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2024-11-19
La Schlein si mangia i baci perugini
Elly Schlein (Ansa)
Non riesce il miracolo, anzi il supermiracolo, al centrodestra in Emilia-Romagna: la Regione si conferma la roccaforte rossa per eccellenza, e il nuovo presidente è Michele de Pascale, 39 anni, sindaco pd di Ravenna, che con il 56% circa dei voti regala una gioia a Elly Schlein. Va concesso, e non è una frase fatta, l’onore delle armi a Elena Ugolini, candidata civica scelta dal centrodestra per la sfida più difficile di tutte. La Ugolini si ferma al 40% circa, tre punti in meno di quanto raccolto nel 2020 dall’allora candidata del centrodestra, Lucia Borgonzoni della Lega.
A proposito del 2020, vanno sottolineati due dati. Il primo: de Pascale prende più voti di Stefano Bonaccini, che alle scorse elezioni ottenne il 51,4%; il secondo: in Emilia-Romagna l’affluenza è letteralmente crollata dal 67,6% del 2020 al 46,4% di ieri. Attenzione però: nel 2014, l’affluenza era stata appena del 37,7%. Il picco di votanti del 2020 si deve quindi, molto probabilmente, alla grande mobilitazione che ci fu in quell’occasione. I sondaggi davano Bonaccini avanti di pochissimi punti, la Bergonzoni poteva contare su una Lega cresciuta a dismisura (alle Europee del 2019 aveva superato il 34%), la roccaforte rossa sembrava davvero poter crollare e così nacque il fenomeno delle Sardine, un finto movimento spontaneo di sinistra accuratamente creato in laboratorio per mobilitare l’elettorato progressista, in particolare quello più giovanile. Inoltre, il M5s correva da solo. Alla fine Bonaccini vinse distaccando la Bergonzoni di 8 punti. Stavolta, evidentemente, il risultato è stato ritenuto scontato dagli elettori dell’Emilia-Romagna, che si sono ri-allontanati dalle urne. Non sappiamo, ma è probabile, se sul calo dell’affluenza possano aver pesato anche le polemiche e le accuse incrociate sulle responsabilità delle alluvioni che hanno colpito la regione: l’esperienza insegna che chi deve fronteggiare le conseguenze drammatiche di una catastrofe vuole concretezza e non tollera chiacchiere a vuoto o peggio ancora risse propagandistiche strumentali.
Analizzando (ovviamente in base alle proiezioni) i dati dei partiti, il Pd targato Elly Schlein supera il 40% dei voti, è di gran lunga il primo partito nella Regione. Male il M5s, inchiodato al 3,5%, superato da Avs, che ottiene il 5,3%. A proposito dei pentastellati, almeno a guardare il voto in Emilia-Romagna il dibattito «andiamo da soli», «no, meglio allearsi con il Pd» è pura accademia: nel 2020 il M5s andò da solo con un proprio candidato presidente, Simone Benini, e prese il 4,5%, quasi esattamente la percentuale di questa tornata elettorale.
Nel centrodestra si conferma il dominio di Fratelli d’Italia, che raggiunge il 24% (alle scorse regionali prese l’8,6%). Forza Italia è intorno al 5,5% (prese il 2,6% nel 2020) così come la Lega, che alle regionali 2020 prese il 32%.
«È stato un anno e mezzo di speculazioni politiche, di scontri», commenta il nuovo presidente Michele de Pascale, «nella nostra terra le persone hanno paura, le imprese si chiedono cosa devono fare per il loro futuro. Da questa campagna elettorale deve finire la speculazione politica e deve iniziare una nuova collaborazione istituzionale per l’Emilia-Romagna. Io spero, già nei prossimi giorni di poter incontrare il presidente del Consiglio», aggiunge de Pascale, «Serve che tutti siano disponibili a un grande cambio di passo».
All’insegna del fair play il commento di Elena Ugolini: «Ho appena chiamato de Pascale», dice la Ugolini appena arrivata al comitato, «gli ho fatto i complimenti perché la sua vittoria è una vittoria decisa, schiacciante. Sono partita dopo i risultati delle Europee che vedevano il paragone tra il centrodestra e il campo largo del centrosinistra, che è quello che ha sostenuto de Pascale in questa campagna elettorale, da una differenza di 18 punti. Tutti mi avevano sconsigliato di fare questo passo, ma io ho voluto fare questa scelta per una ragione profonda: in questi mesi di campagna elettorale ho scoperto che ci sono tanti territori e tante persone che desiderano essere ascoltate. Ascoltando le persone abbiamo capito che ci sono delle priorità su cui noi continueremo a lavorare nei prossimi cinque anni».
Soddisfattissima sia della vittoria di de Pascale sia del risultato del Pd il segretario dem, Elly Schlein: «Lavoreremo ogni giorno», commenta la Schlein, «per essere all’altezza di questa fiducia, segno del riconoscimento di una buona amministrazione, ma anche della voglia di innovazione con un candidato come Michele de Pascale. Siamo molto felici ed emozionati, devo dire la parola giusta, perché è emozionante ed è una vittoria commovente. Si profila un dato straordinario per il Partito democratico. Questo conferma la responsabilità che ci sentiamo come perno di costruzione dell’alternativa a questa destra».
In Umbria vince il Pd, non il campo largo
Deve averla mandata a memoria Stefania Proietti la massima di San Francesco, che recita: «Cominciate col fare ciò che è necessario, poi ciò che è possibile, e all’improvviso vi sorprenderete a fare l’impossibile». Lei ingegnere, 49 anni, sindaco di Assisi dal 2016 e presidente della Provincia di Perugia dal 2021, pacifista prima ancora che di sinistra, ecologista si è presentata come candidata civica ed è riuscita là dove fino a qualche giorno fa i sondaggi dicevano che sarebbe stata ardua: rimandare il centrodestra all’angolo in Umbria. Esce di scena Donatella Tesei che cinque anni fa aveva fatto pure lei l’impossibile: strappare una regione che era stata feudo del Pci, poi Pds, Ds e infine Pd per 70 anni. L’Umbria di cinque anni fa era scossa dalle inchieste di Sanitopoli che avevano coinvolto anche l’allora presidente pd, Katiuscia Marini. L’Umbria di oggi è una regione che ha nuovo protagonismo economico, che è stata largamente risanata dai cinque anni di governo di Donatella Tesei e che è tornata - è il caso di dirlo - ai santi vecchi. La vittoria di Stefania Proietti è ampia. Al momento in cui scriviamo - oltre metà dello scrutinio: oltre 530 sezioni su mille - la candidata del campo largo ha il 51,7% delle preferenze mentre Donatella Tesei - sostenuta da Fdi, Lega, Forza Italia, Noi moderati e da una civica a suo nome - si ferma al 45,6%. Gli altri sette candidati - escluso Marco Rizzo di Democrazia sovrana popolare, che supera l’1% - sono a percentuali da prefisso telefonico. Anche in Umbria c’è stato il crollo della partecipazione al voto: il 52,3%, contro il 64,69% di cinque anni fa. La prima a congratularsi con Stefania Proietti è il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che su X scrive: «Desidero rivolgere i miei auguri di buon lavoro ai nuovi presidenti della Regione Umbria, Stefania Proietti, e della Regione Emilia-Romagna, Michele de Pascale; al di là delle differenze politiche, auspico una collaborazione costruttiva». Con lo stesso messaggio Giorgia Meloni ha rivolto un «sentito ringraziamento» a Donatella Tesei. Elly Schlein, segretario del Pd, ha parlato di una vittoria commovente e della coesione, facendo i complimenti al neoeletto presidente dell’Emilia-Romagna Michele De Pascale che è organico al Pd. Per quel che riguarda la Proietti - di militanza cattolica ma non iscritta al Pd - la segretaria del Nazareno in serata è arrivata a Perugia per festeggiare la vittoria del centrosinistra insieme con Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni (lui è di Foligno e ha fatto poca strada) di Avs, mentre Giuseppe Conte bloccato a Roma dalla Costituente pentastellata ha inviato alla neopresidente della Regione Umbria un messaggio dai toni trionfalistici: «Vittoria strepitosa, le promesse last minute del centrodestra non hanno ingannato gli umbri. Nessun dubbio fossi tu la candidata migliore. Stiamo preparando Nova, siamo in dirittura d’arrivo; non riesco a raggiungerti festeggiare e ad abbracciarti». Conte ha di fatto iscritto la Proietti al neo-movimento a insaputa di lei, che invece ha fatto una prima stringatissima dichiarazione: «Viva l’Umbria che è tornata in mano agli umbri», ha detto entrando al suo comitato elettorale nel centro di Perugia, dove ad attenderla c’era tutto lo stato maggiore del Pd umbro che aveva già festeggiato con Vittoria Ferdinandi nel giugno scorso la riconquista del Comune di Perugia. Stefania Proietti ha poi aggiunto: «Sarò la presidente di tutti gli umbri, nessuno escluso. Grazie a tutti: partiti, liste, territori, amministratori con un ringraziamento speciale a Vittoria Ferdinandi. Governeremo in libertà, democrazia, partecipazione: con la gente per la gente. Da domani saremo a lavorare perché le persone hanno bisogno che ci prendiamo cura di loro, riportando all’Umbria la sanità pubblica, la cura dell’ambiente, dei giovani, dello sviluppo sostenibile». La Proietti ha ringraziato il premier Meloni «per essersi complimentata con me». Viene da dire che il centrosinistra in Umbria vince se non schiera candidati di partito. Bocche cucite mentre andiamo in stampa da parte del centrodestra, dove si sta valutando se l’accordo con il vulcanico e a volte ruvido sindaco di Terni, Stefano Bandecchi, di Alternativa popolare abbia funzionato. A Terni due esponenti di Fratelli d’Italia si sono dimessi in polemica per questa strana alleanza. Ma per «elaborare il lutto» il centrodestra ha bisogno di un po’ di tempo; soprattutto la Lega guidata dall’onorevole Riccardo Augusto Marchetti, uno dei Salvini-boys dovrà condurre un serio esame. Donatella Tesei, che si è complimentata con la «rivale» augurandole buon lavoro, è infatti emanazione del partito di Salvini.
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La Regione più rossa d’Italia non cambia: vince De Pascale col 57%. La Tesei bocciata da uscente: si impone Stefania Proietti. Tanto basta ad Elly Schlein per «commuoversi» e gridare al trionfo. Esulta perfino Giuseppe Conte: peccato che il M5s sia ridotto ai minimi termini.Lo speciale contiene due articoli.Non riesce il miracolo, anzi il supermiracolo, al centrodestra in Emilia-Romagna: la Regione si conferma la roccaforte rossa per eccellenza, e il nuovo presidente è Michele de Pascale, 39 anni, sindaco pd di Ravenna, che con il 56% circa dei voti regala una gioia a Elly Schlein. Va concesso, e non è una frase fatta, l’onore delle armi a Elena Ugolini, candidata civica scelta dal centrodestra per la sfida più difficile di tutte. La Ugolini si ferma al 40% circa, tre punti in meno di quanto raccolto nel 2020 dall’allora candidata del centrodestra, Lucia Borgonzoni della Lega. A proposito del 2020, vanno sottolineati due dati. Il primo: de Pascale prende più voti di Stefano Bonaccini, che alle scorse elezioni ottenne il 51,4%; il secondo: in Emilia-Romagna l’affluenza è letteralmente crollata dal 67,6% del 2020 al 46,4% di ieri. Attenzione però: nel 2014, l’affluenza era stata appena del 37,7%. Il picco di votanti del 2020 si deve quindi, molto probabilmente, alla grande mobilitazione che ci fu in quell’occasione. I sondaggi davano Bonaccini avanti di pochissimi punti, la Bergonzoni poteva contare su una Lega cresciuta a dismisura (alle Europee del 2019 aveva superato il 34%), la roccaforte rossa sembrava davvero poter crollare e così nacque il fenomeno delle Sardine, un finto movimento spontaneo di sinistra accuratamente creato in laboratorio per mobilitare l’elettorato progressista, in particolare quello più giovanile. Inoltre, il M5s correva da solo. Alla fine Bonaccini vinse distaccando la Bergonzoni di 8 punti. Stavolta, evidentemente, il risultato è stato ritenuto scontato dagli elettori dell’Emilia-Romagna, che si sono ri-allontanati dalle urne. Non sappiamo, ma è probabile, se sul calo dell’affluenza possano aver pesato anche le polemiche e le accuse incrociate sulle responsabilità delle alluvioni che hanno colpito la regione: l’esperienza insegna che chi deve fronteggiare le conseguenze drammatiche di una catastrofe vuole concretezza e non tollera chiacchiere a vuoto o peggio ancora risse propagandistiche strumentali.Analizzando (ovviamente in base alle proiezioni) i dati dei partiti, il Pd targato Elly Schlein supera il 40% dei voti, è di gran lunga il primo partito nella Regione. Male il M5s, inchiodato al 3,5%, superato da Avs, che ottiene il 5,3%. A proposito dei pentastellati, almeno a guardare il voto in Emilia-Romagna il dibattito «andiamo da soli», «no, meglio allearsi con il Pd» è pura accademia: nel 2020 il M5s andò da solo con un proprio candidato presidente, Simone Benini, e prese il 4,5%, quasi esattamente la percentuale di questa tornata elettorale.Nel centrodestra si conferma il dominio di Fratelli d’Italia, che raggiunge il 24% (alle scorse regionali prese l’8,6%). Forza Italia è intorno al 5,5% (prese il 2,6% nel 2020) così come la Lega, che alle regionali 2020 prese il 32%.«È stato un anno e mezzo di speculazioni politiche, di scontri», commenta il nuovo presidente Michele de Pascale, «nella nostra terra le persone hanno paura, le imprese si chiedono cosa devono fare per il loro futuro. Da questa campagna elettorale deve finire la speculazione politica e deve iniziare una nuova collaborazione istituzionale per l’Emilia-Romagna. Io spero, già nei prossimi giorni di poter incontrare il presidente del Consiglio», aggiunge de Pascale, «Serve che tutti siano disponibili a un grande cambio di passo».All’insegna del fair play il commento di Elena Ugolini: «Ho appena chiamato de Pascale», dice la Ugolini appena arrivata al comitato, «gli ho fatto i complimenti perché la sua vittoria è una vittoria decisa, schiacciante. Sono partita dopo i risultati delle Europee che vedevano il paragone tra il centrodestra e il campo largo del centrosinistra, che è quello che ha sostenuto de Pascale in questa campagna elettorale, da una differenza di 18 punti. Tutti mi avevano sconsigliato di fare questo passo, ma io ho voluto fare questa scelta per una ragione profonda: in questi mesi di campagna elettorale ho scoperto che ci sono tanti territori e tante persone che desiderano essere ascoltate. Ascoltando le persone abbiamo capito che ci sono delle priorità su cui noi continueremo a lavorare nei prossimi cinque anni».Soddisfattissima sia della vittoria di de Pascale sia del risultato del Pd il segretario dem, Elly Schlein: «Lavoreremo ogni giorno», commenta la Schlein, «per essere all’altezza di questa fiducia, segno del riconoscimento di una buona amministrazione, ma anche della voglia di innovazione con un candidato come Michele de Pascale. Siamo molto felici ed emozionati, devo dire la parola giusta, perché è emozionante ed è una vittoria commovente. Si profila un dato straordinario per il Partito democratico. Questo conferma la responsabilità che ci sentiamo come perno di costruzione dell’alternativa a questa destra».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/schlein-si-mangia-baci-perugini-2669936912.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="in-umbria-vince-il-pd-non-il-campo-largo" data-post-id="2669936912" data-published-at="1731964147" data-use-pagination="False"> In Umbria vince il Pd, non il campo largo Deve averla mandata a memoria Stefania Proietti la massima di San Francesco, che recita: «Cominciate col fare ciò che è necessario, poi ciò che è possibile, e all’improvviso vi sorprenderete a fare l’impossibile». Lei ingegnere, 49 anni, sindaco di Assisi dal 2016 e presidente della Provincia di Perugia dal 2021, pacifista prima ancora che di sinistra, ecologista si è presentata come candidata civica ed è riuscita là dove fino a qualche giorno fa i sondaggi dicevano che sarebbe stata ardua: rimandare il centrodestra all’angolo in Umbria. Esce di scena Donatella Tesei che cinque anni fa aveva fatto pure lei l’impossibile: strappare una regione che era stata feudo del Pci, poi Pds, Ds e infine Pd per 70 anni. L’Umbria di cinque anni fa era scossa dalle inchieste di Sanitopoli che avevano coinvolto anche l’allora presidente pd, Katiuscia Marini. L’Umbria di oggi è una regione che ha nuovo protagonismo economico, che è stata largamente risanata dai cinque anni di governo di Donatella Tesei e che è tornata - è il caso di dirlo - ai santi vecchi. La vittoria di Stefania Proietti è ampia. Al momento in cui scriviamo - oltre metà dello scrutinio: oltre 530 sezioni su mille - la candidata del campo largo ha il 51,7% delle preferenze mentre Donatella Tesei - sostenuta da Fdi, Lega, Forza Italia, Noi moderati e da una civica a suo nome - si ferma al 45,6%. Gli altri sette candidati - escluso Marco Rizzo di Democrazia sovrana popolare, che supera l’1% - sono a percentuali da prefisso telefonico. Anche in Umbria c’è stato il crollo della partecipazione al voto: il 52,3%, contro il 64,69% di cinque anni fa. La prima a congratularsi con Stefania Proietti è il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che su X scrive: «Desidero rivolgere i miei auguri di buon lavoro ai nuovi presidenti della Regione Umbria, Stefania Proietti, e della Regione Emilia-Romagna, Michele de Pascale; al di là delle differenze politiche, auspico una collaborazione costruttiva». Con lo stesso messaggio Giorgia Meloni ha rivolto un «sentito ringraziamento» a Donatella Tesei. Elly Schlein, segretario del Pd, ha parlato di una vittoria commovente e della coesione, facendo i complimenti al neoeletto presidente dell’Emilia-Romagna Michele De Pascale che è organico al Pd. Per quel che riguarda la Proietti - di militanza cattolica ma non iscritta al Pd - la segretaria del Nazareno in serata è arrivata a Perugia per festeggiare la vittoria del centrosinistra insieme con Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni (lui è di Foligno e ha fatto poca strada) di Avs, mentre Giuseppe Conte bloccato a Roma dalla Costituente pentastellata ha inviato alla neopresidente della Regione Umbria un messaggio dai toni trionfalistici: «Vittoria strepitosa, le promesse last minute del centrodestra non hanno ingannato gli umbri. Nessun dubbio fossi tu la candidata migliore. Stiamo preparando Nova, siamo in dirittura d’arrivo; non riesco a raggiungerti festeggiare e ad abbracciarti». Conte ha di fatto iscritto la Proietti al neo-movimento a insaputa di lei, che invece ha fatto una prima stringatissima dichiarazione: «Viva l’Umbria che è tornata in mano agli umbri», ha detto entrando al suo comitato elettorale nel centro di Perugia, dove ad attenderla c’era tutto lo stato maggiore del Pd umbro che aveva già festeggiato con Vittoria Ferdinandi nel giugno scorso la riconquista del Comune di Perugia. Stefania Proietti ha poi aggiunto: «Sarò la presidente di tutti gli umbri, nessuno escluso. Grazie a tutti: partiti, liste, territori, amministratori con un ringraziamento speciale a Vittoria Ferdinandi. Governeremo in libertà, democrazia, partecipazione: con la gente per la gente. Da domani saremo a lavorare perché le persone hanno bisogno che ci prendiamo cura di loro, riportando all’Umbria la sanità pubblica, la cura dell’ambiente, dei giovani, dello sviluppo sostenibile». La Proietti ha ringraziato il premier Meloni «per essersi complimentata con me». Viene da dire che il centrosinistra in Umbria vince se non schiera candidati di partito. Bocche cucite mentre andiamo in stampa da parte del centrodestra, dove si sta valutando se l’accordo con il vulcanico e a volte ruvido sindaco di Terni, Stefano Bandecchi, di Alternativa popolare abbia funzionato. A Terni due esponenti di Fratelli d’Italia si sono dimessi in polemica per questa strana alleanza. Ma per «elaborare il lutto» il centrodestra ha bisogno di un po’ di tempo; soprattutto la Lega guidata dall’onorevole Riccardo Augusto Marchetti, uno dei Salvini-boys dovrà condurre un serio esame. Donatella Tesei, che si è complimentata con la «rivale» augurandole buon lavoro, è infatti emanazione del partito di Salvini.
L'ex deputata repubblicana Marjorie Taylor Greene (Ansa). Nel riquadro il suo post su X
Insomma, un endorsement in piena regola. Il che è significativo. Nonostante al momento non rivesta un peso politico troppo rilevante, la Taylor Greene è stata un tempo una delle principali sostenitrici di Trump. Poi, a partire dall’anno scorso, i loro rapporti si sono progressivamente incrinati. L’allora deputata ha infatti iniziato a criticare il presidente americano su vari fronti: la sua politica su Israele e Siria, l’inflazione e i file di Jeffrey Epstein. In altre parole, la Greene è una di quelle figure del mondo politico-mediatico Maga che hanno drammaticamente rotto con l’attuale inquilino della Casa Bianca, accusandolo di aver abbandonato il trumpismo delle origini. Da questo punto di vista, un altro personaggio collocato su una linea simile è il giornalista conservatore Tucker Carlson che, un tempo deciso fautore dell’attuale presidente, ha litigato con lui soprattutto a causa della guerra in Iran.
Queste rotture sono, almeno in parte, la diretta conseguenza della «traversata nel deserto» che il trumpismo ha condotto nei quattro anni dell’amministrazione Biden. Delusi dal Partito democratico, vari mondi un tempo ostili a Trump (Silicon Valley, apparati della sicurezza nazionale, alta burocrazia del Pentagono) si sono man mano avvicinati ai repubblicani, innestandosi sul trumpismo originario, che, pur non essendo monoliticamente isolazionista, era più concentrato sulla tutela dei colletti blu della Rust Belt e, quindi, sui temi della reindustrializzazione e della post globalizzazione. Dal 2025, queste due anime del mondo Maga sono entrate spesso in dialettica, arrivando a produrre alcune rotture, come quelle della Greene e di Carlson.
È quindi interessante il fatto che l’ex deputata repubblicana si sia schierata con la Meloni. Una Meloni che aveva già comunque, almeno in parte, diviso il mondo Maga. Se la maggioranza di esso la vedeva in modo favorevole, Steve Bannon, a marzo, la criticò per non aver dato abbastanza sostegno a Trump nella crisi di Hormuz. Un ulteriore aspetto interessante da notare è che Bannon, la Greene e Carlson provengono tutti, pur con tratti e sensibilità differenti, da quel trumpismo originario di cui abbiamo parlato: trumpismo originario che, nella sua sfera mediatico-politica, si è spaccato sul conflitto in Iran (se Carlson , come detto, è contrario alla guerra, Laura Loomer la sostiene). Da questo punto di vista, a essere interessante è anche la sponda che, nel 2025, si registrò tra la Meloni ed Elon Musk: un esponente di quei nuovi «innesti» che era, non a caso, ai ferri corti con Bannon. Tra l’altro, anche Musk l’anno scorso ruppe con Trump, per poi significativamente ricucire (vista soprattutto la crescente interdipendenza tra SpaceX e il Pentagono).
Ma attenzione. I risvolti della nuova rottura tra il presidente americano e la Meloni potrebbero irrompere nella stessa amministrazione statunitense. Nell’ultimo anno e mezzo, l’inquilina di Palazzo Chigi ha stretto un rapporto molto cordiale con Marco Rubio e con JD Vance (il quale, dopo aver firmato la prefazione all’edizione statunitense del volume «La versione di Giorgia», ha anche citato la premier nel suo ultimo libro, «Communion»). Ora, nel breve termine, lo scontro tra Trump e la Meloni rischia di mettere in una posizione scomoda tanto il vicepresidente quanto il segretario di Stato. Tuttavia il tema è più complesso. Sì, perché sia Vance che Rubio sono assai interessati a candidarsi alla nomination presidenziale repubblicana del 2028. In quest’ottica, entrambi guardano con favore al mantenimento di una convergenza con la Meloni. Se il centrodestra italiano dovesse vincere le elezioni l’anno prossimo e, nel 2029, dovesse insediarsi alla presidenza statunitense uno dei due, sia Vance che Rubio auspicherebbero una sponda con Roma per arginare l’asse franco-tedesco e, soprattutto, per cercare di allentare i rapporti tra l’Ue e la Cina.
Nel frattempo, la stampa statunitense ha riportato la notizia del nuovo scontro tra Trump e la Meloni: da Nbc News al Wall Street Journal, passando per il Washington Post, le varie testate hanno raccontato le tensioni, ricordando che ci fu un tempo in cui i due leader erano stretti alleati. Per quanto non impossibile, sembra sempre più difficile che quel tempo possa tornare. Il conflitto iraniano ha del resto contribuito a scavare un solco profondo tra le due sponde dell’Atlantico. È dunque da qui che Vance e Rubio dovranno partire per cercare di riavvicinarle.
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Donald Trump e Giorgia Meloni (Ansa)
Altro che «riavvicinamento»: poche ore dopo la fine del G7 di Evian, tra Donald Trump e Giorgia Meloni esplode uno dei più gravi incidenti diplomatici mai registrati nella storia dell’Italia repubblicana tra un presidente degli Stati Uniti e un premier italiano, secondo solo al famoso caso di Sigonella, che nel 1985 vide Bettino Craxi opporsi a Donald Reagan per la sorte dei miliziani palestinesi che avevano dirottato la nave da crociera Achille Lauro. In quel caso si rischiò lo scontro armato tra la Delta Force da una parte e i carabinieri e i Vam dall’altra, ieri invece il conflitto è stato tutto dialettico, ma quanto mai aspro.
La cronaca di questa surreale, incredibile giornata, inizia poco dopo le 10 italiane, le 4 di notte a Washington, quando La7 diffonde un annuncio: «Oggi in esclusiva a L’Aria che tira su La7 una nuova telefonata con Donald Trump. Il programma di David Parenzo ha raggiunto telefonicamente il presidente statunitense per un colloquio. Al centro, le ultime dal G7 sulla pace in Medio Oriente e, soprattutto, sull’incontro tra il tycoon e il premier italiana Meloni dopo le tensioni delle ultime settimane». Siamo abituati al fatto che, tra le tante stravaganze (eufemismo) di Trump, ci sia pure quella di chiacchierare al telefono con i giornalisti. Alle 11, però, scoppia la bomba: Parenzo manda in onda la trascrizione della telefonata tra il tycoon e il corrispondente di La7 dalla Casa Bianca, Daniele Compatangelo: «Come sta il suo primo ministro? Come sta lei?», chiede a un certo punto Trump. «Beh, l’ha appena incontrata al G7», risponde il giornalista, «cosa ne pensa?». «Probabilmente è felice», replica Trump, «che io le abbia parlato! Non ero obbligato a farlo! Non so cosa dire! Mi ha supplicato di fare una foto! Voleva a tutti i costi una foto con me. Non l’avrei fatto, ma mi ha fatto pena!».
La7 non pubblica l’audio originale della telefonata, ma direttamente la traduzione: perché? A quanto spiega il corrispondente di La7 dalla Casa Bianca, per precise direttive dello staff del presidente Usa, le registrazioni delle telefonate non possono essere diffuse con l’audio originale. La trascrizione in lingua originale dell’ultima frase di Trump è la seguente: «She begged me for a picture! She wanted a picture with me so badly. I would haven’t done it, but I felt sorry for her!».
«I felt sorry for her» viene tradotto con «mi ha fatto pena», il che è formalmente corretto, ma la stessa frase può anche essere tradotta con un molto meno maleducato «mi dispiaceva per lei» o «mi è dispiaciuto per lei», come fa notare in diretta Antonio Di Bella, tra l’altro ex direttore del Tg3 e di Rai3 e già corrispondente da New York per il Tg1. Fatto sta che la Meloni la prende, come è ovvio, malissimo: impugna lo smartphone e da Bruxelles, dove sta partecipando al Consiglio europeo, registra un durissimo video di risposta: «Certe cose», scandisce Giorgia Meloni, «meritano una risposta immediata. Le dichiarazioni di Donald Trump sono totalmente inventate. Sono francamente allibita. Non so perché il presidente degli Stati Uniti si comporti così con i propri alleati e non è del resto la prima volta che accade. Posso solo dire che dispiace che non abbia la stessa determinazione con i nemici dell’Occidente, con i nemici degli Stati Uniti, con leadership con le quali invece si dimostra molto più accondiscendente. Però una cosa se la deve ricordare: io e l’Italia, non imploriamo mai». L’aria che tira, potremmo dire, è quella di tempesta: piovono reazioni indignate da tutto il mondo politico e istituzionale, italiano e non solo. Si muove il Colle: il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, telefona alla Meloni e le esprime solidarietà.
Immediate anche le reazioni dei due vicepremier: «Le gravi e offensive parole del presidente Trump nei confronti del presidente del Consiglio», scrive su X il ministro degli Esteri e leader di Forza Italia, Antonio Tajani, «offendono tutta l’Italia. Per questo motivo ho deciso di annullare la mia visita negli Stati Uniti prevista per i prossimi 21 e 22 giugno». Anche Confindustria cancella la sua partecipazione al business forum di Miami del 22 giugno. Più tardi, parlando con i cronisti, Tajani aggiunge: «Non possiamo pensare che qualcuno offenda l’Italia così come ha fatto il presidente Usa», invitando comunque a «mantenere il rapporto transatlantico come stella polare». L’altro vicepremier, il ministro dei Trasporti e leader della Lega Matteo Salvini, sui social scrive: «Chi attacca Giorgia, attacca tutti noi». E adesso che succede? La Verità ha avuto modo di sondare ambienti di governo e maggioranza, e c’è una sostanziale unanimità su un punto: i dubbi sull’equilibrio di Donald Trump. Sono diventate troppo frequenti e sempre più deliranti, ormai, le sparate del tycoon, tra insulti ad alleati, avversari e giornalisti, prese di posizione surreali, video, foto e post deliranti postati a raffica sui social, e, cosa più grave, continui cambi di strategia e opinione sulle questioni più importanti di politica internazionale.
Compiacimento abbiamo poi registrato per l’intervento di Mattarella, arrivato mentre tra le opposizioni non mancava chi, pur esprimendo solidarietà alla Meloni, aggiungeva che è stata però proprio lei a scegliere il presidente degli Stati Uniti come alleato privilegiato, manco fosse una colpa o avesse altra scelta. Sono una donna dotata di doti divinatorie poteva prevedere che Trump sarebbe diventato quello che è oggi: per non sbilanciarci troppo, sicuramente un gran maleducato. Che, dopo la replica di Meloni, ha rincarato la dose: «Non la voglio come fan perché lei, così come gli altri del gruppo Nato, non c'è stata riguardo allo Stretto di Hormuz».
Eppure la sinistra incolpa Giorgia
Centinaia, dall’Italia e dall’estero, le reazioni allo scontro tra Donald Trump e Giorgia Meloni: «Sono stato sorpreso», commenta il presidente francese Emmanuel Macron, «dall’attacco di Trump a Meloni, ne parlerò con lei». «Riguardo alla Meloni», dice il primo ministro spagnolo, Pedro Sánchez, «vorrei dire due cose: la prima, tutta la mia solidarietà. In secondo luogo, vorrei dirvi che non solo l’ho espressa pubblicamente ora, ma l’ho fatto anche in privato. Le ho espresso la mia solidarietà direttamente in Consiglio di fronte a questo attacco che non è né politico né personale. In realtà, non so nemmeno come qualificarlo».
Passiamo all’Italia: «Le parole del presidente Donald Trump, chiaramente false», attacca il presidente del Senato, Ignazio La Russa, «sono un evidente tentativo di vendicarsi della premier italiana per il suo non essersi piegata ai voleri del tycoon. Conoscendola molto bene, posso scommettere di mangiare un pollo vivo piuttosto che credere che Giorgia Meloni supplichi qualcuno. Fa pena chi lo sostiene». «La mia solidarietà al presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Le parole pronunciate nei suoi confronti», argomenta il presidente della Camera, Lorenzo Fontana, «non contribuiscono certamente a rafforzare quel clima di rispetto fondamentale nei rapporti tra paesi amici e alleati». Durissimo il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giovanbattista Fazzolari: «I deliri di Trump su Giorgia Meloni», azzanna Fazzolari, «sono solo l’ultimo episodio di attacchi e insulti rivolti ai leader europei. Non si capisce se per volontà o per inettitudine sta rovinando gli storici rapporti tra Stati Uniti ed Europa. Con le sue uscite inopportune è riuscito nel non facile intento di rendere gli Usa invisi all’intero continente europeo, danneggiando non solo l’Europa ma soprattutto gli Stati Uniti».
In serata, ospite di 10 minuti su Retequattro, Fazzolari fornisce una inedita interpretazione dell’accaduto: «Una delle interpretazioni che è stata data oltreoceano», spiega Fazzolari, «è che il video del G7 di Evian è diventato virale negli Usa, e i commenti erano: Meloni mette al suo posto Trump. Il presidente americano è particolarmente attento e sensibile alle dinamiche delle rete. Una delle interpretazioni che è stata data è che è stata una reazione per questo video che era stato particolarmente diffuso negli Stati Uniti».
Arrivano anche i commenti degli esponenti di opposizione: «La triste realtà», sottolinea il leder del M5s, Giuseppe Conte, «è che abbiamo subito una grande mortificazione da parte di Trump e queste sono parole assolutamente inaccettabili nei confronti dei nostri vertici istituzionali. Però dobbiamo anche riflettere. Giorgia Meloni e il suo governo hanno detto sì a tutto e hanno svenduto l’interesse nazionale». «Gli attacchi di Trump alla Meloni», sottolinea la segretaria del Pd, Elly Schlein, «sono inaccettabili, da respingere con forza. Noi non accettiamo attacchi né insulti rivolti al governo del nostro paese e continueremo a difendere le istituzioni italiane. Ci aspettiamo però che lo faccia, e cominci a farlo di più, anche la destra di questo paese e che capisca quanto è stata sbagliata la strategia di un atteggiamento remissivo verso Trump». «Le frasi di Trump sono orripilanti, come sempre. Finalmente», scrive su X il leader di Italia viva Matteo Renzi, «se ne è accorta anche la presidente Meloni: buongiorno Giorgia, ben svegliata. Ora basta cappellini Maga e basta ponti con Trump».
La missione del presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, negli Stati Uniti, prevista per la prossima settimana, è stata annullata, dopo le offese di Trump Arriva anche il commento del generale Roberto Vannacci: «L’Italia», dice il leader di Futuro nazionale, «non può diventare terreno di scontro per calcoli di parte o convenienze politiche del momento. Non condivido chi, per attaccare Giorgia Meloni o il suo governo, finisce per gettare fango sul presidente del Consiglio e, con esso, sull’immagine della nostra nazione». Solidarietà alla Meloni e condanna della prepotenza da parte di Domenico Menorello, portavoce del network associativo «Ditelo sui tetti».
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Volodymyr Zelensky (Ansa)
Nella notte tra il 18 e il 19 giugno il ministero della Difesa russo ha dichiarato di aver abbattuto 133 droni ucraini nelle regioni di Belgorod, Bryansk, Kaluga, Kursk, Voronezh, Oryol, Smolensk, Tula, Rostov e Ryazan, oltre che nell’area di Mosca, in Crimea e sul Mar Nero. L’attacco è arrivato dopo la più grande offensiva con droni contro la capitale russa dall’inizio della guerra, che ha colpito la raffineria di petrolio di Mosca provocando danni e disagi al traffico aereo. La risposta russa è arrivata con bombardamenti su Kharkiv, città che continua a essere uno degli obiettivi principali delle offensive del Cremlino. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha rivolto un duro avvertimento ad Alexander Lukashenko, accusando la Bielorussia di mantenere lungo il confine sistemi utilizzati per correggere il tiro contro il territorio ucraino. «Concedo una settimana di tempo perché vengano ritirati. In caso contrario, provvederemo noi stessi», ha dichiarato il presidente ucraino.
Mentre sul terreno proseguono gli scontri, sul piano diplomatico iniziano a emergere segnali di possibili sviluppi. Il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha dichiarato di avere la sensazione che gli Stati Uniti possano modificare nuovamente il loro approccio alla guerra in Ucraina. Pur riconoscendo che Washington continua a sostenere militarmente Kiev attraverso sanzioni e programmi di assistenza, Lavrov ha lasciato intendere che qualcosa potrebbe cambiare nei prossimi mesi. Le sue parole arrivano mentre The Economist rivela l’esistenza di colloqui informali tra rappresentanti ucraini e figure vicine al presidente americano Donald Trump. Secondo il settimanale britannico, tra le ipotesi allo studio vi sarebbe un piano di pace articolato in due fasi. La prima prevederebbe il congelamento delle ostilità lungo l’attuale linea del fronte con la creazione di una fascia di sicurezza profonda tra cinquanta e settanta chilometri. Solo in una fase successiva si aprirebbe il negoziato sulle questioni territoriali e sulle garanzie di sicurezza.
Secondo la stessa ricostruzione sarebbero ripresi anche contatti informali con Mosca. Tuttavia Kiev mantiene un forte scetticismo. Un alto funzionario ucraino ha dichiarato che il Cremlino potrebbe preferire prendere tempo almeno fino all’autunno e forse addirittura fino alla prossima primavera. Mosca continua a sostenere che qualsiasi trattativa dovrà svolgersi nello «spirito di Anchorage», facendo riferimento agli accordi discussi durante l’incontro tra Vladimir Putin e Donald Trump in Alaska nell’agosto 2025. Secondo la posizione russa, un’intesa dovrebbe prevedere il riconoscimento del controllo di Mosca sulla Crimea e sui territori occupati nelle regioni di Donetsk, Kherson e Zaporizhzhia.
Anche il portavoce del Cremlino Dmitri Peskov ha affrontato il tema dei negoziati, criticando l’atteggiamento europeo. Secondo Peskov, Bruxelles e le principali capitali occidentali commettono un errore nel ritenere di poter trattare con la Russia da una posizione di forza. Mosca, ha spiegato, resta disponibile al dialogo ma soltanto a condizione che vengano abbandonati ultimatum e pressioni politiche. Proprio sul tema del dialogo con Mosca stanno emergendo divisioni all’interno dell’Unione europea. Secondo Politico, durante il vertice notturno di Bruxelles il presidente francese Emmanuel Macron e il cancelliere tedesco Friedrich Merz avrebbero contestato l’iniziativa del presidente del Consiglio Europeo António Costa volta ad aprire un canale di dialogo con la Russia in vista di eventuali negoziati di pace. Secondo le indiscrezioni, alcuni leader europei hanno definito la proposta prematura e non coordinata, mentre altri hanno sostenuto la necessità di mantenere aperti i contatti diplomatici con il Cremlino.
Ursula von der Leyen ha dichiarato che «prima o poi la Russia dovrà sedersi al tavolo dei negoziati, anche grazie alla pressione delle sanzioni europee». Il presidente della Commissione europea ha aggiunto che, quando si aprirà una reale prospettiva di dialogo, sarà essenziale che l’Unione europea si presenti con una posizione unitaria nei confronti di Putin, commentando l’ipotesi di un canale di comunicazione con Mosca avanzata dal presidente del Consiglio europeo. In questo contesto Lavrov ha rilanciato l’allarme sul rischio di uno scontro diretto tra Russia e Nato. In un’intervista diffusa dal ministero degli Esteri russo, il capo della diplomazia ha avvertito che un confronto militare aperto tra le due potenze potrebbe rapidamente degenerare in uno scambio di attacchi nucleari dalle conseguenze catastrofiche. Lavrov ha inoltre criticato il rafforzamento delle capacità militari europee e il progetto francese di estendere il proprio ombrello nucleare ad altri Paesi dell’Unione europea e dell’Alleanza Atlantica. Nel frattempo Donald Trump, nella «famosa» intervista a La7, ha ribadito: «Gli Usa vogliono soltanto la pace e non sono coinvolti nel percorso di adesione dell’Ucraina all’Ue».
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