tagli lineari che l'hanno colpita nell'ultimo decennio. Secondo uno studio della Fondazione Gimbe - molto citato all'inizio della pandemia, quando il nostro sistema ha mostrato i primi segni di cedimento - dal 2010 al 2019 alla sanità pubblica sono stati sottratti ben 37 miliardi di euro, di cui 25 miliardi derivanti da tagli effettuati nelle manovre finanziarie del 2010-2015, e altri 12 miliardi legati al «definanziamento» che ha assegnato al Ssn meno risorse rispetto ai livelli programmati. La famigerata spending review ha causato due effetti nefasti. Primo, l'aumento della spesa sanitaria privata. Per curarsi, infatti, gli italiani hanno dovuto mettere mano al portafoglio, intaccando i propri risparmi o, peggio ancora, indebitandosi. Secondo, l'ondata di tagli ha causato un crollo del personale sanitario. Dati del ministero della Salute alla mano, dal 2010 abbiamo perso quasi 6.000 medici (-6%) e 10.000 infermieri (-4%).
Risultato, il «paziente Italia» è arrivato in condizioni disastrose all'appuntamento con il Covid. C'è voluta la pandemia per mettere mano, finalmente, agli stipendi del personale sanitario. L'ultima legge di Bilancio ha aumentato del 27% l'indennità esclusiva di medici e veterinari, con incrementi che vanno dai 52 ai 368 euro in più al mese in base all'anzianità. Solo un «primo segnale positivo» secondo Carlo Palermo, segretario nazionale dell'associazione medici dirigenti Anaao Assomed: «Mancano ancora almeno 6.000 medici e dirigenti sanitari per supportare il notevole incremento dei carichi di lavoro provocato dalla pandemia, e dalla conseguente attivazione di nuovi posti letto, mettendo in conto anche la necessità di dover isolare quanti di loro vengano eventualmente contagiati».
Non c'è solo il gap retributivo con gli altri Paesi dell'Europa occidentale, stimato in circa 40.000 euro annui, ma anche i turni massacranti, i rischi legati alla professione e lo scarso coinvolgimento nelle decisioni che li riguardano. Tutti elementi che, stando a un recente sondaggio interno alla professione medica promosso proprio dall'Anaao Assomed, portano solo un medico ospedaliero su due (54,3%) a pensare di continuare a lavorare in un ospedale pubblico nei prossimi due anni. E ben 3 dottori su 4 pensano che il proprio lavoro non sia stato valorizzato durante la pandemia.
Scontenti anche gli infermieri. «Contestiamo fortemente la legge di Bilancio che ha previsto un'elemosina di 60 euro mensili agli infermieri e poco più di 30 euro alle altre 21 professioni sanitarie e socio sanitarie», ha dichiarato a gennaio Calogero Coniglio, coordinatore nazionale del Coordinamento nazionale infermieri (Cni), «il Governo ha dimenticato gli operatori sanitari che sono stati beffati». Praticamente l'equivalente di un caffè e una brioche al giorno. Somme «insufficienti a dare dignità professionale a tali professionisti davanti alla fatica e all'esposizione di questi lavoratori, in prima linea nei reparti Covid».
Senza dimenticare gli specializzandi e i medici precari, professionisti a tutti gli effetti costretti a tappare i buchi nei reparti, oppure accettare incarichi in nero a discapito della formazione.
Continua a leggereRiduci
Chiamati in emergenza, supplenti e personale Ata subiscono pesanti ritardi nella retribuzione. «Non siamo gente di serie B».Gli «eroi» del coronavirus sono stati gratificati con elemosine. Un dottore su due è in dubbio se lavorare ancora in ospedale.Lo speciale contiene due articoli.Non ci sono solo i banchi a rotelle e le mille peripezie della didattica nell'annus horribilis della scuola italiana. A segnare il fallimento della premiata ditta Azzolina-Arcuri si aggiunge una terza vicenda, quella dei cosiddetti «supplenti Covid». Personale docente e amministrativo, tecnico e ausiliario assunto ai sensi dell'articolo 231 bis del decreto Rilancio, al quale la legge ha attribuito un compito fondamentale e cioè supportare l'istituzione scolastica per «consentire l'avvio e lo svolgimento dell'anno scolastico 2020/2021 nel rispetto delle misure di contenimento dell'emergenza epidemiologica».Quanto bastava per trattare questa categoria con il guanto di velluto, e invece. Nella sua versione originaria, infatti, la norma prevedeva «in caso di sospensione dell'attività in presenza» il licenziamento del dipendente per giusta causa e senza indennizzo. Tradotto, con un nuovo lockdown l'insegnante, l'addetto alla segreteria o il collaboratore scolastico sarebbero stati cacciati a pedate senza alcuna buonuscita. Una clausola discriminante eliminata, fortunatamente, a seguito della presentazione di un emendamento al decreto Agosto. Risolte le gabelle contrattuali, i problemi per i supplenti Covid non sono certo finiti. Lo scorso 21 ottobre, a seguito delle «numerose segnalazioni di problematiche», le principali sigle sindacali hanno chiesto un incontro urgente al ministero dell'Istruzione per discutere delle risorse effettivamente stanziate e distribuite alle Regioni, del monitoraggio dei fabbisogni richiesti dagli uffici scolastici regionali (Usr), dell'assegnazione delle risorse e all'attivazione e alla disattivazione del personale aggiuntivo.Proprio in quei giorni, alcuni Usr inviavano alle scuole la richiesta di sospendere la sottoscrizione di nuovi incarichi e la stipula di supplenze per la sostituzione del personale Covid, vista la necessità di verificare l'effettivo costo di tali contratti. Secondo i calcoli, infatti, sarebbero mancati circa 200 euro al mese per ciascuna supplenza per colpa di una errata interpretazione delle tabelle retributive. «Cifre insufficienti e previsioni di spesa sbagliate», questo ai tempi il commento del segretario della Uil Scuola Pino Turi, «fino ad oggi la scuola ha retto e dimostrato grandi capacità, non bisogna però esagerare e la mancanza di idee e risorse, non vanno scaricate sulla comunità educante le cui riserve e capacità non sono infinite».Passano i primi mesi e il disastro si materializza. Gli stipendi non si vedono nemmeno con il binocolo e il malumore aumenta. Le testimonianze raccolte dal portale Orizzontescuola.it, uno dei più cliccati dai dipendenti del comparto, parlano da sole. «Sono in servizio dal 9 ottobre e a tutt'oggi ancora devo ricevere lo stipendio», scrive a novembre un Ata, «sono fortunato perché lavoro in Campania, ma prendi quello che deve andare a Firenze, Milano, Torino, prendere impegni per una casa, un albergo e alla fine non si è nemmeno pagati, iniziassero ad essere più precisi nei pagamenti perché anche noi personale Covid non siamo di serie B». Un'altra dipendente si sfoga: «Assunta il 28 settembre, mi pagheranno il 2 di dicembre, ma i soldi che arrivano dovrò restituirlo a chi me li ha prestati. È una vergogna, non si lavora per la gloria». Il disagio si tocca con mano. «Vi meravigliate che i “Covid" non rispondano alle chiamate, ma come si fa a rispondere a una chiamata magari distante dalla tua residenza sapendo che non sai quando ti pagheranno, senza nessuna garanzia di poter pagare un affitto e con tutto lo spauracchio che hanno e avete messo per la pandemia?».«Chiamati in emergenza, insegnanti e personale Ata, stanno subendo pesanti ritardi nel pagamento delle loro retribuzioni, molti non hanno ricevuto nessun bonifico anche da ottobre scorso», lamenta la Uil Scuola solo pochi giorni fa, «pagare gli stipendi al personale che ha lavorato è un atto dovuto, di ordinaria amministrazione, affari correnti, non vorremmo che diventasse “un'operazione di affari"».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/scuola-sanita-assunti-covid-pagare-2650533650.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="medici-e-infermieri-si-sentono-beffati-e-lasciano-le-corsie" data-post-id="2650533650" data-published-at="1613308607" data-use-pagination="False"> Medici e infermieri si sentono beffati e lasciano le corsie Eroi quando si tratta di vergare i titoli dei giornaloni oppure mandare in onda un servizio a effetto con tanto di musica strappalacrime in sottofondo, trascurati quando si tratta di curare i sacrosanti aspetti contrattuali. Se c'è una categoria che ha pagato un prezzo altissimo in termini di vite umane, qualità della vita e mancato ritorno economico, è proprio quella del personale sanitario. Sono più di 300 i medici in attività o in pensione - «perché per noi i medici sono tutti uguali», ha spiegato il presidente della Federazione medici chirurghi e degli odontoiatri Filippo Anelli - deceduti per colpa del Covid dall'inizio della pandemia. Cifra a cui vanno aggiunte almeno 80 vittime tra gli infermieri, categoria che secondo recenti stime ha visto tra le sue fila ben 90.000 contagiati. Le radici della crisi della sanità italiana affondano nei tagli lineari che l'hanno colpita nell'ultimo decennio. Secondo uno studio della Fondazione Gimbe - molto citato all'inizio della pandemia, quando il nostro sistema ha mostrato i primi segni di cedimento - dal 2010 al 2019 alla sanità pubblica sono stati sottratti ben 37 miliardi di euro, di cui 25 miliardi derivanti da tagli effettuati nelle manovre finanziarie del 2010-2015, e altri 12 miliardi legati al «definanziamento» che ha assegnato al Ssn meno risorse rispetto ai livelli programmati. La famigerata spending review ha causato due effetti nefasti. Primo, l'aumento della spesa sanitaria privata. Per curarsi, infatti, gli italiani hanno dovuto mettere mano al portafoglio, intaccando i propri risparmi o, peggio ancora, indebitandosi. Secondo, l'ondata di tagli ha causato un crollo del personale sanitario. Dati del ministero della Salute alla mano, dal 2010 abbiamo perso quasi 6.000 medici (-6%) e 10.000 infermieri (-4%). Risultato, il «paziente Italia» è arrivato in condizioni disastrose all'appuntamento con il Covid. C'è voluta la pandemia per mettere mano, finalmente, agli stipendi del personale sanitario. L'ultima legge di Bilancio ha aumentato del 27% l'indennità esclusiva di medici e veterinari, con incrementi che vanno dai 52 ai 368 euro in più al mese in base all'anzianità. Solo un «primo segnale positivo» secondo Carlo Palermo, segretario nazionale dell'associazione medici dirigenti Anaao Assomed: «Mancano ancora almeno 6.000 medici e dirigenti sanitari per supportare il notevole incremento dei carichi di lavoro provocato dalla pandemia, e dalla conseguente attivazione di nuovi posti letto, mettendo in conto anche la necessità di dover isolare quanti di loro vengano eventualmente contagiati». Non c'è solo il gap retributivo con gli altri Paesi dell'Europa occidentale, stimato in circa 40.000 euro annui, ma anche i turni massacranti, i rischi legati alla professione e lo scarso coinvolgimento nelle decisioni che li riguardano. Tutti elementi che, stando a un recente sondaggio interno alla professione medica promosso proprio dall'Anaao Assomed, portano solo un medico ospedaliero su due (54,3%) a pensare di continuare a lavorare in un ospedale pubblico nei prossimi due anni. E ben 3 dottori su 4 pensano che il proprio lavoro non sia stato valorizzato durante la pandemia. Scontenti anche gli infermieri. «Contestiamo fortemente la legge di Bilancio che ha previsto un'elemosina di 60 euro mensili agli infermieri e poco più di 30 euro alle altre 21 professioni sanitarie e socio sanitarie», ha dichiarato a gennaio Calogero Coniglio, coordinatore nazionale del Coordinamento nazionale infermieri (Cni), «il Governo ha dimenticato gli operatori sanitari che sono stati beffati». Praticamente l'equivalente di un caffè e una brioche al giorno. Somme «insufficienti a dare dignità professionale a tali professionisti davanti alla fatica e all'esposizione di questi lavoratori, in prima linea nei reparti Covid». Senza dimenticare gli specializzandi e i medici precari, professionisti a tutti gli effetti costretti a tappare i buchi nei reparti, oppure accettare incarichi in nero a discapito della formazione.
La sede dell'Onu a Ginevra (iStock)
Eppure sembra proprio che dei diritti delle donne e dei diritti umani più in generale ci si interessi soltanto quando possono tornare utili a qualche causa progressista: in tutti gli altri casi si possono bellamente ignorare. Anzi, c’è persino chi sostiene che l’utero in affitto, lungi dal ledere i diritti femminili, sia esso stesso un diritto. Anche per questa ragione, ancora troppe nazioni lo permettono, più o meno surrettiziamente.
Di questo e di altri temi si è discusso lunedì a Ginevra, nel corso di una sessione Onu dedicata in particolare ai diritti delle madri, che sono stati oggetto di un nuovo rapporto della Alsalem. Stavolta non si tratta però del solito convegno in cui si sciorinano dati e si forniscono utili quanto velleitari suggerimenti sulle azioni da intraprendere. No, stavolta c’è anche qualcosa di molto concreto e potenzialmente rivoluzionario. A margine della sessione, infatti, si è tenuto un incontro intitolato «Creare slancio verso una moratoria sulla maternità surrogata», promosso da Italia, Cile, Camerun e dalla Santa Sede. Non può sfuggire l’importanza della presenza vaticana: se la Magnifica Humanitas di Leone XIV è un baluardo contro la commercializzazione della vita che ribadisce l’indisponibilità dell’essere umano e la sua irriducibilità alle logiche economiche, allora diventa quasi inevitabile che le parole del Papa si traducano in opere. E l’opera in questione dovrebbe appunto essere una moratoria internazionale sull’utero in affitto.
Come è facile immaginare, il percorso per giungere a un simile risultato non è affatto semplice, anzi è pieno di ostacoli e trappole. Ma intanto un primo passo è stato compiuto, con un fondamentale contributo dell’Italia. In vista, poi, c’è un secondo passaggio determinante. Le nazioni che hanno promosso l’incontro di lunedì, assieme ad altre che hanno partecipato, stanno preparando una dichiarazione politica congiunta sulla surrogazione. Una volta che questa sarà stata completata e firmata dal maggior numero di Paesi possibile si inizierà a lavorare sulla moratoria vera e propria.
«La maternità surrogata non è più una questione limitata alla legislazione nazionale o alle scelte individuali. È diventata un fenomeno globale, sempre più plasmato dai mercati internazionali, da accordi transfrontalieri e da profonde disuguaglianze tra le società e all’interno di esse», ha detto a Ginevra il ministro Eugenia Roccella, presente in rappresentanza dell’Italia. «In qualità di decisori politici, abbiamo la responsabilità di porre una domanda fondamentale: riconosciamo ancora ogni essere umano come una persona da rispettare, o siamo disposti ad accettare situazioni in cui gli esseri umani diventano un mezzo per soddisfare gli interessi e i desideri altrui?».
Le parole di Roccella sono state particolarmente determinate e condivisibili. «Il rapporto del relatore speciale delle Nazioni Unite sulla violenza contro le donne e le ragazze», ha detto il ministro, «ha inserito la maternità surrogata nel contesto della violenza contro le donne e ha evidenziato come gli accordi di surrogazia possano creare condizioni che espongono donne e bambini a sfruttamento, coercizione, tratta e altre gravi preoccupazioni legate ai diritti umani. Quando esistono tali condizioni, la comunità internazionale non può semplicemente voltarsi dall’altra parte. Nel corso degli anni», ha proseguito Roccella, «l’Italia ha tradotto queste preoccupazioni in politiche pubbliche concrete. Il nostro ordinamento giuridico sostiene da tempo che la maternità surrogata sia incompatibile con la tutela della dignità umana e con i diritti delle donne e dei bambini. Più di 20 anni fa, l’Italia ha vietato tale pratica e ha stabilito sanzioni penali contro chi organizza, agevola o trae profitto da accordi di surrogazia. Più di recente, il nostro Parlamento ha rafforzato questo quadro estendendo la portata della legge italiana alla maternità surrogata praticata all’estero da cittadini italiani, riflettendo una semplice convinzione: la dignità umana fondamentale non può dipendere dai confini geografici».
Il punto, tuttavia, è che l’esempio italiano, se si vogliono ottenere risultati concreti, da solo non basta. «La natura sempre più transnazionale della maternità surrogata richiede un dibattito più ampio e una risposta internazionale coordinata», ha dichiarato Roccella. «Riconosciamo che gli Stati possiedono sistemi giuridici e prospettive differenti. Eppure crediamo anche che esista un terreno comune da cui possa emergere un progresso significativo. Questo terreno comune parte dalla convinzione che le donne non dovrebbero mai essere ridotte a strumenti di riproduzione e che i bambini non dovrebbero mai essere trattati come l’oggetto di una transazione. È proprio con questo spirito che verrà presentata una Dichiarazione politica congiunta».
Questa dichiarazione, secondo il ministro, dovrebbe ribadire «principi già sanciti dagli strumenti fondamentali del diritto internazionale dei diritti umani: la dignità intrinseca di ogni essere umano, il diritto delle donne di vivere libere da sfruttamento e coercizione, e i diritti dei bambini all’identità, alla protezione, alla vita familiare e al pieno riconoscimento del loro valore umano». Soprattutto, però, quel testo dovrebbe fissare «un impegno politico condiviso. Un impegno a sostenere l’adozione di una moratoria internazionale sugli accordi di maternità surrogata. E l’impegno ad avviare lo sviluppo progressivo di un quadro giuridico internazionale per abolire la maternità surrogata in tutto il mondo. Questa Dichiarazione», precisa Roccella, «non è la conclusione di un percorso. Ne è l’inizio. Rappresenta un invito a governi, organizzazioni internazionali, esperti e società civile a impegnarsi in un dialogo serio e costruttivo su come affrontare al meglio le sfide poste dalla maternità surrogata, tutelando appieno i diritti di tutte le persone coinvolte».
È arrivato dunque il momento di passare dalle parole ai fatti. Se si vuole mettere fine all’abominio della surrogazione occorre che tutte le nazioni si impegnino a proibirla. L’obiettivo è certo ambizioso, e difficile da raggiungere. Ma un primo passo è stato compiuto. Vedremo, da qui in avanti, chi dimostrerà di avere davvero a cuore i diritti delle donne.
Continua a leggereRiduci
iStock
Le affermazioni del manager confermano ancora una volta come sui vaccini la Commissione europea abbia seguito una strategia che accentrava ogni decisione e potere d’acquisto, tenendo nascosti procedure e contratti. «Sui vaccini non facevamo nulla, nemmeno abbiamo visto i dossier, è stato fatto tutto a livello europeo», ha proseguito Scaccabarozzi, ribadendo più volte di essere stato praticamente all’oscuro di quello che si decideva a Bruxelles e veniva imposto ai Paesi membri, senza che qualche governo si ribellasse.
Dichiarazioni che anche oggi risultano sconcertanti, in quanto rilasciate dall’ex numero uno dell’associazione delle imprese farmaceutiche, che si è fatta un punto d’onore dell’avere rapporti con il mondo scientifico-sanitario «regolati da un codice deontologico a oggi tra i più rigorosi». «Non sapevamo le quantità di vaccini destinati all’Italia, nemmeno ci occupavamo della distribuzione, i vaccini erano recuperati alla frontiera dall’esercito», dice oggi il manager.
Eppure, l’8 luglio 2021, in occasione dell’assemblea pubblica di Farmindustria, nella sua relazione Scaccabarozzi affermava: «La collaborazione avviata in Italia con il ministro della Salute, Roberto Speranza, con la Commissione europea e più in generale con tutti i Paesi occidentali porterà nel mondo circa 11 miliardi di dosi dei vaccini contro il Covid-19 entro il 2021 [...] grazie ad una intuizione del ministro Speranza, oggi facciamo parte di un circuito di prenotazione europeo che, seppur ingiustamente criticato, ha fatto sì che nessuno in Europa rimanesse indietro rispetto ad altri».
Non solo, esprimeva apprezzamento nei confronti delle autorità regolatorie, come Aifa, «che hanno attivato dinamiche di lavoro nuove e senza precedenti. A cominciare dalla rolling review attuata dall’Ema che ha permesso di seguire passo dopo passo lo sviluppo della ricerca verificando sicurezza ed efficacia dei vaccini. Con un confronto continuo con le aziende assolutamente innovativo».
Non è dello stesso parere Maurizio Federico, dirigente di ricerca presso l’Istituto superiore della sanità (Iss), che nella successiva audizione ha portato all’attenzione la quantità di eventi avversi post vaccino Covid ignorati, e l’assenza della farmacovigilanza attiva nel nostro Paese.
Il virologo ha citato diversi studi, che negli anni hanno confermato la certezza e la complessità del problema effetti collaterali. Perfino i ricercatori di Moderna, pur con un database costituito su segnalazioni passiva e su una finestra di 21 giorni, dopo due anni di osservazioni «nel 2024 riportarono decine di migliaia di morti, e soprattutto miocarditi e pericarditi significative tra gli effetti collaterali», ha dichiarato l’esperto.
Per poi aggiungere: «Un anno prima un gruppo dell’Iss aveva pubblicato una revisione con dati presi dalla letteratura scientifica su miocarditi e pericarditi, e per questo subirono un’ispezione e un “procedimento disciplinare interno” da parte dell’Iss». Con una nota, Lucio Malan presidente dei senatori di Fratelli d’Italia e componente della commissione Covid ha evidenziato la gravità di quanto accaduto: «Chiediamo di approfondire la circostanza evocata dal dottor Federico, per fugare i dubbi - legittimi - che il provvedimento dell’Iss sia stato un ammonimento affinché certi studi sugli effetti avversi dei vaccini non intralciassero la campagna vaccinale in corso».
L’intervento del dirigente di ricerca è stato molto articolato. Dall’affermare che «non ha senso porre delle finestre temporali arbitrarie sugli effetti collaterali, ponendo delle limitazioni, perché la realtà biologica è altra cosa», alla «pericolosità» dei vaccini a mRna. «Persistono a livello di linfonodi e di altri tessuti della persona più di 30 giorni dopo la vaccinazione. Almeno fino a 60 giorni dopo il secondo inoculo. Altri studi hanno dimostrato una permanenza maggiore».
La Spike vaccinale «può avere un effetto tossico direttamente sulle cellule del miocardio» e dal 2022 si sa che questi vaccini Covid «sono potentissimi a creare un’enorme quantità di anticorpi, che però vanno a riconoscere proteine del nostro corpo, quindi possono innescare fenomeni di autoimmunità che restano stabili. Non sono facili da combattere».
La capacità della proteina Spike di creare problemi al sistema immunitario, è una delle questioni «mai affrontata in maniera metodica e controllata dalla governance italiana», ha sottolineato il ricercatore, benché i vaccinati in Italia siano almeno 40 milioni e gli mRna «possono in qualche modo influenzare la crescita delle cellule tumorali».
Dura la sua critica: «Va bene metter in commercio questi vaccini, in una situazione di emergenza, ma un ministero della Salute doveva istituire una vigilanza attiva dal primo giorno. È un vulnus gravissimo, le responsabilità politiche sono pesanti», osserva Federico.
Tra le considerazioni conclusive ha ricordato: «Nel nostro istituto c’è un centro delle malattie rare, molto efficiente. Perché tutte le persone che sono state colpite effetti avversi non meritano la stessa attenzione che hanno le persone con malattie rare? Hanno dato fiducia allo Stato eppure si sono sentiti abbandonate, non ottengono risposte». Infine l’amarezza: «Ho mandato almeno tre volte al ministro della Salute una proposta per avviare studi a livello nazionale sugli effetti collaterali del vaccino Covid. Nemmeno mi ha degnato di una risposta».
Continua a leggereRiduci
Ecco #DimmiLaVerità del 24 giugno 2026. Il professore Antonio Maria Rinaldi di Fn ci parla della cena di stasera con Alemanno e del programma di Vannacci.
Il generale delle Guardie Rivoluzionarie Mohsen Rezaee (Getty Images)
Secondo un rapporto del Csis, Teheran punta a ricostruire capacità navali, missilistiche e industriali dopo gli attacchi subiti. Decisivi il sostegno tecnologico cinese e le nuove rotte commerciali via Pakistan e Mar Caspio per aggirare le restrizioni occidentali.
La guerra può essersi fermata sui campi di battaglia, ma la partita strategica è appena cominciata. Mentre la tregua annunciata tra Stati Uniti e Iran ha congelato almeno temporaneamente le operazioni militari, a Washington cresce una preoccupazione diversa: impedire a Teheran di ricostruire l'apparato militare pesantemente colpito dagli attacchi americani e israeliani. È questo il tema centrale di un nuovo studio pubblicato dal Center for strategic and international Studies (Csis), uno dei più influenti think tank statunitensi, che analizza nel dettaglio ciò che l'Iran ha perso, ciò di cui avrà bisogno per tornare operativo e soprattutto come l'Occidente potrebbe tentare di ostacolarne la rinascita.
Secondo il rapporto, il danno subito dalla Repubblica Islamica è significativo. Le immagini satellitari esaminate dagli analisti mostrano la distruzione di gran parte della flotta navale convenzionale iraniana, il danneggiamento di basi strategiche come Bandar Abbas, Bushehr e Bandar Anzali e la compromissione di importanti infrastrutture industriali e cantieristiche. In diversi casi le navi affondate o gravemente danneggiate avrebbero addirittura bloccato gli accessi ai porti militari, creando un ostacolo logistico che potrebbe rallentare la ricostruzione stessa del Paese.
Anche il comparto missilistico ha subito contraccolpi importanti. Sebbene gran parte degli impianti sia protetta da strutture sotterranee e la reale entità dei danni resti difficile da valutare, gli attacchi hanno colpito siti produttivi per missili balistici e da crociera, fabbriche di propellente e sistemi mobili di lancio. Sul fronte dei droni, arma diventata centrale nella strategia militare iraniana e nelle esportazioni verso gli alleati regionali e la Russia, le stime riportate dal rapporto indicano una perdita di circa il 60% dell'arsenale disponibile prima del conflitto. Per gli analisti americani la priorità immediata di Teheran sarà dunque quadrupla: liberare i porti ostruiti, ripristinare gli impianti industriali, ricostituire le scorte di droni e rafforzare le capacità asimmetriche dei Pasdaran, in particolare motoscafi veloci, droni navali e sistemi destinati a operare nello Stretto di Hormuz. In altre parole, l'Iran potrebbe scegliere di rinviare la ricostruzione di una marina convenzionale e puntare invece su strumenti meno costosi ma estremamente efficaci per minacciare il traffico marittimo internazionale. Il vero nodo, però, riguarda gli approvvigionamenti. Il rapporto sostiene che l'industria militare iraniana, nonostante i progressi compiuti negli ultimi anni verso una maggiore autosufficienza, continui a dipendere dall'estero per una vasta gamma di componenti e tecnologie. Dalle macchine utensili a controllo numerico utilizzate per la produzione di missili e droni ai componenti elettronici, dai motori navali alle apparecchiature per i test industriali, gran parte di ciò che serve a Teheran arriva ancora attraverso reti commerciali internazionali. Ed è qui che entra in gioco la Cina.
Gli autori del rapporto identificano Pechino come il principale candidato a sostenere la ricostruzione militare iraniana. Non necessariamente attraverso la vendita diretta di armamenti, ma fornendo macchinari industriali, componenti elettronici, motori, sistemi di test e attrezzature necessarie per riattivare la produzione. Secondo il CSIS, la tecnologia cinese potrebbe non raggiungere sempre gli standard qualitativi europei o giapponesi, ma sarebbe comunque più che sufficiente per soddisfare gran parte delle esigenze militari iraniane.Il documento evidenzia inoltre come la Cina sia già diventata negli ultimi anni il principale fornitore di macchine utensili CNC destinate all'Iran, sostituendo progressivamente aziende europee penalizzate dalle sanzioni. Parallelamente, numerose componenti per droni e sistemi elettronici continuano ad arrivare attraverso società cinesi o attraverso reti commerciali che transitano da Hong Kong. Ma la ricostruzione non dipenderà soltanto dai fornitori. Saranno decisive anche le rotte commerciali.
Per oltre un decennio gli Emirati Arabi Uniti hanno rappresentato il principale hub di riesportazione verso l'Iran. Secondo i dati citati dal rapporto, il 95% delle esportazioni non petrolifere emiratine verso Teheran era costituito da merci provenienti originariamente da altri Paesi. Tuttavia gli attacchi iraniani contro il territorio degli Emirati durante il conflitto del 2026 rischiano di compromettere questo rapporto privilegiato. Abu Dhabi avrebbe già chiuso la propria ambasciata a Teheran e valutato misure restrittive contro interessi iraniani presenti nel Paese.
Per questo motivo gli analisti americani individuano due nuove direttrici strategiche: il Pakistan e il Mar Caspio. Islamabad avrebbe già autorizzato il passaggio di merci destinate all'Iran attraverso i propri porti e il proprio territorio, offrendo a Teheran un corridoio terrestre alternativo meno vulnerabile alle attività di controllo occidentali. Parallelamente, Russia, Azerbaigian, Kazakistan e Turkmenistan potrebbero trasformarsi nei nuovi nodi logistici di una rete commerciale che attraversa il Mar Caspio e raggiunge direttamente i porti settentrionali iraniani, aggirando il Golfo Persico e le aree dove la presenza navale americana è più forte. La conclusione del rapporto è chiara. Per Washington la guerra contro l'Iran non si conclude con la cessazione dei bombardamenti. La vera sfida sarà impedire che la Repubblica Islamica riesca a ricostruire rapidamente le proprie capacità militari sfruttando la rete globale di forniture commerciali. Per riuscirci, gli Stati Uniti vorrebbero applicare a Teheran lo stesso modello utilizzato contro Mosca dopo l'invasione dell'Ucraina: controlli più severi sulle riesportazioni, pressione diplomatica sui Paesi di transito, monitoraggio delle società di copertura e coinvolgimento diretto delle aziende occidentali nella prevenzione dell'elusione delle sanzioni. In sostanza, il prossimo confronto tra Iran e Occidente potrebbe non essere combattuto con missili e droni, ma con container, componenti elettronici, macchine industriali e rotte commerciali. Una guerra silenziosa, destinata però a influenzare gli equilibri del Medio Oriente per molti anni.
Continua a leggereRiduci