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2019-03-20
Sberla del tribunale Ue a Bruxelles: «Per Tercas nessun aiuto di Stato»
Ansa
Più che a una sentenza, quella pronunciata ieri dalla Corte di giustizia europea somiglia a un terremoto in grado di scuotere le fondamenta dei palazzi del potere di Bruxelles e, potenzialmente, riscrivere l'intero processo di risoluzione delle crisi bancarie a livello comunitario. Nel comunicato diffuso a margine della pronuncia, i togati spiegano con un linguaggio asciutto e perfettamente lineare che lo schema messo in atto nel 2014 tramite il Fondo interbancario dei depositi (Fitd) per il salvataggio di Banca Tercas in nessun modo rappresenta aiuto di Stato, come invece contestato dalla Commissione europea.
La Corte era stata chiamata a decidere nel merito dopo che l'allora ministro degli Esteri del governo Renzi e futuro presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, si era visto recapitare a febbraio del 2015 una velenosa letterina recante in calce la firma di Margrethe Vestager, ancora oggi commissario europeo per la Concorrenza. La mossa da parte del Fitd di mettere sul piatto la somma totale di 330 milioni di euro per tappare la voragine di Tercas, propedeutica alla ricapitalizzazione da parte della Banca popolare di Bari, non era piaciuta alla Commissione. Secondo Bruxelles, l'intervento a sostegno dell'istituto violava la disciplina degli aiuti di Stato, risultando pertanto lesivo della concorrenza. Cosa ancora più grave, Vestager e soci ipotizzavano che dietro al salvataggio ci fosse la regia statale. L'Italia aveva dunque deciso di opporsi alla decisione, presentando formale ricorso a marzo del 2016.
Nulla di più sbagliato. Accogliendo le obiezioni giuridiche sollevate dal nostro Paese, la Corte smonta punto per punto l'impianto accusatorio della Commissione. La prima ipotesi a cadere per mano dei giudici è quella dell'imputabilità dell'aiuto allo Stato. Il Tribunale osserva infatti che «in una situazione in cui l'intervento in favore di Tercas è stato concesso da un ente privato, ossia il Fitd, spettava alla Commissione disporre d'indizi sufficienti per affermare che tale intervento è stato adottato sotto l'influenza o il controllo effettivo delle autorità pubbliche e che, di conseguenza, esso era, in realtà, imputabile allo Stato». Giova ricordare che il Fondo infatti, pur svolgendo un'attività di pubblica utilità qual è la garanzia dei depositi bancari, si configura pur sempre come un'istituzione di natura privata. «Al contrario», aggiungono i giudici, nel fascicolo sono presenti «numerosi elementi che indicano che il Fitd ha agito in modo autonomo al momento dell'adozione dell'intervento a favore di Tercas». La Corte sottolinea, inoltre, il fatto che gli interventi messi in atto avessero una finalità diversa dalla tutela dei depositi, e perciò «non costituiscono l'esecuzione di un mandato pubblico». Smentito anche il «coinvolgimento delle autorità pubbliche italiane nell'adozione delle misure». L'autorizzazione di Banca d'Italia non costituisce infatti «indizio che consenta d'imputare la misura di cui trattasi allo Stato italiano», e la Commissione non è riuscita a «dimostrare che i fondi concessi a Tercas a titolo dell'intervento di sostegno del Fitd fossero controllati dalle autorità pubbliche italiane».
La storia racconta che il salvataggio ci fu comunque, grazie al «piano B» messo in atto grazie un escamotage ideato dallo stesso Fitd in accordo con il Mef e Banca d'Italia. Le somme deliberate a favore di Tercas furono restituite alle banche, che le fecero rifluire dal Fondo obbligatorio a un'associazione volontaria composta dagli istituti con un organo deliberante e dotazione patrimoniale propri. Ma ormai l'effetto domino era stato innescato e avrebbe portato, per usare le parole pronunciate durante un'audizione svoltasi nel dicembre 2017 in Commissione Banche da Salvatore Maccarone (presidente del Fitd), a una «distruzione di ricchezza pesante». L'atteggiamento della Commissione, spiega Maccarone, ebbe infatti «un'influenza nefasta sulla possibilità di intervenire nei confronti delle quattro banche (Banca Marche, Banca Etruria, Carife e Carichieti, ndr)». Strozzato dalla condanna di Bruxelles, infatti, il Fondo non era più in grado di aiutare i quattro istituti in difficoltà, lasciati affondare insieme a migliaia di risparmiatori truffati.
Verrebbe da chiedersi: e adesso chi paga? La sentenza in realtà prevede solo il rimborso delle spese legali, ma le conseguenze potrebbero essere molto pesanti. Su Twitter il presidente della commissione Finanze del Senato, Alberto Bagnai, ha definito «epocale» la sentenza di ieri e ha annunciato: «Chiederemo i danni». L'Associazione bancaria italiana esprime «grande soddisfazione», con il presidente Antonio Patuelli e il dg Giovanni Sabatini che ora chiedono alla Commissione di rimborsare «i risparmiatori e le banche concorrenti danneggiate dalle conseguenze delle sue non corrette decisioni che hanno imposto la risoluzione delle “quattro banche" e altri interventi più onerosi delle preventive iniziative» dal Fitd. Sulla stessa linea Lando Maria Sileoni, segretario generale Fabi: «Chiunque abbia subito danni deve essere rimborsato dalla Commissione».
Sulle nostre banche un delitto perfetto. L’Europa deve pagare
Quasi cinque anni di tempo per smontare un intervento a gamba tesa da parte dell'Ue. Il no al salvataggio di Tercas (2014) non era legittimo. Il sistema bancario italiano avrebbe preso una strada completamente diversa rispetto all'attuale. Non tanto per la banca e il buco che portava con sé (330 milioni di euro), o per gli effetti su Popolare di Bari e sull'impatto della gestione delle quattro banche popolari saltate nel 2015, ma per il fatto che quel niet è stato la leva che ha portato il nostro Paese ad approvare con ben tre anni di anticipo il bail in. La storia non si fa con i se. Ma alla politica tocca porsi interrogativi, e capire se quel cambio di passo rivoluzionario poteva essere intrapreso in altro modo.
All'inizio del 2016, all'indomani del crac di Etruria, Carife, Banca Marche e Carichieti, il sistema bancario italiano ha dovuto infatti sborsare 1,7 miliardi di euro per rimettere le quattro banche in pista dopo averle scorporate dalla parte sporca, la bad bank per la quale era già stato speso circa 1,8 miliardi. A ottobre del 2016, stando alle offerte presenti sul tavolo di Roberto Nicastro, presidente dei quattro istituti, non si andava oltre al miliardo complessivo per piazzarle tutte e quattro. Alla fine arrivò Ubi a prendere la baracca, pagando per tre istituti un euro soltanto. E portando la perdita del sistema al 100%. Di più, però, non avrebbe potuto pagare perché nel frattempo, in meno di un anno e mezzo, le banche sane, le good bank, avevano già prodotto sofferenze pari a 2,2 miliardi di euro. Rilevate dal fondo Atlante che finirà a sua volta travolto nel tentativo di salvare le due banche venete, Popolare di Vicenza e Veneto Banca. Quando Etruria, la banca in cui militò il padre dell'ex ministro Maria Elena Boschi, è saltata, l'operazione di scorporo e rilancio fu fatta in tutta furia, giustificando la necessità di vendere le good bank al più presto. La pratica affidata a Bankitalia generò un calcolo delle sofferenze di poco inferiore al 18%, scatenando la corsa dei fondi esteri al mercato degli incagli e dei cosiddetti Npl (non performing loans) italiani. La percentuale di svendita dettata da quella operazione ha creato il benchmark di riferimento per le altre banche. Dando il via a un'ondata di ribassi che ha creato in poche settimane perdite stimate in circa dieci miliardi di euro. E qui sta la seconda gamba dell'omicidio perfetto. Non solo la Commissione prende una decisione irreversibile sul piano del mercato, ma chi doveva vigilare e garantire gli investimenti degli italiani svaluta in un solo colpo il patrimonio immobiliare detenuto dagli istituti di credito e fa sapere a tutti gli investitori stranieri quanto poco valgano le sofferenze in pancia alle banche. L'operazione è così maldestra che lo scorso gennaio interviene pure la magistratura.
I commissari di Etruria, nominati da Bankitalia, vengono indagati dalla Procura di Arezzo per abuso d'ufficio. Un pacchetto di crediti del valore nominale di 301,7 milioni, venduto per 49,2 milioni. Non sappiamo dove andrà a finire questa inchiesta. Ma la mossa è stata come sollevare una bandiera bianca e dire che il nostro sistema bancario non era più in grado di stare in piedi. E ci sono infatti voluti mesi, il sacrificio del fondo Atlante e miliardi buttati dalla finanza cattolica per stabilizzare la caduta. A chi tiene a puntualizzare che le banche sarebbero saltate lo stesso vale la pena rispondere che sì è vero, ma c'è modo e modo per contenere il contagio. Un conto è tagliare l'arto, tutt'altro stare ad aspettare che il cadavere si dissangui. L'interrogativo da porsi è come la politica romana potrà usare la sentenza contro la Commissione. Non è un caso se da qualche settimana Bankitalia, Confindustria e tutto l'entourage che gravita tra Colle e Mef sollevino dubbi sull'applicazione del bail in. Significa che gli uomini della vigilanza italiana e le istituzioni vogliono rivedere il modello di unione bancaria prospettato da gente come il commissario alla Concorrenza Margrethe Vestager che si nasconde sempre dietro le barricate della burocrazia. E non è un caso che tutto ciò avvenga nel momento in cui la Germania è alle prese con la fusione fondamentale per la stabilità del proprio sistema bancario. Ci riferiamo a Deutsche Bank e Commerzbank. Se il ministro Giovanni Tria e il governatore Ignazio Visco si scagliano contro il bail in significa che qualcosa è cambiato davvero. Il ministero degli Esteri, guidato da Enzo Moavero Milanesi, in accordo con il Tesoro potrebbe addirittura spingersi a chiedere i danni materiali alla Commissione. Non ci sono precedenti, ma nessuno esclude a priori il tentativo. Servirebbe dal punto di vista politico a porre un tema grande come una casa. Dopo i silenzi dei precedenti governi, di Bankitalia e pure del Colle ora chi paga?
In 100.000 sul lastrico per niente
Riuscireste a dormire serenamente pur sapendo di aver influenzato il fallimento di quattro banche, mandato sul lastrico più di 100.000 risparmiatori per un equivalente di oltre 400 milioni di euro, aver procurato il suicidio di un pensionato e messo a rischio la terza economia dell'eurozona? Non abbiamo particolari dubbi sul fatto che Margrethe Vestager anche stanotte farà sogni d'oro, eppure la condanna a morte di Banca Marche, Etruria, Carife e Carichieti reca la sua firma. Per capire cosa c'entri il commissario danese con il tracollo dei quattro istituti italiani avvenuto a fine 2015 occorre fare un passo indietro.
Nel luglio del 2014, la Banca d'Italia autorizzava il Fondo interbancario di tutela dei depositi (Fitd) a intervenire a favore di Banca Tercas, attraverso un'iniezione di liquidità per complessivi 330 milioni (265 milioni per coprire il deficit, 35 milioni a garanzia del rischio di credito e 30 milioni per possibili perdite supplementari). Dal 2012 l'istituto si trovava in regime di amministrazione straordinaria e l'anno successivo il commissario aveva richiesto l'intervento del Fitd per sanare la situazione. La mossa del Fondo consentì di fatto alla Banca popolare di Bari di procedere con un aumento di capitale e perfezionare l'acquisizione di Tercas.
La Commissione europea, interpellata a settembre dal governo italiano, stabiliva a febbraio del 2015 che lo stanziamento violava la normativa degli aiuti di Stato. Nel corso di un'audizione in commissione Banche svoltasi nel 2017, Salvatore Maccarone (presidente del Fondo) raccontava la sopraggiunta necessità di mettere in piedi una «mostruosità giuridica» al fine di aggirare il problema. Tercas fu infatti costretta a restituire le somme ottenute, che furono nuovamente erogate a seguito della costituzione da parte delle banche di un nuovo soggetto volontario.
Per le quattro banche però era troppo tardi. Come spiegato dallo stesso Maccarone, nel periodo in cui si sviluppavano le vicende della Commissione «la situazione delle banche si era deteriorata in maniera non più sostenibile e quindi vi fu la risoluzione». All'epoca, dunque, il destino dei quattro istituti era già segnato. Cosa sarebbe successo se il governo avesse deciso di forzare l'intervento del Fitd a sostegno delle quattro banche anche in presenza di parere negativo della Commissione europea? Prima di tutto, osserva il Mef, «uno Stato membro non può dare esecuzione a misure di aiuto prima di una decisione positiva della Commissione europea». Inoltre, l'intervento del Fitd avrebbe necessitato dell'ok della Bce, il quale vista la presa di posizione della Commissione non sarebbe ovviamente mai arrivato. Secondo quanto si legge sul sito di Banca d'Italia, ciò «avrebbe potuto comportare l'imposizione del ripristino della situazione ex ante, cioè l'integrale restituzione delle somme fornite dal Fondo alle quattro banche, con la probabile attivazione, nel corso del 2016, del bail in». Come se non bastasse, spiega via Nazionale, il nuovo Fondo volontario «è dotato di una capacità di intervento di 300 milioni, all'incirca pari a quanto già trasferito dal Fitd a beneficio di Tercas», di conseguenza «per le quattro banche poi poste in risoluzione non è stato possibile al sistema bancario raccogliere al suo interno il necessario consenso a mettere insieme una somma molto maggiore».
Da tutto ciò si comprende come la decisione della Commissione di ostacolare l'azione del Fondo nel caso Tercas abbia di fatto impedito il salvataggio dei quattro istituti, mettendo a rischio la tenuta dell'intero sistema bancario.
I troppi silenzi di Mattarella e del Pd
Dall'alto dei disastri su Mps e le banche Venete l'ex ministro Pier Carlo Padoan per Carige incolpava il governo. Era solo lo scorso gennaio quando in una surreale intervista l'ex ministro spiegava che la banca genovese è finita nei guai per lo spread, salito a causa delle scelte del governo gialloblù.
Fa sorridere che un rappresentante del Pd si avventuri a discutere di banche e di crac bancari. Invece Padoan decide di rilasciare un'intervista a Repubblica per accusare l'attuale governo di «aver fatto salire i tassi di interesse» e quindi mettere in crisi gli istituti. Al giornalista che chiede conto di Mps e banca Etruria, l'ex candidato a Siena risponde: «Addebitare a quel governo e al Pd certe crisi bancarie è operazione di malafede e strumentalizzazione. Erano storie di mala gestio, addirittura con risvolti penali, e noi abbiamo fatto tutto quello che andava fatto per risolverle. Piuttosto, quelli che accusano il passato pensino a quello che sta accadendo». E il riferimento è a Genova.
In poche righe l'ex ministro infila una serie di strafalcioni politici e pure economici. Accusare i gialloblù della crisi di Carige è abbastanza ridicolo per il semplice fatto che il commissariamento dell'istituto è dovuto a motivi di governance (azionista di riferimento e management erano in lotta e l'impasse ha bloccato l'aumento di capitale) e a motivi di solidità patrimoniale come è stato per Mps, e per le due banche Venete. L'aumento di capitale di Mps, quello che i manager stavano portando a casa sul mercato, è saltato perché il governo è intervenuto a gamba tesa per sostenere la linea di Jp Morgan e il filone del Qatar, tanto amato da Matteo Renzi.
Da lì è crollato tutto, e lo Stato ha dovuto versare 8,8 miliardi di euro e diventare proprietario della banca rossa per eccellenza al 70%. Padoan ha pure voluto silurare l'ad dell'epoca, Fabrizio Viola, per portare a termine il salvataggio pubblico. Non sapremo mai quali siano i motivi esatti del licenziamento del manager, ma Padoan da lì in avanti si è candidato a diventare il peggior ministro dell'Economia tricolore. Perché se non bastasse ha gestito la risoluzione delle banche Venete in modo ancor peggiore. Ha mantenuto un profilo passivo ogni volta che c'era da fare un trattativa con la Ue. È rimasto in balia delle scelte della Vigilanza Ue permettendo che i due istituti veneti (finiti dei guai per colpa dei rispettivi amministratori) peggiorassero di giorno in giorno. Tutti sappiamo come è finita e chi ha pagato il conto degli interventi di risoluzione. Il governo Renzi e quello Gentiloni hanno tenuto un profilo silente. Hanno accettato ogni dettame senza metterlo in discussione e il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha alzato la voce a difesa dei risparmi degli italiani per la prima volta quando lo spread è impennato la scorsa estate. Eppure ha assistito a numerosi crac bancari. Nessuno mette in discussione le colpe di chi manovrava gli sportelli, le lacune degli amministratori e spesso le porcate che hanno generato buchi di bilancio, ma fra qualche anno l'unione bancaria europea sarà ricordata come un esperimento andato male. Con una serie di effetti collaterali , non solo a Cipro ma anche in Italia. E in tutto ciò abbiamo omesso la tragedia di Etruria per la quale Matteo Renzi fuori tempo massimo, e a buoi scappati, ha dichiarato guerra a Ignazio Visco, il numero uno di Bankitalia, reo (a dire dell'ex premier) di non aver fatto il possibile per tutelare politicamente il Pd evitando il crac dell'istituto aretino. Un mare di silenzi a cui la storia dovrà dare il nome che merita.
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La Corte annulla la decisione della Commissione che, nel 2015, bocciò l'intervento del fondo interbancario sull'istituto pugliese: «Erano soldi privati». Lo stop, però, influenzò le successive crisi. L'Abi: «Ora i danni».Oltre ai miliardi bruciati dal sistema, le sofferenze svalutate e il bail in anticipato. Ora Enzo Moavero Milanesi potrebbe rivolgersi a Jean-Claude Juncker.L'intervento dell'Europa legò le mani al Fitd, che non poté arginare i crac di Etruria, Carife, Banca Marche e Carichieti. Un risparmiatore che aveva perso tutto si suicidò.Le colpe degli amministratori, anche delle Venete, sono indiscutibili. Ma l'eccessiva acquiescenza del Colle e di Matteo Renzi e Paolo Gentiloni alla vigilanza Ue ha fatto danni in serie.Lo speciale contiene quattro articoliPiù che a una sentenza, quella pronunciata ieri dalla Corte di giustizia europea somiglia a un terremoto in grado di scuotere le fondamenta dei palazzi del potere di Bruxelles e, potenzialmente, riscrivere l'intero processo di risoluzione delle crisi bancarie a livello comunitario. Nel comunicato diffuso a margine della pronuncia, i togati spiegano con un linguaggio asciutto e perfettamente lineare che lo schema messo in atto nel 2014 tramite il Fondo interbancario dei depositi (Fitd) per il salvataggio di Banca Tercas in nessun modo rappresenta aiuto di Stato, come invece contestato dalla Commissione europea. La Corte era stata chiamata a decidere nel merito dopo che l'allora ministro degli Esteri del governo Renzi e futuro presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, si era visto recapitare a febbraio del 2015 una velenosa letterina recante in calce la firma di Margrethe Vestager, ancora oggi commissario europeo per la Concorrenza. La mossa da parte del Fitd di mettere sul piatto la somma totale di 330 milioni di euro per tappare la voragine di Tercas, propedeutica alla ricapitalizzazione da parte della Banca popolare di Bari, non era piaciuta alla Commissione. Secondo Bruxelles, l'intervento a sostegno dell'istituto violava la disciplina degli aiuti di Stato, risultando pertanto lesivo della concorrenza. Cosa ancora più grave, Vestager e soci ipotizzavano che dietro al salvataggio ci fosse la regia statale. L'Italia aveva dunque deciso di opporsi alla decisione, presentando formale ricorso a marzo del 2016. Nulla di più sbagliato. Accogliendo le obiezioni giuridiche sollevate dal nostro Paese, la Corte smonta punto per punto l'impianto accusatorio della Commissione. La prima ipotesi a cadere per mano dei giudici è quella dell'imputabilità dell'aiuto allo Stato. Il Tribunale osserva infatti che «in una situazione in cui l'intervento in favore di Tercas è stato concesso da un ente privato, ossia il Fitd, spettava alla Commissione disporre d'indizi sufficienti per affermare che tale intervento è stato adottato sotto l'influenza o il controllo effettivo delle autorità pubbliche e che, di conseguenza, esso era, in realtà, imputabile allo Stato». Giova ricordare che il Fondo infatti, pur svolgendo un'attività di pubblica utilità qual è la garanzia dei depositi bancari, si configura pur sempre come un'istituzione di natura privata. «Al contrario», aggiungono i giudici, nel fascicolo sono presenti «numerosi elementi che indicano che il Fitd ha agito in modo autonomo al momento dell'adozione dell'intervento a favore di Tercas». La Corte sottolinea, inoltre, il fatto che gli interventi messi in atto avessero una finalità diversa dalla tutela dei depositi, e perciò «non costituiscono l'esecuzione di un mandato pubblico». Smentito anche il «coinvolgimento delle autorità pubbliche italiane nell'adozione delle misure». L'autorizzazione di Banca d'Italia non costituisce infatti «indizio che consenta d'imputare la misura di cui trattasi allo Stato italiano», e la Commissione non è riuscita a «dimostrare che i fondi concessi a Tercas a titolo dell'intervento di sostegno del Fitd fossero controllati dalle autorità pubbliche italiane».La storia racconta che il salvataggio ci fu comunque, grazie al «piano B» messo in atto grazie un escamotage ideato dallo stesso Fitd in accordo con il Mef e Banca d'Italia. Le somme deliberate a favore di Tercas furono restituite alle banche, che le fecero rifluire dal Fondo obbligatorio a un'associazione volontaria composta dagli istituti con un organo deliberante e dotazione patrimoniale propri. Ma ormai l'effetto domino era stato innescato e avrebbe portato, per usare le parole pronunciate durante un'audizione svoltasi nel dicembre 2017 in Commissione Banche da Salvatore Maccarone (presidente del Fitd), a una «distruzione di ricchezza pesante». L'atteggiamento della Commissione, spiega Maccarone, ebbe infatti «un'influenza nefasta sulla possibilità di intervenire nei confronti delle quattro banche (Banca Marche, Banca Etruria, Carife e Carichieti, ndr)». Strozzato dalla condanna di Bruxelles, infatti, il Fondo non era più in grado di aiutare i quattro istituti in difficoltà, lasciati affondare insieme a migliaia di risparmiatori truffati.Verrebbe da chiedersi: e adesso chi paga? La sentenza in realtà prevede solo il rimborso delle spese legali, ma le conseguenze potrebbero essere molto pesanti. Su Twitter il presidente della commissione Finanze del Senato, Alberto Bagnai, ha definito «epocale» la sentenza di ieri e ha annunciato: «Chiederemo i danni». L'Associazione bancaria italiana esprime «grande soddisfazione», con il presidente Antonio Patuelli e il dg Giovanni Sabatini che ora chiedono alla Commissione di rimborsare «i risparmiatori e le banche concorrenti danneggiate dalle conseguenze delle sue non corrette decisioni che hanno imposto la risoluzione delle “quattro banche" e altri interventi più onerosi delle preventive iniziative» dal Fitd. 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Non tanto per la banca e il buco che portava con sé (330 milioni di euro), o per gli effetti su Popolare di Bari e sull'impatto della gestione delle quattro banche popolari saltate nel 2015, ma per il fatto che quel niet è stato la leva che ha portato il nostro Paese ad approvare con ben tre anni di anticipo il bail in. La storia non si fa con i se. Ma alla politica tocca porsi interrogativi, e capire se quel cambio di passo rivoluzionario poteva essere intrapreso in altro modo. All'inizio del 2016, all'indomani del crac di Etruria, Carife, Banca Marche e Carichieti, il sistema bancario italiano ha dovuto infatti sborsare 1,7 miliardi di euro per rimettere le quattro banche in pista dopo averle scorporate dalla parte sporca, la bad bank per la quale era già stato speso circa 1,8 miliardi. A ottobre del 2016, stando alle offerte presenti sul tavolo di Roberto Nicastro, presidente dei quattro istituti, non si andava oltre al miliardo complessivo per piazzarle tutte e quattro. Alla fine arrivò Ubi a prendere la baracca, pagando per tre istituti un euro soltanto. E portando la perdita del sistema al 100%. Di più, però, non avrebbe potuto pagare perché nel frattempo, in meno di un anno e mezzo, le banche sane, le good bank, avevano già prodotto sofferenze pari a 2,2 miliardi di euro. Rilevate dal fondo Atlante che finirà a sua volta travolto nel tentativo di salvare le due banche venete, Popolare di Vicenza e Veneto Banca. Quando Etruria, la banca in cui militò il padre dell'ex ministro Maria Elena Boschi, è saltata, l'operazione di scorporo e rilancio fu fatta in tutta furia, giustificando la necessità di vendere le good bank al più presto. La pratica affidata a Bankitalia generò un calcolo delle sofferenze di poco inferiore al 18%, scatenando la corsa dei fondi esteri al mercato degli incagli e dei cosiddetti Npl (non performing loans) italiani. La percentuale di svendita dettata da quella operazione ha creato il benchmark di riferimento per le altre banche. Dando il via a un'ondata di ribassi che ha creato in poche settimane perdite stimate in circa dieci miliardi di euro. E qui sta la seconda gamba dell'omicidio perfetto. Non solo la Commissione prende una decisione irreversibile sul piano del mercato, ma chi doveva vigilare e garantire gli investimenti degli italiani svaluta in un solo colpo il patrimonio immobiliare detenuto dagli istituti di credito e fa sapere a tutti gli investitori stranieri quanto poco valgano le sofferenze in pancia alle banche. L'operazione è così maldestra che lo scorso gennaio interviene pure la magistratura. I commissari di Etruria, nominati da Bankitalia, vengono indagati dalla Procura di Arezzo per abuso d'ufficio. Un pacchetto di crediti del valore nominale di 301,7 milioni, venduto per 49,2 milioni. Non sappiamo dove andrà a finire questa inchiesta. Ma la mossa è stata come sollevare una bandiera bianca e dire che il nostro sistema bancario non era più in grado di stare in piedi. E ci sono infatti voluti mesi, il sacrificio del fondo Atlante e miliardi buttati dalla finanza cattolica per stabilizzare la caduta. A chi tiene a puntualizzare che le banche sarebbero saltate lo stesso vale la pena rispondere che sì è vero, ma c'è modo e modo per contenere il contagio. Un conto è tagliare l'arto, tutt'altro stare ad aspettare che il cadavere si dissangui. L'interrogativo da porsi è come la politica romana potrà usare la sentenza contro la Commissione. Non è un caso se da qualche settimana Bankitalia, Confindustria e tutto l'entourage che gravita tra Colle e Mef sollevino dubbi sull'applicazione del bail in. Significa che gli uomini della vigilanza italiana e le istituzioni vogliono rivedere il modello di unione bancaria prospettato da gente come il commissario alla Concorrenza Margrethe Vestager che si nasconde sempre dietro le barricate della burocrazia. E non è un caso che tutto ciò avvenga nel momento in cui la Germania è alle prese con la fusione fondamentale per la stabilità del proprio sistema bancario. Ci riferiamo a Deutsche Bank e Commerzbank. Se il ministro Giovanni Tria e il governatore Ignazio Visco si scagliano contro il bail in significa che qualcosa è cambiato davvero. Il ministero degli Esteri, guidato da Enzo Moavero Milanesi, in accordo con il Tesoro potrebbe addirittura spingersi a chiedere i danni materiali alla Commissione. Non ci sono precedenti, ma nessuno esclude a priori il tentativo. Servirebbe dal punto di vista politico a porre un tema grande come una casa. 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Per capire cosa c'entri il commissario danese con il tracollo dei quattro istituti italiani avvenuto a fine 2015 occorre fare un passo indietro. Nel luglio del 2014, la Banca d'Italia autorizzava il Fondo interbancario di tutela dei depositi (Fitd) a intervenire a favore di Banca Tercas, attraverso un'iniezione di liquidità per complessivi 330 milioni (265 milioni per coprire il deficit, 35 milioni a garanzia del rischio di credito e 30 milioni per possibili perdite supplementari). Dal 2012 l'istituto si trovava in regime di amministrazione straordinaria e l'anno successivo il commissario aveva richiesto l'intervento del Fitd per sanare la situazione. La mossa del Fondo consentì di fatto alla Banca popolare di Bari di procedere con un aumento di capitale e perfezionare l'acquisizione di Tercas. La Commissione europea, interpellata a settembre dal governo italiano, stabiliva a febbraio del 2015 che lo stanziamento violava la normativa degli aiuti di Stato. Nel corso di un'audizione in commissione Banche svoltasi nel 2017, Salvatore Maccarone (presidente del Fondo) raccontava la sopraggiunta necessità di mettere in piedi una «mostruosità giuridica» al fine di aggirare il problema. Tercas fu infatti costretta a restituire le somme ottenute, che furono nuovamente erogate a seguito della costituzione da parte delle banche di un nuovo soggetto volontario. Per le quattro banche però era troppo tardi. Come spiegato dallo stesso Maccarone, nel periodo in cui si sviluppavano le vicende della Commissione «la situazione delle banche si era deteriorata in maniera non più sostenibile e quindi vi fu la risoluzione». All'epoca, dunque, il destino dei quattro istituti era già segnato. Cosa sarebbe successo se il governo avesse deciso di forzare l'intervento del Fitd a sostegno delle quattro banche anche in presenza di parere negativo della Commissione europea? Prima di tutto, osserva il Mef, «uno Stato membro non può dare esecuzione a misure di aiuto prima di una decisione positiva della Commissione europea». Inoltre, l'intervento del Fitd avrebbe necessitato dell'ok della Bce, il quale vista la presa di posizione della Commissione non sarebbe ovviamente mai arrivato. Secondo quanto si legge sul sito di Banca d'Italia, ciò «avrebbe potuto comportare l'imposizione del ripristino della situazione ex ante, cioè l'integrale restituzione delle somme fornite dal Fondo alle quattro banche, con la probabile attivazione, nel corso del 2016, del bail in». Come se non bastasse, spiega via Nazionale, il nuovo Fondo volontario «è dotato di una capacità di intervento di 300 milioni, all'incirca pari a quanto già trasferito dal Fitd a beneficio di Tercas», di conseguenza «per le quattro banche poi poste in risoluzione non è stato possibile al sistema bancario raccogliere al suo interno il necessario consenso a mettere insieme una somma molto maggiore». Da tutto ciò si comprende come la decisione della Commissione di ostacolare l'azione del Fondo nel caso Tercas abbia di fatto impedito il salvataggio dei quattro istituti, mettendo a rischio la tenuta dell'intero sistema bancario. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sberla-del-tribunale-ue-a-bruxelles-per-tercas-nessun-aiuto-di-stato-2632150808.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="i-troppi-silenzi-di-mattarella-e-del-pd" data-post-id="2632150808" data-published-at="1778708518" data-use-pagination="False"> I troppi silenzi di Mattarella e del Pd Dall'alto dei disastri su Mps e le banche Venete l'ex ministro Pier Carlo Padoan per Carige incolpava il governo. Era solo lo scorso gennaio quando in una surreale intervista l'ex ministro spiegava che la banca genovese è finita nei guai per lo spread, salito a causa delle scelte del governo gialloblù. Fa sorridere che un rappresentante del Pd si avventuri a discutere di banche e di crac bancari. Invece Padoan decide di rilasciare un'intervista a Repubblica per accusare l'attuale governo di «aver fatto salire i tassi di interesse» e quindi mettere in crisi gli istituti. Al giornalista che chiede conto di Mps e banca Etruria, l'ex candidato a Siena risponde: «Addebitare a quel governo e al Pd certe crisi bancarie è operazione di malafede e strumentalizzazione. Erano storie di mala gestio, addirittura con risvolti penali, e noi abbiamo fatto tutto quello che andava fatto per risolverle. Piuttosto, quelli che accusano il passato pensino a quello che sta accadendo». E il riferimento è a Genova. In poche righe l'ex ministro infila una serie di strafalcioni politici e pure economici. Accusare i gialloblù della crisi di Carige è abbastanza ridicolo per il semplice fatto che il commissariamento dell'istituto è dovuto a motivi di governance (azionista di riferimento e management erano in lotta e l'impasse ha bloccato l'aumento di capitale) e a motivi di solidità patrimoniale come è stato per Mps, e per le due banche Venete. L'aumento di capitale di Mps, quello che i manager stavano portando a casa sul mercato, è saltato perché il governo è intervenuto a gamba tesa per sostenere la linea di Jp Morgan e il filone del Qatar, tanto amato da Matteo Renzi. Da lì è crollato tutto, e lo Stato ha dovuto versare 8,8 miliardi di euro e diventare proprietario della banca rossa per eccellenza al 70%. Padoan ha pure voluto silurare l'ad dell'epoca, Fabrizio Viola, per portare a termine il salvataggio pubblico. Non sapremo mai quali siano i motivi esatti del licenziamento del manager, ma Padoan da lì in avanti si è candidato a diventare il peggior ministro dell'Economia tricolore. Perché se non bastasse ha gestito la risoluzione delle banche Venete in modo ancor peggiore. Ha mantenuto un profilo passivo ogni volta che c'era da fare un trattativa con la Ue. È rimasto in balia delle scelte della Vigilanza Ue permettendo che i due istituti veneti (finiti dei guai per colpa dei rispettivi amministratori) peggiorassero di giorno in giorno. Tutti sappiamo come è finita e chi ha pagato il conto degli interventi di risoluzione. Il governo Renzi e quello Gentiloni hanno tenuto un profilo silente. Hanno accettato ogni dettame senza metterlo in discussione e il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha alzato la voce a difesa dei risparmi degli italiani per la prima volta quando lo spread è impennato la scorsa estate. Eppure ha assistito a numerosi crac bancari. Nessuno mette in discussione le colpe di chi manovrava gli sportelli, le lacune degli amministratori e spesso le porcate che hanno generato buchi di bilancio, ma fra qualche anno l'unione bancaria europea sarà ricordata come un esperimento andato male. Con una serie di effetti collaterali , non solo a Cipro ma anche in Italia. E in tutto ciò abbiamo omesso la tragedia di Etruria per la quale Matteo Renzi fuori tempo massimo, e a buoi scappati, ha dichiarato guerra a Ignazio Visco, il numero uno di Bankitalia, reo (a dire dell'ex premier) di non aver fatto il possibile per tutelare politicamente il Pd evitando il crac dell'istituto aretino. Un mare di silenzi a cui la storia dovrà dare il nome che merita.
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Trump vola da Xi mentre la guerra in Iran pesa su economia e politica USA tra rincari, debiti, tensioni con la Cina e sfida elettorale.
Guido Guidesi (Ansa)
I numeri che accompagnano questa ambizione sono solidi. Con oltre il 23% del Pil nazionale e più di un quarto dell'export italiano, la Lombardia è già il principale motore economico del Paese. Dal 2021 al 2025 ha attratto 448 progetti su 1.158 complessivi in Italia, mantenendo una quota costante tra il 35% e il 45% del totale nazionale, con una crescita di 85-90 investimenti diretti esteri all’anno - il 35% in più rispetto al quinquennio precedente (lo dice il Financial Times). Dati ancora più significativi se confrontati con lo scenario globale: tra il 2023 e il 2024 i flussi internazionali di investimenti sono calati dell’11% e quelli europei del 5%, mentre la Lombardia ha segnato un +6%.
Nel periodo 2020-2025, grazie al progetto “Invest in Lombardy” – sviluppato in collaborazione con Milano & Partners – la Regione ha supportato oltre 1.400 aziende estere interessate a insediarsi sul territorio. Solo nel 2025, 34 di queste hanno già avviato o annunciato progetti concreti, con un impatto stimato di 2,8 miliardi di indotto e 6.200 nuovi posti di lavoro. Attualmente sono 428 i progetti in gestione attiva, concentrati nei settori a più alto valore aggiunto: manifattura avanzata (semiconduttori, Industria 4.0), Scienze della Vita (biotecnologie, farmaceutico), Clean Tech e IT/ICT.
«I numeri confermano il nostro primato italiano rispetto all’attrazione investimenti esteri: valiamo il 40% degli investimenti esteri che arrivano in Italia. Ma non possiamo però fermarci al primato nazionale, possiamo e dobbiamo migliorarci», ha dichiarato l’assessore allo Sviluppo economico Guido Guidesi, presentando la nuova strategia regionale.
«Questo è l’obiettivo della nuova strategia di attrazione degli investimenti in cui si evidenzia un ruolo più da protagonista e attivo di Regione Lombardia al fine di cogliere opportunità di nuovi investimenti presentandoci con ecosistemi completi: dalla ricerca, ai fornitori, alle competenze. Proviamo a giocarci la partita dell’attrazione in un campionato più difficile e maggiormente competitivo; alziamo il livello, proviamo a migliorarci; vogliamo essere meta internazionale e hub europeo», ha aggiunto Guidesi, sottolineando che con la nuova direttiva «andremo anche a cercarci gli investitori rispetto alle esigenze che abbiamo dal punto di vista della partecipazione ai nostri ecosistemi».
Tre le direttrici del piano di Guidesi. La prima è la qualità degli investimenti: la Regione punta sui settori ad alto valore aggiunto: ICT, scienze della vita, elettronica, aerospazio, chimica e agroalimentare avanzato. La seconda è la valorizzazione degli ecosistemi territoriali e in questo quadro si inseriscono le Zone di Innovazione e Sviluppo (ZIS), la Zona Logistica Semplificata di Cremona e Mantova, e l'iniziativa “Talenti – Trasferimento delle conoscenze”, che favorisce l’ingresso di dottori di ricerca e professionisti altamente qualificati nelle pmi lombarde. La terza direttrice è la semplificazione e la velocità dei processi, attraverso il rafforzamento del modello one-stop-shop per rendere più rapidi e prevedibili i percorsi di insediamento.
Per Giovanni Rossi, direttore generale di Promos Italia, «l'approccio internazionale è rafforzato da attività promozionali e roadshow nei principali mercati esteri, con “value proposition” focalizzate su settori ad alto valore aggiunto. La “business intelligence” permette di intercettare investitori qualificati e accompagnarli efficacemente nel percorso di insediamento. L'aftercare è considerato strategico per valorizzare le imprese già insediate e favorirne la crescita”, ha concluso Rossi.
Centrale nella strategia è il potenziamento di «Invest in Lombardy» come punto unico di accesso per gli investitori internazionali, capace di accompagnare le imprese lungo l'intero ciclo dell'investimento: dalla valutazione iniziale all'insediamento, fino ai servizi di aftercare.
Un riconoscimento al valore dell’ecosistema lombardo arriva dalle testimonianze delle imprese internazionali già presenti sul territorio. «Regione Lombardia ha accompagnato il nostro percorso di insediamento, supportandoci nel dialogo con il territorio e nello sviluppo delle competenze necessarie. La Lombardia si distingue per un ecosistema industriale solido e collaborativo, favorevole allo sviluppo di nuovi investimenti», ha evidenziato Carina Solsona Garriga, Coo di Affinity Petcare.
«Abbiamo scelto la Lombardia per la sua posizione strategica, la qualità delle infrastrutture e un ecosistema industriale unico a livello europeo, che consente di ottimizzare efficienza, sostenibilità e sviluppo produttivo», ha aggiunto Federico Castelli, amministratore delegato di Rockwool Italia.
«La Lombardia è più attrattiva di molte regioni europee grazie a una filiera industriale avanzata, competenze di altissimo livello e un forte orientamento all’export. Qui troviamo un luogo dove produrre, innovare e costruire valore nel lungo periodo», ha concluso Paolo Bertuzzi, Ceo & Managing Director di Turboden.
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Il primo dato da leggere con attenzione è la distribuzione dei sequestri. Circa la metà dei Paesi dell’America Latina e dei Caraibi registra un aumento, mentre l’altra metà segna una diminuzione. Non è una contraddizione, ma la prova di una trasformazione strutturale: il traffico non si riduce, si sposta. Ogni operazione di contrasto genera un effetto elastico che spinge le organizzazioni criminali verso aree meno controllate. È una dinamica ormai consolidata, che rende inefficace una risposta basata esclusivamente sulla repressione.
In questo scenario, la Colombia resta il cuore del sistema. Nel 2025 le autorità hanno sequestrato 445,9 tonnellate di cocaina, con un incremento del 59,4% rispetto alle 279,7 tonnellate dell’anno precedente. A queste si aggiungono altre 633 tonnellate sequestrate a livello internazionale con il supporto colombiano. Numeri che, più che indicare un successo, segnalano la scala del fenomeno. Il sequestro di 14 tonnellate in un solo container nel porto di Buenaventura rappresenta il più grande degli ultimi dieci anni e conferma la centralità della logistica marittima. Ancora più significativo è l’intercettazione di un narco-sottomarino telecomandato: un segnale che il traffico sta entrando in una fase di innovazione tecnologica avanzata, con l’obiettivo di ridurre i rischi e aumentare l’efficienza. Anche negli altri Paesi produttori emergono criticità profonde. In Perù sono state distrutte 55,6 tonnellate di droga, ma il fatto che il 70% sia classificato come «sostanze simili alla cocaina» solleva dubbi sulla qualità dei dati. L’eradicazione delle coltivazioni è salita a 34.200 ettari, rispetto ai 26.500 del 2024, con un’espansione significativa in aree sensibili come Ucayali e Huanuco. In Bolivia, i sequestri sono scesi a 17,1 tonnellate, ma il calo è in parte spiegato da un’anomalia statistica dell’anno precedente. In Venezuela, invece, i dati ufficiali parlano di 42,6 tonnellate sequestrate, ma la scarsa trasparenza impone cautela, mentre il controllo del traffico sembra passare sempre più nelle mani di gruppi locali.
Il baricentro operativo si sposta però nei Paesi di transito e nei grandi snodi logistici. L’Ecuador, con 75,9 tonnellate sequestrate sul territorio e 124 tonnellate in mare, conferma il suo ruolo strategico nelle rotte globali. Panama resta un passaggio obbligato, con 97 tonnellate sequestrate e operazioni di rilievo nelle acque del Pacifico. In Costa Rica, i sequestri sono aumentati del 72,4%, arrivando a 46,5 tonnellate, segno di un coinvolgimento crescente nelle catene del traffico. La logistica del narcotraffico si è ormai integrata con quella legale: container contaminati, rotte commerciali ibride e carichi mimetizzati tra merci regolari rendono sempre più difficile distinguere tra economia legittima e illegale. Un elemento trasversale è la corruzione. In diversi Paesi, dalle istituzioni locali fino ai livelli politici, emergono segnali di infiltrazione profonda. In Paraguay, casi giudiziari hanno coinvolto esponenti del potere politico; in Guatemala le organizzazioni criminali godono della protezione di funzionari pubblici; in Costa Rica un ex ministro della Sicurezza è stato arrestato per traffico di droga. Il narcotraffico non si limita a operare nei vuoti dello Stato: in molti casi riesce a condizionarne il funzionamento.
Sul fronte dei mercati di consumo, l’Europa si conferma il principale punto di arrivo. Il Belgio ha sequestrato 55 tonnellate di cocaina nel 2025, con un aumento del 25%, mentre la Francia ha registrato 31,3 tonnellate (+49%) e il Portogallo ha raggiunto un record di 25,6 tonnellate. Il porto di Anversa resta il principale hub, ma la pressione delle autorità sta spingendo i trafficanti a diversificare le rotte, puntando su scali minori e nuovi punti di ingresso. Le conseguenze sono visibili nelle città europee, dove la competizione tra gruppi criminali alimenta un’escalation di violenza.
Parallelamente, si rafforza l’espansione verso nuovi mercati. In Asia orientale e in Oceania si registrano sequestri record: 2,6 tonnellate in Corea del Sud e 7,8 tonnellate in Australia, con un aumento del 40%. Le rotte si allungano fino a 13.000 chilometri, collegando direttamente il Sud America a regioni finora marginali. È una scelta strategica: i cartelli cercano mercati meno saturi e più remunerativi rispetto a quello statunitense, dove i consumi restano stabili e i prezzi tendono a scendere. Proprio negli Stati Uniti si manifesta il paradosso più evidente. Nel 2025 sono state sequestrate 20,8 tonnellate di cocaina, in aumento rispetto alle 14,7 del 2024, nonostante l’intensificazione delle operazioni militari e dei raid navali. Il risultato è chiaro: la pressione aumenta, ma il flusso non si interrompe. Le organizzazioni criminali reagiscono spostando le rotte e adattando le modalità operative, dimostrando una capacità di resilienza superiore a quella degli apparati statali. Il quadro che emerge è quello di un sistema globale altamente efficiente. Il narcotraffico funziona come un mercato integrato, capace di innovare e di reagire in tempo reale. Gli Stati, invece, restano vincolati a logiche nazionali e strumenti spesso rigidi. Non è più solo una questione di sicurezza, ma uno scontro tra modelli organizzativi: da un lato strutture istituzionali lente e frammentate, dall’altro reti criminali flessibili, globali e tecnologicamente avanzate. La vera domanda, allora, non è quanta droga venga sequestrata. Ma quanta continui a passare.
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