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2018-04-17
Di Maio lancia l’ultimatum alla Lega:
«Occhio che chiudo uno dei forni»
ANSA
Chi ha il problema di far aumentare il peso del proprio 17% è la Lega. E per riuscirci, deve avere una scusa per liberarsi di Silvio Berlusconi, come un incarico a Elisabetta Casellati che finisca dritta contro il muro. Nel picco massimo del gelo con Matteo Salvini, Luigi Di Maio e lo stato maggiore del Movimento 5 stelle sono ancorati a pochi punti fermi: «Siamo il primo partito e abbiamo preso il doppio di voti della Lega; se Sergio Mattarella desse un incarico al presidente del Senato, il centrodestra andrebbe in 1.000 pezzi e Salvini a quel punto verrebbe a Canossa». E se invece toccasse a Roberto Fico? «Lui invece ce la fa, perché lo voterebbe anche quasi tutto il Pd». A 40 giorni dal voto, il fatto nuovo è questo: la politica dei due forni di M5s è sempre viva, ma il forno di sinistra ha preso per la prima volta un deciso vigore e alla Lega è stato dato un ultimatum di «qualche giorno».
Ieri la prima attenzione del movimento fondato da Beppe Grillo è stata «lasciar perdere Berlusconi», per non dargli una nuova centralità. Il Cavaliere, ancora, divide. Alessandro Di Battista, nei giorni scorsi, aveva pubblicato un lungo post su Facebook nel quale sosteneva che per il Tribunale di Milano il capo di Forza Italia è «un delinquente abituale». E poi aveva sfidato, un po' incautamente, il Carroccio: «Di che cosa hanno paura certi leghisti? Di qualche dossier in mano al Tinto Bass di Arcore?». E di fronte ai veti, oltre che alle insinuazioni, Salvini si è ricompattato con Forza Italia. Adesso, da domenica, l'ordine di scuderia nel Movimento è quello di «non attaccare Berlusconi per non indebolire Salvini» e le trattative ancora aperte.
E sarà un caso, ma la presa di vigore del fuoco nel forno dedicato a una possibile alleanza M5s-Pd-Leu è stata accompagnata da un nuovo post di Grillo sul suo blog, tutto dedicato alle nuove sfide sul lavoro, dove ha riproposto con forza valori che oggi «sembrano bestemmie» come «ridistribuzione, uguaglianza e sostenibilità». Il tutto mentre esplode la protesta dei nuovi «schiavi» del cibo pronto a domicilio, ovvero di cittadini che M5s sente di essere ormai l'unico a rappresentare in qualche modo. Del resto, basta vedere come si comportano i deputati pentastellati in questi giorni per capire che il Movimento è assolutamente in campagna elettorale. Hanno presentato decine di proposte di legge sui temi-bandiera, a cominciare da energia e ambiente. Presidiano con attenzione le mosse del governo dimissionario sulle partecipate di Stato e ieri sono addirittura riusciti a intercettare movimenti «sospetti» sul rinnovo del collegio sindacale di Leonardo-Finmeccanica, denunciandole subito sul Blog delle Stelle. E poi Di Maio, Roberto Fico, Paola Taverna, Riccardo Fraccaro, Danilo Toninelli e tutti coloro che in questo momento hanno più visibilità continuano a muoversi con la consapevolezza che ogni occasione è buona per farsi conoscere e apprezzare da chi non li ha votati.
Il fatto che il Movimento non abbia paura di elezioni a breve (un anno al massimo) spiega perché sarà ben difficile vedere i grillini nel temutissimo «governo del presidente». «Se stiamo fuori, anche facendo una normale opposizione, al prossimo giro sfondiamo il 40%», ripetono tra i consiglieri di Di Maio. Ma poi, alla fine, oggi nessuno di loro è convinto che un governo senza 5 stelle si possa davvero costituire. E allora, ecco che cosa si aspettano davvero. Innanzitutto, sono convinti che Mattarella darà l'incarico allla presidente forzista del Senato, e che anzi «l'abbia addirittura già preallertata». È un'ipotesi che galvanizzerebbe Berlusconi, ma M5s sa che nella Lega ci sono tanti mal di pancia e qualche discorso in camera caritatis con i deputati del Carroccio c'è stato. «Siamo convinti che la Casellati non ce la farà mai, perché un conto è sacrificarsi per metterla a Palazzo Madama, un conto aprirle la strada verso Palazzo Chigi», osservano i vertici grillini. Che non escludono neppure «franchi tiratori» in Forza Italia stessa.
«Schiantata» la Casellati, in casa M5s si aspettano un mandato a Fico, terza carica dello Stato. E sono convinti che l'esponente napoletano invece ce la possa fare, prendendo i voti di Leu e di quasi tutto il Pd. Si tratta del famoso «secondo forno» che fino a ieri sembrava in ritardo e che invece i temporeggiamenti di Salvini, che aspetta il risultato delle elezioni locali per dare una nuova spallata a Berlusconi, hanno riacceso in pochi giorni. E non a caso Luigi Di Maio, che nell'ipotesi di un governo Fico andrebbe «riposizionato», ieri sera su La 7 ha dato un ultimatum chiaro al leader della Lega: «Aspetto qualche giorno e poi chiudo un forno». Non senza averlo minacciato: «Nel legarsi a Berlusconi si assume una responsabilità storica».
E se il capo dello Stato facesse uno scherzaccio ai 5 stelle, dando prima l'incarico al loro campione? Di Maio lo ritiene scarsamente probabile e si prepara a godersi lo spettacolo della Casellati che viene «bruciata». Ma nel caso il primo a doversi giocare la partita fosse Fico, andrebbe spedito verso il secondo forno. «E Salvini si pentirà per tutta la legislatura di aver tergiversato con noi», dicono nel Movimento.
Francesco Bonazzi
Salvini punge (ma non troppo) il M5s. I pericoli veri li fiuta in casa propria
«Sono ancora una macchina da voti». Silvio Berlusconi è allegro dopo la campagna in Molise, diventato l'ombelico d'Italia in vista delle regionali di domenica prossima. Ha riempito le sale, ha dispensato sorrisi, ha ricevuto applausi, è caduto e si è rialzato facilmente (a Isernia, bordopalco) ed è riuscito ad avvelenare - forse definitivamente - i pozzi fra Lega e 5 stelle. Il Cavaliere non immagina un futuro ai giardinetti e neppure di lato, ma al centro: al centro della coalizione e al centro dello scacchiere politico, pronto a dialogare con chiunque lo legittimi in carta da bollo. Quindi non con Luigi Di Maio. I sondaggi dicono altro (Lega al 23,5% e Forza Italia sotto il 13%) ma lui si sente ancora king maker e saluterebbe con gioia un incarico alla presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati.
Ora l'orizzonte è chiaro come una giornata purificata dal maestrale. E a 24 ore dalla decisione che Sergio Mattarella potrebbe prendere, lo scenario è davanti a Matteo Salvini, arrivato in Molise a dare il cambio al leader di Forza Italia. L'impasse è evidente, il motivo anche. E poiché il numero uno della Lega non si sente ancora pronto per uno strappo con Berlusconi, sposta l'obiettivo delle critiche sull'alleato mancato per troppa rigidità. Prima una stoccata sul reddito di cittadinanza: «Non darò 1.000 euro al mese a chi sta a casa a non fare niente. Le cazzate le faccio dire agli altri». E poi: «Quello che Di Maio giudica un danno, cioè il centrodestra unito, è esattamente quello che gli elettori hanno premiato col voto il 4 marzo, quindi chiedo al M5s di avere rispetto per gli elettori».
Lo afferma con una certa malinconia, sembra Renzo Tramaglino. «Quel matrimonio non s'ha da fare», come vuole il don Rodrigo di Arcore. Gli spiace parecchio, Salvini rimane convinto che un governo centrodestra-5 stelle sarebbe una ventata di novità e di entusiasmo, ma non ha alcuna intenzione di seguire il consiglio che gli arriva dal 52% degli elettori della Lega: rompere con il Cavaliere. E neppure di assecondare la corte discreta di Carlo Calenda, l'uomo che secondo l'establishment dovrebbe trasformare una sconfitta in una vittoria nella casa diroccata del Pd. In un'intervista a Repubblica, l'ex ministro del governo Gentiloni ha prefigurato un esecutivo di transizione allargato praticamente a tutti, il minestrone istituzionale che piace al capo dello Stato. «Io dialogo con tutti, ma l'unico punto fermo è che con il Pd non si può fare nulla», risponde Salvini. «A Calenda dico, mamma mia! Un governo con chi ha approvato la legge Fornero o vuole gli immigrati che cosa potrebbe fare? No a un governo alla Monti, con tutti dentro per tirare a campare. No a un'alleanza dei bombardatori e lanciatori di missili». Il tutto concluso da una profezia da verificare: «Se vinco le regionali in Molise e in Friuli governo in 15 giorni». Condito da un grosso sospetto, al limite dell'indicibile: «Nel centrodestra c'è chi pensa a un governo con il Pd, io no».
Giorgia Meloni, in corteo all'Aquila per protestare sulla restituzione delle tasse chiesta da Bruxelles ai terremotati, gli è solidale e si prende il compito di redarguire ancora una volta Berlusconi: «Ritengo che la Lega non sarebbe pericolosa se dovesse salire al governo, altrimenti non mi sarei alleata con Salvini. Berlusconi dovrebbe spiegare perché si è alleato con persone che i mercati internazionali secondo lui non vorrebbero. Quanto al Movimento 5 stelle, con loro bisogna parlare di contenuti per capire se ci sono punti in comune per governare insieme. Se non si dovesse riuscire, l'unica strada è quella di andare a cercare i voti in Aula».
Siamo alla vigilia della scelta e tutte le attenzioni si spostano verso il Quirinale. Il presidente Mattarella, ieri a Forlì per commemorare Roberto Ruffilli, il senatore democristiano ucciso 30 anni fa dalle Brigate rosse, ha chiesto ai partiti di «adeguare il nostro modo di stare insieme ai mutamenti che si realizzano nel corso del tempo. Pluralismo e riforme sono gli insegnamenti che ci lascia Ruffilli. La politica non si esaurisce nell'attività del Parlamento, del governo, delle regioni, dei comuni, ma si svolge in tanti altri luoghi: negli enti intermedi, nelle formazioni sociali, nelle libere aggregazioni dei cittadini, nelle associazioni. La politica la fanno anche i cittadini». C'è chi interpreta le sue parole con la volontà di proporre un governissimo e chi ci vede più un invito a rispettare l'esito delle urne. Provare a decrittare un cardinale democristiano è del tutto inutile.
Fra i sostenitori del governo del presidente - che costringerebbe la Lega a farsi da parte, peraltro con formidabili ricadute di consenso - c'è dalla prima ora Berlusconi. Il Cavaliere tifa per l'esecutivo istituzionale che conduca il Paese a nuove elezioni non subito, ma nel 2019, quando si terranno anche le Europee. Ed è convinto che la situazione sarà radicalmente cambiata: «Mi potrò ripresentare alle urne e mi riprenderò il centrodestra». In Molise ha buttato lì agli amici: «Se Salvini pensa di logorarmi o di portarmi via i parlamentari si sbaglia di grosso». Per fortuna c'è chi la chiama coesione.
Giorgio Gandola
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Il M5s mette fretta a Matteo Salvini sullo strappo con Forza Italia. Intanto coltiva l'idea che il presidente Sergio Mattarella, fallita l'esplorazione di Elisabetta Alberti Casellati, si rivolga a Roberto Fico. In quel caso, i grillini sono convinti che Partito democratico e Liberi e uguali possano sostenerlo. Intanto il lumbard punge il leader grillino: «Le cazz... sui 1.000 euro al mese le lascio dire ad altri». Poi rifila una stoccata ai suoi alleati: «C'è chi vuole andare con il Pd». Da Silvio Berlusconi è gelo: «Io macchina da voti, nel 2019 mi riprendo il centrodestra». Chi ha il problema di far aumentare il peso del proprio 17% è la Lega. E per riuscirci, deve avere una scusa per liberarsi di Silvio Berlusconi, come un incarico a Elisabetta Casellati che finisca dritta contro il muro. Nel picco massimo del gelo con Matteo Salvini, Luigi Di Maio e lo stato maggiore del Movimento 5 stelle sono ancorati a pochi punti fermi: «Siamo il primo partito e abbiamo preso il doppio di voti della Lega; se Sergio Mattarella desse un incarico al presidente del Senato, il centrodestra andrebbe in 1.000 pezzi e Salvini a quel punto verrebbe a Canossa». E se invece toccasse a Roberto Fico? «Lui invece ce la fa, perché lo voterebbe anche quasi tutto il Pd». A 40 giorni dal voto, il fatto nuovo è questo: la politica dei due forni di M5s è sempre viva, ma il forno di sinistra ha preso per la prima volta un deciso vigore e alla Lega è stato dato un ultimatum di «qualche giorno». Ieri la prima attenzione del movimento fondato da Beppe Grillo è stata «lasciar perdere Berlusconi», per non dargli una nuova centralità. Il Cavaliere, ancora, divide. Alessandro Di Battista, nei giorni scorsi, aveva pubblicato un lungo post su Facebook nel quale sosteneva che per il Tribunale di Milano il capo di Forza Italia è «un delinquente abituale». E poi aveva sfidato, un po' incautamente, il Carroccio: «Di che cosa hanno paura certi leghisti? Di qualche dossier in mano al Tinto Bass di Arcore?». E di fronte ai veti, oltre che alle insinuazioni, Salvini si è ricompattato con Forza Italia. Adesso, da domenica, l'ordine di scuderia nel Movimento è quello di «non attaccare Berlusconi per non indebolire Salvini» e le trattative ancora aperte. E sarà un caso, ma la presa di vigore del fuoco nel forno dedicato a una possibile alleanza M5s-Pd-Leu è stata accompagnata da un nuovo post di Grillo sul suo blog, tutto dedicato alle nuove sfide sul lavoro, dove ha riproposto con forza valori che oggi «sembrano bestemmie» come «ridistribuzione, uguaglianza e sostenibilità». Il tutto mentre esplode la protesta dei nuovi «schiavi» del cibo pronto a domicilio, ovvero di cittadini che M5s sente di essere ormai l'unico a rappresentare in qualche modo. Del resto, basta vedere come si comportano i deputati pentastellati in questi giorni per capire che il Movimento è assolutamente in campagna elettorale. Hanno presentato decine di proposte di legge sui temi-bandiera, a cominciare da energia e ambiente. Presidiano con attenzione le mosse del governo dimissionario sulle partecipate di Stato e ieri sono addirittura riusciti a intercettare movimenti «sospetti» sul rinnovo del collegio sindacale di Leonardo-Finmeccanica, denunciandole subito sul Blog delle Stelle. E poi Di Maio, Roberto Fico, Paola Taverna, Riccardo Fraccaro, Danilo Toninelli e tutti coloro che in questo momento hanno più visibilità continuano a muoversi con la consapevolezza che ogni occasione è buona per farsi conoscere e apprezzare da chi non li ha votati. Il fatto che il Movimento non abbia paura di elezioni a breve (un anno al massimo) spiega perché sarà ben difficile vedere i grillini nel temutissimo «governo del presidente». «Se stiamo fuori, anche facendo una normale opposizione, al prossimo giro sfondiamo il 40%», ripetono tra i consiglieri di Di Maio. Ma poi, alla fine, oggi nessuno di loro è convinto che un governo senza 5 stelle si possa davvero costituire. E allora, ecco che cosa si aspettano davvero. Innanzitutto, sono convinti che Mattarella darà l'incarico allla presidente forzista del Senato, e che anzi «l'abbia addirittura già preallertata». È un'ipotesi che galvanizzerebbe Berlusconi, ma M5s sa che nella Lega ci sono tanti mal di pancia e qualche discorso in camera caritatis con i deputati del Carroccio c'è stato. «Siamo convinti che la Casellati non ce la farà mai, perché un conto è sacrificarsi per metterla a Palazzo Madama, un conto aprirle la strada verso Palazzo Chigi», osservano i vertici grillini. Che non escludono neppure «franchi tiratori» in Forza Italia stessa. «Schiantata» la Casellati, in casa M5s si aspettano un mandato a Fico, terza carica dello Stato. E sono convinti che l'esponente napoletano invece ce la possa fare, prendendo i voti di Leu e di quasi tutto il Pd. Si tratta del famoso «secondo forno» che fino a ieri sembrava in ritardo e che invece i temporeggiamenti di Salvini, che aspetta il risultato delle elezioni locali per dare una nuova spallata a Berlusconi, hanno riacceso in pochi giorni. E non a caso Luigi Di Maio, che nell'ipotesi di un governo Fico andrebbe «riposizionato», ieri sera su La 7 ha dato un ultimatum chiaro al leader della Lega: «Aspetto qualche giorno e poi chiudo un forno». Non senza averlo minacciato: «Nel legarsi a Berlusconi si assume una responsabilità storica». E se il capo dello Stato facesse uno scherzaccio ai 5 stelle, dando prima l'incarico al loro campione? Di Maio lo ritiene scarsamente probabile e si prepara a godersi lo spettacolo della Casellati che viene «bruciata». Ma nel caso il primo a doversi giocare la partita fosse Fico, andrebbe spedito verso il secondo forno. «E Salvini si pentirà per tutta la legislatura di aver tergiversato con noi», dicono nel Movimento. Francesco Bonazzi <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/salvini-dimaio-forni-gandola-bonazzi-2560661833.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="salvini-punge-ma-non-troppo-il-m5s-i-pericoli-veri-li-fiuta-in-casa-propria" data-post-id="2560661833" data-published-at="1778869174" data-use-pagination="False"> Salvini punge (ma non troppo) il M5s. I pericoli veri li fiuta in casa propria «Sono ancora una macchina da voti». Silvio Berlusconi è allegro dopo la campagna in Molise, diventato l'ombelico d'Italia in vista delle regionali di domenica prossima. Ha riempito le sale, ha dispensato sorrisi, ha ricevuto applausi, è caduto e si è rialzato facilmente (a Isernia, bordopalco) ed è riuscito ad avvelenare - forse definitivamente - i pozzi fra Lega e 5 stelle. Il Cavaliere non immagina un futuro ai giardinetti e neppure di lato, ma al centro: al centro della coalizione e al centro dello scacchiere politico, pronto a dialogare con chiunque lo legittimi in carta da bollo. Quindi non con Luigi Di Maio. I sondaggi dicono altro (Lega al 23,5% e Forza Italia sotto il 13%) ma lui si sente ancora king maker e saluterebbe con gioia un incarico alla presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati. Ora l'orizzonte è chiaro come una giornata purificata dal maestrale. E a 24 ore dalla decisione che Sergio Mattarella potrebbe prendere, lo scenario è davanti a Matteo Salvini, arrivato in Molise a dare il cambio al leader di Forza Italia. L'impasse è evidente, il motivo anche. E poiché il numero uno della Lega non si sente ancora pronto per uno strappo con Berlusconi, sposta l'obiettivo delle critiche sull'alleato mancato per troppa rigidità. Prima una stoccata sul reddito di cittadinanza: «Non darò 1.000 euro al mese a chi sta a casa a non fare niente. Le cazzate le faccio dire agli altri». E poi: «Quello che Di Maio giudica un danno, cioè il centrodestra unito, è esattamente quello che gli elettori hanno premiato col voto il 4 marzo, quindi chiedo al M5s di avere rispetto per gli elettori». Lo afferma con una certa malinconia, sembra Renzo Tramaglino. «Quel matrimonio non s'ha da fare», come vuole il don Rodrigo di Arcore. Gli spiace parecchio, Salvini rimane convinto che un governo centrodestra-5 stelle sarebbe una ventata di novità e di entusiasmo, ma non ha alcuna intenzione di seguire il consiglio che gli arriva dal 52% degli elettori della Lega: rompere con il Cavaliere. E neppure di assecondare la corte discreta di Carlo Calenda, l'uomo che secondo l'establishment dovrebbe trasformare una sconfitta in una vittoria nella casa diroccata del Pd. In un'intervista a Repubblica, l'ex ministro del governo Gentiloni ha prefigurato un esecutivo di transizione allargato praticamente a tutti, il minestrone istituzionale che piace al capo dello Stato. «Io dialogo con tutti, ma l'unico punto fermo è che con il Pd non si può fare nulla», risponde Salvini. «A Calenda dico, mamma mia! Un governo con chi ha approvato la legge Fornero o vuole gli immigrati che cosa potrebbe fare? No a un governo alla Monti, con tutti dentro per tirare a campare. No a un'alleanza dei bombardatori e lanciatori di missili». Il tutto concluso da una profezia da verificare: «Se vinco le regionali in Molise e in Friuli governo in 15 giorni». Condito da un grosso sospetto, al limite dell'indicibile: «Nel centrodestra c'è chi pensa a un governo con il Pd, io no». Giorgia Meloni, in corteo all'Aquila per protestare sulla restituzione delle tasse chiesta da Bruxelles ai terremotati, gli è solidale e si prende il compito di redarguire ancora una volta Berlusconi: «Ritengo che la Lega non sarebbe pericolosa se dovesse salire al governo, altrimenti non mi sarei alleata con Salvini. Berlusconi dovrebbe spiegare perché si è alleato con persone che i mercati internazionali secondo lui non vorrebbero. Quanto al Movimento 5 stelle, con loro bisogna parlare di contenuti per capire se ci sono punti in comune per governare insieme. Se non si dovesse riuscire, l'unica strada è quella di andare a cercare i voti in Aula». Siamo alla vigilia della scelta e tutte le attenzioni si spostano verso il Quirinale. Il presidente Mattarella, ieri a Forlì per commemorare Roberto Ruffilli, il senatore democristiano ucciso 30 anni fa dalle Brigate rosse, ha chiesto ai partiti di «adeguare il nostro modo di stare insieme ai mutamenti che si realizzano nel corso del tempo. Pluralismo e riforme sono gli insegnamenti che ci lascia Ruffilli. La politica non si esaurisce nell'attività del Parlamento, del governo, delle regioni, dei comuni, ma si svolge in tanti altri luoghi: negli enti intermedi, nelle formazioni sociali, nelle libere aggregazioni dei cittadini, nelle associazioni. La politica la fanno anche i cittadini». C'è chi interpreta le sue parole con la volontà di proporre un governissimo e chi ci vede più un invito a rispettare l'esito delle urne. Provare a decrittare un cardinale democristiano è del tutto inutile. Fra i sostenitori del governo del presidente - che costringerebbe la Lega a farsi da parte, peraltro con formidabili ricadute di consenso - c'è dalla prima ora Berlusconi. Il Cavaliere tifa per l'esecutivo istituzionale che conduca il Paese a nuove elezioni non subito, ma nel 2019, quando si terranno anche le Europee. Ed è convinto che la situazione sarà radicalmente cambiata: «Mi potrò ripresentare alle urne e mi riprenderò il centrodestra». In Molise ha buttato lì agli amici: «Se Salvini pensa di logorarmi o di portarmi via i parlamentari si sbaglia di grosso». Per fortuna c'è chi la chiama coesione. Giorgio Gandola
Regina Corradini D’Arienzo (Ansa)
Risorse a tassi agevolati e contributi a fondo perduto fino al 30% per contrastare il caro energia e il blocco dello Stretto di Hormuz. La misura, operativa dal 25 maggio, protegge le aziende esportatrici e le filiere strategiche dagli choc del conflitto nel Golfo Persico.
La diplomazia non ha ancora trovato una via d’uscita al conflitto con l’Iran e la crisi energetica legata al blocco del canale di Hormuz si aggrava.
Gli analisti stimano che anche a fronte di una risoluzione a breve, per rimettere in moto il meccanismo dei rapporti con quell’area a cominciare dagli approvvigionamenti, serviranno mesi. Alla luce di questo scenario la Simest, la società per l’internazionalizzazione delle imprese del gruppo Cdp (Cassa depositi e prestiti) lancia un nuovo intervento strategico da 800 milioni di euro a sostegno delle imprese colpite dagli effetti del conflitto nel Golfo Persico e dal perdurare delle tensioni sui costi energetici. Le risorse sono destinate alle aziende esportatrici e a quelle che, pur non vendendo direttamente direttamente all’estero i propri prodotti, fanno parte di filiere produttive strategiche. Cuore del pacchetto, attivato nell’ambito dello strumento «Transizione digitale ed ecologica», è la nuova linea «Energia per la competitività internazionale», concepita per offrire una risposta mirata per fronteggiare gli effetti della crisi sui costi energetici e sul fatturato, in modo da salvaguardare la solidità finanziaria e la capacità di continuare a investire all’estero delle imprese.
Potranno accedere al sostegno le realtà imprenditoriali che, nel primo trimestre o quadrimestre del 2026, abbiano registrato un incremento dei costi energetici o una riduzione del fatturato pari ad almeno il 10% rispetto allo stesso periodo del 2025, a causa del conflitto. Il sostegno avverrà attraverso la concessione di finanziamenti agevolati accompagnati da una quota a fondo perduto fino al 30% per le Pmi e fino al 20% per le altre imprese.
Le risorse sono finalizzate a essere utilizzate principalmente per operazioni di rafforzamento patrimoniale (fino al 90% del finanziamento) oppure per finanziamenti di soci, con possibilità di destinare fino a 1,5 milioni di euro a incrementi di capitale e supporto alle società controllate. L’anticipo può arrivare a coprire fino al 50% della somma richiesta mentre la durata del finanziamento sarà di otto anni. Parallelamente, viene ulteriormente rafforzata la misura dedicata alle imprese energivore, cioè a favore dei comparti più esposti al caro energia, con condizioni migliorative affinché possano continuare ad operare e a investire. Si prevede un contributo a fondo perduto fino al 20%, l’esenzione dalla presentazione delle garanzie; poi finanziamenti fino al 90% per il rafforzamento patrimoniale, l’incremento fino a 1,5 milioni di euro della quota da destinare alla capitalizzazione delle controllate e l’innalzamento dell’anticipo fino al 50%. Infine l’estensione della durata dei finanziamenti fino a otto anni.
Le domande potranno essere presentate a partire dal 25 maggio fino al 31 dicembre 2026. Per garantire una gestione ordinata delle richieste, nei primi cinque giorni di apertura della misura, sarà attivato un sistema di «coda virtuale» nel caso di accessi simultanei elevati alla piattaforma.
«Vogliamo dare una risposta concreta e tempestiva alle imprese che stanno affrontando gli effetti di un quadro internazionale sempre più instabile, segnato dalle tensioni geopolitiche e dal forte aumento dei costi energetici, che rischiano di incidere sulla competitività del nostro sistema produttivo. L’obiettivo è sostenere non solo le aziende esportatrici, ma anche tutte le filiere strategiche del Made in Italy, rafforzandone la capacità di continuare a investire e crescere sui mercati internazionali», ha affermato l’amministratore delegato di Simest, Regina Corradini D’Arienzo.
Il Fondo monetario internazionale ha segnalato che, insieme al Regno Unito, l’Italia è fra i Paesi europei più esposti a causa della forte dipendenza dalle centrali a gas. Le importazioni italiane di beni energetici dal Medio Oriente nel 2025 hanno superato i 15 miliardi di euro. L’intervento di Simest quindi vuole accompagnare le imprese non solo nella gestione della fase emergenziale, ma anche nella gestione del periodo successivo, contribuendo al rafforzamento strutturale.
Ecco #DimmiLaVerità del 15 maggio 2026. Il deputato del M5s Marco Pellegrini commenta gli sviluppi della guerra in Iran e la crisi economica in Italia.
Istock
Con il bando delle auto con il motore a scoppio dal 2035 (poi inutilmente annacquato) Bruxelles ha invece direttamente spalancato tutte le porte all’industria automobilistica cinese. Del resto, dato il quadro di ciò che è possibile fare, le case automobilistiche si organizzano. La globalizzazione consente ai capitali di muoversi attorno al globo a seconda della convenienza, per sfruttare le migliori condizioni di mercato. L’abbraccio della Germania alla Cina, che risale a qualche decennio fa, ha man mano sancito un’alleanza tra l’industria automobilistica tedesca e quella cinese. Una coalizione che oggi è sfociata nel dominio cinese del settore dell’auto elettrica e ibrida, con i tedeschi in grave crisi nel mercato cinese tanto da minacciare i livelli occupazionali in patria. Tutta l’industria europea dell’auto è stata travolta dalla capacità produttiva cinese, in termini di costi, produttività e persino qualità. Nonostante i dazi e i prezzi minimi che l’Ue ha imposto sulle auto fabbricate in Cina, le quote di mercato che i marchi del Dragone stanno conquistando in Europa sono significative. Forse anche per via dei dazi, ora i cinesi stanno iniziando a stabilirsi direttamente in Europa.
Gli esempi sono moltissimi. Byd ha già investito circa 4 miliardi di euro a Szeged, in Ungheria, dove la fabbrica entrerà in produzione nel 2026 con la piccola Dolphin Surf, per poi arrivare a regime con una capacità di 300.000 unità annue. Parallelamente, Byd sta negoziando con Stellantis e altri produttori europei per rilevare stabilimenti sottoutilizzati, con l’Italia esplicitamente nel mirino come obiettivo di acquisizioni. Il nome che circola con più insistenza sul fronte italiano è Cassino, dove lo stabilimento Stellantis ha prodotto appena 19.000 vetture nel 2025, il 28% in meno rispetto all’anno precedente. Il candidato all’acquisto sarebbe la casa cinese Dongfeng, che potrebbe puntare su una auto elettrica da città sotto i 20.000 euro, un segmento nel quale il mercato italiano è molto sensibile. Non è ancora chiaro se Stellantis venderà o si limiterà ad affittare gli impianti, e i tempi non sono ancora noti. Per un passaggio completo però potrebbero volerci un paio d’anni. Sul fronte sindacale l’ipotesi è stata accolta con favore, ma a scatola chiusa, dato che le intenzioni dei possibili nuovi padroni potrebbero non essere così favorevoli, né c’è stato ancora un confronto sui temi della produttività.
In Spagna c’è ancora più affollamento. Chery è già operativa a Barcellona nell’ex stabilimento Nissan della Zona Franca, con 17.300 veicoli prodotti nel 2025 e un obiettivo di 50.000 nel 2026, puntando a 150.000 entro il 2029. Geely è in trattativa avanzata per acquisire il reparto Body 3 della fabbrica Ford di Almussafes, vicino Valencia, un’area oggi inattiva dopo il pensionamento di Mondeo, Galaxy e S-Max, mentre Ford continua a produrre la sua Kuga su altre linee. Le parti starebbero anche valutando se Geely possa produrre un modello per conto di Ford. Saic, il gruppo proprietario di MG, ha lasciato trapelare che nelle prossime settimane potrebbe arrivare un annuncio su espansioni in Spagna. Le indiscrezioni indicano Ferrol, in Galizia, come sede di un nuovo impianto con una capacità fino a 120.000 veicoli annui. Non è un caso che il presidente di quella regione si sia recato personalmente in Cina per incontrare il vertice del gruppo.
Il marchio Changan sta effettuando sopralluoghi nel nord della Spagna, con l’Aragona tra le opzioni, valutando sia la costruzione di un nuovo impianto sia l’acquisizione di strutture esistenti. Leapmotor, in partnership con Stellantis, si prepara a produrre il Suv elettrico B10 a Saragozza, dove CATL e Stellantis stanno costruendo una gigafactory da 4,1 miliardi di euro per batterie, con produzione attesa entro fine 2026. La scelta della Spagna da parte di così tanti operatori non è casuale. Lì vi sono impianti moderni ma sottoutilizzati, cioè esattamente il tipo di asset che i cinesi cercano, con infrastrutture collaudate, indotto già formato e costi del lavoro più bassi.
Se è vero che i sindacati pensano che l’arrivo dei capitali cinesi sia una buona notizia per i livelli occupazionali, potrebbero andare incontro ad un amaro risveglio. Le manifattura cinese, in qualunque settore, costruisce il proprio vantaggio competitivo su una esasperata efficienza di costo, innanzitutto, e su una produttività a base di robotica e IA. Chiunque non stia al passo dello standard asiatico sarà tagliato fuori.
Come questo giornale ha scritto sin dal 2021, il Green deal non è mai stata una rivoluzione industriale a favore dell’Europa, ma un vincolo esterno industriale disegnato a Berlino e impacchettato a Bruxelles. Dietro la retorica del «fare la nostra parte» per salvare il pianeta (sic) si nascondeva la necessità di ridare fiato al morente settore automobilistico tedesco riscrivendo per legge le regole dell’intero mercato europeo. Un affare gigantesco, come forse mai nella storia si era prospettato. Solo che l’affarone si è involato e da Berlino è atterrato a Pechino. La «vera e propria rivoluzione industriale» annunciata trionfalmente sette anni fa da Frans Timmermans è effettivamente in corso. Semplicemente, non è la nostra.
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Nell’era della digitalizzazione e dell’Intelligenza artificiale, però, gli sprovveduti sono una platea molto più numerosa e facilmente aggirabile per la perfezione dell’inganno. Ieri vi abbiamo raccontato della truffa ai danni dei risparmiatori realizzata clonando la mia identità e immaginando uno scontro con il ceo di Intesa Sanpaolo negli studi di Porta a Porta. Nella trasmissione di Bruno Vespa avrei «sbugiardato» il banchiere cattivo, nella fattispecie Carlo Messina, e lanciato una piattaforma di trading online che, al contrario del sistema creditizio, avrebbe in cura i risparmi degli italiani e con un investimento minimo di 250 euro avrebbe assicurato una buona rendita.
Questa truffa - per la quale mi sto muovendo legalmente con il mio avvocato Eugenio Piccolo, anche a tutela del giornale - l’abbiamo raccontata perché ne avevamo trovato traccia in un banner pubblicitario inserito nella homepage di Repubblica (come da foto pubblicate). Cliccando si apriva l’articolo fake con la grafica di Repubblica altrettanto fake e le foto della finta trasmissione di Vespa. Ovviamente tutti i protagonisti sono all’oscuro: da me a Messina, da Vespa ai colleghi di Repubblica.
Abbiamo anche spiegato il meccanismo. Un’azienda anonima (nel mio caso la Url riporta a una certa «woodupp«) carica la sua pubblicità su uno o più network pubblicitari internazionali. Qui si tratta di MediaGo, di proprietà del colosso cinese Baidu, il secondo motore di ricerca dopo Google. In automatico MediaGo distribuisce su molti grandi siti italiani con cui ha accordi commerciali, inclusa Repubblica, attraverso aste in tempo reale (programmatic advertising) che «atterrano» sulla base del cliente meglio profilato. È il meccanismo con cui lavorano tutti i top player del settore. Repubblica non sceglie quella pubblicità: la riceve automaticamente. La redazione di Repubblica non sa nemmeno che qualcuno ha creato un articolo «come se fosse di Repubblica»: lo sa a segnalazione avvenuta. Però Repubblica incassa perché la raccolta pubblicitaria si contrae e la prende come tutti dai «predatori», i cosiddetti Ott, gli Over the Top (Amazon, Meta, Google…) che raccolgono tutto e smistano alle condizioni di mercato che vogliono. Nel calderone pubblicitario c’è tutto, anche le truffe che quand’anche non fossero create da loro, nei loro vettori viaggiano che è una bellezza, quindi indirettamente ci guadagnano. Perché questo è il far west del Capitalismo della sorveglianza, generato secondo la legge del più forte.
Lo stesso meccanismo distorto è la linfa dell’Intelligenza artificiale, la quale si sta imponendo esattamente replicando la pirateria delle Big Tech quando cominciarono a lavorare sui nostri dati senza avere il permesso di farlo.
Sì può fare qualcosa? Si deve, ma la classe dirigente è troppo impegnata a difendere se stessa. Alcuni mesi fa, Marina Berlusconi, nel ruolo di presidente di Mondadori, aveva lanciato un monito scrivendo una lettera al Corriere e pubblicando contemporaneamente tre titoli per i tipi della Silvio Berlusconi Editore, tre «pezzi» per capire le potenzialità e le minacce della nuova frontiera digitale: Careless People, Gente che se ne frega» (libro boicottato da Zuckerberg) di Sarah Wynn-Williams; La Repubblica tecnologica, di Alex Karp, ceo di Palantir, socio di Peter Thiel (quello delle lezioni sull’anticristo), e La Società Tecnologica», un libro del filosofo e teologo Jacques Ellul.
Vi riporto alcune riflessioni di Marina Berlusconi in quella lettera di presentazione. «Oggi le prime cinque Big Tech assieme - Nvidia, Microsoft, Apple, Alphabet, Amazon - sono arrivate a superare il Pil dell’area euro. Ma attenzione: ridurre tutto ai valori economici non basta, il potere dei giganti della tecnologia va ben oltre. È un potere che rifiuta le regole, cioè la base di qualsiasi società davvero funzionante. Noi editori tradizionali paghiamo le tasse, rispettiamo le leggi, tuteliamo il diritto d’autore e i posti di lavoro - basti pensare che in Italia le piattaforme occupano appena un trentesimo dei lavoratori del settore. Eppure, quasi due terzi del mercato pubblicitario globale vengono inghiottiti dai colossi della Silicon Valley, che fanno esattamente il contrario: per dirla con il titolo del saggio firmato dalla ex-Meta Sarah Wynn-Williams, sono Careless People, “gente che se ne frega”. È concorrenza sleale bella e buona».
E ancora: «I giganti del Tech mettono sul piatto generosi finanziamenti e i dati di miliardi di persone […] Questi colossi non sono più solo aziende private, sono attori politici». Ha ragione!
Si può fare qualcosa, per contrastare questo mondo messo in piedi da predoni e pirati, di cui noi siamo vittime più o meno consapevoli? Sì. E lo dico al governo di centrodestra, al governo «sovranista»: mettete un tetto alla raccolta pubblicitaria di questi Ott, oppure obbligateli a destinare delle quote all’editoria che stanno uccidendo. Lo dice Marina Berlusconi, lo dice la Confindustria del settore col presidente Antonio Marano, lo dicono i grandi, i medi e i piccoli editori. Proprio discutendo di Careless People, Gente che se frega con il deputato di Forza Italia, Francesco Battistoni, riflettevamo che tutti siamo coinvolti, dalla politica alle università, dal giornalismo ai centri studi e persino alla Chiesa: è un tema di libertà, di sicurezza, di resistenza rispetto a questi nuovi Padroni. Che si credono dio.
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