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2021-03-05
Distrutte 100.000 mascherine. Scoppia il bubbone delle dogane
Ansa
L'ordinanza di custodia cautelare che ha portato agli arresti domiciliari di Andelko Aleksic, Vittorio Farina e Domenico Romeo, per i presunti reati connessi ad una fornitura di dispositivi destinati alla Protezione civile della Regione Lazio apre un nuovo fronte dell'emergenza Covid, quello delle dogane. Nell'ordinanza il gip Francesca Ciranna evidenzia come i dpi della European network tlc destinati alla Protezione civile laziale siano stati sdoganati «mostrando all'ufficio delle dogane, al momento dello sdoganamento, un certificato di “compliance" per attestare la conformità al marchio del prodotto rilasciato da una società (Ente macchine Srl non accreditata a ciò per questa specifica categoria di prodotto». Dunque, l'Agenzia delle dogane e dei monopoli (Adm) avrebbe dato il via libera a una partita di dispositivi certificati attraverso una documentazione emessa da un organismo accreditato, ma non per le mascherine. Organismo che peraltro già il 20 marzo 2020 aveva pubblicato sul proprio sito internet un avviso relativo a falsi certificati Ce per mascherine, attribuiti a loro: «Attenzione! Ecm ha ricevuto la comunicazione che diversi produttori stanno vendendo maschere mediche facciali, mascherine, Dpi e in alcuni casi altri indumenti medici monouso – con falsi certificati. […] Prima di acquistare qualsiasi tipo di attrezzatura di sicurezza supportata da un certificato che sembra essere stato emesso da Ecm, si consiglia di verificare che tale certificato sia autentico». Nel caso della European network è emerso che le mascherine sarebbero state effettivamente testate dalla Ecm. Ma nei controlli successivi all'inizio dello sdoganamento svolti dall'Adm l'azienda certificatrice avrebbe dichiarato, secondo quanto riportato nell'ordinanza, che il «certificato sebbene autentico non era idoneo a certificare la conformità di quello specifico prodotto al marchio Ce in quanto rilasciato da un ente non accreditato». Per questo le dogane avrebbero «invitato la società Ent Srl ad attivare la procedura speciale ex art. 15 del d.l. 18/2020 ed inviare la documentazione attestante l'avvenuta validazione da parte dell'Inail; allo stesso tempo, anche la Protezione civile veniva avvisata delle criticità rilevate». Ma a quanto pare con le mascherine già in distribuzione, come ci dicono le parole del responsabile della Protezione civile del Lazio, Carmelo Tulumello, inserite nell'ordinanza: «Il controllo sulla merce per noi era quella effettuata dalle Dogane e quando arrivava al nostro magazzino veniva poi distribuita. Facevamo un controllo quantitativo sui colli, ma non qualitativo. Riguardo alle forniture Ent (mascherine Ffp2 come Dpi, camici e mascherine chirurgiche), abbiamo concluso tre contratti diversi. Per le Ffp2, per le quali chiedevamo il marchio Ce, la dogana ci comunicò che la validazione Inail con la quale si era potuto sdoganare velocemente il prodotto non era però riferibile all'intero quantitativo di mascherine importato dalla Ent. Abbiamo, dunque, sospeso la distribuzione dei dispositivi chiedendo la certificazione della validazione per tutte le tipologie di mascherine». Come è stato possibile tutto questo? Fonti investigative ci dicono che l'Adm ha tra i suoi compiti quello di verificare la sicurezza dei prodotti che entrano in Italia, destinati al mercato interno o a quello dell'Ue, ma l'emergenza Covid e la mole di materiale da gestire ha portato ad adottare procedure per snellire il lavoro che hanno agevolato gli imprenditori senza scrupoli. È il caso, ad esempio del manuale relativo allo sdoganamento di mascherine dedicato agli importatori (quindi anche per le mascherine vendute ai privati), pubblicato sul sito dell'agenzia, che consente una procedura molto elastica: «…se marchio Ce non è presente o non è valido occorre inviare apposita autocertificazione all'Istituto Superiore di Sanità (Iss) come da art. 15, comma 2 del D.L. 17 marzo 2020, n. 18 e attendere la pronuncia di quest'ultimo per immettere i prodotti in commercio. In questo caso il prodotto può essere solo “sdoganato condizionatamente", con prescrizioni, obbligo di tracciabilità e con l'impegno a non metterlo in commercio prima del rilascio delle autorizzazioni». Tradotto dal burocratese, mascherine prive di marchio Ce o con marchio Ce privo di certificazione, non vengono trattenute ma, grazie ad un'autocertificazione, consegnate al destinatario che deve impegnarsi ad attendere prima di commercializzarle. Con tutti gli ovvi rischi del caso. Va evidenziato che la marcatura Ce non è un orpello estetico, ma origina dalla direttiva 2006/42/CE, che disciplina prodotti destinati ai consumatori finali, garantendo al loro la conformità dei dispositivi agli standard di qualità e sicurezza fissati dagli organi della Ue. Di conseguenza, il marchio Ce è rassicurante per chiunque utilizzi le mascherine, poiché trasmette il senso di un prodotto controllato e verificato, ma come sta emergendo in queste ore, mascherine con il logo Ce ma prive di documentazione attendibile finiscono lo stesso in commercio o agli operatori sanitari. Una nuova sfida per il governo Draghi.
Mascherine con certificati fasulli. Indagato pure l'ex socio di D'Alema
Nella nuova inchiesta sulle mascherine c'è un altro presunto mediatore illecito, che avrebbe avuto in agenda il numero del già commissario per l'emergenza Domenico Arcuri: è il fedelissimo dalemiano Roberto De Santis.
Tra il nome di Vittorio Farina, il re degli stampatori già arrestato nel 2017 per bancarotta fraudolenta e finito di nuovo ai domiciliari mercoledì, noto anche per essere stato un finanziatore della fondazione Open, la cassaforte del renzismo, e quello di Arcuri (non indagato), che secondo Farina gli avrebbe promesso di inserirsi nella fornitura di mascherine per la riapertura delle scuole, è spuntato anche l'uomo ragno della sinistra d'affari. Per molti quello di De Santis è un nome che dirà poco, ma nei salotti romani è un invitato che conta. Ed è indagato per traffico illecito di influenze, reato che viene contestato a chi sfruttando relazioni esistenti con un pubblico ufficiale, indebitamente si fa dare o promettere denaro o altri vantaggi patrimoniale, come prezzo della propria mediazione illecita verso il pubblico ufficiale. Da quasi 40 anni De Santis è amico di D'Alema, con il quale è stato armatore dell'Ikarus, la prima barca a vela dell'ex premier diessino. Ai tempi in cui D'Alema era presidente del Consiglio, De Santis (da sempre vicino al banchiere Fabrizio Palenzona, a lungo ai vertici di Unicredit, col quale si era imbarcato nell'affare dei termovalorizzatori siciliani) fondò una banca d'affari a Londra, facendo esclamare a Guido Rossi la celebre battuta «sulla merchant bank di Palazzo Chigi». Come ci è entrato De Santis in questa inchiesta? La polizia giudiziaria ha documentato un viaggio di Farina a Roma l'1 settembre 2020, in via Valadier, dove la Proger spa di De Santis ha un ufficio. Gli investigatori annotano che la Ent srl (la società che sarebbe dovuta entrare nell'affare) ha effettuato l'1 luglio 2020 un bonifico di 30.000 euro proprio a favore di De Santis. E sottolineano anche che «non è dato conoscere la natura della prestazione resa». Poi si occupano di una coincidenza di date. Perché il 3 settembre, ovvero solo due giorni dopo, Farina torna a Roma e riesce a incontrare Arcuri. Poi, come sembra emergere «dai puntuali aggiornamenti», scrivono gli investigatori, «effettuati da Farina ad Andelko Aleksic, l'altro uomo finito ai domiciliari mercoledì, sarebbe arrivata qualche conferma. Gli investigatori devono aver fatto questa valutazione dopo aver ascoltato questa telefonata: «Domenico mi ha promesso che se gli arriva la lettera, autorizza quell'acquisto [...] la dovrebbe fare oggi, oggi la deve fare e oggi pomeriggio ci deve fare l'ordine». Farina, poi, conclude con queste parole: «Ho anche un 70 possibilità che ti faccio pure il Lazio[...]». De Santis conosce Arcuri da tempo ma, contattato dalla Verità, ha preferito non commentare «per rispetto verso l'inchiesta», dice. E si chiude a riccio. «Allo stato», ha invece detto il suo difensore, l'avvocato Giuseppe Fornari, «mi limito a esprimere fiducia nel lavoro degli inquirenti nella certezza che in tempi celeri ci saranno le condizioni perché il dottor De Santis possa chiarire la sua totale estraneità a quanto gli viene contestato».
Questa non è la prima volta che De Santis finisce nelle inchieste più scottanti: a Roma lo intercettarono mentre si intratteneva con il piduista Luigi Bisignani, a Bari mentre parlava di affari e prostitute con Giampi Tarantini. E siccome ha dimostrato sul campo di essere l'uomo ragno della sinistra d'affari, probabilmente Farina ha deciso di contattarlo.
Le mascherine di Farina, però, sono state bloccate alla Dogana per presunte non conformità. E anche in Sicilia è stata «congelata» la maxi gara per la fornitura di guanti chirurgici (non per le aziende del sistema sanitario), che fa parte del filone siciliano dell'inchiesta. Si tratta di un appalto da 98,4 milioni di euro, diviso in 50 lotti, per il quale è finito nei guai l'ex ministro ed esponente di spicco della politica in Sicilia, Francesco Saverio Romano. Dispositivi di sicurezza fallanti, però, continuano ad arrivare in Italia. E proprio all'indomani delle rassicurazioni del ministro Roberto Speranza («Sento di dire con la massima sicurezza che i controlli e le verifiche che vengono fatti sono fatti con la massima attenzione e che le mascherine in commercio sul nostro territorio nazionale sono mascherine sicure»), sul bollettino ormai quasi quotidiano dei sequestri di dispositivi di protezione individuale pericolosi o contraffatti va inscritto anche quello di Pomezia (Roma), dove ieri sono intervenuti i funzionari della sezione operativa dell'agenzia delle Dogane (in passato beffati loro stessi per l'errato acquisto di mascherine non a norma per i propri dipendenti) per bloccare una partita di 100.757 mascherine e 600 visiere. Dopo l'accertata inidoneità del materiale i funzionari dell'Agenzia delle Dogane l'hanno distrutto.
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La normativa d'emergenza per il Covid ha allargato a dismisura le maglie dei controlli sui prodotti sanitari in arrivo in Italia. Basta un'autocertificazione per sbloccare la merce senza licenza. Anche i dispositivi alla Regione Lazio giunti sulla «fiducia».Roberto De Santis era il comproprietario della barca «Ikarus»: ha ricevuto 30.000 euro dall'imprenditore Vittorio Farina. A Pomezia distrutti 100.000 dispositivi facciali non a norma: è questa la sicurezza sbandierata dal ministro?Lo speciale contiene due articoli.L'ordinanza di custodia cautelare che ha portato agli arresti domiciliari di Andelko Aleksic, Vittorio Farina e Domenico Romeo, per i presunti reati connessi ad una fornitura di dispositivi destinati alla Protezione civile della Regione Lazio apre un nuovo fronte dell'emergenza Covid, quello delle dogane. Nell'ordinanza il gip Francesca Ciranna evidenzia come i dpi della European network tlc destinati alla Protezione civile laziale siano stati sdoganati «mostrando all'ufficio delle dogane, al momento dello sdoganamento, un certificato di “compliance" per attestare la conformità al marchio del prodotto rilasciato da una società (Ente macchine Srl non accreditata a ciò per questa specifica categoria di prodotto». Dunque, l'Agenzia delle dogane e dei monopoli (Adm) avrebbe dato il via libera a una partita di dispositivi certificati attraverso una documentazione emessa da un organismo accreditato, ma non per le mascherine. Organismo che peraltro già il 20 marzo 2020 aveva pubblicato sul proprio sito internet un avviso relativo a falsi certificati Ce per mascherine, attribuiti a loro: «Attenzione! Ecm ha ricevuto la comunicazione che diversi produttori stanno vendendo maschere mediche facciali, mascherine, Dpi e in alcuni casi altri indumenti medici monouso – con falsi certificati. […] Prima di acquistare qualsiasi tipo di attrezzatura di sicurezza supportata da un certificato che sembra essere stato emesso da Ecm, si consiglia di verificare che tale certificato sia autentico». Nel caso della European network è emerso che le mascherine sarebbero state effettivamente testate dalla Ecm. Ma nei controlli successivi all'inizio dello sdoganamento svolti dall'Adm l'azienda certificatrice avrebbe dichiarato, secondo quanto riportato nell'ordinanza, che il «certificato sebbene autentico non era idoneo a certificare la conformità di quello specifico prodotto al marchio Ce in quanto rilasciato da un ente non accreditato». Per questo le dogane avrebbero «invitato la società Ent Srl ad attivare la procedura speciale ex art. 15 del d.l. 18/2020 ed inviare la documentazione attestante l'avvenuta validazione da parte dell'Inail; allo stesso tempo, anche la Protezione civile veniva avvisata delle criticità rilevate». Ma a quanto pare con le mascherine già in distribuzione, come ci dicono le parole del responsabile della Protezione civile del Lazio, Carmelo Tulumello, inserite nell'ordinanza: «Il controllo sulla merce per noi era quella effettuata dalle Dogane e quando arrivava al nostro magazzino veniva poi distribuita. Facevamo un controllo quantitativo sui colli, ma non qualitativo. Riguardo alle forniture Ent (mascherine Ffp2 come Dpi, camici e mascherine chirurgiche), abbiamo concluso tre contratti diversi. Per le Ffp2, per le quali chiedevamo il marchio Ce, la dogana ci comunicò che la validazione Inail con la quale si era potuto sdoganare velocemente il prodotto non era però riferibile all'intero quantitativo di mascherine importato dalla Ent. Abbiamo, dunque, sospeso la distribuzione dei dispositivi chiedendo la certificazione della validazione per tutte le tipologie di mascherine». Come è stato possibile tutto questo? Fonti investigative ci dicono che l'Adm ha tra i suoi compiti quello di verificare la sicurezza dei prodotti che entrano in Italia, destinati al mercato interno o a quello dell'Ue, ma l'emergenza Covid e la mole di materiale da gestire ha portato ad adottare procedure per snellire il lavoro che hanno agevolato gli imprenditori senza scrupoli. È il caso, ad esempio del manuale relativo allo sdoganamento di mascherine dedicato agli importatori (quindi anche per le mascherine vendute ai privati), pubblicato sul sito dell'agenzia, che consente una procedura molto elastica: «…se marchio Ce non è presente o non è valido occorre inviare apposita autocertificazione all'Istituto Superiore di Sanità (Iss) come da art. 15, comma 2 del D.L. 17 marzo 2020, n. 18 e attendere la pronuncia di quest'ultimo per immettere i prodotti in commercio. In questo caso il prodotto può essere solo “sdoganato condizionatamente", con prescrizioni, obbligo di tracciabilità e con l'impegno a non metterlo in commercio prima del rilascio delle autorizzazioni». Tradotto dal burocratese, mascherine prive di marchio Ce o con marchio Ce privo di certificazione, non vengono trattenute ma, grazie ad un'autocertificazione, consegnate al destinatario che deve impegnarsi ad attendere prima di commercializzarle. Con tutti gli ovvi rischi del caso. Va evidenziato che la marcatura Ce non è un orpello estetico, ma origina dalla direttiva 2006/42/CE, che disciplina prodotti destinati ai consumatori finali, garantendo al loro la conformità dei dispositivi agli standard di qualità e sicurezza fissati dagli organi della Ue. Di conseguenza, il marchio Ce è rassicurante per chiunque utilizzi le mascherine, poiché trasmette il senso di un prodotto controllato e verificato, ma come sta emergendo in queste ore, mascherine con il logo Ce ma prive di documentazione attendibile finiscono lo stesso in commercio o agli operatori sanitari. Una nuova sfida per il governo Draghi.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/scoppia-il-caso-delle-dogane-2650901790.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="mascherine-con-certificati-fasulli-indagato-pure-l-ex-socio-di-d-alema" data-post-id="2650901790" data-published-at="1614889557" data-use-pagination="False"> Mascherine con certificati fasulli. Indagato pure l'ex socio di D'Alema Nella nuova inchiesta sulle mascherine c'è un altro presunto mediatore illecito, che avrebbe avuto in agenda il numero del già commissario per l'emergenza Domenico Arcuri: è il fedelissimo dalemiano Roberto De Santis. Tra il nome di Vittorio Farina, il re degli stampatori già arrestato nel 2017 per bancarotta fraudolenta e finito di nuovo ai domiciliari mercoledì, noto anche per essere stato un finanziatore della fondazione Open, la cassaforte del renzismo, e quello di Arcuri (non indagato), che secondo Farina gli avrebbe promesso di inserirsi nella fornitura di mascherine per la riapertura delle scuole, è spuntato anche l'uomo ragno della sinistra d'affari. Per molti quello di De Santis è un nome che dirà poco, ma nei salotti romani è un invitato che conta. Ed è indagato per traffico illecito di influenze, reato che viene contestato a chi sfruttando relazioni esistenti con un pubblico ufficiale, indebitamente si fa dare o promettere denaro o altri vantaggi patrimoniale, come prezzo della propria mediazione illecita verso il pubblico ufficiale. Da quasi 40 anni De Santis è amico di D'Alema, con il quale è stato armatore dell'Ikarus, la prima barca a vela dell'ex premier diessino. Ai tempi in cui D'Alema era presidente del Consiglio, De Santis (da sempre vicino al banchiere Fabrizio Palenzona, a lungo ai vertici di Unicredit, col quale si era imbarcato nell'affare dei termovalorizzatori siciliani) fondò una banca d'affari a Londra, facendo esclamare a Guido Rossi la celebre battuta «sulla merchant bank di Palazzo Chigi». Come ci è entrato De Santis in questa inchiesta? La polizia giudiziaria ha documentato un viaggio di Farina a Roma l'1 settembre 2020, in via Valadier, dove la Proger spa di De Santis ha un ufficio. Gli investigatori annotano che la Ent srl (la società che sarebbe dovuta entrare nell'affare) ha effettuato l'1 luglio 2020 un bonifico di 30.000 euro proprio a favore di De Santis. E sottolineano anche che «non è dato conoscere la natura della prestazione resa». Poi si occupano di una coincidenza di date. Perché il 3 settembre, ovvero solo due giorni dopo, Farina torna a Roma e riesce a incontrare Arcuri. Poi, come sembra emergere «dai puntuali aggiornamenti», scrivono gli investigatori, «effettuati da Farina ad Andelko Aleksic, l'altro uomo finito ai domiciliari mercoledì, sarebbe arrivata qualche conferma. Gli investigatori devono aver fatto questa valutazione dopo aver ascoltato questa telefonata: «Domenico mi ha promesso che se gli arriva la lettera, autorizza quell'acquisto [...] la dovrebbe fare oggi, oggi la deve fare e oggi pomeriggio ci deve fare l'ordine». Farina, poi, conclude con queste parole: «Ho anche un 70 possibilità che ti faccio pure il Lazio[...]». De Santis conosce Arcuri da tempo ma, contattato dalla Verità, ha preferito non commentare «per rispetto verso l'inchiesta», dice. E si chiude a riccio. «Allo stato», ha invece detto il suo difensore, l'avvocato Giuseppe Fornari, «mi limito a esprimere fiducia nel lavoro degli inquirenti nella certezza che in tempi celeri ci saranno le condizioni perché il dottor De Santis possa chiarire la sua totale estraneità a quanto gli viene contestato». Questa non è la prima volta che De Santis finisce nelle inchieste più scottanti: a Roma lo intercettarono mentre si intratteneva con il piduista Luigi Bisignani, a Bari mentre parlava di affari e prostitute con Giampi Tarantini. E siccome ha dimostrato sul campo di essere l'uomo ragno della sinistra d'affari, probabilmente Farina ha deciso di contattarlo. Le mascherine di Farina, però, sono state bloccate alla Dogana per presunte non conformità. E anche in Sicilia è stata «congelata» la maxi gara per la fornitura di guanti chirurgici (non per le aziende del sistema sanitario), che fa parte del filone siciliano dell'inchiesta. Si tratta di un appalto da 98,4 milioni di euro, diviso in 50 lotti, per il quale è finito nei guai l'ex ministro ed esponente di spicco della politica in Sicilia, Francesco Saverio Romano. Dispositivi di sicurezza fallanti, però, continuano ad arrivare in Italia. E proprio all'indomani delle rassicurazioni del ministro Roberto Speranza («Sento di dire con la massima sicurezza che i controlli e le verifiche che vengono fatti sono fatti con la massima attenzione e che le mascherine in commercio sul nostro territorio nazionale sono mascherine sicure»), sul bollettino ormai quasi quotidiano dei sequestri di dispositivi di protezione individuale pericolosi o contraffatti va inscritto anche quello di Pomezia (Roma), dove ieri sono intervenuti i funzionari della sezione operativa dell'agenzia delle Dogane (in passato beffati loro stessi per l'errato acquisto di mascherine non a norma per i propri dipendenti) per bloccare una partita di 100.757 mascherine e 600 visiere. Dopo l'accertata inidoneità del materiale i funzionari dell'Agenzia delle Dogane l'hanno distrutto.
Luciano Darderi (Ansa)
Nella giornata del «round of 16» è stato infatti l’azzurro numero 17 Atp a prendersi la scena, superando in rimonta nientemeno che Alexander Zverev, che nella classifica mondiale è dietro soltanto ai due mostri sacri Sinner e Carlos Alcaraz. Sulla terra rossa della Grand Stand Arena Darderi è riuscito nell’impresa di riscrivere una partita che sembrava ormai perduta. Specialmente dopo aver incassato un primo set senza storia, perso 6-1 in appena mezz’ora, dando per lunghi tratti l’impressione di non riuscire a reggere il ritmo imposto dal tedesco. Andamento che si stava confermando anche nel secondo parziale, facendo pensare a chiunque che la sfida fosse ormai indirizzata. A chiunque tranne che al ventiquattrenne italo-argentino, che non ha mai smesso di crederci. Dopo che Zverev è salito fino al 4-2 e ha avuto in mano il controllo dell’incontro, qualcosa è cambiato. Darderi ha iniziato a trovare continuità da fondo campo, sostenuto da un pubblico sempre più coinvolto, mentre dall’altra parte il tedesco ha progressivamente perso lucidità. Il momento decisivo è arrivato nel tie-break del secondo set, un’autentica battaglia nella quale Zverev si è fatto annullare quattro match point. Luciano è rimasto aggrappato alla partita con pazienza e coraggio, fino a chiudere 12-10 grazie anche a un doppio fallo finale del suo avversario. Lì, di fatto, il match è finito. Zverev è uscito mentalmente dalla partita e nel terzo set non ha reagito. Darderi ha cavalcato l’inerzia e l’entusiasmo del Foro Italico, dominando 6-0 il parziale decisivo e conquistando così la prima vittoria in carriera contro un top ten. Una serata che difficilmente dimenticherà e che gli vale anche i primi quarti di finale in un Masters 1000, dove affronterà il baby fenomeno spagnolo Rafael Jódar. «È stata una partita molto dura, non mi sentivo bene nel primo set», ha spiegato a caldo Darderi. «Poi sono riuscito a girarla anche perché Zverev mi ha regalato qualcosa. La gente mi ha aiutato tanto, sono molto felice».
Più lineare, invece, il pomeriggio di Sinner sul centrale. Contro l’altra rivelazione di questa edizione, Andrea Pellegrino, il numero uno del mondo ha controllato il «derby» senza particolari difficoltà, imponendosi (6-2, 6-3) e centrando la qualificazione ai quarti. Per il pugliese resta comunque un torneo oltre ogni aspettativa, mentre Sinner continua a macinare record: con quella contro Pellegrino sono diventate 31 le vittorie consecutive nei Masters 1000, eguagliando un primato che apparteneva a Novak Djokovic. «Il derby qui in Italia è sempre speciale», ha detto Jannik dopo la vittoria. «Sono molto felice per Andrea, ha fatto un torneo straordinario». Poi uno sguardo al prosieguo del torneo, dove se la vedrà con il russo Andrej Rublev: «I quarti sono già un turno importante. Il giorno di riposo mi aiuterà».
L’unica nota stonata della giornata azzurra è arrivata dalla sconfitta di Lorenzo Musetti contro Casper Ruud. Il toscano, già apparso in difficoltà fisica nei giorni scorsi, ha ceduto nettamente (6-3 6-1) in una partita condizionata dai problemi alla coscia sinistra: «Chiedo scusa al pubblico, ma la mia condizione fisica non mi ha permesso di giocare come avrei voluto», ha ammesso il carrarino nel post partita.
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@ManuelRighi
Uno dei modi migliori per entrare in contatto con un territorio è penetrarne la natura. C’è chi lo fa in contemplandola e chi attraversandola attivamente. Il Trentino si presta a tutto, grazie a un ambiente variegato, che alterna montagne, laghi e fiumi.
Gli amanti degli sport acquatici hanno un’ampia gamma di possibilità tra cui scegliere. Il rafting, per esempio, praticando il quale si smuovono adrenalina, spirito di squadra e rapporto con la natura. Non un semplice sport, ma un’esperienza a tutto tondo che consente di percepire contemporaneamente sé stessi, l’altro e il fiume, diventando tutt’uno. Punto di riferimento per questa attività outdoor è la Val di Sole con il suo fiume (il Noce), citato dal National Geographic come uno dei migliori al mondo per le discese fluviali a bordo dei raft, speciali gommoni che le squadre da quattro/sei persone devono portare a destinazione con coraggio e attenzione. Si tratta di una disciplina che non richiede alcuna competenza in particolare, a esclusione del nuoto. È comunque bene esercitarla al seguito di una guida esperta, che prima della partenza spiegherà ai partecipanti cosa fare e non fare durante la traversata. Il fiume Noce dona 28 bellissimi chilometri navigabili, tra rapide e tratti più tranquilli che consentono, nel frattempo, di ammirare boschi e vette, garantendo emozioni autentiche grazie all’alternanza di un’attività ad alto tasso di energia e gioia e quieta bellezza paesaggistica.
Non per niente il rafting viene considerato terapeutico, tanto da essere utilizzato per cementare lo spirito di squadra tra familiari e amici, ma anche tra colleghi, uniti da un obiettivo comune al di fuori dell’ambiente lavorativo e delle classiche dinamiche aziendali. I centri rafting del Trentino mettono a disposizione il necessario equipaggiamento: tute in neoprene, giubbotto salvagente, pagaia e casco protettivo; è altresì necessario che i partecipanti arrivino con un abbigliamento sportivo, costume incluso. Il fiume Noce è percorribile anche in canoa e kayak, ma per avere un contatto ancora più ravvicinato con la forza dell’acqua l’ideale è l’hydrospeed, che prende il nome dal bob fluviale con cui affrontare l’acquatico avversario.
Un altro modo per godersi l’estate trentina è il wakeboard, sport che nasce dalla fusione tra sci acquatico e snowboard. Come il rafting, è uno sport adrenalinico ma fattibile anche per coloro che sono alle prime armi. Nella Regione esistono due impianti, situati tra il lago di Ledro e il lago di Terlago. Qui si viene trainati non dal classico motoscafo, ma da un cable wakeboard, ossia una fune simile a uno skilift. Velocità, equilibrio e leggerezza: il wakeboard permette di divertirsi e volare letteralmente sull’acqua.
Lakeline è il centro di Terlago, che propone un percorso di circa 230 metri dotato di strutture galleggianti per salti ed evoluzioni aeree. Benché si tratti di una disciplina adatta a tutti, il centro mette a disposizione - oltre al noleggio attrezzatura - una scuola wakeboard. Al lago di Ledro, precisamente in località Pur, si trova invece il Be Wake System: qui il wakeboard viene presentato nella sua variante più semplice, adatta anche ai bambini dai 7 anni in su. Un’attività che libera dalle calorie e - soprattutto - dallo stress in eccesso, rafforzando i muscoli e il sistema cardiorespiratorio.
C’è poi il canyoning, che consiste nella discesa a piedi, ma tramite l’ausilio di corde, di gole percorse da piccoli corsi d’acqua. Una sorta di fusione tra alpinismo e sport fluviali, da realizzare in gruppo e al seguito di guide professionali. Ovviamente i livelli di difficoltà differiscono a seconda della propria preparazione.
Lo speleologo francese Alfred Martel viene considerato il precursore del canyoning, grazie alle esplorazioni da lui condotte durante i primi anni del Novecento nelle Gole di Verdon. Dalla scienza allo sport il passo fu relativamente breve: negli anni Ottanta francesi e spagnoli vi si dedicavano assiduamente. Per chi è in cerca di questo genere di dinamismo, il lago di Ledro, il Garda Trentino e l’area di Campiglio Dolomiti - con la Val Brenta, il torrente Palvico e il Rio Roldono - sono i luoghi ideali. Scivoli e piscine naturali producono contesti di straordinaria bellezza, all’interno dei quali muoversi diviene un’esperienza completa per il corpo e per lo spirito.
Il brivido della velocità in montagna è un’altra storia con le downhill bike
Dall’acqua alla terra: lo sport, in Trentino, prevede un contatto dinamico con Madre Natura anche attraverso i cosiddetti bike park, strutture attrezzate per le mountain bike.Non si pensi al classico trekking: per questo tipo di attività occorrono infatti biciclette da downhill, dato che si tratta di percorsi in discesa su terreni ripidi e scoscesi, dove il rischio di cadute è piuttosto alto. I salti, le curve paraboliche e gli ostacoli, ma anche i north shore (strutture in legno da attraversare a tutta velocità) e i rock garden rendono felicissimi i biker più spericolati. I centri del Trentino-Alto Adige offrono sempre impianti di risalita e bike shuttle, furgoni che trasportano le biciclette al punto di partenza.Come per gli sport acquatici, anche in questo caso è necessario utilizzare l’attrezzatura adeguata, composta da protezioni per le ginocchia e i gomiti, caschi integrali, paraschiena e guanti. Questo sport può essere praticato in Val di Sole, dove si trovano cinque trail differenti per difficoltà e tre trail enduro. In località Pellizzano esiste anche un Kids Bike Park, dedicato al divertimento dei bambini.La parte più interessante del Bike Park Val di Sole è sicuramente costituita dal Black Snacke, famoso percorso di Coppa del Mondo. È il tracciato più impegnativo e, per questo, adatto solo a esperti e a spericolati che abbiano voglia di mettersi alla prova su terreni particolarmente scoscesi a partire da quota 1.500 metri. Dalla medesima altitudine si dipanano anche tre trail di recente realizzazione, alcuni in stile flow - dunque senza particolari ostacoli - e altri più naturali.Una telecabina da otto posti consente una semplice risalita a tre rider con le loro biciclette. Nella parte bassa del bike park si trova un’altra attrazione degna di nota: il four cross (4x), una discesa per gare a quattro, utilizzata ogni anno anche per il Campionato del Mondo di 4x.Il Bike Park Val di Sole aprirà la stagione indicativamente tra fine maggio e inizio giugno. Il Paganella Bike Park è un’altra area spettacolare non solo per gli amanti della disciplina, ma anche per l’utilizzo che è stato fatto del territorio. Trattasi di tre bike zone nate nel 2010 dalla trasformazione di vecchi sentieri e mulattiere, divenuti ormai tracciati all’avanguardia dotati di tutto il necessario per i praticanti.Non è un caso che sia stato inserito nel circuito del Gravity Card, che permette ai possessori della tessera di muoversi liberamente tra i ventotto migliori bike park d’Europa. Il Fassa Bike Park è situato nel cuore delle Dolomiti della Val di Fassa, sopra Canazei. Il primo bike park del Nord-Est propone dodici linee per tutti i livelli, pensate sia per i principianti che per gli esperti.Infine la San Martino Bike Arena sorge al cospetto delle Pale di San Martino e offre tre tracciati per un totale di dieci chilometri. Nemmeno qui manca un efficiente impianto di risalita, costituito da una cabinovia ad agganciamento automatico che in soli dodici minuti raggiunge i 2.200 metri di altitudine.Il risultato? Discese emozionanti, garantite anche dai wall ride, megaparaboliche in cui usare la forza centrifuga per percorrerle nella parte più alta senza il rischio di cadere. Anche la San Martino Bike Arena aprirà per il ponte del 2 giugno, ma per le prime due settimane solo per durante i weekend.
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