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2023-12-02
Scambi di accuse sulla tregua fallita. Israele ora vuole una zona cuscinetto
Ansa
Alle prime luci dell’alba sembrava che si fosse chiuso l’accordo per un altro giorno di tregua, ma così non è stato. Alle 6 di mattina (7 locali), Israele ha annunciato che la tregua del conflitto era scaduta, spiegando che Hamas l’aveva violata. E il rimpallo di accuse è scattato subito con Hamas a incolpare Israele e viceversa (con la Casa Bianca a dare ragione a Gerusalemme). La tensione era salita nella notte quando Israele ha accusato gli islamisti di non aver adempiuto all’impegno di rilasciare tutte le donne rapite. Hamas ha risposto che invece erano state le autorità israeliane a rifiutare «di accettare tutte le offerte di rilascio». Il risultato è che i razzi hanno ricominciato a volare nei cieli e i miliziani hanno subito ripreso a fare la conta delle vittime nella Striscia di Gaza: 178, secondo il portavoce del ministero della Sanità controllato dai terroristi, da quando sono riprese le ostilità. Al varco di Rafah il transito degli aiuti è stato bloccato.
Dure le parole del premier israeliano, Benjamin Netanyahu: «Continuiamo a combattere con tutta la nostra forza fino al raggiungimento degli obiettivi: il recupero dei nostri ostaggi, la distruzione di Hamas e la garanzia che Gaza non rappresenterà mai più una minaccia per Israele». Inoltre i servizi d’intelligence si starebbero preparando a uccidere i leader di Hamas sparsi nel mondo dopo la guerra a Gaza, riferisce il Wall Street Journal citando alcune fonti secondo le quali la caccia prosegue in Libano, Turchia e Qatar.
Ad ogni modo la campagna contro Hamas non dovrebbe durare meno di un anno e la fase più intensa di terra dovrebbe combaciare con l’inizio del 2024. In questo caso la notizia viene data dal Financial Times che aggiunge che tra gli obiettivi, Israele avrebbe l’uccisione dei tre top leader di Hamas, Yahya Sinwar, Mohammed Deif e Marwan Issa. Eppure, nonostante la fine della tregua, la situazione degli ostaggi è tutt’altro che risolta: ci sarebbero ancora 115 uomini, 20 donne e due bambini prigionieri, ha detto un portavoce del governo israeliano. Nell’elenco risulta anche il piccolo Kfir Bibas, di 10 mesi, suo fratello Ariel di 4 anni e la madre Shiri. L’esercito ha detto infatti che sta indagando sulle affermazioni di Hamas secondo cui i bambini e la madre sarebbero stati uccisi.
Le notizie, insomma, sono confuse. Tanto che uno dei leader di Hamas in un’intervista alla Cbs ha detto: «Non so quanti siano gli ostaggi vivi». Nel frattempo è stato ritrovato il corpo di uno di loro nella Striscia di Gaza. Si tratta di Ofir Tzarfati, 27 anni, era stato rapito al rave il 7 ottobre. Morto durante la prigionia anche l’ostaggio Guy Iluz, 26 anni, anche lui rapito al festival. Per quanto riguarda il destino dei prigionieri israeliani «le trattative si svolgeranno in parallelo al fuoco», hanno chiarito le autorità israeliane, spiegando che se Hamas presenterà una lista accettabile di ostaggi da liberare, Israele riprenderà la tregua.
Sul campo sono diversi i fronti dove sono ripresi i combattimenti. Nella Striscia l’esercito israeliano sta conducendo una serie di attacchi contro obiettivi di Hamas. L’Idf ha anche lanciato nuovi volantini che invitano i residenti di Gaza a lasciare alcune zone del Sud di Gaza, segnalando un’offensiva in espansione. Le Brigate Al Qassam, invece, braccio armato dei terroristi, hanno dichiarato di aver attaccato con razzi le città di Ashkelon, Sderot e Beersheba, nel Sud di Israele.
Gli scontri si sono riaccesi anche con Hezbollah. La difesa aerea israeliana ha intercettato con successo un «obiettivo aereo sospetto» proveniente dal Sud del Libano, poi rivendicato dal partito sciita e antisionista libanese. Le due fazioni avevano rispettato una pausa non dichiarata nel corso della tregua concordata con Hamas, ma adesso Hezbollah ha chiarito che il confine con Israele rimarrà una linea attiva del fronte finché continuerà l’aggressione di Israele contro Gaza.
Sul piano diplomatico è stato definito storico l’incontro tra il presidente israeliano, Yitzhak Herzog, e l’emiro del Qatar, Tamim bin Hamad al-Thani, avvenuto a margine della conferenza sul clima negli Emirati Arabi Uniti. Si è appreso che i negoziati con Hamas - in cui il Qatar sta mediando - continuano nonostante la ripresa dei combattimenti.
Il presidente del Consiglio italiano, Giorgia Meloni, nella stessa occasione ha avuto l’opportunità di incontrare il presidente Herzog, al quale ha ribadito il proprio sostegno. Mentre il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, rivolgendosi alla Meloni, ha affermato che «è essenziale prendere misure efficaci per fermare Israele in modo tale da porre fine alle uccisioni a Gaza».
Intanto emergono nuove imbarazzanti rivelazioni sulle responsabilità del massacro del 7 ottobre. Secondo il New York Times, infatti, alcuni dirigenti israeliani ottennero il piano di battaglia di Hamas per l’attacco del 7 ottobre più di un anno prima che accadesse. Gli stessi liquidarono il piano come ambizioso, ritenendo che fosse troppo difficile da realizzare per il movimento terrorista.
In serata Israele, per prevenire attacchi futuri, ha informato diversi Stati arabi di voler creare una zona cuscinetto sul lato palestinese del confine di Gaza. È una delle proposte per le soluzioni dopo la fine della guerra.
L’«Economist» cede: «Vince Putin»
«Vladimir Putin sta vincendo?». È la domanda che si è posto l'Economist sulla copertina del suo nuovo numero. Nelle pagine interne, il noto settimanale britannico dà, di fatto, una risposta affermativa. I motivi di questi timori sono molteplici. Il primo, più evidente, è lo stato delle operazioni belliche: «Qui è una questione di resistenza piuttosto che di conquiste territoriali». Tradotto: «La controffensiva ucraina è in fase di stallo» ormai da mesi e, pertanto, la guerra di attrito avvantaggia la Russia. Lo ha riconosciuto proprio ieri Volodymyr Zelensky, spiegando che il fallimento della controffensiva estiva è stato dovuto a carenza di armi e truppe. Tuttavia, ha aggiunto, «non ci stiamo ritirando, sono soddisfatto». Una ben magra consolazione. Anche il morale, prosegue l’Economist nella sua disamina, è un fattore decisivo: «Se l’Ucraina si ritira, il dissenso a Kiev diventerà più forte», mentre Putin «è in grado di tollerare terribili perdite tra i suoi uomini». Questo perché, spiega il settimanale, «le élite russe hanno rafforzato la loro presa sull’economia e stanno guadagnando un sacco di soldi» e, al contempo, lo zar «può permettersi di pagare il vitalizio alle famiglie dei soldati caduti sul campo». Kiev, al contrario, è in difficoltà: i sondaggi interni confermano che la posizione di Zelensky si è molto indebolita tra gli elettori. Ma non è solo una questione di armi e propaganda. «Il campo di battaglia», ricorda giustamente l’Economist, «modella la politica». Una guerra di attrito può andare avanti per anni e l’Occidente non è più così sicuro di impegnare tutte queste risorse per salvare la pelle agli ucraini. Non è un caso che gli aiuti promessi a Kiev siano ancora bloccati. Dall’altra parte della barricata, invece, «Putin ha ottenuto droni dall’Iran e munizioni dalla Corea del Nord. Ha lavorato per convincere gran parte del Sud del mondo a disinteressarsi di ciò che accade all’Ucraina. La Turchia e il Kazakistan sono diventati canali per le merci che alimentano la macchina da guerra russa. Il piano occidentale volto a limitare le entrate petrolifere di Mosca, fissando il prezzo del greggio a 60 dollari al barile, è fallito». Questo grande vantaggio accumulato da Mosca sarebbe, a detta dell’Economist, da addebitare alla «mancanza di visione strategica dell’Europa». Ci vuole un buona dose di coraggio per affermarlo: a rimetterci, in questa assurda guerra per procura di Washington (e di Londra), sono state proprio le nazioni europee. Che non solo hanno dovuto affrontare una crisi economica ed energetica esiziale, ma a breve dovranno anche sostenere gli ingenti costi della ricostruzione di un Paese letteralmente devastato. Costi che, al contrario, non peseranno più di tanto sul Regno Unito. Contro cui, del resto, si è scagliato ieri Serghiei Lavrov: il ministro degli esteri russo, infatti, ha rivelato che alla fine di maggio 2022 sarebbe stato trovato un accordo tra Mosca e Kiev per porre fine alle ostilità. Ma sarebbe stato proprio l’allora premier Boris Johnson a mandare tutto a monte, come confermerebbe David Rahamja, uno dei partecipanti al negoziato per il gruppo di Zelensky. Nonostante la grottesca reprimenda del settimanale britannico, l’Unione europea sta facendo il possibile per sostenere l’Ucraina. Addirittura accogliendola al proprio interno. A metà dicembre, in effetti, un importante summit dei 27 Stati membri dovrà stabilire se invitare Kiev all’adesione. La mossa è rischiosa e prematura. E, inoltre, c’è da superare l’ostacolo Ungheria, che finora ha posto il veto. Le trattative tra Bruxelles e Budapest sono ancora in corso. Charles Michel ha messo sul piatto lo sblocco di 10 miliardi di euro del Pnrr, congelati in attesa delle riforme imposte al governo magiaro. Viktor Orbán, però, non è convinto e ieri ha fatto la sua controproposta: niente ingresso, ma solo partenariato strategico con l’Ucraina. Vedremo se il compromesso ungherese convincerà la Commissione europea.
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Benjamin Netanyahu: «Avanti fino alla distruzione di Hamas». I jihadisti: «Sono 178 i morti dalla ripresa del conflitto» Gerusalemme: «Violati i patti anche sulle donne in ostaggio». Trovato il corpo di un ragazzo rapito nel rave. Il settimanale inglese ammette: «La controffensiva ucraina è ferma, lo zar è più forte». Ma incolpa l’Ue, che paga i costi e vuole accogliere Kiev. Viktor Orbán: «Sia solo un partner». Lo speciale contiene due articoli.Alle prime luci dell’alba sembrava che si fosse chiuso l’accordo per un altro giorno di tregua, ma così non è stato. Alle 6 di mattina (7 locali), Israele ha annunciato che la tregua del conflitto era scaduta, spiegando che Hamas l’aveva violata. E il rimpallo di accuse è scattato subito con Hamas a incolpare Israele e viceversa (con la Casa Bianca a dare ragione a Gerusalemme). La tensione era salita nella notte quando Israele ha accusato gli islamisti di non aver adempiuto all’impegno di rilasciare tutte le donne rapite. Hamas ha risposto che invece erano state le autorità israeliane a rifiutare «di accettare tutte le offerte di rilascio». Il risultato è che i razzi hanno ricominciato a volare nei cieli e i miliziani hanno subito ripreso a fare la conta delle vittime nella Striscia di Gaza: 178, secondo il portavoce del ministero della Sanità controllato dai terroristi, da quando sono riprese le ostilità. Al varco di Rafah il transito degli aiuti è stato bloccato.Dure le parole del premier israeliano, Benjamin Netanyahu: «Continuiamo a combattere con tutta la nostra forza fino al raggiungimento degli obiettivi: il recupero dei nostri ostaggi, la distruzione di Hamas e la garanzia che Gaza non rappresenterà mai più una minaccia per Israele». Inoltre i servizi d’intelligence si starebbero preparando a uccidere i leader di Hamas sparsi nel mondo dopo la guerra a Gaza, riferisce il Wall Street Journal citando alcune fonti secondo le quali la caccia prosegue in Libano, Turchia e Qatar. Ad ogni modo la campagna contro Hamas non dovrebbe durare meno di un anno e la fase più intensa di terra dovrebbe combaciare con l’inizio del 2024. In questo caso la notizia viene data dal Financial Times che aggiunge che tra gli obiettivi, Israele avrebbe l’uccisione dei tre top leader di Hamas, Yahya Sinwar, Mohammed Deif e Marwan Issa. Eppure, nonostante la fine della tregua, la situazione degli ostaggi è tutt’altro che risolta: ci sarebbero ancora 115 uomini, 20 donne e due bambini prigionieri, ha detto un portavoce del governo israeliano. Nell’elenco risulta anche il piccolo Kfir Bibas, di 10 mesi, suo fratello Ariel di 4 anni e la madre Shiri. L’esercito ha detto infatti che sta indagando sulle affermazioni di Hamas secondo cui i bambini e la madre sarebbero stati uccisi. Le notizie, insomma, sono confuse. Tanto che uno dei leader di Hamas in un’intervista alla Cbs ha detto: «Non so quanti siano gli ostaggi vivi». Nel frattempo è stato ritrovato il corpo di uno di loro nella Striscia di Gaza. Si tratta di Ofir Tzarfati, 27 anni, era stato rapito al rave il 7 ottobre. Morto durante la prigionia anche l’ostaggio Guy Iluz, 26 anni, anche lui rapito al festival. Per quanto riguarda il destino dei prigionieri israeliani «le trattative si svolgeranno in parallelo al fuoco», hanno chiarito le autorità israeliane, spiegando che se Hamas presenterà una lista accettabile di ostaggi da liberare, Israele riprenderà la tregua.Sul campo sono diversi i fronti dove sono ripresi i combattimenti. Nella Striscia l’esercito israeliano sta conducendo una serie di attacchi contro obiettivi di Hamas. L’Idf ha anche lanciato nuovi volantini che invitano i residenti di Gaza a lasciare alcune zone del Sud di Gaza, segnalando un’offensiva in espansione. Le Brigate Al Qassam, invece, braccio armato dei terroristi, hanno dichiarato di aver attaccato con razzi le città di Ashkelon, Sderot e Beersheba, nel Sud di Israele. Gli scontri si sono riaccesi anche con Hezbollah. La difesa aerea israeliana ha intercettato con successo un «obiettivo aereo sospetto» proveniente dal Sud del Libano, poi rivendicato dal partito sciita e antisionista libanese. Le due fazioni avevano rispettato una pausa non dichiarata nel corso della tregua concordata con Hamas, ma adesso Hezbollah ha chiarito che il confine con Israele rimarrà una linea attiva del fronte finché continuerà l’aggressione di Israele contro Gaza.Sul piano diplomatico è stato definito storico l’incontro tra il presidente israeliano, Yitzhak Herzog, e l’emiro del Qatar, Tamim bin Hamad al-Thani, avvenuto a margine della conferenza sul clima negli Emirati Arabi Uniti. Si è appreso che i negoziati con Hamas - in cui il Qatar sta mediando - continuano nonostante la ripresa dei combattimenti.Il presidente del Consiglio italiano, Giorgia Meloni, nella stessa occasione ha avuto l’opportunità di incontrare il presidente Herzog, al quale ha ribadito il proprio sostegno. Mentre il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, rivolgendosi alla Meloni, ha affermato che «è essenziale prendere misure efficaci per fermare Israele in modo tale da porre fine alle uccisioni a Gaza». Intanto emergono nuove imbarazzanti rivelazioni sulle responsabilità del massacro del 7 ottobre. Secondo il New York Times, infatti, alcuni dirigenti israeliani ottennero il piano di battaglia di Hamas per l’attacco del 7 ottobre più di un anno prima che accadesse. Gli stessi liquidarono il piano come ambizioso, ritenendo che fosse troppo difficile da realizzare per il movimento terrorista. In serata Israele, per prevenire attacchi futuri, ha informato diversi Stati arabi di voler creare una zona cuscinetto sul lato palestinese del confine di Gaza. È una delle proposte per le soluzioni dopo la fine della guerra. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/scambi-di-accuse-sulla-tregua-2666420992.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="l-economist-cede-vince-putin" data-post-id="2666420992" data-published-at="1701528881" data-use-pagination="False"> L’«Economist» cede: «Vince Putin» «Vladimir Putin sta vincendo?». È la domanda che si è posto l'Economist sulla copertina del suo nuovo numero. Nelle pagine interne, il noto settimanale britannico dà, di fatto, una risposta affermativa. I motivi di questi timori sono molteplici. Il primo, più evidente, è lo stato delle operazioni belliche: «Qui è una questione di resistenza piuttosto che di conquiste territoriali». Tradotto: «La controffensiva ucraina è in fase di stallo» ormai da mesi e, pertanto, la guerra di attrito avvantaggia la Russia. Lo ha riconosciuto proprio ieri Volodymyr Zelensky, spiegando che il fallimento della controffensiva estiva è stato dovuto a carenza di armi e truppe. Tuttavia, ha aggiunto, «non ci stiamo ritirando, sono soddisfatto». Una ben magra consolazione. Anche il morale, prosegue l’Economist nella sua disamina, è un fattore decisivo: «Se l’Ucraina si ritira, il dissenso a Kiev diventerà più forte», mentre Putin «è in grado di tollerare terribili perdite tra i suoi uomini». Questo perché, spiega il settimanale, «le élite russe hanno rafforzato la loro presa sull’economia e stanno guadagnando un sacco di soldi» e, al contempo, lo zar «può permettersi di pagare il vitalizio alle famiglie dei soldati caduti sul campo». Kiev, al contrario, è in difficoltà: i sondaggi interni confermano che la posizione di Zelensky si è molto indebolita tra gli elettori. Ma non è solo una questione di armi e propaganda. «Il campo di battaglia», ricorda giustamente l’Economist, «modella la politica». Una guerra di attrito può andare avanti per anni e l’Occidente non è più così sicuro di impegnare tutte queste risorse per salvare la pelle agli ucraini. Non è un caso che gli aiuti promessi a Kiev siano ancora bloccati. Dall’altra parte della barricata, invece, «Putin ha ottenuto droni dall’Iran e munizioni dalla Corea del Nord. Ha lavorato per convincere gran parte del Sud del mondo a disinteressarsi di ciò che accade all’Ucraina. La Turchia e il Kazakistan sono diventati canali per le merci che alimentano la macchina da guerra russa. Il piano occidentale volto a limitare le entrate petrolifere di Mosca, fissando il prezzo del greggio a 60 dollari al barile, è fallito». Questo grande vantaggio accumulato da Mosca sarebbe, a detta dell’Economist, da addebitare alla «mancanza di visione strategica dell’Europa». Ci vuole un buona dose di coraggio per affermarlo: a rimetterci, in questa assurda guerra per procura di Washington (e di Londra), sono state proprio le nazioni europee. Che non solo hanno dovuto affrontare una crisi economica ed energetica esiziale, ma a breve dovranno anche sostenere gli ingenti costi della ricostruzione di un Paese letteralmente devastato. Costi che, al contrario, non peseranno più di tanto sul Regno Unito. Contro cui, del resto, si è scagliato ieri Serghiei Lavrov: il ministro degli esteri russo, infatti, ha rivelato che alla fine di maggio 2022 sarebbe stato trovato un accordo tra Mosca e Kiev per porre fine alle ostilità. Ma sarebbe stato proprio l’allora premier Boris Johnson a mandare tutto a monte, come confermerebbe David Rahamja, uno dei partecipanti al negoziato per il gruppo di Zelensky. Nonostante la grottesca reprimenda del settimanale britannico, l’Unione europea sta facendo il possibile per sostenere l’Ucraina. Addirittura accogliendola al proprio interno. A metà dicembre, in effetti, un importante summit dei 27 Stati membri dovrà stabilire se invitare Kiev all’adesione. La mossa è rischiosa e prematura. E, inoltre, c’è da superare l’ostacolo Ungheria, che finora ha posto il veto. Le trattative tra Bruxelles e Budapest sono ancora in corso. Charles Michel ha messo sul piatto lo sblocco di 10 miliardi di euro del Pnrr, congelati in attesa delle riforme imposte al governo magiaro. Viktor Orbán, però, non è convinto e ieri ha fatto la sua controproposta: niente ingresso, ma solo partenariato strategico con l’Ucraina. Vedremo se il compromesso ungherese convincerà la Commissione europea.
Delle due l’una: o gli allarmi sul ritiro degli statunitensi dalla Nato sono esagerati, come sostengono i tedeschi; oppure l’Alleanza atlantica si appresta a suonare le ultime note dell’orchestrina del Titanic. Fonti vicine alla Farnesina, infatti, ci informano che il prossimo 15 luglio, alla faccia delle minacce di Donald Trump, nella suggestiva ambientazione di Villa Miani a Roma, si celebreranno i 75 anni del Nato defense college. Si tratta dell’università militare dell’Organizzazione, fondata nel 1951, quando l’ente aprì i battenti a Parigi; venne trasferito all’Eur nel 1966, in seguito all’uscita della Francia dal Patto atlantico e, da ultimo, nella sede della Cecchignola, dove si trova dal 10 settembre 1999. All’epoca - era il periodo della trionfante campagna in Serbia - alla vicepresidenza del Consiglio c’era Sergio Mattarella, che appena tre mesi dopo l’inaugurazione del centro divenne ministro della Difesa. Anche l’attuale capo dello Stato sarebbe stato invitato all’evento, ma il Quirinale non ne avrebbe ancora confermato la presenza: sembra che il presidente della Repubblica voglia assicurarsi che nella capitale arrivi anche il segretario generale della Nato, l’olandese Mark Rutte.
Benché il «compleanno» del Defense college cada il 19 novembre, la cerimonia sarebbe stata anticipata. Forse - è un’ipotesi - per consentire di prendervi parte al comandante, il tenente generale danese Max A.L.T. Nielsen, prima che lasci il suo incarico. Ma ciò che sorprende di più, al di là della voglia di festeggiare in un momento del genere, è il conto della cerimonia. Non proprio un budget da ultimi giorni di Pompei. Sarebbe previsto, anzi, un ricevimento sfarzoso, con circa 500 persone, nella incantevole dimora storica dove, nel 2005, tennero il loro banchetto di nozze Francesco Totti e Ilary Blasi. Solo per la location e il catering, la somma si aggirerebbe tra i 200 e i 300.000 euro. E a proposito di orchestrine del Titanic, la Nato non si farà mancare la sua: alla Verità risulta che il simposio sarà allietato dalle note di una banda, ingaggiata con un cachet di circa 40.000 euro. Dopodiché, bisognerà provvedere agli extra: spese di viaggio e alloggi per i tanti convitati stranieri. Secondo le fonti da noi consultate, tutto compreso, potrebbe partire quasi 1 milione. Soldi provenienti dal bilancio Nato, cioè dai contributi degli Stati membri, cioè dalle tasche dei cittadini. I quali, anche per far fronte all’eventuale disimpegno Usa, nei prossimi anni dovranno svenarsi per aumentare la quota degli stanziamenti bellici fino al 5% dei Pil nazionali.
Appunto, delle due l’una: o qualcuno si appresta a suonare la lira sulle ceneri del sodalizio militare, o, in fondo, nessuno crede veramente che la Nato sia ai titoli di coda. Per varie ragioni. Primo, perché a Trump, per sganciarsi, serve un’autorizzazione che difficilmente il Congresso gli accorderebbe. Secondo, perché il parziale smantellamento dei contingenti americani schierati nel Vecchio continente, avviato peraltro da Barack Obama, era previsto da tempo e, almeno nel caso della Germania, coinvolgerebbe una cifra tutto sommato esigua: 5.000 uomini su oltre 35.000. Vista da una prospettiva diversa, sarebbe l’opportunità per costruire quel «pilastro europeo» della Difesa che qui si invoca da anni.
Che le dichiarazioni del tycoon, al di fuori delle stanze della politica e delle redazioni dei giornali, non abbiano innescato una particolare spirale di panico, lo dimostra l’intervista rilasciata ieri a Repubblica dal nostro capo di Stato maggiore, Carmine Masiello: «I fatti», ha spiegato il generale di corpo d’armata, «sono che un mese fa, insieme al comandante delle forze Usa in Europa, ho presieduto un importante convegno sulla sicurezza del fianco Sud […]. Per quanto riguarda gli scambi addestrativi con le unità statunitensi dislocate in Italia, per l’esercito non si registrano modifiche. Al contrario, l’obiettivo condiviso è quello di rafforzare ulteriormente l’interoperabilità». Dello stesso tenore le dichiarazioni del ministro degli Esteri di Berlino, Johann Wadephul: «Non ho alcun dubbio che non vi sarà alcuna riduzione della capacità di deterrenza della Nato in Europa». E se Giorgia Meloni, da Eravan, ci ha tenuto a ribadire che l’Italia ha sempre «mantenuto gli impegni», «anche quando non erano in gioco i nostri interessi diretti», tipo in Afghanistan e in Iraq, così che «alcune cose che sono state dette nei nostri confronti non le considero corrette», Rutte ha gettato acqua sul fuoco: i Paesi europei, ha garantito, hanno «ascoltato il messaggio» di Trump, recependo la sua «delusione» per il mancato sostegno alla guerra in Iran, e stanno attuando agli accordi in vigore sull’impiego delle basi. Per di più, il leader ucraino, Volodymyr Zelensky, ha riferito di aver concordato, con il segretario generale, di rafforzare con «nuovi contributi» il Purl, il programma tramite il quale gli Stati del Vecchio continente acquistano armamenti da Washington per poi spedirli a Kiev. Business as usual. La Nato può festeggiare.
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