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2023-12-02
Scambi di accuse sulla tregua fallita. Israele ora vuole una zona cuscinetto
Ansa
Alle prime luci dell’alba sembrava che si fosse chiuso l’accordo per un altro giorno di tregua, ma così non è stato. Alle 6 di mattina (7 locali), Israele ha annunciato che la tregua del conflitto era scaduta, spiegando che Hamas l’aveva violata. E il rimpallo di accuse è scattato subito con Hamas a incolpare Israele e viceversa (con la Casa Bianca a dare ragione a Gerusalemme). La tensione era salita nella notte quando Israele ha accusato gli islamisti di non aver adempiuto all’impegno di rilasciare tutte le donne rapite. Hamas ha risposto che invece erano state le autorità israeliane a rifiutare «di accettare tutte le offerte di rilascio». Il risultato è che i razzi hanno ricominciato a volare nei cieli e i miliziani hanno subito ripreso a fare la conta delle vittime nella Striscia di Gaza: 178, secondo il portavoce del ministero della Sanità controllato dai terroristi, da quando sono riprese le ostilità. Al varco di Rafah il transito degli aiuti è stato bloccato.
Dure le parole del premier israeliano, Benjamin Netanyahu: «Continuiamo a combattere con tutta la nostra forza fino al raggiungimento degli obiettivi: il recupero dei nostri ostaggi, la distruzione di Hamas e la garanzia che Gaza non rappresenterà mai più una minaccia per Israele». Inoltre i servizi d’intelligence si starebbero preparando a uccidere i leader di Hamas sparsi nel mondo dopo la guerra a Gaza, riferisce il Wall Street Journal citando alcune fonti secondo le quali la caccia prosegue in Libano, Turchia e Qatar.
Ad ogni modo la campagna contro Hamas non dovrebbe durare meno di un anno e la fase più intensa di terra dovrebbe combaciare con l’inizio del 2024. In questo caso la notizia viene data dal Financial Times che aggiunge che tra gli obiettivi, Israele avrebbe l’uccisione dei tre top leader di Hamas, Yahya Sinwar, Mohammed Deif e Marwan Issa. Eppure, nonostante la fine della tregua, la situazione degli ostaggi è tutt’altro che risolta: ci sarebbero ancora 115 uomini, 20 donne e due bambini prigionieri, ha detto un portavoce del governo israeliano. Nell’elenco risulta anche il piccolo Kfir Bibas, di 10 mesi, suo fratello Ariel di 4 anni e la madre Shiri. L’esercito ha detto infatti che sta indagando sulle affermazioni di Hamas secondo cui i bambini e la madre sarebbero stati uccisi.
Le notizie, insomma, sono confuse. Tanto che uno dei leader di Hamas in un’intervista alla Cbs ha detto: «Non so quanti siano gli ostaggi vivi». Nel frattempo è stato ritrovato il corpo di uno di loro nella Striscia di Gaza. Si tratta di Ofir Tzarfati, 27 anni, era stato rapito al rave il 7 ottobre. Morto durante la prigionia anche l’ostaggio Guy Iluz, 26 anni, anche lui rapito al festival. Per quanto riguarda il destino dei prigionieri israeliani «le trattative si svolgeranno in parallelo al fuoco», hanno chiarito le autorità israeliane, spiegando che se Hamas presenterà una lista accettabile di ostaggi da liberare, Israele riprenderà la tregua.
Sul campo sono diversi i fronti dove sono ripresi i combattimenti. Nella Striscia l’esercito israeliano sta conducendo una serie di attacchi contro obiettivi di Hamas. L’Idf ha anche lanciato nuovi volantini che invitano i residenti di Gaza a lasciare alcune zone del Sud di Gaza, segnalando un’offensiva in espansione. Le Brigate Al Qassam, invece, braccio armato dei terroristi, hanno dichiarato di aver attaccato con razzi le città di Ashkelon, Sderot e Beersheba, nel Sud di Israele.
Gli scontri si sono riaccesi anche con Hezbollah. La difesa aerea israeliana ha intercettato con successo un «obiettivo aereo sospetto» proveniente dal Sud del Libano, poi rivendicato dal partito sciita e antisionista libanese. Le due fazioni avevano rispettato una pausa non dichiarata nel corso della tregua concordata con Hamas, ma adesso Hezbollah ha chiarito che il confine con Israele rimarrà una linea attiva del fronte finché continuerà l’aggressione di Israele contro Gaza.
Sul piano diplomatico è stato definito storico l’incontro tra il presidente israeliano, Yitzhak Herzog, e l’emiro del Qatar, Tamim bin Hamad al-Thani, avvenuto a margine della conferenza sul clima negli Emirati Arabi Uniti. Si è appreso che i negoziati con Hamas - in cui il Qatar sta mediando - continuano nonostante la ripresa dei combattimenti.
Il presidente del Consiglio italiano, Giorgia Meloni, nella stessa occasione ha avuto l’opportunità di incontrare il presidente Herzog, al quale ha ribadito il proprio sostegno. Mentre il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, rivolgendosi alla Meloni, ha affermato che «è essenziale prendere misure efficaci per fermare Israele in modo tale da porre fine alle uccisioni a Gaza».
Intanto emergono nuove imbarazzanti rivelazioni sulle responsabilità del massacro del 7 ottobre. Secondo il New York Times, infatti, alcuni dirigenti israeliani ottennero il piano di battaglia di Hamas per l’attacco del 7 ottobre più di un anno prima che accadesse. Gli stessi liquidarono il piano come ambizioso, ritenendo che fosse troppo difficile da realizzare per il movimento terrorista.
In serata Israele, per prevenire attacchi futuri, ha informato diversi Stati arabi di voler creare una zona cuscinetto sul lato palestinese del confine di Gaza. È una delle proposte per le soluzioni dopo la fine della guerra.
L’«Economist» cede: «Vince Putin»
«Vladimir Putin sta vincendo?». È la domanda che si è posto l'Economist sulla copertina del suo nuovo numero. Nelle pagine interne, il noto settimanale britannico dà, di fatto, una risposta affermativa. I motivi di questi timori sono molteplici. Il primo, più evidente, è lo stato delle operazioni belliche: «Qui è una questione di resistenza piuttosto che di conquiste territoriali». Tradotto: «La controffensiva ucraina è in fase di stallo» ormai da mesi e, pertanto, la guerra di attrito avvantaggia la Russia. Lo ha riconosciuto proprio ieri Volodymyr Zelensky, spiegando che il fallimento della controffensiva estiva è stato dovuto a carenza di armi e truppe. Tuttavia, ha aggiunto, «non ci stiamo ritirando, sono soddisfatto». Una ben magra consolazione. Anche il morale, prosegue l’Economist nella sua disamina, è un fattore decisivo: «Se l’Ucraina si ritira, il dissenso a Kiev diventerà più forte», mentre Putin «è in grado di tollerare terribili perdite tra i suoi uomini». Questo perché, spiega il settimanale, «le élite russe hanno rafforzato la loro presa sull’economia e stanno guadagnando un sacco di soldi» e, al contempo, lo zar «può permettersi di pagare il vitalizio alle famiglie dei soldati caduti sul campo». Kiev, al contrario, è in difficoltà: i sondaggi interni confermano che la posizione di Zelensky si è molto indebolita tra gli elettori. Ma non è solo una questione di armi e propaganda. «Il campo di battaglia», ricorda giustamente l’Economist, «modella la politica». Una guerra di attrito può andare avanti per anni e l’Occidente non è più così sicuro di impegnare tutte queste risorse per salvare la pelle agli ucraini. Non è un caso che gli aiuti promessi a Kiev siano ancora bloccati. Dall’altra parte della barricata, invece, «Putin ha ottenuto droni dall’Iran e munizioni dalla Corea del Nord. Ha lavorato per convincere gran parte del Sud del mondo a disinteressarsi di ciò che accade all’Ucraina. La Turchia e il Kazakistan sono diventati canali per le merci che alimentano la macchina da guerra russa. Il piano occidentale volto a limitare le entrate petrolifere di Mosca, fissando il prezzo del greggio a 60 dollari al barile, è fallito». Questo grande vantaggio accumulato da Mosca sarebbe, a detta dell’Economist, da addebitare alla «mancanza di visione strategica dell’Europa». Ci vuole un buona dose di coraggio per affermarlo: a rimetterci, in questa assurda guerra per procura di Washington (e di Londra), sono state proprio le nazioni europee. Che non solo hanno dovuto affrontare una crisi economica ed energetica esiziale, ma a breve dovranno anche sostenere gli ingenti costi della ricostruzione di un Paese letteralmente devastato. Costi che, al contrario, non peseranno più di tanto sul Regno Unito. Contro cui, del resto, si è scagliato ieri Serghiei Lavrov: il ministro degli esteri russo, infatti, ha rivelato che alla fine di maggio 2022 sarebbe stato trovato un accordo tra Mosca e Kiev per porre fine alle ostilità. Ma sarebbe stato proprio l’allora premier Boris Johnson a mandare tutto a monte, come confermerebbe David Rahamja, uno dei partecipanti al negoziato per il gruppo di Zelensky. Nonostante la grottesca reprimenda del settimanale britannico, l’Unione europea sta facendo il possibile per sostenere l’Ucraina. Addirittura accogliendola al proprio interno. A metà dicembre, in effetti, un importante summit dei 27 Stati membri dovrà stabilire se invitare Kiev all’adesione. La mossa è rischiosa e prematura. E, inoltre, c’è da superare l’ostacolo Ungheria, che finora ha posto il veto. Le trattative tra Bruxelles e Budapest sono ancora in corso. Charles Michel ha messo sul piatto lo sblocco di 10 miliardi di euro del Pnrr, congelati in attesa delle riforme imposte al governo magiaro. Viktor Orbán, però, non è convinto e ieri ha fatto la sua controproposta: niente ingresso, ma solo partenariato strategico con l’Ucraina. Vedremo se il compromesso ungherese convincerà la Commissione europea.
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Benjamin Netanyahu: «Avanti fino alla distruzione di Hamas». I jihadisti: «Sono 178 i morti dalla ripresa del conflitto» Gerusalemme: «Violati i patti anche sulle donne in ostaggio». Trovato il corpo di un ragazzo rapito nel rave. Il settimanale inglese ammette: «La controffensiva ucraina è ferma, lo zar è più forte». Ma incolpa l’Ue, che paga i costi e vuole accogliere Kiev. Viktor Orbán: «Sia solo un partner». Lo speciale contiene due articoli.Alle prime luci dell’alba sembrava che si fosse chiuso l’accordo per un altro giorno di tregua, ma così non è stato. Alle 6 di mattina (7 locali), Israele ha annunciato che la tregua del conflitto era scaduta, spiegando che Hamas l’aveva violata. E il rimpallo di accuse è scattato subito con Hamas a incolpare Israele e viceversa (con la Casa Bianca a dare ragione a Gerusalemme). La tensione era salita nella notte quando Israele ha accusato gli islamisti di non aver adempiuto all’impegno di rilasciare tutte le donne rapite. Hamas ha risposto che invece erano state le autorità israeliane a rifiutare «di accettare tutte le offerte di rilascio». Il risultato è che i razzi hanno ricominciato a volare nei cieli e i miliziani hanno subito ripreso a fare la conta delle vittime nella Striscia di Gaza: 178, secondo il portavoce del ministero della Sanità controllato dai terroristi, da quando sono riprese le ostilità. Al varco di Rafah il transito degli aiuti è stato bloccato.Dure le parole del premier israeliano, Benjamin Netanyahu: «Continuiamo a combattere con tutta la nostra forza fino al raggiungimento degli obiettivi: il recupero dei nostri ostaggi, la distruzione di Hamas e la garanzia che Gaza non rappresenterà mai più una minaccia per Israele». Inoltre i servizi d’intelligence si starebbero preparando a uccidere i leader di Hamas sparsi nel mondo dopo la guerra a Gaza, riferisce il Wall Street Journal citando alcune fonti secondo le quali la caccia prosegue in Libano, Turchia e Qatar. Ad ogni modo la campagna contro Hamas non dovrebbe durare meno di un anno e la fase più intensa di terra dovrebbe combaciare con l’inizio del 2024. In questo caso la notizia viene data dal Financial Times che aggiunge che tra gli obiettivi, Israele avrebbe l’uccisione dei tre top leader di Hamas, Yahya Sinwar, Mohammed Deif e Marwan Issa. Eppure, nonostante la fine della tregua, la situazione degli ostaggi è tutt’altro che risolta: ci sarebbero ancora 115 uomini, 20 donne e due bambini prigionieri, ha detto un portavoce del governo israeliano. Nell’elenco risulta anche il piccolo Kfir Bibas, di 10 mesi, suo fratello Ariel di 4 anni e la madre Shiri. L’esercito ha detto infatti che sta indagando sulle affermazioni di Hamas secondo cui i bambini e la madre sarebbero stati uccisi. Le notizie, insomma, sono confuse. Tanto che uno dei leader di Hamas in un’intervista alla Cbs ha detto: «Non so quanti siano gli ostaggi vivi». Nel frattempo è stato ritrovato il corpo di uno di loro nella Striscia di Gaza. Si tratta di Ofir Tzarfati, 27 anni, era stato rapito al rave il 7 ottobre. Morto durante la prigionia anche l’ostaggio Guy Iluz, 26 anni, anche lui rapito al festival. Per quanto riguarda il destino dei prigionieri israeliani «le trattative si svolgeranno in parallelo al fuoco», hanno chiarito le autorità israeliane, spiegando che se Hamas presenterà una lista accettabile di ostaggi da liberare, Israele riprenderà la tregua.Sul campo sono diversi i fronti dove sono ripresi i combattimenti. Nella Striscia l’esercito israeliano sta conducendo una serie di attacchi contro obiettivi di Hamas. L’Idf ha anche lanciato nuovi volantini che invitano i residenti di Gaza a lasciare alcune zone del Sud di Gaza, segnalando un’offensiva in espansione. Le Brigate Al Qassam, invece, braccio armato dei terroristi, hanno dichiarato di aver attaccato con razzi le città di Ashkelon, Sderot e Beersheba, nel Sud di Israele. Gli scontri si sono riaccesi anche con Hezbollah. La difesa aerea israeliana ha intercettato con successo un «obiettivo aereo sospetto» proveniente dal Sud del Libano, poi rivendicato dal partito sciita e antisionista libanese. Le due fazioni avevano rispettato una pausa non dichiarata nel corso della tregua concordata con Hamas, ma adesso Hezbollah ha chiarito che il confine con Israele rimarrà una linea attiva del fronte finché continuerà l’aggressione di Israele contro Gaza.Sul piano diplomatico è stato definito storico l’incontro tra il presidente israeliano, Yitzhak Herzog, e l’emiro del Qatar, Tamim bin Hamad al-Thani, avvenuto a margine della conferenza sul clima negli Emirati Arabi Uniti. Si è appreso che i negoziati con Hamas - in cui il Qatar sta mediando - continuano nonostante la ripresa dei combattimenti.Il presidente del Consiglio italiano, Giorgia Meloni, nella stessa occasione ha avuto l’opportunità di incontrare il presidente Herzog, al quale ha ribadito il proprio sostegno. Mentre il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, rivolgendosi alla Meloni, ha affermato che «è essenziale prendere misure efficaci per fermare Israele in modo tale da porre fine alle uccisioni a Gaza». Intanto emergono nuove imbarazzanti rivelazioni sulle responsabilità del massacro del 7 ottobre. Secondo il New York Times, infatti, alcuni dirigenti israeliani ottennero il piano di battaglia di Hamas per l’attacco del 7 ottobre più di un anno prima che accadesse. Gli stessi liquidarono il piano come ambizioso, ritenendo che fosse troppo difficile da realizzare per il movimento terrorista. In serata Israele, per prevenire attacchi futuri, ha informato diversi Stati arabi di voler creare una zona cuscinetto sul lato palestinese del confine di Gaza. È una delle proposte per le soluzioni dopo la fine della guerra. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/scambi-di-accuse-sulla-tregua-2666420992.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="l-economist-cede-vince-putin" data-post-id="2666420992" data-published-at="1701528881" data-use-pagination="False"> L’«Economist» cede: «Vince Putin» «Vladimir Putin sta vincendo?». È la domanda che si è posto l'Economist sulla copertina del suo nuovo numero. Nelle pagine interne, il noto settimanale britannico dà, di fatto, una risposta affermativa. I motivi di questi timori sono molteplici. Il primo, più evidente, è lo stato delle operazioni belliche: «Qui è una questione di resistenza piuttosto che di conquiste territoriali». Tradotto: «La controffensiva ucraina è in fase di stallo» ormai da mesi e, pertanto, la guerra di attrito avvantaggia la Russia. Lo ha riconosciuto proprio ieri Volodymyr Zelensky, spiegando che il fallimento della controffensiva estiva è stato dovuto a carenza di armi e truppe. Tuttavia, ha aggiunto, «non ci stiamo ritirando, sono soddisfatto». Una ben magra consolazione. Anche il morale, prosegue l’Economist nella sua disamina, è un fattore decisivo: «Se l’Ucraina si ritira, il dissenso a Kiev diventerà più forte», mentre Putin «è in grado di tollerare terribili perdite tra i suoi uomini». Questo perché, spiega il settimanale, «le élite russe hanno rafforzato la loro presa sull’economia e stanno guadagnando un sacco di soldi» e, al contempo, lo zar «può permettersi di pagare il vitalizio alle famiglie dei soldati caduti sul campo». Kiev, al contrario, è in difficoltà: i sondaggi interni confermano che la posizione di Zelensky si è molto indebolita tra gli elettori. Ma non è solo una questione di armi e propaganda. «Il campo di battaglia», ricorda giustamente l’Economist, «modella la politica». Una guerra di attrito può andare avanti per anni e l’Occidente non è più così sicuro di impegnare tutte queste risorse per salvare la pelle agli ucraini. Non è un caso che gli aiuti promessi a Kiev siano ancora bloccati. Dall’altra parte della barricata, invece, «Putin ha ottenuto droni dall’Iran e munizioni dalla Corea del Nord. Ha lavorato per convincere gran parte del Sud del mondo a disinteressarsi di ciò che accade all’Ucraina. La Turchia e il Kazakistan sono diventati canali per le merci che alimentano la macchina da guerra russa. Il piano occidentale volto a limitare le entrate petrolifere di Mosca, fissando il prezzo del greggio a 60 dollari al barile, è fallito». Questo grande vantaggio accumulato da Mosca sarebbe, a detta dell’Economist, da addebitare alla «mancanza di visione strategica dell’Europa». Ci vuole un buona dose di coraggio per affermarlo: a rimetterci, in questa assurda guerra per procura di Washington (e di Londra), sono state proprio le nazioni europee. Che non solo hanno dovuto affrontare una crisi economica ed energetica esiziale, ma a breve dovranno anche sostenere gli ingenti costi della ricostruzione di un Paese letteralmente devastato. Costi che, al contrario, non peseranno più di tanto sul Regno Unito. Contro cui, del resto, si è scagliato ieri Serghiei Lavrov: il ministro degli esteri russo, infatti, ha rivelato che alla fine di maggio 2022 sarebbe stato trovato un accordo tra Mosca e Kiev per porre fine alle ostilità. Ma sarebbe stato proprio l’allora premier Boris Johnson a mandare tutto a monte, come confermerebbe David Rahamja, uno dei partecipanti al negoziato per il gruppo di Zelensky. Nonostante la grottesca reprimenda del settimanale britannico, l’Unione europea sta facendo il possibile per sostenere l’Ucraina. Addirittura accogliendola al proprio interno. A metà dicembre, in effetti, un importante summit dei 27 Stati membri dovrà stabilire se invitare Kiev all’adesione. La mossa è rischiosa e prematura. E, inoltre, c’è da superare l’ostacolo Ungheria, che finora ha posto il veto. Le trattative tra Bruxelles e Budapest sono ancora in corso. Charles Michel ha messo sul piatto lo sblocco di 10 miliardi di euro del Pnrr, congelati in attesa delle riforme imposte al governo magiaro. Viktor Orbán, però, non è convinto e ieri ha fatto la sua controproposta: niente ingresso, ma solo partenariato strategico con l’Ucraina. Vedremo se il compromesso ungherese convincerà la Commissione europea.
Secondo Messina, l’offerta, sostenuta anche da una componente in cassa, rappresenta un elemento rilevante per scoraggiare eventuali rilanci da parte di altri operatori. Il manager ha inoltre evidenziato il ruolo della partnership con Unipol per affrontare gli aspetti legati all’antitrust e rafforzare i coefficienti patrimoniali.
L’operazione, ha aggiunto, consentirebbe di creare valore per gli azionisti e di «stabilizzare il sistema bancario italiano», mantenendo il controllo del risparmio all’interno di grandi gruppi nazionali.
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Giuseppe Conte e Luca Di Donna (Ansa)
La testimonianza resa ieri dall’imprenditore Marco Spadaccioli, general manager della Adaltis Srl, alimenta nuovi dubbi sull’attività degli avvocati Luca Di Donna (legale vicino a Giuseppe Conte - lavorava nello stesso studio del professor Guido Alpa, come l’ex premier) e Valerio De Luca, sospettati di aver messo in piedi un sistema di «facilitazioni» di finanziamenti pubblici e affari con Invitalia e la struttura commissariale di Domenico Arcuri per l’ottenimento di ricche commesse statali sui dispositivi medici. In virtù di cosa? Le informative dei carabinieri e gli stessi articoli della Verità, che segue la vicenda delle presunte provvigioni sin dal 2021, sono precise. E altrettanto preciso è stato ieri Spadaccioli, che ha raccontato che la Adaltis, nel periodo dell’emergenza pandemica, ha versato a Di Donna e De Luca ben 454.000 euro per la loro «consulenza»: «Un compenso estremamente importante», ha riconosciuto l’imprenditore, non ascoltato dalle opposizioni che sono uscite dall’Aula prima della sua testimonianza.
I fatti: tra giugno e dicembre 2020 la società aveva effettuato due forniture alla struttura commissariale di Domenico Arcuri. Oggetto delle forniture erano i kit molecolari. Un colpo straordinario per la Adaltis, che non aveva mai ricevuto altre commesse dalla struttura commissariale di Arcuri e non aveva neanche mai partecipato a nessuna gara pubblica. Come riuscì ad aggiudicarsi l’appalto? «Avevamo un kit che era stato molto gradito dagli operatori», ha dichiarato l’imprenditore. Prima di presentare le offerte, però, l’azienda si era premurata di blindare l’operazione siglando due accordi di consulenza (uno a maggio e uno a dicembre 2020) con Di Donna e il suo socio, incaricati di «predisporre e presentare tutta la documentazione necessaria per la partecipazione alla gara pubblica indetta dalla protezione civile presso la Presidenza del Consiglio, commissario straordinario dottor Domenico Arcuri». I due contratti stabilivano all’articolo 5 che il compenso dei due avvocati dovesse essere «pari al 10 per cento dell’importo del prezzo effettivamente incassato dalla società Adaltis».
Era un «compenso a successo», o «success free», ha spiegato Spadaccioli: «Noi ci preoccupavamo di incassare quanto dovevamo incassare, loro ci seguivano nell’incasso e sarebbero stati pagati a incasso avvenuto». Fatto sta, però, che nel corso dell’audizione il manager della Adaltis ha ammesso che i due professionisti non si occuparono affatto della predisposizione o del caricamento dei documenti per la prima gara da 800.000 euro, procedure gestite interamente dagli uffici interni di Adaltis. Di Donna e De Luca si sarebbero limitati a verificare la corretta iscrizione sulla piattaforma telematica e la sussistenza dei requisiti richiesti. «Altre cose non ne ricordo. Anche perché i documenti li abbiamo caricati noi, fisicamente». Per questo controllo durato appena tre giorni (dal giorno della stipula, 15 maggio, alla scadenza della gara, 18 maggio 2020) i legali hanno incassato ben 93.288 euro». Per quale attività? «Avranno controllato i documenti che c’erano da predisporre e che le nostre caratteristiche fossero coerenti e condivisibili».
Lo schema si è ripetuto quasi identico a dicembre dello stesso anno per una seconda commessa da oltre 2,4 milioni di euro, con il paradosso che il nuovo contratto di consulenza con i due avvocati fu firmato addirittura una settimana dopo l’invio dell’offerta di Adaltis, subito dopo un incontro in cui l’imprenditore riceveva ampie rassicurazioni sul buon esito della pratica. «Sono andato allo studio dell’avvocato Di Donna», ha raccontato Spadaccioli, «e mi ha detto: “Sì, potete partecipare tranquillamente, vi aiuteremo, vi supporteremo nel seguire le pratiche di incasso di questa fornitura, state tranquilli”». Dopo le rassicurazioni di Di Donna, la Adaltis si è aggiudicata l’appalto.
A chiudere il cerchio delle tensioni in commissione Covid è stata l’audizione dell’avvocato Nicoletta Spaziani, all’epoca praticante nello studio di Di Donna, che davanti alle domande incalzanti dei commissari ha opposto un muro invalicabile di «non ricordo», liquidando la vicenda come una serie di questioni strettamente personali.
«Durante la pandemia», ha spiegato Alice Buonguerrieri, capogruppo di Fratelli d’Italia in commissione Covid, «sarebbe esistito un sistema di affari che ruotava attorno alle commesse affidate dalla struttura commissariale di Arcuri, nominato da Conte. Oggi abbiamo audito un altro imprenditore che ha pagato 454.000 euro agli avvocati Di Donna e De Luca e ha ottenuto le commesse relative a dispositivi sanitari. Questi fatti sono in correlazione? Se lo fossero, emergerebbe allora che, se gli imprenditori pagavano questi consulenti, ottenevano le commesse con la struttura commissariale di Arcuri, altrimenti restavano con un pugno di mosche in mano. Si trattava quindi di un sistema di affari consolidato che ha coinvolto la struttura commissariale di Arcuri e il governo Conte? Gli italiani devono sapere. Conte venga a riferire in commissione Covid anziché continuare a fuggire».
Non si è fatta attendere la replica del leader del Movimento 5 Stelle. L’ex premier, nel rivendicare la trasparenza del proprio operato, ha cercato di incrinare l’unità della coalizione di governo, elogiando la «maggiore dignità politica» di Forza Italia e il parziale distacco della Lega, accusando invece il partito di Giorgia Meloni di «indagare sul nulla». «Non perdete tempo, perché non troverete mai una mia attività illecita», ha detto Conte.
Uno scontro istituzionale durissimo che, al di là dei risvolti politici parlamentari, attende ora eventuali e definitivi chiarimenti da parte della magistratura.
Tegola sugli obblighi vaccinali Covid
Quattro anni ci sono voluti, per sentirsi dire che non doveva essere sospeso dall’Azienda sanitaria locale nella quale lavorava come amministrativo. Si è conclusa bene, ma con un rilevante costo psicologico e materiale, la tormentata vicenda di un dipendente romagnolo tenuto a casa senza stipendio perché non voleva vaccinarsi contro il Covid. Una sentenza della Cassazione gli ha finalmente dato ragione e ora in molti sperano che altri giudizi di primo grado sfavorevoli vengano rivisti in appello.
Siamo a metà 2026 e ancora ci sono tante persone che scontano scelte fatte durante la pandemia, contro diktat privi di logica. «Otto amministrativi di aziende sanitarie a Reggio Emilia, otto a Brescia solo di miei assistiti si sono visti respingere tutti i ricorsi e aspettano l’appello. I giudici non vogliono sentire ragioni», fa sapere l’avvocato Paola Soragni. Immaginiamoci i numeri in tutta Italia, e quanti avranno rinunciato a procedere in giudizio per non accollarsi altre spese dopo aver perso fino a un anno di retribuzione.
Speriamo che la Cassazione, intervenuta nel caso di Francesco (nome di fantasia), possa segnare un percorso diverso. In servizio presso la Gestione giuridica risorse umane dell’Ausl della Romagna, il lavoratore venne sospeso dal 1° gennaio al 1° novembre 2022 per inosservanza dell’obbligo vaccinale.
Francesco presentò ricorso, ma il 18 ottobre 2022 il Tribunale di Forlì lo respinse. Un anno dopo, il 16 ottobre 2023, la Corte d’Appello di Bologna rigettava il suo ricorso e l’avvocato Giorgio Contratti, che difende l’amministrativo assieme al collega Riccardo Luzi, si rivolse alla Cassazione.
A fine dicembre 2025, gli ermellini hanno ritenuto quella sentenza di secondo grado «non conforme» ai principi di diritto, rimandando gli atti al tribunale di ordine inferiore. Così, la scorsa settimana, praticamente in quarto grado, la sezione Lavoro della Corte d’Appello di Bologna è stata «costretta» a rivedere la sua precedente sentenza e a dichiarare «illegittimo il provvedimento di sospensione adottato» nei confronti dell’amministrativo. Potete immaginare il tempo e i soldi inutilmente spesi?
Interessante è come la sezione Lavoro della suprema Corte di Cassazione, presieduta da Caterina Marotta, bacchetta i giudici di merito per le conclusioni a cui erano giunti nel rigettare i vari ricorsi, «andando contro la legge pur di salvare i provvedimenti delle Ausl», osserva Contratti. L’articolo 4 ter del decreto legge 44 del 2021, dal titolo «Misure urgenti per il contenimento dell’epidemia da Covid-19, in materia di vaccinazioni anti Sars-Cov-2, di giustizia e di concorsi pubblici», non intendeva «estendere l’obbligo vaccinale a tutti i dipendenti delle aziende operanti in campo sanitario e sociosanitario, a prescindere dalla qualifica posseduta e dalla natura dell’attività lavorativa espletata», dichiarano gli ermellini.
L’obbligo era per coloro che lavoravano in strutture quali ospedali, ambulatori, centri riabilitativi dove i servizi venivano svolti «a contatto con persone in situazioni di fragilità», con ciò «escludendo il personale non sanitario per qualifica operante in “luoghi non destinati all’erogazione delle prestazioni sanitarie o socio sanitarie”». Il dipendente sospeso era in una sede dell’Ausl Romagna puramente amministrativa, dove non c’erano pazienti o degenti, eppure gli venne tolto il diritto al lavoro.
Tribunale e appello, poi, rigettarono il suo ricorso, ma per la Cassazione era «fondato» ed è significativa la tirata d’orecchi che gli ermellini fanno ai giudici di Bologna: «La Corte territoriale ha dato un’interpretazione che mortifica il tenore letterale della legge, la quale si riferisce con chiarezza, non all’attività sanitaria o socio sanitaria svolta in generale dal datore di lavoro, bensì alla natura delle prestazioni erogate dalle singole strutture delle quali il soggetto, pubblico o privato operante nel campo sanitario, si avvale».
La sentenza impugnata «non risulta conforme a tale principio di diritto e va pertanto cassata con rinvio alla Corte di Appello di Bologna», scrivono i supremi giudici. La scorsa settimana, i magistrati del capoluogo emiliano presieduti da Susanna Mantovani hanno dovuto mettere la parola fine a questo assurdo iter giudiziario, dichiarando finalmente illegittima la sospensione dell’amministrativo.
La nuova sentenza, diametralmente opposta a quella emessa nel 2023 dalla stessa sezione (ma con giudici diversi), «condanna l’Ausl della Romagna a pagare» la retribuzione che il lavoratore avrebbe percepito negli undici mesi «anche ai fini della tredicesima, delle ferie e della progressione in carriera», oltre a rivalutazione e interessi legali.
Ultima amarezza, o beffa finale. Dei 13.200 euro di spese legali conteggiati dai giudici d’Appello, l’Ausl Romagna dovrà pagare solo il 60%. I rimanenti 5.200 euro sono a carico del lavoratore, oltre a quello che ha dovuto sborsare in questi anni per quattro gradi di giudizio. «Abbiamo dovuto lottare, perché non gli fossero accollate tutte le spese», precisa l’avvocato Contratti. «I giudici di Bologna, infatti, riconoscevano la buona fede dell’Ausl Romagna nell’interpretare la legge, interpretazione confermata da due giudici di merito».
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