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2022-01-01
Gli sfregi della guerra ancora visibili sui volti delle nostre città
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L'ingresso del rifugio di piazza Pretoria a Palermo durante la guerra. Nel riquadro l'interno del rifugio oggi (courtesy Wil Rothier)
Molte scritte di guerra, fino agli anni Settanta ancora ben leggibili sui muri dei palazzi delle città italiane, non sono sopravvissute alla piaga del vandalismo o alle ristrutturazioni delle facciate. Tuttavia nei grandi centri urbani l'opera di conservazione spinta da comitati e associazioni ha dato i suoi frutti e oltre alle scritte anche molti rifugi, riscoperti dopo decenni, sono stati recuperati e oggi sono visitabili. Permettendo così di poter rivivere quei momenti drammatici anche attraverso gli oggetti e le iscrizioni sfuggite alla furia del tempo.
Palermo
Palermo fu una delle città maggiormente colpite dai raid anglo-americani tra il 1942 e l’invasione dell’isola nel luglio del 1943. In seguito sarà bombardata anche dalla Luftwaffe. Il bilancio totale superò i 2.000 morti e i 30mila feriti. La popolazione cercò rifugio dove poteva, anche nelle cavità di roccia delle alture che circondano la città. Molte furono le vittime dei crolli degli scantinati, ma anche quelle che si trovavano nei grandi ricoveri pubblici. Tra questi fu teatro di una orribile strage il ricovero pubblico di Piazza Sett’Angeli, nel centro storico. Durante il bombardamento del 18 aprile 1943 un ordigno si infilò nella cavità di aerazione ed esplose, causando un numero mai precisato di vittime. Quel che rimaneva del ricovero fu coperto da una gettata di cemento ed oggi solo un cippo commemorativo ricorda l’ubicazione del rifugio. Diverso il discorso dell’altro grande ricovero pubblico del capoluogo siciliano, quello costruito nell’ipogeo di Piazza Pretoria, con tre accessi e la possibilità di ospitare 200 persone. Uno di questi ingressi si trovava presso i leoni di granito del palazzo delle Aquile. Riaperto al pubblico nel 2016 in occasione dell'anniversario del grande bombardamento su Palermo del 9 maggio 1943, oggi il rifugio si trova in buono stato di conservazione e nei pressi del rifugio è presente ancora una freccia di segnalazione in colore azzurro dipinta su un muro. La cooperativa Terradamare organizza visite guidate su prenotazione nel ricovero, caratterizzato dalle lunghe panche in pietra che ospitavano la cittadinanza durante le frequenti incursioni aeree. Una descrizione approfondita sui rifugi e sulla storia dei bombardamenti a Palermo è contenuta nel libro di Samule Romeo e Wilfried Rothier «Bombardamenti su Palermo. Un racconto per immagini» (Istituto Poligrafico Europeo).
Nel centro di Palermo è conservato anche un altro ricovero antiaereo, quello nel sottosuolo della Biblioteca Regionale Siciliana A.Bombace, caratterizzato dalla presenza di scritte particolari, in quanto il rifugio era condiviso con un liceo, il Vittorio Emanuele, e le indicazioni erano rivolte all'afflusso degli studenti divisi per classe. Ulteriore rarità della città di Palermo, per quanto riguarda i segni di guerra, è la conservazione di un’indicazione di rifugio di tipo luminoso. Si tratta di una sorta di piccolo lampione con la lettera “R” su tutti i lati, capace di una luce fioca a causa delle limitazioni imposte all'epoca che non permettevano una potenza superiore ai 5 watt. Si trova sul muro di un edificio di Piazza Leoni.
Napoli
La capitale partenopea ospita uno dei rifugi antiaerei più interessanti d’Italia. La particolarità della struttura è connessa alle caratteristiche geomorfologiche del sottosuolo napoletano dominato dalla presenza prevalente della roccia di tufo. Già nel medioevo, gli ipogei di Napoli erano stati utilizzati per mezzo della costruzione di lunghi tunnel e vasche di raccolta idrica, ancora oggi esistenti. Il rifugio antiaereo più importante della città (oggi visitabile su richiesta) si trova sotto il suolo degli storici Quartieri Spagnoli e precisamente in salita Sant’Anna di Palazzo nei pressi di via Chiaia. Fu riscoperto soltanto nel 1979 quando i Vigili del fuoco dovettero intervenire per un incendio scoppiato sul lato di via Chiaia dovuto alla combustione di rifiuti gettati abusivamente nei pozzi sotterranei. Ai loro occhi si aprì uno spettacolo unico, fermo nel tempo. Una scalinata a spirale dalla pianta quadrata portava nel “ventre” di Napoli, fino alla congiunzione con la fittissima rete di tunnel portata a termine alla metà dell’Ottocento da Ferdinando I di Borbone. Nel rifugio, oggi visitabile, trovarono riparo decine di migliaia di napoletani durante le oltre 200 devastanti incursioni che ferirono la città, importantissimo nodo portuale e militare. Nel rifugio di salita Sant’Anna sono ben visibili ancora le incisioni lasciate da uomini e donne che vi passarono lunghe ore, tra cui le caricature di Hitler, Mussolini e Hirohito e graffiti che ricordano la celebrazione di un matrimonio avvenuta sotto il fragore delle bombe.
Roma
la Città Eterna non fu risparmiata dai bombardamenti prima dell’ingresso degli Alleati nel giugno 1944. Nella storia rimarrà particolarmente impressa l’incursione del 19 luglio 1943 che colpì in modo particolare il quartiere San Lorenzo e dintorni, senza risparmiare il cimitero del Verano. Iconica rimase l’istantanea che ritraeva il pontefice Pio XII con le braccia spalancate di fronte alla popolazione atterrita. La capitale d’Italia conservava molti segni della guerra, sia in superficie che nel sottosuolo. Uno dei rifugi più famosi è certamente quello dell’Eur. Costruito per i responsabili di quell’esposizione universale del 1940 che non si tenne mai, fu scavato a circa 33 metri di profondità per la capienza di circa 300 persone, che grazie alle derrate presenti nel rifugio avrebbero potuto resistere nel sottosuolo per ben quattro mesi. I, bunker-rifugio di 475mq di superficie è visitabile periodicamente. Per le vie di Roma sono ancora osservabili alcune scritte di guerra, oggi sempre più minacciate dalla cancellazione dovuta alle ristrutturazioni delle facciate dei palazzi storici che le hanno ospitate per decenni. Fortunatamente alcune di esse, come il simbolo del super idrante da 6.000 litri il cui simbolo con doppio cerchio attorno alla lettera “I” è stato salvato e restaurato in extremis sulla facciata di un palazzo di Corso Vittorio Emanuele II. Alcune scritte interessanti si trovano ancora sulle facciate delle case d’epoca in quartieri come la Garbatella.
Genova
La Superba conserva un ricordo tragico legato ai rifugi antiaerei. Come nel caso di Napoli, la difesa antiaerea della città portuale fu organizzata sfruttando la capillare rete di gallerie preesistente. All’interno di una di queste, la Galleria delle Grazie, si consumò uno dei più terribili massacri civili dovuto alle incursioni belliche. Era la notte del 23 ottobre 1942 quando suonò il grande allarme sulla città, mentre numerosi Lancaster della Raf puntavano su Genova, come avevano fatto la sera precedente. La galleria, dall’ingresso superiore di Porta Soprana, era raggiungibile tramite una scalinata ripida che fu presa d’assalto dai cittadini che cercavano scampo nelle viscere dei rilievi genovesi. La caduta accidentale di alcuni generò una calca mortale che fece più morti delle bombe piovute dal cielo. Sulla rampa d’ingresso e fin dentro la galleria rimanevano i corpi esanimi di un numero imprecisato di vittime, variabili secondo le stime tra i 350 e i 500 morti. La galleria fu murata nel dopoguerra, ricordata da una lapide a Porta Soprana ancora oggi presente. Parte della Galleria delle Grazie è stata riaperta con gli scavi della Metropolitana di Genova, la cui linea corre per un tratto lungo quel tunnel. Nella città della Lanterna, dal 2008 si cerca di salvaguardare le scritte murali del centro storico, che riguardano soprattutto indicazioni dipinte a stencil dagli Americani al fine di tenere lontane le truppe dai vicoli più malfamati del centro, dove spesso si erano verificati episodi di furto e violenze. Altri segni attualmente presenti che riportano all’ultima guerra sono i bunker delle batterie costiere a difesa del porto di Genova, la più famosa quella del Monte Moro sopra l’abitato di Quinto al Mare. Ancora raggiungibili, le batterie si trovano a due differenti livelli (basse e alte). Le prime furono utilizzate dalla 200a batteria costiera con pezzi da 152/40 mentre i bunker alti ospitarono i pezzi da 90/50 antiaerei e una grande piazzola che avrebbe dovuto ospitare un gigantesco pezzo da 381/40 di origine navale.
Milano
Le incursioni a tappeto sulla città cominciarono il 24 ottobre 1942 per terminare alla fine del conflitto, con punte devastanti nell’agosto del 1943 che determinarono il danneggiamento di importanti edifici e monumenti, tra cui Santa Maria delle Grazie (il Cenacolo si salvò per poco) il Teatro alla Scala, Palazzo Marino, la Galleria Vittorio Emanuele II. Molti erano i ricoveri pubblici, tra cui uno molto capiente costruito sotto la pavimentazione di Piazza del Duomo, la cui area è oggi occupata dalla stazione della Metropolitana Linea 1 che ne conserva in parte la struttura, visibile da alcune colonne basse che fungevano da sostegno alla soletta antibomba in cemento armato. L’opera, che doveva essere il più grande rifugio della città, non fu mai terminata.
A Milano e nella periferia cittadina si possono vedere ancora oggi alcuni manufatti a protezione dei dipendenti delle grandi fabbriche o delle strutture militari. Un esempio sono i rifugi conici di superficie presenti a Lambrate ed oggi ben conservati all’interno di una caserma ad oggi operativa, che durante la guerra servirono alla protezione delle Officine Meccaniche Piaggio a ridosso della grande fabbrica Innocenti. Di simile costruzione la torre del Quartiere Adriano, a Nordest della città. Questa, durante la guerra in uso alla Magneti Marelli, oltre ad essere perfettamente conservata e visibile. è stata restaurata dalla catena di supermercati che ne ha acquistato l’area pochi anni fa. Particolare, per la tipologia costruttiva a "matita", è la cosiddetta "torre delle sirene", rifugio fuori terra ancora oggi presente nel cortile di palazzo Isimbardi, sede della Prefettura cittadina nella centralissima corso Monforte. La torre fortificata era sede dei sistemi di allarme aereo ed ospitava la centrale operativa che mandava i segnali di allarme e cessato allarme agli avvisatori acustici della città. Dal cortile della Prefettura uscì per l'ultima volta Benito Mussolini in occasione della tentata fuga in Svizzera finita con l'arresto a Dongo e la fucilazione a Giulino di Mezzegra. Opere in cemento si possono trovare anche presso l’aeroporto cittadino di Bresso, che durante la guerra ospitava un importante reparto di caccia e all’interno di un complesso sportivo di via Mecenate, che sorge dove un tempo le batterie contraeree difendevano l’azienda di costruzioni aeronautiche Caproni. Diversi sono i ricoveri pubblici recuperati e visitabili. Come il rifugio n.53, costruito già nel 1936 nel sottosuolo di Piazza Grandi o come quello di Viale Bodio, noto come n.87, costruito nei sotterranei di una scuola e recuperato recentemente. Inghiottito dalla furia delle bombe fu invece quello di Piazza Tricolore, centrato in pieno durante il bombardamento inglese (diurno) del 24 ottobre 1942. Una bomba si infilò in un condotto di aerazione causando il crollo della struttura e lo schiacciamento o soffocamento di decine di persone. A Milano resistono, seppure a fatica minacciate dai writers, dal tempo e dalle mani di vernice anche molti segni murali che indicavano uscite di sicurezza, idranti e altre strutture di soccorso. Tra gli esempi più interessanti quelli presenti sui muri dei vecchi padiglioni dell’ospedale Policlinico, dove si possono notare quadrati rossi inclusi in un cerchio bianco ad indicare la struttura ospedaliera e una scritta “roggia” in corrispondenza di una presa d’acqua per le pompe dei Vigili del fuoco. Anche nel caso di Milano, passeggiando per le vie, è ancora possibile imbattersi nelle frecce dipinte in bianco e nero ad indicare rifugi e uscite di soccorso degli scantinati adibiti a ricovero privato. Ben conservate le scritte in via Valtellina (zona Isola-Farini), Piazzale di Porta Lodovica (a poca distanza dal crollo di alcuni palazzi nell'incursione dell'ottobre 1942), via San Michele del Carso, via Maddalene e molte altre ancora, alcune di esse conservate e in alcuni casi restaurate dai condomini.
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Sempre meno visibili a causa di vandalismi o ristrutturazioni, le grandi città italiane conservano ancora le scritte e i rifugi dell'ultima guerra. Un excursus da Sud A Nord nelle grandi città, allora martoriate dalle bombe. Ecco cosa rimane...Molte scritte di guerra, fino agli anni Settanta ancora ben leggibili sui muri dei palazzi delle città italiane, non sono sopravvissute alla piaga del vandalismo o alle ristrutturazioni delle facciate. Tuttavia nei grandi centri urbani l'opera di conservazione spinta da comitati e associazioni ha dato i suoi frutti e oltre alle scritte anche molti rifugi, riscoperti dopo decenni, sono stati recuperati e oggi sono visitabili. Permettendo così di poter rivivere quei momenti drammatici anche attraverso gli oggetti e le iscrizioni sfuggite alla furia del tempo.PalermoPalermo fu una delle città maggiormente colpite dai raid anglo-americani tra il 1942 e l’invasione dell’isola nel luglio del 1943. In seguito sarà bombardata anche dalla Luftwaffe. Il bilancio totale superò i 2.000 morti e i 30mila feriti. La popolazione cercò rifugio dove poteva, anche nelle cavità di roccia delle alture che circondano la città. Molte furono le vittime dei crolli degli scantinati, ma anche quelle che si trovavano nei grandi ricoveri pubblici. Tra questi fu teatro di una orribile strage il ricovero pubblico di Piazza Sett’Angeli, nel centro storico. Durante il bombardamento del 18 aprile 1943 un ordigno si infilò nella cavità di aerazione ed esplose, causando un numero mai precisato di vittime. Quel che rimaneva del ricovero fu coperto da una gettata di cemento ed oggi solo un cippo commemorativo ricorda l’ubicazione del rifugio. Diverso il discorso dell’altro grande ricovero pubblico del capoluogo siciliano, quello costruito nell’ipogeo di Piazza Pretoria, con tre accessi e la possibilità di ospitare 200 persone. Uno di questi ingressi si trovava presso i leoni di granito del palazzo delle Aquile. Riaperto al pubblico nel 2016 in occasione dell'anniversario del grande bombardamento su Palermo del 9 maggio 1943, oggi il rifugio si trova in buono stato di conservazione e nei pressi del rifugio è presente ancora una freccia di segnalazione in colore azzurro dipinta su un muro. La cooperativa Terradamare organizza visite guidate su prenotazione nel ricovero, caratterizzato dalle lunghe panche in pietra che ospitavano la cittadinanza durante le frequenti incursioni aeree. Una descrizione approfondita sui rifugi e sulla storia dei bombardamenti a Palermo è contenuta nel libro di Samule Romeo e Wilfried Rothier «Bombardamenti su Palermo. Un racconto per immagini» (Istituto Poligrafico Europeo).Nel centro di Palermo è conservato anche un altro ricovero antiaereo, quello nel sottosuolo della Biblioteca Regionale Siciliana A.Bombace, caratterizzato dalla presenza di scritte particolari, in quanto il rifugio era condiviso con un liceo, il Vittorio Emanuele, e le indicazioni erano rivolte all'afflusso degli studenti divisi per classe. Ulteriore rarità della città di Palermo, per quanto riguarda i segni di guerra, è la conservazione di un’indicazione di rifugio di tipo luminoso. Si tratta di una sorta di piccolo lampione con la lettera “R” su tutti i lati, capace di una luce fioca a causa delle limitazioni imposte all'epoca che non permettevano una potenza superiore ai 5 watt. Si trova sul muro di un edificio di Piazza Leoni. NapoliLa capitale partenopea ospita uno dei rifugi antiaerei più interessanti d’Italia. La particolarità della struttura è connessa alle caratteristiche geomorfologiche del sottosuolo napoletano dominato dalla presenza prevalente della roccia di tufo. Già nel medioevo, gli ipogei di Napoli erano stati utilizzati per mezzo della costruzione di lunghi tunnel e vasche di raccolta idrica, ancora oggi esistenti. Il rifugio antiaereo più importante della città (oggi visitabile su richiesta) si trova sotto il suolo degli storici Quartieri Spagnoli e precisamente in salita Sant’Anna di Palazzo nei pressi di via Chiaia. Fu riscoperto soltanto nel 1979 quando i Vigili del fuoco dovettero intervenire per un incendio scoppiato sul lato di via Chiaia dovuto alla combustione di rifiuti gettati abusivamente nei pozzi sotterranei. Ai loro occhi si aprì uno spettacolo unico, fermo nel tempo. Una scalinata a spirale dalla pianta quadrata portava nel “ventre” di Napoli, fino alla congiunzione con la fittissima rete di tunnel portata a termine alla metà dell’Ottocento da Ferdinando I di Borbone. Nel rifugio, oggi visitabile, trovarono riparo decine di migliaia di napoletani durante le oltre 200 devastanti incursioni che ferirono la città, importantissimo nodo portuale e militare. Nel rifugio di salita Sant’Anna sono ben visibili ancora le incisioni lasciate da uomini e donne che vi passarono lunghe ore, tra cui le caricature di Hitler, Mussolini e Hirohito e graffiti che ricordano la celebrazione di un matrimonio avvenuta sotto il fragore delle bombe.Romala Città Eterna non fu risparmiata dai bombardamenti prima dell’ingresso degli Alleati nel giugno 1944. Nella storia rimarrà particolarmente impressa l’incursione del 19 luglio 1943 che colpì in modo particolare il quartiere San Lorenzo e dintorni, senza risparmiare il cimitero del Verano. Iconica rimase l’istantanea che ritraeva il pontefice Pio XII con le braccia spalancate di fronte alla popolazione atterrita. La capitale d’Italia conservava molti segni della guerra, sia in superficie che nel sottosuolo. Uno dei rifugi più famosi è certamente quello dell’Eur. Costruito per i responsabili di quell’esposizione universale del 1940 che non si tenne mai, fu scavato a circa 33 metri di profondità per la capienza di circa 300 persone, che grazie alle derrate presenti nel rifugio avrebbero potuto resistere nel sottosuolo per ben quattro mesi. I, bunker-rifugio di 475mq di superficie è visitabile periodicamente. Per le vie di Roma sono ancora osservabili alcune scritte di guerra, oggi sempre più minacciate dalla cancellazione dovuta alle ristrutturazioni delle facciate dei palazzi storici che le hanno ospitate per decenni. Fortunatamente alcune di esse, come il simbolo del super idrante da 6.000 litri il cui simbolo con doppio cerchio attorno alla lettera “I” è stato salvato e restaurato in extremis sulla facciata di un palazzo di Corso Vittorio Emanuele II. Alcune scritte interessanti si trovano ancora sulle facciate delle case d’epoca in quartieri come la Garbatella. GenovaLa Superba conserva un ricordo tragico legato ai rifugi antiaerei. Come nel caso di Napoli, la difesa antiaerea della città portuale fu organizzata sfruttando la capillare rete di gallerie preesistente. All’interno di una di queste, la Galleria delle Grazie, si consumò uno dei più terribili massacri civili dovuto alle incursioni belliche. Era la notte del 23 ottobre 1942 quando suonò il grande allarme sulla città, mentre numerosi Lancaster della Raf puntavano su Genova, come avevano fatto la sera precedente. La galleria, dall’ingresso superiore di Porta Soprana, era raggiungibile tramite una scalinata ripida che fu presa d’assalto dai cittadini che cercavano scampo nelle viscere dei rilievi genovesi. La caduta accidentale di alcuni generò una calca mortale che fece più morti delle bombe piovute dal cielo. Sulla rampa d’ingresso e fin dentro la galleria rimanevano i corpi esanimi di un numero imprecisato di vittime, variabili secondo le stime tra i 350 e i 500 morti. La galleria fu murata nel dopoguerra, ricordata da una lapide a Porta Soprana ancora oggi presente. Parte della Galleria delle Grazie è stata riaperta con gli scavi della Metropolitana di Genova, la cui linea corre per un tratto lungo quel tunnel. Nella città della Lanterna, dal 2008 si cerca di salvaguardare le scritte murali del centro storico, che riguardano soprattutto indicazioni dipinte a stencil dagli Americani al fine di tenere lontane le truppe dai vicoli più malfamati del centro, dove spesso si erano verificati episodi di furto e violenze. Altri segni attualmente presenti che riportano all’ultima guerra sono i bunker delle batterie costiere a difesa del porto di Genova, la più famosa quella del Monte Moro sopra l’abitato di Quinto al Mare. Ancora raggiungibili, le batterie si trovano a due differenti livelli (basse e alte). Le prime furono utilizzate dalla 200a batteria costiera con pezzi da 152/40 mentre i bunker alti ospitarono i pezzi da 90/50 antiaerei e una grande piazzola che avrebbe dovuto ospitare un gigantesco pezzo da 381/40 di origine navale.MilanoLe incursioni a tappeto sulla città cominciarono il 24 ottobre 1942 per terminare alla fine del conflitto, con punte devastanti nell’agosto del 1943 che determinarono il danneggiamento di importanti edifici e monumenti, tra cui Santa Maria delle Grazie (il Cenacolo si salvò per poco) il Teatro alla Scala, Palazzo Marino, la Galleria Vittorio Emanuele II. Molti erano i ricoveri pubblici, tra cui uno molto capiente costruito sotto la pavimentazione di Piazza del Duomo, la cui area è oggi occupata dalla stazione della Metropolitana Linea 1 che ne conserva in parte la struttura, visibile da alcune colonne basse che fungevano da sostegno alla soletta antibomba in cemento armato. L’opera, che doveva essere il più grande rifugio della città, non fu mai terminata. A Milano e nella periferia cittadina si possono vedere ancora oggi alcuni manufatti a protezione dei dipendenti delle grandi fabbriche o delle strutture militari. Un esempio sono i rifugi conici di superficie presenti a Lambrate ed oggi ben conservati all’interno di una caserma ad oggi operativa, che durante la guerra servirono alla protezione delle Officine Meccaniche Piaggio a ridosso della grande fabbrica Innocenti. Di simile costruzione la torre del Quartiere Adriano, a Nordest della città. Questa, durante la guerra in uso alla Magneti Marelli, oltre ad essere perfettamente conservata e visibile. è stata restaurata dalla catena di supermercati che ne ha acquistato l’area pochi anni fa. Particolare, per la tipologia costruttiva a "matita", è la cosiddetta "torre delle sirene", rifugio fuori terra ancora oggi presente nel cortile di palazzo Isimbardi, sede della Prefettura cittadina nella centralissima corso Monforte. La torre fortificata era sede dei sistemi di allarme aereo ed ospitava la centrale operativa che mandava i segnali di allarme e cessato allarme agli avvisatori acustici della città. Dal cortile della Prefettura uscì per l'ultima volta Benito Mussolini in occasione della tentata fuga in Svizzera finita con l'arresto a Dongo e la fucilazione a Giulino di Mezzegra. Opere in cemento si possono trovare anche presso l’aeroporto cittadino di Bresso, che durante la guerra ospitava un importante reparto di caccia e all’interno di un complesso sportivo di via Mecenate, che sorge dove un tempo le batterie contraeree difendevano l’azienda di costruzioni aeronautiche Caproni. Diversi sono i ricoveri pubblici recuperati e visitabili. Come il rifugio n.53, costruito già nel 1936 nel sottosuolo di Piazza Grandi o come quello di Viale Bodio, noto come n.87, costruito nei sotterranei di una scuola e recuperato recentemente. Inghiottito dalla furia delle bombe fu invece quello di Piazza Tricolore, centrato in pieno durante il bombardamento inglese (diurno) del 24 ottobre 1942. Una bomba si infilò in un condotto di aerazione causando il crollo della struttura e lo schiacciamento o soffocamento di decine di persone. A Milano resistono, seppure a fatica minacciate dai writers, dal tempo e dalle mani di vernice anche molti segni murali che indicavano uscite di sicurezza, idranti e altre strutture di soccorso. Tra gli esempi più interessanti quelli presenti sui muri dei vecchi padiglioni dell’ospedale Policlinico, dove si possono notare quadrati rossi inclusi in un cerchio bianco ad indicare la struttura ospedaliera e una scritta “roggia” in corrispondenza di una presa d’acqua per le pompe dei Vigili del fuoco. Anche nel caso di Milano, passeggiando per le vie, è ancora possibile imbattersi nelle frecce dipinte in bianco e nero ad indicare rifugi e uscite di soccorso degli scantinati adibiti a ricovero privato. Ben conservate le scritte in via Valtellina (zona Isola-Farini), Piazzale di Porta Lodovica (a poca distanza dal crollo di alcuni palazzi nell'incursione dell'ottobre 1942), via San Michele del Carso, via Maddalene e molte altre ancora, alcune di esse conservate e in alcuni casi restaurate dai condomini.
Una foto pubblicata dalla Royal Thai Navy mostra la nave cargo battente bandiera thailandese Mayuree Naree in fiamme dopo essere stata colpita da missili iraniani nello Stretto di Hormuz (Ansa)
Il primo messaggio alla nazione attribuito alla nuova Guida suprema dell’Iran, Mojtaba Khamenei, solleva più interrogativi che certezze. Il discorso, trasmesso dalla televisione di Stato, non è stato pronunciato dal leader in persona: il testo è stato letto da una speaker, senza immagini né registrazioni audio. Proprio questo dettaglio alimenta i dubbi di numerosi osservatori, secondo i quali Mojtaba Khamenei potrebbe trovarsi in condizioni gravi o, comunque, non essere in grado di esercitare pienamente il potere ma c’è chi crede che sia morto da giorni.
Il testo contiene comunque alcune indicazioni politiche rilevanti. Si afferma la volontà di mantenere relazioni con i Paesi vicini: «Dobbiamo avere buoni rapporti con i nostri vicini e siamo pronti a migliorare le relazioni con i Paesi della regione». Subito dopo, tuttavia, il tono diventa più duro: «Se ci saranno attacchi saremo costretti ad attaccare coloro che cooperano con il nemico». Il documento promette continuità con la linea politica della precedente guida della Repubblica islamica. «Promettiamo alla defunta Guida suprema che seguiremo il suo percorso». Nel messaggio attribuito a Mojtaba compare anche un riferimento diretto alla rete di alleanze regionali costruita negli anni da Teheran. Si afferma che in Yemen e in Iraq le forze del cosiddetto «fronte della resistenza» sono pronte a «fare la loro parte» per sostenere l’Iran nel conflitto. Il riferimento riguarda la galassia di milizie sciite e gruppi armati che negli ultimi anni hanno costituito uno dei principali strumenti della proiezione strategica della Repubblica islamica nel Medio Oriente. Nel testo compare anche la promessa di vendetta. «Non rinunceremo alla vendetta per il sangue dei martiri».
Uno dei passaggi più significativi riguarda lo Stretto di Hormuz, uno dei corridoi marittimi più strategici del pianeta per il commercio energetico globale. «La leva della chiusura dello Stretto di Hormuz deve continuare a essere utilizzata», si legge nel documento. Nelle stesse ore è arrivato, però, anche un segnale più ambiguo da parte della diplomazia iraniana. L’Iran ha, infatti, consentito ad alcune navi di attraversare lo Stretto di Hormuz. Lo ha confermato all’Afp il vice ministro degli Esteri, Majid Takht-Ravanchi. «Alcuni Paesi ci hanno contattato per attraversare lo stretto e noi abbiamo collaborato con loro», ha spiegato il diplomatico, precisando tuttavia che i Paesi che hanno preso parte all’«aggressione» contro l’Iran non dovrebbero beneficiare di un passaggio sicuro. Gli Stati Uniti hanno annunciato di aver neutralizzato diverse imbarcazioni iraniane sospettate di voler posare mine nel passaggio marittimo, mentre unità legate a Teheran avrebbero colpito alcune navi mercantili accusate di tentare di forzare il blocco.
La tensione nel Golfo è ulteriormente cresciuta dopo le minacce del presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, che ha dichiarato che «il Golfo Persico si tingerà del sangue degli invasori» se le isole iraniane verranno attaccate. Le dichiarazioni arrivano mentre circolano indiscrezioni secondo cui Stati Uniti e Israele avrebbero discusso la possibilità di prendere il controllo dell’isola di Kharg, da cui transita circa il 90% delle esportazioni petrolifere iraniane. Raid aerei hanno colpito i principali siti del programma nucleare iraniano, tra cui gli impianti di Isfahan e Natanz, dove sono situate importanti strutture di arricchimento e stoccaggio dell’uranio. Una forte esplosione è stata segnalata anche nell’impianto sotterraneo di Fordow, uno dei complessi più protetti del programma atomico iraniano. Nuove immagini satellitari del sito sotterraneo di Taleghan, nel complesso militare di Parchin vicino a Teheran, mostrano tre crateri perfettamente allineati. Secondo diversi analisti si tratterebbe della firma tipica delle bombe anti-bunker ad alta penetrazione, probabilmente le Gbu-57 Massive ordnance penetrator da oltre 13 tonnellate, progettate per distruggere strutture nucleari sotterranee fortificate.
Gli attacchi hanno colpito anche l’apparato di sicurezza del regime. Nella città di Ahvaz, nel Sud-Ovest dell’Iran, raid congiunti hanno distrutto o danneggiato decine di strutture appartenenti ai Pasdaran, alla milizia Basij, alla polizia e a unità dell’esercito iraniano. Nei bombardamenti su Teheran è stato ucciso Akbar Ghaffari, vice ministro dell’Intelligence della Repubblica islamica. Fonti dell’opposizione iraniana riferiscono inoltre che Dariush Soleimani, comandante della base aerea militare di Tabriz, sarebbe stato ucciso nella notte in un raid israeliano. L’escalation militare ha avuto un impatto immediato sui mercati energetici globali. Il prezzo del petrolio è salito di circa il 6%, avvicinandosi ai 100 dollari al barile dopo che due petroliere sono state incendiate in un porto iracheno da imbarcazioni cariche di esplosivo attribuite a gruppi legati all’Iran.
La crisi si sta aggravando nonostante il tentativo della comunità internazionale di stabilizzare i mercati. Oltre trenta Paesi dell’Agenzia internazionale dell’energia (Iea) hanno annunciato il più grande rilascio coordinato di riserve petrolifere mai effettuato, circa 400 milioni di barili. La guerra ha già costretto i Paesi del Golfo a ridurre la produzione di circa 10 milioni di barili al giorno, quasi il 10% della domanda mondiale, in quella che l’Iea definisce la più grave interruzione delle forniture petrolifere nella storia del mercato globale.
Il segretario all’Energia statunitense, Chris Wright, ha cercato di rassicurare i mercati sostenendo che è improbabile che il prezzo del petrolio arrivi a toccare i 200 dollari al barile. Wright ha inoltre spiegato che la Marina degli Stati Uniti non è al momento in grado di scortare le petroliere attraverso lo Stretto di Hormuz, anche se questa possibilità potrebbe concretizzarsi entro la fine del mese. Resta, però, una domanda centrale: chi guida davvero l’Iran? Finché Mojtaba Khamenei non apparirà pubblicamente, il dubbio continuerà a pesare su uno dei momenti più delicati della storia del Paese.
Netanyahu spiana i droni di Teheran. E ora parte l’ultimatum ai libanesi
Israele ha risposto con forza alla quarantaduesima ondata dell’operazione Vera promessa dell’Iran che ha battezzato questo attacco Labbaik Ya Khamenei («al tuo servizio Khamenei»), in memoria della Guida suprema. Le forze di difesa israeliane hanno preso di mira la rete di lancio di droni di Teheran, dopo aver ridotto le capacità del loro sistema missilistico, e distrutto oltre 250 velivoli. L’attacco di Tel Aviv ha eliminato molti comandanti e operatori della rete di droni responsabili di numerosi lanci. L’Idf ha colpito l’impianto nucleare di Taleghan, a Sud di Teheran, con una serie di raid aerei. Qui il regime iraniano stava lavorando su capacità critiche nello sviluppo di armi nucleari e questo complesso era stato un obiettivo israeliano anche nell’ottobre del 2024, durante una rappresaglia per un attacco missilistico.
Stati Uniti e Israele hanno portato a termine un’operazione ad Al Qaim, alla frontiera fra Siria e Iraq, nella quale sono stati uccisi una ventina di miliziani delle forze di mobilitazione popolare, un gruppo sciita alleato di Teheran. Intanto l’Iran ha annunciato di aver condotto la prima operazione «congiunta ed integrata» con Hezbollah contro Israele andando a colpire diverse città ed istallazioni militari nei pressi di Tel Aviv e Haifa con il più massiccio attacco dall’inizio del conflitto. Da Iran e Libano sono stati lanciati 200 razzi e 20 droni, combinandosi con missili balistici. L’aviazione di Tel Aviv ha risposto martellando la periferia di Beirut, soprattutto la roccaforte sciita di Dahiyeh, la valle della Bekaa e tutte le posizioni del Partito di Dio nel governatorato di Tiro, al confine con Israele.
Tel Aviv ha lanciato un ultimatum al governo del primo ministro Nawaf Salam: se non impedirà ad Hezbollah di attaccare, Israele «prenderà il territorio e lo farà da sé». Il ministro della Difesa, Israel Katz, ha dichiarato di aver avvertito il presidente libanese Joseph Aoun che se non saranno in grado di controllare il proprio territorio e di impedire a Hezbollah di minacciare le comunità del Nord, l’Idf agirà. Il responsabile della Difesa ha anche aggiunto di aver dato istruzioni alle forze armate di prepararsi a un’espansione delle attività in Libano con l’obiettivo di ripristinare la calma e la sicurezza nelle comunità del Nord.
L’esercito nazionale libanese è stato volutamente mantenuto debole perché le milizie dei partiti politici hanno sempre dominato la scena nel paese mediorientale. Il nuovo presidente Aoun ha cercato di dare ai governativi il monopolio della forza, ma le difficoltà nel processo di disarmo di Hezbollah hanno confermato la loro debolezza. Il capo di Stato maggiore delle forze armate israeliane, Eyal Zamir, ha definito la guerra contro Hezbollah come un altro settore principale, non un’arena secondaria.
Sul campo, le operazioni israeliane proseguono e nemmeno Ramlet El Baida, lungomare ricco di hotel e ristoranti di Beirut, è stato risparmiato dai droni con la Stella di David. Nell’attacco a questa zona, trasformata da settimane in rifugio per un migliaio di sfollati, sono morte 11 persone e altre 30 sono rimaste ferite. L’obiettivo era un’automobile di un dirigente di Hezbollah e la sua esplosione ha causato l’uccisione di tutti quelli che dormivano intorno. Il governo libanese ha allestito dei punti di ricovero improvvisato nella passeggiata più famosa di Beirut, ma la zona è stata sgomberata dall’esercito libanese per un allarme dovuto alla presenza di un missile di Israele inesploso. Anche l’Università di Beirut è stata colpita e due docenti hanno perso la vita.
Il ministro dell’Informazione, Paul Morcos, ha dichiarato che il numero delle vittime in Libano ha raggiunto quota 687, tra le quali 98 bambini. Morcos ha anche specificato che, dall’inizio del nuovo conflitto, sono stati uccisi anche 15 tra medici e soccorritori.
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Camp Singara, la base italiana dove comincia l'addestramento dei peshmerga nel Kurdistan iracheno a Erbil (Ansa)
La base colpita, Camp Singara, ospita da oltre quattordici anni il dispositivo italiano dell’Operazione Prima Parthica, impegnato nell’addestramento delle forze curde peshmerga nei campi di Benaslawa, Atrush e Sulaymaniyah. Alla missione contribuisce anche l’Airmobile Task Group «Griffon», che utilizza elicotteri NH90 per il trasporto tra le basi del nord dell’Iraq. L’operazione si estende inoltre a Baghdad, dove i carabinieri addestrano la polizia irachena, e in Kuwait nella base di Ali Al Salem Air Base. Nella stessa notte droni hanno colpito anche una base della coalizione a Erbil con militari americani e britannici, causando alcuni feriti statunitensi non gravi.
Il fatto che il bersaglio sia un complesso militare della coalizione internazionale - con presenza italiana e installazioni statunitensi - riporta al centro il tema di una possibile reazione dell’Alleanza Atlantica. In teoria, se l’episodio venisse qualificato come attacco contro forze di uno Stato membro, potrebbe aprirsi una discussione sull’Articolo 5 del Trattato Nato, la clausola di difesa collettiva che considera un’aggressione contro un alleato come un attacco contro tutti. La procedura non è automatica e richiede una decisione politica dei Paesi membri, ma l’episodio riaccende il dibattito su una possibile risposta coordinata degli alleati. Un rischio che il ministro della Difesa Guido Crosetto aveva evocato parlando nei giorni scorsi del pericolo di «trovarsi sull’orlo di un abisso».
L’impatto è avvenuto intorno alle 00.40 ora locale, dopo che le forze della coalizione avevano attivato l’allarme di minaccia aerea. Il personale italiano aveva già raggiunto i bunker secondo le procedure di sicurezza. «Il drone ha provocato danni a infrastrutture e materiali, ma non ci sono stati feriti», ha spiegato il colonnello Stefano Pizzotti, comandante del contingente della missione Operazione Prima Parthica, assicurando che «il morale resta alto e la sicurezza del personale rimane la priorità».
In linea teorica un’azione di questo tipo potrebbe configurare reati perseguibili anche dalla giurisdizione italiana. Entrano infatti in gioco l’articolo 280 del codice penale, sull’attentato con finalità terroristiche, e l’articolo 285 relativo al delitto di strage, applicabili anche a fatti avvenuti all’estero grazie all’articolo 7 del codice penale quando vengono colpiti interessi dello Stato italiano.
Il nodo più delicato riguarda la natura giuridica della base. Una base militare all’estero non è formalmente territorio italiano, poiché la presenza del contingente avviene con il consenso dello Stato ospitante ed è regolata da un accordo sullo status delle forze, il cosiddetto Sofa (Status of Forces Agreement). Tuttavia, se la struttura viene considerata un presidio funzionale dello Stato italiano, l’attacco assume un peso ancora maggiore perché ha messo direttamente a rischio personale delle Forze armate impegnato in missione.
«La dottrina militare non è chiara sull’applicazione dell’articolo 5 Nato», osserva l’avvocato Massimiliano Strampelli, docente di diritto militare alla Link Campus University. «Tuttavia anche non essendo avvenuto il fatto in area Nato sussistono gli estremi dell’articolo 4 Nato, ovvero della legittima difesa del nostro Paese ai sensi dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite».
L’attacco di Erbil arriva dopo altri episodi che negli ultimi anni hanno coinvolto basi con presenza italiana nella regione. Nei giorni precedenti erano stati segnalati attacchi anche contro la base di Ali Al Salem Air Base in Kuwait, mentre quella della missione Unifil nel sud del Libano resta da tempo esposta alle tensioni tra Hezbollah e l’Israel Defense Forces. Nel 2024 due razzi colpirono la base di Shama ferendo lievemente quattro militari italiani della brigata Sassari. Episodi più gravi si erano verificati in passato: nel 2012 un attacco di mortaio in Afghanistan costò la vita al sergente maggiore Michele Silvestri. Il precedente più drammatico resta però la strage di Nassiriya del 12 novembre 2003, quando un attentato contro la base dei carabinieri provocò la morte di 19 italiani. Da allora quella data è ricordata ogni anno come giornata dedicata ai caduti nelle missioni internazionali. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha confermato che il contingente era stato avvisato della minaccia e aveva attivato le procedure di sicurezza. «Un missile ha colpito la nostra base di Erbil. Non ci sono vittime né feriti», ha dichiarato, spiegando di essere «costantemente aggiornato dal capo di Stato maggiore della Difesa e dal comandante del Covi». Nella base sono presenti 141 militari italiani, già ridotti nelle settimane precedenti: «Abbiamo fatto rientrare 102 persone e ne abbiamo trasferite alcune in Giordania», ha aggiunto. Ora, il governo ha deciso di ritirare tutto il contingente, dopo ore di consultazioni a Roma che hanno coinvolto anche la leader del Pd, Elly Schlein.
Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha spiegato che «sono in corso verifiche per individuare i responsabili» e ha assicurato che il governo è pronto «ad adottare ogni misura necessaria per garantire la sicurezza del personale», ribadendo l’impegno per la de-escalation. Il presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha espresso «vicinanza ai nostri militari rimasti illesi». Dal Parlamento è arrivata una solidarietà bipartisan, con il presidente del Senato Ignazio La Russa che ha parlato di «ferma condanna per l’attacco».
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