True
2018-04-17
Di Maio lancia l’ultimatum alla Lega:
«Occhio che chiudo uno dei forni»
ANSA
Chi ha il problema di far aumentare il peso del proprio 17% è la Lega. E per riuscirci, deve avere una scusa per liberarsi di Silvio Berlusconi, come un incarico a Elisabetta Casellati che finisca dritta contro il muro. Nel picco massimo del gelo con Matteo Salvini, Luigi Di Maio e lo stato maggiore del Movimento 5 stelle sono ancorati a pochi punti fermi: «Siamo il primo partito e abbiamo preso il doppio di voti della Lega; se Sergio Mattarella desse un incarico al presidente del Senato, il centrodestra andrebbe in 1.000 pezzi e Salvini a quel punto verrebbe a Canossa». E se invece toccasse a Roberto Fico? «Lui invece ce la fa, perché lo voterebbe anche quasi tutto il Pd». A 40 giorni dal voto, il fatto nuovo è questo: la politica dei due forni di M5s è sempre viva, ma il forno di sinistra ha preso per la prima volta un deciso vigore e alla Lega è stato dato un ultimatum di «qualche giorno».
Ieri la prima attenzione del movimento fondato da Beppe Grillo è stata «lasciar perdere Berlusconi», per non dargli una nuova centralità. Il Cavaliere, ancora, divide. Alessandro Di Battista, nei giorni scorsi, aveva pubblicato un lungo post su Facebook nel quale sosteneva che per il Tribunale di Milano il capo di Forza Italia è «un delinquente abituale». E poi aveva sfidato, un po' incautamente, il Carroccio: «Di che cosa hanno paura certi leghisti? Di qualche dossier in mano al Tinto Bass di Arcore?». E di fronte ai veti, oltre che alle insinuazioni, Salvini si è ricompattato con Forza Italia. Adesso, da domenica, l'ordine di scuderia nel Movimento è quello di «non attaccare Berlusconi per non indebolire Salvini» e le trattative ancora aperte.
E sarà un caso, ma la presa di vigore del fuoco nel forno dedicato a una possibile alleanza M5s-Pd-Leu è stata accompagnata da un nuovo post di Grillo sul suo blog, tutto dedicato alle nuove sfide sul lavoro, dove ha riproposto con forza valori che oggi «sembrano bestemmie» come «ridistribuzione, uguaglianza e sostenibilità». Il tutto mentre esplode la protesta dei nuovi «schiavi» del cibo pronto a domicilio, ovvero di cittadini che M5s sente di essere ormai l'unico a rappresentare in qualche modo. Del resto, basta vedere come si comportano i deputati pentastellati in questi giorni per capire che il Movimento è assolutamente in campagna elettorale. Hanno presentato decine di proposte di legge sui temi-bandiera, a cominciare da energia e ambiente. Presidiano con attenzione le mosse del governo dimissionario sulle partecipate di Stato e ieri sono addirittura riusciti a intercettare movimenti «sospetti» sul rinnovo del collegio sindacale di Leonardo-Finmeccanica, denunciandole subito sul Blog delle Stelle. E poi Di Maio, Roberto Fico, Paola Taverna, Riccardo Fraccaro, Danilo Toninelli e tutti coloro che in questo momento hanno più visibilità continuano a muoversi con la consapevolezza che ogni occasione è buona per farsi conoscere e apprezzare da chi non li ha votati.
Il fatto che il Movimento non abbia paura di elezioni a breve (un anno al massimo) spiega perché sarà ben difficile vedere i grillini nel temutissimo «governo del presidente». «Se stiamo fuori, anche facendo una normale opposizione, al prossimo giro sfondiamo il 40%», ripetono tra i consiglieri di Di Maio. Ma poi, alla fine, oggi nessuno di loro è convinto che un governo senza 5 stelle si possa davvero costituire. E allora, ecco che cosa si aspettano davvero. Innanzitutto, sono convinti che Mattarella darà l'incarico allla presidente forzista del Senato, e che anzi «l'abbia addirittura già preallertata». È un'ipotesi che galvanizzerebbe Berlusconi, ma M5s sa che nella Lega ci sono tanti mal di pancia e qualche discorso in camera caritatis con i deputati del Carroccio c'è stato. «Siamo convinti che la Casellati non ce la farà mai, perché un conto è sacrificarsi per metterla a Palazzo Madama, un conto aprirle la strada verso Palazzo Chigi», osservano i vertici grillini. Che non escludono neppure «franchi tiratori» in Forza Italia stessa.
«Schiantata» la Casellati, in casa M5s si aspettano un mandato a Fico, terza carica dello Stato. E sono convinti che l'esponente napoletano invece ce la possa fare, prendendo i voti di Leu e di quasi tutto il Pd. Si tratta del famoso «secondo forno» che fino a ieri sembrava in ritardo e che invece i temporeggiamenti di Salvini, che aspetta il risultato delle elezioni locali per dare una nuova spallata a Berlusconi, hanno riacceso in pochi giorni. E non a caso Luigi Di Maio, che nell'ipotesi di un governo Fico andrebbe «riposizionato», ieri sera su La 7 ha dato un ultimatum chiaro al leader della Lega: «Aspetto qualche giorno e poi chiudo un forno». Non senza averlo minacciato: «Nel legarsi a Berlusconi si assume una responsabilità storica».
E se il capo dello Stato facesse uno scherzaccio ai 5 stelle, dando prima l'incarico al loro campione? Di Maio lo ritiene scarsamente probabile e si prepara a godersi lo spettacolo della Casellati che viene «bruciata». Ma nel caso il primo a doversi giocare la partita fosse Fico, andrebbe spedito verso il secondo forno. «E Salvini si pentirà per tutta la legislatura di aver tergiversato con noi», dicono nel Movimento.
Francesco Bonazzi
Salvini punge (ma non troppo) il M5s. I pericoli veri li fiuta in casa propria
«Sono ancora una macchina da voti». Silvio Berlusconi è allegro dopo la campagna in Molise, diventato l'ombelico d'Italia in vista delle regionali di domenica prossima. Ha riempito le sale, ha dispensato sorrisi, ha ricevuto applausi, è caduto e si è rialzato facilmente (a Isernia, bordopalco) ed è riuscito ad avvelenare - forse definitivamente - i pozzi fra Lega e 5 stelle. Il Cavaliere non immagina un futuro ai giardinetti e neppure di lato, ma al centro: al centro della coalizione e al centro dello scacchiere politico, pronto a dialogare con chiunque lo legittimi in carta da bollo. Quindi non con Luigi Di Maio. I sondaggi dicono altro (Lega al 23,5% e Forza Italia sotto il 13%) ma lui si sente ancora king maker e saluterebbe con gioia un incarico alla presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati.
Ora l'orizzonte è chiaro come una giornata purificata dal maestrale. E a 24 ore dalla decisione che Sergio Mattarella potrebbe prendere, lo scenario è davanti a Matteo Salvini, arrivato in Molise a dare il cambio al leader di Forza Italia. L'impasse è evidente, il motivo anche. E poiché il numero uno della Lega non si sente ancora pronto per uno strappo con Berlusconi, sposta l'obiettivo delle critiche sull'alleato mancato per troppa rigidità. Prima una stoccata sul reddito di cittadinanza: «Non darò 1.000 euro al mese a chi sta a casa a non fare niente. Le cazzate le faccio dire agli altri». E poi: «Quello che Di Maio giudica un danno, cioè il centrodestra unito, è esattamente quello che gli elettori hanno premiato col voto il 4 marzo, quindi chiedo al M5s di avere rispetto per gli elettori».
Lo afferma con una certa malinconia, sembra Renzo Tramaglino. «Quel matrimonio non s'ha da fare», come vuole il don Rodrigo di Arcore. Gli spiace parecchio, Salvini rimane convinto che un governo centrodestra-5 stelle sarebbe una ventata di novità e di entusiasmo, ma non ha alcuna intenzione di seguire il consiglio che gli arriva dal 52% degli elettori della Lega: rompere con il Cavaliere. E neppure di assecondare la corte discreta di Carlo Calenda, l'uomo che secondo l'establishment dovrebbe trasformare una sconfitta in una vittoria nella casa diroccata del Pd. In un'intervista a Repubblica, l'ex ministro del governo Gentiloni ha prefigurato un esecutivo di transizione allargato praticamente a tutti, il minestrone istituzionale che piace al capo dello Stato. «Io dialogo con tutti, ma l'unico punto fermo è che con il Pd non si può fare nulla», risponde Salvini. «A Calenda dico, mamma mia! Un governo con chi ha approvato la legge Fornero o vuole gli immigrati che cosa potrebbe fare? No a un governo alla Monti, con tutti dentro per tirare a campare. No a un'alleanza dei bombardatori e lanciatori di missili». Il tutto concluso da una profezia da verificare: «Se vinco le regionali in Molise e in Friuli governo in 15 giorni». Condito da un grosso sospetto, al limite dell'indicibile: «Nel centrodestra c'è chi pensa a un governo con il Pd, io no».
Giorgia Meloni, in corteo all'Aquila per protestare sulla restituzione delle tasse chiesta da Bruxelles ai terremotati, gli è solidale e si prende il compito di redarguire ancora una volta Berlusconi: «Ritengo che la Lega non sarebbe pericolosa se dovesse salire al governo, altrimenti non mi sarei alleata con Salvini. Berlusconi dovrebbe spiegare perché si è alleato con persone che i mercati internazionali secondo lui non vorrebbero. Quanto al Movimento 5 stelle, con loro bisogna parlare di contenuti per capire se ci sono punti in comune per governare insieme. Se non si dovesse riuscire, l'unica strada è quella di andare a cercare i voti in Aula».
Siamo alla vigilia della scelta e tutte le attenzioni si spostano verso il Quirinale. Il presidente Mattarella, ieri a Forlì per commemorare Roberto Ruffilli, il senatore democristiano ucciso 30 anni fa dalle Brigate rosse, ha chiesto ai partiti di «adeguare il nostro modo di stare insieme ai mutamenti che si realizzano nel corso del tempo. Pluralismo e riforme sono gli insegnamenti che ci lascia Ruffilli. La politica non si esaurisce nell'attività del Parlamento, del governo, delle regioni, dei comuni, ma si svolge in tanti altri luoghi: negli enti intermedi, nelle formazioni sociali, nelle libere aggregazioni dei cittadini, nelle associazioni. La politica la fanno anche i cittadini». C'è chi interpreta le sue parole con la volontà di proporre un governissimo e chi ci vede più un invito a rispettare l'esito delle urne. Provare a decrittare un cardinale democristiano è del tutto inutile.
Fra i sostenitori del governo del presidente - che costringerebbe la Lega a farsi da parte, peraltro con formidabili ricadute di consenso - c'è dalla prima ora Berlusconi. Il Cavaliere tifa per l'esecutivo istituzionale che conduca il Paese a nuove elezioni non subito, ma nel 2019, quando si terranno anche le Europee. Ed è convinto che la situazione sarà radicalmente cambiata: «Mi potrò ripresentare alle urne e mi riprenderò il centrodestra». In Molise ha buttato lì agli amici: «Se Salvini pensa di logorarmi o di portarmi via i parlamentari si sbaglia di grosso». Per fortuna c'è chi la chiama coesione.
Giorgio Gandola
Related Articles Around the Web
Continua a leggereRiduci
Il M5s mette fretta a Matteo Salvini sullo strappo con Forza Italia. Intanto coltiva l'idea che il presidente Sergio Mattarella, fallita l'esplorazione di Elisabetta Alberti Casellati, si rivolga a Roberto Fico. In quel caso, i grillini sono convinti che Partito democratico e Liberi e uguali possano sostenerlo. Intanto il lumbard punge il leader grillino: «Le cazz... sui 1.000 euro al mese le lascio dire ad altri». Poi rifila una stoccata ai suoi alleati: «C'è chi vuole andare con il Pd». Da Silvio Berlusconi è gelo: «Io macchina da voti, nel 2019 mi riprendo il centrodestra». Chi ha il problema di far aumentare il peso del proprio 17% è la Lega. E per riuscirci, deve avere una scusa per liberarsi di Silvio Berlusconi, come un incarico a Elisabetta Casellati che finisca dritta contro il muro. Nel picco massimo del gelo con Matteo Salvini, Luigi Di Maio e lo stato maggiore del Movimento 5 stelle sono ancorati a pochi punti fermi: «Siamo il primo partito e abbiamo preso il doppio di voti della Lega; se Sergio Mattarella desse un incarico al presidente del Senato, il centrodestra andrebbe in 1.000 pezzi e Salvini a quel punto verrebbe a Canossa». E se invece toccasse a Roberto Fico? «Lui invece ce la fa, perché lo voterebbe anche quasi tutto il Pd». A 40 giorni dal voto, il fatto nuovo è questo: la politica dei due forni di M5s è sempre viva, ma il forno di sinistra ha preso per la prima volta un deciso vigore e alla Lega è stato dato un ultimatum di «qualche giorno». Ieri la prima attenzione del movimento fondato da Beppe Grillo è stata «lasciar perdere Berlusconi», per non dargli una nuova centralità. Il Cavaliere, ancora, divide. Alessandro Di Battista, nei giorni scorsi, aveva pubblicato un lungo post su Facebook nel quale sosteneva che per il Tribunale di Milano il capo di Forza Italia è «un delinquente abituale». E poi aveva sfidato, un po' incautamente, il Carroccio: «Di che cosa hanno paura certi leghisti? Di qualche dossier in mano al Tinto Bass di Arcore?». E di fronte ai veti, oltre che alle insinuazioni, Salvini si è ricompattato con Forza Italia. Adesso, da domenica, l'ordine di scuderia nel Movimento è quello di «non attaccare Berlusconi per non indebolire Salvini» e le trattative ancora aperte. E sarà un caso, ma la presa di vigore del fuoco nel forno dedicato a una possibile alleanza M5s-Pd-Leu è stata accompagnata da un nuovo post di Grillo sul suo blog, tutto dedicato alle nuove sfide sul lavoro, dove ha riproposto con forza valori che oggi «sembrano bestemmie» come «ridistribuzione, uguaglianza e sostenibilità». Il tutto mentre esplode la protesta dei nuovi «schiavi» del cibo pronto a domicilio, ovvero di cittadini che M5s sente di essere ormai l'unico a rappresentare in qualche modo. Del resto, basta vedere come si comportano i deputati pentastellati in questi giorni per capire che il Movimento è assolutamente in campagna elettorale. Hanno presentato decine di proposte di legge sui temi-bandiera, a cominciare da energia e ambiente. Presidiano con attenzione le mosse del governo dimissionario sulle partecipate di Stato e ieri sono addirittura riusciti a intercettare movimenti «sospetti» sul rinnovo del collegio sindacale di Leonardo-Finmeccanica, denunciandole subito sul Blog delle Stelle. E poi Di Maio, Roberto Fico, Paola Taverna, Riccardo Fraccaro, Danilo Toninelli e tutti coloro che in questo momento hanno più visibilità continuano a muoversi con la consapevolezza che ogni occasione è buona per farsi conoscere e apprezzare da chi non li ha votati. Il fatto che il Movimento non abbia paura di elezioni a breve (un anno al massimo) spiega perché sarà ben difficile vedere i grillini nel temutissimo «governo del presidente». «Se stiamo fuori, anche facendo una normale opposizione, al prossimo giro sfondiamo il 40%», ripetono tra i consiglieri di Di Maio. Ma poi, alla fine, oggi nessuno di loro è convinto che un governo senza 5 stelle si possa davvero costituire. E allora, ecco che cosa si aspettano davvero. Innanzitutto, sono convinti che Mattarella darà l'incarico allla presidente forzista del Senato, e che anzi «l'abbia addirittura già preallertata». È un'ipotesi che galvanizzerebbe Berlusconi, ma M5s sa che nella Lega ci sono tanti mal di pancia e qualche discorso in camera caritatis con i deputati del Carroccio c'è stato. «Siamo convinti che la Casellati non ce la farà mai, perché un conto è sacrificarsi per metterla a Palazzo Madama, un conto aprirle la strada verso Palazzo Chigi», osservano i vertici grillini. Che non escludono neppure «franchi tiratori» in Forza Italia stessa. «Schiantata» la Casellati, in casa M5s si aspettano un mandato a Fico, terza carica dello Stato. E sono convinti che l'esponente napoletano invece ce la possa fare, prendendo i voti di Leu e di quasi tutto il Pd. Si tratta del famoso «secondo forno» che fino a ieri sembrava in ritardo e che invece i temporeggiamenti di Salvini, che aspetta il risultato delle elezioni locali per dare una nuova spallata a Berlusconi, hanno riacceso in pochi giorni. E non a caso Luigi Di Maio, che nell'ipotesi di un governo Fico andrebbe «riposizionato», ieri sera su La 7 ha dato un ultimatum chiaro al leader della Lega: «Aspetto qualche giorno e poi chiudo un forno». Non senza averlo minacciato: «Nel legarsi a Berlusconi si assume una responsabilità storica». E se il capo dello Stato facesse uno scherzaccio ai 5 stelle, dando prima l'incarico al loro campione? Di Maio lo ritiene scarsamente probabile e si prepara a godersi lo spettacolo della Casellati che viene «bruciata». Ma nel caso il primo a doversi giocare la partita fosse Fico, andrebbe spedito verso il secondo forno. «E Salvini si pentirà per tutta la legislatura di aver tergiversato con noi», dicono nel Movimento. Francesco Bonazzi <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/salvini-dimaio-forni-gandola-bonazzi-2560661833.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="salvini-punge-ma-non-troppo-il-m5s-i-pericoli-veri-li-fiuta-in-casa-propria" data-post-id="2560661833" data-published-at="1777593529" data-use-pagination="False"> Salvini punge (ma non troppo) il M5s. I pericoli veri li fiuta in casa propria «Sono ancora una macchina da voti». Silvio Berlusconi è allegro dopo la campagna in Molise, diventato l'ombelico d'Italia in vista delle regionali di domenica prossima. Ha riempito le sale, ha dispensato sorrisi, ha ricevuto applausi, è caduto e si è rialzato facilmente (a Isernia, bordopalco) ed è riuscito ad avvelenare - forse definitivamente - i pozzi fra Lega e 5 stelle. Il Cavaliere non immagina un futuro ai giardinetti e neppure di lato, ma al centro: al centro della coalizione e al centro dello scacchiere politico, pronto a dialogare con chiunque lo legittimi in carta da bollo. Quindi non con Luigi Di Maio. I sondaggi dicono altro (Lega al 23,5% e Forza Italia sotto il 13%) ma lui si sente ancora king maker e saluterebbe con gioia un incarico alla presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati. Ora l'orizzonte è chiaro come una giornata purificata dal maestrale. E a 24 ore dalla decisione che Sergio Mattarella potrebbe prendere, lo scenario è davanti a Matteo Salvini, arrivato in Molise a dare il cambio al leader di Forza Italia. L'impasse è evidente, il motivo anche. E poiché il numero uno della Lega non si sente ancora pronto per uno strappo con Berlusconi, sposta l'obiettivo delle critiche sull'alleato mancato per troppa rigidità. Prima una stoccata sul reddito di cittadinanza: «Non darò 1.000 euro al mese a chi sta a casa a non fare niente. Le cazzate le faccio dire agli altri». E poi: «Quello che Di Maio giudica un danno, cioè il centrodestra unito, è esattamente quello che gli elettori hanno premiato col voto il 4 marzo, quindi chiedo al M5s di avere rispetto per gli elettori». Lo afferma con una certa malinconia, sembra Renzo Tramaglino. «Quel matrimonio non s'ha da fare», come vuole il don Rodrigo di Arcore. Gli spiace parecchio, Salvini rimane convinto che un governo centrodestra-5 stelle sarebbe una ventata di novità e di entusiasmo, ma non ha alcuna intenzione di seguire il consiglio che gli arriva dal 52% degli elettori della Lega: rompere con il Cavaliere. E neppure di assecondare la corte discreta di Carlo Calenda, l'uomo che secondo l'establishment dovrebbe trasformare una sconfitta in una vittoria nella casa diroccata del Pd. In un'intervista a Repubblica, l'ex ministro del governo Gentiloni ha prefigurato un esecutivo di transizione allargato praticamente a tutti, il minestrone istituzionale che piace al capo dello Stato. «Io dialogo con tutti, ma l'unico punto fermo è che con il Pd non si può fare nulla», risponde Salvini. «A Calenda dico, mamma mia! Un governo con chi ha approvato la legge Fornero o vuole gli immigrati che cosa potrebbe fare? No a un governo alla Monti, con tutti dentro per tirare a campare. No a un'alleanza dei bombardatori e lanciatori di missili». Il tutto concluso da una profezia da verificare: «Se vinco le regionali in Molise e in Friuli governo in 15 giorni». Condito da un grosso sospetto, al limite dell'indicibile: «Nel centrodestra c'è chi pensa a un governo con il Pd, io no». Giorgia Meloni, in corteo all'Aquila per protestare sulla restituzione delle tasse chiesta da Bruxelles ai terremotati, gli è solidale e si prende il compito di redarguire ancora una volta Berlusconi: «Ritengo che la Lega non sarebbe pericolosa se dovesse salire al governo, altrimenti non mi sarei alleata con Salvini. Berlusconi dovrebbe spiegare perché si è alleato con persone che i mercati internazionali secondo lui non vorrebbero. Quanto al Movimento 5 stelle, con loro bisogna parlare di contenuti per capire se ci sono punti in comune per governare insieme. Se non si dovesse riuscire, l'unica strada è quella di andare a cercare i voti in Aula». Siamo alla vigilia della scelta e tutte le attenzioni si spostano verso il Quirinale. Il presidente Mattarella, ieri a Forlì per commemorare Roberto Ruffilli, il senatore democristiano ucciso 30 anni fa dalle Brigate rosse, ha chiesto ai partiti di «adeguare il nostro modo di stare insieme ai mutamenti che si realizzano nel corso del tempo. Pluralismo e riforme sono gli insegnamenti che ci lascia Ruffilli. La politica non si esaurisce nell'attività del Parlamento, del governo, delle regioni, dei comuni, ma si svolge in tanti altri luoghi: negli enti intermedi, nelle formazioni sociali, nelle libere aggregazioni dei cittadini, nelle associazioni. La politica la fanno anche i cittadini». C'è chi interpreta le sue parole con la volontà di proporre un governissimo e chi ci vede più un invito a rispettare l'esito delle urne. Provare a decrittare un cardinale democristiano è del tutto inutile. Fra i sostenitori del governo del presidente - che costringerebbe la Lega a farsi da parte, peraltro con formidabili ricadute di consenso - c'è dalla prima ora Berlusconi. Il Cavaliere tifa per l'esecutivo istituzionale che conduca il Paese a nuove elezioni non subito, ma nel 2019, quando si terranno anche le Europee. Ed è convinto che la situazione sarà radicalmente cambiata: «Mi potrò ripresentare alle urne e mi riprenderò il centrodestra». In Molise ha buttato lì agli amici: «Se Salvini pensa di logorarmi o di portarmi via i parlamentari si sbaglia di grosso». Per fortuna c'è chi la chiama coesione. Giorgio Gandola
Ggli impianti nucleari indiani di Kalpakkam (Getty Images)
Il reattore autofertilizzante segna una svolta per Nuova Delhi: meno dipendenza dall’uranio, più autonomia energetica e tecnologica. Un modello costruito in decenni che rafforza il peso geopolitico indiano mentre l’Europa resta in bilico sul nucleare.
Per anni il programma nucleare indiano è stato descritto come ambizioso, autonomo e spesso lento. È una lettura superficiale. In realtà, Nuova Delhi ha seguito una traiettoria coerente, costruita attorno a vincoli strutturali, indipendenza tecnologica e autonomia strategica. Ciò che sta prendendo forma a Kalpakkam rappresenta il punto di arrivo di questa strategia.
Il progresso del reattore veloce autofertilizzante sviluppato presso l’Indira Gandhi Centre for Atomic Research non è un semplice incremento di capacità energetica. È il passaggio decisivo verso un modello nucleare concepito per superare i limiti strutturali dell’India.
L’India non dispone di grandi riserve di uranio. Possiede invece torio in abbondanza. Da qui nasce la logica del programma nucleare a tre fasi: prima i reattori ad acqua pesante, poi i reattori autofertilizzanti, infine un ciclo basato sul torio.
Kalpakkam si colloca esattamente in questo snodo.
Il reattore veloce consente di produrre più materiale fissile di quanto ne consumi. In altri termini, crea il presupposto per rendere sostenibile un sistema energetico nucleare nel lungo periodo. Non è un progresso incrementale, ma una trasformazione strutturale.
La tecnologia dei reattori veloci è complessa e costosa. Molti Paesi l’hanno abbandonata perché potevano contare su abbondanti risorse di uranio. L’India no.
Il fatto che Nuova Delhi sia arrivata a questo punto con capacità prevalentemente indigene segnala tre elementi. Una maturazione industriale. L’India è oggi tra i pochi Paesi in grado di gestire l’intero ciclo di tecnologie nucleari avanzate. Una ridefinizione della sicurezza energetica. I reattori autofertilizzanti estendono drasticamente la disponibilità di combustibile. Un’affermazione di sovranità tecnologica. Dopo decenni di restrizioni e regimi di controllo, il Paese dimostra di poter sviluppare autonomamente tecnologie critiche.
Il significato di Kalpakkam si comprende pienamente se inserito nel contesto del rapporto con gli Stati Uniti. L’accordo nucleare civile del 2008 ha posto fine all’isolamento tecnologico dell’India, aprendo l’accesso ai mercati internazionali. Eppure Nuova Delhi ha scelto di non abbandonare il proprio percorso.
Kalpakkam dimostra che l’India non è un semplice acquirente di tecnologia occidentale, ma un attore con una propria traiettoria. Questo rafforza la sua posizione negoziale. Nei confronti di Washington, l’India si presenta come partner, non come dipendente.
In Europa, e in particolare in Italia, il nucleare torna lentamente al centro del dibattito. Anni di dipendenza dal gas importato e shock energetici hanno cambiato il quadro. L’Italia ha rinunciato al nucleare, ma resta esposta ai flussi energetici esterni. Il tema non è più ideologico. È strategico.
Kalpakkam evidenzia un contrasto netto. Mentre l’Europa discute se rientrare nel nucleare, l’India è prossima a completare una fase avanzata del proprio programma. Non si tratta di replicare il modello indiano, ma di cogliere una lezione: la sicurezza energetica richiede visione di lungo periodo e continuità politica.
Lo Stretto di Hormuz resta uno dei punti più vulnerabili del sistema energetico globale. Qualsiasi tensione in quell’area si traduce immediatamente in volatilità dei prezzi e instabilità. Gli shock recenti lo hanno dimostrato.
In questo contesto il nucleare cambia natura. Non è solo una fonte a basse emissioni. È uno strumento di stabilità strategica.
Kalpakkam riduce l’esposizione dell’India a queste vulnerabilità. Estendendo il ciclo del combustibile e limitando la dipendenza da importazioni, rafforza la resilienza del sistema energetico.
Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, il messaggio è chiaro. Un sistema energetico fondato su dipendenze esterne è intrinsecamente fragile. Diversificare non basta. Serve costruire capacità interne.
Kalpakkam non è un evento spettacolare. Non produce l’impatto simbolico di un accordo o di un lancio. È il risultato di una strategia coerente, perseguita per decenni. Pochi Paesi riescono a mantenere una tale continuità nelle politiche tecnologiche.
Restano sfide. I reattori veloci richiedono disciplina operativa e investimenti. Ma si tratta di problemi legati alla fase di consolidamento, non di incertezza.
Kalpakkam segna il passaggio da un programma nucleare promettente a una capacità strutturale. In un contesto globale segnato da rotte energetiche fragili, competizione geopolitica e shock ricorrenti, questa capacità assume un valore che va ben oltre la produzione di energia. È una leva strategica.
Continua a leggereRiduci
Il cambio di passo politico è evidente. Con il governo Merz, Berlino ha avviato una revisione profonda del proprio paradigma, approvando un piano straordinario su difesa e infrastrutture che rompe con decenni di rigore fiscale. Tuttavia, la traiettoria macro resta fragile: crescita del Pil ridimensionata allo 0,5% e margini fiscali a rischio dispersione, come segnalato dalla Bundesbank. Anche sul fronte corporate, le aspettative si sono raffreddate: la crescita degli utili attesa per il 2026 è scesa dal 20% al 12%. Il mercato azionario riflette una frattura interna: l’indice Dax, trainato da multinazionali globali, ha sovraperformato nettamente l’Mdax, espressione dell’economia domestica. Secondo Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «il divario tra Dax e Mdax è la prova della crisi profonda. Mentre alcuni giganti si salvano grazie all’export extra-Ue, molte medie imprese sono schiacciate da burocrazia, tassi di interesse elevati e un euro troppo forte per un’economia in stagnazione».
Il nodo più critico resta l’automotive. Colossi come Volkswagen e Bmw stanno perdendo terreno rispetto ai competitor cinesi nell’elettrico, dove il vantaggio tecnologico e di scala è ormai evidente. In parallelo, settori legati alla nuova politica industriale mostrano dinamiche opposte: Rheinmetall e Hochtief hanno registrato performance straordinarie, così come Siemens Energy, spinta dal ciclo globale dell’elettrificazione. Sul piano strutturale, la riforma più sottovalutata riguarda il risparmio previdenziale. Il superamento del modello Riester introduce una svolta: maggiore esposizione ad asset rischiosi e apertura a Etf e azioni. La «Frühstart-Rente» segna un tentativo di finanziarizzazione diffusa del risparmio. «Perché gli analisti guardano con interesse a questa mossa? Perché si passa da un risparmio “morto”», spiega Gaziano, «a un afflusso di capitali potenzialmente fresco e ricorrente verso il mercato azionario. È un cambiamento anche culturale: lo Stato tedesco spinge i cittadini a diventare azionisti e, come accade in Francia o Gran Bretagna, consente di usare gli Etf per farsi la pensione. Roba che in Italia sembra fantascienza, visti gli interessi in campo di banche e reti e governi di tutti i colori che si preoccupano più di compiacere le lobby del settore piuttosto che favorire gli interessi dei risparmiatori».
Le implicazioni per l’asset management sono rilevanti. Player come Dws Group e Amundi, insieme a gruppi assicurativi come Allianz, sono posizionati per intercettare nuovi flussi. E così è anche Deutsche Borse, con un modello di business anti-fragile.
Continua a leggereRiduci
Stalin (Ansa)
Secondo l’interpretazione dello storico Alain Besançon, il comunismo non può essere ridotto a semplice alleato contingente del nazismo, ma ne rappresenta piuttosto una sorta di «gemello eterozigote»: due sistemi diversi nelle forme e nelle giustificazioni ideologiche, ma accomunati da una radice totalitaria e da una simile concezione del potere assoluto. Come gli Horcrux custodiscono frammenti di un’anima corrotta, così alcune ideologie del Novecento hanno disseminato nel tempo e nello spazio elementi persistenti di violenza, repressione e negazione dell’individuo e antisemitismo camuffato da compassione selettiva. Anche quando una di queste forme storiche è crollata, i suoi presupposti o le sue conseguenze hanno continuato a riemergere in contesti diversi, trasformandosi e adattandosi.
L’analogia non va presa alla lettera, ma aiuta a visualizzare la capacità di certe strutture ideologiche di sopravvivere alla propria apparente sconfitta. In questa prospettiva, il rapporto tra nazismo e comunismo non è solo quello di due finti nemici storici, ma di due veri alleati: i due sistemi che si sono spartiti la Polonia come un panino, che hanno condannato a morte tutti gli ebrei che erano scappati in Unione Sovietica, che hanno permesso al Terzo Reich le guerre lampo grazie alle forniture di materie prime che arrivavano sottocosto da Stalin. Pur contrapponendosi, hanno condiviso tratti profondi: il controllo totale della società, la soppressione del dissenso, l’uso sistematico della paura. Definirli «gemelli» significa riconoscere che entrambi hanno incarnato, in modi diversi, una stessa deriva del pensiero politico moderno. Così, come nel mondo narrativo gli Horcrux rendono difficile la sconfitta definitiva del male, nella storia reale certe idee e pratiche continuano a lasciare tracce, richiedendo uno sforzo costante di comprensione critica e vigilanza per impedirne il ritorno sotto nuove forme.
Una delle forme di ritorno del nazifascismo è l’antifascismo. La liberazione celebrata il 25 aprile fu un’occupazione militare in conseguenza a una guerra persa. La guerra la fece, la cominciò, la dichiarò l’Italia che con poche eccezioni era entusiasticamente fascista. Il fascismo permetteva di dividere tra noi, buoni, e loro, cattivi. Permetteva di insultare, permetteva di disprezzare. Era pura e gratuita arroganza. Permetteva di uccidere impunemente, per esempio Matteotti. Il 25 aprile pomeriggio tutti furono antifascisti. L’antifascismo era semplicemente arroganza, divideva tra noi e loro, noi e buoni e loro cattivi, permetteva impunemente di uccidere, per esempio il filosofo Gentile. Il fascismo fu un fenomeno ripugnante. L’antifascismo ha ancora una dignità o è ormai un fenomeno ripugnante? I conti mai fatti con il sangue dei vinti, l’incapacità a condannare il comunismo, firmatario del patto Ribbentrop-Molotov, dittatura atroce e senza giustificazioni, le distanze mai prese dal terrorismo rosso, l’affetto mai rinnegato per il terrorismo palestinese rendono l’antifascismo uno dei contenitori grazie al quale l’anima frammentata del mostro traversa i decenni, speriamo non i secoli. Che i morti seppelliscano i morti. I sette fratelli Govoni massacrati nella seconda strage di Cento possono seppellire i sette fratelli Cervi?
La Costituzione nata con l’antifascismo non è anticomunista. Non ha evitato scempi come per esempio via Lenin, via Che Guevara, via Mao. La Costituzione nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità di protezione delle libertà elementari dell’individuo, come si è visto nella dittatura pandemica, durante la quale sono stati violati anche i trattati di Norimberga, Helsinki e Oviedo. La nostra Corte costituzionale ha evidenziato come la Costituzione non sia stata violata in queste imposizioni gravissime: la nostra Costituzione è deficitaria, non protegge nemmeno la libertà dell’individuo a non essere costretto ad ammalarsi per fare da cavia e da fornitore di denaro alle grandi case farmaceutiche. La Costituzione è nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità nella protezione del rispetto della fede religiosa dell’individuo, costringendo persone credenti o semplicemente etiche, a pagare con le loro tasse, l’aborto volontario, imposizione che queste persone, io per prima, trovano ripugnante. La nostra Costituzione permette che tre cittadini al giorno vengano incarcerati innocenti perché la loro innocenza sia forse riconosciuta dopo mesi, se non dopo anni, e che nessuno paghi per questi errori tragici. Questa è un’eredità diretta dal fascismo. Il momento è venuto di liberarci del fascismo e di tutti i suoi retaggi.
Continua a leggereRiduci