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2023-02-27
Integrazione fallita: i bimbi stranieri spariscono dalla scuola
(Ansa)
«Yan non si è svegliato. Ha dormito fino a tardi. Non andrà a scuola nemmeno oggi, amen».
La mamma che ci sta davanti sta parlando con il marito. Il figlio non si è svegliato nemmeno stamattina. Sarà un mese che manca da scuola. Loro sono una famiglia di immigrati cinesi giunti in Italia poco prima del Covid. Il figlio continua a perdere giorni di lezione, arriva in ritardo, esce prima, sostanzialmente fa quello che vuole con il beneplacito di padre e madre. La stessa cosa accade per molti bambini e ragazzini di altre nazionalità.
Alcuni sono nati in Italia da genitori stranieri. Altri sono nati all’estero e poi giunti nel nostro Paese.
L’Italia, da tempo, è diventato il luogo dove chiunque può entrare e chiunque può uscire e anche se non sei in regola nessuno ti dice niente. Anzi. Gli stranieri entrano. Escono. Fanno quello che vogliono. Tenerne il conto diventa sempre più difficile. Molti si perdono via, alcuni sono completamente abbandonati a sé stessi e alle file dei banchi di scuola preferiscono quelle della criminalità. Basta passare per qualche parco di qualche città al mattino per vedere ragazzini di 12, 13, 14, 15 anni, tutti stranieri, seduti sulle panchine senza fare niente. Alcuni già con le bottiglie di birra in mano e l’iPhone sempre con loro.
Dati alla mano, l’Italia è il Paese dove il tasso dell’abbandono scolastico degli studenti stranieri è il più elevato a livello europeo. Il fenomeno è stato ribattezzato come «early school leavers».
L’indicatore europeo di questi «early leaving from education and training», quelli che non studiano e non lavorano, abbandonando precocemente i percorsi di istruzione e formazione, ha evidenziato come gli alunni con cittadinanza non italiana siano quelli con il più alto tasso del rischio di abbandono.
L’indicatore prende come riferimento i giovani tra i 18 e i 24 anni con un titolo di studio non più alto dell’istruzione secondaria inferiore, la scuola media per intenderci, e che non risultano inseriti in alcun programma lavorativo o didattico.
Nel 2020 l’indicatore riferito agli studenti stranieri nel nostro Paese era pari al 35,4% a fronte di una media nazionale del 13,1%.
Il governo italiano, già nel 2013, aveva stanziato un finanziamento di 14 milioni di euro, per - si legge nel sito dell’Unicef - «mettere a punto politiche di contrasto alla dispersione scolastica finalizzate a raggiungere entro il 2020 l’obiettivo del 16% dell’indicatore Els, early school leavers».
Sì certo, ci sono messi di mezzo il Covid, la guerra in Ucraina, le varie tensioni, ma se si guarda al 2021-2022 le cose non vanno meglio, tanto che a novembre scorso il Consiglio d’Europa ha varato una raccomandazione sulle politiche di riduzione dell’abbandono scolastico. Già il 30 settembre 2020 la Commissione europea aveva pubblicato la comunicazione «sulla realizzazione dello spazio europeo dell’istruzione entro il 2025, una delle cui sei dimensioni è rappresentata dall’inclusività».
Non solo. Già tra il 2014 e il 2020, i fondi strutturali e d’investimento europei, fondi Sie, avevano «mobilitato ingenti investimenti per contrastare l’abbandono dell’istruzione e della formazione, sostenendo numerosi progetti su vasta scala in linea con la raccomandazione del Consiglio del 2011».
Fondi e raccomandazioni che a quanto pare sono serviti a poco, soprattutto se i giovani continuano a lasciare gli studi. Il Consiglio ha anche convenuto «che entro il 2030 la percentuale di quindicenni con scarsi risultati in lettura, matematica e scienze dovrebbe essere inferiore al 15 % e si è impegnato a ridurre la percentuale di giovani che abbandonano l’istruzione e la formazione a meno del 9%». Nell’Unione, «sono ancora più di 3,2 milioni i giovani (tra i 18 e i 24 anni) che abbandonano l’istruzione e la formazione».
L’Ue riconosce che persistono alcune disuguaglianze tra «gruppi specifici», i migranti per esempio, i rom o i giovani delle zone rurali.
Così come riconosce - qual buon vento - che con «con la pandemia di Covid 19 è diventato ancora più importante affrontare queste sfide. Numerosi studi suggeriscono che la crisi può avere aumentato la probabilità che i discenti a rischio di distaccarsi dalla vita scolastica abbandonino effettivamente la scuola, oltre ad aver inciso negativamente sulla salute mentale e sul benessere generale dei discenti».
Tra le misure di prevenzione da adottare, spicca il fantastico «kit europeo» - disponibile online - a cui i dirigenti scolastici, gli insegnanti e i genitori possono ispirarsi per «promuovere l’istruzione inclusiva e affrontare l’abbandono scolastico precoce». Kit che però pare sia servito a poco.
Secondo un’indagine del Censis (centro studi investimenti sociali) compiuta in Italia nel 2022, su oltre 1.400 dirigenti scolastici, nelle scuole con una elevata presenza di stranieri (oltre il 15%) solo il 19,5% ritiene il livello di integrazione del tutto soddisfacente e solo per il 35,5% negli ultimi tre anni non c’è stata alcuna criticità. Il 51,5% segnala frequenti difficoltà di comunicazione linguistica e il 43,7% palesa la mancanza di supporto da parte di personale qualificato. Il 41% pone l’attenzione sullo scarso rendimento.
Ad arricchirsi infatti con la bomba immigrazione sono state le cooperative dalle uova d’oro, che con i migranti hanno fatto lievitare i loro bilanci. L’istruzione per gli stranieri, invece, quella non lievita mai.
Nell’anno scolastico 2021/2022 gli alunni non italiani erano 865.388. Il ministero dell’Istruzione, a luglio scorso, pubblicando il report con «i dati relativi alle studentesse e agli studenti con cittadinanza non italiana», parlava di una leggera flessione degli stranieri registrando un -1,3%, 11 mila circa in meno, rispetto all’anno precedente. Giornaloni di sinistra che avevano cavalcato la notizia, in realtà non tennero conto dell’altra faccia della medaglia: vero che gli studenti con cittadinanza non italiana sono diminuiti, ma «nonostante la flessione» la percentuale di studenti con cittadinanza non italiana (10,3%) è rimasta inalterata, perché «è diminuito, al contempo, di quasi 121.000 unità anche il totale generale degli alunni». La percentuale dei nati in Italia sul totale delle studentesse e degli studenti di origine migratoria, nel 2020/2021, è arrivata al 66,7%, registrando un punto in più rispetto al 65,4% del 2019/2020.
Ma da dove vengono questi studenti? Provengono da quasi 200 Paesi del mondo. Il 44,95% è di origine europea. Il 26,9 % di provenienza africana e il 20,2% di provenienza asiatica. La cittadinanza più rappresentata è quella romena con oltre 154.000 studenti. Gli alunni marocchini, 109.000 mila (12,6%), costituiscono la comunità più consistente del continente africano nonché la terza in valore assoluto in Italia. E gli alunni cinesi, quelli nati in Italia, rappresentano ben l’86% del totale (42.441 su 49.354). I cinesi appunto. Quelli che lavorano nei laboratori a sei anni e dormono fino a tardi.
«Vanno e vengono dalla loro patria. Assenti dalle classi per settimane»
In Italia le scuole in cui la maggioranza degli alunni è di origine straniera sono 859. Davanti all’istituto comprensivo Filippo Grimani di Marghera (Venezia), si vedono famiglie di ogni nazionalità. La tunica fino a terra. I pantaloni sotto la gonna. Le scarpe da ginnastica ai piedi. E quel velo che le copre tutte. Così aspettano i figli le mamme musulmane. La preside Marisa Zanon gestisce questa scuola da cinque anni.
Com’è la situazione ora?
«Abbiamo sempre tantissimi stranieri e pochissimi italiani. Sono famiglie che gravitano qui per motivi di lavoro, provengono da Bangladesh, Africa, Medio Oriente».
Quante nazionalità avete?
«Più di 40».
E con la lingua come fate?
«Abbiamo attivato i corsi per alfabetizzare. La lingua madre è la loro. La lingua 2 è l’italiano. Il sito l’ho fatto fare in quattro lingue. Qui parliamo inglese, francese, tedesco e spagnolo. Organizziamo corsi anche per le mamme».
Ci sono casi di madri musulmane che non prendono i figli perché devono stare in casa?
«Sì, ma anche qui ho dato istruzioni precise, può capitare una volta, il genitore poi deve sapere che in caso si chiamano i carabinieri».
E li ha già chiamati?
«No, ho solo minacciato finora di farlo».
Quanti studenti ha?
«Sono 1.270».
E italiani?
«Diciamo 1/3. Ogni anno facciamo una festa dove coinvolgiamo tutte le nazionalità».
Ma vanno d’accordo?
«Sì, i bambini sono bambini, è difficile capire se si tratti per esempio di un romeno o di un cecoslovacco, tranne quelli di colore e gli asiatici per ovvie ragioni somatiche».
Ma il menù in mensa?
«Noi rispondiamo alle esigenze di tutti».
Alcuni vengono influenzati dalle famiglie?
«Qui si cerca di dare a tutti la possibilità di espressione ma vige la regola della scuola italiana».
E viene rispettata?
«Abbastanza, anche se la tendenza degli stranieri è quella di non prendere la scuola come priorità».
Ci sono casi di abbandono?
«Sì, è un’abitudine abbastanza diffusa di andare e tornare in patria, lo fanno tutti, ma non è che stanno via una settimana, stanno via un mese e mezzo e questo crea problemi nel percorso di apprendimento».
E in questi casi cosa fate?
«D’accordo con la prefettura noi segnaliamo quando abbiamo assenze troppo lunghe. Poi con il consenso dell’ufficio del comune depenniamo e togliamo il bambino dagli elenchi oppure facciamo un lavoro con le famiglie».
E bambine musulmane che vengono ritirate ce ne sono?
«Lì c’è una lotta, le bambine non vengono molto valorizzate dalle famiglie, alcune le fanno tornare al paese di origine per sposarsi».
«Le scuole segnalano ma i servizi sociali poi non si attivano»
Ma alla fine i servizi sociali cosa fanno?
«È questo il problema, è lì che si incaglia tutto».
Cristina Fantinati è un consigliere d’opposizione del comune di Novellara, quel comune emiliano conosciuto da tutti per la terribile storia di Saman. Fantinati si è occupata del caso, denunciando l’abbandono scolastico della ragazza pachistana. «Capisco la difficoltà di agire in questi casi però i regolamenti operativi che fanno muovere i servizi sociali vanno rivisti. Si deve agire quando c’è un campanello d’allarme».
E invece?
«Invece non agiscono, anche perché gli stranieri che vengono qui non sono molto stabili, vengono qua per lavorare i campi, i figli che dovrebbero andare a scuola alla fine lavorano anche loro e poi li rispediscono in Pakistan. La maggior parte fa così».
Ma chi deve segnalare? Qual è il procedimento?
«La scuola con la pec segnala al comune che il ragazzo non va a scuola. Il comune manda i vigili a verificare a casa, ma questi stranieri prendono partono tornano, se i vigili non li trovano, non è che poi tornano a verificare».
E perché?
«Perché dicono che c’è libertà di movimento e un pakistano non è che deve informare se torna al proprio Paese».
Ma anche gli extracomunitari?
«Sì e quindi il sindaco di un comune non ha mai la fotografia precisa di quanti siano effettivamente. Noi alla fine li accogliamo però di fatto non riusciamo a prendercene cura e la cosa così non funziona. Se i vigili vanno a casa e non trovano nessuno, se gli stranieri sono ancora registrati qui, la polizia locale ci deve tornare».
Il regolamento è comunale?
«È un protocollo della Regione Emilia Romagna, ma è una crepa, perché qua si ferma tutto. Bisogna prevedere che quando se ne vanno dall’Italia lo debbano comunicare».
Anche Saman si era rivolta ai servizi sociali.
«Sì e infatti Saman per essere ascoltata ha dovuto recarsi lei di persona ai servizi perché le segnalazioni non sono state prese in considerazione. Ma così facendo noi li perdiamo per strada. Questi ragazzi stranieri non frequentano la scuola. Anche i rom per esempio. Come fai a verificare l’abbandono scolastico? Diventa un problema politico».
A Novellara ci sono altri casi?
«Che sappia io no. Ma io abito in campagna e le vedo tutte queste donne, segregate chiuse in casa, non sanno l’italiano. Sono i mariti che vanno dal fornaio a far la spesa».
A proposito, il sindaco Elena Carletti ha detto che ora la gente denuncia.
«Ma mi faccia il piacere. Non mi vengano a dire questa cosa, perché alla fine anche se uno denuncia non serve a niente. Va modificata la procedura».
Tra i giovani che lasciano le aule i jihadisti reclutano le nuove leve
È venerdì mattina e i giovani musulmani che non vanno a scuola, sono tutti qui a far la fila per entrare in moschea.
La moschea, quella dove ci troviamo ora, è a Marghera in provincia di Venezia. Da fuori sembra uno stambugio ricavato su un vecchio capannone industriale. Dentro accoglie centinaia di persone.
Se ti avvicini e provi a entrare, ti respingono. E quando vedono che sei donna ti trattano come un insetto.
Il rischio che questi giovani, che hanno abbandonato gli studi e nemmeno lavorano, si radicalizzino è assai alto.
Noi della Verità ne abbiamo parlato con la saggista ed ex deputata Souad Sbai.
«Il primo obiettivo della fratellanza musulmana», ci spiega, «è radicalizzare il maggior numero di persone, li preparano fin da piccoli, li tolgono dalla scuola italiana perché secondo loro quella italiana inquina».
In Italia, infatti, 60 bambine musulmane su 100 sono costrette dai genitori ad abbandonare la scuola dell’obbligo tra la classe quinta elementare e la prima media.
Scuole coraniche, finte moschee, centri di preghiera, moschee ricavate in vecchi magazzini, in negozi, palestre, casolari abbandonati; tutto contribuisce a spianare l’avanzata col beneplacito delle nostre istituzioni.
Chi scrive aveva fatto un’inchiesta sui foreign fighters partiti da Belluno e andati a combattere in Siria. Tale Munifer Karamaleski, macedone, è partito nel 2013 da una frazione di Chies d’Alpago portandosi dietro la moglie e i tre figli che avrebbero dovuto frequentare la scuola in Italia. Così come Ismar Mesinovic, l’imbianchino jihadista, sempre nel bellunese, partito con il figlioletto di due anni. Mesinovic morì in battaglia ad Aleppo e la madre rimasta in Italia ancora cerca il figlio. Anche loro frequentavano le moschee del Paese. O il baby terrorista che voleva far saltare per aria il Ponte di Rialto, veniva dal Kosovo.
Il Kosovo appunto. Uno stato grande quanto l’Abruzzo, dove convivono sei etnie differenti. Anche qui, quando ci siamo stati, parlando con le forze militari internazionali a guida Nato, le nostre fonti ci avevano spiegato che il rischio di radicalizzazione tra i giovani che abbandonano la scuola è elevato.
I reclutatori fanno breccia sulla debolezza dei ragazzi, sul loro disagio economico, promettono soldi.
«Questo sistema viene importato anche qua», spiega Sbai, «in futuro sarà un danno enorme, sarà un disastro perché troveremo ragazzi radicalizzati».
Il 15 dicembre 2015, le conclusioni del Consiglio dell’Unione Europea «sulla riduzione dell’abbandono scolastico e sulla promozione del successo» a scuola, parlavano già di di radicalizzazione: «I tassi di abbandono scolastico sono particolarmente allarmanti per determinati gruppi, quali i bambini provenienti da contesti d’immigrazione (compresi i migranti appena arrivati e i bambini nati all'estero), i bambini rom e i bambini con esigenze educative speciali». E poi continuava: «Per prevenire l’emarginazione e l’esclusione sociale, come pure per ridurre il rischio di estremismo e radicalizzazione, è fondamentale garantire che tutti i giovani abbiano un accesso paritario a un’istruzione inclusiva».
«Il problema», spiega Sbai, «è che quando in Italia ritiri una bambina da scuola a nove anni, il rischio che si radicalizzi è al 100%. Le bambine vengono ritirate presto, così le controllano e le sottomettono. Alcuni si organizzano a casa, fanno corsi per bambini e bambine e li plagiano. Oltre ai corsi privati ci sono le scuole coraniche in moschee fai da te. Gestiscono come mangi, come ti vesti, come cammini, cosa leggi, è una dittatura nello Stato democratico. Noi siamo in Occidente ma non ci siamo ancora resi conto che l’Afghanistan ce l’abbiamo in casa. Alcuni a 17 anni vengono reclutati tramite internet, ma ora è più difficile, il web è più controllato e quindi si stanno ben inserendo nel nostro tessuto sociale economico e politico. Loro fanno così, educano prima le femmine così non si ribellano. Ovvio che questo può portare a tutto, anche a un aumento della comunità radicalizzata. Del resto, l’abbiamo visto con Saman. Il padre pensa che la scuola l’abbia rovinata».
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Siamo il Paese europeo col più alto tasso di abbandono scolastico tra gli studenti di origine straniera: uno su tre si ferma alla licenza media. Una situazione che il Covid ha ulteriormente peggiorato.La preside di un istituto veneto: «Qui pochi italiani, le bambine partono per sposarsi».Il consigliere di Novellara, il Comune del caso Saman: «Pure lei aveva chiesto aiuto, invano».Spinti dagli estremisti, molti rinunciano alle lezioni e si formano nelle moschee. Spesso per combattere all’estero. Souad Sbai: «Vengono separati dalla società fin da piccoli, abbiamo l’Afghanistan in casa».Lo speciale contiene quattro articoli.«Yan non si è svegliato. Ha dormito fino a tardi. Non andrà a scuola nemmeno oggi, amen».La mamma che ci sta davanti sta parlando con il marito. Il figlio non si è svegliato nemmeno stamattina. Sarà un mese che manca da scuola. Loro sono una famiglia di immigrati cinesi giunti in Italia poco prima del Covid. Il figlio continua a perdere giorni di lezione, arriva in ritardo, esce prima, sostanzialmente fa quello che vuole con il beneplacito di padre e madre. La stessa cosa accade per molti bambini e ragazzini di altre nazionalità.Alcuni sono nati in Italia da genitori stranieri. Altri sono nati all’estero e poi giunti nel nostro Paese.L’Italia, da tempo, è diventato il luogo dove chiunque può entrare e chiunque può uscire e anche se non sei in regola nessuno ti dice niente. Anzi. Gli stranieri entrano. Escono. Fanno quello che vogliono. Tenerne il conto diventa sempre più difficile. Molti si perdono via, alcuni sono completamente abbandonati a sé stessi e alle file dei banchi di scuola preferiscono quelle della criminalità. Basta passare per qualche parco di qualche città al mattino per vedere ragazzini di 12, 13, 14, 15 anni, tutti stranieri, seduti sulle panchine senza fare niente. Alcuni già con le bottiglie di birra in mano e l’iPhone sempre con loro.Dati alla mano, l’Italia è il Paese dove il tasso dell’abbandono scolastico degli studenti stranieri è il più elevato a livello europeo. Il fenomeno è stato ribattezzato come «early school leavers». L’indicatore europeo di questi «early leaving from education and training», quelli che non studiano e non lavorano, abbandonando precocemente i percorsi di istruzione e formazione, ha evidenziato come gli alunni con cittadinanza non italiana siano quelli con il più alto tasso del rischio di abbandono.L’indicatore prende come riferimento i giovani tra i 18 e i 24 anni con un titolo di studio non più alto dell’istruzione secondaria inferiore, la scuola media per intenderci, e che non risultano inseriti in alcun programma lavorativo o didattico.Nel 2020 l’indicatore riferito agli studenti stranieri nel nostro Paese era pari al 35,4% a fronte di una media nazionale del 13,1%. Il governo italiano, già nel 2013, aveva stanziato un finanziamento di 14 milioni di euro, per - si legge nel sito dell’Unicef - «mettere a punto politiche di contrasto alla dispersione scolastica finalizzate a raggiungere entro il 2020 l’obiettivo del 16% dell’indicatore Els, early school leavers».Sì certo, ci sono messi di mezzo il Covid, la guerra in Ucraina, le varie tensioni, ma se si guarda al 2021-2022 le cose non vanno meglio, tanto che a novembre scorso il Consiglio d’Europa ha varato una raccomandazione sulle politiche di riduzione dell’abbandono scolastico. Già il 30 settembre 2020 la Commissione europea aveva pubblicato la comunicazione «sulla realizzazione dello spazio europeo dell’istruzione entro il 2025, una delle cui sei dimensioni è rappresentata dall’inclusività». Non solo. Già tra il 2014 e il 2020, i fondi strutturali e d’investimento europei, fondi Sie, avevano «mobilitato ingenti investimenti per contrastare l’abbandono dell’istruzione e della formazione, sostenendo numerosi progetti su vasta scala in linea con la raccomandazione del Consiglio del 2011». Fondi e raccomandazioni che a quanto pare sono serviti a poco, soprattutto se i giovani continuano a lasciare gli studi. Il Consiglio ha anche convenuto «che entro il 2030 la percentuale di quindicenni con scarsi risultati in lettura, matematica e scienze dovrebbe essere inferiore al 15 % e si è impegnato a ridurre la percentuale di giovani che abbandonano l’istruzione e la formazione a meno del 9%». Nell’Unione, «sono ancora più di 3,2 milioni i giovani (tra i 18 e i 24 anni) che abbandonano l’istruzione e la formazione». L’Ue riconosce che persistono alcune disuguaglianze tra «gruppi specifici», i migranti per esempio, i rom o i giovani delle zone rurali.Così come riconosce - qual buon vento - che con «con la pandemia di Covid 19 è diventato ancora più importante affrontare queste sfide. Numerosi studi suggeriscono che la crisi può avere aumentato la probabilità che i discenti a rischio di distaccarsi dalla vita scolastica abbandonino effettivamente la scuola, oltre ad aver inciso negativamente sulla salute mentale e sul benessere generale dei discenti».Tra le misure di prevenzione da adottare, spicca il fantastico «kit europeo» - disponibile online - a cui i dirigenti scolastici, gli insegnanti e i genitori possono ispirarsi per «promuovere l’istruzione inclusiva e affrontare l’abbandono scolastico precoce». Kit che però pare sia servito a poco. Secondo un’indagine del Censis (centro studi investimenti sociali) compiuta in Italia nel 2022, su oltre 1.400 dirigenti scolastici, nelle scuole con una elevata presenza di stranieri (oltre il 15%) solo il 19,5% ritiene il livello di integrazione del tutto soddisfacente e solo per il 35,5% negli ultimi tre anni non c’è stata alcuna criticità. Il 51,5% segnala frequenti difficoltà di comunicazione linguistica e il 43,7% palesa la mancanza di supporto da parte di personale qualificato. Il 41% pone l’attenzione sullo scarso rendimento.Ad arricchirsi infatti con la bomba immigrazione sono state le cooperative dalle uova d’oro, che con i migranti hanno fatto lievitare i loro bilanci. L’istruzione per gli stranieri, invece, quella non lievita mai.Nell’anno scolastico 2021/2022 gli alunni non italiani erano 865.388. Il ministero dell’Istruzione, a luglio scorso, pubblicando il report con «i dati relativi alle studentesse e agli studenti con cittadinanza non italiana», parlava di una leggera flessione degli stranieri registrando un -1,3%, 11 mila circa in meno, rispetto all’anno precedente. Giornaloni di sinistra che avevano cavalcato la notizia, in realtà non tennero conto dell’altra faccia della medaglia: vero che gli studenti con cittadinanza non italiana sono diminuiti, ma «nonostante la flessione» la percentuale di studenti con cittadinanza non italiana (10,3%) è rimasta inalterata, perché «è diminuito, al contempo, di quasi 121.000 unità anche il totale generale degli alunni». La percentuale dei nati in Italia sul totale delle studentesse e degli studenti di origine migratoria, nel 2020/2021, è arrivata al 66,7%, registrando un punto in più rispetto al 65,4% del 2019/2020.Ma da dove vengono questi studenti? Provengono da quasi 200 Paesi del mondo. Il 44,95% è di origine europea. Il 26,9 % di provenienza africana e il 20,2% di provenienza asiatica. La cittadinanza più rappresentata è quella romena con oltre 154.000 studenti. Gli alunni marocchini, 109.000 mila (12,6%), costituiscono la comunità più consistente del continente africano nonché la terza in valore assoluto in Italia. E gli alunni cinesi, quelli nati in Italia, rappresentano ben l’86% del totale (42.441 su 49.354). I cinesi appunto. Quelli che lavorano nei laboratori a sei anni e dormono fino a tardi.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/scuola-fallimento-integrazione-2659472154.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="vanno-e-vengono-dalla-loro-patria-assenti-dalle-classi-per-settimane" data-post-id="2659472154" data-published-at="1677491934" data-use-pagination="False"> «Vanno e vengono dalla loro patria. 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Ci sono casi di madri musulmane che non prendono i figli perché devono stare in casa? «Sì, ma anche qui ho dato istruzioni precise, può capitare una volta, il genitore poi deve sapere che in caso si chiamano i carabinieri». E li ha già chiamati? «No, ho solo minacciato finora di farlo». Quanti studenti ha? «Sono 1.270». E italiani? «Diciamo 1/3. Ogni anno facciamo una festa dove coinvolgiamo tutte le nazionalità». Ma vanno d’accordo? «Sì, i bambini sono bambini, è difficile capire se si tratti per esempio di un romeno o di un cecoslovacco, tranne quelli di colore e gli asiatici per ovvie ragioni somatiche». Ma il menù in mensa? «Noi rispondiamo alle esigenze di tutti». Alcuni vengono influenzati dalle famiglie? «Qui si cerca di dare a tutti la possibilità di espressione ma vige la regola della scuola italiana». E viene rispettata? «Abbastanza, anche se la tendenza degli stranieri è quella di non prendere la scuola come priorità». Ci sono casi di abbandono? «Sì, è un’abitudine abbastanza diffusa di andare e tornare in patria, lo fanno tutti, ma non è che stanno via una settimana, stanno via un mese e mezzo e questo crea problemi nel percorso di apprendimento». E in questi casi cosa fate? «D’accordo con la prefettura noi segnaliamo quando abbiamo assenze troppo lunghe. Poi con il consenso dell’ufficio del comune depenniamo e togliamo il bambino dagli elenchi oppure facciamo un lavoro con le famiglie». 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Fantinati si è occupata del caso, denunciando l’abbandono scolastico della ragazza pachistana. «Capisco la difficoltà di agire in questi casi però i regolamenti operativi che fanno muovere i servizi sociali vanno rivisti. Si deve agire quando c’è un campanello d’allarme». E invece? «Invece non agiscono, anche perché gli stranieri che vengono qui non sono molto stabili, vengono qua per lavorare i campi, i figli che dovrebbero andare a scuola alla fine lavorano anche loro e poi li rispediscono in Pakistan. La maggior parte fa così». Ma chi deve segnalare? Qual è il procedimento? «La scuola con la pec segnala al comune che il ragazzo non va a scuola. Il comune manda i vigili a verificare a casa, ma questi stranieri prendono partono tornano, se i vigili non li trovano, non è che poi tornano a verificare». E perché? «Perché dicono che c’è libertà di movimento e un pakistano non è che deve informare se torna al proprio Paese». Ma anche gli extracomunitari? «Sì e quindi il sindaco di un comune non ha mai la fotografia precisa di quanti siano effettivamente. Noi alla fine li accogliamo però di fatto non riusciamo a prendercene cura e la cosa così non funziona. Se i vigili vanno a casa e non trovano nessuno, se gli stranieri sono ancora registrati qui, la polizia locale ci deve tornare». Il regolamento è comunale? «È un protocollo della Regione Emilia Romagna, ma è una crepa, perché qua si ferma tutto. Bisogna prevedere che quando se ne vanno dall’Italia lo debbano comunicare». Anche Saman si era rivolta ai servizi sociali. «Sì e infatti Saman per essere ascoltata ha dovuto recarsi lei di persona ai servizi perché le segnalazioni non sono state prese in considerazione. Ma così facendo noi li perdiamo per strada. Questi ragazzi stranieri non frequentano la scuola. Anche i rom per esempio. Come fai a verificare l’abbandono scolastico? Diventa un problema politico». A Novellara ci sono altri casi? «Che sappia io no. Ma io abito in campagna e le vedo tutte queste donne, segregate chiuse in casa, non sanno l’italiano. Sono i mariti che vanno dal fornaio a far la spesa». A proposito, il sindaco Elena Carletti ha detto che ora la gente denuncia. «Ma mi faccia il piacere. Non mi vengano a dire questa cosa, perché alla fine anche se uno denuncia non serve a niente. Va modificata la procedura». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/scuola-fallimento-integrazione-2659472154.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="tra-i-giovani-che-lasciano-le-aule-i-jihadisti-reclutano-le-nuove-leve" data-post-id="2659472154" data-published-at="1677491934" data-use-pagination="False"> Tra i giovani che lasciano le aule i jihadisti reclutano le nuove leve È venerdì mattina e i giovani musulmani che non vanno a scuola, sono tutti qui a far la fila per entrare in moschea. La moschea, quella dove ci troviamo ora, è a Marghera in provincia di Venezia. Da fuori sembra uno stambugio ricavato su un vecchio capannone industriale. Dentro accoglie centinaia di persone. Se ti avvicini e provi a entrare, ti respingono. E quando vedono che sei donna ti trattano come un insetto. Il rischio che questi giovani, che hanno abbandonato gli studi e nemmeno lavorano, si radicalizzino è assai alto. Noi della Verità ne abbiamo parlato con la saggista ed ex deputata Souad Sbai. «Il primo obiettivo della fratellanza musulmana», ci spiega, «è radicalizzare il maggior numero di persone, li preparano fin da piccoli, li tolgono dalla scuola italiana perché secondo loro quella italiana inquina». In Italia, infatti, 60 bambine musulmane su 100 sono costrette dai genitori ad abbandonare la scuola dell’obbligo tra la classe quinta elementare e la prima media. Scuole coraniche, finte moschee, centri di preghiera, moschee ricavate in vecchi magazzini, in negozi, palestre, casolari abbandonati; tutto contribuisce a spianare l’avanzata col beneplacito delle nostre istituzioni. Chi scrive aveva fatto un’inchiesta sui foreign fighters partiti da Belluno e andati a combattere in Siria. Tale Munifer Karamaleski, macedone, è partito nel 2013 da una frazione di Chies d’Alpago portandosi dietro la moglie e i tre figli che avrebbero dovuto frequentare la scuola in Italia. Così come Ismar Mesinovic, l’imbianchino jihadista, sempre nel bellunese, partito con il figlioletto di due anni. Mesinovic morì in battaglia ad Aleppo e la madre rimasta in Italia ancora cerca il figlio. Anche loro frequentavano le moschee del Paese. O il baby terrorista che voleva far saltare per aria il Ponte di Rialto, veniva dal Kosovo. Il Kosovo appunto. Uno stato grande quanto l’Abruzzo, dove convivono sei etnie differenti. Anche qui, quando ci siamo stati, parlando con le forze militari internazionali a guida Nato, le nostre fonti ci avevano spiegato che il rischio di radicalizzazione tra i giovani che abbandonano la scuola è elevato. I reclutatori fanno breccia sulla debolezza dei ragazzi, sul loro disagio economico, promettono soldi. «Questo sistema viene importato anche qua», spiega Sbai, «in futuro sarà un danno enorme, sarà un disastro perché troveremo ragazzi radicalizzati». Il 15 dicembre 2015, le conclusioni del Consiglio dell’Unione Europea «sulla riduzione dell’abbandono scolastico e sulla promozione del successo» a scuola, parlavano già di di radicalizzazione: «I tassi di abbandono scolastico sono particolarmente allarmanti per determinati gruppi, quali i bambini provenienti da contesti d’immigrazione (compresi i migranti appena arrivati e i bambini nati all'estero), i bambini rom e i bambini con esigenze educative speciali». E poi continuava: «Per prevenire l’emarginazione e l’esclusione sociale, come pure per ridurre il rischio di estremismo e radicalizzazione, è fondamentale garantire che tutti i giovani abbiano un accesso paritario a un’istruzione inclusiva». «Il problema», spiega Sbai, «è che quando in Italia ritiri una bambina da scuola a nove anni, il rischio che si radicalizzi è al 100%. Le bambine vengono ritirate presto, così le controllano e le sottomettono. Alcuni si organizzano a casa, fanno corsi per bambini e bambine e li plagiano. Oltre ai corsi privati ci sono le scuole coraniche in moschee fai da te. Gestiscono come mangi, come ti vesti, come cammini, cosa leggi, è una dittatura nello Stato democratico. Noi siamo in Occidente ma non ci siamo ancora resi conto che l’Afghanistan ce l’abbiamo in casa. Alcuni a 17 anni vengono reclutati tramite internet, ma ora è più difficile, il web è più controllato e quindi si stanno ben inserendo nel nostro tessuto sociale economico e politico. Loro fanno così, educano prima le femmine così non si ribellano. Ovvio che questo può portare a tutto, anche a un aumento della comunità radicalizzata. Del resto, l’abbiamo visto con Saman. Il padre pensa che la scuola l’abbia rovinata».
L'immagine IA postata da Trump
Le dichiarazioni arrivano dopo il ritorno del presidente americano Donald Trump da Pechino. Il leader statunitense ha spiegato che eventuali nuove vendite di armi a Taipei «dipendono dalla Cina e costituiscono una buona carta negoziale». Mentre cresce la tensione tra Washington e Pechino sul dossier taiwanese, il Medio Oriente continua a vivere ore estremamente delicate. Gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato di aver intercettato tre droni penetrati nel proprio spazio aereo. Secondo quanto riferito dal ministero della Difesa emiratino, due velivoli senza pilota sono stati abbattuti, mentre un terzo ha colpito un generatore elettrico situato all’esterno del perimetro interno della centrale nucleare di Barakah, nella regione di Al Dhafra. Le autorità emiratine hanno precisato che sono in corso indagini per stabilire l’origine dei droni e identificare i responsabili dell’operazione.
Nel frattempo emergono nuovi dettagli sui negoziati indiretti tra Stati Uniti e Iran per porre fine al conflitto regionale. Secondo l’agenzia iraniana Fars, vicina ai Guardiani della Rivoluzione, Washington avrebbe presentato cinque condizioni per arrivare a un accordo con Teheran. Tra le richieste figurerebbero il trasferimento agli Stati Uniti di 400 chilogrammi di uranio arricchito iraniano, il mantenimento operativo di un solo sito nucleare e il mancato pagamento di risarcimenti o lo sblocco dei beni congelati appartenenti all’Iran. Sempre secondo Fars, gli Stati Uniti avrebbero inoltre subordinato la sospensione delle operazioni militari all’avvio ufficiale dei negoziati. L’Iran avrebbe risposto avanzando a sua volta cinque condizioni: la fine della guerra su tutti i fronti, soprattutto in Libano, la revoca delle sanzioni economiche, lo sblocco dei fondi congelati, il pagamento di risarcimenti per i danni subiti durante il conflitto e il riconoscimento della sovranità iraniana sullo Stretto di Hormuz. Posizioni di fatto inconciliabili.
Intanto Israele starebbe già preparando nuovi possibili raid contro obiettivi iraniani. Lo hanno riferito ad Associated Press due fonti informate, tra cui un ufficiale dell’esercito israeliano, precisando che i preparativi militari sarebbero coordinati con gli Stati Uniti. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu, intervenendo davanti al proprio Gabinetto, ha dichiarato: «Siamo preparati a qualsiasi scenario». Poi ha aggiunto: «Donald Trump deve prendere una decisione. Se decidesse di riprendere le ostilità con l’Iran, è probabile che Israele verrà chiamato a partecipare». Quest’ultima dichiarazione fa riferimento a una telefonata, durata più di mezz’ora, avvenuta ieri tra Netanyahu e Trump e conclusasi a ridosso dell’inizio della riunione di gabinetto israeliano.
Nelle stesse ore Donald Trump è tornato a minacciare apertamente Teheran, questa volta utilizzando un’immagine generata con l’intelligenza artificiale pubblicata sulla piattaforma Truth. La foto mostra il presidente americano con il tradizionale cappellino Maga mentre punta il dito verso la telecamera, circondato da navi da guerra in mezzo a un mare agitato. Su diverse imbarcazioni compaiono bandiere iraniane, mentre sullo sfondo si addensano nuvole scure. Ad accompagnare l’immagine la frase: «La calma prima della tempesta». Poi in un altro post ha aggiunto: « Non rimarrà nulla dell’Iran se non accetterà un accordo».
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Un palazzo colpito dall'attacco dei droni ucraini su Mosca (Ansa)
La rappresaglia segue il massiccio raid russo sulla capitale ucraina giovedì, in cui sono state uccise 24 persone. Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, che già giovedì aveva promesso una reazione, ieri ha commentato: «Le nostre risposte al prolungamento della guerra da parte della Russia e agli attacchi contro le nostre città e comunità sono del tutto giustificate». E con «i droni che hanno raggiunto la regione di Mosca», il messaggio lanciato alla Russia è che «il Paese deve porre fine alla guerra». Il leader di Kiev, ringraziando «l’Sbu (Servizio di sicurezza ucraino, ndr) e tutte le forze di Difesa per la loro precisione», ha anche ricordato la serie di attacchi subiti dall’Ucraina. «Questa settimana (la scorsa settimana, ndr) i russi hanno lanciato contro l’Ucraina oltre 3.170 droni d’attacco, più di 1.300 bombe aeree guidate e 74 missili di vario tipo. Molti edifici residenziali e altre infrastrutture civili sono stati colpiti. Purtroppo, 52 persone sono rimaste uccise a seguito degli attacchi».
I numeri degli attacchi di ieri sulla Russia sono stati invece resi noti dal ministero della Difesa russo: sono stati abbattuti 556 velivoli senza pilota nella notte, tra le 22 e le 7; mentre altri 30 sono stati intercettati nella mattinata, le 7 e le 9. Oltre alla Crimea annessa, al Mar Nero e al Mar d’Azov, sono state 14 le regioni russe coinvolte dai raid. Particolarmente bersagliata è stata Mosca, con gli attacchi che hanno danneggiato diverse abitazioni e infrastrutture. Il sindaco Sergey Sobyanin, stando a quanto riferito dalla Tass, ha comunicato che la difesa aerea ha distrutto oltre 120 droni diretti nella capitale. Il bilancio è di quattro morti: tre nella periferia di Mosca e una nella regione di Belgorod. E con gli allarmi in corso, le prime restrizioni hanno coinvolto gli aeroporti e i voli diretti nella capitale russa: 51 aerei sono stati dirottati verso altre destinazioni, mentre 32 voli in partenza sono stati rimandati. Anche una linea ferroviaria sarebbe stata danneggiata in un sobborgo di Mosca.
Sono diversi i video che testimoniano gli attacchi: in uno si vede un velivolo senza pilota schiantarsi contro un edificio; un altro mostra un drone colpire un condominio a Krasnogorsk, un sobborgo di Mosca. Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha invece condiviso su X un filmato che conferma l’attacco alla raffineria di Kapotnya, nella regione di Mosca. Ed è qui che, secondo Sobyanin, sono state ferite 12 persone, «per lo più operai».
Nel rendere noti i principali target, il ministero della Difesa ucraino ha dichiarato che «la guerra sta tornando da dove è venuta». A fare l’elenco dei bersagli è stato il Servizio di sicurezza ucraino: «Nella regione di Mosca sono stati colpiti lo stabilimento Angstrom, che fornisce semiconduttori al complesso militare-industriale della Federazione Russa ed è soggetto a sanzioni statunitensi; la raffineria di Mosca; la stazione di pompaggio petrolifera Sonechnogorskaya; la stazione di pompaggio del petrolio Volodarskoe». Invece «nella Crimea temporaneamente occupata» sono state attaccate «le infrastrutture e i sistemi di difesa aerea della base aerea militare di «Belbek», in particolare: il sistema antiaereo Pantsir-S2; l’hangar con radar per il sistema S-400; il sistema di controllo droni Orion e la stazione di controllo droni a terra Forpost; una stazione di trasmissione dati terra-aria; la torre di controllo e l’hangar presso l’aeroporto Belbek».
Dall’altra parte, nella notte, le difese ucraine, su 287 droni lanciati dalla Russia, ne hanno intercettati 279. A seguito dei raid sono scoppiati alcuni incendi a Dnipro, mentre a Kharkiv a essere stati danneggiati sono stati alcuni edifici residenziali, le automobili e l’illuminazione pubblica.
Un elemento che aggiunge ulteriore tensione è la minaccia che intravede Zelensky all’orizzonte. Ha infatti confermato che «i russi hanno semplificato l’accesso alla cittadinanza per le persone originarie» della Transnistria, la regione separatista filorussa della Moldavia. Lo scopo sarebbe «non solo di cercare nuovi soldati» visto che «la cittadinanza comporta anche l’obbligo militare», ma pure «il modo della Russia di rivendicare il territorio della Transnistria».
Il leader di Kiev ha continuato intanto ad avanzare richieste all’Europa. Su X ha scritto infatti che serve «una maggiore protezione», dunque «l’iniziativa Purl e gli ulteriori contributi per i missili antibalistici sono fondamentali. Ed è altrettanto importante lavorare in Europa per una protezione congiunta contro i missili balistici». Dall’altra parte invece Mosca ha commentato positivamente l’eventuale apertura del dialogo tra la Russia e l’Ue. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov ha affermato che tale iniziativa è «negli interessi della Russia», specificando però che Mosca «non ha avviato la fine del dialogo con l’Europa». Ha però aggiunto che se i leader europei vogliono sul serio parlare con il presidente russo, Vladimir Putin, «possono telefonargli». Peskov ha poi confermato che l’Alto rappresentante dell’Ue, Kaja Kallas, non può svolgere un ruolo da mediatore sulla fine del conflitto: «Non è nell’interesse di Kallas, fare la negoziatrice». Anche perché «non sarà facile per lei» visto che «Putin ha detto che potrebbe essere chiunque non abbia detto cose negative».
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Luca Signorelli con Sergio Mattarella e Giorgia Meloni (Ansa)
«L’Italia non è morta, c’è ancora». Sono le parole di Luca Signorelli, l’eroe di Modena che fermando l’aggressore, con il suo coraggioso gesto, è riuscito a far scorgere un po’ di bellezza anche all’interno di una tragedia come questa. Lo ha colto subito il presidente del Consiglio Giorgia Meloni che ieri incontrandolo a Modena lo ha stretto in un abbraccio. «Ciò che rende eroica una persona normale è l’istante in cui il cuore sceglie di fare il bene, anche quando questo comporta un rischio. Gli eroi, in fondo, non sono persone straordinarie: sono uomini e donne comuni che, in un momento decisivo, mettono ciò che è giusto davanti a sé stessi. Ed è proprio in quella scelta, così umana e così luminosa, che una vita normale diventa esempio e lascia un segno destinato a restare. Grazie Luca» ha scritto il premier sui social. Meloni ieri sarebbe dovuta essere a Cipro ma presto al mattino ha deciso di annullare tutto e di unirsi al presidente della Repubblica Sergio Mattarella in visita dai feriti per mostrare vicinanza.
È anche ai medici che Mattarella e Meloni mostrano sincera gratitudine recandosi prima nell’ospedale di Modena e poi in quello di Bologna.
In entrambe le strutture hanno incontrato l’equipe dei medici che assistono i feriti, il personale del 118 e i familiari dei feriti presenti all’ospedale. «È stata una prova di integrazione di diversi comportamenti numerosi, ma tutti perfettamente integrati e coordinati», ha detto il presidente della Repubblica parlando dei soccorsi con il personale evidenziando l’ottima capacità di dialogo tra il Baggiovara di Modena e il Maggiore di Bologna. «Grazie per quello che fate in questa circostanza drammatica ma anche abitualmente» ha detto il capo dello Stato, aggiungendo: «Siamo consapevoli di ciò che fate ogni giorno». Parole riferite, in quanto le visite di presidente e premier si sono intrattenute in formula esclusivamente privata. A Modena hanno visitato, oltre i ai familiari dei feriti, anche i due coniugi investiti insieme. Per il presidente dell’Emilia-Romagna Michele De Pascale la visita di Mattarella e Meloni «fa piacere a tutta la comunità modenese ed emiliano-romagnola ed è un segnale di unità nazionale».
«Vogliamo ringraziare il presidente della Repubblica e la presidente Meloni per essere venuti insieme, un segnale molto importante di vicinanza ai familiari e alle vittime di questa tremenda tragedia che è avvenuta a Modena». Così il sindaco di Bologna Matteo Lepore accogliendo le due autorità.
Anche il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ieri si è recato a Modena ma per andare in prefettura. Lì si è espresso anche sul merito della tragedia. «Non c’è stato poliziotto, operatore sanitario o non so chi altri che non abbia saputo dimostrare in una circostanza del genere, tragica e complicatissima, una capacità di reazione di cui in qualche modo possiamo essere orgogliosi» ha spiegato elogiando in primis la «reazione corale ed efficace dei cittadini». L’episodio per il ministro è frutto di una «situazione di disagio psichiatrico, anche se», ha subito puntualizzato, «non cambia la tragicità degli effetti per quello che è successo». Piantedosi ha anche sottolineato: «Ci conforta che non c’era nulla che ci fosse sfuggito dal punto di vista della prevenzione antiterrorismo, questo lo voglio dire perché la città deve stare tranquilla da questo punto di vista». Insomma per il ministro «l’episodio è stato drammatico, tragico, importante, le istituzioni però hanno reagito».
Commenta poi le parole del vicepremier e segretario della Lega Matteo Salvini che ha «dato mandato a un gruppo di giuristi di rifinire le proposte sulla sicurezza presentate nei giorni scorsi dalle europarlamentari del suo partito, a partire dalla revoca del permesso di soggiorno agli stranieri che commettono reati, con immediata espulsione».
«Col ministro Salvini ho lavorato e credo che con i fatti abbia dimostrato di condividere questa attenzione per certi fenomeni, una gestione più sostenibile dell’immigrazione irregolare o dell’immigrazione in generale per motivi di sicurezza. Qui però è un’altra cosa. Stiamo parlando di altro» ha ribattuto Piantedosi.
Ad ogni modo la Lega e il gruppo dei Patrioti al Parlamento europeo hanno chiesto di discutere i fatti di Modena in aula a Strasburgo. Domani gli europarlamentari leghisti domanderanno al presidente del Parlamento Roberta Metsola di aggiungere ai temi della plenaria di Strasburgo il dibattito sugli «attacchi terroristici di Modena: necessità urgente degli Stati membri di intensificare le misure contro l’islamismo domestico e di rendere più stringenti i criteri di rilascio delle cittadinanze». Furiose le opposizioni che hanno accusato Salvini di «speculare sulla tragedia di Modena». Per il vicepremier «le seconde generazioni che rifiutano la lingua, la cultura, la tradizione e soprattutto la legge del nostro Paese non sono un’opportunità ma un problema». E poi: «Se la fiducia viene meno e tu commetti un reato grave un Paese serio ti revoca il permesso di soggiorno, la cittadinanza e ti espelle immediatamente. È legittima difesa».
«Ho soccorso col laccio emostatico»
La procedura, quando ci sono di mezzo le forze speciali, è sempre la stessa. Puoi parlarci a patto di non rivelare la loro identità. Perfino quando salvano delle persone non puoi svelare il loro nome e cognome. Sono le regole. E, per parlare con gli uomini del Nono col Moschin, bisogna accettarle. «A breve ti passeremo l’ufficiale che ha messo il tourniquet alla signora che è stata falciata a Modena», ci dicono. «Potrai chiamarlo Stefano». E così faremo.
Quando si collega, Stefano ha una voce calma. Non facciamo in tempo a porgli la prima domanda che inizia a raccontare: «Sabato mi trovavo in centro a Modena perché ero in licenza. Volevo raggiungere un negozio e stavo percorrendo via Emilia verso largo Garibaldi. Già all’altezza di corso Canal grande, però, ho cominciato a vedere moltissima gente e pensavo ci fosse un qualche tipo intrattenimento». Immagina ci sia qualcuno che balli la break dance o un cantante in grado di affascinare il suo pubblico. Cambia strada e decide di andare a vedere ciò che sta accadendo. Arrivato, però, trova uno spettacolo molto diverso da ciò che si aspettava: «Non appena ho iniziato ad avvicinarmi, ho cominciato a veder persone scioccate che urlavano e una signora che aveva perso le gambe».
La macchina dell’aspirante killer, mezza distrutta, è ancora lì quando arriva Stefano. «La signora aveva le gambe amputate. Non erano tranciate di netto ma erano sbrandellate. Fortunatamente, per deformazione professionale, avevo con me un tourniquet (un laccio emostatico che va stretto attorno agli arti, ndr). Ho buttato a terra lo zaino, ho preso questo strumento, l’ho messo sulla gamba sinistra della signora e ho cominciato a stringere. Io mi occupavo della sua gamba sinistra. Per la destra, invece, c’era un paramedico che era riuscito a recuperare delle cinture di pantaloni per provare a bloccare l’emorragia». Sono pochi minuti che però sembrano durare un’eternità. L’ufficiale del Nono termina di medicare la donna, si sposta di qualche passo e rialza la testa. «Non appena l’ho fatto ho visto gli altri feriti». Tra questi gli appare anche Luca Signorelli, l’uomo che per primo è riuscito a fermare Salim El Koudri: «Anche lui urlava perché era stato aggredito».
Dopo aver applicato il tourniquet, Stefano chiama i soccorsi: «Li ho aspettati insieme alle altre persone che erano intervenute insieme a me. Anche se ci hanno raggiunto in fretta sembrava che non dovessero arrivare mai».
Un eroe? Certo. Eppure Stefano si schermisce: «Come militare dell’esercito italiano sono abituato a gestire queste cose. Mi porto sempre dietro il tourniquet sperando che non serva e, soprattutto, prego il Signore che io sia in grado di usarlo in ogni contesto. Tutto è figlio dell’addestramento e noi del Nono col Moschin ne facciamo tanto, soprattutto per quando riguarda gli scenari medic. Credo che la preparazione che mi è stata fornita abbia fatto la differenza».
Dopo l’intervento di sabato, Stefano ha mangiato poco e, forse, ha dormito ancora meno: «Ho pensato tutto il tempo a quella signora, se sarebbe riuscita a salvarsi oppure no». Cosa resta di tutto questo? «La speranza che la persona si salvi e che il mio caso è la dimostrazione che la nostra forza armata c’è sempre. Lo diciamo ma è importante anche dimostrarlo. Io, come tanti altri militari come me in altre situazioni, c’ero». Lo ringraziamo per l’intervista e per l’intervento di sabato: «Non c’è bisogno di dire “grazie”. Per me, e per chiunque è al servizio dello Stato, è una cosa normale».
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