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2025-10-16
Salis incolpa i politici per la strage di Verona
Ilaria Salis (Ansa)
Chi ha ucciso i carabinieri? Tre pazzi che hanno innescato molotov e bombole a gas? Tre folli che andavano in giro di notte a rubare e non aprivano la porta a nessuno, nemmeno allo zio prete? Tre evidenti squilibrati che avevano già minacciato di farsi saltare in aria e hanno organizzato la strage con lucida determinazione? No: sono stati il capitalismo e la politica. Parola di Ilaria Salis. Nostra Signora delle Okkupazioni, già martire d’Ungheria e vergine casta di Bruxelles, graziata dal voto segreto e dall’immunità parlamentare, sembra quasi dire che è cosa buona e giusta mandare tre persone al creatore e altre ventisette in ospedale, dal momento che essi sono servitori dello Stato. E dunque colpevoli per definizione. A questo punto mi viene un dubbio: perché indagare per strage? Non si tratta forse soltanto di un atto di autolesionismo dei medesimi carabinieri?
Scusate, ma non reggo più. Sono passate quarantott’ore dalla strage nel veronese e mi danno già la nausea i commenti in salsa di Salis, che purtroppo stanno dilagando anche sui social. Commenti tutti tesi a giustificare l’atto criminale in nome del «disagio». Per carità: che il disagio esista lo sappiamo bene, dal momento che lo raccontiamo da anni. E che il problema della casa sia un problema drammatico lo possiamo dire meglio di chiunque altro, avendolo affrontato quando tutti lo ignoravano. Ma pensare di risolvere tutto ciò attraverso l’illegalità, come sostiene la Salis, o peggio ancora attraverso il massacro, come hanno fatto i tre fratelli di Castel d’Azzano, è assurdo. Non si può giustificare il crimine. E non si possono aprire le porte al Far West. Anche perché nel Far West, come tutti sanno, i più fragili sono sempre i primi a soccombere.
I fratelli Rampone erano fragili, certo. Ma non avevano più diritto a stare in quella casa, e dunque ci stavano abusivamente. E se uno sta in una casa abusivamente deve essere sgomberato perché la casa deve andare al proprietario. Sembrerà strano, ma solo così si tutelano i diritti di tutti. Se poi una persona ha bisogno di aiuto, le istituzioni devono provvedere. E nel caso risulta che ai tre fratelli erano state proposte varie soluzioni abitative, compresa una che permetteva di ospitare anche le loro sempre più malandate bestie. Ma loro hanno sempre rifiutato. Non aprivano nemmeno più la porta. A nessuno. Uscivano solo di notte, per rubare. Per altro avevano un mutuo sulla casa non per la sfiga celeste o per la cattiveria del sistema finanziario, ma perché nel 2012 uno di loro, Davide, era uscito di notte con il trattore a fari spenti, per non farsi vedere, perché stava probabilmente rubando il fieno, e così aveva ucciso un povero camionista. Avevano ipotecato la casa per risarcire quel danno, e poi non hanno pagato il mutuo. Altro che vittime del capitalismo.
Attenzione, però, perché si sta giocando un gioco pericoloso. E quel messaggio della Salis che, in sostanza, finisce per attribuire alla politica la colpa della strage è di una gravità inaccettabile perché giustifica tutti coloro che di questi tempi stanno diffondendo odio a piene mani, non solo verbale purtroppo, come dimostrano le piazze sempre più violente e sempre più senza motivo, come quella dell’altra sera a Udine. Del resto se le forze dell’ordine sono il braccio armato di una politica responsabile delle stragi, bisogna fermarle. Con ogni mezzo: sassi, bastoni, bombe carta, molotov o esplosioni di bombole a gas, tutto va bene contro uno Stato «corresponsabile, insieme con il capitalismo, di ciò che orribile accade», come scrive la Salis. E tutto va bene ovviamente contro chi, quello Stato, lo serve lealmente. Anzi, già che ci siamo: perché non dare anche una medaglia a chi ammazza un poliziotto o un carabiniere? Che ne dice, onorevole Salis? Premio Mara Cagol 2025: uccidi e sarai premiato. Si ricordi solo, piccola rivoluzionaria con maxistipendio garantito, che una stagione così l’abbiamo già vissuta, purtroppo. E non è finita benissimo.
Per la Salis l’eccidio dei carabinieri «è responsabilità della politica»
Anche la morte dei tre carabinieri, non poteva che essere colpa della politica. E del governo Meloni. Dall’estate afosa fino al «genocidio» a Gaza, anche un gesto disperato e criminale come quello dei fratelli Ramponi, che davanti a uno sfratto considerato ingiusto hanno deciso di rispondere con la violenza, non poteva che essere oggetto di sciacallaggio politico. A poco più di 48 ore dalla morte dei tre carabinieri Valerio Daprà, Davide Bernardello e Marco Piffari nell’esplosione della casa colonica di Castel d’Azzano, per Ilaria Salis, anche il sacrificio di chi ha perso la vita per fare il proprio dovere, non può che essere utilizzato a uso e consumo del proprio cavallo di battaglia: la lotta alla casa. «In questi giorni, la crisi abitativa e la povertà crescente in Italia sono tornate drammaticamente al centro della scena, da Sesto San Giovanni a Castel d’Azzano» ha scritto la Salis su X.
Polemiche che suonano a dir poco strumentali visto che i fratelli Dino, Franco e Maria Luisa Ramponi, un tetto sulla testa lo avrebbero avuto. Lo conferma il vicesindaco Antonello Panuccio che ha dato conto delle interlocuzioni intrattenute con i Ramponi, anche attraverso la prefettura, ai quali erano state offerte diverse opzioni logistiche, tra queste una casa in montagna dove avrebbero potuto portare anche le loro trenta mucche. Una notizia che alla Salis però deve esser sfuggita vista l’occasione ghiotta di buttarla in bagarre politica. E fare un po’ di pubblicità all’evento «Popular Assembly for Housing Justice: Homes for People, Not for Profit» organizzato dal gruppo Left per oggi al Parlamento europeo. «Alla radice di quei gesti disperati e terribili c’è una questione sistemica: la negazione di un diritto fondamentale, che genera sofferenza e disagio in fasce sempre più ampie della popolazione. E se la politica continuerà a non affrontare le cause profonde di questa crisi, dovrà considerarsi corresponsabile, insieme a quel capitalismo che ha trasformato la casa da bene essenziale a bene speculativo, di ciò che di orribile accade. E dovrà assumersene la responsabilità politica». Temi su cui si può ed è giusto discutere, per carità. Ma a ridosso dell’efferato gesto dei fratelli Ramponi, contro i quali il Procuratore della Repubblica di Verona, Raffaele Tito, sta valutando il reato di strage, con tre carabinieri morti e 25 persone ferite, puntare il dito contro il governo suona a dir poco fuori tema. Non per la Salis evidentemente, che non manca di scomodare persino la lotta di classe.
«Avere la sicurezza di un tetto sopra la testa non può essere un privilegio di classe, è condizione essenziale per una vita dignitosa e felice». Difficile sapere se i Ramponi, per i quali la cascina era sicuramente diventata la principale ragione di vita, fosse garanzia di una vita dignitosa e felice. Difficile, oggi, capire dove mettere il confine tra lucidità e follia. Perché i Ramponi, sicuramente provati da debiti e complicate vicende familiari, vantano un passato a dir poco problematico. Prima di accumulare bottiglie molotov sul tetto, riempire la cascina di gas, fino a far esplodere tutto e uccidere tre carabinieri, già un anno fa avevano minacciato il suicidio. «Abbiamo riempito la casa di gas. Non sappiamo più cosa fare. Non abbiamo più nulla, continuiamo a subire e subire» aveva detto Maria Luisa in un filmato registrato a novembre 2024. Una macabra avvisaglia dell’esplosione dei giorni scorsi. Anche nel 2021, nel tentativo di salvare la proprietà dall’asta, uno dei fratelli era salito sul tetto del tribunale di Verona minacciando di lanciarsi nel vuoto mentre la sorella si cospargeva di alcol nel parcheggio. Entrambi erano però stati bloccati dal tempestivo intervento di due vigilantes.
Ma la china discendente era iniziata ben prima. Quando nel 2012, sempre uno dei fratelli, alla guida di un trattore con i fari spenti, uccide un uomo di 37 anni in un frontale. Condannato, si ritrova a dover far fronte alle spese di risarcimento senza poter contare in alcun modo sull’assicurazione. A quanto ricostruisce il Corriere della Sera, i Ramponi vendono alcuni terreni ma non basta e iniziano a chiedere prestiti. Alcuni parlano addirittura di 250.000 euro. Crescono le spese e cresce la rabbia contro banche e istituzioni. Così come le tensioni intrafamiliari. Nel 2014 un Ramponi chiede un finanziamento per poi fare dietro front e sostenere che la firma è contraffatta. Gli accertamenti però dicono il contrario e la banca avvia le procedure legali per il recupero del credito. La sentenza del giudice va eseguita. Alcuni campi vengono venduti all’asta mentre per l’altro lotto, quello che include la casa dove vivono, l’esecuzione dello sgombero è complessa. Vengono fatti diversi tentativi e i fratelli minacciano di far saltare in aria il casale. Difficile parlare con i i Ramponi. Nonostante svariate comunicazioni e bollettini, non si fanno mai trovare.
È così che si arriva a oggi, con la fissazione dell’asta giudiziaria che era stata programmata per il 25 ottobre e una valutazione dell’abitazione pari a 140.000 euro. Fino all’ultimo un pensiero fisso: darsi fuoco e far scoppiare tutto. Vittime del sistema o di sé stessi?
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L’eurodeputata Avs giustifica l’esplosione contro lo sfratto. Nel frattempo le coccolate piazze pro Pal sono sempre più violente. Per i servitori dello Stato tira una brutta aria.La paladina delle occupazioni evoca la «lotta di classe». Ma il vicesindaco conferma che ai fratelli Ramponi erano state offerte abitazioni alternative a quella che dovevano lasciare. La Procura valuta il reato di strage.Lo speciale contiene due articoli. Chi ha ucciso i carabinieri? Tre pazzi che hanno innescato molotov e bombole a gas? Tre folli che andavano in giro di notte a rubare e non aprivano la porta a nessuno, nemmeno allo zio prete? Tre evidenti squilibrati che avevano già minacciato di farsi saltare in aria e hanno organizzato la strage con lucida determinazione? No: sono stati il capitalismo e la politica. Parola di Ilaria Salis. Nostra Signora delle Okkupazioni, già martire d’Ungheria e vergine casta di Bruxelles, graziata dal voto segreto e dall’immunità parlamentare, sembra quasi dire che è cosa buona e giusta mandare tre persone al creatore e altre ventisette in ospedale, dal momento che essi sono servitori dello Stato. E dunque colpevoli per definizione. A questo punto mi viene un dubbio: perché indagare per strage? Non si tratta forse soltanto di un atto di autolesionismo dei medesimi carabinieri? Scusate, ma non reggo più. Sono passate quarantott’ore dalla strage nel veronese e mi danno già la nausea i commenti in salsa di Salis, che purtroppo stanno dilagando anche sui social. Commenti tutti tesi a giustificare l’atto criminale in nome del «disagio». Per carità: che il disagio esista lo sappiamo bene, dal momento che lo raccontiamo da anni. E che il problema della casa sia un problema drammatico lo possiamo dire meglio di chiunque altro, avendolo affrontato quando tutti lo ignoravano. Ma pensare di risolvere tutto ciò attraverso l’illegalità, come sostiene la Salis, o peggio ancora attraverso il massacro, come hanno fatto i tre fratelli di Castel d’Azzano, è assurdo. Non si può giustificare il crimine. E non si possono aprire le porte al Far West. Anche perché nel Far West, come tutti sanno, i più fragili sono sempre i primi a soccombere. I fratelli Rampone erano fragili, certo. Ma non avevano più diritto a stare in quella casa, e dunque ci stavano abusivamente. E se uno sta in una casa abusivamente deve essere sgomberato perché la casa deve andare al proprietario. Sembrerà strano, ma solo così si tutelano i diritti di tutti. Se poi una persona ha bisogno di aiuto, le istituzioni devono provvedere. E nel caso risulta che ai tre fratelli erano state proposte varie soluzioni abitative, compresa una che permetteva di ospitare anche le loro sempre più malandate bestie. Ma loro hanno sempre rifiutato. Non aprivano nemmeno più la porta. A nessuno. Uscivano solo di notte, per rubare. Per altro avevano un mutuo sulla casa non per la sfiga celeste o per la cattiveria del sistema finanziario, ma perché nel 2012 uno di loro, Davide, era uscito di notte con il trattore a fari spenti, per non farsi vedere, perché stava probabilmente rubando il fieno, e così aveva ucciso un povero camionista. Avevano ipotecato la casa per risarcire quel danno, e poi non hanno pagato il mutuo. Altro che vittime del capitalismo. Attenzione, però, perché si sta giocando un gioco pericoloso. E quel messaggio della Salis che, in sostanza, finisce per attribuire alla politica la colpa della strage è di una gravità inaccettabile perché giustifica tutti coloro che di questi tempi stanno diffondendo odio a piene mani, non solo verbale purtroppo, come dimostrano le piazze sempre più violente e sempre più senza motivo, come quella dell’altra sera a Udine. Del resto se le forze dell’ordine sono il braccio armato di una politica responsabile delle stragi, bisogna fermarle. Con ogni mezzo: sassi, bastoni, bombe carta, molotov o esplosioni di bombole a gas, tutto va bene contro uno Stato «corresponsabile, insieme con il capitalismo, di ciò che orribile accade», come scrive la Salis. E tutto va bene ovviamente contro chi, quello Stato, lo serve lealmente. Anzi, già che ci siamo: perché non dare anche una medaglia a chi ammazza un poliziotto o un carabiniere? Che ne dice, onorevole Salis? Premio Mara Cagol 2025: uccidi e sarai premiato. Si ricordi solo, piccola rivoluzionaria con maxistipendio garantito, che una stagione così l’abbiamo già vissuta, purtroppo. 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A poco più di 48 ore dalla morte dei tre carabinieri Valerio Daprà, Davide Bernardello e Marco Piffari nell’esplosione della casa colonica di Castel d’Azzano, per Ilaria Salis, anche il sacrificio di chi ha perso la vita per fare il proprio dovere, non può che essere utilizzato a uso e consumo del proprio cavallo di battaglia: la lotta alla casa. «In questi giorni, la crisi abitativa e la povertà crescente in Italia sono tornate drammaticamente al centro della scena, da Sesto San Giovanni a Castel d’Azzano» ha scritto la Salis su X.Polemiche che suonano a dir poco strumentali visto che i fratelli Dino, Franco e Maria Luisa Ramponi, un tetto sulla testa lo avrebbero avuto. Lo conferma il vicesindaco Antonello Panuccio che ha dato conto delle interlocuzioni intrattenute con i Ramponi, anche attraverso la prefettura, ai quali erano state offerte diverse opzioni logistiche, tra queste una casa in montagna dove avrebbero potuto portare anche le loro trenta mucche. Una notizia che alla Salis però deve esser sfuggita vista l’occasione ghiotta di buttarla in bagarre politica. E fare un po’ di pubblicità all’evento «Popular Assembly for Housing Justice: Homes for People, Not for Profit» organizzato dal gruppo Left per oggi al Parlamento europeo. «Alla radice di quei gesti disperati e terribili c’è una questione sistemica: la negazione di un diritto fondamentale, che genera sofferenza e disagio in fasce sempre più ampie della popolazione. E se la politica continuerà a non affrontare le cause profonde di questa crisi, dovrà considerarsi corresponsabile, insieme a quel capitalismo che ha trasformato la casa da bene essenziale a bene speculativo, di ciò che di orribile accade. E dovrà assumersene la responsabilità politica». Temi su cui si può ed è giusto discutere, per carità. Ma a ridosso dell’efferato gesto dei fratelli Ramponi, contro i quali il Procuratore della Repubblica di Verona, Raffaele Tito, sta valutando il reato di strage, con tre carabinieri morti e 25 persone ferite, puntare il dito contro il governo suona a dir poco fuori tema. Non per la Salis evidentemente, che non manca di scomodare persino la lotta di classe.«Avere la sicurezza di un tetto sopra la testa non può essere un privilegio di classe, è condizione essenziale per una vita dignitosa e felice». Difficile sapere se i Ramponi, per i quali la cascina era sicuramente diventata la principale ragione di vita, fosse garanzia di una vita dignitosa e felice. Difficile, oggi, capire dove mettere il confine tra lucidità e follia. Perché i Ramponi, sicuramente provati da debiti e complicate vicende familiari, vantano un passato a dir poco problematico. Prima di accumulare bottiglie molotov sul tetto, riempire la cascina di gas, fino a far esplodere tutto e uccidere tre carabinieri, già un anno fa avevano minacciato il suicidio. «Abbiamo riempito la casa di gas. Non sappiamo più cosa fare. Non abbiamo più nulla, continuiamo a subire e subire» aveva detto Maria Luisa in un filmato registrato a novembre 2024. Una macabra avvisaglia dell’esplosione dei giorni scorsi. Anche nel 2021, nel tentativo di salvare la proprietà dall’asta, uno dei fratelli era salito sul tetto del tribunale di Verona minacciando di lanciarsi nel vuoto mentre la sorella si cospargeva di alcol nel parcheggio. Entrambi erano però stati bloccati dal tempestivo intervento di due vigilantes.Ma la china discendente era iniziata ben prima. Quando nel 2012, sempre uno dei fratelli, alla guida di un trattore con i fari spenti, uccide un uomo di 37 anni in un frontale. Condannato, si ritrova a dover far fronte alle spese di risarcimento senza poter contare in alcun modo sull’assicurazione. A quanto ricostruisce il Corriere della Sera, i Ramponi vendono alcuni terreni ma non basta e iniziano a chiedere prestiti. Alcuni parlano addirittura di 250.000 euro. Crescono le spese e cresce la rabbia contro banche e istituzioni. Così come le tensioni intrafamiliari. Nel 2014 un Ramponi chiede un finanziamento per poi fare dietro front e sostenere che la firma è contraffatta. Gli accertamenti però dicono il contrario e la banca avvia le procedure legali per il recupero del credito. La sentenza del giudice va eseguita. Alcuni campi vengono venduti all’asta mentre per l’altro lotto, quello che include la casa dove vivono, l’esecuzione dello sgombero è complessa. Vengono fatti diversi tentativi e i fratelli minacciano di far saltare in aria il casale. Difficile parlare con i i Ramponi. Nonostante svariate comunicazioni e bollettini, non si fanno mai trovare. È così che si arriva a oggi, con la fissazione dell’asta giudiziaria che era stata programmata per il 25 ottobre e una valutazione dell’abitazione pari a 140.000 euro. Fino all’ultimo un pensiero fisso: darsi fuoco e far scoppiare tutto. Vittime del sistema o di sé stessi?
(iStock)
Non aveva alcuna intenzione di rapire la piccola, ma voleva soltanto allontanarla dal bordo del marciapiede. Il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Perugia ha rimesso in libertà il ventinovenne del Gambia, che nella serata di mercoledì aveva strappato dalle braccia della madre una bambina di appena cinque anni che si trovava alla stazione ferroviaria di Fontivegge, quartiere di Perugia. Nell’immediatezza dei fatti, il giovane, con diversi precedenti penali, è stato arrestato per tentato sequestro di persona aggravato. Ma, ieri mattina, al termine dell’udienza di convalida il gip ha rimesso in libertà l’uomo per mancanza di elementi «inequivocabili».
Da quanto era stato raccontato dalla donna, di origini aretine, lei si trovava con la bimba nel piazzale della stazione in attesa di prendere il pullman quando, all’improvviso, si è avvicinato il giovane gambiano che ha afferrato la piccola strappandola alla mamma. A quel punto la mamma ha iniziato a urlare e la bimba a piangere, mentre l’uomo si allontanava con lei. La mamma ha iniziato a inseguirlo, chiamando le forze dell’ordine che poi lo hanno bloccato. Quando gli agenti della Volante sono arrivati hanno trovato la bimba spaventata e in stato di choc. I poliziotti lo hanno bloccato e portato in Questura dove è stato identificato e portato in carcere. Nell’immediatezza dei fatti nei suoi confronti pendeva l’accusa di tentato rapimento di persona aggravato dall’età della vittima, trattandosi di una minore.
Gli inquirenti erano arrivati a questa ricostruzione della vicenda attraverso la visione delle immagini di videosorveglianza, ma anche analizzando il racconto della mamma della piccola e controllando il cellulare dell’uomo. Infatti, era stata proprio la madre della bimba a raccontare agli investigatori che l’uomo avrebbe continuato a infastidire la piccola scattandole diverse fotografie con il cellulare. Da quanto si è appreso, gli inquirenti hanno analizzato le foto presenti sul cellulare dell’arrestato. Ma, ieri mattina, è arrivata la decisione del gip che ha sorpreso un po’ tutti: il ventinovenne viene liberato perché, difatti, non avrebbe messo in atto alcun rapimento, ma avrebbe solo voluto spostarla dal marciapiede.
Il giudice per le indagini preliminari non ha convalidato l’arresto perché ha ritenuto che non si sia trattato di un tentato rapimento né di violenza privata. La Procura aveva chiesto che il reato venisse derubricato da tentato sequestro di persona a violenza privata. Il gip, invece, ha condiviso la ricostruzione della vicenda resa nota dal difensore dell’uomo, l’avvocato Luca Aiello, che ha riportato il racconto del gambiano: il giovane non avrebbe mai avuto alcuna intenzione di rapire la piccola, anzi si era accorto che la bimba stava giocando ai bordi del marciapiede e l’avrebbe presa per evitare che potesse farsi male. Per l’avvocato questa ricostruzione dell’accaduto troverebbe riscontro sia nelle immagini riprese dalle telecamere di videosorveglianza che nelle testimonianze delle persone che si trovavano in zona. Il legale ha insistito sul fatto che non si sia trattato di un rapimento perché dai frame delle telecamere si vede - è il racconto del difensore - il giovane gambiano non ha strappato dalle mani della mamma la bimba e anzi l’avrebbe subito riconsegnata al genitore.
L’arrestato ha risposto a tutte le domande del gip negando ogni accusa e ribadendo di averla presa solo per evitare che si potesse fare male. E ha riferito che cosa è successo: la mamma si sarebbe avvicinata allarmata e la bimba piangeva, la donna gli urlava contro e lui avrebbe preso il cellulare non per fotografare la piccola, bensì per riprendere la madre che lo «aggrediva» per avere in futuro, qualora fosse stato necessario, «una prova» proprio per dimostrare quello che era successo.
Da quanto si è appreso, la decisione del giudice per le indagini preliminari è stata presa proprio dopo un’attenta analisi di ogni frame di quei video. Il giovane (noto alle forze dell’ordine per diversi precedenti penali) è tornato subito in libertà, non essendo stato emesso nei suoi confronti alcun provvedimento. Non è escluso che la Questura possa valutare la sua posizione e a breve emettere un provvedimento di espulsione dall’Italia. Il ventinovenne, infatti, è stato più volte beccato dalle forze dell’ordine in giro ubriaco e «intento» a molestare le persone. Per tale motivo, era stato arrestato e condannato. In particolare, lo scorso mese di maggio il giovane gambiano è finito in manette per aver aggredito una passeggera alla stazione. Anzi, in quell’occasione, nelle concitate fasi dell’arresto, ferì un poliziotto causandogli una frattura al dito. Per questo episodio era stato condannato a un anno e quattro mesi, ma rimesso in libertà con obbligo di firma alla polizia giudiziaria. Ma il suo «curriculum» è più lungo: la scorsa settimana era stato denunciato perché minacciava con un bastone alcune persone sedute sui gradini del Duomo di Perugia e, sempre con il bastone, avrebbe colpito più volte il portone della Cattedrale. Infine, nei suoi confronti è stato emesso un Daspo urbano perché l’uomo è stato più volte trovato con oggetti «atti a offendere». Da ieri è tornato in libertà pure per il tentato sequestro della piccola. La decisione del gip ha indignato l’opinione pubblica. Da quanto si è appreso, anche la mamma della piccola è rimasta sorpresa dalla scarcerazione e si è detta molto preoccupata perché teme di poterlo nuovamente vedere in giro e mettere in pericolo la sua bambina.
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La panzanella è una ricetta di recupero identitaria della Toscana, dove il pane raffermo è una sorta di rimedio per ogni occasione, che va fatta secondo regole precise. Noi ci siamo presi però la libertà di reinterpretarla per renderla ancora più semplice. Ma il risultato non cambia: è perfetta come spuntino per una cena estiva, va benissimo se ve la volete portare in spiaggia.
Ingredienti – 4 fette ampie di pane raffermo (meglio se è quello sciapo toscano, oppure un pugliese di Altamura), due pomodori costoluti o occhio di bue maturi, ma sodi (circa 250 gr), due cipollotti generosi meglio se rossi, due coste di sedano, due cucchiai abbondanti di olive taggiasche in conserva, alcune foglie di basilico, 8 cucchiai di olio extravergine di oliva, 2 cucchiai di aceto di vino bianco, sale e pepe qb.
Procedimento – Fate a cubetti le fette di pane e tostatele in padella in quattro cucchiai di olio extravergine di oliva. Fateli diventare belli croccanti. Nel frattempo fate a cubetti i pomodori, a fettine sottili le cipolle e il sedano. In una capace zuppiera mettete tutte le verdure, conditele con sale, pepe, olio extravergine, aceto (se piace) sale e pepe. Aggiungete le olive sgocciolate e mescolate bene. Quando il pane è bello croccante aggiungetelo alle verdure, rigirate e completate con le foglie di basilico sminuzzate.
Come far divertire i bambini – Date loro il compito di mescolare più e più volte la panzanella sbagliata.
Abbinamento – Per stare sulla costa toscana un ottimo Vermentino, oppure un Trebbiano o un Ansonica dell’Argentario. Altrimenti scegliete un qualsiasi bianco sapido e minerale italiano.
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Silvia Salis al Liguria Pride di Genova
E così mentre la città è assediata da bande di criminali, per lo più stranieri e quasi sempre giovanissimi, lei non trova niente di meglio che attaccare il politico del momento, Roberto Vannacci: «C’è chi parla di gusti, chi parla di persone non normali», chi lo fa «vuole smuovere sentimenti negativi, retrogradi, ma per fortuna sono una piccola minoranza», a cui non bisogna «dare attenzione». Ma intanto lei gliela dà. L’ex campionessa del lancio del martello ha sfilato con le associazioni Lgbtqia+ in questa edizione del gay pride intitolata «Ripensiamoci tempesta». A guidare il lungo corteo è stato il camion arcobaleno del coordinamento Liguria Rainbow.
Il prima fila anche l’avvocata Ilaria Gibelli, consulente del Comune di Genova per la tutela dei diritti delle persone Lgbtqia+, finita nella bufera ad aprile dopo aver dichiarato che «i partiti più cattolici sono quelli più omofobi, transfobici, razzisti, islamofobi e maschilisti». La quale, ieri, ha dichiarato: «Credo molto nel significato di questo ufficio e penso che sia fondamentale che le persone della comunità entrino nelle istituzioni e collaborino con esse». E, a proposito delle ultime dichiarazioni di Vannacci, ha commentato: «Credo che sia facile parlare alla pancia delle persone facendole sentire una maggioranza, ma la differenza tra chi fa politica contro le persone e chi la fa a favore è evidente. E qui, a Genova, con Silvia Salis, siamo con tutte le persone». Presenti anche l’ex ministro Roberta Pinotti, il vicesindaco, un paio di deputati, diversi consiglieri della maggioranza progressista e almeno tre assessore, tra cui Rita Bruzzone (quella dell’educazione sessuo-affettiva all’asilo) e Arianna Viscoglioni, colei che dovrebbe occuparsi della sicurezza. Hanno sfilato anche rappresentanti di Cgil e Uil, del consolato dell’Ecuador e dell’Ordine degli psicologi. Il corteo ha attraversato il centro e si è sciolto ai giardini Luzzati, nella città vecchia, dove si è svolta una grande festa.
Purtroppo, a Genova, a questo clima di allegria fa da contraltare il bollettino della cronaca nera e dei disagi che i cittadini sono costretti a sopportare. Dopo l’omicidio del clochard, a cui il senegalese Cissé Camara avrebbe tranciato la giugulare, venerdì notte, anche Corso Italia, il lungomare della movida, ha pagato il suo tributo di sangue. Un ventottenne originario di Castelvetrano (Trapani) avrebbe fatto delle avance a una ragazza, da quest’ultima non gradite. Per questo sarebbero intervenuti gli amici della giovane che avrebbero cercato di malmenare l’autore dell’approccio. Il trentenne siciliano si sarebbe dato alla fuga e con la sua auto avrebbe travolto uno degli inseguitori. Quest’ultimo, gravemente ferito, è stato ricoverato in rianimazione. L’investitore, positivo all’alcoltest, è stato arrestato con l’accusa di lesioni gravissime. Ma non è finita. Nelle stesse ore un nordafricano, al termine di una colluttazione, è stato trasportato al Pronto soccorso. Qui l’uomo, ripresosi, ha estratto un coltello e ha minacciato militi e infermieri. Poco dopo altro giro (di ricoverati maghrebini), altra rissa e per sedare gli animi è servito l’intervento della polizia. In un’altra zona, sulle alture di San Fruttuoso, una studentessa è stata aggredita sessualmente da tre giovani stranieri, mentre portava a spasso il cane in pieno giorno. È riuscita a divincolarsi e a chiamare il 112. Un’altra ragazza, scesa al capolinea dell’autobus, ha evitato la violenza da parte di un altro giovane africano solo grazie alla prontezza dell’autista che stava riportando il mezzo in rimessa: ha aperto le porte e ha fatto salire la giovane. Nel Levante cittadino, invece, un sedicenne nordafricano, spalleggiato da un gruppo di coetanei, ha strappato una collana d’oro e un orecchino a un’ottantaduenne nei Parchi di Nervi. Quando il presunto rapinatore è stato identificato e fermato da un carabiniere, è scoppiato il parapiglia. Un gruppo di maranza ha soccorso il ladro. A questo punto è intervenuta una volante della Guardia di finanza che ha fatto salire a bordo il militare dell’Arma e il minorenne fermato. Fine della storia? Nient’affatto. Gli altri giovani nordafricani hanno provato a forzare le portiere dell’auto delle Fiamme gialle, venendo denunciati per resistenza e danneggiamento. Storie da banlieu francese che sempre più spesso si ripetono nel capoluogo ligure. Ma se la sicurezza a Genova è una nota dolente, il Comune dà ai suoi abitanti pure altri dispiaceri. Per esempio, battendo cassa, in versione sceriffo di Sherwood. La Lega, ieri, ha attaccato la giunta per l’annunciato (da indiscrezioni giornalistiche) aumento della tassa di soggiorno per B&B e appartamenti a uso turistico fino alla soglia massima di 5 euro per persona. «Davvero il Comune intende trattare l’ospitalità diffusa alla stregua degli hotel a 5 stelle?» hanno chiesto i consiglieri del Carroccio Paola Bordilli e Alessio Bevilacqua. «Siamo convinti che i piccoli proprietari genovesi non possano essere considerati un bancomat da spremere per rimpinguare le casse comunali».
C’è, infine, l’emergenza trasporto pubblico. Se la municipalizzata Amt, sull’orlo del default, non pagherà entro domani i crediti accumulati dai fornitori privati dell’azienda, questi, per protesta, da lunedì, sospenderanno i servizi di autobus che collegano le zone collinari della Valbisagno e della Valpolcevera al resto della città. Andare a piedi al pride sarà pure divertente, ma farlo per raggiungere scuole e posti di lavoro è sicuramente meno eccitante.
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Il curatore di Fr*cinema Pietro Turano. Nel riquadro, la locandina dell'edizione 2026 (Getty Images)
Ai quali si sono aggiunti nel 2026 altri 300.000 euro da parte della Regione Lazio, anche questi erogati direttamente: il Consiglio regionale del Lazio ha approvato all’unanimità un emendamento che stanzia il contributo straordinario per l’anno 2026 a favore della Fondazione che ha promosso il Fr*cinema.
Si vola alto, nelle trame vincitrici del concorso, ideato per soggetti di «cortometraggi queer» e rivolto a film maker under-35: Vajassa, di Michela Mazzaferro, Giovanna De Luca, Leonardo Gaspa e Federico Politi per la regia di Andrea La Medica, è una storia ambientata a Napoli che racconta di una giovane artista trans che sogna di fare l’attrice e si scontra con un regista che la valuta soltanto come caricatura. Tra le ragioni del riconoscimento, «un linguaggio intelligente, ironico e furbo, una tragi-commedia che riporta in vita gli echi della cultura teatrale partenopea di Ruccello, Moscato o (nientemeno, ndr) De Filippo». Fr*cinema ha generosamente assegnato 15.000 euro di contributo produttivo a Vajassa e altri 10.000 euro al vincitore della sezione Documentario, il corto La stanza delle bambine di Federica Corti, Valentina Morricone, Pierpaolo Moscatello. Anche in questa produzione, sono i temi Lgbtiq+ dominare la scena, nella fattispecie i «diritti delle madri intenzionali in coppie omogenitoriali». Nei post dedicati al film Tomboy si parla invece della «espressione di genere nella dimensione del gioco e della ricerca» e del «racconto di un’infanzia queer che rivendica il diritto di sperimentare, lontano dall’obbligo degli adulti di doversi definire».
I fondi all’epoca (2023) concessi in affidamento diretto da Gualtieri furono contestati come «concorrenza sleale» da Fratelli d’Italia. Quest’anno però alla Fondazione Piccolo America, ideatrice del festival queer Fr*cinema, è andata meglio: lo stanziamento è stato inserito all’interno di una legge omnibus sui debiti fuori bilancio tramite un accordo politico trasversale e condiviso da tutte le forze d’Aula, dopo anni di tensione sulla Fondazione scoppiati nel 2023, anno dell’insediamento di Francesco Rocca (indipendente di area centrodestra) come governatore. Subito dopo la sua elezione, la nuova giunta aveva deciso di azzerare i contributi finanziari storici che la precedente amministrazione (guidata da Nicola Zingaretti, Pd) erogava regolarmente alla rassegna. I motivi ufficiali del taglio avanzati allora dalla Pisana facevano leva su un duro piano di rientro dal debito regionale e sulla volontà politica di cambiare i criteri di assegnazione dei fondi alla cultura, cancellando i canali preferenziali e gli affidamenti diretti alle singole associazioni, di cui usufruisce da sempre Piccolo America. Fratelli d’Italia, ad esempio, definì le spese di 130.000 euro alla voce «Gestione ospiti ed incontri con viaggi e alloggi» come fuori mercato.
Senza il polmone economico della Regione, la Fondazione si è trovata in grave affanno. Per mantenere del tutto gratuite le tre piazze romane che accolgono la manifestazione «Cinema in Piazza 2026», il fondatore della kermesse cinematografica, Valerio Carocci, si è inventato coperture alternative, come quella dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai. Carocci aveva accusato il centrodestra di voler soffocare «una delle rassegne culturali più amate e frequentate di Roma» per motivi puramente politici. Che davvero lo sia è tutto da vedere: fatto sta che soltanto nel 2026 le due parti hanno iniziato a imbastire una serie di trattative diplomatiche dietro le quinte. I due fattori chiave del riavvicinamento sono stati il superamento del «pregiudizio ideologico» e l’urgenza di riqualificare il tessuto sociale delle periferie romane, argomenti che a quanto pare hanno convinto la giunta Rocca del «valore istituzionale» del progetto. L’accordo siglato con la fondazione pro-queer prevede che, invece di richiedere finanziamenti last-minute per tamponare le emergenze dell’anno in corso, si dialoghi (addirittura) su una programmazione a lungo termine. Il voto all’unanimità dell’emendamento ha sancito formalmente la fine delle ostilità, trasformando quello che era un simbolo dell’opposizione giovanile di sinistra in un evento politically correct felicemente finanziato in modo bipartisan da tutte le istituzioni locali, sia comunali che regionali. E i cittadini ringraziano.
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