
È stato condannato in primo grado a tre anni il carabiniere della radiomobile di Roma che, nel settembre del 2020, mentre sventava un furto, aveva ucciso Jamal Badawi, delinquente siriano di 56 anni che doveva essere espulso già nel 2020. La Procura aveva chiesto due anni e sei mesi, ma per il giudice Claudio Politi della sezione decima del Tribunale di Roma la pena andava inasprita. Il vicebrigadiere Emanuele Marroccella, 44 anni, sposato con figli, originario di Napoli e residente ad Ardea, si sarebbe reso colpevole di «eccesso colposo nell’uso legittimo di armi». Ancora una volta, un appartenente alle forze dell’ordine subisce un processo ingiusto e una condanna eccessiva.
Il 20 settembre del 2020, poco dopo le 4 del mattino tre pattuglie nel nucleo radiomobile avevano risposto alla segnalazione di un possibile furto in un condominio della Capitale, in via Paolo di Dono, zona Eur. Il custode aveva dato l’allarme, riferendo di due persone con il volto coperto che avevano scavalcato il muro di cinta.
Nello stabile entrano Marroccella assieme al collega Lorenzo Grasso, gli altri carabinieri restano fuori. Vedono una persona correre giù dalle scale «con le braccia chiuse a protezione del busto, come un pugile che tiene la guardia alta», dirà durante l’interrogatorio Marroccella. Il vice brigadiere gli intima due volte «Fermo, carabinieri», ma l’uomo tenta di scappare e colpisce Grasso che urla «mi ha accoltellato».
In realtà era stato colpito da un grosso cacciavite che il malvivente aveva continuato a impugnare con la mano destra, malgrado fosse caduto perdendo l’equilibrio. Subito si era rialzato riprendendo a correre ma non in posizione eretta, come dimostrarono i video delle telecamere di sorveglianza.
Il carabiniere esplode due colpi «forse per via dell’adrenalina non sono riuscito a trattenere il dito sul grilletto», dirà, ma i rilievi dei Ris hanno dimostrato che la traiettoria del proiettile che aveva colpito Badawi era rivolta verso il basso. Quindi il carabiniere aveva puntato alle gambe per bloccarlo, non al busto. «Non era mia intenzione ucciderlo», ha ripetuto più volte.
Non si era trattato di eccesso colposo nell’uso legittimo di armi, come ha stabilito il giudice del Tribunale penale di Roma. Il vicebrigadiere si era mosso dietro «percezione di un pericolo imminente, concreto e perdurante» e la reazione «pur risultata, ex post, mortale», è stata «proporzionata e necessaria, secondo la percezione dell’operatore delle forze dell’ordine al momento dell’azione», si legge nella memoria difensiva presentata dagli avvocati Paolo Gallinelli e Lorenzo Rutolo, legali di Marroccella.
Per il giudice sarebbe stata «una reazione non proporzionata», ma la proporzionalità va misurata non in astratto bensì alla luce del contesto specifico. La stessa Corte di Cassazione ha affermato con sentenza del febbraio 2011 che «la valutazione della condotta dell’operatore di polizia deve essere compiuta avendo riguardo alle concrete circostanze in cui l’azione si svolge e alla percezione immediata del pericolo da parte dell’agente, non potendosi pretendere, a posteriori, una ricostruzione fredda e distaccata». Spiega l’avvocato Gallinelli che ricorrerà in appello: «La reazione fu proporzionata e l’uso dell’arma costituì l’unica opzione concretamente praticabile data la concitazione dell’azione, la natura dell’aggressione e l’impossibilità di predisporre rimedi alternativi che non esponessero anche ulteriori soggetti al pericolo per la loro incolumità».
Jamal Badawi era giunto in Italia alla fine degli anni Novanta, dopo aver svolto per anni in Siria la carriera militare «che gli aveva conferito specifiche competenze nell’uso delle armi e nelle tecniche di combattimento facendo di lui un soggetto altamente addestrato», era emerso dagli atti come sottolineato dalla difesa.
Incarcerato più volte, nei suoi confronti erano stati emessi diversi decreti di espulsione: dal prefetto di Roma il 6 luglio 2011 e nuovamente l’8 giugno 2024; in precedenza, dal prefetto di Catanzaro il 22 gennaio 2020; il 21 febbraio 2020 un’ordinanza del magistrato di Sorveglianza di Catanzaro ne disponeva l’espulsione immediata in quanto soggetto socialmente pericoloso per aver commesso reati quali rapina, estorsione, lesioni, evasione, violazione leggi armi, danneggiamento.
Pochi giorni prima della sua morte, Jamal Badawi in data 4 agosto 2020 era stato fermato e trasferito al commissariato Borgo, per essere identificato dopo una lite con la sua affittacamere. Si scopre che avrebbe già dovuto essere espulso dall’Italia, viene verificata la disponibilità di posti presso un Centro di Permanenza per i Rimpatri (Cpr) «ma ricevuta risposta negativa gli agenti di polizia di Stato rimettevano in libertà il Badawi», spiegano gli avvocati della difesa. Al siriano era stata tolta la potestà genitoriale, eppure uno dei cinque figli si è costituito parte civile per ottenere il risarcimento. «Punire penalmente chi ha reagito per fermare una minaccia concreta significa capovolgere il principio stesso di tutela della sicurezza», interviene Antonio Nicolosi, segretario generale Unarma, associazione sindacale carabinieri. «Questa sentenza rischia di diventare un precedente gravissimo: chi indossa una divisa capisce che, anche agendo per difendere un collega e adempiere al proprio dovere, può finire condannato come un criminale. È un messaggio devastante che alimenta l’inerzia operativa e la paura di intervenire, con conseguenze dirette sulla sicurezza dei cittadini».
Il vice premier e leader della Lega, Matteo Salvini, ha dichiarato sui social: «La mia totale vicinanza e solidarietà al carabiniere condannato per aver fatto il suo dovere e aver difeso un collega. A temere una condanna devono essere i criminali, non forze dell’ordine e cittadini perbene».






