True
2021-02-15
Sanremo riapre. Cinema e teatri no
Ansa
Nessuno azzarda previsioni, le campagne abbonamenti sono sospese e non ci sono ancora i listini. Il 2021 è cominciato al buio per lo spettacolo. Si discute di riaprire a tempo pieno ristoranti, bar, palestre e piscine, ma su cinema e teatri nemmeno una parola. Fa eccezione il teatro Ariston di Sanremo, per il festival anche se senza pubblico. Gli operatori del settore guardano con speranza a marzo, ma, ammesso che ci sia uno spiraglio, potrebbe essere una riapertura monca. Le sale continuerebbero a ospitare la metà del pubblico e resta l'incognita di come reagiranno gli spettatori a pellicole che arrivano in piena primavera. I mesi estivi non sono il massimo per gli spettacoli al chiuso: con la bella stagione le persone preferiscono lasciare le città, a maggior ragione appena si allenteranno le restrizioni imposte dalla pandemia.
Cinema e teatri faticheranno a riprendersi il pubblico. La riapertura quindi andrebbe a coincidere con il periodo dell'anno peggiore per la programmazione teatrale e cinematografica. La nuova pellicola di Tom Cruise Top Gun Maverick è attesa per fine luglio ma quali cinema la proietteranno? A questo si aggiunge che durante questo anno di chiusure più o meno continuative, i colossi dello streaming hanno pescato a mani basse tra gli amanti del cinema, intensificando l'offerta. In sala è un'altra esperienza, ma l'abitudine di vedere un film dal divano di casa si consolida. E a farne le spese non solo soltanto i grandi circuiti distributivi, le produzioni e le sale teatrali, ma anche le mille iniziative di provincia, dalle compagnie dialettali ai cineforum ai teatri parrocchiali. Realtà molto care alla tradizione culturale italiana e alle abitudini di tante persone, che rischiano di scomparire dall'avanzare delle piattaforme online.
La gestione della programmazione è un problema soprattutto per il cinema. Alcune opere attendono di uscire dallo scorso anno e l'esordio in estate è un azzardo. Ma neppure vorranno sovrapporsi al Festival di Cannes, spostato a luglio. C'è il rischio di un effetto imbuto in autunno, con tante proposte che potrebbero accavallarsi in sale piene solo a metà per il distanziamento. Settembre, poi, è il mese del Festival di Venezia con altri film in arrivo. C'è l'incognita delle produzioni delle major americane. I set negli Usa sono stati bloccati e molte uscite rinviate al prossimo autunno. Perciò l'Italia dovrà rinunciare per metà anno ai grandi titoli americani. La prima pellicola Usa girata durante la pandemia è uscita su Netflix, Malcom & Marie. La Warner ha annunciato che tutto il listino 2021 andrà sia nelle sale sia sulla sua piattaforma Hbo Max. In Italia attendono il film di Carlo Verdone Si vive una volta sola che doveva arrivare nel 2020, Tre piani di Nanni Moretti che sarà presentato a Cannes, Diabolik, Freaks Out di Gabriele Mainetti e Supereroi di Paolo Genovese.
Sono molte le produzioni che si vedranno in contemporanea in sala e in streaming, come Wonder Woman atteso in Italia a ottobre e rimandato a gennaio: negli Usa è uscito di recente in sala e su Hbo Max. Black Widow previsto ad aprile 2020, negli States arriverà il prossimo maggio ma in Italia non si sa; non è noto neppure se lo vedremo al cinema o su Disney+. Il nuovo lavoro di Paolo Sorrentino È stata la mano di Dio sarà su Netflix mentre Dune di David Lynch rimandato a ottobre 2021 avrà negli Usa una distribuzione doppia.
Il cinema è uscito dal 2020 con le ossa rotte. Gli incassi sono crollati del 71,30% rispetto all'anno precedente a seguito di un calo degli spettatori del 71,18%. Le sale sono rimaste chiuse, nel 2020, per più di cinque mesi, dall'8 marzo al 14 giugno e poi dal 25 ottobre. In alcune Regioni lo stop è iniziato dal 24 febbraio. Prima, invece, gli incassi volavano con un +20% rispetto al 2019, +7% circa sul 2018 e oltre il 3% rispetto al 2017. E il 2019 aveva registrato il quinto miglior risultato dal 1995 in termini di box office. L'Italia all'inizio del 2020 aveva registrato una crescita superiore agli altri Paesi europei competitor. Al 29 febbraio il mercato francese perdeva il 20,2% rispetto al 2019 mentre Spagna e Germania crescevano entrambi per circa il 6%.
Disastro anche per gli altri comparti dello spettacolo. Il teatro ha registrato una perdita di incassi del 72%: da 197,2 milioni del 2019 a 55,2 milioni del 2020. Per la lirica ci sono state perdite al botteghino del 74% mentre per i concerti classici del 76%. L'Anfols, l'Associazione che riunisce 12 fondazioni liriche, ha stimato mancati ricavi nel 2021 per oltre 60 milioni. È proprio il futuro a destare le maggiori preoccupazioni. Nessuna fondazione è nelle condizioni di presentare un bilancio di previsione per l'anno in corso né di annunciare la stagione e tantomeno di avviare la campagna abbonamenti.
I teatri di prosa e lirici, in attesa della ripresa delle attività, hanno cercato di mantenere vivo il rapporto con il pubblico portando gli spettacoli sulle piattaforme streaming e sostenendosi con i contributi dello Stato. Anche l'apertura della nuova stagione della Scala di Milano si è svolta con un grandioso evento in streaming.
Per arte, spettacolo e turismo il ministero dei Beni culturali ha stanziato nel 2020 11 miliardi che comprendono il potenziamento del tax credit, i ristori a fondo perduto e i contributi per l'Imu oltre alla cassa integrazione e agli aiuti ai lavoratori costretti all'inattività. Ora però i tempi si stanno allungando troppo. Alessandro Gassman ha rivolto un appello a Mario Draghi per «verificare con urgenza, con il Comitato tecnico scientifico, se un'eventuale riapertura sia possibile con pochi rischi». Anche l'assessore al Welfare della Regione Lombardia, Letizia Moratti, ha chiesto al governo di fare presto, perché è in gioco «la vitalità della cultura nelle città». Alcuni teatri a Milano hanno lanciato l'iniziativa a fine anno scorso di regalare una card per alcuni spettacoli della nuova stagione, validi in alcuni casi fino al 2022. Un segno di ottimismo in attesa che passi la nottata.
«Siamo pronti con tanti nuovi film ma devono avvisarci un mese prima»

Giampaolo Letta (Ansa)
«Si parla di riaprire palestre e piscine e poco di cinema. Ma per produttori e distributori è fondamentale conoscere la data di ripresa dell'attività con un anticipo di almeno un mese. Per riattivare la macchina del cinema ci vuole tempo. Per programmare le uscite, la promozione e la pubblicità occorrono dalle 4 alle 6 settimane». Giampaolo Letta, produttore cinematografico vicepresidente e amministratore delegato di Medusa Film, va dritto al nocciolo del problema. «Aprire le sale non è come sollevare la saracinesca di un negozio, di un bar o di una palestra. Mi auguro che si considerino le diverse specificità. Abbiamo di fronte diversi problemi legati alla sovrapposizione di uscite rimaste ferme, di altre in arrivo e di quelle legate ai festival di Cannes e di Venezia. Tutto questo necessita di una programmazione, non ci possono dire: si riapre tra un giorno o tra una settimana».
Ma il cinema è pronto a ripartire dopo un così lungo periodo di stop?
«Sì, siamo pronti, a cominciare dai sistemi di sicurezza. Anzi rispetto ai primi mesi di pandemia, le persone sono abituate alle mascherine e al distanziamento, queste precauzioni sono diventate parte della nostra vita. Quindi nessuno troverà strano vedere un film attenendosi ai protocolli sanitari. Siamo pronti anche con le pellicole. Tanti film attendono da mesi di uscire e non hanno scelto i canali streaming proprio per dare l'esclusiva alle sale. Poi ci sono le nuove produzioni e quelle che saranno presentate a Cannes. L'offerta è ricca».
Non c'è il rischio che l'avvio in primavera, in una stagione tradizionalmente fiacca per le presenze di pubblico, si trasformi in una falsa partenza?
«Per questo è necessario programmare in anticipo. Dobbiamo evitare l'intasamento di offerta, tra pellicole in attesa da mesi e altre di nuova produzione, in un periodo tradizionalmente di scarsa affluenza di pubblico in Italia».
Lo spostamento di Cannes da maggio a luglio aiuta, o no? Come si possono far uscire film ad agosto con la gente in vacanza?
«È vero, sarà un problema da affrontare. Bisogna vedere se Cannes consentirà una deroga alle uscite anticipandole, ma mi sembra difficile. Le opere presentate al Festival saranno programmate a settembre».
Ma a settembre c'è il Festival di Venezia: non c'è il pericolo di un effetto imbuto, con tante uscite in poco tempo e con le sale piene a metà per i protocolli di distanziamento?
«Appena ci sarà comunicata la data di riapertura, bisognerà definire la programmazione delle uscite in modo da non creare sovrapposizioni. Va evitato che le pellicole di Cannes si accavallino con quelle di Venezia e che si cannibalizzino tra di loro. Per ogni film va trovata la finestra giusta in modo da realizzare il massimo del botteghino, considerando anche che le sale non potranno ospitare pubblico in quantità come prima della pandemia. Tutto ciò richiede organizzazione e ci stiamo lavorando. Ci sono anche i film che sono rimasti impigliati nel lockdown, che avrebbero dovuto uscire da tempo come quello di Verdone. L'offerta è tanta, va programmata bene. Sappiamo che c'è tanta voglia di cinema, quindi i mesi primaverili e di inizio estate potrebbero rivelarci sorprese in termini di affluenza del pubblico».
E come la mettete se, durante la riapertura, alcune Regioni diventassero rosse, quindi con il massimo delle restrizioni?
«È un altro problema, certo. Ma viviamo da un anno nella totale incertezza e non possiamo aspettare per altri mesi ancora che il virus sparisca, altrimenti moriamo. Ora si può riaprire nella maggior parte delle Regioni, ed è meglio farlo. Ci sono aree circoscritte che sono zona rossa, ma questo non può indurre ad allungare i tempi ancora. È evidente che questo penalizza una situazione che già vede le sale piene a metà per le norme di distanziamento. Bisogna pur ricominciare».
Come va la produzione, ci sono film in cantiere?
«Non ci siamo fermati. A novembre è partito Tiger's Nest (il titolo è provvisorio) di Brando Quilici, un'ambiziosa co-produzione Italia-Spagna-Canada-Regno Unito che punta al mercato internazionale. A gennaio si sono aperti due set, quello del nuovo film di Paolo Genovese, tratto dal romanzo Il primo giorno della mia vita, e Vincenzo Salemme, con la versione cinematografica della sua commedia teatrale Con tutto il cuore. Prossimamente il nuovo film con Diego Abatantuono Chiamate il dottore, anche questo titolo è provvisorio, e Una femmina, film d'esordio di Francesco Costabile tratto dal libro Fimmine ribelli di Lirio Abbate. Mentre abbiamo pronto Supereroi di Genovese, con protagonisti Alessandro Borghi e Jasmine Trinca, Il giudizio, un road movie che percorrendo le strade d'Italia esplora il rapporto tortuoso tra un padre e un figlio. E infine anche una pellicola straniera, Storm Boy - Il ragazzo che sapeva volare».
Insomma, voi ci siete.
«Attendiamo un segnale dal governo, e si riparte. È evidente che il settore non può essere trattato alla stregua di altri comparti come ristoranti e piscine. Spero che di questo la politica sia consapevole. Se abbiamo la data con un margine di anticipo partiamo subito con il calendario della distribuzione. Siamo in attesa».
La lirica chiede vaccini subito: «Noi importanti come le scuole»
«La lirica combatte con tutte le sue forze, si sta inventando di tutto per mantenere vivo il legame con il suo pubblico. Siamo chiusi ma non ci siamo fermati un attimo. È un segno di grande vitalità anche rispetto ad altri Paesi europei. Il Metropolitan di New York ha licenziato tutti e ha mandato in streaming vecchi prodotti. Noi non abbiamo smesso di proporre novità». Francesco Giambrone è presidente dell'Anfols, l'Associazione delle fondazioni lirico sinfoniche che riunisce le 12 fondazioni nazionali tranne La Scala e Santa Cecilia, ed è sovrintendente del teatro Massimo di Palermo. Quale è lo stato di salute dei teatri? «La lirica non si è fermata mai e la formula dello streaming è stata vincente. È la conferma che il settore è vitale, che il pubblico non si è allontanato».
Giambrone elenca alcuni eventi di lirica senza pubblico che sono stati un successo: l'esperimento dell'opera-film al teatro dell'Opera di Roma con il Barbiere di Siviglia che sarà replicato con La Traviata, la colossale apertura di stagione de La Scala. Al Massimo il 2021 si è aperto con l'opera-film Il crepuscolo dei sogni del regista Johannes Erath e con il direttore d'orchestra Omer Meir Wellber, che ha totalizzato quasi 40.000 spettatori online e oltre 4.000 interazioni da tutta Europa. «Lo spettacolo è stato pensato come un film, con parti riprese dal vivo e inserti pre registrati e si può vedere ancora sulla Web tv del teatro; dal 3 al 7 marzo sarà trasmesso da Sky Classica». A breve sarà annunciata la data di Torneranno i bei momenti, un film vero e proprio, su musiche di Mozart dirette da Wellber, prodotto dal Massimo e girato all'intero del Teatro vuoto. Sono in corso trattative per trasmetterlo anche su Rai5. «Si tratta di una rielaborazione della Trilogia dapontiana di Mozart con il Don Giovanni, Così fan tutte e le Nozze di Figaro, rivolto a un pubblico di ragazzi su un canale tematico della nostra Web tv dedicato a bambini e ragazzi appena inaugurato», spiega Giambrone. L'obiettivo è mantenere viva la presenza dell'opera anche in una situazione di emergenza. E indica altri appuntamenti come l'arrivo di Riccardo Muti a Palermo a marzo, prima con l'Orchestra Cherubini e poi con il Requiem di Verdi alla guida di orchestra e coro del Teatro. «Tutto si svolgerà in streaming, come pure la cerimonia con la quale il sindaco gli conferirà la cittadinanza onoraria. Ma se nel frattempo il governo dovesse decidere la riapertura dei teatri, abbiamo pronto un piano B. Camminiamo costantemente su un doppio binario, dell'assenza di pubblico e quello degli spettacoli in presenza. Dobbiamo essere pronti a ricominciare».
Giambrone sottolinea che ciò che nuoce è l'assenza di una prospettiva e di una strategia che impedisce la programmazione. L'Anfols insieme all'Agis ha posto il problema di inserire i lavoratori dello spettacolo nel piano vaccinale. «Non chiediamo corsie preferenziali, ma ci sono figure particolarmente esposte come i danzatori, i musicisti che suonano strumenti a fiato, gli artisti dei cori, i cantanti che sono più esposti al contagio. Si parla di operatori della scuola, di forze armate, di personale dei servizi essenziali, ma non si parla mai dei lavoratori dello spettacolo, di quando inserirli nella calendarizzazione dei vaccini. Le priorità le decidono i tecnici ma il mondo dello spettacolo è come se non fosse nell'agenda della riapertura delle attività del Paese», lamenta Giambrone. «Forse incide il pregiudizio che il teatro e il cinema siano qualcosa di effimero, di superfluo, di cui si può fare a meno. Invece dovremmo ricominciare a considerare lo spettacolo e la cultura come qualcosa di necessario, di strategico per il Paese che deve ripartire. L'energia di resilienza che stiamo dimostrando è importante. Il teatro può essere utile a recuperare se stessi in un tempo di smarrimento, in cui il senso di comunità è messo in crisi dalle condizioni straordinarie in cui siamo costretti a vivere. La pandemia rischia di disgregare il tessuto comunitario, di impoverirci culturalmente. Da questo punto di vista il teatro può essere un grande balsamo e uno strumento per ricostruire comunità».
Ora il maggiore problema del settore è avere un orizzonte certo per poter programmare. Il 2021 è iniziato senza un centesimo di incassi e nessuno ha potuto avviare la campagna abbonamenti. Si procede con la programmazione di due mesi, non oltre. E se le grandi strutture riescono a sopravvivere con le iniziative dello streaming ci sono tante piccole compagnie che non ce la fanno e non hanno i ristori pubblici. Difficile stimare quanto sarà lungo il bollettino dei morti alla riapertura.
Continua a leggereRiduci
Guai a toccare il festival targato Rai. Ma di alzare il sipario sul resto non si parla. Rischia di saltare per sempre un settore economico molto importante. E potrebbero sparire anche cineforum e compagnie amatoriali, così radicati nel tessuto culturale italiano.Giampaolo Letta, amministratore delegato di Medusa: «La programmazione dei film richiede tempo, molte pellicole attendono da mesi e c'è il pericolo che si sovrappongano a quelle che usciranno dalle rassegne di Cannes e Venezia».Gli enti della lirica hanno organizzato «tournée» sul Web e ora pretendono attenzione per cantanti e orchestrali: «L'opera aiuta a ritrovare il senso della comunità».Lo speciale contiene tre articoli.Nessuno azzarda previsioni, le campagne abbonamenti sono sospese e non ci sono ancora i listini. Il 2021 è cominciato al buio per lo spettacolo. Si discute di riaprire a tempo pieno ristoranti, bar, palestre e piscine, ma su cinema e teatri nemmeno una parola. Fa eccezione il teatro Ariston di Sanremo, per il festival anche se senza pubblico. Gli operatori del settore guardano con speranza a marzo, ma, ammesso che ci sia uno spiraglio, potrebbe essere una riapertura monca. Le sale continuerebbero a ospitare la metà del pubblico e resta l'incognita di come reagiranno gli spettatori a pellicole che arrivano in piena primavera. I mesi estivi non sono il massimo per gli spettacoli al chiuso: con la bella stagione le persone preferiscono lasciare le città, a maggior ragione appena si allenteranno le restrizioni imposte dalla pandemia. Cinema e teatri faticheranno a riprendersi il pubblico. La riapertura quindi andrebbe a coincidere con il periodo dell'anno peggiore per la programmazione teatrale e cinematografica. La nuova pellicola di Tom Cruise Top Gun Maverick è attesa per fine luglio ma quali cinema la proietteranno? A questo si aggiunge che durante questo anno di chiusure più o meno continuative, i colossi dello streaming hanno pescato a mani basse tra gli amanti del cinema, intensificando l'offerta. In sala è un'altra esperienza, ma l'abitudine di vedere un film dal divano di casa si consolida. E a farne le spese non solo soltanto i grandi circuiti distributivi, le produzioni e le sale teatrali, ma anche le mille iniziative di provincia, dalle compagnie dialettali ai cineforum ai teatri parrocchiali. Realtà molto care alla tradizione culturale italiana e alle abitudini di tante persone, che rischiano di scomparire dall'avanzare delle piattaforme online.La gestione della programmazione è un problema soprattutto per il cinema. Alcune opere attendono di uscire dallo scorso anno e l'esordio in estate è un azzardo. Ma neppure vorranno sovrapporsi al Festival di Cannes, spostato a luglio. C'è il rischio di un effetto imbuto in autunno, con tante proposte che potrebbero accavallarsi in sale piene solo a metà per il distanziamento. Settembre, poi, è il mese del Festival di Venezia con altri film in arrivo. C'è l'incognita delle produzioni delle major americane. I set negli Usa sono stati bloccati e molte uscite rinviate al prossimo autunno. Perciò l'Italia dovrà rinunciare per metà anno ai grandi titoli americani. La prima pellicola Usa girata durante la pandemia è uscita su Netflix, Malcom & Marie. La Warner ha annunciato che tutto il listino 2021 andrà sia nelle sale sia sulla sua piattaforma Hbo Max. In Italia attendono il film di Carlo Verdone Si vive una volta sola che doveva arrivare nel 2020, Tre piani di Nanni Moretti che sarà presentato a Cannes, Diabolik, Freaks Out di Gabriele Mainetti e Supereroi di Paolo Genovese. Sono molte le produzioni che si vedranno in contemporanea in sala e in streaming, come Wonder Woman atteso in Italia a ottobre e rimandato a gennaio: negli Usa è uscito di recente in sala e su Hbo Max. Black Widow previsto ad aprile 2020, negli States arriverà il prossimo maggio ma in Italia non si sa; non è noto neppure se lo vedremo al cinema o su Disney+. Il nuovo lavoro di Paolo Sorrentino È stata la mano di Dio sarà su Netflix mentre Dune di David Lynch rimandato a ottobre 2021 avrà negli Usa una distribuzione doppia.Il cinema è uscito dal 2020 con le ossa rotte. Gli incassi sono crollati del 71,30% rispetto all'anno precedente a seguito di un calo degli spettatori del 71,18%. Le sale sono rimaste chiuse, nel 2020, per più di cinque mesi, dall'8 marzo al 14 giugno e poi dal 25 ottobre. In alcune Regioni lo stop è iniziato dal 24 febbraio. Prima, invece, gli incassi volavano con un +20% rispetto al 2019, +7% circa sul 2018 e oltre il 3% rispetto al 2017. E il 2019 aveva registrato il quinto miglior risultato dal 1995 in termini di box office. L'Italia all'inizio del 2020 aveva registrato una crescita superiore agli altri Paesi europei competitor. Al 29 febbraio il mercato francese perdeva il 20,2% rispetto al 2019 mentre Spagna e Germania crescevano entrambi per circa il 6%.Disastro anche per gli altri comparti dello spettacolo. Il teatro ha registrato una perdita di incassi del 72%: da 197,2 milioni del 2019 a 55,2 milioni del 2020. Per la lirica ci sono state perdite al botteghino del 74% mentre per i concerti classici del 76%. L'Anfols, l'Associazione che riunisce 12 fondazioni liriche, ha stimato mancati ricavi nel 2021 per oltre 60 milioni. È proprio il futuro a destare le maggiori preoccupazioni. Nessuna fondazione è nelle condizioni di presentare un bilancio di previsione per l'anno in corso né di annunciare la stagione e tantomeno di avviare la campagna abbonamenti.I teatri di prosa e lirici, in attesa della ripresa delle attività, hanno cercato di mantenere vivo il rapporto con il pubblico portando gli spettacoli sulle piattaforme streaming e sostenendosi con i contributi dello Stato. Anche l'apertura della nuova stagione della Scala di Milano si è svolta con un grandioso evento in streaming.Per arte, spettacolo e turismo il ministero dei Beni culturali ha stanziato nel 2020 11 miliardi che comprendono il potenziamento del tax credit, i ristori a fondo perduto e i contributi per l'Imu oltre alla cassa integrazione e agli aiuti ai lavoratori costretti all'inattività. Ora però i tempi si stanno allungando troppo. Alessandro Gassman ha rivolto un appello a Mario Draghi per «verificare con urgenza, con il Comitato tecnico scientifico, se un'eventuale riapertura sia possibile con pochi rischi». Anche l'assessore al Welfare della Regione Lombardia, Letizia Moratti, ha chiesto al governo di fare presto, perché è in gioco «la vitalità della cultura nelle città». Alcuni teatri a Milano hanno lanciato l'iniziativa a fine anno scorso di regalare una card per alcuni spettacoli della nuova stagione, validi in alcuni casi fino al 2022. Un segno di ottimismo in attesa che passi la nottata. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/sanremo-riapre-cinema-teatri-no-2650533662.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="siamo-pronti-con-tanti-nuovi-film-ma-devono-avvisarci-un-mese-prima" data-post-id="2650533662" data-published-at="1613308086" data-use-pagination="False"> «Siamo pronti con tanti nuovi film ma devono avvisarci un mese prima» Giampaolo Letta (Ansa) «Si parla di riaprire palestre e piscine e poco di cinema. Ma per produttori e distributori è fondamentale conoscere la data di ripresa dell'attività con un anticipo di almeno un mese. Per riattivare la macchina del cinema ci vuole tempo. Per programmare le uscite, la promozione e la pubblicità occorrono dalle 4 alle 6 settimane». Giampaolo Letta, produttore cinematografico vicepresidente e amministratore delegato di Medusa Film, va dritto al nocciolo del problema. «Aprire le sale non è come sollevare la saracinesca di un negozio, di un bar o di una palestra. Mi auguro che si considerino le diverse specificità. Abbiamo di fronte diversi problemi legati alla sovrapposizione di uscite rimaste ferme, di altre in arrivo e di quelle legate ai festival di Cannes e di Venezia. Tutto questo necessita di una programmazione, non ci possono dire: si riapre tra un giorno o tra una settimana». Ma il cinema è pronto a ripartire dopo un così lungo periodo di stop? «Sì, siamo pronti, a cominciare dai sistemi di sicurezza. Anzi rispetto ai primi mesi di pandemia, le persone sono abituate alle mascherine e al distanziamento, queste precauzioni sono diventate parte della nostra vita. Quindi nessuno troverà strano vedere un film attenendosi ai protocolli sanitari. Siamo pronti anche con le pellicole. Tanti film attendono da mesi di uscire e non hanno scelto i canali streaming proprio per dare l'esclusiva alle sale. Poi ci sono le nuove produzioni e quelle che saranno presentate a Cannes. L'offerta è ricca». Non c'è il rischio che l'avvio in primavera, in una stagione tradizionalmente fiacca per le presenze di pubblico, si trasformi in una falsa partenza? «Per questo è necessario programmare in anticipo. Dobbiamo evitare l'intasamento di offerta, tra pellicole in attesa da mesi e altre di nuova produzione, in un periodo tradizionalmente di scarsa affluenza di pubblico in Italia». Lo spostamento di Cannes da maggio a luglio aiuta, o no? Come si possono far uscire film ad agosto con la gente in vacanza? «È vero, sarà un problema da affrontare. Bisogna vedere se Cannes consentirà una deroga alle uscite anticipandole, ma mi sembra difficile. Le opere presentate al Festival saranno programmate a settembre». Ma a settembre c'è il Festival di Venezia: non c'è il pericolo di un effetto imbuto, con tante uscite in poco tempo e con le sale piene a metà per i protocolli di distanziamento? «Appena ci sarà comunicata la data di riapertura, bisognerà definire la programmazione delle uscite in modo da non creare sovrapposizioni. Va evitato che le pellicole di Cannes si accavallino con quelle di Venezia e che si cannibalizzino tra di loro. Per ogni film va trovata la finestra giusta in modo da realizzare il massimo del botteghino, considerando anche che le sale non potranno ospitare pubblico in quantità come prima della pandemia. Tutto ciò richiede organizzazione e ci stiamo lavorando. Ci sono anche i film che sono rimasti impigliati nel lockdown, che avrebbero dovuto uscire da tempo come quello di Verdone. L'offerta è tanta, va programmata bene. Sappiamo che c'è tanta voglia di cinema, quindi i mesi primaverili e di inizio estate potrebbero rivelarci sorprese in termini di affluenza del pubblico». E come la mettete se, durante la riapertura, alcune Regioni diventassero rosse, quindi con il massimo delle restrizioni? «È un altro problema, certo. Ma viviamo da un anno nella totale incertezza e non possiamo aspettare per altri mesi ancora che il virus sparisca, altrimenti moriamo. Ora si può riaprire nella maggior parte delle Regioni, ed è meglio farlo. Ci sono aree circoscritte che sono zona rossa, ma questo non può indurre ad allungare i tempi ancora. È evidente che questo penalizza una situazione che già vede le sale piene a metà per le norme di distanziamento. Bisogna pur ricominciare». Come va la produzione, ci sono film in cantiere? «Non ci siamo fermati. A novembre è partito Tiger's Nest (il titolo è provvisorio) di Brando Quilici, un'ambiziosa co-produzione Italia-Spagna-Canada-Regno Unito che punta al mercato internazionale. A gennaio si sono aperti due set, quello del nuovo film di Paolo Genovese, tratto dal romanzo Il primo giorno della mia vita, e Vincenzo Salemme, con la versione cinematografica della sua commedia teatrale Con tutto il cuore. Prossimamente il nuovo film con Diego Abatantuono Chiamate il dottore, anche questo titolo è provvisorio, e Una femmina, film d'esordio di Francesco Costabile tratto dal libro Fimmine ribelli di Lirio Abbate. Mentre abbiamo pronto Supereroi di Genovese, con protagonisti Alessandro Borghi e Jasmine Trinca, Il giudizio, un road movie che percorrendo le strade d'Italia esplora il rapporto tortuoso tra un padre e un figlio. E infine anche una pellicola straniera, Storm Boy - Il ragazzo che sapeva volare». Insomma, voi ci siete. «Attendiamo un segnale dal governo, e si riparte. È evidente che il settore non può essere trattato alla stregua di altri comparti come ristoranti e piscine. Spero che di questo la politica sia consapevole. Se abbiamo la data con un margine di anticipo partiamo subito con il calendario della distribuzione. Siamo in attesa». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sanremo-riapre-cinema-teatri-no-2650533662.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-lirica-chiede-vaccini-subito-noi-importanti-come-le-scuole" data-post-id="2650533662" data-published-at="1613308086" data-use-pagination="False"> La lirica chiede vaccini subito: «Noi importanti come le scuole» «La lirica combatte con tutte le sue forze, si sta inventando di tutto per mantenere vivo il legame con il suo pubblico. Siamo chiusi ma non ci siamo fermati un attimo. È un segno di grande vitalità anche rispetto ad altri Paesi europei. Il Metropolitan di New York ha licenziato tutti e ha mandato in streaming vecchi prodotti. Noi non abbiamo smesso di proporre novità». Francesco Giambrone è presidente dell'Anfols, l'Associazione delle fondazioni lirico sinfoniche che riunisce le 12 fondazioni nazionali tranne La Scala e Santa Cecilia, ed è sovrintendente del teatro Massimo di Palermo. Quale è lo stato di salute dei teatri? «La lirica non si è fermata mai e la formula dello streaming è stata vincente. È la conferma che il settore è vitale, che il pubblico non si è allontanato». Giambrone elenca alcuni eventi di lirica senza pubblico che sono stati un successo: l'esperimento dell'opera-film al teatro dell'Opera di Roma con il Barbiere di Siviglia che sarà replicato con La Traviata, la colossale apertura di stagione de La Scala. Al Massimo il 2021 si è aperto con l'opera-film Il crepuscolo dei sogni del regista Johannes Erath e con il direttore d'orchestra Omer Meir Wellber, che ha totalizzato quasi 40.000 spettatori online e oltre 4.000 interazioni da tutta Europa. «Lo spettacolo è stato pensato come un film, con parti riprese dal vivo e inserti pre registrati e si può vedere ancora sulla Web tv del teatro; dal 3 al 7 marzo sarà trasmesso da Sky Classica». A breve sarà annunciata la data di Torneranno i bei momenti, un film vero e proprio, su musiche di Mozart dirette da Wellber, prodotto dal Massimo e girato all'intero del Teatro vuoto. Sono in corso trattative per trasmetterlo anche su Rai5. «Si tratta di una rielaborazione della Trilogia dapontiana di Mozart con il Don Giovanni, Così fan tutte e le Nozze di Figaro, rivolto a un pubblico di ragazzi su un canale tematico della nostra Web tv dedicato a bambini e ragazzi appena inaugurato», spiega Giambrone. L'obiettivo è mantenere viva la presenza dell'opera anche in una situazione di emergenza. E indica altri appuntamenti come l'arrivo di Riccardo Muti a Palermo a marzo, prima con l'Orchestra Cherubini e poi con il Requiem di Verdi alla guida di orchestra e coro del Teatro. «Tutto si svolgerà in streaming, come pure la cerimonia con la quale il sindaco gli conferirà la cittadinanza onoraria. Ma se nel frattempo il governo dovesse decidere la riapertura dei teatri, abbiamo pronto un piano B. Camminiamo costantemente su un doppio binario, dell'assenza di pubblico e quello degli spettacoli in presenza. Dobbiamo essere pronti a ricominciare». Giambrone sottolinea che ciò che nuoce è l'assenza di una prospettiva e di una strategia che impedisce la programmazione. L'Anfols insieme all'Agis ha posto il problema di inserire i lavoratori dello spettacolo nel piano vaccinale. «Non chiediamo corsie preferenziali, ma ci sono figure particolarmente esposte come i danzatori, i musicisti che suonano strumenti a fiato, gli artisti dei cori, i cantanti che sono più esposti al contagio. Si parla di operatori della scuola, di forze armate, di personale dei servizi essenziali, ma non si parla mai dei lavoratori dello spettacolo, di quando inserirli nella calendarizzazione dei vaccini. Le priorità le decidono i tecnici ma il mondo dello spettacolo è come se non fosse nell'agenda della riapertura delle attività del Paese», lamenta Giambrone. «Forse incide il pregiudizio che il teatro e il cinema siano qualcosa di effimero, di superfluo, di cui si può fare a meno. Invece dovremmo ricominciare a considerare lo spettacolo e la cultura come qualcosa di necessario, di strategico per il Paese che deve ripartire. L'energia di resilienza che stiamo dimostrando è importante. Il teatro può essere utile a recuperare se stessi in un tempo di smarrimento, in cui il senso di comunità è messo in crisi dalle condizioni straordinarie in cui siamo costretti a vivere. La pandemia rischia di disgregare il tessuto comunitario, di impoverirci culturalmente. Da questo punto di vista il teatro può essere un grande balsamo e uno strumento per ricostruire comunità». Ora il maggiore problema del settore è avere un orizzonte certo per poter programmare. Il 2021 è iniziato senza un centesimo di incassi e nessuno ha potuto avviare la campagna abbonamenti. Si procede con la programmazione di due mesi, non oltre. E se le grandi strutture riescono a sopravvivere con le iniziative dello streaming ci sono tante piccole compagnie che non ce la fanno e non hanno i ristori pubblici. Difficile stimare quanto sarà lungo il bollettino dei morti alla riapertura.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
Continua a leggereRiduci
Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
Continua a leggereRiduci