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2021-09-01
Sanità sinistra: cure gratis solo ai vaccinati
Alessio D'Amato (Ansa)
Sogna un bel seggio in parlamento, Alessio D'Amato, assessore alla Sanità della Regione Lazio, finito sotto i riflettori delle cronache quotidiane nel corso della pandemia. Un sogno che lo porta a strafare: ieri, in prima pagina sul Messaggero, D'Amato infatti l'ha sparata grossa, sostenendo che i no vax laziali che dovessero essere colpiti dal Covid e finire in terapia intensiva dovrebbero pagare di tasca loro le spese mediche. Sentiamolo, anzi leggiamolo, l'ex (ma molto ex) comunista D'Amato: «I no vax che contraggono il Covid e finiscono nelle terapie intensive», proclama D'Amato, «degli ospedali del Lazio dovranno pagare i ricoveri, perché queste persone che rifiutano la vaccinazione, mettendo a rischio la libertà altrui, devono assumersi la responsabilità fino in fondo delle proprie scelte e delle proprie azioni».
Sembrerebbe una boutade, una sparata per tentare (riuscendoci) di finire in prima pagina, e invece no: l'ex compagno D'Amato insiste e sciorina dettagli: «Ci stiamo lavorando», aggiunge l'assessore, «e ci sono dei modelli a cui, ad esempio, facciamo riferimento e sono quelli della Lombardia dove un tempo veniva spedito a casa del paziente, prima ricoverato e poi dimesso, una sorta di memorandum su quanto la sua degenza fosse costata all'ente regionale». Un memorandum è un memorandum, non una fattura o un avviso di pagamento. D'Amato ammette ma rilancia: «Naturalmente», sottolinea, «non si chiedeva un centesimo, era solo per mostrare al paziente il costo sostenuto per le sue cure, ma con i no vax siamo intenzionati ad andare oltre. Giornalmente ogni ricovero in terapia intensiva costa circa 1.500 euro, per degenze medie», avverte D'Amato, «non inferiori ai 17 giorni».
C'è da restare allibiti: secondo D'Amato, chi non si vuole sottoporre al vaccino, che in Italia, siamo costretti a ricordarlo, non è obbligatorio, e si ammala di Covid, deve pagarsi il «soggiorno» in terapia intensiva. Non è una provocazione, il prode D'Amato garantisce anche che ci sta lavorando. Siamo di fronte a una assurdità senza precedenti. Il no vax, ovvero il cittadino che sceglie, in base alla legge vigente, di non sottoporsi al vaccino, diventerebbe un cittadino di serie zeta, per il quale non dovrebbe valere l'articolo 32 della Costituzione italiana, che recita: «La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana». Oltre alla Costituzione, la proposta di D'Amato infrange la logica, come dimostra qualche semplice esempio. Anche un killer professionista, un mafioso, un terrorista kamikaze, se vengono feriti mentre preparano o eseguono un attentato, prima di finire in galera vengono ricoverati e curati dal servizio sanitario nazionale, e nessuna fattura del «soggiorno» in ospedale viene inviata ai familiari.
Per il Savonarola D'Amato, a chi non si vaccina va invece inflitto questo castigo, come se non bastasse il fatto che chi rifiuta l'inoculazione, in Italia, è già sottoposto a una sorta di lockdown perpetuo, poiché non può entrare in un locale al chiuso, non può prendere mezzi di trasporto a lunga percorrenza e, nel caso ad esempio dei docenti, non può neanche andare a lavorare. Chi lo sa cosa ne pensa della sparata di D'Amato il ministro della Salute, Roberto Speranza, al quale sembrava stare a cuore il principio di universalismo del Sistema sanitario nazionale: «Voglio difendere con il coltello tra i denti», ringhiava qualche mese fa Speranza, «il Sistema sanitario nazionale, che troppe volte si dà per scontato: in Italia se stai male vieni curato, ci sono posti dove se non hai soldi e non tiri fuori la carta di credito non ti curi». Se passerà la proposta di D'Amato, il Lazio guidato (anche se non se lo ricorda nessuno) dal sinistratissimo Nicola Zingaretti, diventerà uno di questi posti.
Del resto, la confusione a sinistra regna sovrana: sulla Stampa di ieri, ad esempio, la filosofa Donatella Di Cesare attacca «quei cittadini che, in tempi di pandemia grave, hanno rifiutato un diritto che è stato loro offerto, il diritto al vaccino, sottraendosi così al dovere di preservare insieme il bene della salute pubblica. Sono questi cittadini, privilegiati e dimentichi di quelli che tale privilegio non hanno», aggiunge la Di Cesare, «a essersi autoesclusi dallo spazio pubblico». Concetto assai curioso: in quale galassia rifiutare un diritto (non un dovere) comporta l'autoesclusione dallo spazio pubblico? Il governo italiano non vuole assumersi la responsabilità di introdurre per legge l'obbligo vaccinale, perché ciò comporterebbe che il cittadino, al momento di farsi inoculare, non dovrebbe più firmare l'assunzione di responsabilità in caso di conseguenze, ma tali eventuali conseguenze sarebbero responsabilità dello Stato. Per ottenere lo stesso effetto, quindi, si agisce in maniera surrettizia, ed ecco spuntare il progetto di D'Amato, talmente grottesco da essere sbugiardato perfino dal sottosegretario alla Salute, Pierpaolo Sileri, manco a dirlo ospite di un programma tv: «La proposta di D'Amato», dice Sileri a Sky Tg24, «mi sembra più una provocazione, ma parlo da medico e il nostro dovere è curare tutti, anche chi ha comportamenti a rischio».
Sono pronti a sfasciare ogni diritto per farci risparmiare pochi milioni
«Giornalmente ogni ricovero in terapia intensiva costa circa 1.500 euro, per degenze medie non inferiori ai 17 giorni»: così parlò il ragionier, pardon l'assessore D'Amato, che ha intenzione di introdurre la tassa sulla vita nel Lazio, facendo pagare a chi non vuole vaccinarsi i costi dell'eventuale ricovero in terapia intensiva. Calcolatrice alla mano, vediamo quanto risparmierebbe lo Stato italiano se la proposta di D'Amato diventasse realtà su tutto il territorio nazionale. Ieri, i ricoverati per Covid in terapia intensiva in Italia erano 544. Moltiplicando il numero per 1.500 (euro) per 17 (giorni) il totale fa 13.872.000 euro. Ma andiamo oltre: il picco massimo di ricoverato in terapia intensiva per il Covid in Italia il 3 aprile 2020, con 4.068 ricoverati in terapia intensiva. Il risultato della moltiplicazione (4.068 x 1.500 x 17) fa 103.734.000 euro. In buona sostanza, siamo di fronte a cifre, poco più di 100 milioni di euro, che, per un bilancio come quello del Sistema sanitario nazionale, sono assolutamente irrisorie. Nel 2020 la spesa sanitaria è risultata pari a 123 miliardi e 474 milioni di euro, il 7,5% del Pil. Una enormità, di fronte alla quale la proposta di D'Amato assume contorni che, se non ci trovassimo di fronte a sofferenze e decessi, sarebbero comiche.
Poiché però questa proposta è stata fatta da un esponente delle Istituzioni, essa va presa sul serio, e merita una serie di risposte altrettanto serie. D'Amato dovrebbe ricordarsi, innanzitutto, che il Sistema sanitario nazionale si regge sulle tasse pagate da tutti i cittadini, compresi quelli che non hanno intenzione di farsi inoculare il vaccino, pur sapendo di andare incontro alle privazioni che deve subire chi non ha il green pass. Le pagano anche loro, le tasse che servono a tenere in piedi il mega carrozzone della sanità pubblica, e quindi, se dovessero andare a finire in terapia intensiva, avrebbero tutto il diritto di essere curati, come gli altri. Non solo: un «soggiorno» in terapia intensiva di 17 giorni, a 1.500 euro al giorno, costa in totale 25.500 euro. Quanti cittadini italiani, sì vax, no vax o forse vax, sarebbero in grado di pagare questa cifra? Pochi, anzi pochissimi. E che fine farebbero quelli che questi soldi non ce li hanno? Verrebbero cacciati dagli ospedali? Sarebbero costretti dall'ineffabile D'Amato a firmare un pacco di cambiali prima di essere accettati in ospedale? Come vedete, siamo di fronte a una vera e propria follia.
Il nodo è sempre lo stesso: il vaccino anti Covid, in Italia, non è obbligatorio, tranne che per i sanitari, e quindi ogni scelta è legittima come tutte le altre. «Gli obblighi vaccinali esistono, quelli dei bambini ad esempio», dice Alfonso Celotto, docente di Diritto costituzionale all'Università Roma Tre, a Radio Cusano Campus, «la Corte Costituzionale li ha dichiarati legittimi, quindi lo spazio c'è. Mi è stato chiesto: se fosse introdotto l'obbligo quale potrebbe essere la sanzione per chi non si vaccina? Allora, ragionando ipoteticamente, ho detto che le sanzioni più comuni nel nostro sistema sono quelle penali, ovvero l'arresto, ma mi sembrano spropositate in questo caso e quindi da escludere. L'altra sanzione possibile», aggiunge Celotto, «è la multa, questa può essere plausibile, ma c'è uno svantaggio: alla fine paghi la multa, ma non sei comunque vaccinato. Allora, in un regime di obbligo vaccinale, si potrebbe pensare di introdurre la sanzione di far pagare le cure a chi non si vaccina e si ammala di covid». Pure l'insigne costituzionalista Celotto sbanda e cade nel trappolone di D'Amato.
All'assessore, con il massimo rispetto, va ricordato anche un ultimo dettaglio: anche il suo stipendio da componente della giunta regionale del Lazio viene pagato coi soldi di tutti i cittadini, biondi o bruni, laziali o romanisti, vaccinati o non vaccinati. Sarebbe il caso di ricordarselo, prima di spararle grosse.
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La grottesca proposta dell'assessore regionale del Lazio, il pd Alessio D'Amato: «Chi finisce in terapia intensiva e ha rifiutato la puntura deve pagarsi il ricovero». E il ministro della Salute esalta il nostro Ssn: «Ci sono Paesi dove serve la carta di credito». Appunto...Il terrorismo sanitario dimentica che i servizi si reggono sulle imposte versate da tutti.Lo speciale contiene due articoli.Sogna un bel seggio in parlamento, Alessio D'Amato, assessore alla Sanità della Regione Lazio, finito sotto i riflettori delle cronache quotidiane nel corso della pandemia. Un sogno che lo porta a strafare: ieri, in prima pagina sul Messaggero, D'Amato infatti l'ha sparata grossa, sostenendo che i no vax laziali che dovessero essere colpiti dal Covid e finire in terapia intensiva dovrebbero pagare di tasca loro le spese mediche. Sentiamolo, anzi leggiamolo, l'ex (ma molto ex) comunista D'Amato: «I no vax che contraggono il Covid e finiscono nelle terapie intensive», proclama D'Amato, «degli ospedali del Lazio dovranno pagare i ricoveri, perché queste persone che rifiutano la vaccinazione, mettendo a rischio la libertà altrui, devono assumersi la responsabilità fino in fondo delle proprie scelte e delle proprie azioni».Sembrerebbe una boutade, una sparata per tentare (riuscendoci) di finire in prima pagina, e invece no: l'ex compagno D'Amato insiste e sciorina dettagli: «Ci stiamo lavorando», aggiunge l'assessore, «e ci sono dei modelli a cui, ad esempio, facciamo riferimento e sono quelli della Lombardia dove un tempo veniva spedito a casa del paziente, prima ricoverato e poi dimesso, una sorta di memorandum su quanto la sua degenza fosse costata all'ente regionale». Un memorandum è un memorandum, non una fattura o un avviso di pagamento. D'Amato ammette ma rilancia: «Naturalmente», sottolinea, «non si chiedeva un centesimo, era solo per mostrare al paziente il costo sostenuto per le sue cure, ma con i no vax siamo intenzionati ad andare oltre. Giornalmente ogni ricovero in terapia intensiva costa circa 1.500 euro, per degenze medie», avverte D'Amato, «non inferiori ai 17 giorni».C'è da restare allibiti: secondo D'Amato, chi non si vuole sottoporre al vaccino, che in Italia, siamo costretti a ricordarlo, non è obbligatorio, e si ammala di Covid, deve pagarsi il «soggiorno» in terapia intensiva. Non è una provocazione, il prode D'Amato garantisce anche che ci sta lavorando. Siamo di fronte a una assurdità senza precedenti. Il no vax, ovvero il cittadino che sceglie, in base alla legge vigente, di non sottoporsi al vaccino, diventerebbe un cittadino di serie zeta, per il quale non dovrebbe valere l'articolo 32 della Costituzione italiana, che recita: «La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana». Oltre alla Costituzione, la proposta di D'Amato infrange la logica, come dimostra qualche semplice esempio. Anche un killer professionista, un mafioso, un terrorista kamikaze, se vengono feriti mentre preparano o eseguono un attentato, prima di finire in galera vengono ricoverati e curati dal servizio sanitario nazionale, e nessuna fattura del «soggiorno» in ospedale viene inviata ai familiari.Per il Savonarola D'Amato, a chi non si vaccina va invece inflitto questo castigo, come se non bastasse il fatto che chi rifiuta l'inoculazione, in Italia, è già sottoposto a una sorta di lockdown perpetuo, poiché non può entrare in un locale al chiuso, non può prendere mezzi di trasporto a lunga percorrenza e, nel caso ad esempio dei docenti, non può neanche andare a lavorare. Chi lo sa cosa ne pensa della sparata di D'Amato il ministro della Salute, Roberto Speranza, al quale sembrava stare a cuore il principio di universalismo del Sistema sanitario nazionale: «Voglio difendere con il coltello tra i denti», ringhiava qualche mese fa Speranza, «il Sistema sanitario nazionale, che troppe volte si dà per scontato: in Italia se stai male vieni curato, ci sono posti dove se non hai soldi e non tiri fuori la carta di credito non ti curi». Se passerà la proposta di D'Amato, il Lazio guidato (anche se non se lo ricorda nessuno) dal sinistratissimo Nicola Zingaretti, diventerà uno di questi posti. Del resto, la confusione a sinistra regna sovrana: sulla Stampa di ieri, ad esempio, la filosofa Donatella Di Cesare attacca «quei cittadini che, in tempi di pandemia grave, hanno rifiutato un diritto che è stato loro offerto, il diritto al vaccino, sottraendosi così al dovere di preservare insieme il bene della salute pubblica. Sono questi cittadini, privilegiati e dimentichi di quelli che tale privilegio non hanno», aggiunge la Di Cesare, «a essersi autoesclusi dallo spazio pubblico». Concetto assai curioso: in quale galassia rifiutare un diritto (non un dovere) comporta l'autoesclusione dallo spazio pubblico? Il governo italiano non vuole assumersi la responsabilità di introdurre per legge l'obbligo vaccinale, perché ciò comporterebbe che il cittadino, al momento di farsi inoculare, non dovrebbe più firmare l'assunzione di responsabilità in caso di conseguenze, ma tali eventuali conseguenze sarebbero responsabilità dello Stato. Per ottenere lo stesso effetto, quindi, si agisce in maniera surrettizia, ed ecco spuntare il progetto di D'Amato, talmente grottesco da essere sbugiardato perfino dal sottosegretario alla Salute, Pierpaolo Sileri, manco a dirlo ospite di un programma tv: «La proposta di D'Amato», dice Sileri a Sky Tg24, «mi sembra più una provocazione, ma parlo da medico e il nostro dovere è curare tutti, anche chi ha comportamenti a rischio».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sanita-sinistra-cure-gratis-vaccinati-2654856752.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="sono-pronti-a-sfasciare-ogni-diritto-per-farci-risparmiare-pochi-milioni" data-post-id="2654856752" data-published-at="1630451760" data-use-pagination="False"> Sono pronti a sfasciare ogni diritto per farci risparmiare pochi milioni «Giornalmente ogni ricovero in terapia intensiva costa circa 1.500 euro, per degenze medie non inferiori ai 17 giorni»: così parlò il ragionier, pardon l'assessore D'Amato, che ha intenzione di introdurre la tassa sulla vita nel Lazio, facendo pagare a chi non vuole vaccinarsi i costi dell'eventuale ricovero in terapia intensiva. Calcolatrice alla mano, vediamo quanto risparmierebbe lo Stato italiano se la proposta di D'Amato diventasse realtà su tutto il territorio nazionale. Ieri, i ricoverati per Covid in terapia intensiva in Italia erano 544. Moltiplicando il numero per 1.500 (euro) per 17 (giorni) il totale fa 13.872.000 euro. Ma andiamo oltre: il picco massimo di ricoverato in terapia intensiva per il Covid in Italia il 3 aprile 2020, con 4.068 ricoverati in terapia intensiva. Il risultato della moltiplicazione (4.068 x 1.500 x 17) fa 103.734.000 euro. In buona sostanza, siamo di fronte a cifre, poco più di 100 milioni di euro, che, per un bilancio come quello del Sistema sanitario nazionale, sono assolutamente irrisorie. Nel 2020 la spesa sanitaria è risultata pari a 123 miliardi e 474 milioni di euro, il 7,5% del Pil. Una enormità, di fronte alla quale la proposta di D'Amato assume contorni che, se non ci trovassimo di fronte a sofferenze e decessi, sarebbero comiche. Poiché però questa proposta è stata fatta da un esponente delle Istituzioni, essa va presa sul serio, e merita una serie di risposte altrettanto serie. D'Amato dovrebbe ricordarsi, innanzitutto, che il Sistema sanitario nazionale si regge sulle tasse pagate da tutti i cittadini, compresi quelli che non hanno intenzione di farsi inoculare il vaccino, pur sapendo di andare incontro alle privazioni che deve subire chi non ha il green pass. Le pagano anche loro, le tasse che servono a tenere in piedi il mega carrozzone della sanità pubblica, e quindi, se dovessero andare a finire in terapia intensiva, avrebbero tutto il diritto di essere curati, come gli altri. Non solo: un «soggiorno» in terapia intensiva di 17 giorni, a 1.500 euro al giorno, costa in totale 25.500 euro. Quanti cittadini italiani, sì vax, no vax o forse vax, sarebbero in grado di pagare questa cifra? Pochi, anzi pochissimi. E che fine farebbero quelli che questi soldi non ce li hanno? Verrebbero cacciati dagli ospedali? Sarebbero costretti dall'ineffabile D'Amato a firmare un pacco di cambiali prima di essere accettati in ospedale? Come vedete, siamo di fronte a una vera e propria follia. Il nodo è sempre lo stesso: il vaccino anti Covid, in Italia, non è obbligatorio, tranne che per i sanitari, e quindi ogni scelta è legittima come tutte le altre. «Gli obblighi vaccinali esistono, quelli dei bambini ad esempio», dice Alfonso Celotto, docente di Diritto costituzionale all'Università Roma Tre, a Radio Cusano Campus, «la Corte Costituzionale li ha dichiarati legittimi, quindi lo spazio c'è. Mi è stato chiesto: se fosse introdotto l'obbligo quale potrebbe essere la sanzione per chi non si vaccina? Allora, ragionando ipoteticamente, ho detto che le sanzioni più comuni nel nostro sistema sono quelle penali, ovvero l'arresto, ma mi sembrano spropositate in questo caso e quindi da escludere. L'altra sanzione possibile», aggiunge Celotto, «è la multa, questa può essere plausibile, ma c'è uno svantaggio: alla fine paghi la multa, ma non sei comunque vaccinato. Allora, in un regime di obbligo vaccinale, si potrebbe pensare di introdurre la sanzione di far pagare le cure a chi non si vaccina e si ammala di covid». Pure l'insigne costituzionalista Celotto sbanda e cade nel trappolone di D'Amato. All'assessore, con il massimo rispetto, va ricordato anche un ultimo dettaglio: anche il suo stipendio da componente della giunta regionale del Lazio viene pagato coi soldi di tutti i cittadini, biondi o bruni, laziali o romanisti, vaccinati o non vaccinati. Sarebbe il caso di ricordarselo, prima di spararle grosse.
Contingente italiano sbarcato nella baia di Suda, isola di Creta (Getty Images)
Era il 28 maggio 1896 quando tre navi da guerra gettarono l’ancora nella baia di Suda, sull’isola di Creta. Una delle tre batteva la bandiera della Regia Marina italiana. Era l’incrociatore «Piemonte», sotto la guida del comandante Alfonso de Orestis e del capitano in seconda Paolo Thaon di Revel, futuro Capo di Stato Maggiore durante la Grande Guerra e in seguito ministro della Marina. A poca distanza dal «Piemonte» si trovavano la corazzata francese «Neptune» e la «Hood», corazzata della Royal Navy britannica. Perché quelle tre imbarcazioni si trovavano laggiù? I motivi sono da ricercare nella storia dell’isola di Creta, all’epoca dei fatti governata dall’impero Ottomano, che l’aveva strappata al dominio veneziano nel 1669.
La composizione etnico-religiosa dell’isola fece da volano nei due secoli di dominazione della Sacra Porta. La maggioranza della popolazione era di origini greche e di religione cristiano-ortodossa mentre la minoranza dominante era musulmana. Gli attriti tra le due comunità cretesi aumentarono con la sollevazione della Grecia, a cui seguì l’indipendenza dopo i moti del 1821. Il malcontento dei cristiani esplose più volte negli anni, come nel caso della rivolta del 1866-1869, terminata con il massacro della popolazione filoellenica. Per il timore di un’espansione della protesta ai Balcani, il governo turco concesse una serie di riforme e pose a capo dell’isola un cristiano, Alexander Kharatheodori. La svolta non servì tuttavia a lenire le gravi tensioni etniche e religiose perché i musulmani dell’isola non accettarono la guida di un cristiano e iniziarono una serie di violenze contro la popolazione. L’11 maggio 1896 si perpetrò il massacro dei cristiani di Canea e anche ad Heraklion vi furono scontri, saccheggi e omicidi. I nuovi disordini di Creta attirarono l’attenzione delle diplomazie europee, già in allarme nei confronti dell’impero turco per il massacro degli Armeni di Anatolia del 1895. L’equilibrio nel Mediterraneo era a rischio. Fu soprattutto quest’ultimo aspetto a mettere in moto le diplomazie francesi, inglesi ed italiane per un intervento diretto formalmente a proteggere i propri connazionali residenti a Creta. Per l’Italia guidata da Antonio di Rudinì, la crisi cretese si mostrò come un’occasione imperdibile, dopo la sconfitta coloniale di Adua, per mantenere il ruolo di potenza nell’area del Mediterraneo e per proteggere gli interessi economici messi a rischio dalle tensioni tra Atene e la Sublime Porta. L’intervento a tre, discusso per l’Italia dal ministro della Marina Benedetto Brin, rappresentò una sorta di alleanza militare di peacekeeping ante litteram.
Dalla rada di Suma, le navi della coalizione europea inviarono uomini con le lance con compiti di deterrenza e di recupero dei connazionali che chiedevano protezione. Il compito di gestire le operazioni di terra dell’equipaggio del «Piemonte» fu affidato a Thaon di Revel. Nei giorni successivi, nonostante la presenza delle navi estere e la pressione diplomatica, la situazione a Creta non parve migliorare. Si temette da subito un’escalation anche per l’atteggiamento del governo di Atene, deciso a dare una spallata alla situazione di Creta fomentando l’insurrezione, in vista di una futura annessione dell’isola. Per le continue violenze tra le fazioni, anche se l’arrivo delle navi estere placò momentaneamente gli animi di fronte alle artiglierie e alle armi caricate sulle lance, fu deciso un rafforzamento della presenza della Regia Marina. Nel mese di giugno giunse a Creta la «Vesuvio», incrociatore comandato dal Capitano Umberto De La Tour, seguita dalla «Liguria», dall’«Etna» e dalla «Morosini». Nei primi mesi del 1897 la situazione dell’isola non parve migliorare. Fu la premessa per la formazione di una prima coalizione internazionale, chiamata in inglese «Admiral’s Squadron» (squadrone degli ammiragli) che incluse anche la Russia, la Germania e l’Austria-Ungheria. A capo della forza navale fu posto il viceammiraglio italiano Felice Napoleone Canevaro, già organico alla Marina sarda e in seguito parte della spedizione di Garibaldi. Nato da una famiglia ligure originaria di Zoagli, Canevaro era il più anziano dei comandanti dello squadrone internazionale. Il suo ruolo fu estremamente delicato, in quanto la situazione geopolitica vedeva un’opinione pubblica europea favorevole ai greci e all’annessione di Creta, ma i governi volevano evitare un crollo degli Ottomani causato da una guerra civile. Fu necessario dunque proteggere, per così dire, i musulmani assediati nelle città costiere e contenere la ribellione dei greci ortodossi nell’entroterra dell’isola, continuamente alimentati dall’appoggio logistico di Atene.
Per mantenere il controllo, non era più sufficiente presidiare i porti con le navi: si rendeva necessaria una forza di sbarco per ristabilire l’ordine e gettare le basi di un’amministrazione controllata dalle potenze europee. Il 4 febbraio 1897 da Catania un piroscafo di linea caricò il primo contingente italiano che avrebbe dovuto sbarcare sull’isola di Creta, guidato dal colonnello Vincenzo Garioni e composto da uomini del 1° Battaglione del 36° Reggimento fanteria «Forlì», di unità dell’artiglieria da montagna e da Carabinieri i quali, comandati dal capitano Federico Craveri, avrebbero dovuto assumere il compito di garantire l’ordine pubblico nel quadro di una gendarmeria internazionale. Anche la Marina aumentò in quel frangente la presenza a Creta, dal momento che i greci inviarono navi da guerra con l’intenzione di annettere l’isola con un colpo di mano. A Suna si unirono altre navi della Regia Marina tra cui il «Ruggiero di Lauria» e l’incrociatore «Stromboli». Il corpo di spedizione italiano raggiunse le 3.000 unità, sbarcando a Creta e stabilendosi nella zona di influenza assegnata dalla coalizione internazionale, la parte orientale dell’Isola. Il primo scontro a fuoco si verificò il 13 febbraio 1897 nei pressi de La Canea, quando i militari italiani, Carabinieri e fanti, furono fatti bersaglio di cecchini filogreci. Guidati dal tenente De Mandato, furono in grado di respingere l’assalto. Il 36° Fanteria fu invece impegnato presso la cittadina di Hierapietra, dove i ribelli cercavano di tagliare le forniture idriche degli assediati. Anche a Candia, l’odierna Heraklion, gli italiani furono coinvolti nei duri scontri tra cristiani e musulmani, intervenendo frequentemente per scongiurare i linciaggi tra le due fazioni. Nell’entroterra i fanti e i Carabinieri (ai quali si affiancarono poi i bersaglieri comandati dal tenente colonnello Achille Brusati) furono spesso impegnati in azioni di controguerriglia e rastrellamento contro le bande di briganti ed irregolari sparse per l’isola.
La situazione geopolitica internazionale accelerò la risoluzione della questione cretese. Nell’aprile 1897 scoppiò in Tessaglia la guerra tra impero Ottomano e Grecia, che si concluse in soli 30 giorni con la sconfitta netta di Atene, che si vide costretta a ritirare le truppe da Creta durante il breve conflitto e vide sfumare le prospettive di annessione. Francia, Gran Bretagna ed Italia decisero così le sorti dell’isola al tavolo delle trattative. Fu scelta una mediazione: mentre formalmente Creta sarebbe rimasta turca, sarebbe stata retta da un governo autonomo sotto la guida del principe Giorgio, nipote del re di Grecia e del quale faceva parte anche il futuro premier Eleutherios Venizelos. La transizione avvenne con la coalizione internazionale ancora sull’isola, dove scoppiarono ancora per lughi mesi violenti tumulti. Fu proprio il più grave a determinare il ritiro definitivo dei turchi da Creta. Il 25 agosto 1898 a Candia i musulmani massacrarono centinaia di cristiani. Tra le vittime 17 soldati britannici e il vice console inglese. La reazione fu durissima. La stessa regina Vittoria chiese una punizione esemplare e i musulmani furono disarmati in soli 4 giorni. 17 capi della rivolta furono impiccati in pubblico, mentre le potenze Francia e Italia si unirono a Londra pretendendo dal Sultano il ritiro totale da Creta. Le ultime truppe ottomane lasciarono l’isola alla fine di novembre del 1898, mettendo fine a due secoli e mezzo di dominio turco. Parte del contingente internazionale rimase per garantire l’ordine pubblico e addestrare la gendarmeria del nuovo governo cretese fino al 1906, mentre i Carabinieri fino al 1914.
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«Il mondo in cui viviamo è un mondo di conflitti, incertezza e instabilità». Lo ha dichiarato il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso, all’arrivo al Consiglio Competitività a Bruxelles, criticando l’accavallarsi delle riforme europee e i tempi dell’Industrial Acceleration Act, che a suo giudizio non può entrare in vigore fra tre anni se l’obiettivo è accelerare gli investimenti delle imprese.