Insomma, pur confermando la sponda con Netanyahu, il presidente americano ha teso a presentarsi come il componente di maggior peso della coalizione. Non dimentichiamo del resto che, dietro le quinte, il rapporto tra i due leader non è tutto rose e fiori. Sabato, Trump ha fatto marcia indietro sull’eventualità di un’offensiva di terra dei curdi contro il regime khomeinista. «Non voglio che i curdi entrino in Iran. Sono disposti a entrare, ma ho detto loro che non voglio che entrino. La guerra è già abbastanza complicata così com’è. Non vogliamo vedere i curdi farsi male o uccidere», ha dichiarato, prendendo implicitamente le distanze da Netanyahu, che, al contrario, dell’opzione curda è un fautore.
Non solo. L’altro ieri, parlando con Channel 12, un alto funzionario americano si è lamentato dei vasti attacchi israeliani alle infrastrutture petrolifere iraniane. «Non pensiamo che sia stata una buona idea», ha dichiarato, sostenendo che quegli attacchi potrebbero ritorcersi contro gli Stati Uniti, rafforzando il regime khomeinista. Era inoltre la scorsa settimana quando, secondo Axios, Netanyahu avrebbe chiesto spiegazioni alla Casa Bianca su presunti contatti segreti tra Washington e Teheran dopo l’avvio delle ostilità. È quindi anche per sopire queste tensioni che, oggi, gli inviati statunitensi, Steve Witkoff e Jared Kushner, avrebbero dovuto recarsi nello Stato ebraico: l’obiettivo, in particolare, avrebbe dovuto essere quello di tenere dei colloqui di alto livello sul conflitto in corso. Tuttavia, ieri, il Jerusalem Post ha riportato che il viaggio è stato annullato.
D’altronde, a livello strutturale, la dialettica sotterranea tra Trump e Netanyahu si registra soprattutto sul futuro politico-istituzionale dell’Iran. Il presidente americano vorrebbe una soluzione venezuelana: decapitare, cioè, il regime khomeinista per poi scegliere come interlocutore un pezzo del vecchio sistema di potere, non prima di averlo adeguatamente addomesticato. Non a caso, ieri, Marco Rubio, non ha citato il regime change tra gli obiettivi dell’offensiva in atto. «Gli obiettivi di questa missione sono chiari», ha detto il segretario di Stato americano che, secondo Nbc, avrebbe l’appoggio di vari finanziatori repubblicani in vista delle elezioni del 2028. «Si tratta di distruggere la capacità di questo regime di lanciare missili e i suoi lanciatori, distruggendo le fabbriche che producono questi missili e distruggendo la sua Marina», ha aggiunto.
Di contro, sabato, un funzionario israeliano aveva detto che lo Stato ebraico era «ottimista sulla capacità di far crollare il regime». Eppure, ieri, un altro funzionario israeliano ha detto al Washington Post che Gerusalemme inizierebbe a essere scettica sullo scenario di un regime change. «Non vediamo nessuno che possa sostituire il regime. Non sono sicuro che sia nel nostro interesse combattere finché il regime non sarà rovesciato. Nessuno vuole una storia infinita», ha affermato. Se stesse realmente orientandosi verso questa prospettiva, ciò significherebbe che Israele si starebbe avvicinando all’idea di una soluzione venezuelana, come auspicato da Trump. Lo Stato ebraico ha fatto nuove valutazioni? Oppure sta tendendo la mano alla Casa Bianca, per disinnescare le tensioni?
Come che sia, la soluzione venezuelana dovrà affrontare adesso lo scoglio della nomina a Guida suprema del figlio di Ali Khamenei, Mojtaba: una figura che, sostenuta dai pasdaran, è invisa sia agli americani che agli israeliani. Non a caso, ieri Trump, oltre ad avere una telefonata «franca e costruttiva» di un’ora con Vladimir Putin su Ucraina e Iran, ha detto che la sua designazione è stata un «grosso errore», rifiutandosi di rendere noto che cosa abbia in mente di fare con lui. Al contempo, il ministero degli Esteri israeliano ha definito il figlio del defunto ayatollah un «tiranno che continuerà la brutalità del regime iraniano».
Insomma, per riuscire nella soluzione venezuelana, Trump, che aveva in programma una conferenza stampa ieri sera dopo che La Verità era già andata in stampa, si trova a dover sciogliere due nodi: da una parte, ha necessità di sradicare il potere delle Guardie della rivoluzione; dall’altra, deve frenare Netanyahu nei suoi intenti di regime change (intenti che, come abbiamo visto, sembrerebbero comunque essersi ridimensionati nelle scorse ore). È da qui che passa l’eventuale successo strategico statunitense dell’offensiva militare. Trump, che non ha ancora deciso se inviare o meno soldati per mettere in sicurezza le scorte di uranio arricchito iraniane, ha bisogno di portare Teheran nell’orbita americana, evitando costose operazioni di nation building. È in quest’ottica che, ieri, parlando con Nbc, non ha escluso di prendere il controllo del greggio iraniano: una mossa con cui, in caso, Trump punterebbe a colpire Pechino sia in termini di approvvigionamento energetico che di tutela della supremazia del dollaro.