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2025-10-16
Salis incolpa i politici per la strage di Verona
Ilaria Salis (Ansa)
Chi ha ucciso i carabinieri? Tre pazzi che hanno innescato molotov e bombole a gas? Tre folli che andavano in giro di notte a rubare e non aprivano la porta a nessuno, nemmeno allo zio prete? Tre evidenti squilibrati che avevano già minacciato di farsi saltare in aria e hanno organizzato la strage con lucida determinazione? No: sono stati il capitalismo e la politica. Parola di Ilaria Salis. Nostra Signora delle Okkupazioni, già martire d’Ungheria e vergine casta di Bruxelles, graziata dal voto segreto e dall’immunità parlamentare, sembra quasi dire che è cosa buona e giusta mandare tre persone al creatore e altre ventisette in ospedale, dal momento che essi sono servitori dello Stato. E dunque colpevoli per definizione. A questo punto mi viene un dubbio: perché indagare per strage? Non si tratta forse soltanto di un atto di autolesionismo dei medesimi carabinieri?
Scusate, ma non reggo più. Sono passate quarantott’ore dalla strage nel veronese e mi danno già la nausea i commenti in salsa di Salis, che purtroppo stanno dilagando anche sui social. Commenti tutti tesi a giustificare l’atto criminale in nome del «disagio». Per carità: che il disagio esista lo sappiamo bene, dal momento che lo raccontiamo da anni. E che il problema della casa sia un problema drammatico lo possiamo dire meglio di chiunque altro, avendolo affrontato quando tutti lo ignoravano. Ma pensare di risolvere tutto ciò attraverso l’illegalità, come sostiene la Salis, o peggio ancora attraverso il massacro, come hanno fatto i tre fratelli di Castel d’Azzano, è assurdo. Non si può giustificare il crimine. E non si possono aprire le porte al Far West. Anche perché nel Far West, come tutti sanno, i più fragili sono sempre i primi a soccombere.
I fratelli Rampone erano fragili, certo. Ma non avevano più diritto a stare in quella casa, e dunque ci stavano abusivamente. E se uno sta in una casa abusivamente deve essere sgomberato perché la casa deve andare al proprietario. Sembrerà strano, ma solo così si tutelano i diritti di tutti. Se poi una persona ha bisogno di aiuto, le istituzioni devono provvedere. E nel caso risulta che ai tre fratelli erano state proposte varie soluzioni abitative, compresa una che permetteva di ospitare anche le loro sempre più malandate bestie. Ma loro hanno sempre rifiutato. Non aprivano nemmeno più la porta. A nessuno. Uscivano solo di notte, per rubare. Per altro avevano un mutuo sulla casa non per la sfiga celeste o per la cattiveria del sistema finanziario, ma perché nel 2012 uno di loro, Davide, era uscito di notte con il trattore a fari spenti, per non farsi vedere, perché stava probabilmente rubando il fieno, e così aveva ucciso un povero camionista. Avevano ipotecato la casa per risarcire quel danno, e poi non hanno pagato il mutuo. Altro che vittime del capitalismo.
Attenzione, però, perché si sta giocando un gioco pericoloso. E quel messaggio della Salis che, in sostanza, finisce per attribuire alla politica la colpa della strage è di una gravità inaccettabile perché giustifica tutti coloro che di questi tempi stanno diffondendo odio a piene mani, non solo verbale purtroppo, come dimostrano le piazze sempre più violente e sempre più senza motivo, come quella dell’altra sera a Udine. Del resto se le forze dell’ordine sono il braccio armato di una politica responsabile delle stragi, bisogna fermarle. Con ogni mezzo: sassi, bastoni, bombe carta, molotov o esplosioni di bombole a gas, tutto va bene contro uno Stato «corresponsabile, insieme con il capitalismo, di ciò che orribile accade», come scrive la Salis. E tutto va bene ovviamente contro chi, quello Stato, lo serve lealmente. Anzi, già che ci siamo: perché non dare anche una medaglia a chi ammazza un poliziotto o un carabiniere? Che ne dice, onorevole Salis? Premio Mara Cagol 2025: uccidi e sarai premiato. Si ricordi solo, piccola rivoluzionaria con maxistipendio garantito, che una stagione così l’abbiamo già vissuta, purtroppo. E non è finita benissimo.
Per la Salis l’eccidio dei carabinieri «è responsabilità della politica»
Anche la morte dei tre carabinieri, non poteva che essere colpa della politica. E del governo Meloni. Dall’estate afosa fino al «genocidio» a Gaza, anche un gesto disperato e criminale come quello dei fratelli Ramponi, che davanti a uno sfratto considerato ingiusto hanno deciso di rispondere con la violenza, non poteva che essere oggetto di sciacallaggio politico. A poco più di 48 ore dalla morte dei tre carabinieri Valerio Daprà, Davide Bernardello e Marco Piffari nell’esplosione della casa colonica di Castel d’Azzano, per Ilaria Salis, anche il sacrificio di chi ha perso la vita per fare il proprio dovere, non può che essere utilizzato a uso e consumo del proprio cavallo di battaglia: la lotta alla casa. «In questi giorni, la crisi abitativa e la povertà crescente in Italia sono tornate drammaticamente al centro della scena, da Sesto San Giovanni a Castel d’Azzano» ha scritto la Salis su X.
Polemiche che suonano a dir poco strumentali visto che i fratelli Dino, Franco e Maria Luisa Ramponi, un tetto sulla testa lo avrebbero avuto. Lo conferma il vicesindaco Antonello Panuccio che ha dato conto delle interlocuzioni intrattenute con i Ramponi, anche attraverso la prefettura, ai quali erano state offerte diverse opzioni logistiche, tra queste una casa in montagna dove avrebbero potuto portare anche le loro trenta mucche. Una notizia che alla Salis però deve esser sfuggita vista l’occasione ghiotta di buttarla in bagarre politica. E fare un po’ di pubblicità all’evento «Popular Assembly for Housing Justice: Homes for People, Not for Profit» organizzato dal gruppo Left per oggi al Parlamento europeo. «Alla radice di quei gesti disperati e terribili c’è una questione sistemica: la negazione di un diritto fondamentale, che genera sofferenza e disagio in fasce sempre più ampie della popolazione. E se la politica continuerà a non affrontare le cause profonde di questa crisi, dovrà considerarsi corresponsabile, insieme a quel capitalismo che ha trasformato la casa da bene essenziale a bene speculativo, di ciò che di orribile accade. E dovrà assumersene la responsabilità politica». Temi su cui si può ed è giusto discutere, per carità. Ma a ridosso dell’efferato gesto dei fratelli Ramponi, contro i quali il Procuratore della Repubblica di Verona, Raffaele Tito, sta valutando il reato di strage, con tre carabinieri morti e 25 persone ferite, puntare il dito contro il governo suona a dir poco fuori tema. Non per la Salis evidentemente, che non manca di scomodare persino la lotta di classe.
«Avere la sicurezza di un tetto sopra la testa non può essere un privilegio di classe, è condizione essenziale per una vita dignitosa e felice». Difficile sapere se i Ramponi, per i quali la cascina era sicuramente diventata la principale ragione di vita, fosse garanzia di una vita dignitosa e felice. Difficile, oggi, capire dove mettere il confine tra lucidità e follia. Perché i Ramponi, sicuramente provati da debiti e complicate vicende familiari, vantano un passato a dir poco problematico. Prima di accumulare bottiglie molotov sul tetto, riempire la cascina di gas, fino a far esplodere tutto e uccidere tre carabinieri, già un anno fa avevano minacciato il suicidio. «Abbiamo riempito la casa di gas. Non sappiamo più cosa fare. Non abbiamo più nulla, continuiamo a subire e subire» aveva detto Maria Luisa in un filmato registrato a novembre 2024. Una macabra avvisaglia dell’esplosione dei giorni scorsi. Anche nel 2021, nel tentativo di salvare la proprietà dall’asta, uno dei fratelli era salito sul tetto del tribunale di Verona minacciando di lanciarsi nel vuoto mentre la sorella si cospargeva di alcol nel parcheggio. Entrambi erano però stati bloccati dal tempestivo intervento di due vigilantes.
Ma la china discendente era iniziata ben prima. Quando nel 2012, sempre uno dei fratelli, alla guida di un trattore con i fari spenti, uccide un uomo di 37 anni in un frontale. Condannato, si ritrova a dover far fronte alle spese di risarcimento senza poter contare in alcun modo sull’assicurazione. A quanto ricostruisce il Corriere della Sera, i Ramponi vendono alcuni terreni ma non basta e iniziano a chiedere prestiti. Alcuni parlano addirittura di 250.000 euro. Crescono le spese e cresce la rabbia contro banche e istituzioni. Così come le tensioni intrafamiliari. Nel 2014 un Ramponi chiede un finanziamento per poi fare dietro front e sostenere che la firma è contraffatta. Gli accertamenti però dicono il contrario e la banca avvia le procedure legali per il recupero del credito. La sentenza del giudice va eseguita. Alcuni campi vengono venduti all’asta mentre per l’altro lotto, quello che include la casa dove vivono, l’esecuzione dello sgombero è complessa. Vengono fatti diversi tentativi e i fratelli minacciano di far saltare in aria il casale. Difficile parlare con i i Ramponi. Nonostante svariate comunicazioni e bollettini, non si fanno mai trovare.
È così che si arriva a oggi, con la fissazione dell’asta giudiziaria che era stata programmata per il 25 ottobre e una valutazione dell’abitazione pari a 140.000 euro. Fino all’ultimo un pensiero fisso: darsi fuoco e far scoppiare tutto. Vittime del sistema o di sé stessi?
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L’eurodeputata Avs giustifica l’esplosione contro lo sfratto. Nel frattempo le coccolate piazze pro Pal sono sempre più violente. Per i servitori dello Stato tira una brutta aria.La paladina delle occupazioni evoca la «lotta di classe». Ma il vicesindaco conferma che ai fratelli Ramponi erano state offerte abitazioni alternative a quella che dovevano lasciare. La Procura valuta il reato di strage.Lo speciale contiene due articoli. Chi ha ucciso i carabinieri? Tre pazzi che hanno innescato molotov e bombole a gas? Tre folli che andavano in giro di notte a rubare e non aprivano la porta a nessuno, nemmeno allo zio prete? Tre evidenti squilibrati che avevano già minacciato di farsi saltare in aria e hanno organizzato la strage con lucida determinazione? No: sono stati il capitalismo e la politica. Parola di Ilaria Salis. Nostra Signora delle Okkupazioni, già martire d’Ungheria e vergine casta di Bruxelles, graziata dal voto segreto e dall’immunità parlamentare, sembra quasi dire che è cosa buona e giusta mandare tre persone al creatore e altre ventisette in ospedale, dal momento che essi sono servitori dello Stato. E dunque colpevoli per definizione. A questo punto mi viene un dubbio: perché indagare per strage? Non si tratta forse soltanto di un atto di autolesionismo dei medesimi carabinieri? Scusate, ma non reggo più. Sono passate quarantott’ore dalla strage nel veronese e mi danno già la nausea i commenti in salsa di Salis, che purtroppo stanno dilagando anche sui social. Commenti tutti tesi a giustificare l’atto criminale in nome del «disagio». Per carità: che il disagio esista lo sappiamo bene, dal momento che lo raccontiamo da anni. E che il problema della casa sia un problema drammatico lo possiamo dire meglio di chiunque altro, avendolo affrontato quando tutti lo ignoravano. Ma pensare di risolvere tutto ciò attraverso l’illegalità, come sostiene la Salis, o peggio ancora attraverso il massacro, come hanno fatto i tre fratelli di Castel d’Azzano, è assurdo. Non si può giustificare il crimine. E non si possono aprire le porte al Far West. Anche perché nel Far West, come tutti sanno, i più fragili sono sempre i primi a soccombere. I fratelli Rampone erano fragili, certo. Ma non avevano più diritto a stare in quella casa, e dunque ci stavano abusivamente. E se uno sta in una casa abusivamente deve essere sgomberato perché la casa deve andare al proprietario. Sembrerà strano, ma solo così si tutelano i diritti di tutti. Se poi una persona ha bisogno di aiuto, le istituzioni devono provvedere. E nel caso risulta che ai tre fratelli erano state proposte varie soluzioni abitative, compresa una che permetteva di ospitare anche le loro sempre più malandate bestie. Ma loro hanno sempre rifiutato. Non aprivano nemmeno più la porta. A nessuno. Uscivano solo di notte, per rubare. Per altro avevano un mutuo sulla casa non per la sfiga celeste o per la cattiveria del sistema finanziario, ma perché nel 2012 uno di loro, Davide, era uscito di notte con il trattore a fari spenti, per non farsi vedere, perché stava probabilmente rubando il fieno, e così aveva ucciso un povero camionista. Avevano ipotecato la casa per risarcire quel danno, e poi non hanno pagato il mutuo. Altro che vittime del capitalismo. Attenzione, però, perché si sta giocando un gioco pericoloso. E quel messaggio della Salis che, in sostanza, finisce per attribuire alla politica la colpa della strage è di una gravità inaccettabile perché giustifica tutti coloro che di questi tempi stanno diffondendo odio a piene mani, non solo verbale purtroppo, come dimostrano le piazze sempre più violente e sempre più senza motivo, come quella dell’altra sera a Udine. Del resto se le forze dell’ordine sono il braccio armato di una politica responsabile delle stragi, bisogna fermarle. Con ogni mezzo: sassi, bastoni, bombe carta, molotov o esplosioni di bombole a gas, tutto va bene contro uno Stato «corresponsabile, insieme con il capitalismo, di ciò che orribile accade», come scrive la Salis. E tutto va bene ovviamente contro chi, quello Stato, lo serve lealmente. Anzi, già che ci siamo: perché non dare anche una medaglia a chi ammazza un poliziotto o un carabiniere? Che ne dice, onorevole Salis? Premio Mara Cagol 2025: uccidi e sarai premiato. Si ricordi solo, piccola rivoluzionaria con maxistipendio garantito, che una stagione così l’abbiamo già vissuta, purtroppo. E non è finita benissimo.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ilaria-salis-carabinieri-azzano-2674202701.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="per-la-salis-leccidio-dei-carabinieri-e-responsabilita-della-politica" data-post-id="2674202701" data-published-at="1760559194" data-use-pagination="False"> Per la Salis l’eccidio dei carabinieri «è responsabilità della politica» Anche la morte dei tre carabinieri, non poteva che essere colpa della politica. E del governo Meloni. Dall’estate afosa fino al «genocidio» a Gaza, anche un gesto disperato e criminale come quello dei fratelli Ramponi, che davanti a uno sfratto considerato ingiusto hanno deciso di rispondere con la violenza, non poteva che essere oggetto di sciacallaggio politico. A poco più di 48 ore dalla morte dei tre carabinieri Valerio Daprà, Davide Bernardello e Marco Piffari nell’esplosione della casa colonica di Castel d’Azzano, per Ilaria Salis, anche il sacrificio di chi ha perso la vita per fare il proprio dovere, non può che essere utilizzato a uso e consumo del proprio cavallo di battaglia: la lotta alla casa. «In questi giorni, la crisi abitativa e la povertà crescente in Italia sono tornate drammaticamente al centro della scena, da Sesto San Giovanni a Castel d’Azzano» ha scritto la Salis su X.Polemiche che suonano a dir poco strumentali visto che i fratelli Dino, Franco e Maria Luisa Ramponi, un tetto sulla testa lo avrebbero avuto. Lo conferma il vicesindaco Antonello Panuccio che ha dato conto delle interlocuzioni intrattenute con i Ramponi, anche attraverso la prefettura, ai quali erano state offerte diverse opzioni logistiche, tra queste una casa in montagna dove avrebbero potuto portare anche le loro trenta mucche. Una notizia che alla Salis però deve esser sfuggita vista l’occasione ghiotta di buttarla in bagarre politica. E fare un po’ di pubblicità all’evento «Popular Assembly for Housing Justice: Homes for People, Not for Profit» organizzato dal gruppo Left per oggi al Parlamento europeo. «Alla radice di quei gesti disperati e terribili c’è una questione sistemica: la negazione di un diritto fondamentale, che genera sofferenza e disagio in fasce sempre più ampie della popolazione. E se la politica continuerà a non affrontare le cause profonde di questa crisi, dovrà considerarsi corresponsabile, insieme a quel capitalismo che ha trasformato la casa da bene essenziale a bene speculativo, di ciò che di orribile accade. E dovrà assumersene la responsabilità politica». Temi su cui si può ed è giusto discutere, per carità. Ma a ridosso dell’efferato gesto dei fratelli Ramponi, contro i quali il Procuratore della Repubblica di Verona, Raffaele Tito, sta valutando il reato di strage, con tre carabinieri morti e 25 persone ferite, puntare il dito contro il governo suona a dir poco fuori tema. Non per la Salis evidentemente, che non manca di scomodare persino la lotta di classe.«Avere la sicurezza di un tetto sopra la testa non può essere un privilegio di classe, è condizione essenziale per una vita dignitosa e felice». Difficile sapere se i Ramponi, per i quali la cascina era sicuramente diventata la principale ragione di vita, fosse garanzia di una vita dignitosa e felice. Difficile, oggi, capire dove mettere il confine tra lucidità e follia. Perché i Ramponi, sicuramente provati da debiti e complicate vicende familiari, vantano un passato a dir poco problematico. Prima di accumulare bottiglie molotov sul tetto, riempire la cascina di gas, fino a far esplodere tutto e uccidere tre carabinieri, già un anno fa avevano minacciato il suicidio. «Abbiamo riempito la casa di gas. Non sappiamo più cosa fare. Non abbiamo più nulla, continuiamo a subire e subire» aveva detto Maria Luisa in un filmato registrato a novembre 2024. Una macabra avvisaglia dell’esplosione dei giorni scorsi. Anche nel 2021, nel tentativo di salvare la proprietà dall’asta, uno dei fratelli era salito sul tetto del tribunale di Verona minacciando di lanciarsi nel vuoto mentre la sorella si cospargeva di alcol nel parcheggio. Entrambi erano però stati bloccati dal tempestivo intervento di due vigilantes.Ma la china discendente era iniziata ben prima. Quando nel 2012, sempre uno dei fratelli, alla guida di un trattore con i fari spenti, uccide un uomo di 37 anni in un frontale. Condannato, si ritrova a dover far fronte alle spese di risarcimento senza poter contare in alcun modo sull’assicurazione. A quanto ricostruisce il Corriere della Sera, i Ramponi vendono alcuni terreni ma non basta e iniziano a chiedere prestiti. Alcuni parlano addirittura di 250.000 euro. Crescono le spese e cresce la rabbia contro banche e istituzioni. Così come le tensioni intrafamiliari. Nel 2014 un Ramponi chiede un finanziamento per poi fare dietro front e sostenere che la firma è contraffatta. Gli accertamenti però dicono il contrario e la banca avvia le procedure legali per il recupero del credito. La sentenza del giudice va eseguita. Alcuni campi vengono venduti all’asta mentre per l’altro lotto, quello che include la casa dove vivono, l’esecuzione dello sgombero è complessa. Vengono fatti diversi tentativi e i fratelli minacciano di far saltare in aria il casale. Difficile parlare con i i Ramponi. Nonostante svariate comunicazioni e bollettini, non si fanno mai trovare. È così che si arriva a oggi, con la fissazione dell’asta giudiziaria che era stata programmata per il 25 ottobre e una valutazione dell’abitazione pari a 140.000 euro. Fino all’ultimo un pensiero fisso: darsi fuoco e far scoppiare tutto. Vittime del sistema o di sé stessi?
Christine Lagarde (Ansa)
Lo ammette senza troppi giri di parole Christine Lagarde: abbiamo discusso un possibile rialzo dei tassi. Discusso. Valutato. Soppesato. Poi archiviato. Per ora. Con un’aggiunta che sa più di promessa che di prudenza: se ne riparlerà a giugno. La realtà è salita sul palcoscenico e ha cambiato la scena. La guerra in Medio Oriente riapre una ferita che l’Europa conosce benissimo ma finge di dimenticare: l’energia che diventa arma. Il blocco dello Stretto di Hormuz - nome quasi astratto finché non arriva la bolletta della luce - non è solo una variabile economica. È una leva politica travestita da pompa di benzina. E infatti l’inflazione, che sembrava finalmente domata, decide di rialzare la testa. Ad aprile torna al 3%. Non un’esplosione, ma abbastanza per ricordare alla Bce che il 2% non è un suggerimento: è una linea di confine. Perché mentre i prezzi ripartono, l’economia rallenta. L’Eurozona nel primo trimestre è migliorata dello 0,1%. Tecnicamente è un miglioramento, praticamente un battito di ciglia. Definirla «bassa crescita», come fa Lagarde, è un esercizio di stile che meriterebbe un premio a parte: quello per l’ottimismo resistente.
Ed è in questo equilibrio instabile che la Bce si ritrova intrappolata. Da una parte l’inflazione che rialza la voce, dall’altra una crescita che ha perso le corde vocali. In mezzo, la politica monetaria che tenta di non scegliere per non sbagliare. O meglio sceglie di aspettare perché qualsiasi scelta avrebbe un costo. «Abbiamo preso la decisione di non toccare i tassi perché le informazioni sono ancora insufficienti», dice Lagarde. Onesta, ma inquietante. Il tempo che passa, in economia, non è mai neutrale. Poi arriva la frase chiave che fa alzare qualche sopracciglio: «Ci stiamo allontanando dal nostro scenario di base». Come dire: le stime su cui pensavamo di basarci - guerra breve, energia sotto controllo, inflazione in discesa - si stanno sgretolando. Non crollano, certo. Ma si incrinano abbastanza da rendere ogni previsione una scommessa. E qui la lettura diventa inevitabilmente più critica. Perché la sensazione è che la Bce, ancora una volta, si trova a inseguire gli eventi invece di anticiparli. Un thriller già visto: nel 2011, con il rialzo dei tassi che alimentò la crisi del debito. Nel 2022, sottovalutando l’inflazione fino a farla diventare un problema strutturale. Due errori opposti, ma figli dello stesso difetto: arrivare sempre un attimo dopo. È proprio questo l’incubo che incombe sulle riunioni di Francoforte. Non tanto cosa fare, ma cosa non fare. E in economia, come in politica, la paura di sbagliare diventa strategia: quella del rinvio permanente. Nel frattempo, il resto del mondo fa coro. La Federal Reserve per la terza volta di fila resta ferma, la Bank of England pure. Tutti prudenti, tutti immobili, tutti in attesa che qualcun altro faccia il primo passo. È la globalizzazione della cautela: nessuno vuole essere ricordato come quello che ha mosso la pedina sbagliata nel momento sbagliato. Sotto questa calma apparente, il sistema si muove. Le aspettative di inflazione risalgono, la fiducia di imprese e famiglie si incrina, la guerra non ha ancora scaricato tutto il suo impatto sull’economia reale. La quiete che precede non il temporale ma la revisione del meteo. E così il quadro finale è quasi sospeso: tassi fermi, dibattito acceso; inflazione in salita, ma non fuori controllo; crescita debole, ma non assente. Una sorta di equilibrio instabile in cui tutto sembra tenere finché non precipita. Ed è qui che la narrazione di Lagarde diventa più fragile, quasi difensiva. La prudenza viene presentata come virtù, ma rischia di diventare una postura permanente. E il mercato, si sa, non premia chi aspetta troppo a lungo di decidere: premia chi arriva prima di essere costretto a rincorrere. La conclusione, allora, è meno rassicurante di quanto sembri. La Bce non è immobile: è semplicemente in attesa del momento in cui muoversi sarà inevitabile. Ha scelto la pausa. Ma è una pausa che somiglia sempre di più a una sospensione carica di tensione. E quando il sipario si rialzerà non basterà più raccontare che «si è discusso il rialzo». Il pubblico chiederà spiegazioni.
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Gianluigi Paragone smaschera il paradosso del fronte del No: un giorno difende l'autonomia dei giudici come fosse sacra e il giorno dopo, sul caso di Nicole Minetti, si arrabbia perché il Ministero non ha dato ordini ai magistrati o non ha inseguito i colpevoli in Uruguay.