- Il 40% del deflusso, iniziato nel 2010, coincide con il governo Scholz. Senza investimenti in patria, infatti, gli avanzi commerciali non bastano per crescere. Nemmeno all’Ue, che deve puntare sul mercato interno. Ecco perché i dazi potrebbero non far male.
- Il cancelliere prepara le valigie. La Cdu favorita alle urne, ma resta l’incognita alleanza.
Lo speciale contiene due articoli.
Cosa potrebbe mai andare storto in un’Europa che continua ad inanellare massicci avanzi della bilancia commerciale (Germania e Italia in testa) e tuttavia denuncia una perdita di competitività, al punto di affidare a Mario Draghi la redazione di uno specifico rapporto? Non potrà che continuare ad andare tutto storto, proprio perché, puramente e semplicemente, se ci fosse un problema di competitività non riusciremmo a vendere nemmeno mezzo container delle nostre merci in giro per il mondo e dovremmo essere invasi da prodotti stranieri. Una conferma arriva dalla «dichiarazione di Budapest sul nuovo patto per la competitività europea», uscita pomposamente dal Consiglio europeo informale conclusosi venerdì scorso.
La realtà ci restituisce numeri che descrivono ben altro. L’Eurozona, dopo la flessione causata dalla crisi dei prezzi dei prodotti energetici del 2021 e 2022, continua a conseguire ogni mese avanzi commerciali nell’ordine di 20 miliardi, come detto con Berlino in testa. Ma nei 12 mesi terminati ad agosto 2024, l’Italia può vantare un avanzo della bilancia commerciale di 59 miliardi, tra i più alti degli ultimi anni, quasi il 3% del Pil. Allora qual è il problema? Banalmente, la crescita di un Paese non può continuare ad avvenire inondando di merci e servizi il resto del mondo e sperando che questi ultimi continuino a comprarle. La crescita è il risultato, anche e soprattutto, di consumi e investimenti (privati e pubblici) relativi al mercato interno. Consumi e investimenti che purtroppo sono il vero buco nero dell’Eurozona . È il mercato interno che è asfittico, non la nostra capacità di competere sui mercati esteri e quindi il rapporto Draghi è, come minimo, titolato male.
A offrirci uno spaccato di questa drammatica realtà, di cui la Germania è stata la maggiore protagonista e quindi responsabile, è un recente e accurato articolo apparso sul sito Bloomberg in cui si evidenzia il fenomeno della fuga di capitali per investire all’estero. L’altra faccia della medaglia dell’ingente saldo commerciale è proprio il deflusso di capitali all’estero: l’uno è lo specchio dell’altro, come insegnano i saldi settoriali. Sono numeri impressionanti: dal 2010 è stato di ben 650 miliardi il deflusso netto di capitali da Berlino, di cui il 40% concentrati negli anni del governo Scholz. Dal 2010, secondo la Bundesbank, le imprese tedesche hanno investito all’estero circa 1.700 miliardi di euro. Disincentivati dal proibitivo costo dell’energia e dalla invadente burocrazia, i tedeschi hanno aperto fabbriche ovunque, soprattutto Cina e Usa, tranne che in Europa. Nessuno si è tirato indietro. Il gigante della chimica Basf, il costruttore di componenti per automobili ZF, la Miele con i suoi elettrodomestici, Volkswagen (che ha più fabbriche in Cina che in patria), Mercedes, fino ad arrivare al caso della Siemens che ha investito all’estero in acquisizioni e espansioni 30 miliardi dal 2020. Si segnalano difficoltà anche per quanto riguarda la capacità di attrarre investitori esteri. Intel ha annunciato a settembre il rinvio di un investimento di 10 miliardi in un impianto in Sassonia. Il produttore Usa di semiconduttori Wolfspeed ne ha bloccato uno da 3 miliardi nella Saarland. A dispetto della mitologica efficienza tedesca, sembra che tra i fattori disincentivanti ci sia la burocrazia, intesa come eccesso di regolazione.
Tuttavia non è nemmeno corretto sostenere che «il modello di business tedesco si è rotto». Perché ciò che sta accadendo è esattamente ciò che è prevedibile che accada quando si adotta quel modello trainato dall’export (la domanda degli altri) e dalla compressione della domanda interna. Eccellenti risultati nel breve termine – sfruttando anche il dumping valutario, come ha fatto la Germania – e poi basta un qualsiasi accidente di natura più o meno esogena (lockdown, guerra in Ucraina, un gasdotto che «esplode» nel Baltico…) e tutto finisce. Ma è solo il prevedibile risultato di un modello di sviluppo che volutamente ignora le conseguenze di lungo termine e crede che la corda della domanda estera non si possa mai spezzare.
Paradossalmente, sono proprio i propositi manifestati da Donald Trump per il prossimo quadriennio a fornire la speranza che tale modello squilibrato sia abbandonato. Infatti, una domanda estera frenata dai dazi potrebbe condurre a un ribilanciamento a favore della domanda interna come vettore di crescita. Insomma i dazi potrebbero costituire un’opportunità anziché una minaccia. Una tempestiva sveglia per capire che il mercato migliore è quello interno, che peraltro è uno dei pilastri della Ue, almeno sulla carta.
Ad oggi, purtroppo, la risposta che è arrivata dal vertice dei capi di governo europeo somiglia alla suicida scelta di accelerare in prossimità di un ostacolo. Sono tornati alla memoria i comunicati di Breznev negli anni del crepuscolo dell’Urss. In premessa, l’obiettivo di «assicurare la prosperità economica» e «rafforzare la nostra competitività» e contemporaneamente «fare dell’Ue il primo continente del mondo a impatto climatico zero» significa aver perso il contatto con la realtà degli enormi costi sociali ed economici previsti dalla transizione energetica. Citofonare agli operai di Stellantis e Volkswagen per dettagli. Il successivo elenco dei presunti «fattori di competitività» offre dettagli ancora più sconfortanti. Si vorrebbe potenziare il mercato unico, che invece è stato danneggiato da aiuti di Stato autorizzati per sussidiare investimenti nella transizione energetica. Si insiste sull’unione del mercato dei capitali come panacea per finanziare Pmi e start-up, nella errata convinzione che basterebbe uniformare il diritto societario e fallimentare per conseguire quell’obiettivo. La «rivoluzione di semplificazione che consente alle imprese di prosperare senza un’eccessiva regolamentazione» è l’esatta negazione del modus operandi della Ue. «L’obiettivo di spesa pari al 3% del Pil in ricerca e sviluppo entro il 2030» si scontra con la traiettoria di riduzione dei bilanci pubblici prevista dal riformato Patto di Stabilità, così come paiono incompatibili gli obiettivi della «sovranità energetica strategica» e della «neutralità climatica entro il 2050». L’altisonante volontà di «promuovere posti di lavoro di alta qualità» dovrà fare i conti con la strutturale tendenza alla compressione salariale, senza la quale la Ue semplicemente non può esistere. Da ultimo, le idee su come finanziare tutti questi «buoni» propositi sono sempre poche e pure confuse. C’è di tutto (capitali pubblici, privati, Bei, il modesto bilancio pluriennale Ue, nuove risorse proprie…) tranne le parole «debito comune». Un altro sogno che resta tale.
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