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2018-04-17
Di Maio lancia l’ultimatum alla Lega:
«Occhio che chiudo uno dei forni»
ANSA
Chi ha il problema di far aumentare il peso del proprio 17% è la Lega. E per riuscirci, deve avere una scusa per liberarsi di Silvio Berlusconi, come un incarico a Elisabetta Casellati che finisca dritta contro il muro. Nel picco massimo del gelo con Matteo Salvini, Luigi Di Maio e lo stato maggiore del Movimento 5 stelle sono ancorati a pochi punti fermi: «Siamo il primo partito e abbiamo preso il doppio di voti della Lega; se Sergio Mattarella desse un incarico al presidente del Senato, il centrodestra andrebbe in 1.000 pezzi e Salvini a quel punto verrebbe a Canossa». E se invece toccasse a Roberto Fico? «Lui invece ce la fa, perché lo voterebbe anche quasi tutto il Pd». A 40 giorni dal voto, il fatto nuovo è questo: la politica dei due forni di M5s è sempre viva, ma il forno di sinistra ha preso per la prima volta un deciso vigore e alla Lega è stato dato un ultimatum di «qualche giorno».
Ieri la prima attenzione del movimento fondato da Beppe Grillo è stata «lasciar perdere Berlusconi», per non dargli una nuova centralità. Il Cavaliere, ancora, divide. Alessandro Di Battista, nei giorni scorsi, aveva pubblicato un lungo post su Facebook nel quale sosteneva che per il Tribunale di Milano il capo di Forza Italia è «un delinquente abituale». E poi aveva sfidato, un po' incautamente, il Carroccio: «Di che cosa hanno paura certi leghisti? Di qualche dossier in mano al Tinto Bass di Arcore?». E di fronte ai veti, oltre che alle insinuazioni, Salvini si è ricompattato con Forza Italia. Adesso, da domenica, l'ordine di scuderia nel Movimento è quello di «non attaccare Berlusconi per non indebolire Salvini» e le trattative ancora aperte.
E sarà un caso, ma la presa di vigore del fuoco nel forno dedicato a una possibile alleanza M5s-Pd-Leu è stata accompagnata da un nuovo post di Grillo sul suo blog, tutto dedicato alle nuove sfide sul lavoro, dove ha riproposto con forza valori che oggi «sembrano bestemmie» come «ridistribuzione, uguaglianza e sostenibilità». Il tutto mentre esplode la protesta dei nuovi «schiavi» del cibo pronto a domicilio, ovvero di cittadini che M5s sente di essere ormai l'unico a rappresentare in qualche modo. Del resto, basta vedere come si comportano i deputati pentastellati in questi giorni per capire che il Movimento è assolutamente in campagna elettorale. Hanno presentato decine di proposte di legge sui temi-bandiera, a cominciare da energia e ambiente. Presidiano con attenzione le mosse del governo dimissionario sulle partecipate di Stato e ieri sono addirittura riusciti a intercettare movimenti «sospetti» sul rinnovo del collegio sindacale di Leonardo-Finmeccanica, denunciandole subito sul Blog delle Stelle. E poi Di Maio, Roberto Fico, Paola Taverna, Riccardo Fraccaro, Danilo Toninelli e tutti coloro che in questo momento hanno più visibilità continuano a muoversi con la consapevolezza che ogni occasione è buona per farsi conoscere e apprezzare da chi non li ha votati.
Il fatto che il Movimento non abbia paura di elezioni a breve (un anno al massimo) spiega perché sarà ben difficile vedere i grillini nel temutissimo «governo del presidente». «Se stiamo fuori, anche facendo una normale opposizione, al prossimo giro sfondiamo il 40%», ripetono tra i consiglieri di Di Maio. Ma poi, alla fine, oggi nessuno di loro è convinto che un governo senza 5 stelle si possa davvero costituire. E allora, ecco che cosa si aspettano davvero. Innanzitutto, sono convinti che Mattarella darà l'incarico allla presidente forzista del Senato, e che anzi «l'abbia addirittura già preallertata». È un'ipotesi che galvanizzerebbe Berlusconi, ma M5s sa che nella Lega ci sono tanti mal di pancia e qualche discorso in camera caritatis con i deputati del Carroccio c'è stato. «Siamo convinti che la Casellati non ce la farà mai, perché un conto è sacrificarsi per metterla a Palazzo Madama, un conto aprirle la strada verso Palazzo Chigi», osservano i vertici grillini. Che non escludono neppure «franchi tiratori» in Forza Italia stessa.
«Schiantata» la Casellati, in casa M5s si aspettano un mandato a Fico, terza carica dello Stato. E sono convinti che l'esponente napoletano invece ce la possa fare, prendendo i voti di Leu e di quasi tutto il Pd. Si tratta del famoso «secondo forno» che fino a ieri sembrava in ritardo e che invece i temporeggiamenti di Salvini, che aspetta il risultato delle elezioni locali per dare una nuova spallata a Berlusconi, hanno riacceso in pochi giorni. E non a caso Luigi Di Maio, che nell'ipotesi di un governo Fico andrebbe «riposizionato», ieri sera su La 7 ha dato un ultimatum chiaro al leader della Lega: «Aspetto qualche giorno e poi chiudo un forno». Non senza averlo minacciato: «Nel legarsi a Berlusconi si assume una responsabilità storica».
E se il capo dello Stato facesse uno scherzaccio ai 5 stelle, dando prima l'incarico al loro campione? Di Maio lo ritiene scarsamente probabile e si prepara a godersi lo spettacolo della Casellati che viene «bruciata». Ma nel caso il primo a doversi giocare la partita fosse Fico, andrebbe spedito verso il secondo forno. «E Salvini si pentirà per tutta la legislatura di aver tergiversato con noi», dicono nel Movimento.
Francesco Bonazzi
Salvini punge (ma non troppo) il M5s. I pericoli veri li fiuta in casa propria
«Sono ancora una macchina da voti». Silvio Berlusconi è allegro dopo la campagna in Molise, diventato l'ombelico d'Italia in vista delle regionali di domenica prossima. Ha riempito le sale, ha dispensato sorrisi, ha ricevuto applausi, è caduto e si è rialzato facilmente (a Isernia, bordopalco) ed è riuscito ad avvelenare - forse definitivamente - i pozzi fra Lega e 5 stelle. Il Cavaliere non immagina un futuro ai giardinetti e neppure di lato, ma al centro: al centro della coalizione e al centro dello scacchiere politico, pronto a dialogare con chiunque lo legittimi in carta da bollo. Quindi non con Luigi Di Maio. I sondaggi dicono altro (Lega al 23,5% e Forza Italia sotto il 13%) ma lui si sente ancora king maker e saluterebbe con gioia un incarico alla presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati.
Ora l'orizzonte è chiaro come una giornata purificata dal maestrale. E a 24 ore dalla decisione che Sergio Mattarella potrebbe prendere, lo scenario è davanti a Matteo Salvini, arrivato in Molise a dare il cambio al leader di Forza Italia. L'impasse è evidente, il motivo anche. E poiché il numero uno della Lega non si sente ancora pronto per uno strappo con Berlusconi, sposta l'obiettivo delle critiche sull'alleato mancato per troppa rigidità. Prima una stoccata sul reddito di cittadinanza: «Non darò 1.000 euro al mese a chi sta a casa a non fare niente. Le cazzate le faccio dire agli altri». E poi: «Quello che Di Maio giudica un danno, cioè il centrodestra unito, è esattamente quello che gli elettori hanno premiato col voto il 4 marzo, quindi chiedo al M5s di avere rispetto per gli elettori».
Lo afferma con una certa malinconia, sembra Renzo Tramaglino. «Quel matrimonio non s'ha da fare», come vuole il don Rodrigo di Arcore. Gli spiace parecchio, Salvini rimane convinto che un governo centrodestra-5 stelle sarebbe una ventata di novità e di entusiasmo, ma non ha alcuna intenzione di seguire il consiglio che gli arriva dal 52% degli elettori della Lega: rompere con il Cavaliere. E neppure di assecondare la corte discreta di Carlo Calenda, l'uomo che secondo l'establishment dovrebbe trasformare una sconfitta in una vittoria nella casa diroccata del Pd. In un'intervista a Repubblica, l'ex ministro del governo Gentiloni ha prefigurato un esecutivo di transizione allargato praticamente a tutti, il minestrone istituzionale che piace al capo dello Stato. «Io dialogo con tutti, ma l'unico punto fermo è che con il Pd non si può fare nulla», risponde Salvini. «A Calenda dico, mamma mia! Un governo con chi ha approvato la legge Fornero o vuole gli immigrati che cosa potrebbe fare? No a un governo alla Monti, con tutti dentro per tirare a campare. No a un'alleanza dei bombardatori e lanciatori di missili». Il tutto concluso da una profezia da verificare: «Se vinco le regionali in Molise e in Friuli governo in 15 giorni». Condito da un grosso sospetto, al limite dell'indicibile: «Nel centrodestra c'è chi pensa a un governo con il Pd, io no».
Giorgia Meloni, in corteo all'Aquila per protestare sulla restituzione delle tasse chiesta da Bruxelles ai terremotati, gli è solidale e si prende il compito di redarguire ancora una volta Berlusconi: «Ritengo che la Lega non sarebbe pericolosa se dovesse salire al governo, altrimenti non mi sarei alleata con Salvini. Berlusconi dovrebbe spiegare perché si è alleato con persone che i mercati internazionali secondo lui non vorrebbero. Quanto al Movimento 5 stelle, con loro bisogna parlare di contenuti per capire se ci sono punti in comune per governare insieme. Se non si dovesse riuscire, l'unica strada è quella di andare a cercare i voti in Aula».
Siamo alla vigilia della scelta e tutte le attenzioni si spostano verso il Quirinale. Il presidente Mattarella, ieri a Forlì per commemorare Roberto Ruffilli, il senatore democristiano ucciso 30 anni fa dalle Brigate rosse, ha chiesto ai partiti di «adeguare il nostro modo di stare insieme ai mutamenti che si realizzano nel corso del tempo. Pluralismo e riforme sono gli insegnamenti che ci lascia Ruffilli. La politica non si esaurisce nell'attività del Parlamento, del governo, delle regioni, dei comuni, ma si svolge in tanti altri luoghi: negli enti intermedi, nelle formazioni sociali, nelle libere aggregazioni dei cittadini, nelle associazioni. La politica la fanno anche i cittadini». C'è chi interpreta le sue parole con la volontà di proporre un governissimo e chi ci vede più un invito a rispettare l'esito delle urne. Provare a decrittare un cardinale democristiano è del tutto inutile.
Fra i sostenitori del governo del presidente - che costringerebbe la Lega a farsi da parte, peraltro con formidabili ricadute di consenso - c'è dalla prima ora Berlusconi. Il Cavaliere tifa per l'esecutivo istituzionale che conduca il Paese a nuove elezioni non subito, ma nel 2019, quando si terranno anche le Europee. Ed è convinto che la situazione sarà radicalmente cambiata: «Mi potrò ripresentare alle urne e mi riprenderò il centrodestra». In Molise ha buttato lì agli amici: «Se Salvini pensa di logorarmi o di portarmi via i parlamentari si sbaglia di grosso». Per fortuna c'è chi la chiama coesione.
Giorgio Gandola
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Il M5s mette fretta a Matteo Salvini sullo strappo con Forza Italia. Intanto coltiva l'idea che il presidente Sergio Mattarella, fallita l'esplorazione di Elisabetta Alberti Casellati, si rivolga a Roberto Fico. In quel caso, i grillini sono convinti che Partito democratico e Liberi e uguali possano sostenerlo. Intanto il lumbard punge il leader grillino: «Le cazz... sui 1.000 euro al mese le lascio dire ad altri». Poi rifila una stoccata ai suoi alleati: «C'è chi vuole andare con il Pd». Da Silvio Berlusconi è gelo: «Io macchina da voti, nel 2019 mi riprendo il centrodestra». Chi ha il problema di far aumentare il peso del proprio 17% è la Lega. E per riuscirci, deve avere una scusa per liberarsi di Silvio Berlusconi, come un incarico a Elisabetta Casellati che finisca dritta contro il muro. Nel picco massimo del gelo con Matteo Salvini, Luigi Di Maio e lo stato maggiore del Movimento 5 stelle sono ancorati a pochi punti fermi: «Siamo il primo partito e abbiamo preso il doppio di voti della Lega; se Sergio Mattarella desse un incarico al presidente del Senato, il centrodestra andrebbe in 1.000 pezzi e Salvini a quel punto verrebbe a Canossa». E se invece toccasse a Roberto Fico? «Lui invece ce la fa, perché lo voterebbe anche quasi tutto il Pd». A 40 giorni dal voto, il fatto nuovo è questo: la politica dei due forni di M5s è sempre viva, ma il forno di sinistra ha preso per la prima volta un deciso vigore e alla Lega è stato dato un ultimatum di «qualche giorno». Ieri la prima attenzione del movimento fondato da Beppe Grillo è stata «lasciar perdere Berlusconi», per non dargli una nuova centralità. Il Cavaliere, ancora, divide. Alessandro Di Battista, nei giorni scorsi, aveva pubblicato un lungo post su Facebook nel quale sosteneva che per il Tribunale di Milano il capo di Forza Italia è «un delinquente abituale». E poi aveva sfidato, un po' incautamente, il Carroccio: «Di che cosa hanno paura certi leghisti? Di qualche dossier in mano al Tinto Bass di Arcore?». E di fronte ai veti, oltre che alle insinuazioni, Salvini si è ricompattato con Forza Italia. Adesso, da domenica, l'ordine di scuderia nel Movimento è quello di «non attaccare Berlusconi per non indebolire Salvini» e le trattative ancora aperte. E sarà un caso, ma la presa di vigore del fuoco nel forno dedicato a una possibile alleanza M5s-Pd-Leu è stata accompagnata da un nuovo post di Grillo sul suo blog, tutto dedicato alle nuove sfide sul lavoro, dove ha riproposto con forza valori che oggi «sembrano bestemmie» come «ridistribuzione, uguaglianza e sostenibilità». Il tutto mentre esplode la protesta dei nuovi «schiavi» del cibo pronto a domicilio, ovvero di cittadini che M5s sente di essere ormai l'unico a rappresentare in qualche modo. Del resto, basta vedere come si comportano i deputati pentastellati in questi giorni per capire che il Movimento è assolutamente in campagna elettorale. Hanno presentato decine di proposte di legge sui temi-bandiera, a cominciare da energia e ambiente. Presidiano con attenzione le mosse del governo dimissionario sulle partecipate di Stato e ieri sono addirittura riusciti a intercettare movimenti «sospetti» sul rinnovo del collegio sindacale di Leonardo-Finmeccanica, denunciandole subito sul Blog delle Stelle. E poi Di Maio, Roberto Fico, Paola Taverna, Riccardo Fraccaro, Danilo Toninelli e tutti coloro che in questo momento hanno più visibilità continuano a muoversi con la consapevolezza che ogni occasione è buona per farsi conoscere e apprezzare da chi non li ha votati. Il fatto che il Movimento non abbia paura di elezioni a breve (un anno al massimo) spiega perché sarà ben difficile vedere i grillini nel temutissimo «governo del presidente». «Se stiamo fuori, anche facendo una normale opposizione, al prossimo giro sfondiamo il 40%», ripetono tra i consiglieri di Di Maio. Ma poi, alla fine, oggi nessuno di loro è convinto che un governo senza 5 stelle si possa davvero costituire. E allora, ecco che cosa si aspettano davvero. Innanzitutto, sono convinti che Mattarella darà l'incarico allla presidente forzista del Senato, e che anzi «l'abbia addirittura già preallertata». È un'ipotesi che galvanizzerebbe Berlusconi, ma M5s sa che nella Lega ci sono tanti mal di pancia e qualche discorso in camera caritatis con i deputati del Carroccio c'è stato. «Siamo convinti che la Casellati non ce la farà mai, perché un conto è sacrificarsi per metterla a Palazzo Madama, un conto aprirle la strada verso Palazzo Chigi», osservano i vertici grillini. Che non escludono neppure «franchi tiratori» in Forza Italia stessa. «Schiantata» la Casellati, in casa M5s si aspettano un mandato a Fico, terza carica dello Stato. E sono convinti che l'esponente napoletano invece ce la possa fare, prendendo i voti di Leu e di quasi tutto il Pd. Si tratta del famoso «secondo forno» che fino a ieri sembrava in ritardo e che invece i temporeggiamenti di Salvini, che aspetta il risultato delle elezioni locali per dare una nuova spallata a Berlusconi, hanno riacceso in pochi giorni. E non a caso Luigi Di Maio, che nell'ipotesi di un governo Fico andrebbe «riposizionato», ieri sera su La 7 ha dato un ultimatum chiaro al leader della Lega: «Aspetto qualche giorno e poi chiudo un forno». Non senza averlo minacciato: «Nel legarsi a Berlusconi si assume una responsabilità storica». E se il capo dello Stato facesse uno scherzaccio ai 5 stelle, dando prima l'incarico al loro campione? Di Maio lo ritiene scarsamente probabile e si prepara a godersi lo spettacolo della Casellati che viene «bruciata». Ma nel caso il primo a doversi giocare la partita fosse Fico, andrebbe spedito verso il secondo forno. «E Salvini si pentirà per tutta la legislatura di aver tergiversato con noi», dicono nel Movimento. Francesco Bonazzi <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/salvini-dimaio-forni-gandola-bonazzi-2560661833.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="salvini-punge-ma-non-troppo-il-m5s-i-pericoli-veri-li-fiuta-in-casa-propria" data-post-id="2560661833" data-published-at="1776962379" data-use-pagination="False"> Salvini punge (ma non troppo) il M5s. I pericoli veri li fiuta in casa propria «Sono ancora una macchina da voti». Silvio Berlusconi è allegro dopo la campagna in Molise, diventato l'ombelico d'Italia in vista delle regionali di domenica prossima. Ha riempito le sale, ha dispensato sorrisi, ha ricevuto applausi, è caduto e si è rialzato facilmente (a Isernia, bordopalco) ed è riuscito ad avvelenare - forse definitivamente - i pozzi fra Lega e 5 stelle. Il Cavaliere non immagina un futuro ai giardinetti e neppure di lato, ma al centro: al centro della coalizione e al centro dello scacchiere politico, pronto a dialogare con chiunque lo legittimi in carta da bollo. Quindi non con Luigi Di Maio. I sondaggi dicono altro (Lega al 23,5% e Forza Italia sotto il 13%) ma lui si sente ancora king maker e saluterebbe con gioia un incarico alla presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati. Ora l'orizzonte è chiaro come una giornata purificata dal maestrale. E a 24 ore dalla decisione che Sergio Mattarella potrebbe prendere, lo scenario è davanti a Matteo Salvini, arrivato in Molise a dare il cambio al leader di Forza Italia. L'impasse è evidente, il motivo anche. E poiché il numero uno della Lega non si sente ancora pronto per uno strappo con Berlusconi, sposta l'obiettivo delle critiche sull'alleato mancato per troppa rigidità. Prima una stoccata sul reddito di cittadinanza: «Non darò 1.000 euro al mese a chi sta a casa a non fare niente. Le cazzate le faccio dire agli altri». E poi: «Quello che Di Maio giudica un danno, cioè il centrodestra unito, è esattamente quello che gli elettori hanno premiato col voto il 4 marzo, quindi chiedo al M5s di avere rispetto per gli elettori». Lo afferma con una certa malinconia, sembra Renzo Tramaglino. «Quel matrimonio non s'ha da fare», come vuole il don Rodrigo di Arcore. Gli spiace parecchio, Salvini rimane convinto che un governo centrodestra-5 stelle sarebbe una ventata di novità e di entusiasmo, ma non ha alcuna intenzione di seguire il consiglio che gli arriva dal 52% degli elettori della Lega: rompere con il Cavaliere. E neppure di assecondare la corte discreta di Carlo Calenda, l'uomo che secondo l'establishment dovrebbe trasformare una sconfitta in una vittoria nella casa diroccata del Pd. In un'intervista a Repubblica, l'ex ministro del governo Gentiloni ha prefigurato un esecutivo di transizione allargato praticamente a tutti, il minestrone istituzionale che piace al capo dello Stato. «Io dialogo con tutti, ma l'unico punto fermo è che con il Pd non si può fare nulla», risponde Salvini. «A Calenda dico, mamma mia! Un governo con chi ha approvato la legge Fornero o vuole gli immigrati che cosa potrebbe fare? No a un governo alla Monti, con tutti dentro per tirare a campare. No a un'alleanza dei bombardatori e lanciatori di missili». Il tutto concluso da una profezia da verificare: «Se vinco le regionali in Molise e in Friuli governo in 15 giorni». Condito da un grosso sospetto, al limite dell'indicibile: «Nel centrodestra c'è chi pensa a un governo con il Pd, io no». Giorgia Meloni, in corteo all'Aquila per protestare sulla restituzione delle tasse chiesta da Bruxelles ai terremotati, gli è solidale e si prende il compito di redarguire ancora una volta Berlusconi: «Ritengo che la Lega non sarebbe pericolosa se dovesse salire al governo, altrimenti non mi sarei alleata con Salvini. Berlusconi dovrebbe spiegare perché si è alleato con persone che i mercati internazionali secondo lui non vorrebbero. Quanto al Movimento 5 stelle, con loro bisogna parlare di contenuti per capire se ci sono punti in comune per governare insieme. Se non si dovesse riuscire, l'unica strada è quella di andare a cercare i voti in Aula». Siamo alla vigilia della scelta e tutte le attenzioni si spostano verso il Quirinale. Il presidente Mattarella, ieri a Forlì per commemorare Roberto Ruffilli, il senatore democristiano ucciso 30 anni fa dalle Brigate rosse, ha chiesto ai partiti di «adeguare il nostro modo di stare insieme ai mutamenti che si realizzano nel corso del tempo. Pluralismo e riforme sono gli insegnamenti che ci lascia Ruffilli. La politica non si esaurisce nell'attività del Parlamento, del governo, delle regioni, dei comuni, ma si svolge in tanti altri luoghi: negli enti intermedi, nelle formazioni sociali, nelle libere aggregazioni dei cittadini, nelle associazioni. La politica la fanno anche i cittadini». C'è chi interpreta le sue parole con la volontà di proporre un governissimo e chi ci vede più un invito a rispettare l'esito delle urne. Provare a decrittare un cardinale democristiano è del tutto inutile. Fra i sostenitori del governo del presidente - che costringerebbe la Lega a farsi da parte, peraltro con formidabili ricadute di consenso - c'è dalla prima ora Berlusconi. Il Cavaliere tifa per l'esecutivo istituzionale che conduca il Paese a nuove elezioni non subito, ma nel 2019, quando si terranno anche le Europee. Ed è convinto che la situazione sarà radicalmente cambiata: «Mi potrò ripresentare alle urne e mi riprenderò il centrodestra». In Molise ha buttato lì agli amici: «Se Salvini pensa di logorarmi o di portarmi via i parlamentari si sbaglia di grosso». Per fortuna c'è chi la chiama coesione. Giorgio Gandola
Il cacciamine italiano M-5554 «Gaeta» (Ansa)
Alla Spezia, a poca distanza dai cantieri dove sono stati costruiti e varati varati, lì hanno la propria base i cacciamine italiani che oggi potrebbero essere utilizzati per la bonifica dello stretto di Hormuz. In particolare sono due le navi della Marina Militare designati per la missione: il «Rimini» (classe «Gaeta») e il «Crotone» (classe «Lerici»), varate rispettivamente nel 1994 e 1992 nei cantieri della Italmarine di Sarzana.
La storia dei cacciamine italiani è relativamente recente. Dal dopoguerra fino agli anni ’80 operarono prevalentemente navi dragamine, dalle caratteristiche molto diverse e meno tecnologiche, adatte alla bonifica di ordigni a loro volta meno evoluti delle mine moderne.
Dopo la Seconda guerra mondiale la Marina, il cui naviglio era stato decimato nel conflitto, ereditò dagli Stati Uniti alcune navi dragamine e riparò i pochi RDV (Dragamine veloci) superstiti per le necessità urgenti di bonifica delle acque territoriali dopo il conflitto. I dragamine americani consegnati alla Marina italiana dagli anni '50 facevano parte della classe «Adjutant», di ridotte dimensioni e dallo scafo in legno per cancellare ogni traccia magnetica della nave. Per questa caratteristica fu battezzata la classe «Legni». L’imbarcazione trainava cavi d’acciaio che tranciavano i cavi di ancoraggio delle vecchie mine facendole risalire in superficie per poi essere neutralizzate manualmente dall’equipaggio. Per le mine più evolute, sensibili al rumore o ai campi magnetici, i dragamine utilizzavano sistemi di simulazione: per gli ordigni sensibili ai campi magnetici utilizzavano cavi elettrificati che «ingannavano» la mina facendola esplodere in lontananza, mentre per quelli sensibili ai rumori i dragamine italiani utilizzavano dei simulatori acustici che riproducevano le onde sonore delle eliche. Su licenza statunitense, negli anni ’50 furono costruiti in Italia diversi dragamine con scafo ligneo delle classi «Agave»e «Bambù».
A partire dagli anni Settanta, i dragamine furono ritenuti tecnologicamente arretrati rispetto all’evoluzione delle mine marine. In quel periodo i dragamine furono equipaggiati con nuovi strumenti che li trasformarono gradualmente in cacciamine con l’adozione di strumenti come i sonar e la presenza di sommozzatori specializzati.
Il salto si ebbe alla fine del decennio con la classe «Lerici», che rappresentò il primo lotto di veri cacciamine, in grado di individuare e neutralizzare singolarmente le mine, realizzati dai cantieri Intermarine. Dotate di scafo in vetroresina monoblocco (migliore del legno in termini di amagneticità), le «Lerici» sono lunghe 52 metri e dotate di sonar antimina a profondità variabile e multifrequenza (sonar a caccia). Sono spinte da 4 eliche, di cui una principale a passo variabile e le altre 3 intubate ed orientabili, collegate a motori idraulici per l’uso silenzioso in «caccia». Il primo cacciamine fu il capostipite «Lerici» (M-5550), consegnato alla Marina Militare nel 1982. Operanti in ambito Nato, i cacciamine hanno partecipato a diverse operazioni di bonifica bellica nel Mediterraneo, nel Golfo Persico e nell’Adriatico per lo sminamento delle coste dopo i conflitti in ex Jugoslavia e Kosovo. La classe «Lerici» è stata affiancata dalla ancora più evoluta classe «Gaeta» dal 1992, cacciamine dotati di sonar potenziati, sistema di navigazione automatizzato e veicoli filoguidati (ROV) in grado di individuare e neutralizzare le mine subacquee a distanza. Per la loro efficienza operativa e per la tecnologia avanzata, i cacciamine classe «Lerici» nati a Sarzana sono stati particolarmente apprezzati dalla Us Navy. Dal progetto italiano sono nati i «minehunters» della classe «Osprey», costruiti dalla filiale americana della Intermarine. La Marina Finlandese dal 2015 ha ricevuto da Intermarine 3 cacciamine classe Katanpåå, direttamente derivanti dai cacciamine classe Lat Ya della Marina Thailandese anche questi ultimi derivati dalla classe «Lerici».
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