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2019-03-20
Sberla del tribunale Ue a Bruxelles: «Per Tercas nessun aiuto di Stato»
Ansa
Più che a una sentenza, quella pronunciata ieri dalla Corte di giustizia europea somiglia a un terremoto in grado di scuotere le fondamenta dei palazzi del potere di Bruxelles e, potenzialmente, riscrivere l'intero processo di risoluzione delle crisi bancarie a livello comunitario. Nel comunicato diffuso a margine della pronuncia, i togati spiegano con un linguaggio asciutto e perfettamente lineare che lo schema messo in atto nel 2014 tramite il Fondo interbancario dei depositi (Fitd) per il salvataggio di Banca Tercas in nessun modo rappresenta aiuto di Stato, come invece contestato dalla Commissione europea.
La Corte era stata chiamata a decidere nel merito dopo che l'allora ministro degli Esteri del governo Renzi e futuro presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, si era visto recapitare a febbraio del 2015 una velenosa letterina recante in calce la firma di Margrethe Vestager, ancora oggi commissario europeo per la Concorrenza. La mossa da parte del Fitd di mettere sul piatto la somma totale di 330 milioni di euro per tappare la voragine di Tercas, propedeutica alla ricapitalizzazione da parte della Banca popolare di Bari, non era piaciuta alla Commissione. Secondo Bruxelles, l'intervento a sostegno dell'istituto violava la disciplina degli aiuti di Stato, risultando pertanto lesivo della concorrenza. Cosa ancora più grave, Vestager e soci ipotizzavano che dietro al salvataggio ci fosse la regia statale. L'Italia aveva dunque deciso di opporsi alla decisione, presentando formale ricorso a marzo del 2016.
Nulla di più sbagliato. Accogliendo le obiezioni giuridiche sollevate dal nostro Paese, la Corte smonta punto per punto l'impianto accusatorio della Commissione. La prima ipotesi a cadere per mano dei giudici è quella dell'imputabilità dell'aiuto allo Stato. Il Tribunale osserva infatti che «in una situazione in cui l'intervento in favore di Tercas è stato concesso da un ente privato, ossia il Fitd, spettava alla Commissione disporre d'indizi sufficienti per affermare che tale intervento è stato adottato sotto l'influenza o il controllo effettivo delle autorità pubbliche e che, di conseguenza, esso era, in realtà, imputabile allo Stato». Giova ricordare che il Fondo infatti, pur svolgendo un'attività di pubblica utilità qual è la garanzia dei depositi bancari, si configura pur sempre come un'istituzione di natura privata. «Al contrario», aggiungono i giudici, nel fascicolo sono presenti «numerosi elementi che indicano che il Fitd ha agito in modo autonomo al momento dell'adozione dell'intervento a favore di Tercas». La Corte sottolinea, inoltre, il fatto che gli interventi messi in atto avessero una finalità diversa dalla tutela dei depositi, e perciò «non costituiscono l'esecuzione di un mandato pubblico». Smentito anche il «coinvolgimento delle autorità pubbliche italiane nell'adozione delle misure». L'autorizzazione di Banca d'Italia non costituisce infatti «indizio che consenta d'imputare la misura di cui trattasi allo Stato italiano», e la Commissione non è riuscita a «dimostrare che i fondi concessi a Tercas a titolo dell'intervento di sostegno del Fitd fossero controllati dalle autorità pubbliche italiane».
La storia racconta che il salvataggio ci fu comunque, grazie al «piano B» messo in atto grazie un escamotage ideato dallo stesso Fitd in accordo con il Mef e Banca d'Italia. Le somme deliberate a favore di Tercas furono restituite alle banche, che le fecero rifluire dal Fondo obbligatorio a un'associazione volontaria composta dagli istituti con un organo deliberante e dotazione patrimoniale propri. Ma ormai l'effetto domino era stato innescato e avrebbe portato, per usare le parole pronunciate durante un'audizione svoltasi nel dicembre 2017 in Commissione Banche da Salvatore Maccarone (presidente del Fitd), a una «distruzione di ricchezza pesante». L'atteggiamento della Commissione, spiega Maccarone, ebbe infatti «un'influenza nefasta sulla possibilità di intervenire nei confronti delle quattro banche (Banca Marche, Banca Etruria, Carife e Carichieti, ndr)». Strozzato dalla condanna di Bruxelles, infatti, il Fondo non era più in grado di aiutare i quattro istituti in difficoltà, lasciati affondare insieme a migliaia di risparmiatori truffati.
Verrebbe da chiedersi: e adesso chi paga? La sentenza in realtà prevede solo il rimborso delle spese legali, ma le conseguenze potrebbero essere molto pesanti. Su Twitter il presidente della commissione Finanze del Senato, Alberto Bagnai, ha definito «epocale» la sentenza di ieri e ha annunciato: «Chiederemo i danni». L'Associazione bancaria italiana esprime «grande soddisfazione», con il presidente Antonio Patuelli e il dg Giovanni Sabatini che ora chiedono alla Commissione di rimborsare «i risparmiatori e le banche concorrenti danneggiate dalle conseguenze delle sue non corrette decisioni che hanno imposto la risoluzione delle “quattro banche" e altri interventi più onerosi delle preventive iniziative» dal Fitd. Sulla stessa linea Lando Maria Sileoni, segretario generale Fabi: «Chiunque abbia subito danni deve essere rimborsato dalla Commissione».
Sulle nostre banche un delitto perfetto. L’Europa deve pagare
Quasi cinque anni di tempo per smontare un intervento a gamba tesa da parte dell'Ue. Il no al salvataggio di Tercas (2014) non era legittimo. Il sistema bancario italiano avrebbe preso una strada completamente diversa rispetto all'attuale. Non tanto per la banca e il buco che portava con sé (330 milioni di euro), o per gli effetti su Popolare di Bari e sull'impatto della gestione delle quattro banche popolari saltate nel 2015, ma per il fatto che quel niet è stato la leva che ha portato il nostro Paese ad approvare con ben tre anni di anticipo il bail in. La storia non si fa con i se. Ma alla politica tocca porsi interrogativi, e capire se quel cambio di passo rivoluzionario poteva essere intrapreso in altro modo.
All'inizio del 2016, all'indomani del crac di Etruria, Carife, Banca Marche e Carichieti, il sistema bancario italiano ha dovuto infatti sborsare 1,7 miliardi di euro per rimettere le quattro banche in pista dopo averle scorporate dalla parte sporca, la bad bank per la quale era già stato speso circa 1,8 miliardi. A ottobre del 2016, stando alle offerte presenti sul tavolo di Roberto Nicastro, presidente dei quattro istituti, non si andava oltre al miliardo complessivo per piazzarle tutte e quattro. Alla fine arrivò Ubi a prendere la baracca, pagando per tre istituti un euro soltanto. E portando la perdita del sistema al 100%. Di più, però, non avrebbe potuto pagare perché nel frattempo, in meno di un anno e mezzo, le banche sane, le good bank, avevano già prodotto sofferenze pari a 2,2 miliardi di euro. Rilevate dal fondo Atlante che finirà a sua volta travolto nel tentativo di salvare le due banche venete, Popolare di Vicenza e Veneto Banca. Quando Etruria, la banca in cui militò il padre dell'ex ministro Maria Elena Boschi, è saltata, l'operazione di scorporo e rilancio fu fatta in tutta furia, giustificando la necessità di vendere le good bank al più presto. La pratica affidata a Bankitalia generò un calcolo delle sofferenze di poco inferiore al 18%, scatenando la corsa dei fondi esteri al mercato degli incagli e dei cosiddetti Npl (non performing loans) italiani. La percentuale di svendita dettata da quella operazione ha creato il benchmark di riferimento per le altre banche. Dando il via a un'ondata di ribassi che ha creato in poche settimane perdite stimate in circa dieci miliardi di euro. E qui sta la seconda gamba dell'omicidio perfetto. Non solo la Commissione prende una decisione irreversibile sul piano del mercato, ma chi doveva vigilare e garantire gli investimenti degli italiani svaluta in un solo colpo il patrimonio immobiliare detenuto dagli istituti di credito e fa sapere a tutti gli investitori stranieri quanto poco valgano le sofferenze in pancia alle banche. L'operazione è così maldestra che lo scorso gennaio interviene pure la magistratura.
I commissari di Etruria, nominati da Bankitalia, vengono indagati dalla Procura di Arezzo per abuso d'ufficio. Un pacchetto di crediti del valore nominale di 301,7 milioni, venduto per 49,2 milioni. Non sappiamo dove andrà a finire questa inchiesta. Ma la mossa è stata come sollevare una bandiera bianca e dire che il nostro sistema bancario non era più in grado di stare in piedi. E ci sono infatti voluti mesi, il sacrificio del fondo Atlante e miliardi buttati dalla finanza cattolica per stabilizzare la caduta. A chi tiene a puntualizzare che le banche sarebbero saltate lo stesso vale la pena rispondere che sì è vero, ma c'è modo e modo per contenere il contagio. Un conto è tagliare l'arto, tutt'altro stare ad aspettare che il cadavere si dissangui. L'interrogativo da porsi è come la politica romana potrà usare la sentenza contro la Commissione. Non è un caso se da qualche settimana Bankitalia, Confindustria e tutto l'entourage che gravita tra Colle e Mef sollevino dubbi sull'applicazione del bail in. Significa che gli uomini della vigilanza italiana e le istituzioni vogliono rivedere il modello di unione bancaria prospettato da gente come il commissario alla Concorrenza Margrethe Vestager che si nasconde sempre dietro le barricate della burocrazia. E non è un caso che tutto ciò avvenga nel momento in cui la Germania è alle prese con la fusione fondamentale per la stabilità del proprio sistema bancario. Ci riferiamo a Deutsche Bank e Commerzbank. Se il ministro Giovanni Tria e il governatore Ignazio Visco si scagliano contro il bail in significa che qualcosa è cambiato davvero. Il ministero degli Esteri, guidato da Enzo Moavero Milanesi, in accordo con il Tesoro potrebbe addirittura spingersi a chiedere i danni materiali alla Commissione. Non ci sono precedenti, ma nessuno esclude a priori il tentativo. Servirebbe dal punto di vista politico a porre un tema grande come una casa. Dopo i silenzi dei precedenti governi, di Bankitalia e pure del Colle ora chi paga?
In 100.000 sul lastrico per niente
Riuscireste a dormire serenamente pur sapendo di aver influenzato il fallimento di quattro banche, mandato sul lastrico più di 100.000 risparmiatori per un equivalente di oltre 400 milioni di euro, aver procurato il suicidio di un pensionato e messo a rischio la terza economia dell'eurozona? Non abbiamo particolari dubbi sul fatto che Margrethe Vestager anche stanotte farà sogni d'oro, eppure la condanna a morte di Banca Marche, Etruria, Carife e Carichieti reca la sua firma. Per capire cosa c'entri il commissario danese con il tracollo dei quattro istituti italiani avvenuto a fine 2015 occorre fare un passo indietro.
Nel luglio del 2014, la Banca d'Italia autorizzava il Fondo interbancario di tutela dei depositi (Fitd) a intervenire a favore di Banca Tercas, attraverso un'iniezione di liquidità per complessivi 330 milioni (265 milioni per coprire il deficit, 35 milioni a garanzia del rischio di credito e 30 milioni per possibili perdite supplementari). Dal 2012 l'istituto si trovava in regime di amministrazione straordinaria e l'anno successivo il commissario aveva richiesto l'intervento del Fitd per sanare la situazione. La mossa del Fondo consentì di fatto alla Banca popolare di Bari di procedere con un aumento di capitale e perfezionare l'acquisizione di Tercas.
La Commissione europea, interpellata a settembre dal governo italiano, stabiliva a febbraio del 2015 che lo stanziamento violava la normativa degli aiuti di Stato. Nel corso di un'audizione in commissione Banche svoltasi nel 2017, Salvatore Maccarone (presidente del Fondo) raccontava la sopraggiunta necessità di mettere in piedi una «mostruosità giuridica» al fine di aggirare il problema. Tercas fu infatti costretta a restituire le somme ottenute, che furono nuovamente erogate a seguito della costituzione da parte delle banche di un nuovo soggetto volontario.
Per le quattro banche però era troppo tardi. Come spiegato dallo stesso Maccarone, nel periodo in cui si sviluppavano le vicende della Commissione «la situazione delle banche si era deteriorata in maniera non più sostenibile e quindi vi fu la risoluzione». All'epoca, dunque, il destino dei quattro istituti era già segnato. Cosa sarebbe successo se il governo avesse deciso di forzare l'intervento del Fitd a sostegno delle quattro banche anche in presenza di parere negativo della Commissione europea? Prima di tutto, osserva il Mef, «uno Stato membro non può dare esecuzione a misure di aiuto prima di una decisione positiva della Commissione europea». Inoltre, l'intervento del Fitd avrebbe necessitato dell'ok della Bce, il quale vista la presa di posizione della Commissione non sarebbe ovviamente mai arrivato. Secondo quanto si legge sul sito di Banca d'Italia, ciò «avrebbe potuto comportare l'imposizione del ripristino della situazione ex ante, cioè l'integrale restituzione delle somme fornite dal Fondo alle quattro banche, con la probabile attivazione, nel corso del 2016, del bail in». Come se non bastasse, spiega via Nazionale, il nuovo Fondo volontario «è dotato di una capacità di intervento di 300 milioni, all'incirca pari a quanto già trasferito dal Fitd a beneficio di Tercas», di conseguenza «per le quattro banche poi poste in risoluzione non è stato possibile al sistema bancario raccogliere al suo interno il necessario consenso a mettere insieme una somma molto maggiore».
Da tutto ciò si comprende come la decisione della Commissione di ostacolare l'azione del Fondo nel caso Tercas abbia di fatto impedito il salvataggio dei quattro istituti, mettendo a rischio la tenuta dell'intero sistema bancario.
I troppi silenzi di Mattarella e del Pd
Dall'alto dei disastri su Mps e le banche Venete l'ex ministro Pier Carlo Padoan per Carige incolpava il governo. Era solo lo scorso gennaio quando in una surreale intervista l'ex ministro spiegava che la banca genovese è finita nei guai per lo spread, salito a causa delle scelte del governo gialloblù.
Fa sorridere che un rappresentante del Pd si avventuri a discutere di banche e di crac bancari. Invece Padoan decide di rilasciare un'intervista a Repubblica per accusare l'attuale governo di «aver fatto salire i tassi di interesse» e quindi mettere in crisi gli istituti. Al giornalista che chiede conto di Mps e banca Etruria, l'ex candidato a Siena risponde: «Addebitare a quel governo e al Pd certe crisi bancarie è operazione di malafede e strumentalizzazione. Erano storie di mala gestio, addirittura con risvolti penali, e noi abbiamo fatto tutto quello che andava fatto per risolverle. Piuttosto, quelli che accusano il passato pensino a quello che sta accadendo». E il riferimento è a Genova.
In poche righe l'ex ministro infila una serie di strafalcioni politici e pure economici. Accusare i gialloblù della crisi di Carige è abbastanza ridicolo per il semplice fatto che il commissariamento dell'istituto è dovuto a motivi di governance (azionista di riferimento e management erano in lotta e l'impasse ha bloccato l'aumento di capitale) e a motivi di solidità patrimoniale come è stato per Mps, e per le due banche Venete. L'aumento di capitale di Mps, quello che i manager stavano portando a casa sul mercato, è saltato perché il governo è intervenuto a gamba tesa per sostenere la linea di Jp Morgan e il filone del Qatar, tanto amato da Matteo Renzi.
Da lì è crollato tutto, e lo Stato ha dovuto versare 8,8 miliardi di euro e diventare proprietario della banca rossa per eccellenza al 70%. Padoan ha pure voluto silurare l'ad dell'epoca, Fabrizio Viola, per portare a termine il salvataggio pubblico. Non sapremo mai quali siano i motivi esatti del licenziamento del manager, ma Padoan da lì in avanti si è candidato a diventare il peggior ministro dell'Economia tricolore. Perché se non bastasse ha gestito la risoluzione delle banche Venete in modo ancor peggiore. Ha mantenuto un profilo passivo ogni volta che c'era da fare un trattativa con la Ue. È rimasto in balia delle scelte della Vigilanza Ue permettendo che i due istituti veneti (finiti dei guai per colpa dei rispettivi amministratori) peggiorassero di giorno in giorno. Tutti sappiamo come è finita e chi ha pagato il conto degli interventi di risoluzione. Il governo Renzi e quello Gentiloni hanno tenuto un profilo silente. Hanno accettato ogni dettame senza metterlo in discussione e il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha alzato la voce a difesa dei risparmi degli italiani per la prima volta quando lo spread è impennato la scorsa estate. Eppure ha assistito a numerosi crac bancari. Nessuno mette in discussione le colpe di chi manovrava gli sportelli, le lacune degli amministratori e spesso le porcate che hanno generato buchi di bilancio, ma fra qualche anno l'unione bancaria europea sarà ricordata come un esperimento andato male. Con una serie di effetti collaterali , non solo a Cipro ma anche in Italia. E in tutto ciò abbiamo omesso la tragedia di Etruria per la quale Matteo Renzi fuori tempo massimo, e a buoi scappati, ha dichiarato guerra a Ignazio Visco, il numero uno di Bankitalia, reo (a dire dell'ex premier) di non aver fatto il possibile per tutelare politicamente il Pd evitando il crac dell'istituto aretino. Un mare di silenzi a cui la storia dovrà dare il nome che merita.
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La Corte annulla la decisione della Commissione che, nel 2015, bocciò l'intervento del fondo interbancario sull'istituto pugliese: «Erano soldi privati». Lo stop, però, influenzò le successive crisi. L'Abi: «Ora i danni».Oltre ai miliardi bruciati dal sistema, le sofferenze svalutate e il bail in anticipato. Ora Enzo Moavero Milanesi potrebbe rivolgersi a Jean-Claude Juncker.L'intervento dell'Europa legò le mani al Fitd, che non poté arginare i crac di Etruria, Carife, Banca Marche e Carichieti. Un risparmiatore che aveva perso tutto si suicidò.Le colpe degli amministratori, anche delle Venete, sono indiscutibili. Ma l'eccessiva acquiescenza del Colle e di Matteo Renzi e Paolo Gentiloni alla vigilanza Ue ha fatto danni in serie.Lo speciale contiene quattro articoliPiù che a una sentenza, quella pronunciata ieri dalla Corte di giustizia europea somiglia a un terremoto in grado di scuotere le fondamenta dei palazzi del potere di Bruxelles e, potenzialmente, riscrivere l'intero processo di risoluzione delle crisi bancarie a livello comunitario. Nel comunicato diffuso a margine della pronuncia, i togati spiegano con un linguaggio asciutto e perfettamente lineare che lo schema messo in atto nel 2014 tramite il Fondo interbancario dei depositi (Fitd) per il salvataggio di Banca Tercas in nessun modo rappresenta aiuto di Stato, come invece contestato dalla Commissione europea. La Corte era stata chiamata a decidere nel merito dopo che l'allora ministro degli Esteri del governo Renzi e futuro presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, si era visto recapitare a febbraio del 2015 una velenosa letterina recante in calce la firma di Margrethe Vestager, ancora oggi commissario europeo per la Concorrenza. La mossa da parte del Fitd di mettere sul piatto la somma totale di 330 milioni di euro per tappare la voragine di Tercas, propedeutica alla ricapitalizzazione da parte della Banca popolare di Bari, non era piaciuta alla Commissione. Secondo Bruxelles, l'intervento a sostegno dell'istituto violava la disciplina degli aiuti di Stato, risultando pertanto lesivo della concorrenza. Cosa ancora più grave, Vestager e soci ipotizzavano che dietro al salvataggio ci fosse la regia statale. L'Italia aveva dunque deciso di opporsi alla decisione, presentando formale ricorso a marzo del 2016. Nulla di più sbagliato. Accogliendo le obiezioni giuridiche sollevate dal nostro Paese, la Corte smonta punto per punto l'impianto accusatorio della Commissione. La prima ipotesi a cadere per mano dei giudici è quella dell'imputabilità dell'aiuto allo Stato. Il Tribunale osserva infatti che «in una situazione in cui l'intervento in favore di Tercas è stato concesso da un ente privato, ossia il Fitd, spettava alla Commissione disporre d'indizi sufficienti per affermare che tale intervento è stato adottato sotto l'influenza o il controllo effettivo delle autorità pubbliche e che, di conseguenza, esso era, in realtà, imputabile allo Stato». Giova ricordare che il Fondo infatti, pur svolgendo un'attività di pubblica utilità qual è la garanzia dei depositi bancari, si configura pur sempre come un'istituzione di natura privata. «Al contrario», aggiungono i giudici, nel fascicolo sono presenti «numerosi elementi che indicano che il Fitd ha agito in modo autonomo al momento dell'adozione dell'intervento a favore di Tercas». La Corte sottolinea, inoltre, il fatto che gli interventi messi in atto avessero una finalità diversa dalla tutela dei depositi, e perciò «non costituiscono l'esecuzione di un mandato pubblico». Smentito anche il «coinvolgimento delle autorità pubbliche italiane nell'adozione delle misure». L'autorizzazione di Banca d'Italia non costituisce infatti «indizio che consenta d'imputare la misura di cui trattasi allo Stato italiano», e la Commissione non è riuscita a «dimostrare che i fondi concessi a Tercas a titolo dell'intervento di sostegno del Fitd fossero controllati dalle autorità pubbliche italiane».La storia racconta che il salvataggio ci fu comunque, grazie al «piano B» messo in atto grazie un escamotage ideato dallo stesso Fitd in accordo con il Mef e Banca d'Italia. Le somme deliberate a favore di Tercas furono restituite alle banche, che le fecero rifluire dal Fondo obbligatorio a un'associazione volontaria composta dagli istituti con un organo deliberante e dotazione patrimoniale propri. Ma ormai l'effetto domino era stato innescato e avrebbe portato, per usare le parole pronunciate durante un'audizione svoltasi nel dicembre 2017 in Commissione Banche da Salvatore Maccarone (presidente del Fitd), a una «distruzione di ricchezza pesante». L'atteggiamento della Commissione, spiega Maccarone, ebbe infatti «un'influenza nefasta sulla possibilità di intervenire nei confronti delle quattro banche (Banca Marche, Banca Etruria, Carife e Carichieti, ndr)». Strozzato dalla condanna di Bruxelles, infatti, il Fondo non era più in grado di aiutare i quattro istituti in difficoltà, lasciati affondare insieme a migliaia di risparmiatori truffati.Verrebbe da chiedersi: e adesso chi paga? La sentenza in realtà prevede solo il rimborso delle spese legali, ma le conseguenze potrebbero essere molto pesanti. Su Twitter il presidente della commissione Finanze del Senato, Alberto Bagnai, ha definito «epocale» la sentenza di ieri e ha annunciato: «Chiederemo i danni». L'Associazione bancaria italiana esprime «grande soddisfazione», con il presidente Antonio Patuelli e il dg Giovanni Sabatini che ora chiedono alla Commissione di rimborsare «i risparmiatori e le banche concorrenti danneggiate dalle conseguenze delle sue non corrette decisioni che hanno imposto la risoluzione delle “quattro banche" e altri interventi più onerosi delle preventive iniziative» dal Fitd. 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Non tanto per la banca e il buco che portava con sé (330 milioni di euro), o per gli effetti su Popolare di Bari e sull'impatto della gestione delle quattro banche popolari saltate nel 2015, ma per il fatto che quel niet è stato la leva che ha portato il nostro Paese ad approvare con ben tre anni di anticipo il bail in. La storia non si fa con i se. Ma alla politica tocca porsi interrogativi, e capire se quel cambio di passo rivoluzionario poteva essere intrapreso in altro modo. All'inizio del 2016, all'indomani del crac di Etruria, Carife, Banca Marche e Carichieti, il sistema bancario italiano ha dovuto infatti sborsare 1,7 miliardi di euro per rimettere le quattro banche in pista dopo averle scorporate dalla parte sporca, la bad bank per la quale era già stato speso circa 1,8 miliardi. A ottobre del 2016, stando alle offerte presenti sul tavolo di Roberto Nicastro, presidente dei quattro istituti, non si andava oltre al miliardo complessivo per piazzarle tutte e quattro. Alla fine arrivò Ubi a prendere la baracca, pagando per tre istituti un euro soltanto. E portando la perdita del sistema al 100%. Di più, però, non avrebbe potuto pagare perché nel frattempo, in meno di un anno e mezzo, le banche sane, le good bank, avevano già prodotto sofferenze pari a 2,2 miliardi di euro. Rilevate dal fondo Atlante che finirà a sua volta travolto nel tentativo di salvare le due banche venete, Popolare di Vicenza e Veneto Banca. Quando Etruria, la banca in cui militò il padre dell'ex ministro Maria Elena Boschi, è saltata, l'operazione di scorporo e rilancio fu fatta in tutta furia, giustificando la necessità di vendere le good bank al più presto. La pratica affidata a Bankitalia generò un calcolo delle sofferenze di poco inferiore al 18%, scatenando la corsa dei fondi esteri al mercato degli incagli e dei cosiddetti Npl (non performing loans) italiani. La percentuale di svendita dettata da quella operazione ha creato il benchmark di riferimento per le altre banche. Dando il via a un'ondata di ribassi che ha creato in poche settimane perdite stimate in circa dieci miliardi di euro. E qui sta la seconda gamba dell'omicidio perfetto. Non solo la Commissione prende una decisione irreversibile sul piano del mercato, ma chi doveva vigilare e garantire gli investimenti degli italiani svaluta in un solo colpo il patrimonio immobiliare detenuto dagli istituti di credito e fa sapere a tutti gli investitori stranieri quanto poco valgano le sofferenze in pancia alle banche. L'operazione è così maldestra che lo scorso gennaio interviene pure la magistratura. I commissari di Etruria, nominati da Bankitalia, vengono indagati dalla Procura di Arezzo per abuso d'ufficio. Un pacchetto di crediti del valore nominale di 301,7 milioni, venduto per 49,2 milioni. Non sappiamo dove andrà a finire questa inchiesta. Ma la mossa è stata come sollevare una bandiera bianca e dire che il nostro sistema bancario non era più in grado di stare in piedi. E ci sono infatti voluti mesi, il sacrificio del fondo Atlante e miliardi buttati dalla finanza cattolica per stabilizzare la caduta. A chi tiene a puntualizzare che le banche sarebbero saltate lo stesso vale la pena rispondere che sì è vero, ma c'è modo e modo per contenere il contagio. Un conto è tagliare l'arto, tutt'altro stare ad aspettare che il cadavere si dissangui. L'interrogativo da porsi è come la politica romana potrà usare la sentenza contro la Commissione. Non è un caso se da qualche settimana Bankitalia, Confindustria e tutto l'entourage che gravita tra Colle e Mef sollevino dubbi sull'applicazione del bail in. Significa che gli uomini della vigilanza italiana e le istituzioni vogliono rivedere il modello di unione bancaria prospettato da gente come il commissario alla Concorrenza Margrethe Vestager che si nasconde sempre dietro le barricate della burocrazia. E non è un caso che tutto ciò avvenga nel momento in cui la Germania è alle prese con la fusione fondamentale per la stabilità del proprio sistema bancario. Ci riferiamo a Deutsche Bank e Commerzbank. Se il ministro Giovanni Tria e il governatore Ignazio Visco si scagliano contro il bail in significa che qualcosa è cambiato davvero. Il ministero degli Esteri, guidato da Enzo Moavero Milanesi, in accordo con il Tesoro potrebbe addirittura spingersi a chiedere i danni materiali alla Commissione. Non ci sono precedenti, ma nessuno esclude a priori il tentativo. Servirebbe dal punto di vista politico a porre un tema grande come una casa. 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Per capire cosa c'entri il commissario danese con il tracollo dei quattro istituti italiani avvenuto a fine 2015 occorre fare un passo indietro. Nel luglio del 2014, la Banca d'Italia autorizzava il Fondo interbancario di tutela dei depositi (Fitd) a intervenire a favore di Banca Tercas, attraverso un'iniezione di liquidità per complessivi 330 milioni (265 milioni per coprire il deficit, 35 milioni a garanzia del rischio di credito e 30 milioni per possibili perdite supplementari). Dal 2012 l'istituto si trovava in regime di amministrazione straordinaria e l'anno successivo il commissario aveva richiesto l'intervento del Fitd per sanare la situazione. La mossa del Fondo consentì di fatto alla Banca popolare di Bari di procedere con un aumento di capitale e perfezionare l'acquisizione di Tercas. La Commissione europea, interpellata a settembre dal governo italiano, stabiliva a febbraio del 2015 che lo stanziamento violava la normativa degli aiuti di Stato. Nel corso di un'audizione in commissione Banche svoltasi nel 2017, Salvatore Maccarone (presidente del Fondo) raccontava la sopraggiunta necessità di mettere in piedi una «mostruosità giuridica» al fine di aggirare il problema. Tercas fu infatti costretta a restituire le somme ottenute, che furono nuovamente erogate a seguito della costituzione da parte delle banche di un nuovo soggetto volontario. Per le quattro banche però era troppo tardi. Come spiegato dallo stesso Maccarone, nel periodo in cui si sviluppavano le vicende della Commissione «la situazione delle banche si era deteriorata in maniera non più sostenibile e quindi vi fu la risoluzione». All'epoca, dunque, il destino dei quattro istituti era già segnato. Cosa sarebbe successo se il governo avesse deciso di forzare l'intervento del Fitd a sostegno delle quattro banche anche in presenza di parere negativo della Commissione europea? Prima di tutto, osserva il Mef, «uno Stato membro non può dare esecuzione a misure di aiuto prima di una decisione positiva della Commissione europea». Inoltre, l'intervento del Fitd avrebbe necessitato dell'ok della Bce, il quale vista la presa di posizione della Commissione non sarebbe ovviamente mai arrivato. Secondo quanto si legge sul sito di Banca d'Italia, ciò «avrebbe potuto comportare l'imposizione del ripristino della situazione ex ante, cioè l'integrale restituzione delle somme fornite dal Fondo alle quattro banche, con la probabile attivazione, nel corso del 2016, del bail in». Come se non bastasse, spiega via Nazionale, il nuovo Fondo volontario «è dotato di una capacità di intervento di 300 milioni, all'incirca pari a quanto già trasferito dal Fitd a beneficio di Tercas», di conseguenza «per le quattro banche poi poste in risoluzione non è stato possibile al sistema bancario raccogliere al suo interno il necessario consenso a mettere insieme una somma molto maggiore». Da tutto ciò si comprende come la decisione della Commissione di ostacolare l'azione del Fondo nel caso Tercas abbia di fatto impedito il salvataggio dei quattro istituti, mettendo a rischio la tenuta dell'intero sistema bancario. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sberla-del-tribunale-ue-a-bruxelles-per-tercas-nessun-aiuto-di-stato-2632150808.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="i-troppi-silenzi-di-mattarella-e-del-pd" data-post-id="2632150808" data-published-at="1780025585" data-use-pagination="False"> I troppi silenzi di Mattarella e del Pd Dall'alto dei disastri su Mps e le banche Venete l'ex ministro Pier Carlo Padoan per Carige incolpava il governo. Era solo lo scorso gennaio quando in una surreale intervista l'ex ministro spiegava che la banca genovese è finita nei guai per lo spread, salito a causa delle scelte del governo gialloblù. Fa sorridere che un rappresentante del Pd si avventuri a discutere di banche e di crac bancari. Invece Padoan decide di rilasciare un'intervista a Repubblica per accusare l'attuale governo di «aver fatto salire i tassi di interesse» e quindi mettere in crisi gli istituti. Al giornalista che chiede conto di Mps e banca Etruria, l'ex candidato a Siena risponde: «Addebitare a quel governo e al Pd certe crisi bancarie è operazione di malafede e strumentalizzazione. Erano storie di mala gestio, addirittura con risvolti penali, e noi abbiamo fatto tutto quello che andava fatto per risolverle. Piuttosto, quelli che accusano il passato pensino a quello che sta accadendo». E il riferimento è a Genova. In poche righe l'ex ministro infila una serie di strafalcioni politici e pure economici. Accusare i gialloblù della crisi di Carige è abbastanza ridicolo per il semplice fatto che il commissariamento dell'istituto è dovuto a motivi di governance (azionista di riferimento e management erano in lotta e l'impasse ha bloccato l'aumento di capitale) e a motivi di solidità patrimoniale come è stato per Mps, e per le due banche Venete. L'aumento di capitale di Mps, quello che i manager stavano portando a casa sul mercato, è saltato perché il governo è intervenuto a gamba tesa per sostenere la linea di Jp Morgan e il filone del Qatar, tanto amato da Matteo Renzi. Da lì è crollato tutto, e lo Stato ha dovuto versare 8,8 miliardi di euro e diventare proprietario della banca rossa per eccellenza al 70%. Padoan ha pure voluto silurare l'ad dell'epoca, Fabrizio Viola, per portare a termine il salvataggio pubblico. Non sapremo mai quali siano i motivi esatti del licenziamento del manager, ma Padoan da lì in avanti si è candidato a diventare il peggior ministro dell'Economia tricolore. Perché se non bastasse ha gestito la risoluzione delle banche Venete in modo ancor peggiore. Ha mantenuto un profilo passivo ogni volta che c'era da fare un trattativa con la Ue. È rimasto in balia delle scelte della Vigilanza Ue permettendo che i due istituti veneti (finiti dei guai per colpa dei rispettivi amministratori) peggiorassero di giorno in giorno. Tutti sappiamo come è finita e chi ha pagato il conto degli interventi di risoluzione. Il governo Renzi e quello Gentiloni hanno tenuto un profilo silente. Hanno accettato ogni dettame senza metterlo in discussione e il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha alzato la voce a difesa dei risparmi degli italiani per la prima volta quando lo spread è impennato la scorsa estate. Eppure ha assistito a numerosi crac bancari. Nessuno mette in discussione le colpe di chi manovrava gli sportelli, le lacune degli amministratori e spesso le porcate che hanno generato buchi di bilancio, ma fra qualche anno l'unione bancaria europea sarà ricordata come un esperimento andato male. Con una serie di effetti collaterali , non solo a Cipro ma anche in Italia. E in tutto ciò abbiamo omesso la tragedia di Etruria per la quale Matteo Renzi fuori tempo massimo, e a buoi scappati, ha dichiarato guerra a Ignazio Visco, il numero uno di Bankitalia, reo (a dire dell'ex premier) di non aver fatto il possibile per tutelare politicamente il Pd evitando il crac dell'istituto aretino. Un mare di silenzi a cui la storia dovrà dare il nome che merita.
@Alpine Cars
Anche per questo, il rapporto d’affari tra Gucci e la scuderia francese Alpine-Renault, reso noto ieri, non dovrebbe stupire. Il demiurgo dell’intesa attiva dalla stagione 2027, il manager milanese di origini pugliesi Luca De Meo, a capo del gruppo Kering che include Gucci, ha un passato fruttuoso da dirigente nel mondo delle automobili (è stato ceo di Alpine) e ha studiato l’ingresso del marchio di moda nella Formula 1 non lesinando sui dettagli.
Gucci, di Alpine, diventa «title partner»: non soltanto uno sponsor, ma parte attiva della scuderia nata nel 1955, il cui nome diventerà Gucci Racing Alpine Formula One Team. Cambieranno pure i colori delle monoposto. Invece della combinazione di rosa e blu, è stato scelto un mix nero-oro per far risaltare l’emblematica «G» a corredo delle livree dei piloti e di un insieme di prodotti pensati ad hoc. Se per Francesca Bellettini, presidente e amministratore delegato di Gucci, l’accordo sarebbe «un riflesso della nostra ambizione e del ruolo che vogliamo, una convergenza unica di performance, cultura e portata globale, e Alpine è il partner giusto per dare vita a questa visione», è impossibile non pensare pure all’ingresso di Lmvh (nella fattispecie Louis Vuitton) come sponsor ufficiale del Mondiale in corso. Lo scopo di Liberty media, a capo della gestione commerciale del circus dei motori, era ben chiaro fin dai tempi in cui raccontò il mondo delle monoposto, dei box e dei piloti promuovendo la docuserie Netflix Drive to survive, che forgiò un immaginario accessibile a milioni di spettatori, tutti utenti di Instagram e TikTok, e ovviamente tutti consumatori spendenti: trasformare le corse in un red carpet costante.
Tra i fan potenziali, è lievitata la componente femminile sotto i 35 anni, per statistica tra le più stimolate agli acquisti nella moda. Quasi a dire: maschi sui motori, donne su ciò che li abbellisce, o magari viceversa. Non scordando un aspetto essenziale, la fascinazione degli sceicchi arabi per il mondo delle gare, indizio di per sé gravido di sottintesi danarosi. Già dai tempi di Benetton - il cui team manager era Flavio Briatore, oggi consigliere esecutivo di Alpine - si puntò su analoghe convergenze. Canonizzate poi dal ferrarista Lewis Hamilton, pilota leggendario, icona dandy, presunto fidanzato dell’influencer Kim Kardashian, appassionato di alta moda al punto da diventare volto della campagna Pink PP per Valentino DI.Vas e co-produttore di F1 - Il film, con Brad Pitt. Luca De Meo rimarca il bacino gargantuesco a cui Gucci vorrebbe mirare: nel 2024 la Formula 1 avrebbe registrato 6,5 milioni di spettatori presenti ai Gran Premi, 1,6 miliardi di spettatori televisivi cumulati e 97 milioni di seguaci sui social media, a cui è bene aggiungere l’analisi dell’agenzia Karla Otto e della piattaforma Lefty, secondo cui sarebbe il secondo sport da tenere in considerazione per contributo all’Earned media value (Emv) del settore moda. L’Emv è la metrica che stima il valore della visibilità ottenuta gratis, senza investimenti. Una pesca a strascico con reti dorate. Forse è il destino di tutti gli sport popolari, e però inarrivabili: affiancare alla componente agonistica la sensazione dell’evento glamour, all’etica, l’estetica, insomma il caravanserraglio diveniente del presente permanente.
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Ma la finanza, si sa, ha bisogno di battezzare continuamente nuove tendenze. Così, dai Faang siamo passati ai «Magnifici 7» (Alphabet, Amazon, Apple, Meta, Microsoft, Nvidia e Tesla), fino all’ultimo arrivato dei circoli finanziari: i Batmmaan. In questa nuova sigla, il mantello del supereroe è indossato da Broadcom, unendosi ai soliti noti (Apple, Tesla, Microsoft, Meta, Amazon, Alphabet e Nvidia) per cavalcare l’onda dei chip e dell’Intelligenza artificiale. Tuttavia, dietro questa girandola di lettere si nasconde un’insidia che il risparmiatore non dovrebbe mai sottovalutare. «Bisogna prendere sempre con le pinze l’approccio basato su ricette facili e acronimi da replicare», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «perché ogni epoca ha i suoi campioni, ma la gloria è spesso effimera. Molte società cadono in disgrazia o escono dai favori degli investitori non appena i temi sottostanti cambiano. Investire scegliendo “sic et simpliciter”, i migliori titoli del passato, è una trappola: investire non è come giocare la schedina sapendo i risultati il lunedì successivo».
Nel maggio 2026, la compattezza di questi gruppi sta venendo meno. Se la capitalizzazione complessiva dei Magnifici 7 ha raggiunto la cifra astronomica di 20.000 miliardi di euro, le performance iniziano a divaricarsi. Mentre Alphabet segna un +117% annuo, titoli come Microsoft (-10,18%) e Meta (-6,9%) mostrano in alcuni casi segnali di stanchezza.
«Il problema è che il mercato seleziona i nomi quando sono già sulla bocca di tutti», osserva l’analista e consulente finanziario indipendente, «ma oggi i criteri devono essere più sofisticati. La capacità di trasformare l’IA in flussi di cassa reali è l’unico driver che conta davvero, e non tutti i componenti di questi acronimi ci stanno riuscendo allo stesso modo». E un portafoglio di investimenti deve essere diversificato e profilato per ciascun investitore in base alla sua propensione al rischio e alla capacità di sostenere perdite che, riguardo i titoli «tech», possono arrivare anche a un’escursione avversa del -70%. Ha certo senso avere in portafoglio diversi di questi titoli, ma è bene conoscere le regole del «gioco» e non proiettare mai i rendimenti passati nel futuro.
Peraltro, secondo alcuni analisti il dominio tecnologico Usa non è più un dogma. L’ascesa di realtà cinesi come DeepSeek nel campo dell’IA ha dimostrato che la supremazia dei semiconduttori americani è attaccabile, provocando ondate di volatilità che colpiscono i portafogli troppo concentrati.
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Giacomo Biffi (Imagoeconomica)
C’è stato l’11 settembre, siamo in pieno scontro di civiltà e la minaccia della jihad si espande sull’Occidente. L’immigrazione, soprattutto da Sud a Nord, sta diventando ingestibile. In America c’è George W. Bush, in Cina Hu Jintao, in Russia comanda già Vladimir Putin. Nel 2001, dopo la strage delle Torri gemelle, la Nato invade l’Afghanistan nel tentativo di smantellare Al Qaeda di Osama Bin Laden. Nel 2003 inizia la seconda Guerra del golfo. E Giacomo Biffi, cardinale e arcivescovo di Bologna dal 1984, pubblica con Piemme questo Piccolo dizionario del cristianesimo. Quando si vivono momenti di crisi si è soliti cercare conforto nei grandi classici. Ma nella fattispecie non vale perché alla sua prima edizione questo testo prezioso ebbe un’accoglienza tiepida. Ora, grazie a Cantagalli che meritoriamente lo riedita con una nuova veste grafica e la cura della carmelitana scalza Emanuela Ghini, che nelle 80 voci, da Aborto a Vuotezza, ha inserito sottotitoli che ne aiutano la lettura, un saggio dimenticato svela tutta la sua forza e attualità.
In ordine alfabetico, la prima voce è «Aborto». Scrive Biffi, citando un ministro che per promuovere un provvedimento ha detto che non è «un’istigazione al matrimonio», «riteniamo iniqua la legge 194 - ipocritamente intitolata “per la tutela della maternità” - che autorizza e addirittura finanzia la soppressione delle creature umane prima della nascita. Questa sì che è una “istigazione”: è una istigazione a commettere quello che il Concilio Vaticano II chiama l’“abominevole delitto dell’aborto”».
Trattandosi, però, di un dizionario del cristianesimo è da questa voce che conviene iniziare. Biffi muove dalla consapevolezza di quale tesoro contenga la fede e, geloso delle sue peculiarità fuori da ogni catalogo, ne canta la potenza e la carica eversiva rispetto alla «mentalità di questo secolo» (San Paolo). Non piega il cristianesimo a pretesto per militanze politiche, a spunto per posizioni che non abbiano a cuore il destino ultimo dell’uomo e la preoccupazione esclusiva per il suo bene. È «inconfrontabile» con le altre religioni «perché nella sua realtà più autentica è una persona, la persona di Cristo, il Verbo che si è fatto carne e venne ad abitare in mezzo a noi». Si può anche dire «che tutte le religioni hanno del buono […] purché non si dimentichi che […] il cristianesimo è un fatto, e i fatti non si scelgono, “sono”. Include ovviamente delle idee circa la divinità, delle norme etiche, dei riti, come tutte le religioni; ma primariamente è un avvenimento, e come tale è unico e imparagonabile».
In alcuni passaggi si avverte l’eco della predicazione di monsignor Luigi Giussani, con il quale Biffi ha condiviso la formazione nel seminario di Venegono. Fede e ragione sono sorelle. La ragione cerca la fede. Si apre all’avvento della fede, la contempla come possibilità reale. Invece, a un certo punto si è cominciato a dire «che sono suocera e nuora», incompatibili. E l’uomo, pensando di diventare padrone autosufficiente, in realtà, si è perso. Ha cancellato Dio Padre. Ha cominciato a teorizzarne la morte. Trasformando il mondo in un gigantesco e «malinconico orfanotrofio», abitato da gente che ha come prospettiva quella di essere «figlia del caso». «Anche oggi», continua l’arcivescovo, «la questione prima e più decisiva per l’umanità è riscoprire la paternità di Dio». Non c’è scampo, scrive Biffi osservando la presa nell’opinione pubblica dei vari socialismi e solidarismi: «Se vogliamo vivere da fratelli e salvarci, dobbiamo ripartire dal Padre». Ma per far questo occorre rispondere all’imperativo che ci pone Cristo. O è il Figlio di Dio fatto uomo, e allora non resta che seguirlo, o è un impostore. Nessuno, «per quanto faccia l’indifferente o il disinteressato», può sfuggire a questo interrogativo. «Non è possibile rimanere neutrali [...], Gesù non è uno che mette d’accordo tutti… Non è un ansiolitico, è una sfida». Per aiutarci a raccoglierla il Padreterno ci ha lasciato la Chiesa, il «capolavoro compiuto da Dio con i deludenti materiali umani». Ecco l’ironia di Biffi. La sua lezione di umiltà, l’invito a non tirarcela, a non attribuirci troppi meriti, ma a riconoscere la benevolenza divina.
Il cardinale si rivolge allora alla Chiesa, esortandola a prendere il largo se vuole che «la pesca di uomini non riesca infruttuosa. Una Chiesa assimilata a quella che san Paolo chiama “la mentalità di questo secolo” non converte nessuno». «Non dare ascolto a chi, nell’intento di avvicinarti alle realtà della terra, in definitiva ti conduce a insabbiarti. Se ti insabbi diventi superflua, anzi inutile nella vicenda umana, perché sei fatta per navigare». In altre parti usa la metafora del sale «dolcificato». È l’urgenza dell’identità. «Nessun doveroso rispetto di chi ha opinioni diverse dalle nostre deve portarci a poco a poco allo stemperamento della fedeltà a colui che è il solo Maestro». Sbagliano i cattolici che, desiderosi di essere accolti, si assimilano alle ideologie prevalenti. Il sale, «che ha un sapore pungente», dolcificato non serve se non a essere gettato.
Oltre ai cristiani tiepidi, bersaglio dell’autore di Contro maestro Ciliegia (Jaca Book, 1977) è l’enfasi del progresso. Il mondo contemporaneo vive un’«angoscia» causata all’uomo «dalle sue stesse bravure». Il Novecento «era iniziato con una immensa speranza che il mito del progresso, i trionfi della scienza, l’affermazione della libertà individuale e della socialità […] garantissero un’epoca illimitata di pace e di serena fraternità tra i popoli». Ma invece è diventato il «secolo più insanguinato e più crudele della storia». Le guerre sono sempre state orrende ma, «prima che un culto enfatizzato e irrazionale della ragione spegnesse il senso cristiano dei nostri popoli», riguardavano i soldati di mestiere. Oggi «“le guerre totali” - dove non vengono risparmiati né le donne né i bambini né gli anziani - sono un apporto del così detto progresso. Davvero c’è da augurarsi che l’umanità non “progredisca” più in modo così perverso e insipiente».
Questo mito alimenta il proliferare di «troppe cattedre senza autorevolezza» protese più all’apparire che all’essere. «La “scena di questo mondo” sembra essere ciò che più di tutto viene ricercato e apprezzato», osserva Biffi. «L’immagine di un uomo, che occupi frequentemente gli schermi televisivi, diventa più importante dell’originalità dei suoi pensieri, della saggezza delle sue parole, della qualità morale del suo comportamento […]. Il messaggio è buono a misura non della positività del suo contenuto, ma del suo successo e dell’ampiezza della sua risonanza». E pazienza se genera «confusione» promuovendo relativismo e scetticismo. Più che mai affilato lo sguardo con cui il cardinale descrive la società contemporanea, priva di speranza. «Il nostro tempo ha saputo dare all’uomo tanti ritrovati mirabili: per esempio, la velocità negli spostamenti, la diffusione domiciliare delle notizie, i prodigi dell’informatica, nuove sorgenti di suoni e di frastuoni, nuove inesauste fabbriche di chimere e di sogni», comprese, potremmo aggiungere oggi, le mirabilie dell’Intelligenza artificiale. «La sola cosa che non ha saputo dare all’uomo è proprio la speranza, la quale anzi è andata nel mondo sempre più affievolendosi».
Gesù è venuto per salvare i peccatori. Questo è il contenuto dell’«evangelizzazione». Poi certo, i cristiani esorteranno alla solidarietà e si preoccuperanno della giustizia, ma senza dimenticare che lo scopo della missione in terra di Cristo è «la salvezza integrale e trascendente degli sventurati figli di Adamo». Non bastano, dunque, un solidarismo sentimentale o un amore delegato alle istituzioni. «Il Samaritano non è andato a interessare l’Unità sanitaria locale, si è piegato lui sul ferito». Perciò, «non è più possibile amare Dio senza amare il fratello; e non è più possibile amare il fratello senza amare Dio». Quando la testimonianza dei battezzati sbiadisce, «compaiono manifestazioni di razzismo e di sopraffazione di un gruppo sull’altro», ma non di rado, osserva Biffi, ci si imbatte in «qualche forma di razzismo culturale e ideologico, in cui capita che particolarmente si distinguano proprio coloro che a gran voce si conclamano antirazzisti».
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Il Crystal Palace festeggia la Conference League dopo la vittoria per 1-0 in finale contro il Rayo Vallecano (Ansa)
Gli inglesi battono 1-0 il Rayo Vallecano nella finale di Lipsia e conquistano il primo trofeo europeo della loro storia. Decide Mateta nella ripresa. Terzo titolo in un anno per la squadra di Glasner dopo FA Cup e Community Shield.
La chiusura del cerchio perfetto nel calcio esiste. Chiedere al Crystal Palace, uno dei 17 club professionistici di Londra e uno dei 7 che militano in Premier League, da questa notte sul tetto d’Europa, per la prima volta nella sua storia lunga 121 anni.
Le Eagles, alla loro prima partecipazione in una competizione europea, hanno fatto subito centro battendo nella finale di Lipsia il Rayo Vallecano e aggiungendo in bacheca la Conference League. Una bacheca fino a poco meno di un anno fa praticamente vuota e che sotto la gestione di Oliver Glasner, tecnico austriaco classe 1974 che in Europa aveva già trionfato vincendo nel 2021 l’Europa League alla guida dell’Eintracht Francoforte, ha improvvisamente iniziato a riempirsi. Il 17 maggio 2025 la vittoria in FA Cup, battendo in finale il Manchester City di Pep Guardiola. Qualche mese più tardi, il 10 agosto, il successo ai rigori contro il Liverpool nel Community Shield. E ora la consacrazione europea. Tre trofei nel giro di 12 mesi a chiusura di un cerchio, appunto, dove nulla è stato scontato, anzi. La stagione del Palace aveva tutti i presupposti per non essere all’altezza della precedente, con le cessioni eccellenti di Eze all’Arsenal e Guehi al City che ne hanno compromesso l’andamento in campionato, tanto da chiudere la Premier con un modestissimo 15° posto. Motivo per cui, a un certo punto della stagione, Glasner ha deciso di puntare tutto sulla Conference. La vittoria in coppa dà al club del Sud di Londra in un colpo solo lustro internazionale e la qualificazione alla prossima Europa League. Competizione che di fatto aveva già conquistato il diritto a parteciparvi lo scorso anno grazie alla vittoria della FA Cup, ma dalla quale è stata esclusa per la concomitante presenza dell’Olympique Lione, club francese con cui il Palace condivide il proprietario, John Textor.
Dall’altra parte, però, il Rayo Vallecano esce sconfitto ma non ridimensionato. Per il club di Vallecas, quartiere popolare e storicamente operaio della periferia madrilena, quella di Lipsia era la prima finale europea della propria storia. Un traguardo che conferma la crescita di una squadra diventata negli anni simbolo identitario del suo quartiere e riferimento per una tifoseria che ha sempre rivendicato un’idea diversa di calcio, lontana dalle logiche dei grandi club della capitale. Il ko contro il Palace non cancella il percorso europeo del Rayo, capace di eliminare Samsunspor, Aek Atene e Strasburgo dopo avere chiuso al quinto posto la fase campionato. E forse il senso della serata lo hanno raccontato proprio i tifosi spagnoli al triplice fischio, quando nel settore occupato dai sostenitori biancorossi è comparso uno striscione con scritto: «No conocí mayor victoria, que contigo en una derrota» («Non ho conosciuto vittoria più grande di quella ottenuta con te nella sconfitta»).
In campo, del resto, la finale è stata a lungo bloccata, quasi condizionata dal peso della posta in palio e dall’inesperienza europea di entrambe. Il Crystal Palace ha provato subito a prendere in mano il possesso, affidandosi soprattutto alle accelerazioni di Sarr e Pino sugli esterni, mentre il Rayo ha scelto un atteggiamento più prudente, compatto e attento a non concedere spazi. Il risultato è stato un primo tempo con poche occasioni e ritmi bassi. Gli spagnoli si sono fatti vedere per primi al 25’, quando Alemao ha girato fuori da buona posizione un cross di Chavarria, mentre poco prima dell’intervallo Unai Lopez ha mancato lo specchio con un destro dal limite. La chance più grande dei primi 45 minuti, però, l’ha costruita il Palace nel recupero: Wharton ha pescato Mitchell con un pallone morbido dalla trequarti, ma il colpo di testa in tuffo dell’esterno inglese è terminato di pochissimo a lato. La partita è cambiata all’inizio della ripresa. Al 50’ Wharton - eletto a fine gara «man of the match» - ha trovato spazio centralmente e ha calciato dal limite costringendo Batalla a una respinta corta: sul pallone si è avventato Mateta, il più rapido di tutti a ribadire in rete il gol dell’1-0. Una rete pesantissima per il centravanti francese, vicino a lasciare Londra già nel mercato di gennaio e decisivo invece nella notte più importante della storia del club. Il vantaggio ha acceso improvvisamente la finale. Cinque minuti dopo il Palace è andato a centimetri dal raddoppio in una delle azioni più incredibili della partita: punizione di Pino sul doppio palo, pallone che torna in mezzo e nuovo legno colpito involontariamente da Valentin nel tentativo di anticipare Mateta. Il Rayo ha accusato il colpo e per alcuni minuti ha rischiato di crollare, salvato ancora da Batalla su Mateta e da una difesa che, pur soffrendo, è riuscita a restare dentro la partita fino alla fine.
Nel finale la squadra di Perez ha provato ad alzare il baricentro senza però creare vere occasioni pulite. L’ultima possibilità è capitata ancora sui piedi di Alemao al 95’, ma il destro al volo dal limite è terminato fuori. Poco dopo è arrivato il triplice fischio di Mariani - unica nota italiana nella serata di Lipsia - e la festa del Palace, accompagnata dagli oltre 39.000 spettatori della Red Bull Arena.
Con questo successo il Crystal Palace diventa la terza squadra inglese - e la terza londinese - a vincere la Conference League dopo West Ham e Chelsea. Un altro segnale della supremazia recente del calcio inglese nelle competizioni Uefa. E adesso l’Inghilterra sogna addirittura il pieno europeo: dopo il trionfo dell’Aston Villa in Europa League e quello del Palace in Conference, sabato a Budapest toccherà all’Arsenal nella finale di Champions League contro il Paris Saint-Germain. Un possibile treble continentale che confermerebbe ulteriormente il dominio della Premier sul calcio europeo.
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