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2023-02-05
Bombe carta, aggressioni alla polizia. Roma assediata dai vandali anarchici
Ansa
Gli anarchici che vorrebbero strappare Alfredo Cospito dal 41 bis hanno sfilato con le loro bandiere nere e rosse per la Capitale. Il bilancio: fermi e feriti. «Alcuni compagni sono stati fermati e altri due sono rimasti feriti. Appena capiremo la loro sorte il corteo sarà sciolto», urla a fine serata uno degli agitatori al microfono di Largo Preneste.
I manifestanti, circa 800 secondo i conti della Questura, hanno aperto il loro corteo non autorizzato in piazza Vittorio con l’intenzione, almeno quella annunciata, di raggiungere la zona di Roma Est per poi andare verso il Pigneto. Ad aprire la manifestazione c’era Pasquale Lello Valitutti, 75 anni, l’uomo che sostiene di essere stato l’ultimo a vedere l’anarchico Giuseppe Pinelli prima del tragico volo dal quarto piano della Questura di Milano il 15 dicembre 1969, con la sua sedia a rotelle. Ha precisato di parlare a titolo personale: «Faremo di tutto affinché Alfredo non muoia». Mentre parlava i manifestanti hanno cercato di impedire che le telecamere lo riprendessero. Davanti a lui c’erano solo una cinquantina di persone. Poi, però, il corteo si è ingrossato. E di tanto. Verso Porta Maggiore era già un fiume umano. Una decina di partecipanti, vestiti di nero e con il volto coperto ha cominciato a lanciare bottiglie e fumogeni contro il cordone delle forze dell’ordine e i blindati messi a protezione di una concessionaria della Fiat. Tra fumogeni rossi e cori contro le istituzioni la folla è andata avanti, mentre i negozi abbassavano le saracinesche per evitare danni. «Manifestiamo per un amico e faremo tutto il possibile per salvarlo», dicono i manifestanti al microfono, «Alfredo è l’esempio di un comportamento indecente dello Stato, non doveva andare al 41 bis. Non ha commesso l’attentato di cui lo accusano. Alfredo è al 41 bis perché è un combattente rivoluzionario».
Preso di mira anche il presidente Sergio Mattarella: «Abbiamo un presidente della Repubblica in odore di mafia», ha urlato un manifestante. «Abbiamo un primo ministro da cui sono usciti i più efferati assassini, è dalla famiglia della Meloni che escono gli assassini di piazza Fontana, e ora stanno assassinando Alfredo, che è gente nostra, è uno di noi». L’incitatore col megafono ha subito ottenuto risposta dal suo popolo: «Fuori Alfredo dal 41 bis, pagherete tutto, pagherete caro». Il popolo della A cerchiata già immagina Cospito come un martire: «Se Alfredo muore bandiere nere al vento, se muore un compagno ne nascono altri cento». Dopo l’esplosione di una bomba carta sotto al ponte della tangenziale sono iniziate le tensioni più forti con le forze dell’ordine, che sono state registrate su via Prenestina, all’altezza del civico 54, davanti alla sede di Atac: i manifestanti hanno danneggiato una macchina della vigilanza privata, incendiato una cabina elettrica e mandato in frantumi i vetri di una fermata dell’autobus. Numerosi i petardi esplosi e i lanci di bottiglie, indirizzate sia alla polizia sia ai giornalisti. Tre fermati (sono stati portati in Questura per l’identificazione, ma la loro posizione ieri sera non era ancora stata valutata in pieno e, quindi, non sono stati emessi provvedimenti): erano incappucciati e vestiti di nero. È a questo punto che le forze dell’ordine hanno stoppato le azioni. In due sono rimasti feriti. Qui dal microfono, per tentare di riportare la calma, qualcuno ha spiegato: «Siamo in mezzo alla nostra gente, con le persone che vediamo tutti i giorni». Il vialone era cinturato dagli agenti e l’assenza di vie di fuga, ribadita anche attraverso gli altoparlanti, deve aver fatto desistere i più facinorosi da azioni eclatanti. Da una barricata tirata su con bidoni per l’immondizia sono volate delle bottiglie contro gli agenti. Per evitare che la situazione degenerasse, a quel punto, sono partite delle cariche di alleggerimento.
Mentre a piazzale Prenestino un gruppo di manifestanti a volto coperto è stato fatto arretrare da un blindato. Alla vista del mezzo che avanzava il gruppetto si è dileguato. Bloccata da un presidio anarchico la rampa della Tangenziale, che è stata chiusa. Il resto della manifestazione è tutto uno slogan: «Il carcere uccide, lo stato tortura, contro il 41 bis ed ergastolo». Ma anche «contro padroni e stato di polizia, solidarietà con chi si ribella». Gli striscioni affissi sui cancelli del giardino di piazza Vittorio vengono ripresi dalle telecamere e immortalati dai fotografi. Durante il corteo sui muri è comparsa qualche scritta con lo spy nero: «La Russa boia» e «Alfredo libero».
Poi una sfilza di cartelli contro il sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro, e il vicepresidente del Copasir, Giovanni Donzelli. C’erano diverse realtà dell’antagonismo romano, tra centri sociali e collettivi studenteschi, ma anche alcuni esponenti del movimento No green pass. Dai microfoni sono partite accuse alla stampa per aver accostato il movimento anarchico alla mafia. Sul furgone, usato per gli interventi al microfono, è stato piazzato un cartellone che ricorda le stragi di piazza Fontana, di Brescia, dell’Italicus, di piazza Bologna, del Rapido 904 e dei migranti nel Mediterraneo: «Stragista è lo Stato». Piove, governo ladro.
Sassaiola contro gli agenti a Opera
Dopo aver lanciato un gavettone e monetine contro i giornalisti e fumogeni e sassi all’interno del carcere di Opera, il più grande istituto di pena italiano, con 1.400 detenuti di cui 1.300 con condanna definitiva, gli squatter anarchici che manifestano per un salvacondotto dal 41 bis per il loro compagno bombarolo arruffapopoli Alfredo Cospito, detenuto proprio lì, al Sai, il braccio per i detenuti affetti da patologie, hanno chiuso la manifestazione, non comunicata alla Questura, con fuochi d’artificio.
Allo scoccare della terza ora dall’avvio del presidio, mentre tramontava il sole sull’istituto penitenziario, un gruppetto di manifestanti ha dato fuoco alle polveri proprio sul prato che costeggia la struttura detentiva. «Fuori tutti dalle galere, dentro nessuno, solo macerie». Con questo slogan gli anarchici hanno salutato i detenuti. Poi si sono allontanati alla spicciolata. Provenivano dal Nord Italia (Lecco, Como, Torino, Genova, Trento, Bologna) e dalla Svizzera, come segnalato dalle forze dell’ordine, e alla fine se ne sono contati circa 300. Come in altre mille proteste del movimento della A cerchiata, gli obiettivi sono stati giornalisti e rappresentanti dello Stato. Ai primi hanno dedicato un «fate schifo, lavorate sulla pelle della gente. Giornalisti servi di Questure e ministeri. Poi vi lamentate se vi arrivano le pietre». E a quel punto si sono scagliati contro una delle reti di protezione dell’istituto di pena e hanno lanciato all’interno fumogeni, sassi e bombe carta. Una sassaiola è partita anche contro le forze dell’ordine e i giornalisti. Per far sentire ai detenuti la loro presenza qualcuno si è messo a colpire con pezzi di ferro la rete esterna al camminamento della ronda che cintura il penitenziario.
Un gruppetto ha cercato di raggiungere l’ala a Nord Ovest della struttura ed è arrivato fino quasi alla prima recinzione esterna. Da lì sono partite pietre e petardi contro gli agenti della polizia penitenziaria che presidiavano quella fascia. Ai poliziotti è arrivato qualche sputo. Ma gli insulti non si contavano. E poi ancora vecchi slogan dell’area antagonista: «Galere e Cpr (i Centri per il rimpatrio, ndr) non non ne vogliamo più, colpo su colpo le tireremo giù». Anche quella dei Cpr, che definiscono dei lager, è uno dei cavalli di battaglia dell’area. Con gli investigatori, soprattutto in Trentino e a Torino, che hanno registrato più di un tentativo di entrare in contatto con gli immigrati da espellere, nel tentativo di radicalizzarli alla lotta insurrezionalista. La colonna sonora amplificata da megafoni e casse audio è tutta dedicata a Niko Pandetta, il trapper neomelodico catanese (4 anni per spaccio ed evasione) detenuto a Opera, con le sue hit Scappo, vado via e Pistole nella Fendi. Ma i dj dell’anarchia hanno alzato il volume mentre passavano Senza giacca e cravatta di Nino D’Angelo. Ovviamente non poteva mancare uno striscione contro il 41 bis. C’era anche Simone Ficicchia, esponente degli ultrà ambientalisti di Ultima generazione, per il quale era stata chiesta la sorveglianza dopo l’imbrattata di vernice sulla Scala di Milano lo scorso 7 dicembre.
«Sono qui come individuo», ha detto ai giornalisti, «perché c’è una persona che sta facendo uno sciopero della fame, una azione assolutamente non violenta, contro un regime assolutamente inumano come quello del 41 bis e dell’ergastolo ostativo». Poi ha tentato un distinguo: «Per quanto non abbracciamo gli stessi metodi di lotta, per me, come persona che ha vissuto forme di repressione, sicuramente molto più leggere ma allo stesso tempo sproporzionate per quello che sono le azioni non violente di Ultima generazione, è importante portare la mia solidarietà». E ha precisato: «Abbiamo idee diverse su come si portino avanti le lotte, ma c’è una totale unità di vedute rispetto a quello che sta accadendo ad Alfredo e a ogni lotta in questo Paese».
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Caos al corteo non autorizzato nella Capitale: i fanatici della A cerchiata hanno distrutto auto e arredi urbani, assalendo le forze dell’ordine. Slogan deliranti contro Sergio Mattarella, Ignazio La Russa e Giorgia Meloni: «Lo Stato è stragista».Sassaiola contro gli agenti a Opera. I rivoltosi tentano l’incursione nel carcere milanese dov’è detenuto il loro beniamino. Presente pure l’ecologista che aveva imbrattato la Scala: «Sono vittima di repressione».Lo speciale contiene due articoli.Gli anarchici che vorrebbero strappare Alfredo Cospito dal 41 bis hanno sfilato con le loro bandiere nere e rosse per la Capitale. Il bilancio: fermi e feriti. «Alcuni compagni sono stati fermati e altri due sono rimasti feriti. Appena capiremo la loro sorte il corteo sarà sciolto», urla a fine serata uno degli agitatori al microfono di Largo Preneste. I manifestanti, circa 800 secondo i conti della Questura, hanno aperto il loro corteo non autorizzato in piazza Vittorio con l’intenzione, almeno quella annunciata, di raggiungere la zona di Roma Est per poi andare verso il Pigneto. Ad aprire la manifestazione c’era Pasquale Lello Valitutti, 75 anni, l’uomo che sostiene di essere stato l’ultimo a vedere l’anarchico Giuseppe Pinelli prima del tragico volo dal quarto piano della Questura di Milano il 15 dicembre 1969, con la sua sedia a rotelle. Ha precisato di parlare a titolo personale: «Faremo di tutto affinché Alfredo non muoia». Mentre parlava i manifestanti hanno cercato di impedire che le telecamere lo riprendessero. Davanti a lui c’erano solo una cinquantina di persone. Poi, però, il corteo si è ingrossato. E di tanto. Verso Porta Maggiore era già un fiume umano. Una decina di partecipanti, vestiti di nero e con il volto coperto ha cominciato a lanciare bottiglie e fumogeni contro il cordone delle forze dell’ordine e i blindati messi a protezione di una concessionaria della Fiat. Tra fumogeni rossi e cori contro le istituzioni la folla è andata avanti, mentre i negozi abbassavano le saracinesche per evitare danni. «Manifestiamo per un amico e faremo tutto il possibile per salvarlo», dicono i manifestanti al microfono, «Alfredo è l’esempio di un comportamento indecente dello Stato, non doveva andare al 41 bis. Non ha commesso l’attentato di cui lo accusano. Alfredo è al 41 bis perché è un combattente rivoluzionario». Preso di mira anche il presidente Sergio Mattarella: «Abbiamo un presidente della Repubblica in odore di mafia», ha urlato un manifestante. «Abbiamo un primo ministro da cui sono usciti i più efferati assassini, è dalla famiglia della Meloni che escono gli assassini di piazza Fontana, e ora stanno assassinando Alfredo, che è gente nostra, è uno di noi». L’incitatore col megafono ha subito ottenuto risposta dal suo popolo: «Fuori Alfredo dal 41 bis, pagherete tutto, pagherete caro». Il popolo della A cerchiata già immagina Cospito come un martire: «Se Alfredo muore bandiere nere al vento, se muore un compagno ne nascono altri cento». Dopo l’esplosione di una bomba carta sotto al ponte della tangenziale sono iniziate le tensioni più forti con le forze dell’ordine, che sono state registrate su via Prenestina, all’altezza del civico 54, davanti alla sede di Atac: i manifestanti hanno danneggiato una macchina della vigilanza privata, incendiato una cabina elettrica e mandato in frantumi i vetri di una fermata dell’autobus. Numerosi i petardi esplosi e i lanci di bottiglie, indirizzate sia alla polizia sia ai giornalisti. Tre fermati (sono stati portati in Questura per l’identificazione, ma la loro posizione ieri sera non era ancora stata valutata in pieno e, quindi, non sono stati emessi provvedimenti): erano incappucciati e vestiti di nero. È a questo punto che le forze dell’ordine hanno stoppato le azioni. In due sono rimasti feriti. Qui dal microfono, per tentare di riportare la calma, qualcuno ha spiegato: «Siamo in mezzo alla nostra gente, con le persone che vediamo tutti i giorni». Il vialone era cinturato dagli agenti e l’assenza di vie di fuga, ribadita anche attraverso gli altoparlanti, deve aver fatto desistere i più facinorosi da azioni eclatanti. Da una barricata tirata su con bidoni per l’immondizia sono volate delle bottiglie contro gli agenti. Per evitare che la situazione degenerasse, a quel punto, sono partite delle cariche di alleggerimento.Mentre a piazzale Prenestino un gruppo di manifestanti a volto coperto è stato fatto arretrare da un blindato. Alla vista del mezzo che avanzava il gruppetto si è dileguato. Bloccata da un presidio anarchico la rampa della Tangenziale, che è stata chiusa. Il resto della manifestazione è tutto uno slogan: «Il carcere uccide, lo stato tortura, contro il 41 bis ed ergastolo». Ma anche «contro padroni e stato di polizia, solidarietà con chi si ribella». Gli striscioni affissi sui cancelli del giardino di piazza Vittorio vengono ripresi dalle telecamere e immortalati dai fotografi. Durante il corteo sui muri è comparsa qualche scritta con lo spy nero: «La Russa boia» e «Alfredo libero».Poi una sfilza di cartelli contro il sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro, e il vicepresidente del Copasir, Giovanni Donzelli. C’erano diverse realtà dell’antagonismo romano, tra centri sociali e collettivi studenteschi, ma anche alcuni esponenti del movimento No green pass. Dai microfoni sono partite accuse alla stampa per aver accostato il movimento anarchico alla mafia. Sul furgone, usato per gli interventi al microfono, è stato piazzato un cartellone che ricorda le stragi di piazza Fontana, di Brescia, dell’Italicus, di piazza Bologna, del Rapido 904 e dei migranti nel Mediterraneo: «Stragista è lo Stato». 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Allo scoccare della terza ora dall’avvio del presidio, mentre tramontava il sole sull’istituto penitenziario, un gruppetto di manifestanti ha dato fuoco alle polveri proprio sul prato che costeggia la struttura detentiva. «Fuori tutti dalle galere, dentro nessuno, solo macerie». Con questo slogan gli anarchici hanno salutato i detenuti. Poi si sono allontanati alla spicciolata. Provenivano dal Nord Italia (Lecco, Como, Torino, Genova, Trento, Bologna) e dalla Svizzera, come segnalato dalle forze dell’ordine, e alla fine se ne sono contati circa 300. Come in altre mille proteste del movimento della A cerchiata, gli obiettivi sono stati giornalisti e rappresentanti dello Stato. Ai primi hanno dedicato un «fate schifo, lavorate sulla pelle della gente. Giornalisti servi di Questure e ministeri. Poi vi lamentate se vi arrivano le pietre». E a quel punto si sono scagliati contro una delle reti di protezione dell’istituto di pena e hanno lanciato all’interno fumogeni, sassi e bombe carta. Una sassaiola è partita anche contro le forze dell’ordine e i giornalisti. Per far sentire ai detenuti la loro presenza qualcuno si è messo a colpire con pezzi di ferro la rete esterna al camminamento della ronda che cintura il penitenziario. Un gruppetto ha cercato di raggiungere l’ala a Nord Ovest della struttura ed è arrivato fino quasi alla prima recinzione esterna. Da lì sono partite pietre e petardi contro gli agenti della polizia penitenziaria che presidiavano quella fascia. Ai poliziotti è arrivato qualche sputo. Ma gli insulti non si contavano. E poi ancora vecchi slogan dell’area antagonista: «Galere e Cpr (i Centri per il rimpatrio, ndr) non non ne vogliamo più, colpo su colpo le tireremo giù». Anche quella dei Cpr, che definiscono dei lager, è uno dei cavalli di battaglia dell’area. Con gli investigatori, soprattutto in Trentino e a Torino, che hanno registrato più di un tentativo di entrare in contatto con gli immigrati da espellere, nel tentativo di radicalizzarli alla lotta insurrezionalista. La colonna sonora amplificata da megafoni e casse audio è tutta dedicata a Niko Pandetta, il trapper neomelodico catanese (4 anni per spaccio ed evasione) detenuto a Opera, con le sue hit Scappo, vado via e Pistole nella Fendi. Ma i dj dell’anarchia hanno alzato il volume mentre passavano Senza giacca e cravatta di Nino D’Angelo. Ovviamente non poteva mancare uno striscione contro il 41 bis. C’era anche Simone Ficicchia, esponente degli ultrà ambientalisti di Ultima generazione, per il quale era stata chiesta la sorveglianza dopo l’imbrattata di vernice sulla Scala di Milano lo scorso 7 dicembre. «Sono qui come individuo», ha detto ai giornalisti, «perché c’è una persona che sta facendo uno sciopero della fame, una azione assolutamente non violenta, contro un regime assolutamente inumano come quello del 41 bis e dell’ergastolo ostativo». Poi ha tentato un distinguo: «Per quanto non abbracciamo gli stessi metodi di lotta, per me, come persona che ha vissuto forme di repressione, sicuramente molto più leggere ma allo stesso tempo sproporzionate per quello che sono le azioni non violente di Ultima generazione, è importante portare la mia solidarietà». E ha precisato: «Abbiamo idee diverse su come si portino avanti le lotte, ma c’è una totale unità di vedute rispetto a quello che sta accadendo ad Alfredo e a ogni lotta in questo Paese».
Ansa
L’Iea (l’Agenzia internazionale dell’energia), organizzazione intergovernativa fondata da 29 Paesi, ha lanciato l’allarme. Fatih Birol, direttore esecutivo dell’Agenzia, in una intervista ha detto che l’Europa potrebbe trovarsi a breve di fronte a una grave emergenza per il trasporto aereo. Le scorte potrebbero addirittura durare solo 6 settimane a causa del blocco di Hormuz, che fa registrare pesanti ripercussioni sulle forniture di jet fuel. Secondo Birol in assenza di una rapida risoluzione del conflitto le compagnie aeree saranno costrette a introdurre cancellazioni di voli nel medio periodo. Prospettiva che potrebbe avere impatti significativi sulla mobilità dei passeggeri, sul turismo, il commercio e le catene logistiche con un impatto negativo importante su tutta l’economia.
Intanto la Ue è al lavoro per mettere a punto un piano rivolto al carburante per aerei, prodotto che l’Europa importa per circa il 75% dal Medio Oriente con una dipendenza superiore a quella di qualsiasi altro combustibile per trasporto. La Commissione sta elaborando una strategia che dovrebbe essere presentata il 22 aprile basata su tre punti: monitoraggio della capacità di raffinazione per massimizzare la produzione interna; misure per garantire che le raffinerie operino nella massima capacità evitando fermi per manutenzione; infine acquisti congiunti di cherosene. Un altro capitolo riguarderebbe la possibilità di coordinare i membri della Ue per le scorte di jet fuel, un prodotto per il quale non esiste un obbligo di riserve e che quindi vede comportamenti disomogenei tra i vari Stati.
In attesa di Bruxelles, le compagnie cominciano a fare i conti con le difficoltà.
Klm, ad esempio, ha annunciato la cancellazione di 160 voli in Europa nel prossimo mese con la motivazione dei rincari del cherosene ma precisando che non ha problemi di carenza di jet fuel. Peraltro, nonostante i disagi, i voli soppressi rappresentano meno dell’1% dell’offerta della compagnia. Decisione simile anche per l’elvetica Edelweiss che ha modificato il planning relativo agli Stati Uniti e all’Oman, in questo caso a causa del calo della domanda oltre all’aumento del prezzo del carburante. L’adeguamento riguarda in particolare i collegamenti con il Nord America nel programma estivo. I voli verso Denver e Seattle sono stati eliminati completamente, mentre sulla rotta per Las Vegas le frequenze verranno ridotte nella tarda primavera e in autunno. Nel programma invernale 2026/27 verranno cancellati i collegamenti verso Mascate e Salalah, in Oman. I passeggeri già in possesso di biglietti per le destinazioni interessate saranno reindirizzati su collegamenti alternativi, oppure saranno rimborsati.
La crisi energetica sta facendo sentire i suoi effetti sui conti economici di alcuni vettori. La britannica low cost EasyJet ha annunciato una perdita pre tasse tra 540 e 560 milioni di sterline per il semestre ottobre-marzo, a fronte dei 394 milioni di sterline della prima metà del 2024-25 e ha segnalato che il conflitto in Medio Oriente ha causato un aumento dei costi del carburante di 25 milioni nel mese di marzo. Con l’estate alle porte, la situazione già grave, rischia di esplodere. Il ceo, Kenton Jarvis, ha affermato che la domanda resta sostenuta ma i risultati finanziari sono peggiorati. Pesa anche l’atteggiamento prudente dei passeggeri che a fronte della situazione incerta, tendono a posticipare le prenotazioni. Nonostante questo EasyJet dice di aver registrato a Pasqua la sua migliore performance di questo periodo a dimostrazione che la situazione è caratterizzata da estrema volatilità. Secondo quanto riporta The Guardian, EasyJet resta comunque fiduciosa riguardo alle forniture di carburante: sebbene abbia coperto il 70% del proprio fabbisogno per il resto dell’anno fiscale fino a settembre, ha però evidenziato che ogni variazione di 100 dollari nel prezzo spot del carburante per aerei per tonnellata metrica comporta un aumento di 40 milioni di sterline nei costi per le forniture non coperte – e attualmente il prezzo è di circa 800 dollari superiore a quello precedente all’inizio del conflitto. Jarvis, come riferito dal quotidiano londinese, ha definito pura speculazione qualsiasi ipotesi di dover cancellare voli. Una possibilità che invece era stata sollevata dal ceo di Ryanair, Michael O’Leary per la fine dell’estate qualora lo stretto di Hormuz dovesse restare chiuso.
Jarvis ha infine dichiarato: «Abbiamo visibilità fino a metà maggio e non abbiamo preoccupazioni».
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La spettacolare rivisitazione europea del racconto di Robert Louis Stevenson, Dottor Jekyll e Mr. Hyde, si sostanzia nell’acquisto di 2,46 miliardi di metri cubi di Gnl a marzo (dati Istituto Bruegel), record assoluto in volume, e in un istruttivo elenco dei maggiori acquirenti.
La prima della classe nelle rinnovabili, la Spagna, infatti, zitta zitta, è stata anche il primo e migliore cliente di Vladimir Putin, con acquisti per 355 milioni di euro (+124% rispetto al mese precedente). Niente male anche la Francia, con 287 milioni di euro di acquisti in un solo mese, poi Belgio e Olanda, da cui i volumi vanno, in gran parte, in Germania. Da aprile questo non sarà più possibile, essendo scattato il bando progressivo del gas russo, un processo che si concluderà tra un anno e mezzo. Tutti i terminali spagnoli hanno aumentato i ritiri di gas russo, con Bilbao come principale punto di ingresso.
Questo dato si inserisce in una dinamica che prosegue da tempo. Dal dicembre 2022 a marzo 2026 l’Unione europea ha acquistato più Gnl russo rispetto a Cina e Giappone messi insieme, rappresentando la metà delle esportazioni totali di Gnl della Russia. Nello stesso periodo l’Ue si è confermata anche il principale acquirente di gas russo via gasdotto, con una quota del 33% sull’export. Dunque l’Ue, mentre presta decine di miliardi a Kiev per difendersi dall’orso russo, allo stesso tempo fornisce a quest’ultimo centinaia di milioni di euro freschi di stampa.
Tra il blocco dello Stretto di Hormuz e il bando del gas russo, l’Europa si trova ancora una volta nel mezzo, senza una strategia energetica credibile. Niente di nuovo. Nel frattempo, il Dipartimento dell’energia americano informa che nel 2025 le esportazioni di Gnl verso l’Europa hanno raggiunto il record di 107 miliardi di metri cubi, di cui 5,1 diretti in Italia. Il nostro Paese fa segnare il maggiore incremento di import dagli Usa rispetto all’anno precedente. Nel complesso, l’Europa ha rappresentato il 68% dell’export americano, con un aumento del 63% rispetto al 2024.
Se però i prezzi del gas a marzo non sono andati alle stelle è anche perché le importazioni cinesi di Gnl sono diminuite del 10,7% su base annua, scendendo a 11,3 mld Smc. Alcune compagnie cinesi hanno addirittura rivenduto sul mercato asiatico tra 8 e 10 carichi di Gnl. Questo ha aumentato l’offerta disponibile nell’area e ha contribuito a ridurre la pressione sui prezzi internazionali, ampliando la liquidità del mercato nel breve periodo.
La riduzione dei flussi dal Qatar, legata alla crisi nel Golfo Persico, si è inserita in questo contesto. I minori volumi attesi non si sono tradotti in una compressione dell’offerta disponibile in Europa, perché compensati dalla maggiore disponibilità derivante dalla domanda asiatica più debole e dalla continuità dei flussi russi verso l’Europa. Vedremo cosa succederà nei prossimi giorni, ma la concomitanza della crisi di Hormuz con l’inizio del bando del gas russo non è esattamente un modello di sicurezza energetica, né di garanzia di costi bassi.
Tanto che la stessa Commissione europea, in preda ad evidente stordimento, si avvia barcollando a cercare qualche crepa nel suo stesso furore ideologico. Green ad ogni costo, Patto di stabilità e divieto di aiuti di stato: una scarica di diretti che manderebbe al tappeto qualunque economia mondiale e che invece a Bruxelles è una specie di Trinità.
Bruxelles ha elaborato un quadro temporaneo per gestire gli effetti della crisi iraniana. Il Temporary Iran Crisis Energy Framework (ancora in bozza di discussione) consente agli Stati membri di introdurre misure di sostegno per famiglie e imprese, con l’obiettivo dichiarato di limitare l’impatto economico dello shock. La Commissione prevede la possibilità di intervenire sul prezzo dell’elettricità attraverso un abbattimento (temporaneo) del costo del gas utilizzato nella generazione, includendo strumenti di riduzione diretta del prezzo finale. Qui si inserisce la trattativa Stato-Commissione sul famigerato articolo 6 del Decreto bollette del governo di Giorgia Meloni, già convertito in legge. La norma italiana prevede che i costi dell’Ets (la tassa sulla CO2 emessa) vengano rimborsati ai produttori termoelettrici per abbassare il prezzo dell’energia elettrica. Il quadro temporaneo della Commissione, invece, dice che qualunque aiuto di Stato deve preservare i segnali di investimento di lungo periodo e compensare esclusivamente l’aumento del prezzo del gas, senza includere il costo delle emissioni Ets.
Detta così non sembra esserci speranza per il decreto italiano sull’Ets. Ma pochi giorni fa il direttore generale della Direzione Mercati e Infrastrutture energetiche presso il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica (Mase), Alessandro Noce, ha detto che in realtà il documento della Commissione consente la misura italiana sull’Ets perché formalmente non è una cancellazione dell’Ets, ma un rimborso parametrato ad esso. Posizione ardita e assai sottile. Può sembrare un cavillo, ma non lo è. In effetti, il decreto non tocca l’impianto normativo dell’Ets, che resta in vigore, ma stabilisce un rimborso ai termoelettrici di un valore pari al costo dell’Ets. Intanto, il sottosegretario Vannia Gava è incaricata della trattativa con Bruxelles.
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Papa Leone XIV (Ansa)
È in questo scenario di «passione» che ieri Papa Leone XIV, nel suo quarto giorno di viaggio apostolico in Africa, ha scelto di piantare ancora il vessillo di una pace che non è semplice diplomazia, ma una radicale alternativa esistenziale e politica. In un incontro per la pace che si è tenuto nella cattedrale di San Giuseppe a Bamenda, il Papa ha denunciato ancora una pericolosa deriva: la strumentalizzazione del sacro per fini di potere.
«Guai», ha ricordato papa Prevost, «a chi piega le religioni e il nome stesso di Dio ai propri obiettivi militari, economici e politici, trascinando ciò che è santo in ciò che vi è di più sporco e tenebroso. Sì, cari fratelli e sorelle, voi affamati e assetati di giustizia, voi poveri, misericordiosi, miti e puri di cuore, voi che avete pianto siete la luce del mondo! Bamenda, tu oggi sei la città sul monte, splendida agli occhi di tutti!».
Questo richiamo alla «città sul monte» attribuito da Leone XIV alla città africana di Bamenda ha un sapore innegabilmente agostiniano. Perché mentre la città degli uomini è una struttura di potere che cerca di occupare lo spazio orizzontale della terra per possederlo, la civitas super montem occupa lo spazio verticale della storia per orientarlo. La prima si fonda sul dominandi libido (libidine di dominio), la seconda sulla caritas che, proprio perché è pubblica e visibile, si offre come guida per tutti.
Questa visione getta ulteriore luce sulle tensioni che arrivano da Washington. Mentre il Papa parla di pace in Africa, negli Stati Uniti si consuma uno scontro senza precedenti tra il Vaticano e l’amministrazione di Donald Trump. Il vicepresidente JD Vance ha recentemente ammonito Leone XIV, invitandolo a «stare attento quando parla di questioni di teologia» e rispolverando la dottrina della «guerra giusta» durante un evento di Turning Point Usa. Ma non si è fatta attendere la replica dei vescovi americani che in una nota firmata dal il vescovo James Massa ha chiarito che il Papa non sta offrendo «opinioni», ma sta esercitando il suo ministero come Vicario di Cristo, ricordando che «un principio costante di quella tradizione millenaria è che una nazione può legittimamente impugnare la spada solo “per autodifesa”, una volta che tutti gli sforzi di pace siano falliti ( Catechismo della Chiesa Cattolica , n. 2308 )».
Le parole pronunciate a Bamenda da Leone XIV sembrano scritte per rispondere all’immagine, diventata virale, di una preghiera nella Sala Ovale della Casa Bianca dove pastori evangelici, guidati da Paula White Cain, invocavano la benedizione divina per la guerra contro l’Iran. Ma sarebbe riduttivo e in fondo sbagliato. Quello di Leone XIV è un richiamo che accomuna tutti i papi nel recente magistero: non si può utilizzare Dio per compiere violenza. Il chiarimento più limpido in proposito è nel famoso (e contrastato) discorso di Benedetto XVI a Ratisbona nel 2006, quello che partiva dal dialogo tra l’imperatore bizantino Manuele II Paleologo e un persiano colto su cristianesimo e islam e sulla verità di ambedue. Dio è Logos, è Ragione, e «non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio», disse papa Ratzinger. Pertanto, usare Dio per giustificare la violenza è un atto irragionevole che nega l’essenza stessa della divinità.
Il Papa ieri in Camerun ha denunciato quello che definisce un «mondo capovolto», dove miliardi di dollari vengono spesi per devastare, mentre mancano le risorse per l’istruzione e la ricostruzione. Chi preda le risorse della terra - ha accusato il Pontefice - spesso reinveste i profitti in armi, alimentando cicli infiniti di morte.
Ma Bamenda non è solo un luogo di sofferenza; è, nelle parole del Papa, un laboratorio di speranza. Nonostante la crisi anglofona, la comunità ha visto nascere un Movimento per la Pace che unisce cristiani e musulmani. «Siete voi ad annunciare la pace a me e al mondo intero», ha confessato Leone XIV, lodando i leader religiosi che mediano tra le parti contrapposte. Il Papa ha voluto ringraziare in particolare le donne, laiche e religiose, che si prendono cura dei traumatizzati dalla violenza, spesso agendo nell’ombra e in condizioni di pericolo.
Riprendendo l’esortazione Evangelii Gaudium del suo predecessore Francesco, Leone XIV ieri ha ribadito che la missione della Chiesa è una presenza nel cuore del popolo. L’obiettivo è formare «politici con un’anima, insegnanti con un’anima», persone che scelgano di stare con gli altri e per gli altri.
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