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2023-05-16
Il salottino chiude e parte la lagna dei vedovi del gettone
Massimo Giannini, Roberto Burioni e Michele Serra (Ansa)
«La Rai senza Fabio Fazio sarà meno Rai». L’effetto lacrima è un fiume in piena, gli orfani del fratacchione si strappano le button down di Brooks Brothers e prefigurano la fine della televisione di Stato. La sintesi iniziale, drammatica nel suo effetto desertificatore, è di Michele Serra, ex autore di Che tempo che fa, sodale di ideuzze e soppressate, primo fazista orfano di colui che (guarda un po’ il caso) lo mandava in onda quasi tutte le domeniche. La sinistra piange per arginare la siccità del pensiero di destra e il cielo è plumbeo a Saxa Rubra, il giorno dopo l’uscita di scena del Conduttore unico delle coscienze. Non resta che abbozzare. Come disse Palmiro Togliatti dopo il famoso strappo: «Vittorini se n’è ghiuto e soli ci ha lasciati». In confronto all’amazzonico effluvio liquido in atto, il funerale del Migliore era una roggia carsica.
Il lirismo con cui gli amici di Fazio lo accompagnano nel viaggio verso Discovery è commovente. «La Rai non gli ha fatto nessuna proposta di rinnovo», «L’autolesionismo è così evidente da rendere ancora più ovvio che non sono i termini aziendali a fare e disfare i palinsesti alla Rai», «Lui ha fatto benissimo ad andarsene per una questione di dignità professionale». Quello dell’ex umorista autonominatosi sociologo è tutto un contorcersi. Ma una considerazione la azzecca: «A muovere le pedine in Rai sono gli interessi di partito». Fermi tutti, questa non l’avevamo mai sentita. Interessi altamente nobili quando si sposano con quelli del Nazareno caro a Serra, con quelli di Matteo Renzi (nella stagione di Antonio Campo dall’Orto e Carlo Verdelli), con quelli del massimalismo rosso rappresentati dall’immaginifico Report. Ma ovviamente ignobili quando un azionista di centrodestra decide di riequilibrare clamorosi sbilanciamenti nella narrazione politica.
A piangere per Fazio sono le tre categorie della sinistra mediatica. Prima categoria. Lui medesimo con una motivazione imbarazzante, «Sono qui da 40 anni», che dovrebbe rappresentare un punto debolissimo per chi ne ha meno di 60 e vede un basilisco della Tv aggrapparsi all’ennesimo contratto milionario, fedele alla massima di Carlo Emilio Gadda: «Coscienze inquiete a stipendio fisso». Quello del day after è un Fazio in piena che, per evitare di fare il martire, fa il martire. «Nessun vittimismo, nessun martirologio, detesto entrambe le forme di autocommiserazione», scrive nella rubrica sul settimanale Oggi. Per poi aggiungere in gramaglie: «Come si sa è cambiata la narrazione ma un professionista la narrazione se la scrive da solo. La politica tutta si sente legittimata dal risultato elettorale a comportarsi da proprietaria della cosa pubblica con strabordante ingordigia». Poi un finale dickensiano: «La sensazione di essere merce pericolosa e non una risorsa della propria azienda non è gradevole». A questo punto il foglio è madido.
Seconda categoria. I compagni di scuderia che si alternano nei pontificali della domenica, come Roberto Saviano e Massimo Giannini, con ospitate a gettone. Il primo è inconsolabile: «Lo ringrazio perché mi ha consentito di raccontare mafia e poesia, calcio ed eutanasia. Miracoli che solo i professionisti veri riescono a fare». Il secondo, direttore de La Stampa più a sinistra della storia, non si capacita e chiama il mancato rinnovo del contratto «L’editto della Garbatella». «Questo è il vero spirito dei patrioti al governo? Occupare, lottizzare, senza mai capire né valorizzare la qualità?». Resta implicito che la qualità sono loro.
La terza categoria è la parrocchietta dei colleghi militanti (Gad Lerner, Corrado Formigli della sezione La7), degli sponsor politici e dei clientes; quell’indistinto magma progressista che cavalca il moralismo scambiandolo per coscienza civile. Quell’élite autonominata e rafferma che da una parte si abbevera al verbo fazista e dall’altra crede di poter condizionare l’opinione pubblica con le mossette di Luciana Littizzetto. Per un illuminante riflesso condizionato, le parole più indignate in arrivo su piazza sono di Peppe Provenzano («Il suo addio rappresenta un danno per il servizio pubblico»), della consigliera Rai piddina Francesca Bria («Una scelta scellerata, una brutta notizia per il Paese»). Con la vetta onirica di Enrico Letta sbilanciato su scenari internazionali: «Il suo addio danneggia l’Italia». Si prevedono un’intemerata dell’armocromista di Elly Schlein e un rialzo dello Spread.
In realtà viene lasciato andare al suo milionario destino un ras potentissimo che da mesi era in procinto di cambiare cavallo e che neppure l’ex ad Carlo Fuortes, non propriamente di destra, ha mai fatto nulla per trattenere. Una posizione sostenuta dal presidente del Senato Ignazio La Russa: «Mi dispiace che non resti, ma la sua è una scelta professionale». Al di là della coccarda a lutto per compiacere il Pd, nei corridoi Rai sono in pochi a rimpiangere l’autore di un programma che l’editore non ha il potere di controllare (e nessun editore al mondo subirebbe una simile sudditanza), confezionato a scatola chiusa dalla sua società L’Officina, con ospiti a senso unico e con la pretesa dell’extraterritorialità anche rispetto alle regole comuni. Durante il Covid negli studi Rai c’era il divieto di far arrivare ospiti in presenza, tranne che nel suo.
Quando si asciugano le lacrime degli ultrà affiora la realtà. In tempi non sospetti l’epitaffio artistico più feroce alla prepotenza docile del fratacchione l’ha vergato il numero uno dei critici, Aldo Grasso. «Se a fine anno qualcuno facesse l’elenco dei libri, dei film, dei dischi delle iniziative culturali presentati da Fazio ne verrebbe fuori la mappa ideale di quella sinistra sentimentaloide che ha trasformato la Storia in patetismo. Buoni fuori ma spietati dentro».
Sergio nuovo ad, valzer nomine al via
Mentre sui media si avvertono i mal di pancia per l’uscita di scena di Fabio Fazio, al settimo piano di viale Mazzini prende forma la nuova Rai. Roberto Sergio, il manager interno proposto dall’azionista (il ministero dell’Economia), è stato nominato amministratore delegato con il compito di timonare l’azienda culturale più grande del Paese (13.000 dipendenti). Il voto del cda è andato secondo le previsioni: Sergio è passato con tre sì, due astensioni e un no. A favore si sono espressi la presidente Marinella Soldi, i consiglieri Igor De Biasio (Lega) e Simona Agnes (Forza Italia); contraria Francesca Bria (Pd), astenuti il rappresentante dei dipendenti Riccardo Laganà e Alessandro Di Majo (Movimento 5Stelle), rimasto nel limbo perché nessuna garanzia è arrivata a Giuseppe Conte sulla possibile nomina di Giuseppe Carboni alla direzione di Rainews o di RadioRai.Le prime due mosse di Roberto Sergio sono state la nomina di Paola Marchesini, direttrice uscente di RadioRai 2, a responsabile del suo staff e quella di Giampaolo Rossi nel ruolo di direttore generale, una figura scomparsa dai radar nelle ultime due gestioni perché sia Fabrizio Salini, sia Carlo Fuortes l’avevano tenuta in delega sulle loro scrivanie. La vera mossa politica di palazzo Chigi è l’insediamento di Rossi, da sempre punto di riferimento di Fratelli d’Italia dentro la Rai, profondo conoscitore dei meccanismi radiotelevisivi ed esperto navigatore fra le molte anime dell’azienda. Per dire, il nuovo dg è in piena sintonia con l’alter ego di sinistra, il potente Mario Orfeo caro al Nazareno.Roberto Sergio è romano, ha 63 anni ed è un manager esperto in telecomunicazioni. Ha cominciato la carriera in Sogei, poi è passato in Lottomatica, quindi in Rai (dal 2004), dove è stato presidente di RaiWay, Rai Pubblicità e ha fatto parte del cda di RaiCom. Amico personale di Pierferdinando Casini, ha un’anima democristiana che gli consente di galleggiare su ogni tempesta. Sulla scacchiera ci sono adesso le nomine dei direttori dei settori verticali. Stefano Coletta (ritenuto responsabile sul campo dei pasticci al festival di Sanremo) lascerà la direzione del Prime Time a Marcello Ciannamea per passare ai Palinsesti. Al Day Time Angelo Mellone è pronto a sostituire Simona Sala (vicina ai 5stelle) che andrebbe a Radio2. Al posto di Monica Maggioni, in uscita dall’ammiraglia del Tg1 per intestarsi un programma di informazione tutto suo, dovrebbe andare Gianmarco Chiocci, oggi direttore dell’agenzia AdnKronos. Altri cambiamenti sono all’orizzonte, certamente il ridimensionamento di Corrado Augias che ha tre programmi. È invece certa la conferma di Report, che nonostante le fibrillazioni mediatiche del conduttore Sigfrido Ranucci non è mai stato in dubbio. Per tutto questo la deadline è il 25 maggio, appena in tempo per formalizzare i palinsesti della prossima stagione. Una particolare attenzione sarà posta allo spazio lasciato da Fabio Fazio. Mentre la sua figura si distingue soltanto di schiena, rimane un vuoto televisivo da riempire. E il centrodestra che plaude all’impresa di averlo scollato dalla poltrona, è chiamato a far sì che il nuovo corso in Rai sappia interpretare la richiesta di milioni di abbonati di sostituirlo con una scelta all’altezza. Passare dalla retorica folcloristica del «belli ciao» al varo di un programma solido è fondamentale. Sull’argomento non trapela nulla (l’ad si è insediato ieri) ma sembra che ci sia l’intenzione di far rientrare Massimo Giletti. Anche Nicola Porro ha ottime chances, ma difficilmente Mediaset vorrà perdere un suo anchor man di prima fascia.
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Mentre Fabio Fazio si finge martire, gli orfani delle ospitate frignano. E, dopo decenni di prediche monocolore, cianciano di censura.Nel cda solo Francesca Bria, quota Pd, ha votato contro il neo amministratore. Giampaolo Rossi designato direttore generale. Conferma per «Report», Corrado Augias sarà ridimensionato. Lo speciale contiene due articoli.«La Rai senza Fabio Fazio sarà meno Rai». L’effetto lacrima è un fiume in piena, gli orfani del fratacchione si strappano le button down di Brooks Brothers e prefigurano la fine della televisione di Stato. La sintesi iniziale, drammatica nel suo effetto desertificatore, è di Michele Serra, ex autore di Che tempo che fa, sodale di ideuzze e soppressate, primo fazista orfano di colui che (guarda un po’ il caso) lo mandava in onda quasi tutte le domeniche. La sinistra piange per arginare la siccità del pensiero di destra e il cielo è plumbeo a Saxa Rubra, il giorno dopo l’uscita di scena del Conduttore unico delle coscienze. Non resta che abbozzare. Come disse Palmiro Togliatti dopo il famoso strappo: «Vittorini se n’è ghiuto e soli ci ha lasciati». In confronto all’amazzonico effluvio liquido in atto, il funerale del Migliore era una roggia carsica.Il lirismo con cui gli amici di Fazio lo accompagnano nel viaggio verso Discovery è commovente. «La Rai non gli ha fatto nessuna proposta di rinnovo», «L’autolesionismo è così evidente da rendere ancora più ovvio che non sono i termini aziendali a fare e disfare i palinsesti alla Rai», «Lui ha fatto benissimo ad andarsene per una questione di dignità professionale». Quello dell’ex umorista autonominatosi sociologo è tutto un contorcersi. Ma una considerazione la azzecca: «A muovere le pedine in Rai sono gli interessi di partito». Fermi tutti, questa non l’avevamo mai sentita. Interessi altamente nobili quando si sposano con quelli del Nazareno caro a Serra, con quelli di Matteo Renzi (nella stagione di Antonio Campo dall’Orto e Carlo Verdelli), con quelli del massimalismo rosso rappresentati dall’immaginifico Report. Ma ovviamente ignobili quando un azionista di centrodestra decide di riequilibrare clamorosi sbilanciamenti nella narrazione politica.A piangere per Fazio sono le tre categorie della sinistra mediatica. Prima categoria. Lui medesimo con una motivazione imbarazzante, «Sono qui da 40 anni», che dovrebbe rappresentare un punto debolissimo per chi ne ha meno di 60 e vede un basilisco della Tv aggrapparsi all’ennesimo contratto milionario, fedele alla massima di Carlo Emilio Gadda: «Coscienze inquiete a stipendio fisso». Quello del day after è un Fazio in piena che, per evitare di fare il martire, fa il martire. «Nessun vittimismo, nessun martirologio, detesto entrambe le forme di autocommiserazione», scrive nella rubrica sul settimanale Oggi. Per poi aggiungere in gramaglie: «Come si sa è cambiata la narrazione ma un professionista la narrazione se la scrive da solo. La politica tutta si sente legittimata dal risultato elettorale a comportarsi da proprietaria della cosa pubblica con strabordante ingordigia». Poi un finale dickensiano: «La sensazione di essere merce pericolosa e non una risorsa della propria azienda non è gradevole». A questo punto il foglio è madido.Seconda categoria. I compagni di scuderia che si alternano nei pontificali della domenica, come Roberto Saviano e Massimo Giannini, con ospitate a gettone. Il primo è inconsolabile: «Lo ringrazio perché mi ha consentito di raccontare mafia e poesia, calcio ed eutanasia. Miracoli che solo i professionisti veri riescono a fare». Il secondo, direttore de La Stampa più a sinistra della storia, non si capacita e chiama il mancato rinnovo del contratto «L’editto della Garbatella». «Questo è il vero spirito dei patrioti al governo? Occupare, lottizzare, senza mai capire né valorizzare la qualità?». Resta implicito che la qualità sono loro.La terza categoria è la parrocchietta dei colleghi militanti (Gad Lerner, Corrado Formigli della sezione La7), degli sponsor politici e dei clientes; quell’indistinto magma progressista che cavalca il moralismo scambiandolo per coscienza civile. Quell’élite autonominata e rafferma che da una parte si abbevera al verbo fazista e dall’altra crede di poter condizionare l’opinione pubblica con le mossette di Luciana Littizzetto. Per un illuminante riflesso condizionato, le parole più indignate in arrivo su piazza sono di Peppe Provenzano («Il suo addio rappresenta un danno per il servizio pubblico»), della consigliera Rai piddina Francesca Bria («Una scelta scellerata, una brutta notizia per il Paese»). Con la vetta onirica di Enrico Letta sbilanciato su scenari internazionali: «Il suo addio danneggia l’Italia». Si prevedono un’intemerata dell’armocromista di Elly Schlein e un rialzo dello Spread. In realtà viene lasciato andare al suo milionario destino un ras potentissimo che da mesi era in procinto di cambiare cavallo e che neppure l’ex ad Carlo Fuortes, non propriamente di destra, ha mai fatto nulla per trattenere. Una posizione sostenuta dal presidente del Senato Ignazio La Russa: «Mi dispiace che non resti, ma la sua è una scelta professionale». Al di là della coccarda a lutto per compiacere il Pd, nei corridoi Rai sono in pochi a rimpiangere l’autore di un programma che l’editore non ha il potere di controllare (e nessun editore al mondo subirebbe una simile sudditanza), confezionato a scatola chiusa dalla sua società L’Officina, con ospiti a senso unico e con la pretesa dell’extraterritorialità anche rispetto alle regole comuni. Durante il Covid negli studi Rai c’era il divieto di far arrivare ospiti in presenza, tranne che nel suo.Quando si asciugano le lacrime degli ultrà affiora la realtà. In tempi non sospetti l’epitaffio artistico più feroce alla prepotenza docile del fratacchione l’ha vergato il numero uno dei critici, Aldo Grasso. «Se a fine anno qualcuno facesse l’elenco dei libri, dei film, dei dischi delle iniziative culturali presentati da Fazio ne verrebbe fuori la mappa ideale di quella sinistra sentimentaloide che ha trasformato la Storia in patetismo. Buoni fuori ma spietati dentro».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/salottino-chiude-parte-la-lagna-2660257197.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="sergio-nuovo-ad-valzer-nomine-al-via" data-post-id="2660257197" data-published-at="1684178024" data-use-pagination="False"> Sergio nuovo ad, valzer nomine al via Mentre sui media si avvertono i mal di pancia per l’uscita di scena di Fabio Fazio, al settimo piano di viale Mazzini prende forma la nuova Rai. Roberto Sergio, il manager interno proposto dall’azionista (il ministero dell’Economia), è stato nominato amministratore delegato con il compito di timonare l’azienda culturale più grande del Paese (13.000 dipendenti). Il voto del cda è andato secondo le previsioni: Sergio è passato con tre sì, due astensioni e un no. A favore si sono espressi la presidente Marinella Soldi, i consiglieri Igor De Biasio (Lega) e Simona Agnes (Forza Italia); contraria Francesca Bria (Pd), astenuti il rappresentante dei dipendenti Riccardo Laganà e Alessandro Di Majo (Movimento 5Stelle), rimasto nel limbo perché nessuna garanzia è arrivata a Giuseppe Conte sulla possibile nomina di Giuseppe Carboni alla direzione di Rainews o di RadioRai.Le prime due mosse di Roberto Sergio sono state la nomina di Paola Marchesini, direttrice uscente di RadioRai 2, a responsabile del suo staff e quella di Giampaolo Rossi nel ruolo di direttore generale, una figura scomparsa dai radar nelle ultime due gestioni perché sia Fabrizio Salini, sia Carlo Fuortes l’avevano tenuta in delega sulle loro scrivanie. La vera mossa politica di palazzo Chigi è l’insediamento di Rossi, da sempre punto di riferimento di Fratelli d’Italia dentro la Rai, profondo conoscitore dei meccanismi radiotelevisivi ed esperto navigatore fra le molte anime dell’azienda. Per dire, il nuovo dg è in piena sintonia con l’alter ego di sinistra, il potente Mario Orfeo caro al Nazareno.Roberto Sergio è romano, ha 63 anni ed è un manager esperto in telecomunicazioni. Ha cominciato la carriera in Sogei, poi è passato in Lottomatica, quindi in Rai (dal 2004), dove è stato presidente di RaiWay, Rai Pubblicità e ha fatto parte del cda di RaiCom. Amico personale di Pierferdinando Casini, ha un’anima democristiana che gli consente di galleggiare su ogni tempesta. Sulla scacchiera ci sono adesso le nomine dei direttori dei settori verticali. Stefano Coletta (ritenuto responsabile sul campo dei pasticci al festival di Sanremo) lascerà la direzione del Prime Time a Marcello Ciannamea per passare ai Palinsesti. Al Day Time Angelo Mellone è pronto a sostituire Simona Sala (vicina ai 5stelle) che andrebbe a Radio2. Al posto di Monica Maggioni, in uscita dall’ammiraglia del Tg1 per intestarsi un programma di informazione tutto suo, dovrebbe andare Gianmarco Chiocci, oggi direttore dell’agenzia AdnKronos. Altri cambiamenti sono all’orizzonte, certamente il ridimensionamento di Corrado Augias che ha tre programmi. È invece certa la conferma di Report, che nonostante le fibrillazioni mediatiche del conduttore Sigfrido Ranucci non è mai stato in dubbio. Per tutto questo la deadline è il 25 maggio, appena in tempo per formalizzare i palinsesti della prossima stagione. Una particolare attenzione sarà posta allo spazio lasciato da Fabio Fazio. Mentre la sua figura si distingue soltanto di schiena, rimane un vuoto televisivo da riempire. E il centrodestra che plaude all’impresa di averlo scollato dalla poltrona, è chiamato a far sì che il nuovo corso in Rai sappia interpretare la richiesta di milioni di abbonati di sostituirlo con una scelta all’altezza. Passare dalla retorica folcloristica del «belli ciao» al varo di un programma solido è fondamentale. Sull’argomento non trapela nulla (l’ad si è insediato ieri) ma sembra che ci sia l’intenzione di far rientrare Massimo Giletti. Anche Nicola Porro ha ottime chances, ma difficilmente Mediaset vorrà perdere un suo anchor man di prima fascia.
Sal Da Vinci (Ansa)
Al 76º Festival di Sanremo la vittoria di Sal Da Vinci assume il valore di una svolta simbolica: il pubblico premia un racconto tradizionale di amore e famiglia, dove fedeltà e melodico battono fluidità e mainstream, smentendo critica e pronostici.
Delitto perfetto nazionalpopolare. A sorpresa, il successo di Sal Da Vinci al 76º Festival di Sanremo è una piccola grande rivoluzione copernicana. Il trionfo della famiglia tradizionale. La consacrazione dell’amore e della fedeltà coniugale. Nel posto che di solito celebra la fluidità, le famiglie arcobaleno, i nuovi diritti. Un verdetto inatteso, ma non per tutti. In un’intervista di oltre un mese fa, Antonio Ricci aveva detto che qualcuno gli aveva parlato di lui come vincitore «forse per bruciarlo». Sulla Verità, non più tardi di sabato, si era ipotizzato: «Pensa che cosa succede se, per caso, vince Sal Da Vinci». Uno smacco per la critica. Una smentita clamorosa, come quelle di certi sondaggi politici sulle elezioni che poi danno risultati inattesi. Anche stavolta il popolo smentisce le élite e i suoi analisti blasonati che, fin dal primo giorno, hanno contestato lo spartito di Carlo Conti, colpevole di aver chiamato Laura Pausini che non canta Bella ciao, e di aver invitato Andrea Pucci, comico di destra. Figurarsi: un conduttore che definisce il suo «un Festival cristiano e democratico»; un direttore artistico che ha accolto solo dieci donne tra i trenta cantanti in gara. Soprattutto, colpevole di rivolgersi agli italiani, alle famiglie più che ai single, senza ambizioni intellettuali e bandiere mainstream.
I pasdaran della Sala stampa cercavano polemiche a tutti i costi. Tipo l’invito alla supermodella russa Irina Shayk, citata nei file di Epstein, per mandare un messaggio conciliante a Putin. Secondo gli editorialisti dei giornaloni invece era un Festival mediocre, senza guizzi, uno show della medietà. Il tutto trovava conferma nel calo degli ascolti. Che, in realtà, è da ridimensionare considerando la concorrenza delle partite di Champions League e la controprogrammazione di Mediaset e La7. E, tutt’altro che irrilevante, la messa in onda rispetto al 2025 due settimane più tardi, quando la platea è ridotta di circa due milioni. E la finale ha pur sempre totalizzato il 68,6% di share e 10,7 milioni di telespettatori.
Quanto alle canzoni anche quelle erano brutte, i cantanti sconosciuti, i fenomeni latitavano. Stavolta, chissà perché, nessuno chiedeva innovazione. E pazienza per la varietà dei generi, dal country al jazz al melodico, sottolineata dal direttore artistico. La critica si baloccava tra Ditonellapiaga, Serena Brancale ed Ermal Meta. Masini e Fedez no, perché il primo è ritenuto di destra e il secondo antipatico, tanto più che in L’acqua è più profonda di come sembra da sopra (Mondadori) ha saldato un po’ di conti con l’ambiente. Così le firme musicali gliel’hanno fatta pagare. Per il resto, smacco anche nella serata delle cover, quando, con Ditonellapiaga, Tony Pitony, nemico pubblico numero uno, metteva in scena un piccolo gioiello swing, tra Broadway e il Quartetto Cetra.
Intanto, Sal Da Vinci era sempre lì. A ogni esibizione l’Ariston s’infiammava. Lui cantava d’impeto, una pioggia di sentimenti tradizionali. Il giorno del matrimonio, il giuramento di fedeltà… E il pubblico in piedi, donne soprattutto, a tributargli lunghi applausi. Saranno napoletani, si pensava. Per sempre sì restava ai primi posti delle classifiche, ma nessuno ci credeva. Invece. «È la vittoria di un popolo e la vittoria di tutti quelli che hanno perseverato nel seguire un sogno», ha raccontato Sal Da Vinci dopo aver realizzato che è tutto vero. «Faccio questo mestiere da quando avevo sette anni e l’ho continuato con perseveranza tra cadute e salite ripide. Non è stato facile, ma è una vittoria di tutti quelli che vengono dal basso come me». Battuto di poco al Televoto da Sayf, il vincitore ha fatto il pieno nelle giurie di stampa, radio, tv e Web, dov’è folta la rappresentanza napoletana. E dove, come detto, non si è voluto premiare Male necessario di Fedez e Masini. Da Vinci andrà anche all’Eurovision, ha confermato agli scettici che sui social già contestano che ci si presenti con «questa roba qui»: «Portare la musica italiana fuori dal nostro Paese è un grande motivo di orgoglio», sottolinea indomito. In tanti masticano amaro.
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La morte di un bambino innocente di due anni è il segno inequivocabile che nel mondo c’è il male, il mistero del male: mysterium iniquitatis. Ma come da sempre insegna la tradizione cattolica, ci sono due tipi di male: il male fisico, che non dipende dall’uomo (come nel caso di un tumore inguaribile o nel caso di un terremoto che distrugge case e fa morire le persone) e il male morale, cioè quello che, diversamente dal primo, dipende dall’azione dell’uomo e si chiama appunto morale perché dietro a quel male c’è una colpa. Questo è il caso della morte del piccolo Domenico.
Domenico era un angelo venuto dal cielo che a due anni, sulla terra, ha incontrato quelli che la teologia chiama gli angeli decaduti: dei diavoli, delle persone che compiono il male e che hanno colpa di quel male e lo compiono perché non fanno il loro dovere. Ora quell’angelo in cielo prega per la mamma, per il papà e per i due fratelli che soffrono le pene dell’inferno per il male compiuto dagli uomini che dovevano salvare la vita di Domenico.
Ha detto bene la mamma: «Ho affidato la vita di mio figlio ai medici, e loro mi hanno tradito». È vero. Perché oltre a tradire la deontologia professionale hanno tradito la fiducia di una mamma che affidava loro il frutto del suo amore. Una mamma che durante tutte le fasi che hanno portato alla morte di Domenico aveva avuto l’intuizione, che solo una mamma può avere, che il suo angelo, in quei momenti, era nelle mani di coloro che non stavano facendo quello che avrebbero dovuto fare e che si rifiutavano anche di parlare, perché non sapevano cosa dire se non delle menzogne. In quei giorni terribili che hanno preceduto la morte del bambino, mamma Patrizia mi ha fatto venire in mente la Madonna ai piedi della Croce: una donna straziata dal dolore che vede la morte del Figlio che non ha compiuto alcun male, ma che è frutto del male compiuto dagli uomini.
C’è una frase molto celebre di Sant’Agostino che dice così: «La speranza ha due bellissimi figli: lo sdegno e il coraggio. Lo sdegno per le cose così come sono, il coraggio per cambiarle». Mamma Patrizia ha ampiamente dimostrato di avere tutte e due queste caratteristiche: lo sdegno che, però, dimostra con dignità - al contrario dei responsabili della morte di suo figlio, che non hanno neanche sentito il bisogno di scrivere una lettera alla famiglia o di incontrarla anche semplicemente per un gesto di umanità; e il coraggio di voler cambiare le cose, tanto da voler dar vita a una fondazione intitolata a Domenico e che si occupi di tutto ciò che non ha funzionato in questa vicenda: delle malefatte, dell’incompetenza inaccettabile, della disumanità dei comportamenti di fronte dei genitori distrutti.
Questo giornale, nel suo piccolo, vuole collaborare perché si è fatta giustizia e, almeno, come ha detto il figlio di Patrizia, il fratellino di Domenico, «gli sia fatta pagare» a chi ha sbagliato. Occorre che giustizia sia fatta in fretta perché si deve evitare che coloro che hanno fatto il male provino a nascondere ciò che deve essere conosciuto, provino a occultare quello che va visto, provino a concordare tra di loro una versione falsa e menzognera di quello che è successo.
Dopo la morte di Domenico sono accaduti fatti gravi: sta scoppiando una guerra, e di questi fatti ne accadranno di nuovi e di grande rilievo. Questo è un motivo in più per non attenuare l’attenzione, non spegnere i fari su questa vicenda favorendo, così, coloro che vorrebbero oscurarli perché ne va della loro vita e della loro professione: un processo giusto dovrà far luce sulle loro colpe.
La morte colpevole di un bimbo innocente non ha valenza inferiore a nessun altro fatto che possa accadere nel mondo. Non ha dignità minore tale da distogliere la tensione e concentrarla solo su altro. Questa mamma e questa famiglia debbono continuare a essere seguite, a essere aiutate, a essere incoraggiate perché la vicenda, le indagini e il processo non rappresentino un ulteriore via Crucis. Noi della Verità chiediamo giustizia per il piccolo Domenico. E non smetteremo di farlo. Per quanto mi riguarda non smetterò di farlo all’interno delle mie trasmissioni perché l’ho promesso alla mamma e gliel’ho promesso semplicemente perché lo ritengo un dovere.
Mi permetto di scrivere ancora una cosa, perché mamma Patrizia è una donna di fede. Il piccolo Domenico è dall’eternità che è scritto nel Libro della vita: la sua giornata è stata breve, troppo breve, inspiegabilmente breve, ma ora in quel Libro della vita vivrà eternamente, custodito dal Dio della vita che ascolterà le preghiere per il suo babbo, per la sua mamma, per i suoi fratellini. Questo non toglie nulla alla sofferenza e alla tragedia di questa famiglia, ma ci fa pensare al piccolo Domenico circondato da angeli buoni in una dimensione di eterna beatitudine. Lo pensiamo che gioca con gli altri bambini morti immaturamente e anche loro presenti nel Grande Libro della memoria di Dio.
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