- Chiamati in emergenza, supplenti e personale Ata subiscono pesanti ritardi nella retribuzione. «Non siamo gente di serie B».
- Gli «eroi» del coronavirus sono stati gratificati con elemosine. Un dottore su due è in dubbio se lavorare ancora in ospedale.
Lo speciale contiene due articoli.
Non ci sono solo i banchi a rotelle e le mille peripezie della didattica nell’annus horribilis della scuola italiana. A segnare il fallimento della premiata ditta Azzolina-Arcuri si aggiunge una terza vicenda, quella dei cosiddetti «supplenti Covid». Personale docente e amministrativo, tecnico e ausiliario assunto ai sensi dell’articolo 231 bis del decreto Rilancio, al quale la legge ha attribuito un compito fondamentale e cioè supportare l’istituzione scolastica per «consentire l’avvio e lo svolgimento dell’anno scolastico 2020/2021 nel rispetto delle misure di contenimento dell’emergenza epidemiologica».
Quanto bastava per trattare questa categoria con il guanto di velluto, e invece. Nella sua versione originaria, infatti, la norma prevedeva «in caso di sospensione dell’attività in presenza» il licenziamento del dipendente per giusta causa e senza indennizzo. Tradotto, con un nuovo lockdown l’insegnante, l’addetto alla segreteria o il collaboratore scolastico sarebbero stati cacciati a pedate senza alcuna buonuscita. Una clausola discriminante eliminata, fortunatamente, a seguito della presentazione di un emendamento al decreto Agosto.
Risolte le gabelle contrattuali, i problemi per i supplenti Covid non sono certo finiti. Lo scorso 21 ottobre, a seguito delle «numerose segnalazioni di problematiche», le principali sigle sindacali hanno chiesto un incontro urgente al ministero dell’Istruzione per discutere delle risorse effettivamente stanziate e distribuite alle Regioni, del monitoraggio dei fabbisogni richiesti dagli uffici scolastici regionali (Usr), dell’assegnazione delle risorse e all’attivazione e alla disattivazione del personale aggiuntivo.
Proprio in quei giorni, alcuni Usr inviavano alle scuole la richiesta di sospendere la sottoscrizione di nuovi incarichi e la stipula di supplenze per la sostituzione del personale Covid, vista la necessità di verificare l’effettivo costo di tali contratti. Secondo i calcoli, infatti, sarebbero mancati circa 200 euro al mese per ciascuna supplenza per colpa di una errata interpretazione delle tabelle retributive. «Cifre insufficienti e previsioni di spesa sbagliate», questo ai tempi il commento del segretario della Uil Scuola Pino Turi, «fino ad oggi la scuola ha retto e dimostrato grandi capacità, non bisogna però esagerare e la mancanza di idee e risorse, non vanno scaricate sulla comunità educante le cui riserve e capacità non sono infinite».
Passano i primi mesi e il disastro si materializza. Gli stipendi non si vedono nemmeno con il binocolo e il malumore aumenta. Le testimonianze raccolte dal portale Orizzontescuola.it, uno dei più cliccati dai dipendenti del comparto, parlano da sole. «Sono in servizio dal 9 ottobre e a tutt’oggi ancora devo ricevere lo stipendio», scrive a novembre un Ata, «sono fortunato perché lavoro in Campania, ma prendi quello che deve andare a Firenze, Milano, Torino, prendere impegni per una casa, un albergo e alla fine non si è nemmeno pagati, iniziassero ad essere più precisi nei pagamenti perché anche noi personale Covid non siamo di serie B». Un’altra dipendente si sfoga: «Assunta il 28 settembre, mi pagheranno il 2 di dicembre, ma i soldi che arrivano dovrò restituirlo a chi me li ha prestati. È una vergogna, non si lavora per la gloria». Il disagio si tocca con mano. «Vi meravigliate che i “Covid” non rispondano alle chiamate, ma come si fa a rispondere a una chiamata magari distante dalla tua residenza sapendo che non sai quando ti pagheranno, senza nessuna garanzia di poter pagare un affitto e con tutto lo spauracchio che hanno e avete messo per la pandemia?».
«Chiamati in emergenza, insegnanti e personale Ata, stanno subendo pesanti ritardi nel pagamento delle loro retribuzioni, molti non hanno ricevuto nessun bonifico anche da ottobre scorso», lamenta la Uil Scuola solo pochi giorni fa, «pagare gli stipendi al personale che ha lavorato è un atto dovuto, di ordinaria amministrazione, affari correnti, non vorremmo che diventasse “un’operazione di affari”».
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