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2021-09-01
Sanità sinistra: cure gratis solo ai vaccinati
Alessio D'Amato (Ansa)
Sogna un bel seggio in parlamento, Alessio D'Amato, assessore alla Sanità della Regione Lazio, finito sotto i riflettori delle cronache quotidiane nel corso della pandemia. Un sogno che lo porta a strafare: ieri, in prima pagina sul Messaggero, D'Amato infatti l'ha sparata grossa, sostenendo che i no vax laziali che dovessero essere colpiti dal Covid e finire in terapia intensiva dovrebbero pagare di tasca loro le spese mediche. Sentiamolo, anzi leggiamolo, l'ex (ma molto ex) comunista D'Amato: «I no vax che contraggono il Covid e finiscono nelle terapie intensive», proclama D'Amato, «degli ospedali del Lazio dovranno pagare i ricoveri, perché queste persone che rifiutano la vaccinazione, mettendo a rischio la libertà altrui, devono assumersi la responsabilità fino in fondo delle proprie scelte e delle proprie azioni».
Sembrerebbe una boutade, una sparata per tentare (riuscendoci) di finire in prima pagina, e invece no: l'ex compagno D'Amato insiste e sciorina dettagli: «Ci stiamo lavorando», aggiunge l'assessore, «e ci sono dei modelli a cui, ad esempio, facciamo riferimento e sono quelli della Lombardia dove un tempo veniva spedito a casa del paziente, prima ricoverato e poi dimesso, una sorta di memorandum su quanto la sua degenza fosse costata all'ente regionale». Un memorandum è un memorandum, non una fattura o un avviso di pagamento. D'Amato ammette ma rilancia: «Naturalmente», sottolinea, «non si chiedeva un centesimo, era solo per mostrare al paziente il costo sostenuto per le sue cure, ma con i no vax siamo intenzionati ad andare oltre. Giornalmente ogni ricovero in terapia intensiva costa circa 1.500 euro, per degenze medie», avverte D'Amato, «non inferiori ai 17 giorni».
C'è da restare allibiti: secondo D'Amato, chi non si vuole sottoporre al vaccino, che in Italia, siamo costretti a ricordarlo, non è obbligatorio, e si ammala di Covid, deve pagarsi il «soggiorno» in terapia intensiva. Non è una provocazione, il prode D'Amato garantisce anche che ci sta lavorando. Siamo di fronte a una assurdità senza precedenti. Il no vax, ovvero il cittadino che sceglie, in base alla legge vigente, di non sottoporsi al vaccino, diventerebbe un cittadino di serie zeta, per il quale non dovrebbe valere l'articolo 32 della Costituzione italiana, che recita: «La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana». Oltre alla Costituzione, la proposta di D'Amato infrange la logica, come dimostra qualche semplice esempio. Anche un killer professionista, un mafioso, un terrorista kamikaze, se vengono feriti mentre preparano o eseguono un attentato, prima di finire in galera vengono ricoverati e curati dal servizio sanitario nazionale, e nessuna fattura del «soggiorno» in ospedale viene inviata ai familiari.
Per il Savonarola D'Amato, a chi non si vaccina va invece inflitto questo castigo, come se non bastasse il fatto che chi rifiuta l'inoculazione, in Italia, è già sottoposto a una sorta di lockdown perpetuo, poiché non può entrare in un locale al chiuso, non può prendere mezzi di trasporto a lunga percorrenza e, nel caso ad esempio dei docenti, non può neanche andare a lavorare. Chi lo sa cosa ne pensa della sparata di D'Amato il ministro della Salute, Roberto Speranza, al quale sembrava stare a cuore il principio di universalismo del Sistema sanitario nazionale: «Voglio difendere con il coltello tra i denti», ringhiava qualche mese fa Speranza, «il Sistema sanitario nazionale, che troppe volte si dà per scontato: in Italia se stai male vieni curato, ci sono posti dove se non hai soldi e non tiri fuori la carta di credito non ti curi». Se passerà la proposta di D'Amato, il Lazio guidato (anche se non se lo ricorda nessuno) dal sinistratissimo Nicola Zingaretti, diventerà uno di questi posti.
Del resto, la confusione a sinistra regna sovrana: sulla Stampa di ieri, ad esempio, la filosofa Donatella Di Cesare attacca «quei cittadini che, in tempi di pandemia grave, hanno rifiutato un diritto che è stato loro offerto, il diritto al vaccino, sottraendosi così al dovere di preservare insieme il bene della salute pubblica. Sono questi cittadini, privilegiati e dimentichi di quelli che tale privilegio non hanno», aggiunge la Di Cesare, «a essersi autoesclusi dallo spazio pubblico». Concetto assai curioso: in quale galassia rifiutare un diritto (non un dovere) comporta l'autoesclusione dallo spazio pubblico? Il governo italiano non vuole assumersi la responsabilità di introdurre per legge l'obbligo vaccinale, perché ciò comporterebbe che il cittadino, al momento di farsi inoculare, non dovrebbe più firmare l'assunzione di responsabilità in caso di conseguenze, ma tali eventuali conseguenze sarebbero responsabilità dello Stato. Per ottenere lo stesso effetto, quindi, si agisce in maniera surrettizia, ed ecco spuntare il progetto di D'Amato, talmente grottesco da essere sbugiardato perfino dal sottosegretario alla Salute, Pierpaolo Sileri, manco a dirlo ospite di un programma tv: «La proposta di D'Amato», dice Sileri a Sky Tg24, «mi sembra più una provocazione, ma parlo da medico e il nostro dovere è curare tutti, anche chi ha comportamenti a rischio».
Sono pronti a sfasciare ogni diritto per farci risparmiare pochi milioni
«Giornalmente ogni ricovero in terapia intensiva costa circa 1.500 euro, per degenze medie non inferiori ai 17 giorni»: così parlò il ragionier, pardon l'assessore D'Amato, che ha intenzione di introdurre la tassa sulla vita nel Lazio, facendo pagare a chi non vuole vaccinarsi i costi dell'eventuale ricovero in terapia intensiva. Calcolatrice alla mano, vediamo quanto risparmierebbe lo Stato italiano se la proposta di D'Amato diventasse realtà su tutto il territorio nazionale. Ieri, i ricoverati per Covid in terapia intensiva in Italia erano 544. Moltiplicando il numero per 1.500 (euro) per 17 (giorni) il totale fa 13.872.000 euro. Ma andiamo oltre: il picco massimo di ricoverato in terapia intensiva per il Covid in Italia il 3 aprile 2020, con 4.068 ricoverati in terapia intensiva. Il risultato della moltiplicazione (4.068 x 1.500 x 17) fa 103.734.000 euro. In buona sostanza, siamo di fronte a cifre, poco più di 100 milioni di euro, che, per un bilancio come quello del Sistema sanitario nazionale, sono assolutamente irrisorie. Nel 2020 la spesa sanitaria è risultata pari a 123 miliardi e 474 milioni di euro, il 7,5% del Pil. Una enormità, di fronte alla quale la proposta di D'Amato assume contorni che, se non ci trovassimo di fronte a sofferenze e decessi, sarebbero comiche.
Poiché però questa proposta è stata fatta da un esponente delle Istituzioni, essa va presa sul serio, e merita una serie di risposte altrettanto serie. D'Amato dovrebbe ricordarsi, innanzitutto, che il Sistema sanitario nazionale si regge sulle tasse pagate da tutti i cittadini, compresi quelli che non hanno intenzione di farsi inoculare il vaccino, pur sapendo di andare incontro alle privazioni che deve subire chi non ha il green pass. Le pagano anche loro, le tasse che servono a tenere in piedi il mega carrozzone della sanità pubblica, e quindi, se dovessero andare a finire in terapia intensiva, avrebbero tutto il diritto di essere curati, come gli altri. Non solo: un «soggiorno» in terapia intensiva di 17 giorni, a 1.500 euro al giorno, costa in totale 25.500 euro. Quanti cittadini italiani, sì vax, no vax o forse vax, sarebbero in grado di pagare questa cifra? Pochi, anzi pochissimi. E che fine farebbero quelli che questi soldi non ce li hanno? Verrebbero cacciati dagli ospedali? Sarebbero costretti dall'ineffabile D'Amato a firmare un pacco di cambiali prima di essere accettati in ospedale? Come vedete, siamo di fronte a una vera e propria follia.
Il nodo è sempre lo stesso: il vaccino anti Covid, in Italia, non è obbligatorio, tranne che per i sanitari, e quindi ogni scelta è legittima come tutte le altre. «Gli obblighi vaccinali esistono, quelli dei bambini ad esempio», dice Alfonso Celotto, docente di Diritto costituzionale all'Università Roma Tre, a Radio Cusano Campus, «la Corte Costituzionale li ha dichiarati legittimi, quindi lo spazio c'è. Mi è stato chiesto: se fosse introdotto l'obbligo quale potrebbe essere la sanzione per chi non si vaccina? Allora, ragionando ipoteticamente, ho detto che le sanzioni più comuni nel nostro sistema sono quelle penali, ovvero l'arresto, ma mi sembrano spropositate in questo caso e quindi da escludere. L'altra sanzione possibile», aggiunge Celotto, «è la multa, questa può essere plausibile, ma c'è uno svantaggio: alla fine paghi la multa, ma non sei comunque vaccinato. Allora, in un regime di obbligo vaccinale, si potrebbe pensare di introdurre la sanzione di far pagare le cure a chi non si vaccina e si ammala di covid». Pure l'insigne costituzionalista Celotto sbanda e cade nel trappolone di D'Amato.
All'assessore, con il massimo rispetto, va ricordato anche un ultimo dettaglio: anche il suo stipendio da componente della giunta regionale del Lazio viene pagato coi soldi di tutti i cittadini, biondi o bruni, laziali o romanisti, vaccinati o non vaccinati. Sarebbe il caso di ricordarselo, prima di spararle grosse.
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La grottesca proposta dell'assessore regionale del Lazio, il pd Alessio D'Amato: «Chi finisce in terapia intensiva e ha rifiutato la puntura deve pagarsi il ricovero». E il ministro della Salute esalta il nostro Ssn: «Ci sono Paesi dove serve la carta di credito». Appunto...Il terrorismo sanitario dimentica che i servizi si reggono sulle imposte versate da tutti.Lo speciale contiene due articoli.Sogna un bel seggio in parlamento, Alessio D'Amato, assessore alla Sanità della Regione Lazio, finito sotto i riflettori delle cronache quotidiane nel corso della pandemia. Un sogno che lo porta a strafare: ieri, in prima pagina sul Messaggero, D'Amato infatti l'ha sparata grossa, sostenendo che i no vax laziali che dovessero essere colpiti dal Covid e finire in terapia intensiva dovrebbero pagare di tasca loro le spese mediche. Sentiamolo, anzi leggiamolo, l'ex (ma molto ex) comunista D'Amato: «I no vax che contraggono il Covid e finiscono nelle terapie intensive», proclama D'Amato, «degli ospedali del Lazio dovranno pagare i ricoveri, perché queste persone che rifiutano la vaccinazione, mettendo a rischio la libertà altrui, devono assumersi la responsabilità fino in fondo delle proprie scelte e delle proprie azioni».Sembrerebbe una boutade, una sparata per tentare (riuscendoci) di finire in prima pagina, e invece no: l'ex compagno D'Amato insiste e sciorina dettagli: «Ci stiamo lavorando», aggiunge l'assessore, «e ci sono dei modelli a cui, ad esempio, facciamo riferimento e sono quelli della Lombardia dove un tempo veniva spedito a casa del paziente, prima ricoverato e poi dimesso, una sorta di memorandum su quanto la sua degenza fosse costata all'ente regionale». Un memorandum è un memorandum, non una fattura o un avviso di pagamento. D'Amato ammette ma rilancia: «Naturalmente», sottolinea, «non si chiedeva un centesimo, era solo per mostrare al paziente il costo sostenuto per le sue cure, ma con i no vax siamo intenzionati ad andare oltre. Giornalmente ogni ricovero in terapia intensiva costa circa 1.500 euro, per degenze medie», avverte D'Amato, «non inferiori ai 17 giorni».C'è da restare allibiti: secondo D'Amato, chi non si vuole sottoporre al vaccino, che in Italia, siamo costretti a ricordarlo, non è obbligatorio, e si ammala di Covid, deve pagarsi il «soggiorno» in terapia intensiva. Non è una provocazione, il prode D'Amato garantisce anche che ci sta lavorando. Siamo di fronte a una assurdità senza precedenti. Il no vax, ovvero il cittadino che sceglie, in base alla legge vigente, di non sottoporsi al vaccino, diventerebbe un cittadino di serie zeta, per il quale non dovrebbe valere l'articolo 32 della Costituzione italiana, che recita: «La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana». Oltre alla Costituzione, la proposta di D'Amato infrange la logica, come dimostra qualche semplice esempio. Anche un killer professionista, un mafioso, un terrorista kamikaze, se vengono feriti mentre preparano o eseguono un attentato, prima di finire in galera vengono ricoverati e curati dal servizio sanitario nazionale, e nessuna fattura del «soggiorno» in ospedale viene inviata ai familiari.Per il Savonarola D'Amato, a chi non si vaccina va invece inflitto questo castigo, come se non bastasse il fatto che chi rifiuta l'inoculazione, in Italia, è già sottoposto a una sorta di lockdown perpetuo, poiché non può entrare in un locale al chiuso, non può prendere mezzi di trasporto a lunga percorrenza e, nel caso ad esempio dei docenti, non può neanche andare a lavorare. Chi lo sa cosa ne pensa della sparata di D'Amato il ministro della Salute, Roberto Speranza, al quale sembrava stare a cuore il principio di universalismo del Sistema sanitario nazionale: «Voglio difendere con il coltello tra i denti», ringhiava qualche mese fa Speranza, «il Sistema sanitario nazionale, che troppe volte si dà per scontato: in Italia se stai male vieni curato, ci sono posti dove se non hai soldi e non tiri fuori la carta di credito non ti curi». Se passerà la proposta di D'Amato, il Lazio guidato (anche se non se lo ricorda nessuno) dal sinistratissimo Nicola Zingaretti, diventerà uno di questi posti. Del resto, la confusione a sinistra regna sovrana: sulla Stampa di ieri, ad esempio, la filosofa Donatella Di Cesare attacca «quei cittadini che, in tempi di pandemia grave, hanno rifiutato un diritto che è stato loro offerto, il diritto al vaccino, sottraendosi così al dovere di preservare insieme il bene della salute pubblica. Sono questi cittadini, privilegiati e dimentichi di quelli che tale privilegio non hanno», aggiunge la Di Cesare, «a essersi autoesclusi dallo spazio pubblico». Concetto assai curioso: in quale galassia rifiutare un diritto (non un dovere) comporta l'autoesclusione dallo spazio pubblico? Il governo italiano non vuole assumersi la responsabilità di introdurre per legge l'obbligo vaccinale, perché ciò comporterebbe che il cittadino, al momento di farsi inoculare, non dovrebbe più firmare l'assunzione di responsabilità in caso di conseguenze, ma tali eventuali conseguenze sarebbero responsabilità dello Stato. Per ottenere lo stesso effetto, quindi, si agisce in maniera surrettizia, ed ecco spuntare il progetto di D'Amato, talmente grottesco da essere sbugiardato perfino dal sottosegretario alla Salute, Pierpaolo Sileri, manco a dirlo ospite di un programma tv: «La proposta di D'Amato», dice Sileri a Sky Tg24, «mi sembra più una provocazione, ma parlo da medico e il nostro dovere è curare tutti, anche chi ha comportamenti a rischio».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sanita-sinistra-cure-gratis-vaccinati-2654856752.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="sono-pronti-a-sfasciare-ogni-diritto-per-farci-risparmiare-pochi-milioni" data-post-id="2654856752" data-published-at="1630451760" data-use-pagination="False"> Sono pronti a sfasciare ogni diritto per farci risparmiare pochi milioni «Giornalmente ogni ricovero in terapia intensiva costa circa 1.500 euro, per degenze medie non inferiori ai 17 giorni»: così parlò il ragionier, pardon l'assessore D'Amato, che ha intenzione di introdurre la tassa sulla vita nel Lazio, facendo pagare a chi non vuole vaccinarsi i costi dell'eventuale ricovero in terapia intensiva. Calcolatrice alla mano, vediamo quanto risparmierebbe lo Stato italiano se la proposta di D'Amato diventasse realtà su tutto il territorio nazionale. Ieri, i ricoverati per Covid in terapia intensiva in Italia erano 544. Moltiplicando il numero per 1.500 (euro) per 17 (giorni) il totale fa 13.872.000 euro. Ma andiamo oltre: il picco massimo di ricoverato in terapia intensiva per il Covid in Italia il 3 aprile 2020, con 4.068 ricoverati in terapia intensiva. Il risultato della moltiplicazione (4.068 x 1.500 x 17) fa 103.734.000 euro. In buona sostanza, siamo di fronte a cifre, poco più di 100 milioni di euro, che, per un bilancio come quello del Sistema sanitario nazionale, sono assolutamente irrisorie. Nel 2020 la spesa sanitaria è risultata pari a 123 miliardi e 474 milioni di euro, il 7,5% del Pil. Una enormità, di fronte alla quale la proposta di D'Amato assume contorni che, se non ci trovassimo di fronte a sofferenze e decessi, sarebbero comiche. Poiché però questa proposta è stata fatta da un esponente delle Istituzioni, essa va presa sul serio, e merita una serie di risposte altrettanto serie. D'Amato dovrebbe ricordarsi, innanzitutto, che il Sistema sanitario nazionale si regge sulle tasse pagate da tutti i cittadini, compresi quelli che non hanno intenzione di farsi inoculare il vaccino, pur sapendo di andare incontro alle privazioni che deve subire chi non ha il green pass. Le pagano anche loro, le tasse che servono a tenere in piedi il mega carrozzone della sanità pubblica, e quindi, se dovessero andare a finire in terapia intensiva, avrebbero tutto il diritto di essere curati, come gli altri. Non solo: un «soggiorno» in terapia intensiva di 17 giorni, a 1.500 euro al giorno, costa in totale 25.500 euro. Quanti cittadini italiani, sì vax, no vax o forse vax, sarebbero in grado di pagare questa cifra? Pochi, anzi pochissimi. E che fine farebbero quelli che questi soldi non ce li hanno? Verrebbero cacciati dagli ospedali? Sarebbero costretti dall'ineffabile D'Amato a firmare un pacco di cambiali prima di essere accettati in ospedale? Come vedete, siamo di fronte a una vera e propria follia. Il nodo è sempre lo stesso: il vaccino anti Covid, in Italia, non è obbligatorio, tranne che per i sanitari, e quindi ogni scelta è legittima come tutte le altre. «Gli obblighi vaccinali esistono, quelli dei bambini ad esempio», dice Alfonso Celotto, docente di Diritto costituzionale all'Università Roma Tre, a Radio Cusano Campus, «la Corte Costituzionale li ha dichiarati legittimi, quindi lo spazio c'è. Mi è stato chiesto: se fosse introdotto l'obbligo quale potrebbe essere la sanzione per chi non si vaccina? Allora, ragionando ipoteticamente, ho detto che le sanzioni più comuni nel nostro sistema sono quelle penali, ovvero l'arresto, ma mi sembrano spropositate in questo caso e quindi da escludere. L'altra sanzione possibile», aggiunge Celotto, «è la multa, questa può essere plausibile, ma c'è uno svantaggio: alla fine paghi la multa, ma non sei comunque vaccinato. Allora, in un regime di obbligo vaccinale, si potrebbe pensare di introdurre la sanzione di far pagare le cure a chi non si vaccina e si ammala di covid». Pure l'insigne costituzionalista Celotto sbanda e cade nel trappolone di D'Amato. All'assessore, con il massimo rispetto, va ricordato anche un ultimo dettaglio: anche il suo stipendio da componente della giunta regionale del Lazio viene pagato coi soldi di tutti i cittadini, biondi o bruni, laziali o romanisti, vaccinati o non vaccinati. Sarebbe il caso di ricordarselo, prima di spararle grosse.
Carlo Messina (Imagoeconomica)
Il piano arriva dopo un 2025 che l’amministratore delegato definisce senza esitazioni «il migliore di sempre». Utile netto a 9,3 miliardi (+7,6%), dividendi complessivi per 6,5 miliardi – tra acconto e saldo – e un buyback da 2,3 miliardi già autorizzato dalla Bce. L’ad rivendica di aver superato, negli ultimi due piani industriali, tutti gli obiettivi.
La strategia al 2029 poggia su tre pilastri: riduzione dei costi grazie alla tecnologia, crescita dei ricavi trainata dalle commissioni e un costo del rischio ai minimi storici, frutto di una banca senza più crediti incagliati. Ma il vero salto è geografico. Messina guarda oltre i confini italiani e rivendica di essere «parte di una storia completamente diversa rispetto alla saga del risiko bancario del 2025». Tradotto: nessuna corsa alle aggregazioni domestiche, nessun inseguimento a fusioni difensive che comunque troverebbero l’ostacolo dell’Antitrust. Il baricentro si sposta sull’espansione internazionale, in particolare nell’industria del risparmio.
È qui che prende forma Isywealth Europe, il progetto-bandiera del nuovo piano. Un’iniziativa che porta all’estero il modello Intesa nella consulenza finanziaria, facendo leva sul digitale e sulle sinergie di gruppo. Francia, Germania e Spagna sono i primi traguardi individuati. Mercati dove la banca è già presente con proprie filiali e dove punta a servire corporate, retail e private banking attraverso piattaforme tecnologiche integrate. Duecento milioni di investimenti iniziali. Il piano di espansione nelle grandi città europee, con prodotti distribuiti anche tramite Isybank e Fideuram Direct. La crescita avverrà solo con operazioni di cui il gruppo avrà la maggioranza azionaria. Al momento, chiarisce, sul tavolo non c’è nulla. Nessuna fretta, nessuna ansia da shopping. La stessa logica guida la strategia sulle banche estere, chiamate a realizzare sinergie più strette con le altre divisioni del gruppo. Il risultato netto della divisione international banks dovrebbe salire a 1,8 miliardi nel 2029 dagli 1,2 miliardi del 2025. «Nell’eurozona non serve fare acquisizioni», sottolinea, «meglio sfruttare le presenze che già abbiamo».
Intesa promette una nuova accelerazione sul fronte della riduzione dei costi. Per raggiungere l’obiettivo sono previsti altri 5,1 miliardi di investimenti tecnologici, che si aggiungono ai 6,6 miliardi del piano precedente. In parallelo, un ricambio generazionale senza scosse: 9.750 uscite volontarie in Italia entro il 2030, compensate da circa 6.300 nuove assunzioni di giovani. A regime, i risparmi attesi valgono 570 milioni di euro.
Il capitolo del risiko bancario è liquidato con poche frasi ma con un tono che non lascia spazio a interpretazioni. Le operazioni che animano il dibattito, «non ci preoccupano». Neanche l’asse Unicredit-Generali di cui tanto si parla «Sarebbe come mettere insieme due Bpm. Rimarremmo comunque con tre volte più grandi». Fine della discussione. Per Intesa, insiste l’amministratore delegato, non è un terreno di competizione. Anche perché, osserva, «mettere insieme un asset manager assicurativo con una rete di distribuzione bancaria non ha molto senso».
In controluce, il piano racconta anche un altro punto di vista: quello che osserva con attenzione lo scenario globale. Alla domanda su Kevin Warsh, indicato da Donald Trump come prossimo presidente della Fed, il giudizio è misurato ma positivo: «Una persona di altissima competenza e capacità». Un segnale di equilibrio, mentre le banche centrali restano un fattore chiave di stabilità – o instabilità – dei mercati.
Alla fine, il nuovo piano di Intesa Sanpaolo appare come un manifesto di continuità. Cinquanta miliardi di dividendi come garanzia, una strategia internazionale come orizzonte, il rifiuto del risiko come scelta identitaria.
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Under Salt Marsh (Sky)
La natura, la sua violenza improvvisa, è protagonista al fianco di una comunità tradizionale, scossa da un omicidio quasi perfetto. O, quanto meno, di un omicidio che sarebbe stato perfetto, se non fosse intervenuta la natura.Il mare, in un giorno di tempesta, ha portato sulle rive del Galles un corpo, lo spettro di una morte innaturale. E, pure, la certezza che l'indagine non sarebbe stata semplice. Jackie Eliss l'ha capito fin dal primo momento.
Lo ha sentito sulla propria pelle, lei che aveva cercato di dimenticare il passato, gli sbagli, gli errori. La Eliss era detective a Morfa Halen, cittadina immaginaria, arroccata sui paesaggi del Galles, quando un'altra morte ha messo a soqquadro la sua vita. Allora, c'era la stessa violenza, ma poche certezze. Jackie Eliss non è riuscita a capire chi fosse il responsabile di una tale brutalità, perché, soprattutto. Qualche ipotesi l'ha azzardata, qualcosa lo ha pensato. Ma, a conti fatti, non ha saputo portare dalla sua prove certe e inconfutabili. Così, il paese le ha voltato le spalle e la sua famiglia con lui. La Eliss ha perso il marito, la stima della figlia e il lavoro. Tre anni più tardi, è la stessa donna, ma il mestiere è un altro, le insicurezze aumentate.Jackie Eliss, quando il secondo cadavere piomba a Morfa Halen, non è più una detective, ma un'insegnante, cui l'ostracismo dei suoi concittadini ha provocato una tristezza latente. Sola, senza lo scopo di un mestiere che era vocazione, vorrebbe tenersi alla larga da quell'altro mistero. Ma qualcosa, una sensazione sottile sottopelle, le dice che le morti, pur passati anni, sono connesse. Ed è in nome di questa connessione, della voglia di capire cosa sia successo e redimere con ciò se stessa e i propri errori, che la Eliss decide di tornare a investigare. Senza l'ufficialità del ruolo, senza gli strumenti consoni. Senza aiuti, ma con una determinazione tipica del genere cui Under salt marsh appartiene.
Lo show, in quattro episodi, rincorre la velocità del giallo, del thriller, rincorrendo parimenti quella del cataclisma. Perché c'è altro a rendere il mistero più inquietante: la minaccia incombente di una tempesta senza precedenti, decisa a distruggere ogni prova che possa condurre alla verità.
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Dopo aver chiesto di abolire il carcere e «okkupare» le case, l'eurodeputata Avs palpita per Askatasuna.