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2018-04-17
Di Maio lancia l’ultimatum alla Lega:
«Occhio che chiudo uno dei forni»
ANSA
Chi ha il problema di far aumentare il peso del proprio 17% è la Lega. E per riuscirci, deve avere una scusa per liberarsi di Silvio Berlusconi, come un incarico a Elisabetta Casellati che finisca dritta contro il muro. Nel picco massimo del gelo con Matteo Salvini, Luigi Di Maio e lo stato maggiore del Movimento 5 stelle sono ancorati a pochi punti fermi: «Siamo il primo partito e abbiamo preso il doppio di voti della Lega; se Sergio Mattarella desse un incarico al presidente del Senato, il centrodestra andrebbe in 1.000 pezzi e Salvini a quel punto verrebbe a Canossa». E se invece toccasse a Roberto Fico? «Lui invece ce la fa, perché lo voterebbe anche quasi tutto il Pd». A 40 giorni dal voto, il fatto nuovo è questo: la politica dei due forni di M5s è sempre viva, ma il forno di sinistra ha preso per la prima volta un deciso vigore e alla Lega è stato dato un ultimatum di «qualche giorno».
Ieri la prima attenzione del movimento fondato da Beppe Grillo è stata «lasciar perdere Berlusconi», per non dargli una nuova centralità. Il Cavaliere, ancora, divide. Alessandro Di Battista, nei giorni scorsi, aveva pubblicato un lungo post su Facebook nel quale sosteneva che per il Tribunale di Milano il capo di Forza Italia è «un delinquente abituale». E poi aveva sfidato, un po' incautamente, il Carroccio: «Di che cosa hanno paura certi leghisti? Di qualche dossier in mano al Tinto Bass di Arcore?». E di fronte ai veti, oltre che alle insinuazioni, Salvini si è ricompattato con Forza Italia. Adesso, da domenica, l'ordine di scuderia nel Movimento è quello di «non attaccare Berlusconi per non indebolire Salvini» e le trattative ancora aperte.
E sarà un caso, ma la presa di vigore del fuoco nel forno dedicato a una possibile alleanza M5s-Pd-Leu è stata accompagnata da un nuovo post di Grillo sul suo blog, tutto dedicato alle nuove sfide sul lavoro, dove ha riproposto con forza valori che oggi «sembrano bestemmie» come «ridistribuzione, uguaglianza e sostenibilità». Il tutto mentre esplode la protesta dei nuovi «schiavi» del cibo pronto a domicilio, ovvero di cittadini che M5s sente di essere ormai l'unico a rappresentare in qualche modo. Del resto, basta vedere come si comportano i deputati pentastellati in questi giorni per capire che il Movimento è assolutamente in campagna elettorale. Hanno presentato decine di proposte di legge sui temi-bandiera, a cominciare da energia e ambiente. Presidiano con attenzione le mosse del governo dimissionario sulle partecipate di Stato e ieri sono addirittura riusciti a intercettare movimenti «sospetti» sul rinnovo del collegio sindacale di Leonardo-Finmeccanica, denunciandole subito sul Blog delle Stelle. E poi Di Maio, Roberto Fico, Paola Taverna, Riccardo Fraccaro, Danilo Toninelli e tutti coloro che in questo momento hanno più visibilità continuano a muoversi con la consapevolezza che ogni occasione è buona per farsi conoscere e apprezzare da chi non li ha votati.
Il fatto che il Movimento non abbia paura di elezioni a breve (un anno al massimo) spiega perché sarà ben difficile vedere i grillini nel temutissimo «governo del presidente». «Se stiamo fuori, anche facendo una normale opposizione, al prossimo giro sfondiamo il 40%», ripetono tra i consiglieri di Di Maio. Ma poi, alla fine, oggi nessuno di loro è convinto che un governo senza 5 stelle si possa davvero costituire. E allora, ecco che cosa si aspettano davvero. Innanzitutto, sono convinti che Mattarella darà l'incarico allla presidente forzista del Senato, e che anzi «l'abbia addirittura già preallertata». È un'ipotesi che galvanizzerebbe Berlusconi, ma M5s sa che nella Lega ci sono tanti mal di pancia e qualche discorso in camera caritatis con i deputati del Carroccio c'è stato. «Siamo convinti che la Casellati non ce la farà mai, perché un conto è sacrificarsi per metterla a Palazzo Madama, un conto aprirle la strada verso Palazzo Chigi», osservano i vertici grillini. Che non escludono neppure «franchi tiratori» in Forza Italia stessa.
«Schiantata» la Casellati, in casa M5s si aspettano un mandato a Fico, terza carica dello Stato. E sono convinti che l'esponente napoletano invece ce la possa fare, prendendo i voti di Leu e di quasi tutto il Pd. Si tratta del famoso «secondo forno» che fino a ieri sembrava in ritardo e che invece i temporeggiamenti di Salvini, che aspetta il risultato delle elezioni locali per dare una nuova spallata a Berlusconi, hanno riacceso in pochi giorni. E non a caso Luigi Di Maio, che nell'ipotesi di un governo Fico andrebbe «riposizionato», ieri sera su La 7 ha dato un ultimatum chiaro al leader della Lega: «Aspetto qualche giorno e poi chiudo un forno». Non senza averlo minacciato: «Nel legarsi a Berlusconi si assume una responsabilità storica».
E se il capo dello Stato facesse uno scherzaccio ai 5 stelle, dando prima l'incarico al loro campione? Di Maio lo ritiene scarsamente probabile e si prepara a godersi lo spettacolo della Casellati che viene «bruciata». Ma nel caso il primo a doversi giocare la partita fosse Fico, andrebbe spedito verso il secondo forno. «E Salvini si pentirà per tutta la legislatura di aver tergiversato con noi», dicono nel Movimento.
Francesco Bonazzi
Salvini punge (ma non troppo) il M5s. I pericoli veri li fiuta in casa propria
«Sono ancora una macchina da voti». Silvio Berlusconi è allegro dopo la campagna in Molise, diventato l'ombelico d'Italia in vista delle regionali di domenica prossima. Ha riempito le sale, ha dispensato sorrisi, ha ricevuto applausi, è caduto e si è rialzato facilmente (a Isernia, bordopalco) ed è riuscito ad avvelenare - forse definitivamente - i pozzi fra Lega e 5 stelle. Il Cavaliere non immagina un futuro ai giardinetti e neppure di lato, ma al centro: al centro della coalizione e al centro dello scacchiere politico, pronto a dialogare con chiunque lo legittimi in carta da bollo. Quindi non con Luigi Di Maio. I sondaggi dicono altro (Lega al 23,5% e Forza Italia sotto il 13%) ma lui si sente ancora king maker e saluterebbe con gioia un incarico alla presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati.
Ora l'orizzonte è chiaro come una giornata purificata dal maestrale. E a 24 ore dalla decisione che Sergio Mattarella potrebbe prendere, lo scenario è davanti a Matteo Salvini, arrivato in Molise a dare il cambio al leader di Forza Italia. L'impasse è evidente, il motivo anche. E poiché il numero uno della Lega non si sente ancora pronto per uno strappo con Berlusconi, sposta l'obiettivo delle critiche sull'alleato mancato per troppa rigidità. Prima una stoccata sul reddito di cittadinanza: «Non darò 1.000 euro al mese a chi sta a casa a non fare niente. Le cazzate le faccio dire agli altri». E poi: «Quello che Di Maio giudica un danno, cioè il centrodestra unito, è esattamente quello che gli elettori hanno premiato col voto il 4 marzo, quindi chiedo al M5s di avere rispetto per gli elettori».
Lo afferma con una certa malinconia, sembra Renzo Tramaglino. «Quel matrimonio non s'ha da fare», come vuole il don Rodrigo di Arcore. Gli spiace parecchio, Salvini rimane convinto che un governo centrodestra-5 stelle sarebbe una ventata di novità e di entusiasmo, ma non ha alcuna intenzione di seguire il consiglio che gli arriva dal 52% degli elettori della Lega: rompere con il Cavaliere. E neppure di assecondare la corte discreta di Carlo Calenda, l'uomo che secondo l'establishment dovrebbe trasformare una sconfitta in una vittoria nella casa diroccata del Pd. In un'intervista a Repubblica, l'ex ministro del governo Gentiloni ha prefigurato un esecutivo di transizione allargato praticamente a tutti, il minestrone istituzionale che piace al capo dello Stato. «Io dialogo con tutti, ma l'unico punto fermo è che con il Pd non si può fare nulla», risponde Salvini. «A Calenda dico, mamma mia! Un governo con chi ha approvato la legge Fornero o vuole gli immigrati che cosa potrebbe fare? No a un governo alla Monti, con tutti dentro per tirare a campare. No a un'alleanza dei bombardatori e lanciatori di missili». Il tutto concluso da una profezia da verificare: «Se vinco le regionali in Molise e in Friuli governo in 15 giorni». Condito da un grosso sospetto, al limite dell'indicibile: «Nel centrodestra c'è chi pensa a un governo con il Pd, io no».
Giorgia Meloni, in corteo all'Aquila per protestare sulla restituzione delle tasse chiesta da Bruxelles ai terremotati, gli è solidale e si prende il compito di redarguire ancora una volta Berlusconi: «Ritengo che la Lega non sarebbe pericolosa se dovesse salire al governo, altrimenti non mi sarei alleata con Salvini. Berlusconi dovrebbe spiegare perché si è alleato con persone che i mercati internazionali secondo lui non vorrebbero. Quanto al Movimento 5 stelle, con loro bisogna parlare di contenuti per capire se ci sono punti in comune per governare insieme. Se non si dovesse riuscire, l'unica strada è quella di andare a cercare i voti in Aula».
Siamo alla vigilia della scelta e tutte le attenzioni si spostano verso il Quirinale. Il presidente Mattarella, ieri a Forlì per commemorare Roberto Ruffilli, il senatore democristiano ucciso 30 anni fa dalle Brigate rosse, ha chiesto ai partiti di «adeguare il nostro modo di stare insieme ai mutamenti che si realizzano nel corso del tempo. Pluralismo e riforme sono gli insegnamenti che ci lascia Ruffilli. La politica non si esaurisce nell'attività del Parlamento, del governo, delle regioni, dei comuni, ma si svolge in tanti altri luoghi: negli enti intermedi, nelle formazioni sociali, nelle libere aggregazioni dei cittadini, nelle associazioni. La politica la fanno anche i cittadini». C'è chi interpreta le sue parole con la volontà di proporre un governissimo e chi ci vede più un invito a rispettare l'esito delle urne. Provare a decrittare un cardinale democristiano è del tutto inutile.
Fra i sostenitori del governo del presidente - che costringerebbe la Lega a farsi da parte, peraltro con formidabili ricadute di consenso - c'è dalla prima ora Berlusconi. Il Cavaliere tifa per l'esecutivo istituzionale che conduca il Paese a nuove elezioni non subito, ma nel 2019, quando si terranno anche le Europee. Ed è convinto che la situazione sarà radicalmente cambiata: «Mi potrò ripresentare alle urne e mi riprenderò il centrodestra». In Molise ha buttato lì agli amici: «Se Salvini pensa di logorarmi o di portarmi via i parlamentari si sbaglia di grosso». Per fortuna c'è chi la chiama coesione.
Giorgio Gandola
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Il M5s mette fretta a Matteo Salvini sullo strappo con Forza Italia. Intanto coltiva l'idea che il presidente Sergio Mattarella, fallita l'esplorazione di Elisabetta Alberti Casellati, si rivolga a Roberto Fico. In quel caso, i grillini sono convinti che Partito democratico e Liberi e uguali possano sostenerlo. Intanto il lumbard punge il leader grillino: «Le cazz... sui 1.000 euro al mese le lascio dire ad altri». Poi rifila una stoccata ai suoi alleati: «C'è chi vuole andare con il Pd». Da Silvio Berlusconi è gelo: «Io macchina da voti, nel 2019 mi riprendo il centrodestra». Chi ha il problema di far aumentare il peso del proprio 17% è la Lega. E per riuscirci, deve avere una scusa per liberarsi di Silvio Berlusconi, come un incarico a Elisabetta Casellati che finisca dritta contro il muro. Nel picco massimo del gelo con Matteo Salvini, Luigi Di Maio e lo stato maggiore del Movimento 5 stelle sono ancorati a pochi punti fermi: «Siamo il primo partito e abbiamo preso il doppio di voti della Lega; se Sergio Mattarella desse un incarico al presidente del Senato, il centrodestra andrebbe in 1.000 pezzi e Salvini a quel punto verrebbe a Canossa». E se invece toccasse a Roberto Fico? «Lui invece ce la fa, perché lo voterebbe anche quasi tutto il Pd». A 40 giorni dal voto, il fatto nuovo è questo: la politica dei due forni di M5s è sempre viva, ma il forno di sinistra ha preso per la prima volta un deciso vigore e alla Lega è stato dato un ultimatum di «qualche giorno». Ieri la prima attenzione del movimento fondato da Beppe Grillo è stata «lasciar perdere Berlusconi», per non dargli una nuova centralità. Il Cavaliere, ancora, divide. Alessandro Di Battista, nei giorni scorsi, aveva pubblicato un lungo post su Facebook nel quale sosteneva che per il Tribunale di Milano il capo di Forza Italia è «un delinquente abituale». E poi aveva sfidato, un po' incautamente, il Carroccio: «Di che cosa hanno paura certi leghisti? Di qualche dossier in mano al Tinto Bass di Arcore?». E di fronte ai veti, oltre che alle insinuazioni, Salvini si è ricompattato con Forza Italia. Adesso, da domenica, l'ordine di scuderia nel Movimento è quello di «non attaccare Berlusconi per non indebolire Salvini» e le trattative ancora aperte. E sarà un caso, ma la presa di vigore del fuoco nel forno dedicato a una possibile alleanza M5s-Pd-Leu è stata accompagnata da un nuovo post di Grillo sul suo blog, tutto dedicato alle nuove sfide sul lavoro, dove ha riproposto con forza valori che oggi «sembrano bestemmie» come «ridistribuzione, uguaglianza e sostenibilità». Il tutto mentre esplode la protesta dei nuovi «schiavi» del cibo pronto a domicilio, ovvero di cittadini che M5s sente di essere ormai l'unico a rappresentare in qualche modo. Del resto, basta vedere come si comportano i deputati pentastellati in questi giorni per capire che il Movimento è assolutamente in campagna elettorale. Hanno presentato decine di proposte di legge sui temi-bandiera, a cominciare da energia e ambiente. Presidiano con attenzione le mosse del governo dimissionario sulle partecipate di Stato e ieri sono addirittura riusciti a intercettare movimenti «sospetti» sul rinnovo del collegio sindacale di Leonardo-Finmeccanica, denunciandole subito sul Blog delle Stelle. E poi Di Maio, Roberto Fico, Paola Taverna, Riccardo Fraccaro, Danilo Toninelli e tutti coloro che in questo momento hanno più visibilità continuano a muoversi con la consapevolezza che ogni occasione è buona per farsi conoscere e apprezzare da chi non li ha votati. Il fatto che il Movimento non abbia paura di elezioni a breve (un anno al massimo) spiega perché sarà ben difficile vedere i grillini nel temutissimo «governo del presidente». «Se stiamo fuori, anche facendo una normale opposizione, al prossimo giro sfondiamo il 40%», ripetono tra i consiglieri di Di Maio. Ma poi, alla fine, oggi nessuno di loro è convinto che un governo senza 5 stelle si possa davvero costituire. E allora, ecco che cosa si aspettano davvero. Innanzitutto, sono convinti che Mattarella darà l'incarico allla presidente forzista del Senato, e che anzi «l'abbia addirittura già preallertata». È un'ipotesi che galvanizzerebbe Berlusconi, ma M5s sa che nella Lega ci sono tanti mal di pancia e qualche discorso in camera caritatis con i deputati del Carroccio c'è stato. «Siamo convinti che la Casellati non ce la farà mai, perché un conto è sacrificarsi per metterla a Palazzo Madama, un conto aprirle la strada verso Palazzo Chigi», osservano i vertici grillini. Che non escludono neppure «franchi tiratori» in Forza Italia stessa. «Schiantata» la Casellati, in casa M5s si aspettano un mandato a Fico, terza carica dello Stato. E sono convinti che l'esponente napoletano invece ce la possa fare, prendendo i voti di Leu e di quasi tutto il Pd. Si tratta del famoso «secondo forno» che fino a ieri sembrava in ritardo e che invece i temporeggiamenti di Salvini, che aspetta il risultato delle elezioni locali per dare una nuova spallata a Berlusconi, hanno riacceso in pochi giorni. E non a caso Luigi Di Maio, che nell'ipotesi di un governo Fico andrebbe «riposizionato», ieri sera su La 7 ha dato un ultimatum chiaro al leader della Lega: «Aspetto qualche giorno e poi chiudo un forno». Non senza averlo minacciato: «Nel legarsi a Berlusconi si assume una responsabilità storica». E se il capo dello Stato facesse uno scherzaccio ai 5 stelle, dando prima l'incarico al loro campione? Di Maio lo ritiene scarsamente probabile e si prepara a godersi lo spettacolo della Casellati che viene «bruciata». Ma nel caso il primo a doversi giocare la partita fosse Fico, andrebbe spedito verso il secondo forno. «E Salvini si pentirà per tutta la legislatura di aver tergiversato con noi», dicono nel Movimento. Francesco Bonazzi <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/salvini-dimaio-forni-gandola-bonazzi-2560661833.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="salvini-punge-ma-non-troppo-il-m5s-i-pericoli-veri-li-fiuta-in-casa-propria" data-post-id="2560661833" data-published-at="1777044363" data-use-pagination="False"> Salvini punge (ma non troppo) il M5s. I pericoli veri li fiuta in casa propria «Sono ancora una macchina da voti». Silvio Berlusconi è allegro dopo la campagna in Molise, diventato l'ombelico d'Italia in vista delle regionali di domenica prossima. Ha riempito le sale, ha dispensato sorrisi, ha ricevuto applausi, è caduto e si è rialzato facilmente (a Isernia, bordopalco) ed è riuscito ad avvelenare - forse definitivamente - i pozzi fra Lega e 5 stelle. Il Cavaliere non immagina un futuro ai giardinetti e neppure di lato, ma al centro: al centro della coalizione e al centro dello scacchiere politico, pronto a dialogare con chiunque lo legittimi in carta da bollo. Quindi non con Luigi Di Maio. I sondaggi dicono altro (Lega al 23,5% e Forza Italia sotto il 13%) ma lui si sente ancora king maker e saluterebbe con gioia un incarico alla presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati. Ora l'orizzonte è chiaro come una giornata purificata dal maestrale. E a 24 ore dalla decisione che Sergio Mattarella potrebbe prendere, lo scenario è davanti a Matteo Salvini, arrivato in Molise a dare il cambio al leader di Forza Italia. L'impasse è evidente, il motivo anche. E poiché il numero uno della Lega non si sente ancora pronto per uno strappo con Berlusconi, sposta l'obiettivo delle critiche sull'alleato mancato per troppa rigidità. Prima una stoccata sul reddito di cittadinanza: «Non darò 1.000 euro al mese a chi sta a casa a non fare niente. Le cazzate le faccio dire agli altri». E poi: «Quello che Di Maio giudica un danno, cioè il centrodestra unito, è esattamente quello che gli elettori hanno premiato col voto il 4 marzo, quindi chiedo al M5s di avere rispetto per gli elettori». Lo afferma con una certa malinconia, sembra Renzo Tramaglino. «Quel matrimonio non s'ha da fare», come vuole il don Rodrigo di Arcore. Gli spiace parecchio, Salvini rimane convinto che un governo centrodestra-5 stelle sarebbe una ventata di novità e di entusiasmo, ma non ha alcuna intenzione di seguire il consiglio che gli arriva dal 52% degli elettori della Lega: rompere con il Cavaliere. E neppure di assecondare la corte discreta di Carlo Calenda, l'uomo che secondo l'establishment dovrebbe trasformare una sconfitta in una vittoria nella casa diroccata del Pd. In un'intervista a Repubblica, l'ex ministro del governo Gentiloni ha prefigurato un esecutivo di transizione allargato praticamente a tutti, il minestrone istituzionale che piace al capo dello Stato. «Io dialogo con tutti, ma l'unico punto fermo è che con il Pd non si può fare nulla», risponde Salvini. «A Calenda dico, mamma mia! Un governo con chi ha approvato la legge Fornero o vuole gli immigrati che cosa potrebbe fare? No a un governo alla Monti, con tutti dentro per tirare a campare. No a un'alleanza dei bombardatori e lanciatori di missili». Il tutto concluso da una profezia da verificare: «Se vinco le regionali in Molise e in Friuli governo in 15 giorni». Condito da un grosso sospetto, al limite dell'indicibile: «Nel centrodestra c'è chi pensa a un governo con il Pd, io no». Giorgia Meloni, in corteo all'Aquila per protestare sulla restituzione delle tasse chiesta da Bruxelles ai terremotati, gli è solidale e si prende il compito di redarguire ancora una volta Berlusconi: «Ritengo che la Lega non sarebbe pericolosa se dovesse salire al governo, altrimenti non mi sarei alleata con Salvini. Berlusconi dovrebbe spiegare perché si è alleato con persone che i mercati internazionali secondo lui non vorrebbero. Quanto al Movimento 5 stelle, con loro bisogna parlare di contenuti per capire se ci sono punti in comune per governare insieme. Se non si dovesse riuscire, l'unica strada è quella di andare a cercare i voti in Aula». Siamo alla vigilia della scelta e tutte le attenzioni si spostano verso il Quirinale. Il presidente Mattarella, ieri a Forlì per commemorare Roberto Ruffilli, il senatore democristiano ucciso 30 anni fa dalle Brigate rosse, ha chiesto ai partiti di «adeguare il nostro modo di stare insieme ai mutamenti che si realizzano nel corso del tempo. Pluralismo e riforme sono gli insegnamenti che ci lascia Ruffilli. La politica non si esaurisce nell'attività del Parlamento, del governo, delle regioni, dei comuni, ma si svolge in tanti altri luoghi: negli enti intermedi, nelle formazioni sociali, nelle libere aggregazioni dei cittadini, nelle associazioni. La politica la fanno anche i cittadini». C'è chi interpreta le sue parole con la volontà di proporre un governissimo e chi ci vede più un invito a rispettare l'esito delle urne. Provare a decrittare un cardinale democristiano è del tutto inutile. Fra i sostenitori del governo del presidente - che costringerebbe la Lega a farsi da parte, peraltro con formidabili ricadute di consenso - c'è dalla prima ora Berlusconi. Il Cavaliere tifa per l'esecutivo istituzionale che conduca il Paese a nuove elezioni non subito, ma nel 2019, quando si terranno anche le Europee. Ed è convinto che la situazione sarà radicalmente cambiata: «Mi potrò ripresentare alle urne e mi riprenderò il centrodestra». In Molise ha buttato lì agli amici: «Se Salvini pensa di logorarmi o di portarmi via i parlamentari si sbaglia di grosso». Per fortuna c'è chi la chiama coesione. Giorgio Gandola
Poi le Forze di difesa israeliane avevano provveduto a inviarne un altro, ma con uno stile diverso e decisamente più piccolo, insieme a un messaggio di scuse e alla promessa di una punizione per il soldato colpevole del gesto.
Eppure la comunità di Debel voleva il Crocifisso che, per tanto tempo, l’aveva vegliata dall’alto. Oppure uno che gli assomigliasse almeno un po’. E così sono intervenuti i militari italiani che operano con Unifil. Sono entrati nel villaggio e hanno percorso una piccola via Crucis, passando dalla chiesa locale, dove il Cristo ha ricevuto la benedizione del nunzio apostolico, per poi essere posizionato là dove era stato distrutto. «Le immagini della consegna della statua alla comunità e del suo posizionamento, nello stesso luogo dove si trovava la statua distrutta pochi giorni fa da un soldato dell’Idf, riempiono il cuore e rappresentano un potente messaggio di speranza, dialogo e pace», ha detto il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Sulla stessa lunghezza d’onda anche il presidente della Camera, Lorenzo Fontana: «Donare una nuova statua di Cristo crocifisso, che era stata vergognosamente sfregiata e profanata, significa affermare valori che vanno oltre ogni divisione: la dignità della persona, la convivenza tra culture e religioni, la tutela dei simboli della fede, l’attenzione per le comunità cristiane». Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha invece notato come «l’uniforme dei militari italiani non è mai sinonimo di sopraffazione: è vicinanza, dialogo e sostegno. Le donne e gli uomini delle nostre forze armate portano ogni giorno nel mondo l’immagine migliore dell’Italia». Proprio mentre veniva riposizionato il Crocifisso, gli abitanti di Debel hanno scritto che «dopo la croce viene la resurrezione. Ciò che alcuni consideravano debolezza, è diventato la nostra forza. La croce è stata e rimarrà la nostra protettrice, la nostra speranza e il segno della nostra salvezza». Ed è proprio così. I cristiani libanesi, ma più in generale mediorientali, sanno bene come la pietra scartata dai costruttori sia diventata quella angolare. Quella che tutto regge. E che non può essere eliminata attraverso i colpi di martello o con l’occupazione. Lo sa bene il Patriarcato di Gerusalemme, che ha avviato alcune azioni legali contro i coloni in alcune aree in Cisgiordania. La Chiesa di Gerusalemme ha dichiarato che si tratta di una «chiara violazione» delle sue proprietà. E che «la tutela dei beni ecclesiastici di proprietà della Chiesa è un principio imprescindibile e continuerà ad adottare tutte le misure legali e amministrative necessarie per proteggerne la sacralità, preservarne l’identità ecclesiale, difenderne i diritti legittimi». Ancora una volta, la croce resta salda mentre il mondo gira.
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Un gruppo di soldati degli Alpini sfila davanti a una parata durante l'Adunata Nazionale Alpini del 2019 (Getty Images)
Benvenuta una campionessa del progressismo cosmico che ha presenti i danni delle okkupazioni studentesche, degli sfinenti cortei pro Pal, delle manifestazioni che virano nella violenza degli antagonisti. Poi leggi meglio e scopri che quello di Lorena Lucattini, ex candidata di Avs e funzionaria della Procura di Genova, non è un’illuminazione divina volta al bene della sua città. No, per lei la pagliacciata è la sfilata gli Alpini prevista il 10 maggio.
Travolta da una disturbante miopia ideologica che le fa guardare la pagliuzza dimenticandosi la trave, la signora - che immaginiamo eccitata all’idea di partecipare a un flash mob pro utero in affitto o a un blocco stradale di Ultima Generazione - proprio non sopporta l’idea che le penne nere abbiano scelto per la sesta volta Genova per l’Adunata nazionale. Vale la pena ricordarle che si ripete ogni anno dal 1920 nelle città italiane per commemorare i caduti della prima guerra mondiale (magari c’era pure suo nonno) e per testimoniare quella simbiosi di sangue, orgoglio, identità nazionale che costituisce il sacro di una tradizione quasi centenaria. Solo la Seconda guerra mondiale, un Giubileo e la pandemia avevano fermato l’evento; ora ci prova lady Lucattini, funzionaria pubblica infastidita al punto da arrivare al disprezzo nei confronti di uno dei corpi più gloriosi del nostro Paese.
I motori del miserevole post sono due: l’incontinenza da social e il clima fetido di questi anni. La prima è un problema individuale, il secondo riguarda tutti noi. Ed è testimoniato da un altro incendio antipatizzante, pochi giorni fa, quando le transfemministe di «Nonunadimeno» avevano bollato gli alpini come «molestatori e maschi tossici», alimentando un odio gratuito subito cavalcato dalla Cgil di Maurizio «Che» Landini. La deriva che stranamente porta la sinistra più tetra a contrapporsi alle penne nere è cominciata quattro anni fa all’Adunata di Rimini. Allora, in piena trance da Me Too all’italiana, politici boldriniani, intellettuali capalbiesi e démi monde arcobaleno avevano aperto il fuoco contro i 400.000 ospiti accusandoli di molestie e catcalling nei confronti di qualche cameriera e hostess. Con Elly Schlein, allora assessora regionale, a tifare per gli arresti di massa: «Per intervenire non servono denunce, questi non sono episodi di ubriachezza ma molestie vere e proprie». Come se dire «Ciao bella» invece che «Bella ciao» fosse un eccesso da Battaglione Azov.
L’adunata degli alpini non è un concerto di musica da camera, una design week milanese (comunque si sniffa zero) e neppure Orticola con le sciure in bici da 2.000 euro. Ma non può essere strumentalizzata per criminalizzare un mondo al quale l’Italia deve dire grazie tutti i giorni. L’alpino è orgoglio nazionale in purezza. Non solo per storico senso del dovere e capacità ineguagliabile in guerra (hanno vinto la Prima e hanno salvato la dignità nazionale con i loro eroismi nella grande tragedia della Seconda guerra mondiale) ma per quotidiani spirito di sacrificio e generosità. Questi uomini e donne mettono a disposizione del Paese milioni di ore di volontariato presentandosi in prima fila davanti alle vittime di un terremoto, di un’alluvione, di una qualsivoglia emergenza a tendere la mano a chi soffre con la gratuità di chi pratica il valore della solidarietà. Qualcosa che non abita più nella sinistra globalista, liquida e liquefatta dalle mode. Molti alpini divennero partigiani; perché l’Anpi a 24 ore dal 25 Aprile non critica il delirio iconoclasta?
L’ex presidente dell’Ana, Massimo Cortesi, ha replicato alla funzionaria radical: «Rispondiamo con i fatti, ovunque gli alpini realizzano un campo lasciano più pulito di prima. Non cerchiamo polemica, portiamo i nostri valori da condividere con tutta la città». Più incisivo il senatore Maurizio Gasparri (Fi): «Il raduno degli Alpini è uno dei momenti più belli della vita italiana. Chi ha avuto la fortuna di assistere a questa adunata ha visto come trasmetta valori, positività e patriottismo. Che una persona candidata con il partito di Fratoianni e Bonelli disprezzi questo evento non mi meraviglia; mi preoccupa che sia anche una funzionaria presso la procura di Genova. In che mani siamo?».
L’attesa dell’adunata è nevrotica: le scuole e due mercati rionali saranno chiusi, invece il «Centro operativo comunale» rimarrà aperto come per le emergenze. È psicosi da penna nera mentre la sindaca Silvia Salis (più a suo agio alle sfilate di Vuitton) tace. Ilaria Cavo, deputata e capogruppo di Noi Moderati, la incalza: «Quando abbiamo bisogno gli alpini ci sono. Perché lei non prende le distanze da quelle parole?». È curioso notare che il consigliere per i Grandi Eventi, Lorenzo Garzarelli, è di Avs come la funzionaria contestatrice, ora subissata di critiche sui suoi profili social. Da Marte, Lucattini non demorde: «Tutti gli alpini o ex alpini che mi stanno insultando sono la dimostrazione di quanto il mio post avesse ragione di essere». A tirare le fila del delirio è Mario Mascia, consigliere genovese di Forza Italia: «Per noi i pagliacci sono ben altri».
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