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2018-04-17
Di Maio lancia l’ultimatum alla Lega:
«Occhio che chiudo uno dei forni»
ANSA
Chi ha il problema di far aumentare il peso del proprio 17% è la Lega. E per riuscirci, deve avere una scusa per liberarsi di Silvio Berlusconi, come un incarico a Elisabetta Casellati che finisca dritta contro il muro. Nel picco massimo del gelo con Matteo Salvini, Luigi Di Maio e lo stato maggiore del Movimento 5 stelle sono ancorati a pochi punti fermi: «Siamo il primo partito e abbiamo preso il doppio di voti della Lega; se Sergio Mattarella desse un incarico al presidente del Senato, il centrodestra andrebbe in 1.000 pezzi e Salvini a quel punto verrebbe a Canossa». E se invece toccasse a Roberto Fico? «Lui invece ce la fa, perché lo voterebbe anche quasi tutto il Pd». A 40 giorni dal voto, il fatto nuovo è questo: la politica dei due forni di M5s è sempre viva, ma il forno di sinistra ha preso per la prima volta un deciso vigore e alla Lega è stato dato un ultimatum di «qualche giorno».
Ieri la prima attenzione del movimento fondato da Beppe Grillo è stata «lasciar perdere Berlusconi», per non dargli una nuova centralità. Il Cavaliere, ancora, divide. Alessandro Di Battista, nei giorni scorsi, aveva pubblicato un lungo post su Facebook nel quale sosteneva che per il Tribunale di Milano il capo di Forza Italia è «un delinquente abituale». E poi aveva sfidato, un po' incautamente, il Carroccio: «Di che cosa hanno paura certi leghisti? Di qualche dossier in mano al Tinto Bass di Arcore?». E di fronte ai veti, oltre che alle insinuazioni, Salvini si è ricompattato con Forza Italia. Adesso, da domenica, l'ordine di scuderia nel Movimento è quello di «non attaccare Berlusconi per non indebolire Salvini» e le trattative ancora aperte.
E sarà un caso, ma la presa di vigore del fuoco nel forno dedicato a una possibile alleanza M5s-Pd-Leu è stata accompagnata da un nuovo post di Grillo sul suo blog, tutto dedicato alle nuove sfide sul lavoro, dove ha riproposto con forza valori che oggi «sembrano bestemmie» come «ridistribuzione, uguaglianza e sostenibilità». Il tutto mentre esplode la protesta dei nuovi «schiavi» del cibo pronto a domicilio, ovvero di cittadini che M5s sente di essere ormai l'unico a rappresentare in qualche modo. Del resto, basta vedere come si comportano i deputati pentastellati in questi giorni per capire che il Movimento è assolutamente in campagna elettorale. Hanno presentato decine di proposte di legge sui temi-bandiera, a cominciare da energia e ambiente. Presidiano con attenzione le mosse del governo dimissionario sulle partecipate di Stato e ieri sono addirittura riusciti a intercettare movimenti «sospetti» sul rinnovo del collegio sindacale di Leonardo-Finmeccanica, denunciandole subito sul Blog delle Stelle. E poi Di Maio, Roberto Fico, Paola Taverna, Riccardo Fraccaro, Danilo Toninelli e tutti coloro che in questo momento hanno più visibilità continuano a muoversi con la consapevolezza che ogni occasione è buona per farsi conoscere e apprezzare da chi non li ha votati.
Il fatto che il Movimento non abbia paura di elezioni a breve (un anno al massimo) spiega perché sarà ben difficile vedere i grillini nel temutissimo «governo del presidente». «Se stiamo fuori, anche facendo una normale opposizione, al prossimo giro sfondiamo il 40%», ripetono tra i consiglieri di Di Maio. Ma poi, alla fine, oggi nessuno di loro è convinto che un governo senza 5 stelle si possa davvero costituire. E allora, ecco che cosa si aspettano davvero. Innanzitutto, sono convinti che Mattarella darà l'incarico allla presidente forzista del Senato, e che anzi «l'abbia addirittura già preallertata». È un'ipotesi che galvanizzerebbe Berlusconi, ma M5s sa che nella Lega ci sono tanti mal di pancia e qualche discorso in camera caritatis con i deputati del Carroccio c'è stato. «Siamo convinti che la Casellati non ce la farà mai, perché un conto è sacrificarsi per metterla a Palazzo Madama, un conto aprirle la strada verso Palazzo Chigi», osservano i vertici grillini. Che non escludono neppure «franchi tiratori» in Forza Italia stessa.
«Schiantata» la Casellati, in casa M5s si aspettano un mandato a Fico, terza carica dello Stato. E sono convinti che l'esponente napoletano invece ce la possa fare, prendendo i voti di Leu e di quasi tutto il Pd. Si tratta del famoso «secondo forno» che fino a ieri sembrava in ritardo e che invece i temporeggiamenti di Salvini, che aspetta il risultato delle elezioni locali per dare una nuova spallata a Berlusconi, hanno riacceso in pochi giorni. E non a caso Luigi Di Maio, che nell'ipotesi di un governo Fico andrebbe «riposizionato», ieri sera su La 7 ha dato un ultimatum chiaro al leader della Lega: «Aspetto qualche giorno e poi chiudo un forno». Non senza averlo minacciato: «Nel legarsi a Berlusconi si assume una responsabilità storica».
E se il capo dello Stato facesse uno scherzaccio ai 5 stelle, dando prima l'incarico al loro campione? Di Maio lo ritiene scarsamente probabile e si prepara a godersi lo spettacolo della Casellati che viene «bruciata». Ma nel caso il primo a doversi giocare la partita fosse Fico, andrebbe spedito verso il secondo forno. «E Salvini si pentirà per tutta la legislatura di aver tergiversato con noi», dicono nel Movimento.
Francesco Bonazzi
Salvini punge (ma non troppo) il M5s. I pericoli veri li fiuta in casa propria
«Sono ancora una macchina da voti». Silvio Berlusconi è allegro dopo la campagna in Molise, diventato l'ombelico d'Italia in vista delle regionali di domenica prossima. Ha riempito le sale, ha dispensato sorrisi, ha ricevuto applausi, è caduto e si è rialzato facilmente (a Isernia, bordopalco) ed è riuscito ad avvelenare - forse definitivamente - i pozzi fra Lega e 5 stelle. Il Cavaliere non immagina un futuro ai giardinetti e neppure di lato, ma al centro: al centro della coalizione e al centro dello scacchiere politico, pronto a dialogare con chiunque lo legittimi in carta da bollo. Quindi non con Luigi Di Maio. I sondaggi dicono altro (Lega al 23,5% e Forza Italia sotto il 13%) ma lui si sente ancora king maker e saluterebbe con gioia un incarico alla presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati.
Ora l'orizzonte è chiaro come una giornata purificata dal maestrale. E a 24 ore dalla decisione che Sergio Mattarella potrebbe prendere, lo scenario è davanti a Matteo Salvini, arrivato in Molise a dare il cambio al leader di Forza Italia. L'impasse è evidente, il motivo anche. E poiché il numero uno della Lega non si sente ancora pronto per uno strappo con Berlusconi, sposta l'obiettivo delle critiche sull'alleato mancato per troppa rigidità. Prima una stoccata sul reddito di cittadinanza: «Non darò 1.000 euro al mese a chi sta a casa a non fare niente. Le cazzate le faccio dire agli altri». E poi: «Quello che Di Maio giudica un danno, cioè il centrodestra unito, è esattamente quello che gli elettori hanno premiato col voto il 4 marzo, quindi chiedo al M5s di avere rispetto per gli elettori».
Lo afferma con una certa malinconia, sembra Renzo Tramaglino. «Quel matrimonio non s'ha da fare», come vuole il don Rodrigo di Arcore. Gli spiace parecchio, Salvini rimane convinto che un governo centrodestra-5 stelle sarebbe una ventata di novità e di entusiasmo, ma non ha alcuna intenzione di seguire il consiglio che gli arriva dal 52% degli elettori della Lega: rompere con il Cavaliere. E neppure di assecondare la corte discreta di Carlo Calenda, l'uomo che secondo l'establishment dovrebbe trasformare una sconfitta in una vittoria nella casa diroccata del Pd. In un'intervista a Repubblica, l'ex ministro del governo Gentiloni ha prefigurato un esecutivo di transizione allargato praticamente a tutti, il minestrone istituzionale che piace al capo dello Stato. «Io dialogo con tutti, ma l'unico punto fermo è che con il Pd non si può fare nulla», risponde Salvini. «A Calenda dico, mamma mia! Un governo con chi ha approvato la legge Fornero o vuole gli immigrati che cosa potrebbe fare? No a un governo alla Monti, con tutti dentro per tirare a campare. No a un'alleanza dei bombardatori e lanciatori di missili». Il tutto concluso da una profezia da verificare: «Se vinco le regionali in Molise e in Friuli governo in 15 giorni». Condito da un grosso sospetto, al limite dell'indicibile: «Nel centrodestra c'è chi pensa a un governo con il Pd, io no».
Giorgia Meloni, in corteo all'Aquila per protestare sulla restituzione delle tasse chiesta da Bruxelles ai terremotati, gli è solidale e si prende il compito di redarguire ancora una volta Berlusconi: «Ritengo che la Lega non sarebbe pericolosa se dovesse salire al governo, altrimenti non mi sarei alleata con Salvini. Berlusconi dovrebbe spiegare perché si è alleato con persone che i mercati internazionali secondo lui non vorrebbero. Quanto al Movimento 5 stelle, con loro bisogna parlare di contenuti per capire se ci sono punti in comune per governare insieme. Se non si dovesse riuscire, l'unica strada è quella di andare a cercare i voti in Aula».
Siamo alla vigilia della scelta e tutte le attenzioni si spostano verso il Quirinale. Il presidente Mattarella, ieri a Forlì per commemorare Roberto Ruffilli, il senatore democristiano ucciso 30 anni fa dalle Brigate rosse, ha chiesto ai partiti di «adeguare il nostro modo di stare insieme ai mutamenti che si realizzano nel corso del tempo. Pluralismo e riforme sono gli insegnamenti che ci lascia Ruffilli. La politica non si esaurisce nell'attività del Parlamento, del governo, delle regioni, dei comuni, ma si svolge in tanti altri luoghi: negli enti intermedi, nelle formazioni sociali, nelle libere aggregazioni dei cittadini, nelle associazioni. La politica la fanno anche i cittadini». C'è chi interpreta le sue parole con la volontà di proporre un governissimo e chi ci vede più un invito a rispettare l'esito delle urne. Provare a decrittare un cardinale democristiano è del tutto inutile.
Fra i sostenitori del governo del presidente - che costringerebbe la Lega a farsi da parte, peraltro con formidabili ricadute di consenso - c'è dalla prima ora Berlusconi. Il Cavaliere tifa per l'esecutivo istituzionale che conduca il Paese a nuove elezioni non subito, ma nel 2019, quando si terranno anche le Europee. Ed è convinto che la situazione sarà radicalmente cambiata: «Mi potrò ripresentare alle urne e mi riprenderò il centrodestra». In Molise ha buttato lì agli amici: «Se Salvini pensa di logorarmi o di portarmi via i parlamentari si sbaglia di grosso». Per fortuna c'è chi la chiama coesione.
Giorgio Gandola
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Il M5s mette fretta a Matteo Salvini sullo strappo con Forza Italia. Intanto coltiva l'idea che il presidente Sergio Mattarella, fallita l'esplorazione di Elisabetta Alberti Casellati, si rivolga a Roberto Fico. In quel caso, i grillini sono convinti che Partito democratico e Liberi e uguali possano sostenerlo. Intanto il lumbard punge il leader grillino: «Le cazz... sui 1.000 euro al mese le lascio dire ad altri». Poi rifila una stoccata ai suoi alleati: «C'è chi vuole andare con il Pd». Da Silvio Berlusconi è gelo: «Io macchina da voti, nel 2019 mi riprendo il centrodestra». Chi ha il problema di far aumentare il peso del proprio 17% è la Lega. E per riuscirci, deve avere una scusa per liberarsi di Silvio Berlusconi, come un incarico a Elisabetta Casellati che finisca dritta contro il muro. Nel picco massimo del gelo con Matteo Salvini, Luigi Di Maio e lo stato maggiore del Movimento 5 stelle sono ancorati a pochi punti fermi: «Siamo il primo partito e abbiamo preso il doppio di voti della Lega; se Sergio Mattarella desse un incarico al presidente del Senato, il centrodestra andrebbe in 1.000 pezzi e Salvini a quel punto verrebbe a Canossa». E se invece toccasse a Roberto Fico? «Lui invece ce la fa, perché lo voterebbe anche quasi tutto il Pd». A 40 giorni dal voto, il fatto nuovo è questo: la politica dei due forni di M5s è sempre viva, ma il forno di sinistra ha preso per la prima volta un deciso vigore e alla Lega è stato dato un ultimatum di «qualche giorno». Ieri la prima attenzione del movimento fondato da Beppe Grillo è stata «lasciar perdere Berlusconi», per non dargli una nuova centralità. Il Cavaliere, ancora, divide. Alessandro Di Battista, nei giorni scorsi, aveva pubblicato un lungo post su Facebook nel quale sosteneva che per il Tribunale di Milano il capo di Forza Italia è «un delinquente abituale». E poi aveva sfidato, un po' incautamente, il Carroccio: «Di che cosa hanno paura certi leghisti? Di qualche dossier in mano al Tinto Bass di Arcore?». E di fronte ai veti, oltre che alle insinuazioni, Salvini si è ricompattato con Forza Italia. Adesso, da domenica, l'ordine di scuderia nel Movimento è quello di «non attaccare Berlusconi per non indebolire Salvini» e le trattative ancora aperte. E sarà un caso, ma la presa di vigore del fuoco nel forno dedicato a una possibile alleanza M5s-Pd-Leu è stata accompagnata da un nuovo post di Grillo sul suo blog, tutto dedicato alle nuove sfide sul lavoro, dove ha riproposto con forza valori che oggi «sembrano bestemmie» come «ridistribuzione, uguaglianza e sostenibilità». Il tutto mentre esplode la protesta dei nuovi «schiavi» del cibo pronto a domicilio, ovvero di cittadini che M5s sente di essere ormai l'unico a rappresentare in qualche modo. Del resto, basta vedere come si comportano i deputati pentastellati in questi giorni per capire che il Movimento è assolutamente in campagna elettorale. Hanno presentato decine di proposte di legge sui temi-bandiera, a cominciare da energia e ambiente. Presidiano con attenzione le mosse del governo dimissionario sulle partecipate di Stato e ieri sono addirittura riusciti a intercettare movimenti «sospetti» sul rinnovo del collegio sindacale di Leonardo-Finmeccanica, denunciandole subito sul Blog delle Stelle. E poi Di Maio, Roberto Fico, Paola Taverna, Riccardo Fraccaro, Danilo Toninelli e tutti coloro che in questo momento hanno più visibilità continuano a muoversi con la consapevolezza che ogni occasione è buona per farsi conoscere e apprezzare da chi non li ha votati. Il fatto che il Movimento non abbia paura di elezioni a breve (un anno al massimo) spiega perché sarà ben difficile vedere i grillini nel temutissimo «governo del presidente». «Se stiamo fuori, anche facendo una normale opposizione, al prossimo giro sfondiamo il 40%», ripetono tra i consiglieri di Di Maio. Ma poi, alla fine, oggi nessuno di loro è convinto che un governo senza 5 stelle si possa davvero costituire. E allora, ecco che cosa si aspettano davvero. Innanzitutto, sono convinti che Mattarella darà l'incarico allla presidente forzista del Senato, e che anzi «l'abbia addirittura già preallertata». È un'ipotesi che galvanizzerebbe Berlusconi, ma M5s sa che nella Lega ci sono tanti mal di pancia e qualche discorso in camera caritatis con i deputati del Carroccio c'è stato. «Siamo convinti che la Casellati non ce la farà mai, perché un conto è sacrificarsi per metterla a Palazzo Madama, un conto aprirle la strada verso Palazzo Chigi», osservano i vertici grillini. Che non escludono neppure «franchi tiratori» in Forza Italia stessa. «Schiantata» la Casellati, in casa M5s si aspettano un mandato a Fico, terza carica dello Stato. E sono convinti che l'esponente napoletano invece ce la possa fare, prendendo i voti di Leu e di quasi tutto il Pd. Si tratta del famoso «secondo forno» che fino a ieri sembrava in ritardo e che invece i temporeggiamenti di Salvini, che aspetta il risultato delle elezioni locali per dare una nuova spallata a Berlusconi, hanno riacceso in pochi giorni. E non a caso Luigi Di Maio, che nell'ipotesi di un governo Fico andrebbe «riposizionato», ieri sera su La 7 ha dato un ultimatum chiaro al leader della Lega: «Aspetto qualche giorno e poi chiudo un forno». Non senza averlo minacciato: «Nel legarsi a Berlusconi si assume una responsabilità storica». E se il capo dello Stato facesse uno scherzaccio ai 5 stelle, dando prima l'incarico al loro campione? Di Maio lo ritiene scarsamente probabile e si prepara a godersi lo spettacolo della Casellati che viene «bruciata». Ma nel caso il primo a doversi giocare la partita fosse Fico, andrebbe spedito verso il secondo forno. «E Salvini si pentirà per tutta la legislatura di aver tergiversato con noi», dicono nel Movimento. Francesco Bonazzi <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/salvini-dimaio-forni-gandola-bonazzi-2560661833.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="salvini-punge-ma-non-troppo-il-m5s-i-pericoli-veri-li-fiuta-in-casa-propria" data-post-id="2560661833" data-published-at="1775049550" data-use-pagination="False"> Salvini punge (ma non troppo) il M5s. I pericoli veri li fiuta in casa propria «Sono ancora una macchina da voti». Silvio Berlusconi è allegro dopo la campagna in Molise, diventato l'ombelico d'Italia in vista delle regionali di domenica prossima. Ha riempito le sale, ha dispensato sorrisi, ha ricevuto applausi, è caduto e si è rialzato facilmente (a Isernia, bordopalco) ed è riuscito ad avvelenare - forse definitivamente - i pozzi fra Lega e 5 stelle. Il Cavaliere non immagina un futuro ai giardinetti e neppure di lato, ma al centro: al centro della coalizione e al centro dello scacchiere politico, pronto a dialogare con chiunque lo legittimi in carta da bollo. Quindi non con Luigi Di Maio. I sondaggi dicono altro (Lega al 23,5% e Forza Italia sotto il 13%) ma lui si sente ancora king maker e saluterebbe con gioia un incarico alla presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati. Ora l'orizzonte è chiaro come una giornata purificata dal maestrale. E a 24 ore dalla decisione che Sergio Mattarella potrebbe prendere, lo scenario è davanti a Matteo Salvini, arrivato in Molise a dare il cambio al leader di Forza Italia. L'impasse è evidente, il motivo anche. E poiché il numero uno della Lega non si sente ancora pronto per uno strappo con Berlusconi, sposta l'obiettivo delle critiche sull'alleato mancato per troppa rigidità. Prima una stoccata sul reddito di cittadinanza: «Non darò 1.000 euro al mese a chi sta a casa a non fare niente. Le cazzate le faccio dire agli altri». E poi: «Quello che Di Maio giudica un danno, cioè il centrodestra unito, è esattamente quello che gli elettori hanno premiato col voto il 4 marzo, quindi chiedo al M5s di avere rispetto per gli elettori». Lo afferma con una certa malinconia, sembra Renzo Tramaglino. «Quel matrimonio non s'ha da fare», come vuole il don Rodrigo di Arcore. Gli spiace parecchio, Salvini rimane convinto che un governo centrodestra-5 stelle sarebbe una ventata di novità e di entusiasmo, ma non ha alcuna intenzione di seguire il consiglio che gli arriva dal 52% degli elettori della Lega: rompere con il Cavaliere. E neppure di assecondare la corte discreta di Carlo Calenda, l'uomo che secondo l'establishment dovrebbe trasformare una sconfitta in una vittoria nella casa diroccata del Pd. In un'intervista a Repubblica, l'ex ministro del governo Gentiloni ha prefigurato un esecutivo di transizione allargato praticamente a tutti, il minestrone istituzionale che piace al capo dello Stato. «Io dialogo con tutti, ma l'unico punto fermo è che con il Pd non si può fare nulla», risponde Salvini. «A Calenda dico, mamma mia! Un governo con chi ha approvato la legge Fornero o vuole gli immigrati che cosa potrebbe fare? No a un governo alla Monti, con tutti dentro per tirare a campare. No a un'alleanza dei bombardatori e lanciatori di missili». Il tutto concluso da una profezia da verificare: «Se vinco le regionali in Molise e in Friuli governo in 15 giorni». Condito da un grosso sospetto, al limite dell'indicibile: «Nel centrodestra c'è chi pensa a un governo con il Pd, io no». Giorgia Meloni, in corteo all'Aquila per protestare sulla restituzione delle tasse chiesta da Bruxelles ai terremotati, gli è solidale e si prende il compito di redarguire ancora una volta Berlusconi: «Ritengo che la Lega non sarebbe pericolosa se dovesse salire al governo, altrimenti non mi sarei alleata con Salvini. Berlusconi dovrebbe spiegare perché si è alleato con persone che i mercati internazionali secondo lui non vorrebbero. Quanto al Movimento 5 stelle, con loro bisogna parlare di contenuti per capire se ci sono punti in comune per governare insieme. Se non si dovesse riuscire, l'unica strada è quella di andare a cercare i voti in Aula». Siamo alla vigilia della scelta e tutte le attenzioni si spostano verso il Quirinale. Il presidente Mattarella, ieri a Forlì per commemorare Roberto Ruffilli, il senatore democristiano ucciso 30 anni fa dalle Brigate rosse, ha chiesto ai partiti di «adeguare il nostro modo di stare insieme ai mutamenti che si realizzano nel corso del tempo. Pluralismo e riforme sono gli insegnamenti che ci lascia Ruffilli. La politica non si esaurisce nell'attività del Parlamento, del governo, delle regioni, dei comuni, ma si svolge in tanti altri luoghi: negli enti intermedi, nelle formazioni sociali, nelle libere aggregazioni dei cittadini, nelle associazioni. La politica la fanno anche i cittadini». C'è chi interpreta le sue parole con la volontà di proporre un governissimo e chi ci vede più un invito a rispettare l'esito delle urne. Provare a decrittare un cardinale democristiano è del tutto inutile. Fra i sostenitori del governo del presidente - che costringerebbe la Lega a farsi da parte, peraltro con formidabili ricadute di consenso - c'è dalla prima ora Berlusconi. Il Cavaliere tifa per l'esecutivo istituzionale che conduca il Paese a nuove elezioni non subito, ma nel 2019, quando si terranno anche le Europee. Ed è convinto che la situazione sarà radicalmente cambiata: «Mi potrò ripresentare alle urne e mi riprenderò il centrodestra». In Molise ha buttato lì agli amici: «Se Salvini pensa di logorarmi o di portarmi via i parlamentari si sbaglia di grosso». Per fortuna c'è chi la chiama coesione. Giorgio Gandola
Papa Leone XIV (Ansa)
La festa della Pasqua dovrebbe essere il tempo più santo, sacro, di tutto l’anno. È un tempo di pace, di molta riflessione, ma come tutti sappiamo, di nuovo nel mondo, in tanti posti, stiamo vedendo tanta sofferenza, tanti morti, anche bambini innocenti. Preghiamo per loro, per le vittime della guerra, preghiamo che ci sia davvero una pace nuova, rinnovata e che possa dare nuova vita a tutti». «Magari», ha auspicato Robert Francis Prevost, ci sarà «una tregua per Pasqua, ci sono segni adesso che finisca la guerra prima di Pasqua, speriamo».
Dopo la correzione fraterna, per Leone XIV è arrivato il momento della collaborazione con l’amministrazione dei suoi Stati Uniti. Durante l’omelia della Domenica delle palme, reagendo all’inquietante folklore del segretario alla Difesa Usa, Pete Hegseth, che aveva invocato l’aiuto divino nella campagna militare contro l’Iran, il Papa aveva invece ammonito: Dio «non ascolta la preghiera di chi fa la guerra». La Chiesa ci tiene a evitare anche che le scintille con Israele per l’incidente al Santo Sepolcro, interdetto al cardinale Pierbattista Pizzaballa e al custode di Terra Santa, padre Francesco Ielpo, si trasformino in un incendio. «Non voglio soffermarmi di nuovo sull’episodio», ha detto ieri il porporato, durante una conferenza stampa al Patriarcato latino di Gerusalemme. «Ci sono state delle incomprensioni. Vogliamo guardare al momento come a una opportunità per chiare meglio i diritti delle comunità cristiane e il coordinamento con le istituzioni, di modo che non si ripetano più episodi del genere. Abbiamo ricevuto immediatamente l’assistenza del presidente Herzog», ha sottolineato Pizzaballa, «e di numerosi esponenti delle comunità religiose e non, anche ebraiche. Anche la polizia è intervenuta tempestivamente. Siamo spiacenti per quanto accaduto, ma vogliamo guardare avanti». Il risultato della mediazione con le autorità israeliane è un semi-lockdown pasquale: i riti, ha spiegato il patriarca, si terranno «a porte chiuse, con un ristretto numero di persone». Anche al Muro del pianto, comunque, l’accesso è limitato a 50 persone. «Siamo perfettamente consapevoli delle questioni di sicurezza», ha precisato poi Ielpo. Sarà: i protocolli sono così indispensabili che lo stesso premier israeliano, Benjamin Netanyahu, è intervenuto per ripristinare la libertà di culto. Sconfessando le misure draconiane del suo esecutivo e il rigore della polizia, che dipende dal falco Itamar Ben-Gvir.
La distensione dovrebbe essere stata suggellata dall’incontro, avvenuto lunedì, tra il segretario di Stato vaticano, Pietro Parolin, accompagnato dal segretario per i Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni internazionali, monsignor Paul R. Gallagher, e l’ambasciatore di Israele presso la Santa sede, Yaron Sideman. «Durante la conversazione», si leggeva in un comunicato della sala stampa, «si è espresso rammarico per l’accaduto, in merito al quale sono stati offerti chiarimenti, si è preso atto dell’intesa raggiunta tra il Patriarcato latino di Gerusalemme e le autorità locali circa la partecipazione alle liturgie del Triduo santo presso la Basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme». Dalla nota, pensata per mettere fine alla querelle, traspariva comunque che l’inconveniente ha irritato i vertici del cattolicesimo.
Eloquente, perciò, è la scelta del Papa di far scrivere le meditazioni per la Via Crucis del Venerdì santo al Colosseo, la prima del suo pontificato, a padre Francesco Patton, custode di Terra Santa tra il 2016 e il 2025. Il frate minore, che era succeduto nel ruolo proprio a Pizzaballa e che è stato poi sostituito da Ielpo, è stato sempre sensibile alle sofferenze dei cristiani mediorientali. Due settimane fa, su Vatican news, ricordava il dramma di Gaza e le violenze dei coloni in Cisgiordania, oggetto di rimostranze del vicepresidente Usa, JD Vance, a Netanyahu.
La replica a Israele di Leone, come da tradizione cattolica, passa per la testimonianza. Concreta e discreta, vibrante e gentile. Torna in mente un passaggio del Primo libro dei Re: il Signore non è nel vento, né nel terremoto, né nel fuoco, bensì nel «sussurro di una brezza leggera». A redarguire Tel Aviv ci ha pensato l’Onu, avvertendola che applicare la legge sulla pena di morte (per la quale anche Pizzaballa ha manifestato «grande dolore»), sia pure ai soli terroristi, sarebbe un crimine di guerra.
«La sicurezza ha una sua logica ed è importante», ha ribadito ieri, in un’intervista al Corriere, il cardinale Fernando Filoni, Gran maestro all’Ordine del Santo Sepolcro di Gerusalemme. Ma «ognuno deve poter esprimere la propria fede, ebrei, cristiani, musulmani». È il senso delle rimostranze arrivate da Egitto e altri Paesi arabi: Gerusalemme, hanno tuonato, deve «cessare immediatamente la chiusura dei cancelli della moschea di Al-Aqsa/Al-Haram Al-Sharif», «rimuovere le restrizioni di accesso alla Città vecchia» e «astenersi dall’ostacolare l’accesso dei fedeli musulmani alla moschea». I divieti, lamentava il dispaccio, «costituiscono una flagrante violazione del diritto internazionale». Quello, ormai, abbiamo capito che fine abbia fatto.
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Elly Schlein e Beppe Sala (Imagoeconomica)
All’indomani del referendum sulla riforma della giustizia che ha visto trionfare il fronte del No, diventerebbe difficile giustificare un passaggio del genere. Di conseguenza il trasloco da Palazzo Marino a Roma per Sala si complica molto. E i nuovi sviluppi giudiziari non sono passati inosservati all’interno della politica, milanese e nazionale.
Tra i primi a commentare c’è stato Enrico Fedrighini, del Gruppo misto, da sempre contrario alla cessione dello stadio di Milano, operazione di cui ha sempre contestato l’opacità. «Come ripeto da tempo, la partita del Meazza è ancora aperta». La Lega, col segretario provinciale Samuele Piscina, ha definito «inquietanti» le rivelazioni della Procura e invita «la sinistra» a fare «l’unica cosa dignitosa: lasciare Palazzo Marino».
«Registriamo un silenzio imbarazzato e imbarazzante dai vertici del Pd nazionale. Siamo garantisti con tutti, lo siamo anche ora, ma mai come adesso servirebbe un po’ di chiarezza su questa vicenda, coperta da troppe zone d’ombra. Vediamo se il Pd milanese ritrova il dono della parola…», è il duro commento di Massimiliano Romeo, capogruppo dei senatori della Lega e segretario regionale della Lega Lombarda.
Riccardo De Corato, deputato di Fratelli d’Italia, già consigliere a Milano, si aspettava anche questo nuovo filone d’inchiesta sullo stadio: «Lo dissi già a suo tempo, esattamente lo scorso 1° ottobre, quando misi in guardia Sala dicendogli di aspettare a cantar vittoria sulla vendita perché la partita era ancora apertissima. Lo dissi e lo sottolineai, sia per le precedenti vicende relative a molti immobiliaristi ma soprattutto dopo che il centrosinistra tagliò notevolmente numerosi emendamenti in Consiglio comunale». De Corato poi ha puntualizzato: «Dopo i disastri su sicurezza, urbanistica e dulcis in fundo sullo stadio», prosegue, «è arrivato il momento che il sindaco vada a casa. Manca solo un anno e i milanesi non possono continuare a soffrire ed essere succubi di inchieste e vicende giudiziarie. Non se lo meritano». Per Deborah Giovanati, consigliere comunale di Forza Italia, «ciò che sta accadendo solleva interrogativi legittimi che non possono essere ignorati. Assistiamo a un susseguirsi di indagini che troppo spesso non portano a esiti concreti, alimentando il dubbio che si sta andando oltre il perimetro strettamente giudiziario». Poi ha aggiunto di avere «l’impressione che una parte della magistratura, in particolare quella riconducibile a Magistratura democratica, stia esercitando una pressione che finisce per avere un impatto politico diretto, colpendo di fatto il sindaco Sala e l’azione amministrativa della città. Ma il punto politico è ancora più chiaro: siamo di fronte a una lotta tutta interna alla sinistra, una resa dei conti che nulla ha a che fare con l’interesse dei cittadini. Una dinamica che, purtroppo, sta utilizzando anche lo strumento delle inchieste come terreno di scontro».
«La notizia dell’indagine della Procura di Milano sulla vendita dello stadio di San Siro non ci coglie affatto di sorpresa. Da anni il Movimento 5 stelle denuncia l’opacità e le critiche di un’operazione condotta all’insegna della scarsa trasparenza e di un rapporto malsano tra pubblico e interessi privati», il commento dell’europarlamentare Gaetano Pedullà, che puntualizza: «Le informazioni emerse confermano la fondatezza delle nostre preoccupazioni. Chi oggi cade dalle nuvole finge di non ricordare le numerose prese di posizione del M5s, sia in Comune che a livello nazionale ed europeo, contro una gestione del dossier San Siro che abbiamo sempre ritenuto ambigua e potenzialmente dannosa per i milanesi, il patrimonio pubblico e il tessuto urbano».
Per Nicola Di Marco, capogruppo pentastellato nel Consiglio regionale della Lombardia, «la speculazione immobiliare ha raggiunto livelli insostenibili e anche San Siro è stato sacrificato sull’altare del profitto. Nessuna consultazione con i cittadini, nessuna trasparenza nei processi decisionali, nessuna pianificazione chiara. Gli impatti ambientali vengono ignorati, i veri beneficiari delle operazioni restano nascosti dietro fondi di investimento opachi».
Diversa la posizione di Francesco Ascioti, segretario milanese di Azione: «Milano negli ultimi 15 anni si è affermata come capitale europea e un nuovo stadio era necessario. La politica sia all’altezza delle sfide che abbiamo di fronte», per questo «ribadiamo la necessità di riconoscere alla città di Milano poteri speciali che siano idonei ad affrontare le complessità con cui il sindaco e la giunta si misurano ogni giorno e che siano adatti ad amministrare, anche in chiave metropolitana una grande città internazionale come la nostra».
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