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2019-03-20
Sberla del tribunale Ue a Bruxelles: «Per Tercas nessun aiuto di Stato»
Ansa
Più che a una sentenza, quella pronunciata ieri dalla Corte di giustizia europea somiglia a un terremoto in grado di scuotere le fondamenta dei palazzi del potere di Bruxelles e, potenzialmente, riscrivere l'intero processo di risoluzione delle crisi bancarie a livello comunitario. Nel comunicato diffuso a margine della pronuncia, i togati spiegano con un linguaggio asciutto e perfettamente lineare che lo schema messo in atto nel 2014 tramite il Fondo interbancario dei depositi (Fitd) per il salvataggio di Banca Tercas in nessun modo rappresenta aiuto di Stato, come invece contestato dalla Commissione europea.
La Corte era stata chiamata a decidere nel merito dopo che l'allora ministro degli Esteri del governo Renzi e futuro presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, si era visto recapitare a febbraio del 2015 una velenosa letterina recante in calce la firma di Margrethe Vestager, ancora oggi commissario europeo per la Concorrenza. La mossa da parte del Fitd di mettere sul piatto la somma totale di 330 milioni di euro per tappare la voragine di Tercas, propedeutica alla ricapitalizzazione da parte della Banca popolare di Bari, non era piaciuta alla Commissione. Secondo Bruxelles, l'intervento a sostegno dell'istituto violava la disciplina degli aiuti di Stato, risultando pertanto lesivo della concorrenza. Cosa ancora più grave, Vestager e soci ipotizzavano che dietro al salvataggio ci fosse la regia statale. L'Italia aveva dunque deciso di opporsi alla decisione, presentando formale ricorso a marzo del 2016.
Nulla di più sbagliato. Accogliendo le obiezioni giuridiche sollevate dal nostro Paese, la Corte smonta punto per punto l'impianto accusatorio della Commissione. La prima ipotesi a cadere per mano dei giudici è quella dell'imputabilità dell'aiuto allo Stato. Il Tribunale osserva infatti che «in una situazione in cui l'intervento in favore di Tercas è stato concesso da un ente privato, ossia il Fitd, spettava alla Commissione disporre d'indizi sufficienti per affermare che tale intervento è stato adottato sotto l'influenza o il controllo effettivo delle autorità pubbliche e che, di conseguenza, esso era, in realtà, imputabile allo Stato». Giova ricordare che il Fondo infatti, pur svolgendo un'attività di pubblica utilità qual è la garanzia dei depositi bancari, si configura pur sempre come un'istituzione di natura privata. «Al contrario», aggiungono i giudici, nel fascicolo sono presenti «numerosi elementi che indicano che il Fitd ha agito in modo autonomo al momento dell'adozione dell'intervento a favore di Tercas». La Corte sottolinea, inoltre, il fatto che gli interventi messi in atto avessero una finalità diversa dalla tutela dei depositi, e perciò «non costituiscono l'esecuzione di un mandato pubblico». Smentito anche il «coinvolgimento delle autorità pubbliche italiane nell'adozione delle misure». L'autorizzazione di Banca d'Italia non costituisce infatti «indizio che consenta d'imputare la misura di cui trattasi allo Stato italiano», e la Commissione non è riuscita a «dimostrare che i fondi concessi a Tercas a titolo dell'intervento di sostegno del Fitd fossero controllati dalle autorità pubbliche italiane».
La storia racconta che il salvataggio ci fu comunque, grazie al «piano B» messo in atto grazie un escamotage ideato dallo stesso Fitd in accordo con il Mef e Banca d'Italia. Le somme deliberate a favore di Tercas furono restituite alle banche, che le fecero rifluire dal Fondo obbligatorio a un'associazione volontaria composta dagli istituti con un organo deliberante e dotazione patrimoniale propri. Ma ormai l'effetto domino era stato innescato e avrebbe portato, per usare le parole pronunciate durante un'audizione svoltasi nel dicembre 2017 in Commissione Banche da Salvatore Maccarone (presidente del Fitd), a una «distruzione di ricchezza pesante». L'atteggiamento della Commissione, spiega Maccarone, ebbe infatti «un'influenza nefasta sulla possibilità di intervenire nei confronti delle quattro banche (Banca Marche, Banca Etruria, Carife e Carichieti, ndr)». Strozzato dalla condanna di Bruxelles, infatti, il Fondo non era più in grado di aiutare i quattro istituti in difficoltà, lasciati affondare insieme a migliaia di risparmiatori truffati.
Verrebbe da chiedersi: e adesso chi paga? La sentenza in realtà prevede solo il rimborso delle spese legali, ma le conseguenze potrebbero essere molto pesanti. Su Twitter il presidente della commissione Finanze del Senato, Alberto Bagnai, ha definito «epocale» la sentenza di ieri e ha annunciato: «Chiederemo i danni». L'Associazione bancaria italiana esprime «grande soddisfazione», con il presidente Antonio Patuelli e il dg Giovanni Sabatini che ora chiedono alla Commissione di rimborsare «i risparmiatori e le banche concorrenti danneggiate dalle conseguenze delle sue non corrette decisioni che hanno imposto la risoluzione delle “quattro banche" e altri interventi più onerosi delle preventive iniziative» dal Fitd. Sulla stessa linea Lando Maria Sileoni, segretario generale Fabi: «Chiunque abbia subito danni deve essere rimborsato dalla Commissione».
Sulle nostre banche un delitto perfetto. L’Europa deve pagare
Quasi cinque anni di tempo per smontare un intervento a gamba tesa da parte dell'Ue. Il no al salvataggio di Tercas (2014) non era legittimo. Il sistema bancario italiano avrebbe preso una strada completamente diversa rispetto all'attuale. Non tanto per la banca e il buco che portava con sé (330 milioni di euro), o per gli effetti su Popolare di Bari e sull'impatto della gestione delle quattro banche popolari saltate nel 2015, ma per il fatto che quel niet è stato la leva che ha portato il nostro Paese ad approvare con ben tre anni di anticipo il bail in. La storia non si fa con i se. Ma alla politica tocca porsi interrogativi, e capire se quel cambio di passo rivoluzionario poteva essere intrapreso in altro modo.
All'inizio del 2016, all'indomani del crac di Etruria, Carife, Banca Marche e Carichieti, il sistema bancario italiano ha dovuto infatti sborsare 1,7 miliardi di euro per rimettere le quattro banche in pista dopo averle scorporate dalla parte sporca, la bad bank per la quale era già stato speso circa 1,8 miliardi. A ottobre del 2016, stando alle offerte presenti sul tavolo di Roberto Nicastro, presidente dei quattro istituti, non si andava oltre al miliardo complessivo per piazzarle tutte e quattro. Alla fine arrivò Ubi a prendere la baracca, pagando per tre istituti un euro soltanto. E portando la perdita del sistema al 100%. Di più, però, non avrebbe potuto pagare perché nel frattempo, in meno di un anno e mezzo, le banche sane, le good bank, avevano già prodotto sofferenze pari a 2,2 miliardi di euro. Rilevate dal fondo Atlante che finirà a sua volta travolto nel tentativo di salvare le due banche venete, Popolare di Vicenza e Veneto Banca. Quando Etruria, la banca in cui militò il padre dell'ex ministro Maria Elena Boschi, è saltata, l'operazione di scorporo e rilancio fu fatta in tutta furia, giustificando la necessità di vendere le good bank al più presto. La pratica affidata a Bankitalia generò un calcolo delle sofferenze di poco inferiore al 18%, scatenando la corsa dei fondi esteri al mercato degli incagli e dei cosiddetti Npl (non performing loans) italiani. La percentuale di svendita dettata da quella operazione ha creato il benchmark di riferimento per le altre banche. Dando il via a un'ondata di ribassi che ha creato in poche settimane perdite stimate in circa dieci miliardi di euro. E qui sta la seconda gamba dell'omicidio perfetto. Non solo la Commissione prende una decisione irreversibile sul piano del mercato, ma chi doveva vigilare e garantire gli investimenti degli italiani svaluta in un solo colpo il patrimonio immobiliare detenuto dagli istituti di credito e fa sapere a tutti gli investitori stranieri quanto poco valgano le sofferenze in pancia alle banche. L'operazione è così maldestra che lo scorso gennaio interviene pure la magistratura.
I commissari di Etruria, nominati da Bankitalia, vengono indagati dalla Procura di Arezzo per abuso d'ufficio. Un pacchetto di crediti del valore nominale di 301,7 milioni, venduto per 49,2 milioni. Non sappiamo dove andrà a finire questa inchiesta. Ma la mossa è stata come sollevare una bandiera bianca e dire che il nostro sistema bancario non era più in grado di stare in piedi. E ci sono infatti voluti mesi, il sacrificio del fondo Atlante e miliardi buttati dalla finanza cattolica per stabilizzare la caduta. A chi tiene a puntualizzare che le banche sarebbero saltate lo stesso vale la pena rispondere che sì è vero, ma c'è modo e modo per contenere il contagio. Un conto è tagliare l'arto, tutt'altro stare ad aspettare che il cadavere si dissangui. L'interrogativo da porsi è come la politica romana potrà usare la sentenza contro la Commissione. Non è un caso se da qualche settimana Bankitalia, Confindustria e tutto l'entourage che gravita tra Colle e Mef sollevino dubbi sull'applicazione del bail in. Significa che gli uomini della vigilanza italiana e le istituzioni vogliono rivedere il modello di unione bancaria prospettato da gente come il commissario alla Concorrenza Margrethe Vestager che si nasconde sempre dietro le barricate della burocrazia. E non è un caso che tutto ciò avvenga nel momento in cui la Germania è alle prese con la fusione fondamentale per la stabilità del proprio sistema bancario. Ci riferiamo a Deutsche Bank e Commerzbank. Se il ministro Giovanni Tria e il governatore Ignazio Visco si scagliano contro il bail in significa che qualcosa è cambiato davvero. Il ministero degli Esteri, guidato da Enzo Moavero Milanesi, in accordo con il Tesoro potrebbe addirittura spingersi a chiedere i danni materiali alla Commissione. Non ci sono precedenti, ma nessuno esclude a priori il tentativo. Servirebbe dal punto di vista politico a porre un tema grande come una casa. Dopo i silenzi dei precedenti governi, di Bankitalia e pure del Colle ora chi paga?
In 100.000 sul lastrico per niente
Riuscireste a dormire serenamente pur sapendo di aver influenzato il fallimento di quattro banche, mandato sul lastrico più di 100.000 risparmiatori per un equivalente di oltre 400 milioni di euro, aver procurato il suicidio di un pensionato e messo a rischio la terza economia dell'eurozona? Non abbiamo particolari dubbi sul fatto che Margrethe Vestager anche stanotte farà sogni d'oro, eppure la condanna a morte di Banca Marche, Etruria, Carife e Carichieti reca la sua firma. Per capire cosa c'entri il commissario danese con il tracollo dei quattro istituti italiani avvenuto a fine 2015 occorre fare un passo indietro.
Nel luglio del 2014, la Banca d'Italia autorizzava il Fondo interbancario di tutela dei depositi (Fitd) a intervenire a favore di Banca Tercas, attraverso un'iniezione di liquidità per complessivi 330 milioni (265 milioni per coprire il deficit, 35 milioni a garanzia del rischio di credito e 30 milioni per possibili perdite supplementari). Dal 2012 l'istituto si trovava in regime di amministrazione straordinaria e l'anno successivo il commissario aveva richiesto l'intervento del Fitd per sanare la situazione. La mossa del Fondo consentì di fatto alla Banca popolare di Bari di procedere con un aumento di capitale e perfezionare l'acquisizione di Tercas.
La Commissione europea, interpellata a settembre dal governo italiano, stabiliva a febbraio del 2015 che lo stanziamento violava la normativa degli aiuti di Stato. Nel corso di un'audizione in commissione Banche svoltasi nel 2017, Salvatore Maccarone (presidente del Fondo) raccontava la sopraggiunta necessità di mettere in piedi una «mostruosità giuridica» al fine di aggirare il problema. Tercas fu infatti costretta a restituire le somme ottenute, che furono nuovamente erogate a seguito della costituzione da parte delle banche di un nuovo soggetto volontario.
Per le quattro banche però era troppo tardi. Come spiegato dallo stesso Maccarone, nel periodo in cui si sviluppavano le vicende della Commissione «la situazione delle banche si era deteriorata in maniera non più sostenibile e quindi vi fu la risoluzione». All'epoca, dunque, il destino dei quattro istituti era già segnato. Cosa sarebbe successo se il governo avesse deciso di forzare l'intervento del Fitd a sostegno delle quattro banche anche in presenza di parere negativo della Commissione europea? Prima di tutto, osserva il Mef, «uno Stato membro non può dare esecuzione a misure di aiuto prima di una decisione positiva della Commissione europea». Inoltre, l'intervento del Fitd avrebbe necessitato dell'ok della Bce, il quale vista la presa di posizione della Commissione non sarebbe ovviamente mai arrivato. Secondo quanto si legge sul sito di Banca d'Italia, ciò «avrebbe potuto comportare l'imposizione del ripristino della situazione ex ante, cioè l'integrale restituzione delle somme fornite dal Fondo alle quattro banche, con la probabile attivazione, nel corso del 2016, del bail in». Come se non bastasse, spiega via Nazionale, il nuovo Fondo volontario «è dotato di una capacità di intervento di 300 milioni, all'incirca pari a quanto già trasferito dal Fitd a beneficio di Tercas», di conseguenza «per le quattro banche poi poste in risoluzione non è stato possibile al sistema bancario raccogliere al suo interno il necessario consenso a mettere insieme una somma molto maggiore».
Da tutto ciò si comprende come la decisione della Commissione di ostacolare l'azione del Fondo nel caso Tercas abbia di fatto impedito il salvataggio dei quattro istituti, mettendo a rischio la tenuta dell'intero sistema bancario.
I troppi silenzi di Mattarella e del Pd
Dall'alto dei disastri su Mps e le banche Venete l'ex ministro Pier Carlo Padoan per Carige incolpava il governo. Era solo lo scorso gennaio quando in una surreale intervista l'ex ministro spiegava che la banca genovese è finita nei guai per lo spread, salito a causa delle scelte del governo gialloblù.
Fa sorridere che un rappresentante del Pd si avventuri a discutere di banche e di crac bancari. Invece Padoan decide di rilasciare un'intervista a Repubblica per accusare l'attuale governo di «aver fatto salire i tassi di interesse» e quindi mettere in crisi gli istituti. Al giornalista che chiede conto di Mps e banca Etruria, l'ex candidato a Siena risponde: «Addebitare a quel governo e al Pd certe crisi bancarie è operazione di malafede e strumentalizzazione. Erano storie di mala gestio, addirittura con risvolti penali, e noi abbiamo fatto tutto quello che andava fatto per risolverle. Piuttosto, quelli che accusano il passato pensino a quello che sta accadendo». E il riferimento è a Genova.
In poche righe l'ex ministro infila una serie di strafalcioni politici e pure economici. Accusare i gialloblù della crisi di Carige è abbastanza ridicolo per il semplice fatto che il commissariamento dell'istituto è dovuto a motivi di governance (azionista di riferimento e management erano in lotta e l'impasse ha bloccato l'aumento di capitale) e a motivi di solidità patrimoniale come è stato per Mps, e per le due banche Venete. L'aumento di capitale di Mps, quello che i manager stavano portando a casa sul mercato, è saltato perché il governo è intervenuto a gamba tesa per sostenere la linea di Jp Morgan e il filone del Qatar, tanto amato da Matteo Renzi.
Da lì è crollato tutto, e lo Stato ha dovuto versare 8,8 miliardi di euro e diventare proprietario della banca rossa per eccellenza al 70%. Padoan ha pure voluto silurare l'ad dell'epoca, Fabrizio Viola, per portare a termine il salvataggio pubblico. Non sapremo mai quali siano i motivi esatti del licenziamento del manager, ma Padoan da lì in avanti si è candidato a diventare il peggior ministro dell'Economia tricolore. Perché se non bastasse ha gestito la risoluzione delle banche Venete in modo ancor peggiore. Ha mantenuto un profilo passivo ogni volta che c'era da fare un trattativa con la Ue. È rimasto in balia delle scelte della Vigilanza Ue permettendo che i due istituti veneti (finiti dei guai per colpa dei rispettivi amministratori) peggiorassero di giorno in giorno. Tutti sappiamo come è finita e chi ha pagato il conto degli interventi di risoluzione. Il governo Renzi e quello Gentiloni hanno tenuto un profilo silente. Hanno accettato ogni dettame senza metterlo in discussione e il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha alzato la voce a difesa dei risparmi degli italiani per la prima volta quando lo spread è impennato la scorsa estate. Eppure ha assistito a numerosi crac bancari. Nessuno mette in discussione le colpe di chi manovrava gli sportelli, le lacune degli amministratori e spesso le porcate che hanno generato buchi di bilancio, ma fra qualche anno l'unione bancaria europea sarà ricordata come un esperimento andato male. Con una serie di effetti collaterali , non solo a Cipro ma anche in Italia. E in tutto ciò abbiamo omesso la tragedia di Etruria per la quale Matteo Renzi fuori tempo massimo, e a buoi scappati, ha dichiarato guerra a Ignazio Visco, il numero uno di Bankitalia, reo (a dire dell'ex premier) di non aver fatto il possibile per tutelare politicamente il Pd evitando il crac dell'istituto aretino. Un mare di silenzi a cui la storia dovrà dare il nome che merita.
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La Corte annulla la decisione della Commissione che, nel 2015, bocciò l'intervento del fondo interbancario sull'istituto pugliese: «Erano soldi privati». Lo stop, però, influenzò le successive crisi. L'Abi: «Ora i danni».Oltre ai miliardi bruciati dal sistema, le sofferenze svalutate e il bail in anticipato. Ora Enzo Moavero Milanesi potrebbe rivolgersi a Jean-Claude Juncker.L'intervento dell'Europa legò le mani al Fitd, che non poté arginare i crac di Etruria, Carife, Banca Marche e Carichieti. Un risparmiatore che aveva perso tutto si suicidò.Le colpe degli amministratori, anche delle Venete, sono indiscutibili. Ma l'eccessiva acquiescenza del Colle e di Matteo Renzi e Paolo Gentiloni alla vigilanza Ue ha fatto danni in serie.Lo speciale contiene quattro articoliPiù che a una sentenza, quella pronunciata ieri dalla Corte di giustizia europea somiglia a un terremoto in grado di scuotere le fondamenta dei palazzi del potere di Bruxelles e, potenzialmente, riscrivere l'intero processo di risoluzione delle crisi bancarie a livello comunitario. Nel comunicato diffuso a margine della pronuncia, i togati spiegano con un linguaggio asciutto e perfettamente lineare che lo schema messo in atto nel 2014 tramite il Fondo interbancario dei depositi (Fitd) per il salvataggio di Banca Tercas in nessun modo rappresenta aiuto di Stato, come invece contestato dalla Commissione europea. La Corte era stata chiamata a decidere nel merito dopo che l'allora ministro degli Esteri del governo Renzi e futuro presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, si era visto recapitare a febbraio del 2015 una velenosa letterina recante in calce la firma di Margrethe Vestager, ancora oggi commissario europeo per la Concorrenza. La mossa da parte del Fitd di mettere sul piatto la somma totale di 330 milioni di euro per tappare la voragine di Tercas, propedeutica alla ricapitalizzazione da parte della Banca popolare di Bari, non era piaciuta alla Commissione. Secondo Bruxelles, l'intervento a sostegno dell'istituto violava la disciplina degli aiuti di Stato, risultando pertanto lesivo della concorrenza. Cosa ancora più grave, Vestager e soci ipotizzavano che dietro al salvataggio ci fosse la regia statale. L'Italia aveva dunque deciso di opporsi alla decisione, presentando formale ricorso a marzo del 2016. Nulla di più sbagliato. Accogliendo le obiezioni giuridiche sollevate dal nostro Paese, la Corte smonta punto per punto l'impianto accusatorio della Commissione. La prima ipotesi a cadere per mano dei giudici è quella dell'imputabilità dell'aiuto allo Stato. Il Tribunale osserva infatti che «in una situazione in cui l'intervento in favore di Tercas è stato concesso da un ente privato, ossia il Fitd, spettava alla Commissione disporre d'indizi sufficienti per affermare che tale intervento è stato adottato sotto l'influenza o il controllo effettivo delle autorità pubbliche e che, di conseguenza, esso era, in realtà, imputabile allo Stato». Giova ricordare che il Fondo infatti, pur svolgendo un'attività di pubblica utilità qual è la garanzia dei depositi bancari, si configura pur sempre come un'istituzione di natura privata. «Al contrario», aggiungono i giudici, nel fascicolo sono presenti «numerosi elementi che indicano che il Fitd ha agito in modo autonomo al momento dell'adozione dell'intervento a favore di Tercas». La Corte sottolinea, inoltre, il fatto che gli interventi messi in atto avessero una finalità diversa dalla tutela dei depositi, e perciò «non costituiscono l'esecuzione di un mandato pubblico». Smentito anche il «coinvolgimento delle autorità pubbliche italiane nell'adozione delle misure». L'autorizzazione di Banca d'Italia non costituisce infatti «indizio che consenta d'imputare la misura di cui trattasi allo Stato italiano», e la Commissione non è riuscita a «dimostrare che i fondi concessi a Tercas a titolo dell'intervento di sostegno del Fitd fossero controllati dalle autorità pubbliche italiane».La storia racconta che il salvataggio ci fu comunque, grazie al «piano B» messo in atto grazie un escamotage ideato dallo stesso Fitd in accordo con il Mef e Banca d'Italia. Le somme deliberate a favore di Tercas furono restituite alle banche, che le fecero rifluire dal Fondo obbligatorio a un'associazione volontaria composta dagli istituti con un organo deliberante e dotazione patrimoniale propri. Ma ormai l'effetto domino era stato innescato e avrebbe portato, per usare le parole pronunciate durante un'audizione svoltasi nel dicembre 2017 in Commissione Banche da Salvatore Maccarone (presidente del Fitd), a una «distruzione di ricchezza pesante». L'atteggiamento della Commissione, spiega Maccarone, ebbe infatti «un'influenza nefasta sulla possibilità di intervenire nei confronti delle quattro banche (Banca Marche, Banca Etruria, Carife e Carichieti, ndr)». Strozzato dalla condanna di Bruxelles, infatti, il Fondo non era più in grado di aiutare i quattro istituti in difficoltà, lasciati affondare insieme a migliaia di risparmiatori truffati.Verrebbe da chiedersi: e adesso chi paga? La sentenza in realtà prevede solo il rimborso delle spese legali, ma le conseguenze potrebbero essere molto pesanti. Su Twitter il presidente della commissione Finanze del Senato, Alberto Bagnai, ha definito «epocale» la sentenza di ieri e ha annunciato: «Chiederemo i danni». L'Associazione bancaria italiana esprime «grande soddisfazione», con il presidente Antonio Patuelli e il dg Giovanni Sabatini che ora chiedono alla Commissione di rimborsare «i risparmiatori e le banche concorrenti danneggiate dalle conseguenze delle sue non corrette decisioni che hanno imposto la risoluzione delle “quattro banche" e altri interventi più onerosi delle preventive iniziative» dal Fitd. 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Non tanto per la banca e il buco che portava con sé (330 milioni di euro), o per gli effetti su Popolare di Bari e sull'impatto della gestione delle quattro banche popolari saltate nel 2015, ma per il fatto che quel niet è stato la leva che ha portato il nostro Paese ad approvare con ben tre anni di anticipo il bail in. La storia non si fa con i se. Ma alla politica tocca porsi interrogativi, e capire se quel cambio di passo rivoluzionario poteva essere intrapreso in altro modo. All'inizio del 2016, all'indomani del crac di Etruria, Carife, Banca Marche e Carichieti, il sistema bancario italiano ha dovuto infatti sborsare 1,7 miliardi di euro per rimettere le quattro banche in pista dopo averle scorporate dalla parte sporca, la bad bank per la quale era già stato speso circa 1,8 miliardi. A ottobre del 2016, stando alle offerte presenti sul tavolo di Roberto Nicastro, presidente dei quattro istituti, non si andava oltre al miliardo complessivo per piazzarle tutte e quattro. Alla fine arrivò Ubi a prendere la baracca, pagando per tre istituti un euro soltanto. E portando la perdita del sistema al 100%. Di più, però, non avrebbe potuto pagare perché nel frattempo, in meno di un anno e mezzo, le banche sane, le good bank, avevano già prodotto sofferenze pari a 2,2 miliardi di euro. Rilevate dal fondo Atlante che finirà a sua volta travolto nel tentativo di salvare le due banche venete, Popolare di Vicenza e Veneto Banca. Quando Etruria, la banca in cui militò il padre dell'ex ministro Maria Elena Boschi, è saltata, l'operazione di scorporo e rilancio fu fatta in tutta furia, giustificando la necessità di vendere le good bank al più presto. La pratica affidata a Bankitalia generò un calcolo delle sofferenze di poco inferiore al 18%, scatenando la corsa dei fondi esteri al mercato degli incagli e dei cosiddetti Npl (non performing loans) italiani. La percentuale di svendita dettata da quella operazione ha creato il benchmark di riferimento per le altre banche. Dando il via a un'ondata di ribassi che ha creato in poche settimane perdite stimate in circa dieci miliardi di euro. E qui sta la seconda gamba dell'omicidio perfetto. Non solo la Commissione prende una decisione irreversibile sul piano del mercato, ma chi doveva vigilare e garantire gli investimenti degli italiani svaluta in un solo colpo il patrimonio immobiliare detenuto dagli istituti di credito e fa sapere a tutti gli investitori stranieri quanto poco valgano le sofferenze in pancia alle banche. L'operazione è così maldestra che lo scorso gennaio interviene pure la magistratura. I commissari di Etruria, nominati da Bankitalia, vengono indagati dalla Procura di Arezzo per abuso d'ufficio. Un pacchetto di crediti del valore nominale di 301,7 milioni, venduto per 49,2 milioni. Non sappiamo dove andrà a finire questa inchiesta. Ma la mossa è stata come sollevare una bandiera bianca e dire che il nostro sistema bancario non era più in grado di stare in piedi. E ci sono infatti voluti mesi, il sacrificio del fondo Atlante e miliardi buttati dalla finanza cattolica per stabilizzare la caduta. A chi tiene a puntualizzare che le banche sarebbero saltate lo stesso vale la pena rispondere che sì è vero, ma c'è modo e modo per contenere il contagio. Un conto è tagliare l'arto, tutt'altro stare ad aspettare che il cadavere si dissangui. L'interrogativo da porsi è come la politica romana potrà usare la sentenza contro la Commissione. Non è un caso se da qualche settimana Bankitalia, Confindustria e tutto l'entourage che gravita tra Colle e Mef sollevino dubbi sull'applicazione del bail in. Significa che gli uomini della vigilanza italiana e le istituzioni vogliono rivedere il modello di unione bancaria prospettato da gente come il commissario alla Concorrenza Margrethe Vestager che si nasconde sempre dietro le barricate della burocrazia. E non è un caso che tutto ciò avvenga nel momento in cui la Germania è alle prese con la fusione fondamentale per la stabilità del proprio sistema bancario. Ci riferiamo a Deutsche Bank e Commerzbank. Se il ministro Giovanni Tria e il governatore Ignazio Visco si scagliano contro il bail in significa che qualcosa è cambiato davvero. Il ministero degli Esteri, guidato da Enzo Moavero Milanesi, in accordo con il Tesoro potrebbe addirittura spingersi a chiedere i danni materiali alla Commissione. Non ci sono precedenti, ma nessuno esclude a priori il tentativo. Servirebbe dal punto di vista politico a porre un tema grande come una casa. 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Per capire cosa c'entri il commissario danese con il tracollo dei quattro istituti italiani avvenuto a fine 2015 occorre fare un passo indietro. Nel luglio del 2014, la Banca d'Italia autorizzava il Fondo interbancario di tutela dei depositi (Fitd) a intervenire a favore di Banca Tercas, attraverso un'iniezione di liquidità per complessivi 330 milioni (265 milioni per coprire il deficit, 35 milioni a garanzia del rischio di credito e 30 milioni per possibili perdite supplementari). Dal 2012 l'istituto si trovava in regime di amministrazione straordinaria e l'anno successivo il commissario aveva richiesto l'intervento del Fitd per sanare la situazione. La mossa del Fondo consentì di fatto alla Banca popolare di Bari di procedere con un aumento di capitale e perfezionare l'acquisizione di Tercas. La Commissione europea, interpellata a settembre dal governo italiano, stabiliva a febbraio del 2015 che lo stanziamento violava la normativa degli aiuti di Stato. Nel corso di un'audizione in commissione Banche svoltasi nel 2017, Salvatore Maccarone (presidente del Fondo) raccontava la sopraggiunta necessità di mettere in piedi una «mostruosità giuridica» al fine di aggirare il problema. Tercas fu infatti costretta a restituire le somme ottenute, che furono nuovamente erogate a seguito della costituzione da parte delle banche di un nuovo soggetto volontario. Per le quattro banche però era troppo tardi. Come spiegato dallo stesso Maccarone, nel periodo in cui si sviluppavano le vicende della Commissione «la situazione delle banche si era deteriorata in maniera non più sostenibile e quindi vi fu la risoluzione». All'epoca, dunque, il destino dei quattro istituti era già segnato. Cosa sarebbe successo se il governo avesse deciso di forzare l'intervento del Fitd a sostegno delle quattro banche anche in presenza di parere negativo della Commissione europea? Prima di tutto, osserva il Mef, «uno Stato membro non può dare esecuzione a misure di aiuto prima di una decisione positiva della Commissione europea». Inoltre, l'intervento del Fitd avrebbe necessitato dell'ok della Bce, il quale vista la presa di posizione della Commissione non sarebbe ovviamente mai arrivato. Secondo quanto si legge sul sito di Banca d'Italia, ciò «avrebbe potuto comportare l'imposizione del ripristino della situazione ex ante, cioè l'integrale restituzione delle somme fornite dal Fondo alle quattro banche, con la probabile attivazione, nel corso del 2016, del bail in». Come se non bastasse, spiega via Nazionale, il nuovo Fondo volontario «è dotato di una capacità di intervento di 300 milioni, all'incirca pari a quanto già trasferito dal Fitd a beneficio di Tercas», di conseguenza «per le quattro banche poi poste in risoluzione non è stato possibile al sistema bancario raccogliere al suo interno il necessario consenso a mettere insieme una somma molto maggiore». Da tutto ciò si comprende come la decisione della Commissione di ostacolare l'azione del Fondo nel caso Tercas abbia di fatto impedito il salvataggio dei quattro istituti, mettendo a rischio la tenuta dell'intero sistema bancario. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sberla-del-tribunale-ue-a-bruxelles-per-tercas-nessun-aiuto-di-stato-2632150808.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="i-troppi-silenzi-di-mattarella-e-del-pd" data-post-id="2632150808" data-published-at="1782272821" data-use-pagination="False"> I troppi silenzi di Mattarella e del Pd Dall'alto dei disastri su Mps e le banche Venete l'ex ministro Pier Carlo Padoan per Carige incolpava il governo. Era solo lo scorso gennaio quando in una surreale intervista l'ex ministro spiegava che la banca genovese è finita nei guai per lo spread, salito a causa delle scelte del governo gialloblù. Fa sorridere che un rappresentante del Pd si avventuri a discutere di banche e di crac bancari. Invece Padoan decide di rilasciare un'intervista a Repubblica per accusare l'attuale governo di «aver fatto salire i tassi di interesse» e quindi mettere in crisi gli istituti. Al giornalista che chiede conto di Mps e banca Etruria, l'ex candidato a Siena risponde: «Addebitare a quel governo e al Pd certe crisi bancarie è operazione di malafede e strumentalizzazione. Erano storie di mala gestio, addirittura con risvolti penali, e noi abbiamo fatto tutto quello che andava fatto per risolverle. Piuttosto, quelli che accusano il passato pensino a quello che sta accadendo». E il riferimento è a Genova. In poche righe l'ex ministro infila una serie di strafalcioni politici e pure economici. Accusare i gialloblù della crisi di Carige è abbastanza ridicolo per il semplice fatto che il commissariamento dell'istituto è dovuto a motivi di governance (azionista di riferimento e management erano in lotta e l'impasse ha bloccato l'aumento di capitale) e a motivi di solidità patrimoniale come è stato per Mps, e per le due banche Venete. L'aumento di capitale di Mps, quello che i manager stavano portando a casa sul mercato, è saltato perché il governo è intervenuto a gamba tesa per sostenere la linea di Jp Morgan e il filone del Qatar, tanto amato da Matteo Renzi. Da lì è crollato tutto, e lo Stato ha dovuto versare 8,8 miliardi di euro e diventare proprietario della banca rossa per eccellenza al 70%. Padoan ha pure voluto silurare l'ad dell'epoca, Fabrizio Viola, per portare a termine il salvataggio pubblico. Non sapremo mai quali siano i motivi esatti del licenziamento del manager, ma Padoan da lì in avanti si è candidato a diventare il peggior ministro dell'Economia tricolore. Perché se non bastasse ha gestito la risoluzione delle banche Venete in modo ancor peggiore. Ha mantenuto un profilo passivo ogni volta che c'era da fare un trattativa con la Ue. È rimasto in balia delle scelte della Vigilanza Ue permettendo che i due istituti veneti (finiti dei guai per colpa dei rispettivi amministratori) peggiorassero di giorno in giorno. Tutti sappiamo come è finita e chi ha pagato il conto degli interventi di risoluzione. Il governo Renzi e quello Gentiloni hanno tenuto un profilo silente. Hanno accettato ogni dettame senza metterlo in discussione e il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha alzato la voce a difesa dei risparmi degli italiani per la prima volta quando lo spread è impennato la scorsa estate. Eppure ha assistito a numerosi crac bancari. Nessuno mette in discussione le colpe di chi manovrava gli sportelli, le lacune degli amministratori e spesso le porcate che hanno generato buchi di bilancio, ma fra qualche anno l'unione bancaria europea sarà ricordata come un esperimento andato male. Con una serie di effetti collaterali , non solo a Cipro ma anche in Italia. E in tutto ciò abbiamo omesso la tragedia di Etruria per la quale Matteo Renzi fuori tempo massimo, e a buoi scappati, ha dichiarato guerra a Ignazio Visco, il numero uno di Bankitalia, reo (a dire dell'ex premier) di non aver fatto il possibile per tutelare politicamente il Pd evitando il crac dell'istituto aretino. Un mare di silenzi a cui la storia dovrà dare il nome che merita.
Marco Baldassari @Eleventy
Un percorso costruito all’insegna del Made in Italy, della qualità e di un’idea di lusso contemporaneo lontana dall’ostentazione. Per celebrare questo traguardo, la nuova collezione introduce nuove silhouette, colori più sofisticati e due capsule che raccontano da vicino il mondo personale del fondatore: The Indigo Blue e Active Moments. Ne abbiamo parlato con Marco Baldassari.
La Primavera-Estate 2027 coincide col ventesimo anniversario di Eleventy. Che significato ha per lei questo traguardo?
«Rappresenta la realizzazione di un sogno. In vent’anni siamo riusciti a costruire un marchio internazionale restando fedeli ai nostri valori: produzione italiana, qualità, responsabilità e attenzione alle persone. Oggi guardiamo al futuro con la stessa passione, con l’obiettivo di creare qualcosa di duraturo».
Quanto c’è di lei nelle capsule The Indigo Blue e Active Moments?
«Molto. Cerco sempre di raccontarmi attraverso le collezioni. The Indigo Blue nasce dal mio legame con il denim, reinterpretato in chiave sofisticata e contemporanea. Active Moments, invece, riflette il mio stile di vita: sport, benessere e dinamismo. Sono due mondi che mi rappresentano profondamente».
Chi è oggi il cliente Eleventy?
«È una persona che ama la qualità ma non l’ostentazione. Cerca prodotti autentici, ben fatti e dal valore concreto. Apprezza il Made in Italy e riconosce l’equilibrio tra qualità, design e prezzo che caratterizza il nostro marchio».
Come si è evoluto il concetto di smart luxury negli ultimi vent’anni?
«Il principio è rimasto lo stesso: offrire il massimo valore possibile. Oggi, però, lo smart luxury include anche un forte elemento di contemporaneità. Chi sceglie Eleventy cerca qualità e raffinatezza, ma con uno stile più moderno e rilassato».
La collezione introduce volumi più morbidi e nuove interpretazioni della giacca. È cambiato il modo di vivere l’eleganza?
«Sì. Oggi l’uomo desidera capi più confortevoli e versatili. Abbiamo lavorato su nuove proporzioni, nuove tonalità e nuove forme per offrire qualcosa di distintivo, mantenendo sempre coerenza con il nostro Dna».
Come si evolve il concetto di giacca?
«La giacca oggi è più fluida. L’overshirt, per esempio, è diventata una valida alternativa al blazer tradizionale. Abbiamo inoltre reinterpretato modelli ispirati alla tradizione con materiali nobili e costruzioni più contemporanee».
Se dovesse descrivere l’uomo Eleventy della Primavera-Estate 2027?
«Un uomo contemporaneo e sicuro di sé. Lo immagino con una giacca in lino effetto denim della capsule Indigo Blue, pantaloni dai volumi più morbidi e una polo realizzata in filati pregiati. Un guardaroba raffinato ma disinvolto».
Qual è oggi la vostra definizione di eleganza contemporanea?
«È l’incontro tra qualità, discrezione e funzionalità. L’uomo moderno ha bisogno di capi versatili, capaci di accompagnarlo durante tutta la giornata senza rinunciare a comfort ed eleganza».
Quali sono i valori che restano intoccabili?
«La qualità, innanzitutto. Poi la cura artigianale, l’attenzione ai dettagli e la produzione italiana. Sono le fondamenta di tutto ciò che facciamo».
Oggi il prodotto basta ancora?
«Non più. Oggi il prodotto deve essere eccellente, ma da solo non è sufficiente. I clienti cercano esperienze, relazioni e valori condivisi. Per questo stiamo lavorando per costruire una vera community attorno a Eleventy, creando luoghi e occasioni di incontro che vadano oltre l’acquisto. Un primo passo in questa direzione è stato il concept sviluppato a Istanbul, dove abbiamo aperto un flagship store di circa 400 metri quadrati con un caffè integrato. L’idea è offrire ai clienti uno spazio accogliente in cui fermarsi anche senza l’intenzione di acquistare, vivendo l’universo Eleventy attraverso un’esperienza che unisce design, ospitalità e qualità. Il progetto sta dando ottimi risultati e verrà replicato a breve anche a Doha e in Libano. Stiamo inoltre lavorando per arricchire ulteriormente i nostri spazi con contenuti culturali. L’obiettivo è trasformare i negozi in luoghi di ispirazione, dove moda, arte, design e cultura possano dialogare tra loro. A breve presenteremo anche una nuova collaborazione legata al mondo dell’editoria e dei libri, un progetto che contribuirà a rafforzare questa visione».
Quali sono le prossime aperture internazionali?
«Il 2026 è un anno particolarmente importante per il nostro sviluppo internazionale. A fine giugno inaugureremo un nuovo store stagionale a Saint-Tropez, in Place des Lices, una delle location più prestigiose della Costa Azzurra. Per noi rappresenta un traguardo significativo perché ci permette di entrare in contatto con una clientela internazionale molto qualificata e di consolidare ulteriormente il nostro posizionamento nel segmento del lusso contemporaneo. A luglio sarà invece la volta di Chicago, una piazza strategica per il mercato americano, che continua a essere uno dei più dinamici e promettenti per il brand. Gli Stati Uniti rappresentano oggi un’area di forte crescita e un mercato particolarmente ricettivo nei confronti dei valori di Eleventy. Prosegue inoltre il dialogo tra moda e hospitality, un ambito in cui crediamo molto. Siamo recentemente approdati a Santorini all’interno del Sandblu Resort, una delle strutture più esclusive delle isole greche. Essere presenti in contesti di questo livello significa intercettare i clienti nei luoghi che frequentano durante il tempo libero, in un momento in cui sono più disponibili a vivere un’esperienza di brand autentica e rilassata».
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Byung-Chul Han (Getty Images)
Grazie alla quale, dice subito di potere «a quasi cento anni di distanza, fare buon uso dei suoi pensieri per dimostrare che, al di là dell’immanenza della produzione e del consumo, e dell’informazione e comunicazione, vi è un’altra realtà più elevata, una trascendenza, in grado di portarci via, lontano da una vita priva di significato, da una straziante carenza di essere, dalla mera sopravvivenza, offrendoci invece la gioiosa pienezza dell’essere».
Così, tanto per non rendere l’impresa troppo facile, Han, sceglie subito di affrontarla con il tema dell’attenzione, che Simone Weil riteneva fosse «nel suo grado più elevato, la stessa cosa della preghiera». Ricavandone che «la crisi della religione è quindi anche una crisi dell’attenzione, dello scrutare e dell’udire». Dunque: «Dio non è morto. È morto l’uomo al quale Dio si rivelò». Il fatto è che: «la percezione è estremamente ingorda. Le manca qualsiasi ampiezza contemplativa. Non fa che mangiare: il consumo è il suo atteggiamento di base. L’abbuffata di video (binge watching) esprime efficacemente questa ingordigia, binge è: divorare senza freni». Se mangi in continuazione però non puoi più vedere, come appunto diceva Simone Weil, magra come una canna dei marais d’Occitania, specificando: «quaggiù, guardare e mangiare sono due. Bisogna scegliere l’uno o l’altro ma entrambi sono chiamati: amare. Tuttavia solo coloro cui talvolta capita di restare per qualche tempo a guardare invece di mangiare hanno qualche speranza di salvezza». (Simone Weil, Quaderni 4, Adelphi).
«L’anima che continua a mangiare senza scrutare finisce col perdere la capacità di contemplare. Invece dell’autofagia, sviluppa obesità. La sua parte mortale, s’allarga e ingrassa, mentre la parte divina si atrofizza e rimpicciolisce». In Simone Weil, racconta Byung-Chul Han, è l’immaginazione che al servizio dell’Io continua a sognare cibo. Il resto della personalità attivo nel Processo di individuazione viene soffocato dal grasso e da tutti gli elementi di ciò che Simone Weil chiamava «pésanteur» - pesantezza -, che impedisce all’anima di muoversi nella dimensione trascendente. Questo indebolimento degli aspetti spirituali della personalità lacera in profondità l’anima, come ha raccontato Simone Weil in L’ombra e la grazia, tradotto in italiano da Franco Fortini. Solo la pienezza assicurata dall’attenzione dell’intera personalità consente all’essere umano di assicurare la guida agli aspetti più spirituali. «L’attenzione profonda, contemplativa, è rivolta a ciò che persiste, permane tiene il punto. Il vero perdura. Chi è incapace di attenzione contemplativa, incapace di scrutare non ha invece accesso alla verità, al vero, all’ordine perdurante delle cose.
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Loperazione chiamata «Luxury Sky» trae origine da mirate analisi di rischio e da un’approfondita valorizzazione del patrimonio informativo disponibile al Corpo, sviluppata attraverso l’incrocio dei dati del traffico aereo con le risultanze delle banche dati istituzionali e con la documentazione fiscale acquisita nel corso degli accertamenti.
Grazie a un accurato lavoro di ricostruzione e analisi, i finanzieri del Comando Provinciale di Firenze hanno esaminato oltre 20.700 movimenti aerei potenzialmente rilevanti sotto il profilo tributario, individuando diffuse irregolarità nel versamento dell’imposta dovuta per i voli privati operati tra il 2020 e il 2023 da oltre 1.000 compagnie aeree estere.
L’attività ispettiva ha consentito di ricostruire nel dettaglio gli spostamenti di oltre 12.900 voli privati transitati sullo scalo fiorentino e di oltre 42.100 passeggeri trasportati, facendo emergere il mancato assolvimento degli obblighi fiscali da parte di numerosi operatori internazionali.
Le verifiche eseguite hanno portato all’individuazione di un’evasione complessiva pari a 4.388.657 euro, riconducibile a 1.052 società risultate irregolari, corrispondenti al 62,32% dei vettori sottoposti a controllo.
Particolarmente significativo il risultato conseguito in termini di recupero delle risorse pubbliche: a seguito degli interventi della Guardia di Finanza, numerose compagnie hanno già provveduto a regolarizzare la propria posizione, consentendo l’effettivo versamento nelle casse dello Stato di oltre 2,6 milioni di euro. Per la quota residua sono in corso le attività di monitoraggio e riscossione previste dalla normativa vigente.
Gli approfondimenti investigativi hanno inoltre evidenziato il frequente ricorso a strutture societarie localizzate in giurisdizioni caratterizzate da elevata opacità fiscale. In numerosi casi, aerei di grande valore economico risultavano formalmente intestati a società domiciliate in territori a fiscalità privilegiata, rendendo particolarmente complessa l’individuazione dei soggetti effettivamente responsabili degli adempimenti tributari.
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Ansa
La medicina non può mai diventare serva di una morte programmata!». Ricevendo i membri della Fondazione Jérôme Lejeune in occasione del centenario della nascita del suo fondatore, il pontefice ha voluto ribadire che il valore di una persona non dipende mai da ciò che produce o realizza, ma dalla sua intrinseca dignità.
La Fondazione Jérôme Lejeune, nata negli anni Novanta in Francia, è l’erede diretta dell’opera del Venerabile Jérôme Lejeune, scienziato di fama mondiale che nel 1958 scoprì l’anomalia cromosomica all’origine della trisomia 21. Lejeune non fu solo un grande scienziato; fu un medico che vedeva nei suoi pazienti i «poveri tra i poveri», dedicando la vita a cercare una cura che potesse alleviare la loro condizione. Egli comprese precocemente come la sua scoperta potesse essere strumentalizzata per eliminare i nascituri affetti da disabilità, un «eugenismo nuovo» che definì «razzismo cromosomico». Per questo impegno incondizionato a favore della vita, che gli costò ostilità in certi ambienti scientifici, fu chiamato da Giovanni Paolo II a presiedere la neonata Pontificia Accademia per la Vita. Oggi la Fondazione prosegue questa missione attraverso la ricerca scientifica, la cura presso l’Istituto Jérôme Lejeune di Parigi e la difesa dei più fragili nel dibattito pubblico.
Un dibattito che in Francia ha raggiunto un punto di rottura. Proprio in queste ore, l’Assemblea nazionale affronta la terza lettura del disegno di legge che mira a legalizzare l’eutanasia e il suicidio assistito. Di fronte a quella che viene percepita come una deriva etica, i vescovi francesi hanno indetto una novena di preghiera dal 21 al 29 giugno (in vista appunto del voto del 30 giugno), invitando i fedeli a chiedere che lo Spirito Santo «illumini le coscienze» dei legislatori. L’episcopato transalpino ha ricordato che non si protegge la vita mettendovi fine, ma accompagnandola fino al termine naturale. Nel lanciare questo appello, i vescovi d’oltralpe hanno richiamato anche, e non a caso, le parole fondamentali pronunciate dal Papa al Parlamento spagnolo durante il suo recente viaggio apostolico a Madrid. In quell’occasione, il Santo Padre aveva chiarito che «ogni vita umana dev’essere riconosciuta e custodita dal concepimento fino al suo naturale tramonto, in ogni circostanza della sua esistenza». Aggiungendo che «la difesa della vita umana non è una questione di interesse particolare né confessionale: è una meta di civiltà». Si tratta di un richiamo diretto al ruolo della politica: le leggi approvate devono essere verificate sulla loro capacità di rispettare la dignità della persona per capire se stiano davvero perseguendo il bene comune.
Queste riflessioni scavalcano le Alpi e arrivano in Italia, dove il Parlamento si trova in una fase di stallo riguardo alla legge sul suicidio assistito. La discussione in Senato, ripresa il 3 giugno, ha mostrato una maggioranza divisa e una situazione di profonda mutazione politica. Al centro di questo cambiamento c’è la nuova fisionomia di Forza Italia, ora guidata in Senato da Stefania Craxi. Il partito ha intrapreso una netta svolta «liberal» sotto l’influenza di Marina Berlusconi, la quale ha dichiarato apertamente di sentirsi più in sintonia con la sinistra su temi come il fine vita, i diritti Lgbt e l’aborto. Nonostante le resistenze interne nella maggioranza (in particolare Fratelli d’Italia e parte della Lega), Forza Italia sta di fatto spingendo per un accordo con le opposizioni, cercando una mediazione che sblocchi l’impasse. Gli emendamenti proposti dalla Craxi e dalla senatrice Daniela Ternullo riflettono questo nuovo corso: puntano ad ampliare i requisiti per l’accesso al suicidio assistito, in particolare la neo proposta azzurra prevede che l’assistenza al suicidio possa essere resa da medici ospedalieri o di medicina generale su base volontaria in regime di intramoenia, con l’impegno del Cnr nel reperimento dei farmaci letali.
Stefania Craxi ha dichiarato di voler «discutere di una norma di civiltà». Eppure, questa visione appare diametralmente opposta a quanto affermato dal Papa a Madrid e ribadito ieri alla Fondazione Lejeune: se per la Craxi la «civiltà» sembra risiedere nella regolamentazione della morte assistita, per il Pontefice la vera «meta di civiltà» risiede esclusivamente nella difesa della vita senza eccezioni. Questa trasformazione di Forza Italia appare ancora più stridente se confrontata con il pensiero del suo fondatore. È solo del 2021 la lettera di Silvio Berlusconi a Il Giornale: «La vita di ogni essere umano è sacra dal momento del concepimento fino alla morte biologica». A cui aggiungeva una sottolineatura riferita proprio al ruolo della Chiesa. «La Chiesa cattolica», scriveva Berlusconi padre, «ha esercitato ed esercita oggi in Italia e nel mondo una funzione essenziale a difesa dei diritti delle persone, di ogni persona e soprattutto dei più deboli». Oggi la Craxi, spinge per una legge che la Chiesa e i movimenti pro-life considerano una «norma di morte». La sfida lanciata da papa Leone XIV è chiara: la civiltà non si costruisce programmando la morte, ma servendo la vita, specialmente quando essa è più fragile e indifesa. I vescovi francesi hanno risposto «presente», ci sarà qualcuno al di qua delle Alpi pronto a fare altrettanto?
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