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2023-02-27
Integrazione fallita: i bimbi stranieri spariscono dalla scuola
(Ansa)
«Yan non si è svegliato. Ha dormito fino a tardi. Non andrà a scuola nemmeno oggi, amen».
La mamma che ci sta davanti sta parlando con il marito. Il figlio non si è svegliato nemmeno stamattina. Sarà un mese che manca da scuola. Loro sono una famiglia di immigrati cinesi giunti in Italia poco prima del Covid. Il figlio continua a perdere giorni di lezione, arriva in ritardo, esce prima, sostanzialmente fa quello che vuole con il beneplacito di padre e madre. La stessa cosa accade per molti bambini e ragazzini di altre nazionalità.
Alcuni sono nati in Italia da genitori stranieri. Altri sono nati all’estero e poi giunti nel nostro Paese.
L’Italia, da tempo, è diventato il luogo dove chiunque può entrare e chiunque può uscire e anche se non sei in regola nessuno ti dice niente. Anzi. Gli stranieri entrano. Escono. Fanno quello che vogliono. Tenerne il conto diventa sempre più difficile. Molti si perdono via, alcuni sono completamente abbandonati a sé stessi e alle file dei banchi di scuola preferiscono quelle della criminalità. Basta passare per qualche parco di qualche città al mattino per vedere ragazzini di 12, 13, 14, 15 anni, tutti stranieri, seduti sulle panchine senza fare niente. Alcuni già con le bottiglie di birra in mano e l’iPhone sempre con loro.
Dati alla mano, l’Italia è il Paese dove il tasso dell’abbandono scolastico degli studenti stranieri è il più elevato a livello europeo. Il fenomeno è stato ribattezzato come «early school leavers».
L’indicatore europeo di questi «early leaving from education and training», quelli che non studiano e non lavorano, abbandonando precocemente i percorsi di istruzione e formazione, ha evidenziato come gli alunni con cittadinanza non italiana siano quelli con il più alto tasso del rischio di abbandono.
L’indicatore prende come riferimento i giovani tra i 18 e i 24 anni con un titolo di studio non più alto dell’istruzione secondaria inferiore, la scuola media per intenderci, e che non risultano inseriti in alcun programma lavorativo o didattico.
Nel 2020 l’indicatore riferito agli studenti stranieri nel nostro Paese era pari al 35,4% a fronte di una media nazionale del 13,1%.
Il governo italiano, già nel 2013, aveva stanziato un finanziamento di 14 milioni di euro, per - si legge nel sito dell’Unicef - «mettere a punto politiche di contrasto alla dispersione scolastica finalizzate a raggiungere entro il 2020 l’obiettivo del 16% dell’indicatore Els, early school leavers».
Sì certo, ci sono messi di mezzo il Covid, la guerra in Ucraina, le varie tensioni, ma se si guarda al 2021-2022 le cose non vanno meglio, tanto che a novembre scorso il Consiglio d’Europa ha varato una raccomandazione sulle politiche di riduzione dell’abbandono scolastico. Già il 30 settembre 2020 la Commissione europea aveva pubblicato la comunicazione «sulla realizzazione dello spazio europeo dell’istruzione entro il 2025, una delle cui sei dimensioni è rappresentata dall’inclusività».
Non solo. Già tra il 2014 e il 2020, i fondi strutturali e d’investimento europei, fondi Sie, avevano «mobilitato ingenti investimenti per contrastare l’abbandono dell’istruzione e della formazione, sostenendo numerosi progetti su vasta scala in linea con la raccomandazione del Consiglio del 2011».
Fondi e raccomandazioni che a quanto pare sono serviti a poco, soprattutto se i giovani continuano a lasciare gli studi. Il Consiglio ha anche convenuto «che entro il 2030 la percentuale di quindicenni con scarsi risultati in lettura, matematica e scienze dovrebbe essere inferiore al 15 % e si è impegnato a ridurre la percentuale di giovani che abbandonano l’istruzione e la formazione a meno del 9%». Nell’Unione, «sono ancora più di 3,2 milioni i giovani (tra i 18 e i 24 anni) che abbandonano l’istruzione e la formazione».
L’Ue riconosce che persistono alcune disuguaglianze tra «gruppi specifici», i migranti per esempio, i rom o i giovani delle zone rurali.
Così come riconosce - qual buon vento - che con «con la pandemia di Covid 19 è diventato ancora più importante affrontare queste sfide. Numerosi studi suggeriscono che la crisi può avere aumentato la probabilità che i discenti a rischio di distaccarsi dalla vita scolastica abbandonino effettivamente la scuola, oltre ad aver inciso negativamente sulla salute mentale e sul benessere generale dei discenti».
Tra le misure di prevenzione da adottare, spicca il fantastico «kit europeo» - disponibile online - a cui i dirigenti scolastici, gli insegnanti e i genitori possono ispirarsi per «promuovere l’istruzione inclusiva e affrontare l’abbandono scolastico precoce». Kit che però pare sia servito a poco.
Secondo un’indagine del Censis (centro studi investimenti sociali) compiuta in Italia nel 2022, su oltre 1.400 dirigenti scolastici, nelle scuole con una elevata presenza di stranieri (oltre il 15%) solo il 19,5% ritiene il livello di integrazione del tutto soddisfacente e solo per il 35,5% negli ultimi tre anni non c’è stata alcuna criticità. Il 51,5% segnala frequenti difficoltà di comunicazione linguistica e il 43,7% palesa la mancanza di supporto da parte di personale qualificato. Il 41% pone l’attenzione sullo scarso rendimento.
Ad arricchirsi infatti con la bomba immigrazione sono state le cooperative dalle uova d’oro, che con i migranti hanno fatto lievitare i loro bilanci. L’istruzione per gli stranieri, invece, quella non lievita mai.
Nell’anno scolastico 2021/2022 gli alunni non italiani erano 865.388. Il ministero dell’Istruzione, a luglio scorso, pubblicando il report con «i dati relativi alle studentesse e agli studenti con cittadinanza non italiana», parlava di una leggera flessione degli stranieri registrando un -1,3%, 11 mila circa in meno, rispetto all’anno precedente. Giornaloni di sinistra che avevano cavalcato la notizia, in realtà non tennero conto dell’altra faccia della medaglia: vero che gli studenti con cittadinanza non italiana sono diminuiti, ma «nonostante la flessione» la percentuale di studenti con cittadinanza non italiana (10,3%) è rimasta inalterata, perché «è diminuito, al contempo, di quasi 121.000 unità anche il totale generale degli alunni». La percentuale dei nati in Italia sul totale delle studentesse e degli studenti di origine migratoria, nel 2020/2021, è arrivata al 66,7%, registrando un punto in più rispetto al 65,4% del 2019/2020.
Ma da dove vengono questi studenti? Provengono da quasi 200 Paesi del mondo. Il 44,95% è di origine europea. Il 26,9 % di provenienza africana e il 20,2% di provenienza asiatica. La cittadinanza più rappresentata è quella romena con oltre 154.000 studenti. Gli alunni marocchini, 109.000 mila (12,6%), costituiscono la comunità più consistente del continente africano nonché la terza in valore assoluto in Italia. E gli alunni cinesi, quelli nati in Italia, rappresentano ben l’86% del totale (42.441 su 49.354). I cinesi appunto. Quelli che lavorano nei laboratori a sei anni e dormono fino a tardi.
«Vanno e vengono dalla loro patria. Assenti dalle classi per settimane»
In Italia le scuole in cui la maggioranza degli alunni è di origine straniera sono 859. Davanti all’istituto comprensivo Filippo Grimani di Marghera (Venezia), si vedono famiglie di ogni nazionalità. La tunica fino a terra. I pantaloni sotto la gonna. Le scarpe da ginnastica ai piedi. E quel velo che le copre tutte. Così aspettano i figli le mamme musulmane. La preside Marisa Zanon gestisce questa scuola da cinque anni.
Com’è la situazione ora?
«Abbiamo sempre tantissimi stranieri e pochissimi italiani. Sono famiglie che gravitano qui per motivi di lavoro, provengono da Bangladesh, Africa, Medio Oriente».
Quante nazionalità avete?
«Più di 40».
E con la lingua come fate?
«Abbiamo attivato i corsi per alfabetizzare. La lingua madre è la loro. La lingua 2 è l’italiano. Il sito l’ho fatto fare in quattro lingue. Qui parliamo inglese, francese, tedesco e spagnolo. Organizziamo corsi anche per le mamme».
Ci sono casi di madri musulmane che non prendono i figli perché devono stare in casa?
«Sì, ma anche qui ho dato istruzioni precise, può capitare una volta, il genitore poi deve sapere che in caso si chiamano i carabinieri».
E li ha già chiamati?
«No, ho solo minacciato finora di farlo».
Quanti studenti ha?
«Sono 1.270».
E italiani?
«Diciamo 1/3. Ogni anno facciamo una festa dove coinvolgiamo tutte le nazionalità».
Ma vanno d’accordo?
«Sì, i bambini sono bambini, è difficile capire se si tratti per esempio di un romeno o di un cecoslovacco, tranne quelli di colore e gli asiatici per ovvie ragioni somatiche».
Ma il menù in mensa?
«Noi rispondiamo alle esigenze di tutti».
Alcuni vengono influenzati dalle famiglie?
«Qui si cerca di dare a tutti la possibilità di espressione ma vige la regola della scuola italiana».
E viene rispettata?
«Abbastanza, anche se la tendenza degli stranieri è quella di non prendere la scuola come priorità».
Ci sono casi di abbandono?
«Sì, è un’abitudine abbastanza diffusa di andare e tornare in patria, lo fanno tutti, ma non è che stanno via una settimana, stanno via un mese e mezzo e questo crea problemi nel percorso di apprendimento».
E in questi casi cosa fate?
«D’accordo con la prefettura noi segnaliamo quando abbiamo assenze troppo lunghe. Poi con il consenso dell’ufficio del comune depenniamo e togliamo il bambino dagli elenchi oppure facciamo un lavoro con le famiglie».
E bambine musulmane che vengono ritirate ce ne sono?
«Lì c’è una lotta, le bambine non vengono molto valorizzate dalle famiglie, alcune le fanno tornare al paese di origine per sposarsi».
«Le scuole segnalano ma i servizi sociali poi non si attivano»
Ma alla fine i servizi sociali cosa fanno?
«È questo il problema, è lì che si incaglia tutto».
Cristina Fantinati è un consigliere d’opposizione del comune di Novellara, quel comune emiliano conosciuto da tutti per la terribile storia di Saman. Fantinati si è occupata del caso, denunciando l’abbandono scolastico della ragazza pachistana. «Capisco la difficoltà di agire in questi casi però i regolamenti operativi che fanno muovere i servizi sociali vanno rivisti. Si deve agire quando c’è un campanello d’allarme».
E invece?
«Invece non agiscono, anche perché gli stranieri che vengono qui non sono molto stabili, vengono qua per lavorare i campi, i figli che dovrebbero andare a scuola alla fine lavorano anche loro e poi li rispediscono in Pakistan. La maggior parte fa così».
Ma chi deve segnalare? Qual è il procedimento?
«La scuola con la pec segnala al comune che il ragazzo non va a scuola. Il comune manda i vigili a verificare a casa, ma questi stranieri prendono partono tornano, se i vigili non li trovano, non è che poi tornano a verificare».
E perché?
«Perché dicono che c’è libertà di movimento e un pakistano non è che deve informare se torna al proprio Paese».
Ma anche gli extracomunitari?
«Sì e quindi il sindaco di un comune non ha mai la fotografia precisa di quanti siano effettivamente. Noi alla fine li accogliamo però di fatto non riusciamo a prendercene cura e la cosa così non funziona. Se i vigili vanno a casa e non trovano nessuno, se gli stranieri sono ancora registrati qui, la polizia locale ci deve tornare».
Il regolamento è comunale?
«È un protocollo della Regione Emilia Romagna, ma è una crepa, perché qua si ferma tutto. Bisogna prevedere che quando se ne vanno dall’Italia lo debbano comunicare».
Anche Saman si era rivolta ai servizi sociali.
«Sì e infatti Saman per essere ascoltata ha dovuto recarsi lei di persona ai servizi perché le segnalazioni non sono state prese in considerazione. Ma così facendo noi li perdiamo per strada. Questi ragazzi stranieri non frequentano la scuola. Anche i rom per esempio. Come fai a verificare l’abbandono scolastico? Diventa un problema politico».
A Novellara ci sono altri casi?
«Che sappia io no. Ma io abito in campagna e le vedo tutte queste donne, segregate chiuse in casa, non sanno l’italiano. Sono i mariti che vanno dal fornaio a far la spesa».
A proposito, il sindaco Elena Carletti ha detto che ora la gente denuncia.
«Ma mi faccia il piacere. Non mi vengano a dire questa cosa, perché alla fine anche se uno denuncia non serve a niente. Va modificata la procedura».
Tra i giovani che lasciano le aule i jihadisti reclutano le nuove leve
È venerdì mattina e i giovani musulmani che non vanno a scuola, sono tutti qui a far la fila per entrare in moschea.
La moschea, quella dove ci troviamo ora, è a Marghera in provincia di Venezia. Da fuori sembra uno stambugio ricavato su un vecchio capannone industriale. Dentro accoglie centinaia di persone.
Se ti avvicini e provi a entrare, ti respingono. E quando vedono che sei donna ti trattano come un insetto.
Il rischio che questi giovani, che hanno abbandonato gli studi e nemmeno lavorano, si radicalizzino è assai alto.
Noi della Verità ne abbiamo parlato con la saggista ed ex deputata Souad Sbai.
«Il primo obiettivo della fratellanza musulmana», ci spiega, «è radicalizzare il maggior numero di persone, li preparano fin da piccoli, li tolgono dalla scuola italiana perché secondo loro quella italiana inquina».
In Italia, infatti, 60 bambine musulmane su 100 sono costrette dai genitori ad abbandonare la scuola dell’obbligo tra la classe quinta elementare e la prima media.
Scuole coraniche, finte moschee, centri di preghiera, moschee ricavate in vecchi magazzini, in negozi, palestre, casolari abbandonati; tutto contribuisce a spianare l’avanzata col beneplacito delle nostre istituzioni.
Chi scrive aveva fatto un’inchiesta sui foreign fighters partiti da Belluno e andati a combattere in Siria. Tale Munifer Karamaleski, macedone, è partito nel 2013 da una frazione di Chies d’Alpago portandosi dietro la moglie e i tre figli che avrebbero dovuto frequentare la scuola in Italia. Così come Ismar Mesinovic, l’imbianchino jihadista, sempre nel bellunese, partito con il figlioletto di due anni. Mesinovic morì in battaglia ad Aleppo e la madre rimasta in Italia ancora cerca il figlio. Anche loro frequentavano le moschee del Paese. O il baby terrorista che voleva far saltare per aria il Ponte di Rialto, veniva dal Kosovo.
Il Kosovo appunto. Uno stato grande quanto l’Abruzzo, dove convivono sei etnie differenti. Anche qui, quando ci siamo stati, parlando con le forze militari internazionali a guida Nato, le nostre fonti ci avevano spiegato che il rischio di radicalizzazione tra i giovani che abbandonano la scuola è elevato.
I reclutatori fanno breccia sulla debolezza dei ragazzi, sul loro disagio economico, promettono soldi.
«Questo sistema viene importato anche qua», spiega Sbai, «in futuro sarà un danno enorme, sarà un disastro perché troveremo ragazzi radicalizzati».
Il 15 dicembre 2015, le conclusioni del Consiglio dell’Unione Europea «sulla riduzione dell’abbandono scolastico e sulla promozione del successo» a scuola, parlavano già di di radicalizzazione: «I tassi di abbandono scolastico sono particolarmente allarmanti per determinati gruppi, quali i bambini provenienti da contesti d’immigrazione (compresi i migranti appena arrivati e i bambini nati all'estero), i bambini rom e i bambini con esigenze educative speciali». E poi continuava: «Per prevenire l’emarginazione e l’esclusione sociale, come pure per ridurre il rischio di estremismo e radicalizzazione, è fondamentale garantire che tutti i giovani abbiano un accesso paritario a un’istruzione inclusiva».
«Il problema», spiega Sbai, «è che quando in Italia ritiri una bambina da scuola a nove anni, il rischio che si radicalizzi è al 100%. Le bambine vengono ritirate presto, così le controllano e le sottomettono. Alcuni si organizzano a casa, fanno corsi per bambini e bambine e li plagiano. Oltre ai corsi privati ci sono le scuole coraniche in moschee fai da te. Gestiscono come mangi, come ti vesti, come cammini, cosa leggi, è una dittatura nello Stato democratico. Noi siamo in Occidente ma non ci siamo ancora resi conto che l’Afghanistan ce l’abbiamo in casa. Alcuni a 17 anni vengono reclutati tramite internet, ma ora è più difficile, il web è più controllato e quindi si stanno ben inserendo nel nostro tessuto sociale economico e politico. Loro fanno così, educano prima le femmine così non si ribellano. Ovvio che questo può portare a tutto, anche a un aumento della comunità radicalizzata. Del resto, l’abbiamo visto con Saman. Il padre pensa che la scuola l’abbia rovinata».
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Siamo il Paese europeo col più alto tasso di abbandono scolastico tra gli studenti di origine straniera: uno su tre si ferma alla licenza media. Una situazione che il Covid ha ulteriormente peggiorato.La preside di un istituto veneto: «Qui pochi italiani, le bambine partono per sposarsi».Il consigliere di Novellara, il Comune del caso Saman: «Pure lei aveva chiesto aiuto, invano».Spinti dagli estremisti, molti rinunciano alle lezioni e si formano nelle moschee. Spesso per combattere all’estero. Souad Sbai: «Vengono separati dalla società fin da piccoli, abbiamo l’Afghanistan in casa».Lo speciale contiene quattro articoli.«Yan non si è svegliato. Ha dormito fino a tardi. Non andrà a scuola nemmeno oggi, amen».La mamma che ci sta davanti sta parlando con il marito. Il figlio non si è svegliato nemmeno stamattina. Sarà un mese che manca da scuola. Loro sono una famiglia di immigrati cinesi giunti in Italia poco prima del Covid. Il figlio continua a perdere giorni di lezione, arriva in ritardo, esce prima, sostanzialmente fa quello che vuole con il beneplacito di padre e madre. La stessa cosa accade per molti bambini e ragazzini di altre nazionalità.Alcuni sono nati in Italia da genitori stranieri. Altri sono nati all’estero e poi giunti nel nostro Paese.L’Italia, da tempo, è diventato il luogo dove chiunque può entrare e chiunque può uscire e anche se non sei in regola nessuno ti dice niente. Anzi. Gli stranieri entrano. Escono. Fanno quello che vogliono. Tenerne il conto diventa sempre più difficile. Molti si perdono via, alcuni sono completamente abbandonati a sé stessi e alle file dei banchi di scuola preferiscono quelle della criminalità. Basta passare per qualche parco di qualche città al mattino per vedere ragazzini di 12, 13, 14, 15 anni, tutti stranieri, seduti sulle panchine senza fare niente. Alcuni già con le bottiglie di birra in mano e l’iPhone sempre con loro.Dati alla mano, l’Italia è il Paese dove il tasso dell’abbandono scolastico degli studenti stranieri è il più elevato a livello europeo. Il fenomeno è stato ribattezzato come «early school leavers». L’indicatore europeo di questi «early leaving from education and training», quelli che non studiano e non lavorano, abbandonando precocemente i percorsi di istruzione e formazione, ha evidenziato come gli alunni con cittadinanza non italiana siano quelli con il più alto tasso del rischio di abbandono.L’indicatore prende come riferimento i giovani tra i 18 e i 24 anni con un titolo di studio non più alto dell’istruzione secondaria inferiore, la scuola media per intenderci, e che non risultano inseriti in alcun programma lavorativo o didattico.Nel 2020 l’indicatore riferito agli studenti stranieri nel nostro Paese era pari al 35,4% a fronte di una media nazionale del 13,1%. Il governo italiano, già nel 2013, aveva stanziato un finanziamento di 14 milioni di euro, per - si legge nel sito dell’Unicef - «mettere a punto politiche di contrasto alla dispersione scolastica finalizzate a raggiungere entro il 2020 l’obiettivo del 16% dell’indicatore Els, early school leavers».Sì certo, ci sono messi di mezzo il Covid, la guerra in Ucraina, le varie tensioni, ma se si guarda al 2021-2022 le cose non vanno meglio, tanto che a novembre scorso il Consiglio d’Europa ha varato una raccomandazione sulle politiche di riduzione dell’abbandono scolastico. Già il 30 settembre 2020 la Commissione europea aveva pubblicato la comunicazione «sulla realizzazione dello spazio europeo dell’istruzione entro il 2025, una delle cui sei dimensioni è rappresentata dall’inclusività». Non solo. Già tra il 2014 e il 2020, i fondi strutturali e d’investimento europei, fondi Sie, avevano «mobilitato ingenti investimenti per contrastare l’abbandono dell’istruzione e della formazione, sostenendo numerosi progetti su vasta scala in linea con la raccomandazione del Consiglio del 2011». Fondi e raccomandazioni che a quanto pare sono serviti a poco, soprattutto se i giovani continuano a lasciare gli studi. Il Consiglio ha anche convenuto «che entro il 2030 la percentuale di quindicenni con scarsi risultati in lettura, matematica e scienze dovrebbe essere inferiore al 15 % e si è impegnato a ridurre la percentuale di giovani che abbandonano l’istruzione e la formazione a meno del 9%». Nell’Unione, «sono ancora più di 3,2 milioni i giovani (tra i 18 e i 24 anni) che abbandonano l’istruzione e la formazione». L’Ue riconosce che persistono alcune disuguaglianze tra «gruppi specifici», i migranti per esempio, i rom o i giovani delle zone rurali.Così come riconosce - qual buon vento - che con «con la pandemia di Covid 19 è diventato ancora più importante affrontare queste sfide. Numerosi studi suggeriscono che la crisi può avere aumentato la probabilità che i discenti a rischio di distaccarsi dalla vita scolastica abbandonino effettivamente la scuola, oltre ad aver inciso negativamente sulla salute mentale e sul benessere generale dei discenti».Tra le misure di prevenzione da adottare, spicca il fantastico «kit europeo» - disponibile online - a cui i dirigenti scolastici, gli insegnanti e i genitori possono ispirarsi per «promuovere l’istruzione inclusiva e affrontare l’abbandono scolastico precoce». Kit che però pare sia servito a poco. Secondo un’indagine del Censis (centro studi investimenti sociali) compiuta in Italia nel 2022, su oltre 1.400 dirigenti scolastici, nelle scuole con una elevata presenza di stranieri (oltre il 15%) solo il 19,5% ritiene il livello di integrazione del tutto soddisfacente e solo per il 35,5% negli ultimi tre anni non c’è stata alcuna criticità. Il 51,5% segnala frequenti difficoltà di comunicazione linguistica e il 43,7% palesa la mancanza di supporto da parte di personale qualificato. Il 41% pone l’attenzione sullo scarso rendimento.Ad arricchirsi infatti con la bomba immigrazione sono state le cooperative dalle uova d’oro, che con i migranti hanno fatto lievitare i loro bilanci. L’istruzione per gli stranieri, invece, quella non lievita mai.Nell’anno scolastico 2021/2022 gli alunni non italiani erano 865.388. Il ministero dell’Istruzione, a luglio scorso, pubblicando il report con «i dati relativi alle studentesse e agli studenti con cittadinanza non italiana», parlava di una leggera flessione degli stranieri registrando un -1,3%, 11 mila circa in meno, rispetto all’anno precedente. Giornaloni di sinistra che avevano cavalcato la notizia, in realtà non tennero conto dell’altra faccia della medaglia: vero che gli studenti con cittadinanza non italiana sono diminuiti, ma «nonostante la flessione» la percentuale di studenti con cittadinanza non italiana (10,3%) è rimasta inalterata, perché «è diminuito, al contempo, di quasi 121.000 unità anche il totale generale degli alunni». La percentuale dei nati in Italia sul totale delle studentesse e degli studenti di origine migratoria, nel 2020/2021, è arrivata al 66,7%, registrando un punto in più rispetto al 65,4% del 2019/2020.Ma da dove vengono questi studenti? Provengono da quasi 200 Paesi del mondo. Il 44,95% è di origine europea. Il 26,9 % di provenienza africana e il 20,2% di provenienza asiatica. La cittadinanza più rappresentata è quella romena con oltre 154.000 studenti. Gli alunni marocchini, 109.000 mila (12,6%), costituiscono la comunità più consistente del continente africano nonché la terza in valore assoluto in Italia. E gli alunni cinesi, quelli nati in Italia, rappresentano ben l’86% del totale (42.441 su 49.354). I cinesi appunto. Quelli che lavorano nei laboratori a sei anni e dormono fino a tardi.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/scuola-fallimento-integrazione-2659472154.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="vanno-e-vengono-dalla-loro-patria-assenti-dalle-classi-per-settimane" data-post-id="2659472154" data-published-at="1677491934" data-use-pagination="False"> «Vanno e vengono dalla loro patria. 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Ci sono casi di madri musulmane che non prendono i figli perché devono stare in casa? «Sì, ma anche qui ho dato istruzioni precise, può capitare una volta, il genitore poi deve sapere che in caso si chiamano i carabinieri». E li ha già chiamati? «No, ho solo minacciato finora di farlo». Quanti studenti ha? «Sono 1.270». E italiani? «Diciamo 1/3. Ogni anno facciamo una festa dove coinvolgiamo tutte le nazionalità». Ma vanno d’accordo? «Sì, i bambini sono bambini, è difficile capire se si tratti per esempio di un romeno o di un cecoslovacco, tranne quelli di colore e gli asiatici per ovvie ragioni somatiche». Ma il menù in mensa? «Noi rispondiamo alle esigenze di tutti». Alcuni vengono influenzati dalle famiglie? «Qui si cerca di dare a tutti la possibilità di espressione ma vige la regola della scuola italiana». E viene rispettata? «Abbastanza, anche se la tendenza degli stranieri è quella di non prendere la scuola come priorità». Ci sono casi di abbandono? «Sì, è un’abitudine abbastanza diffusa di andare e tornare in patria, lo fanno tutti, ma non è che stanno via una settimana, stanno via un mese e mezzo e questo crea problemi nel percorso di apprendimento». E in questi casi cosa fate? «D’accordo con la prefettura noi segnaliamo quando abbiamo assenze troppo lunghe. Poi con il consenso dell’ufficio del comune depenniamo e togliamo il bambino dagli elenchi oppure facciamo un lavoro con le famiglie». 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Fantinati si è occupata del caso, denunciando l’abbandono scolastico della ragazza pachistana. «Capisco la difficoltà di agire in questi casi però i regolamenti operativi che fanno muovere i servizi sociali vanno rivisti. Si deve agire quando c’è un campanello d’allarme». E invece? «Invece non agiscono, anche perché gli stranieri che vengono qui non sono molto stabili, vengono qua per lavorare i campi, i figli che dovrebbero andare a scuola alla fine lavorano anche loro e poi li rispediscono in Pakistan. La maggior parte fa così». Ma chi deve segnalare? Qual è il procedimento? «La scuola con la pec segnala al comune che il ragazzo non va a scuola. Il comune manda i vigili a verificare a casa, ma questi stranieri prendono partono tornano, se i vigili non li trovano, non è che poi tornano a verificare». E perché? «Perché dicono che c’è libertà di movimento e un pakistano non è che deve informare se torna al proprio Paese». Ma anche gli extracomunitari? «Sì e quindi il sindaco di un comune non ha mai la fotografia precisa di quanti siano effettivamente. Noi alla fine li accogliamo però di fatto non riusciamo a prendercene cura e la cosa così non funziona. Se i vigili vanno a casa e non trovano nessuno, se gli stranieri sono ancora registrati qui, la polizia locale ci deve tornare». Il regolamento è comunale? «È un protocollo della Regione Emilia Romagna, ma è una crepa, perché qua si ferma tutto. Bisogna prevedere che quando se ne vanno dall’Italia lo debbano comunicare». Anche Saman si era rivolta ai servizi sociali. «Sì e infatti Saman per essere ascoltata ha dovuto recarsi lei di persona ai servizi perché le segnalazioni non sono state prese in considerazione. Ma così facendo noi li perdiamo per strada. Questi ragazzi stranieri non frequentano la scuola. Anche i rom per esempio. Come fai a verificare l’abbandono scolastico? Diventa un problema politico». A Novellara ci sono altri casi? «Che sappia io no. Ma io abito in campagna e le vedo tutte queste donne, segregate chiuse in casa, non sanno l’italiano. Sono i mariti che vanno dal fornaio a far la spesa». A proposito, il sindaco Elena Carletti ha detto che ora la gente denuncia. «Ma mi faccia il piacere. Non mi vengano a dire questa cosa, perché alla fine anche se uno denuncia non serve a niente. Va modificata la procedura». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/scuola-fallimento-integrazione-2659472154.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="tra-i-giovani-che-lasciano-le-aule-i-jihadisti-reclutano-le-nuove-leve" data-post-id="2659472154" data-published-at="1677491934" data-use-pagination="False"> Tra i giovani che lasciano le aule i jihadisti reclutano le nuove leve È venerdì mattina e i giovani musulmani che non vanno a scuola, sono tutti qui a far la fila per entrare in moschea. La moschea, quella dove ci troviamo ora, è a Marghera in provincia di Venezia. Da fuori sembra uno stambugio ricavato su un vecchio capannone industriale. Dentro accoglie centinaia di persone. Se ti avvicini e provi a entrare, ti respingono. E quando vedono che sei donna ti trattano come un insetto. Il rischio che questi giovani, che hanno abbandonato gli studi e nemmeno lavorano, si radicalizzino è assai alto. Noi della Verità ne abbiamo parlato con la saggista ed ex deputata Souad Sbai. «Il primo obiettivo della fratellanza musulmana», ci spiega, «è radicalizzare il maggior numero di persone, li preparano fin da piccoli, li tolgono dalla scuola italiana perché secondo loro quella italiana inquina». In Italia, infatti, 60 bambine musulmane su 100 sono costrette dai genitori ad abbandonare la scuola dell’obbligo tra la classe quinta elementare e la prima media. Scuole coraniche, finte moschee, centri di preghiera, moschee ricavate in vecchi magazzini, in negozi, palestre, casolari abbandonati; tutto contribuisce a spianare l’avanzata col beneplacito delle nostre istituzioni. Chi scrive aveva fatto un’inchiesta sui foreign fighters partiti da Belluno e andati a combattere in Siria. Tale Munifer Karamaleski, macedone, è partito nel 2013 da una frazione di Chies d’Alpago portandosi dietro la moglie e i tre figli che avrebbero dovuto frequentare la scuola in Italia. Così come Ismar Mesinovic, l’imbianchino jihadista, sempre nel bellunese, partito con il figlioletto di due anni. Mesinovic morì in battaglia ad Aleppo e la madre rimasta in Italia ancora cerca il figlio. Anche loro frequentavano le moschee del Paese. O il baby terrorista che voleva far saltare per aria il Ponte di Rialto, veniva dal Kosovo. Il Kosovo appunto. Uno stato grande quanto l’Abruzzo, dove convivono sei etnie differenti. Anche qui, quando ci siamo stati, parlando con le forze militari internazionali a guida Nato, le nostre fonti ci avevano spiegato che il rischio di radicalizzazione tra i giovani che abbandonano la scuola è elevato. I reclutatori fanno breccia sulla debolezza dei ragazzi, sul loro disagio economico, promettono soldi. «Questo sistema viene importato anche qua», spiega Sbai, «in futuro sarà un danno enorme, sarà un disastro perché troveremo ragazzi radicalizzati». Il 15 dicembre 2015, le conclusioni del Consiglio dell’Unione Europea «sulla riduzione dell’abbandono scolastico e sulla promozione del successo» a scuola, parlavano già di di radicalizzazione: «I tassi di abbandono scolastico sono particolarmente allarmanti per determinati gruppi, quali i bambini provenienti da contesti d’immigrazione (compresi i migranti appena arrivati e i bambini nati all'estero), i bambini rom e i bambini con esigenze educative speciali». E poi continuava: «Per prevenire l’emarginazione e l’esclusione sociale, come pure per ridurre il rischio di estremismo e radicalizzazione, è fondamentale garantire che tutti i giovani abbiano un accesso paritario a un’istruzione inclusiva». «Il problema», spiega Sbai, «è che quando in Italia ritiri una bambina da scuola a nove anni, il rischio che si radicalizzi è al 100%. Le bambine vengono ritirate presto, così le controllano e le sottomettono. Alcuni si organizzano a casa, fanno corsi per bambini e bambine e li plagiano. Oltre ai corsi privati ci sono le scuole coraniche in moschee fai da te. Gestiscono come mangi, come ti vesti, come cammini, cosa leggi, è una dittatura nello Stato democratico. Noi siamo in Occidente ma non ci siamo ancora resi conto che l’Afghanistan ce l’abbiamo in casa. Alcuni a 17 anni vengono reclutati tramite internet, ma ora è più difficile, il web è più controllato e quindi si stanno ben inserendo nel nostro tessuto sociale economico e politico. Loro fanno così, educano prima le femmine così non si ribellano. Ovvio che questo può portare a tutto, anche a un aumento della comunità radicalizzata. Del resto, l’abbiamo visto con Saman. Il padre pensa che la scuola l’abbia rovinata».
Ansa
Secondo Marco Femminella e Danila Solinas, gli avvocati dei Trevallion che avevano depositato la segnalazione all’Ordine professionale degli assistenti sociali e all’Ente regionale competente per il servizio del Comune di Palmoli, in provincia di Chieti, «la professionista non avrebbe mantenuto la necessaria equidistanza richiesta dal ruolo, mostrando un atteggiamento pregiudizievole nei confronti della famiglia, soprattutto nella fase successiva al trasferimento dei bambini deciso dall’autorità giudiziaria», lo scorso 20 novembre.
Contestazione rispedita al mittente in tempi record e con poche righe di motivazione: «Non ravvisiamo le contestazioni avanzate, l’operato dell’assistente sociale è stato corretto in ogni sua forma», hanno scritto i funzionari dell’Ente d’ambito sociale di Monteodorisio, organismo sovracomunale che gestisce i servizi sociali su più territori. Manca ancora la risposta dell’Ordine professionale degli assistenti sociali, ma la valutazione amministrativa, non giudiziaria, è già un pessimo segnale.
Nel documento del 29 gennaio, i legali di Nathan Trevallion e Catherine Birmingham contestavano anche la limitatezza dei contatti tra D’Angelo, i genitori e i minori. L’assistente sociale si sarebbe mostrata «ostile» e «avrebbe interpretato le proprie mansioni con negligenza», rilasciando pure eccessive interviste. «Un’esposizione che rischierebbe di minare la neutralità e la riservatezza che l’incarico imporrebbe», evidenziavano gli avvocati.
Per l’Ente, invece, non sarà avviata alcuna azione disciplinare, D’Angelo continua nel suo lavoro senza cambiamenti. Nell’ultima relazione che ha redatto assieme agli operatori della casa famiglia a Vasto conferma che la madre dei bambini è «oppositiva e riluttante a condividere regole diverse dalle proprie». I conflitti con Catherine proseguono, rendendo ancora più complicata la situazione. Eppure, gli specialisti della Neuropsichiatria infantile della Asl Lanciano Vasto Chieti si sono espressi favorevolmente al rientro in famiglia dei minori.
Nella relazione, firmata da un’équipe multidisciplinare, i medici scrivono: «È indispensabile favorire e ripristinare una consuetudine affettiva, attraverso la garanzia di continuità dei legami familiari, al fine di estinguere i comportamenti di disagio evidenziati dai bambini, nell’ottica di una necessaria condivisione con la famiglia degli obiettivi didattici, di adattamento alla collettività tra pari e di scelte per il benessere dei minori».
Il documento bene evidenzia come la separazione stia producendo più danni che benefici, quando invece è dimostrata la capacità genitoriale dei Trevallion: «L’interazione con i genitori risulta validata e questi rappresentano per loro un valido riferimento emotivo».
Anche l’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, Marina Terragni, ha espresso preoccupazione per la salute psicologica ed emotiva dei tre bambini ospiti da oltre due mesi nella casa famiglia di Vasto e provati dal trauma dell’allontanamento e della rottura del nucleo familiare. «La perizia indipendente realizzata dall’équipe di psichiatri della Asl Lanciano Vasto Chieti conferma, infatti, lo stato di disagio e sofferenza dei minori segnalato dalla madre Catherine Trevallion», dichiara Terragni.
L’auspicio del Garante, «è che in sede giudiziaria si tenga nel debito conto questa valutazione, conformando anche i tempi del procedimento al superiore diritto alla salute psicologica dei tre bambini». Terragni sottolinea come il caso di Palmoli non sia «l’unico né probabilmente quello maggiormente problematico tra i molti casi di allontanamento di minori che vengono portati ogni giorno alla nostra attenzione, ma ha il merito di avere acceso i riflettori su un sistema che necessita riflessione e anche cambiamenti, laddove necessari».
La sua conclusione è che «al momento basterebbe fare riferimento alla normativa vigente, cosa che purtroppo non sempre avviene. Proprio per questo scopo abbiamo voluto fare il punto con il nostro recente documento Prelevamento dei minori. Facciamo il punto, dedicato al tema». Sui tempi lunghi è intervenuto il sindaco di Palmoli, Giuseppe Masciulli. «I bambini sono nella casa protetta dal 20 novembre. Vogliamo capire se ci sono stati progressi. I cittadini hanno il diritto di sapere», ha detto. Per il Comune, è anche una spesa gravosa considerato che il collocamento costa 244 euro al giorno.
Intanto è cambiata la guida del Tribunale per i minorenni dell’Aquila. Il Consiglio superiore della magistratura ha nominato come nuovo presidente Nicoletta Orlando, ex deputata del Pci-Pds. Sostituirà Cecilia Angrisano, che aveva firmato l’ordinanza dell’11 novembre con cui era stata sospesa la responsabilità genitoriale alla coppia disponendo il trasferimento dei bambini a Vasto.
Ieri è arrivata la sorella psicologa di Catherine che si augura una soluzione positiva, anche un possibile rientro in Australia.
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Bill Clinton e Jeffrey Epstein (Ansa)
Dai documenti declassificati spuntano però altri orrori: secondo i documenti rilasciati dal Doj, Epstein sarebbe stato implicato anche in un folle progetto di eugenetica, costringendo vittime minorenni a portare in grembo suoi figli attraverso maternità surrogata per creare un «pool genetico superiore», così riferisce una presunta vittima in un diario straziante in cui si lamenta di essere stata una «incubatrice umana» per Jeffrey Epstein e Ghislaine Maxwell. I due avrebbero sottratto alla donna la sua neonata pochi minuti dopo il parto. Già nel 2019 il New York Times aveva raccontato che Epstein pianificava di utilizzare la sua tenuta fuori Santa Fe per «ingravidare» le sue vittime, «20 alla volta», nel tentativo di «inseminare la razza umana con il suo Dna».
Dai file desecretati oggi emerge anche che Jeffrey Epstein è stato contattato nel 2018 dal bio-hacker Bryan Bishop per finanziare segretamente la creazione del primo bambino geneticamente modificato, o addirittura clonato, entro 5 anni. Esperimenti preliminari (test e modificazioni embrionali) erano già in corso in un laboratorio in Ucraina. Bishop chiedeva 1,7 milioni di dollari all’anno per un massimo di 5 anni per un totale di 9,5 milioni, oltre a un ulteriore milione per la configurazione del laboratorio, garantendo il totale anonimato degli investitori: in caso contrario, il bambino sarebbe stato visto dai media come un «mostro» o un «fenomeno da baraccone». «Abbiamo una serie di domande su quanto fai sul serio», scriveva Bishop a Epstein nel luglio 2018, «la maggior parte di queste domande riguarda i tuoi requisiti di segretezza e privacy, il rischio reputazionale e anche qualsiasi coinvolgimento finanziario». Il faccendiere non aveva fretta, «no rush», ma rispondeva a Bishop di non aver problemi a investire, «il problema è soltanto se vedono che dietro ci sia io».
Non soltanto lui, a dire il vero: una delle parti più interessanti dei file riguarda le relazioni di Epstein con il mondo della scienza. Anche se ci sono poche prove che il suo programma transumanista sia andato avanti, scienziati di spicco, tra cui Stephen Hawking, hanno partecipato regolarmente a cene, pranzi e conferenze tenute da Epstein. «Tutti si sono domandati se questi scienziati fossero più interessati alle sue opinioni o ai suoi soldi», ha dichiarato l'avvocato Alan Dershowitz, che ha difeso Epstein nel 2008. Fatto sta che la cerchia del faccendiere includeva pezzi grossi della comunità scientifica: il pioniere della genomica e della biologia sintetica George Church, Murray Gell-Mann, il biologo evoluzionista Stephen Jay Gould, il neurologo Oliver Sacks e il premio Nobel per la fisica Frank Wilczek.
Epstein ha anche generosamente finanziato l’università di Harvard con 6,5 milioni di dollari, ma il prestigioso ateneo si è rifiutato di restituire i soldi nonostante il regolamento preveda di rifiutare i contributi dei donatori che hanno guadagnato i propri soldi in modo immorale. L’arma del faccendiere, insomma, era la corruzione attraverso sesso e soldi: nessun esponente dell’élite progressista sembra essere sfuggito alla sua rete d’influenza.
Continuano nel frattempo le reazioni dopo le dimissioni a catena degli ex amici di Epstein, a cominciare da Lord Peter Mandelson, laburista: «Ha mentito ripetutamente al mio staff, mi pento di averlo nominato», ha dichiarato il premier britannico Keir Starmer che, sotto gli attacchi della leader dell’opposizione conservatrice Kemi Badenoch, ha dovuto riconoscere formalmente di essere stato a conoscenza dei rapporti tra Epstein e Mandelson. Anche Bill Gates, minimizzando l’entità delle relazioni con il faccendiere, ha ammesso in un’intervista di essere stato «sciocco» e di essersi pentito di averlo mai conosciuto, pur liquidando come «falsa» l’email mandata da Epstein a sé stesso, in cui il faccendiere si rivolgeva a Gates: «Mi implori di cancellare le email sulla tua malattia sessualmente trasmissibile, sulla tua richiesta che io ti fornisca antibiotici che puoi dare di nascosto a Melinda e sulla descrizione del tuo pene». «Non sono mai andato all’Isola, non ho mai incontrato donne», si è difeso Gates. Sarà, ma la ex moglie Melinda French Gates ha esortato l’ex marito Bill a «rispondere del suo comportamento» aggiungendo che «nessuna ragazza dovrebbe mai essere messa in una situazione del genere». «Le domande in sospeso sono per il mio ex marito, non per me», ha aggiunto, esprimendo «un’enorme tristezza «per le vittime dei crimini del defunto finanziere.
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Il volto dell'angelo con le fattezze di Giorgia Meloni rimosso dall'affresco di San Lorenzo in Lucina (Ansa)
Considerando che per pulire gli obbrobri dei writer dalle pareti dei palazzi passano anni, a stupire sono la rudezza del gesto e la fretta. Scoperta venerdì, la somiglianza dell’angelo che regge una pergamena dell’Italia era stata oggetto nell’ordine: del consueto malpancismo dell’opposizione, del sorriso divertito della modella involontaria, della promessa di sopralluogo della Soprintendenza, necessario nel caso di beni artistici. E infine della decisione del Rettore del Pantheon e della basilica romana, monsignor Daniele Micheletti, di pianificare un’approfondita verifica. Quest’ultima è durata tre minuti. Come se si dovesse far fronte a un allarme sociale per lo sfregio alla Vergine delle Rocce o il profilo pittato fosse quello di Giordano Bruno o della Papessa Giovanna.
La faccenda è inutilmente in evoluzione, l’architetto Cino Zucchi ha rivelato su Instagram di avere trovato il profilo originale pre-restauro nell’account di «Roma Aeterna» e sarebbe diverso, ma con le bufale digitali vatti a fidare. Prima di toccare l’affresco di solito è necessaria una perizia ufficiale con un rigoroso iter istituzionale. In questo caso no, via con la cara procedura Stalin, che cancellava dalle foto i gerarchi caduti in disgrazia. «Ho coperto quel volto perché me lo ha chiesto il Vaticano», ha allargato le braccia Valentinetti. In effetti le pressioni sono state micidiali.
Ha cominciato il cardinal Baldo Reina: «Provo profonda amarezza, le immagini di arte sacra non possono essere oggetto di utilizzi impropri o di strumentalizzazioni, essendo destinate esclusivamente a sostenere la vita liturgica e la preghiera personale e comunitaria». Ha continuato padre Giulio Albanese, responsabile della comunicazione del Vicariato di Roma: «L’originale era diverso, tutto ciò è imbarazzante». Così monsignor Micheletti, che adesso rischia il posto, guardacaso solo ieri si è accorto che «l’opera presentava fisionomie non conformi all’iconografia originale e al contesto sacro». E ha ordinato l’imbiancata.
L’ha fatto togliere di torno e buonanotte, occhio non vede cuore non duole. Soprattutto quello della fazione turbo-progressista del cattolicesimo in ambasce, dal cardinal Matteo Zuppi ad Andrea Riccardi della comunità Sant’Egidio, dalle Caritas alla galassia cattodem già sul piede di guerra e solitamente poco dotata di ironia. Eppure proprio la Chiesa dovrebbe avere metabolizzato quelle che chiama «contaminazioni», cominciate quando Leonardo Da Vinci nel Cenacolo diede a Giuda il volto dell’abate domenicano che lo stava sfrattando da Santa Maria delle Grazie per la lentezza nell’avanzamento (capo)lavori.
Quanto all’indignazione del cardinal Reina per l’«uso improprio delle immagini di arte sacra», sarebbe interessante sapere perché non è rimasto egualmente scosso quando nella cattedrale di Terni è comparso un enorme affresco omoerotico con gruppi laocoontici di corpi intrecciati e con l’allora vescovo Vincenzo Paglia raffigurato felicemente con lo zucchetto episcopale nella «Resurrezione genderfluid». O peggio quando si scoprì che il crocifisso della cappella dell’ospedale Papa Giovanni di Bergamo aveva il volto di Claudio Galimberti, capo ultrà dell’Atalanta, pregiudicato con record di daspo. L’artista Andrea Mastrovito ha sempre rivendicato la burla. Da un decennio, il paziente che si raccoglie in preghiera prima di un intervento chirurgico salvavita, non prega Gesù ma il Bocia. Non risultano note vibranti della Santa Sede.
Accortasi che l’affresco in San Lorenzo in Lucina è diventato la lavagna della Terza C, la Soprintendente di Roma, Daniela Porro, in accordo con il ministero della Cultura ha fatto sapere agli zelanti sacerdoti che «alla luce della cancellazione del volto della decorazione, per qualsiasi intervento di ripristino è necessaria una richiesta di autorizzazione non solo al Vicariato ma al Fondo edifici di culto del ministero dell’Interno, proprietario dell’immobile, con accluso bozzetto». Così, per evitare che compaia il profilo di Ilaria Salis, sul quale nessuno avrebbe nulla da ridire.
Come spesso accade i più delusi sono i fedeli, che domenica hanno affollato la chiesa come non accadeva da anni anche per via di quel cherubino dall’aspetto tanto famigliare. Monsignor Micheletti ha dovuto ammettere: «È stata un’autentica processione, ma venivano per vederlo e non per pregare». Dovrebbe essere contento, visto che le vie del Signore sono infinite.
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