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2021-09-01
Sanità sinistra: cure gratis solo ai vaccinati
Alessio D'Amato (Ansa)
Sogna un bel seggio in parlamento, Alessio D'Amato, assessore alla Sanità della Regione Lazio, finito sotto i riflettori delle cronache quotidiane nel corso della pandemia. Un sogno che lo porta a strafare: ieri, in prima pagina sul Messaggero, D'Amato infatti l'ha sparata grossa, sostenendo che i no vax laziali che dovessero essere colpiti dal Covid e finire in terapia intensiva dovrebbero pagare di tasca loro le spese mediche. Sentiamolo, anzi leggiamolo, l'ex (ma molto ex) comunista D'Amato: «I no vax che contraggono il Covid e finiscono nelle terapie intensive», proclama D'Amato, «degli ospedali del Lazio dovranno pagare i ricoveri, perché queste persone che rifiutano la vaccinazione, mettendo a rischio la libertà altrui, devono assumersi la responsabilità fino in fondo delle proprie scelte e delle proprie azioni».
Sembrerebbe una boutade, una sparata per tentare (riuscendoci) di finire in prima pagina, e invece no: l'ex compagno D'Amato insiste e sciorina dettagli: «Ci stiamo lavorando», aggiunge l'assessore, «e ci sono dei modelli a cui, ad esempio, facciamo riferimento e sono quelli della Lombardia dove un tempo veniva spedito a casa del paziente, prima ricoverato e poi dimesso, una sorta di memorandum su quanto la sua degenza fosse costata all'ente regionale». Un memorandum è un memorandum, non una fattura o un avviso di pagamento. D'Amato ammette ma rilancia: «Naturalmente», sottolinea, «non si chiedeva un centesimo, era solo per mostrare al paziente il costo sostenuto per le sue cure, ma con i no vax siamo intenzionati ad andare oltre. Giornalmente ogni ricovero in terapia intensiva costa circa 1.500 euro, per degenze medie», avverte D'Amato, «non inferiori ai 17 giorni».
C'è da restare allibiti: secondo D'Amato, chi non si vuole sottoporre al vaccino, che in Italia, siamo costretti a ricordarlo, non è obbligatorio, e si ammala di Covid, deve pagarsi il «soggiorno» in terapia intensiva. Non è una provocazione, il prode D'Amato garantisce anche che ci sta lavorando. Siamo di fronte a una assurdità senza precedenti. Il no vax, ovvero il cittadino che sceglie, in base alla legge vigente, di non sottoporsi al vaccino, diventerebbe un cittadino di serie zeta, per il quale non dovrebbe valere l'articolo 32 della Costituzione italiana, che recita: «La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana». Oltre alla Costituzione, la proposta di D'Amato infrange la logica, come dimostra qualche semplice esempio. Anche un killer professionista, un mafioso, un terrorista kamikaze, se vengono feriti mentre preparano o eseguono un attentato, prima di finire in galera vengono ricoverati e curati dal servizio sanitario nazionale, e nessuna fattura del «soggiorno» in ospedale viene inviata ai familiari.
Per il Savonarola D'Amato, a chi non si vaccina va invece inflitto questo castigo, come se non bastasse il fatto che chi rifiuta l'inoculazione, in Italia, è già sottoposto a una sorta di lockdown perpetuo, poiché non può entrare in un locale al chiuso, non può prendere mezzi di trasporto a lunga percorrenza e, nel caso ad esempio dei docenti, non può neanche andare a lavorare. Chi lo sa cosa ne pensa della sparata di D'Amato il ministro della Salute, Roberto Speranza, al quale sembrava stare a cuore il principio di universalismo del Sistema sanitario nazionale: «Voglio difendere con il coltello tra i denti», ringhiava qualche mese fa Speranza, «il Sistema sanitario nazionale, che troppe volte si dà per scontato: in Italia se stai male vieni curato, ci sono posti dove se non hai soldi e non tiri fuori la carta di credito non ti curi». Se passerà la proposta di D'Amato, il Lazio guidato (anche se non se lo ricorda nessuno) dal sinistratissimo Nicola Zingaretti, diventerà uno di questi posti.
Del resto, la confusione a sinistra regna sovrana: sulla Stampa di ieri, ad esempio, la filosofa Donatella Di Cesare attacca «quei cittadini che, in tempi di pandemia grave, hanno rifiutato un diritto che è stato loro offerto, il diritto al vaccino, sottraendosi così al dovere di preservare insieme il bene della salute pubblica. Sono questi cittadini, privilegiati e dimentichi di quelli che tale privilegio non hanno», aggiunge la Di Cesare, «a essersi autoesclusi dallo spazio pubblico». Concetto assai curioso: in quale galassia rifiutare un diritto (non un dovere) comporta l'autoesclusione dallo spazio pubblico? Il governo italiano non vuole assumersi la responsabilità di introdurre per legge l'obbligo vaccinale, perché ciò comporterebbe che il cittadino, al momento di farsi inoculare, non dovrebbe più firmare l'assunzione di responsabilità in caso di conseguenze, ma tali eventuali conseguenze sarebbero responsabilità dello Stato. Per ottenere lo stesso effetto, quindi, si agisce in maniera surrettizia, ed ecco spuntare il progetto di D'Amato, talmente grottesco da essere sbugiardato perfino dal sottosegretario alla Salute, Pierpaolo Sileri, manco a dirlo ospite di un programma tv: «La proposta di D'Amato», dice Sileri a Sky Tg24, «mi sembra più una provocazione, ma parlo da medico e il nostro dovere è curare tutti, anche chi ha comportamenti a rischio».
Sono pronti a sfasciare ogni diritto per farci risparmiare pochi milioni
«Giornalmente ogni ricovero in terapia intensiva costa circa 1.500 euro, per degenze medie non inferiori ai 17 giorni»: così parlò il ragionier, pardon l'assessore D'Amato, che ha intenzione di introdurre la tassa sulla vita nel Lazio, facendo pagare a chi non vuole vaccinarsi i costi dell'eventuale ricovero in terapia intensiva. Calcolatrice alla mano, vediamo quanto risparmierebbe lo Stato italiano se la proposta di D'Amato diventasse realtà su tutto il territorio nazionale. Ieri, i ricoverati per Covid in terapia intensiva in Italia erano 544. Moltiplicando il numero per 1.500 (euro) per 17 (giorni) il totale fa 13.872.000 euro. Ma andiamo oltre: il picco massimo di ricoverato in terapia intensiva per il Covid in Italia il 3 aprile 2020, con 4.068 ricoverati in terapia intensiva. Il risultato della moltiplicazione (4.068 x 1.500 x 17) fa 103.734.000 euro. In buona sostanza, siamo di fronte a cifre, poco più di 100 milioni di euro, che, per un bilancio come quello del Sistema sanitario nazionale, sono assolutamente irrisorie. Nel 2020 la spesa sanitaria è risultata pari a 123 miliardi e 474 milioni di euro, il 7,5% del Pil. Una enormità, di fronte alla quale la proposta di D'Amato assume contorni che, se non ci trovassimo di fronte a sofferenze e decessi, sarebbero comiche.
Poiché però questa proposta è stata fatta da un esponente delle Istituzioni, essa va presa sul serio, e merita una serie di risposte altrettanto serie. D'Amato dovrebbe ricordarsi, innanzitutto, che il Sistema sanitario nazionale si regge sulle tasse pagate da tutti i cittadini, compresi quelli che non hanno intenzione di farsi inoculare il vaccino, pur sapendo di andare incontro alle privazioni che deve subire chi non ha il green pass. Le pagano anche loro, le tasse che servono a tenere in piedi il mega carrozzone della sanità pubblica, e quindi, se dovessero andare a finire in terapia intensiva, avrebbero tutto il diritto di essere curati, come gli altri. Non solo: un «soggiorno» in terapia intensiva di 17 giorni, a 1.500 euro al giorno, costa in totale 25.500 euro. Quanti cittadini italiani, sì vax, no vax o forse vax, sarebbero in grado di pagare questa cifra? Pochi, anzi pochissimi. E che fine farebbero quelli che questi soldi non ce li hanno? Verrebbero cacciati dagli ospedali? Sarebbero costretti dall'ineffabile D'Amato a firmare un pacco di cambiali prima di essere accettati in ospedale? Come vedete, siamo di fronte a una vera e propria follia.
Il nodo è sempre lo stesso: il vaccino anti Covid, in Italia, non è obbligatorio, tranne che per i sanitari, e quindi ogni scelta è legittima come tutte le altre. «Gli obblighi vaccinali esistono, quelli dei bambini ad esempio», dice Alfonso Celotto, docente di Diritto costituzionale all'Università Roma Tre, a Radio Cusano Campus, «la Corte Costituzionale li ha dichiarati legittimi, quindi lo spazio c'è. Mi è stato chiesto: se fosse introdotto l'obbligo quale potrebbe essere la sanzione per chi non si vaccina? Allora, ragionando ipoteticamente, ho detto che le sanzioni più comuni nel nostro sistema sono quelle penali, ovvero l'arresto, ma mi sembrano spropositate in questo caso e quindi da escludere. L'altra sanzione possibile», aggiunge Celotto, «è la multa, questa può essere plausibile, ma c'è uno svantaggio: alla fine paghi la multa, ma non sei comunque vaccinato. Allora, in un regime di obbligo vaccinale, si potrebbe pensare di introdurre la sanzione di far pagare le cure a chi non si vaccina e si ammala di covid». Pure l'insigne costituzionalista Celotto sbanda e cade nel trappolone di D'Amato.
All'assessore, con il massimo rispetto, va ricordato anche un ultimo dettaglio: anche il suo stipendio da componente della giunta regionale del Lazio viene pagato coi soldi di tutti i cittadini, biondi o bruni, laziali o romanisti, vaccinati o non vaccinati. Sarebbe il caso di ricordarselo, prima di spararle grosse.
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La grottesca proposta dell'assessore regionale del Lazio, il pd Alessio D'Amato: «Chi finisce in terapia intensiva e ha rifiutato la puntura deve pagarsi il ricovero». E il ministro della Salute esalta il nostro Ssn: «Ci sono Paesi dove serve la carta di credito». Appunto...Il terrorismo sanitario dimentica che i servizi si reggono sulle imposte versate da tutti.Lo speciale contiene due articoli.Sogna un bel seggio in parlamento, Alessio D'Amato, assessore alla Sanità della Regione Lazio, finito sotto i riflettori delle cronache quotidiane nel corso della pandemia. Un sogno che lo porta a strafare: ieri, in prima pagina sul Messaggero, D'Amato infatti l'ha sparata grossa, sostenendo che i no vax laziali che dovessero essere colpiti dal Covid e finire in terapia intensiva dovrebbero pagare di tasca loro le spese mediche. Sentiamolo, anzi leggiamolo, l'ex (ma molto ex) comunista D'Amato: «I no vax che contraggono il Covid e finiscono nelle terapie intensive», proclama D'Amato, «degli ospedali del Lazio dovranno pagare i ricoveri, perché queste persone che rifiutano la vaccinazione, mettendo a rischio la libertà altrui, devono assumersi la responsabilità fino in fondo delle proprie scelte e delle proprie azioni».Sembrerebbe una boutade, una sparata per tentare (riuscendoci) di finire in prima pagina, e invece no: l'ex compagno D'Amato insiste e sciorina dettagli: «Ci stiamo lavorando», aggiunge l'assessore, «e ci sono dei modelli a cui, ad esempio, facciamo riferimento e sono quelli della Lombardia dove un tempo veniva spedito a casa del paziente, prima ricoverato e poi dimesso, una sorta di memorandum su quanto la sua degenza fosse costata all'ente regionale». Un memorandum è un memorandum, non una fattura o un avviso di pagamento. D'Amato ammette ma rilancia: «Naturalmente», sottolinea, «non si chiedeva un centesimo, era solo per mostrare al paziente il costo sostenuto per le sue cure, ma con i no vax siamo intenzionati ad andare oltre. Giornalmente ogni ricovero in terapia intensiva costa circa 1.500 euro, per degenze medie», avverte D'Amato, «non inferiori ai 17 giorni».C'è da restare allibiti: secondo D'Amato, chi non si vuole sottoporre al vaccino, che in Italia, siamo costretti a ricordarlo, non è obbligatorio, e si ammala di Covid, deve pagarsi il «soggiorno» in terapia intensiva. Non è una provocazione, il prode D'Amato garantisce anche che ci sta lavorando. Siamo di fronte a una assurdità senza precedenti. Il no vax, ovvero il cittadino che sceglie, in base alla legge vigente, di non sottoporsi al vaccino, diventerebbe un cittadino di serie zeta, per il quale non dovrebbe valere l'articolo 32 della Costituzione italiana, che recita: «La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana». Oltre alla Costituzione, la proposta di D'Amato infrange la logica, come dimostra qualche semplice esempio. Anche un killer professionista, un mafioso, un terrorista kamikaze, se vengono feriti mentre preparano o eseguono un attentato, prima di finire in galera vengono ricoverati e curati dal servizio sanitario nazionale, e nessuna fattura del «soggiorno» in ospedale viene inviata ai familiari.Per il Savonarola D'Amato, a chi non si vaccina va invece inflitto questo castigo, come se non bastasse il fatto che chi rifiuta l'inoculazione, in Italia, è già sottoposto a una sorta di lockdown perpetuo, poiché non può entrare in un locale al chiuso, non può prendere mezzi di trasporto a lunga percorrenza e, nel caso ad esempio dei docenti, non può neanche andare a lavorare. Chi lo sa cosa ne pensa della sparata di D'Amato il ministro della Salute, Roberto Speranza, al quale sembrava stare a cuore il principio di universalismo del Sistema sanitario nazionale: «Voglio difendere con il coltello tra i denti», ringhiava qualche mese fa Speranza, «il Sistema sanitario nazionale, che troppe volte si dà per scontato: in Italia se stai male vieni curato, ci sono posti dove se non hai soldi e non tiri fuori la carta di credito non ti curi». Se passerà la proposta di D'Amato, il Lazio guidato (anche se non se lo ricorda nessuno) dal sinistratissimo Nicola Zingaretti, diventerà uno di questi posti. Del resto, la confusione a sinistra regna sovrana: sulla Stampa di ieri, ad esempio, la filosofa Donatella Di Cesare attacca «quei cittadini che, in tempi di pandemia grave, hanno rifiutato un diritto che è stato loro offerto, il diritto al vaccino, sottraendosi così al dovere di preservare insieme il bene della salute pubblica. Sono questi cittadini, privilegiati e dimentichi di quelli che tale privilegio non hanno», aggiunge la Di Cesare, «a essersi autoesclusi dallo spazio pubblico». Concetto assai curioso: in quale galassia rifiutare un diritto (non un dovere) comporta l'autoesclusione dallo spazio pubblico? Il governo italiano non vuole assumersi la responsabilità di introdurre per legge l'obbligo vaccinale, perché ciò comporterebbe che il cittadino, al momento di farsi inoculare, non dovrebbe più firmare l'assunzione di responsabilità in caso di conseguenze, ma tali eventuali conseguenze sarebbero responsabilità dello Stato. Per ottenere lo stesso effetto, quindi, si agisce in maniera surrettizia, ed ecco spuntare il progetto di D'Amato, talmente grottesco da essere sbugiardato perfino dal sottosegretario alla Salute, Pierpaolo Sileri, manco a dirlo ospite di un programma tv: «La proposta di D'Amato», dice Sileri a Sky Tg24, «mi sembra più una provocazione, ma parlo da medico e il nostro dovere è curare tutti, anche chi ha comportamenti a rischio».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sanita-sinistra-cure-gratis-vaccinati-2654856752.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="sono-pronti-a-sfasciare-ogni-diritto-per-farci-risparmiare-pochi-milioni" data-post-id="2654856752" data-published-at="1630451760" data-use-pagination="False"> Sono pronti a sfasciare ogni diritto per farci risparmiare pochi milioni «Giornalmente ogni ricovero in terapia intensiva costa circa 1.500 euro, per degenze medie non inferiori ai 17 giorni»: così parlò il ragionier, pardon l'assessore D'Amato, che ha intenzione di introdurre la tassa sulla vita nel Lazio, facendo pagare a chi non vuole vaccinarsi i costi dell'eventuale ricovero in terapia intensiva. Calcolatrice alla mano, vediamo quanto risparmierebbe lo Stato italiano se la proposta di D'Amato diventasse realtà su tutto il territorio nazionale. Ieri, i ricoverati per Covid in terapia intensiva in Italia erano 544. Moltiplicando il numero per 1.500 (euro) per 17 (giorni) il totale fa 13.872.000 euro. Ma andiamo oltre: il picco massimo di ricoverato in terapia intensiva per il Covid in Italia il 3 aprile 2020, con 4.068 ricoverati in terapia intensiva. Il risultato della moltiplicazione (4.068 x 1.500 x 17) fa 103.734.000 euro. In buona sostanza, siamo di fronte a cifre, poco più di 100 milioni di euro, che, per un bilancio come quello del Sistema sanitario nazionale, sono assolutamente irrisorie. Nel 2020 la spesa sanitaria è risultata pari a 123 miliardi e 474 milioni di euro, il 7,5% del Pil. Una enormità, di fronte alla quale la proposta di D'Amato assume contorni che, se non ci trovassimo di fronte a sofferenze e decessi, sarebbero comiche. Poiché però questa proposta è stata fatta da un esponente delle Istituzioni, essa va presa sul serio, e merita una serie di risposte altrettanto serie. D'Amato dovrebbe ricordarsi, innanzitutto, che il Sistema sanitario nazionale si regge sulle tasse pagate da tutti i cittadini, compresi quelli che non hanno intenzione di farsi inoculare il vaccino, pur sapendo di andare incontro alle privazioni che deve subire chi non ha il green pass. Le pagano anche loro, le tasse che servono a tenere in piedi il mega carrozzone della sanità pubblica, e quindi, se dovessero andare a finire in terapia intensiva, avrebbero tutto il diritto di essere curati, come gli altri. Non solo: un «soggiorno» in terapia intensiva di 17 giorni, a 1.500 euro al giorno, costa in totale 25.500 euro. Quanti cittadini italiani, sì vax, no vax o forse vax, sarebbero in grado di pagare questa cifra? Pochi, anzi pochissimi. E che fine farebbero quelli che questi soldi non ce li hanno? Verrebbero cacciati dagli ospedali? Sarebbero costretti dall'ineffabile D'Amato a firmare un pacco di cambiali prima di essere accettati in ospedale? Come vedete, siamo di fronte a una vera e propria follia. Il nodo è sempre lo stesso: il vaccino anti Covid, in Italia, non è obbligatorio, tranne che per i sanitari, e quindi ogni scelta è legittima come tutte le altre. «Gli obblighi vaccinali esistono, quelli dei bambini ad esempio», dice Alfonso Celotto, docente di Diritto costituzionale all'Università Roma Tre, a Radio Cusano Campus, «la Corte Costituzionale li ha dichiarati legittimi, quindi lo spazio c'è. Mi è stato chiesto: se fosse introdotto l'obbligo quale potrebbe essere la sanzione per chi non si vaccina? Allora, ragionando ipoteticamente, ho detto che le sanzioni più comuni nel nostro sistema sono quelle penali, ovvero l'arresto, ma mi sembrano spropositate in questo caso e quindi da escludere. L'altra sanzione possibile», aggiunge Celotto, «è la multa, questa può essere plausibile, ma c'è uno svantaggio: alla fine paghi la multa, ma non sei comunque vaccinato. Allora, in un regime di obbligo vaccinale, si potrebbe pensare di introdurre la sanzione di far pagare le cure a chi non si vaccina e si ammala di covid». Pure l'insigne costituzionalista Celotto sbanda e cade nel trappolone di D'Amato. All'assessore, con il massimo rispetto, va ricordato anche un ultimo dettaglio: anche il suo stipendio da componente della giunta regionale del Lazio viene pagato coi soldi di tutti i cittadini, biondi o bruni, laziali o romanisti, vaccinati o non vaccinati. Sarebbe il caso di ricordarselo, prima di spararle grosse.
Il baritono Luca Salsi ci guida alla scoperta del genio di Giuseppe Verdi attraverso tre opere che lo vedono protagonista al Teatro alla Scala di Milano. Da Nabucodonosor, primo grande successo del Cigno di Busseto, al penultimo capolavoro, Otello. Un titolo attesissimo per l’inaugurazione della prossima stagione, il 7 dicembre 2026.
Un duello tra Lautaro Martinez e Scott McTominay durante Inter-Napoli della scorsa stagione (Getty Images)
A nemmeno due settimane di distanza dalla fine del campionato, la Serie A versione 2026/2027 ha già preso forma con la tradizionale compilazione del calendario. Per il secondo anno consecutivo il Teatro Regio di Parma, nell'ambito del Festival della Serie A, ha ospitato la cerimonia che ha svelato le 38 giornate della prossima stagione.
Il campionato scatterà nel weekend del 22-23 agosto e si concluderà il 29-30 maggio 2027. Confermato il calendario asimmetrico tra andata e ritorno, mentre la principale novità riguarda le soste per le nazionali: tra fine settembre e inizio ottobre ci sarà una pausa unica di due settimane consecutive, alle quali si aggiungeranno gli stop di novembre e marzo. Previsti inoltre due turni infrasettimanali, il 28 ottobre e il 6 gennaio, oltre alla sosta natalizia del 26 e 27 dicembre.
L'avvio propone subito partite interessanti e affatto banali. I campioni d'Italia dell'Inter debutteranno a San Siro contro il Monza, mentre Napoli e Juventus inizieranno entrambe in trasferta, rispettivamente a Genova e Frosinone. Impegno esterno anche per il Milan, atteso dal Torino, mentre la Roma riceverà la Fiorentina all'Olimpico. Per assistere ai primi incroci di alta classifica non bisognerà però aspettare molto. Già alla terza giornata il calendario mette di fronte Juventus e Milan da una parte, Inter e Napoli dall'altra. Un doppio confronto che potrebbe offrire indicazioni interessanti fin dalle prime settimane della stagione. Il primo derby della Madonnina è invece fissato alla decima giornata, il 1° novembre, nello stesso turno in cui andrà in scena anche Juventus-Napoli. Al termine del girone d'andata, alla diciannovesima giornata, spazio al primo Derby d'Italia con Inter-Juventus a San Siro.
Anche il ritorno si annuncia particolarmente intenso. Alla ventiduesima giornata si giocheranno Napoli-Inter e Milan-Juventus, mentre due settimane più tardi, nel weekend di San Valentino, il calendario propone un altro doppio appuntamento di cartello con Inter-Milan e Napoli-Juventus. Restano inoltre i vincoli legati agli impegni europei. Nelle giornate collocate tra due turni delle coppe Uefa le squadre impegnate in Champions League non potranno affrontare quelle partecipanti a Europa League e Conference League, una scelta pensata per distribuire in modo più equilibrato gli impegni durante la stagione.
Dietro la compilazione delle 38 giornate c'è stato ancora una volta il lavoro dell'algoritmo utilizzato dalla Lega Serie A, chiamato a gestire contemporaneamente decine di vincoli tra derby, alternanza casa-trasferta, soste per le nazionali, coppe europee e disponibilità degli impianti. Un supporto tecnologico ormai diventato centrale nella costruzione del calendario. Ad aprire la cerimonia è stato il presidente della Lega Serie A, Ezio Simonelli, che ha rivendicato la crescita dell'interesse attorno al campionato sottolineando: «Abbiamo avuto una capienza media negli stadi di 30.000 spettatori a partita. La prova che il pubblico ama ancora e molto il nostro campionato».
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Giuseppe Cossu e Roberto Saviano (Ansa)
Caro Roberto Saviano,
ho letto le tue parole sul grido “Decima” pronunciato dagli incursori della Marina Militare e sento il bisogno di scriverti da uomo che ha servito l’Italia in uniforme, in patria e all’estero, compreso l’Afghanistan. Non per polemica, ma per offrire un punto di vista che troppo spesso viene ignorato.
Chi ha indossato il basco degli incursori sa bene che la storia va conosciuta nella sua interezza, senza semplificazioni e senza sovrapposizioni che finiscono per cancellare fatti, uomini e tradizioni. Quando sento pronunciare il nome “Decima”, il mio pensiero non corre alla Repubblica Sociale Italiana né alle pagine più controverse della guerra civile italiana. Corre invece agli uomini della Decima Flottiglia MAS che, prima dell’8 settembre 1943, scrissero alcune delle pagine più straordinarie della storia militare italiana.
Parlo di marinai che operarono in condizioni estreme, di pionieri delle operazioni speciali subacquee, di uomini che con mezzi rudimentali ma con coraggio eccezionale riuscirono a colpire obiettivi ritenuti impossibili. Parlo di una tradizione professionale e militare riconosciuta e studiata ancora oggi da numerose marine del mondo. È da quella tradizione tecnica, operativa e umana che discendono gli attuali incursori della Marina Militare.
Quando pensiamo a quella storia, pensiamo al sacrificio di Teseo Tesei e di tanti altri uomini che hanno rappresentato e continuano a rappresentare un esempio per ogni incursore. Pensiamo a chi ha dato la vita per compiere il proprio dovere, sapendo di andare incontro a una missione dalla quale forse non sarebbe tornato. Il loro esempio continua ancora oggi a essere fonte di motivazione nelle notti più dure dell’addestramento e delle operazioni.
Pensiamo anche alle radici più profonde dello spirito d’audacia della Marina italiana, a imprese come la Beffa di Buccari guidata da Gabriele D’Annunzio, episodi che hanno alimentato una tradizione fatta di coraggio, iniziativa e spirito di sacrificio. Sono queste le pagine che molti giovani militari studiano, insieme ai valori e ai principi tramandati dal reparto, trovando ispirazione per affrontare le sfide del servizio.
Ridurre tutto questo a una sola fase storica significa compiere un’operazione ingiusta nei confronti della verità. Significa ignorare che la Decima MAS esistette prima del 1943 e che proprio in quel periodo costruì la propria fama. Significa dimenticare uomini che servirono il loro Paese con disciplina e sacrificio in un contesto storico ben diverso da quello successivo all’armistizio.
C’è poi una domanda che mi pongo sinceramente: perché soltanto oggi questa tradizione viene presentata come un problema? Il grido “Decima” accompagna da sempre la storia e le tradizioni del reparto. Nel corso dei decenni si sono succeduti governi di ogni orientamento politico, presidenti della Repubblica, ministri della Difesa e vertici militari. Eppure nessuno ha mai ritenuto necessario trasformare questo elemento identitario in una battaglia ideologica.
Noi militari conosciamo il peso dei simboli. Proprio per questo sappiamo distinguerne le diverse fasi storiche. Nessuno pretende di cancellare le controversie che seguirono all’8 settembre. Ma allo stesso modo non si può accettare che un’intera tradizione venga identificata esclusivamente con una parte della sua storia, per quanto discussa essa sia.
Molti di coloro che oggi rivendicano l’eredità professionale degli incursori italiani hanno servito la Repubblica Italiana in missioni internazionali, spesso lontano dai riflettori. In Afghanistan, nei Balcani, in Iraq, nel Mediterraneo, nel Corno d’Africa e in numerosi altri teatri operativi, i militari italiani hanno operato per garantire sicurezza, stabilità e protezione delle popolazioni civili, spesso a rischio della propria vita.
Ho visto colleghi partire senza sapere se sarebbero tornati. Ho visto uomini lavorare per mesi lontano dalle famiglie, affrontando minacce concrete e quotidiane. Ho visto professionalità, umanità e spirito di servizio. E ho visto il rispetto che i militari italiani si sono guadagnati presso alleati e popolazioni locali grazie alla loro competenza e al loro equilibrio.
Quando un incursore richiama una tradizione militare, non necessariamente sta facendo una dichiarazione politica. Molto spesso sta rendendo omaggio a una storia professionale fatta di addestramento, sacrificio, fratellanza e servizio. È una differenza che chiunque affronti questi temi con onestà intellettuale dovrebbe sforzarsi di comprendere.
Se vi sono critiche da rivolgere a un governo, a una maggioranza politica o a una scelta istituzionale, esse appartengono legittimamente al dibattito democratico. Ma sarebbe auspicabile evitare che a farne le spese siano uomini che hanno dedicato la propria vita alla difesa della Patria e delle sue istituzioni. Militari che servono tutti gli italiani, senza distinzione di idee politiche, religione, origine o appartenenza sociale.
Le parole hanno un peso, soprattutto quando vengono pronunciate da personalità pubbliche. Per questo credo che sia importante distinguere tra la doverosa critica politica e il rispetto dovuto a chi serve lo Stato italiano. Le semplificazioni possono generare consenso immediato, ma raramente aiutano a comprendere la complessità della storia.
E forse, anziché soffermarsi esclusivamente sugli aspetti più controversi di quella vicenda, sarebbe utile raccontare anche le imprese che hanno reso celebre la Decima nel mondo: il coraggio di Teseo Tesei, le operazioni degli uomini d’assalto, l’innovazione tecnica, il sacrificio e la dedizione di chi ha aperto la strada alle moderne forze speciali. Sarebbe una storia capace di offrire ai nostri giovani esempi di determinazione, spirito di servizio e amore per il proprio Paese.
Non ti chiedo di condividere questa sensibilità. Ti chiedo soltanto di considerare che dietro quel nome, per molti militari, non vi è nostalgia ideologica, bensì il ricordo di una tradizione operativa che appartiene alla storia della Marina italiana e che ha contribuito a costruire l’eccellenza delle nostre forze speciali.
La storia, quando viene letta tutta intera, è sempre più complessa degli slogan. E il rispetto per chi ha servito e serve il proprio Paese dovrebbe essere un terreno comune, al di là delle differenze di opinione.
Con rispetto.
Giuseppe Cossu, Incursore in congedo della Marina Militare italiana.
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