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2023-02-05
Bombe carta, aggressioni alla polizia. Roma assediata dai vandali anarchici
Ansa
Gli anarchici che vorrebbero strappare Alfredo Cospito dal 41 bis hanno sfilato con le loro bandiere nere e rosse per la Capitale. Il bilancio: fermi e feriti. «Alcuni compagni sono stati fermati e altri due sono rimasti feriti. Appena capiremo la loro sorte il corteo sarà sciolto», urla a fine serata uno degli agitatori al microfono di Largo Preneste.
I manifestanti, circa 800 secondo i conti della Questura, hanno aperto il loro corteo non autorizzato in piazza Vittorio con l’intenzione, almeno quella annunciata, di raggiungere la zona di Roma Est per poi andare verso il Pigneto. Ad aprire la manifestazione c’era Pasquale Lello Valitutti, 75 anni, l’uomo che sostiene di essere stato l’ultimo a vedere l’anarchico Giuseppe Pinelli prima del tragico volo dal quarto piano della Questura di Milano il 15 dicembre 1969, con la sua sedia a rotelle. Ha precisato di parlare a titolo personale: «Faremo di tutto affinché Alfredo non muoia». Mentre parlava i manifestanti hanno cercato di impedire che le telecamere lo riprendessero. Davanti a lui c’erano solo una cinquantina di persone. Poi, però, il corteo si è ingrossato. E di tanto. Verso Porta Maggiore era già un fiume umano. Una decina di partecipanti, vestiti di nero e con il volto coperto ha cominciato a lanciare bottiglie e fumogeni contro il cordone delle forze dell’ordine e i blindati messi a protezione di una concessionaria della Fiat. Tra fumogeni rossi e cori contro le istituzioni la folla è andata avanti, mentre i negozi abbassavano le saracinesche per evitare danni. «Manifestiamo per un amico e faremo tutto il possibile per salvarlo», dicono i manifestanti al microfono, «Alfredo è l’esempio di un comportamento indecente dello Stato, non doveva andare al 41 bis. Non ha commesso l’attentato di cui lo accusano. Alfredo è al 41 bis perché è un combattente rivoluzionario».
Preso di mira anche il presidente Sergio Mattarella: «Abbiamo un presidente della Repubblica in odore di mafia», ha urlato un manifestante. «Abbiamo un primo ministro da cui sono usciti i più efferati assassini, è dalla famiglia della Meloni che escono gli assassini di piazza Fontana, e ora stanno assassinando Alfredo, che è gente nostra, è uno di noi». L’incitatore col megafono ha subito ottenuto risposta dal suo popolo: «Fuori Alfredo dal 41 bis, pagherete tutto, pagherete caro». Il popolo della A cerchiata già immagina Cospito come un martire: «Se Alfredo muore bandiere nere al vento, se muore un compagno ne nascono altri cento». Dopo l’esplosione di una bomba carta sotto al ponte della tangenziale sono iniziate le tensioni più forti con le forze dell’ordine, che sono state registrate su via Prenestina, all’altezza del civico 54, davanti alla sede di Atac: i manifestanti hanno danneggiato una macchina della vigilanza privata, incendiato una cabina elettrica e mandato in frantumi i vetri di una fermata dell’autobus. Numerosi i petardi esplosi e i lanci di bottiglie, indirizzate sia alla polizia sia ai giornalisti. Tre fermati (sono stati portati in Questura per l’identificazione, ma la loro posizione ieri sera non era ancora stata valutata in pieno e, quindi, non sono stati emessi provvedimenti): erano incappucciati e vestiti di nero. È a questo punto che le forze dell’ordine hanno stoppato le azioni. In due sono rimasti feriti. Qui dal microfono, per tentare di riportare la calma, qualcuno ha spiegato: «Siamo in mezzo alla nostra gente, con le persone che vediamo tutti i giorni». Il vialone era cinturato dagli agenti e l’assenza di vie di fuga, ribadita anche attraverso gli altoparlanti, deve aver fatto desistere i più facinorosi da azioni eclatanti. Da una barricata tirata su con bidoni per l’immondizia sono volate delle bottiglie contro gli agenti. Per evitare che la situazione degenerasse, a quel punto, sono partite delle cariche di alleggerimento.
Mentre a piazzale Prenestino un gruppo di manifestanti a volto coperto è stato fatto arretrare da un blindato. Alla vista del mezzo che avanzava il gruppetto si è dileguato. Bloccata da un presidio anarchico la rampa della Tangenziale, che è stata chiusa. Il resto della manifestazione è tutto uno slogan: «Il carcere uccide, lo stato tortura, contro il 41 bis ed ergastolo». Ma anche «contro padroni e stato di polizia, solidarietà con chi si ribella». Gli striscioni affissi sui cancelli del giardino di piazza Vittorio vengono ripresi dalle telecamere e immortalati dai fotografi. Durante il corteo sui muri è comparsa qualche scritta con lo spy nero: «La Russa boia» e «Alfredo libero».
Poi una sfilza di cartelli contro il sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro, e il vicepresidente del Copasir, Giovanni Donzelli. C’erano diverse realtà dell’antagonismo romano, tra centri sociali e collettivi studenteschi, ma anche alcuni esponenti del movimento No green pass. Dai microfoni sono partite accuse alla stampa per aver accostato il movimento anarchico alla mafia. Sul furgone, usato per gli interventi al microfono, è stato piazzato un cartellone che ricorda le stragi di piazza Fontana, di Brescia, dell’Italicus, di piazza Bologna, del Rapido 904 e dei migranti nel Mediterraneo: «Stragista è lo Stato». Piove, governo ladro.
Sassaiola contro gli agenti a Opera
Dopo aver lanciato un gavettone e monetine contro i giornalisti e fumogeni e sassi all’interno del carcere di Opera, il più grande istituto di pena italiano, con 1.400 detenuti di cui 1.300 con condanna definitiva, gli squatter anarchici che manifestano per un salvacondotto dal 41 bis per il loro compagno bombarolo arruffapopoli Alfredo Cospito, detenuto proprio lì, al Sai, il braccio per i detenuti affetti da patologie, hanno chiuso la manifestazione, non comunicata alla Questura, con fuochi d’artificio.
Allo scoccare della terza ora dall’avvio del presidio, mentre tramontava il sole sull’istituto penitenziario, un gruppetto di manifestanti ha dato fuoco alle polveri proprio sul prato che costeggia la struttura detentiva. «Fuori tutti dalle galere, dentro nessuno, solo macerie». Con questo slogan gli anarchici hanno salutato i detenuti. Poi si sono allontanati alla spicciolata. Provenivano dal Nord Italia (Lecco, Como, Torino, Genova, Trento, Bologna) e dalla Svizzera, come segnalato dalle forze dell’ordine, e alla fine se ne sono contati circa 300. Come in altre mille proteste del movimento della A cerchiata, gli obiettivi sono stati giornalisti e rappresentanti dello Stato. Ai primi hanno dedicato un «fate schifo, lavorate sulla pelle della gente. Giornalisti servi di Questure e ministeri. Poi vi lamentate se vi arrivano le pietre». E a quel punto si sono scagliati contro una delle reti di protezione dell’istituto di pena e hanno lanciato all’interno fumogeni, sassi e bombe carta. Una sassaiola è partita anche contro le forze dell’ordine e i giornalisti. Per far sentire ai detenuti la loro presenza qualcuno si è messo a colpire con pezzi di ferro la rete esterna al camminamento della ronda che cintura il penitenziario.
Un gruppetto ha cercato di raggiungere l’ala a Nord Ovest della struttura ed è arrivato fino quasi alla prima recinzione esterna. Da lì sono partite pietre e petardi contro gli agenti della polizia penitenziaria che presidiavano quella fascia. Ai poliziotti è arrivato qualche sputo. Ma gli insulti non si contavano. E poi ancora vecchi slogan dell’area antagonista: «Galere e Cpr (i Centri per il rimpatrio, ndr) non non ne vogliamo più, colpo su colpo le tireremo giù». Anche quella dei Cpr, che definiscono dei lager, è uno dei cavalli di battaglia dell’area. Con gli investigatori, soprattutto in Trentino e a Torino, che hanno registrato più di un tentativo di entrare in contatto con gli immigrati da espellere, nel tentativo di radicalizzarli alla lotta insurrezionalista. La colonna sonora amplificata da megafoni e casse audio è tutta dedicata a Niko Pandetta, il trapper neomelodico catanese (4 anni per spaccio ed evasione) detenuto a Opera, con le sue hit Scappo, vado via e Pistole nella Fendi. Ma i dj dell’anarchia hanno alzato il volume mentre passavano Senza giacca e cravatta di Nino D’Angelo. Ovviamente non poteva mancare uno striscione contro il 41 bis. C’era anche Simone Ficicchia, esponente degli ultrà ambientalisti di Ultima generazione, per il quale era stata chiesta la sorveglianza dopo l’imbrattata di vernice sulla Scala di Milano lo scorso 7 dicembre.
«Sono qui come individuo», ha detto ai giornalisti, «perché c’è una persona che sta facendo uno sciopero della fame, una azione assolutamente non violenta, contro un regime assolutamente inumano come quello del 41 bis e dell’ergastolo ostativo». Poi ha tentato un distinguo: «Per quanto non abbracciamo gli stessi metodi di lotta, per me, come persona che ha vissuto forme di repressione, sicuramente molto più leggere ma allo stesso tempo sproporzionate per quello che sono le azioni non violente di Ultima generazione, è importante portare la mia solidarietà». E ha precisato: «Abbiamo idee diverse su come si portino avanti le lotte, ma c’è una totale unità di vedute rispetto a quello che sta accadendo ad Alfredo e a ogni lotta in questo Paese».
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Caos al corteo non autorizzato nella Capitale: i fanatici della A cerchiata hanno distrutto auto e arredi urbani, assalendo le forze dell’ordine. Slogan deliranti contro Sergio Mattarella, Ignazio La Russa e Giorgia Meloni: «Lo Stato è stragista».Sassaiola contro gli agenti a Opera. I rivoltosi tentano l’incursione nel carcere milanese dov’è detenuto il loro beniamino. Presente pure l’ecologista che aveva imbrattato la Scala: «Sono vittima di repressione».Lo speciale contiene due articoli.Gli anarchici che vorrebbero strappare Alfredo Cospito dal 41 bis hanno sfilato con le loro bandiere nere e rosse per la Capitale. Il bilancio: fermi e feriti. «Alcuni compagni sono stati fermati e altri due sono rimasti feriti. Appena capiremo la loro sorte il corteo sarà sciolto», urla a fine serata uno degli agitatori al microfono di Largo Preneste. I manifestanti, circa 800 secondo i conti della Questura, hanno aperto il loro corteo non autorizzato in piazza Vittorio con l’intenzione, almeno quella annunciata, di raggiungere la zona di Roma Est per poi andare verso il Pigneto. Ad aprire la manifestazione c’era Pasquale Lello Valitutti, 75 anni, l’uomo che sostiene di essere stato l’ultimo a vedere l’anarchico Giuseppe Pinelli prima del tragico volo dal quarto piano della Questura di Milano il 15 dicembre 1969, con la sua sedia a rotelle. Ha precisato di parlare a titolo personale: «Faremo di tutto affinché Alfredo non muoia». Mentre parlava i manifestanti hanno cercato di impedire che le telecamere lo riprendessero. Davanti a lui c’erano solo una cinquantina di persone. Poi, però, il corteo si è ingrossato. E di tanto. Verso Porta Maggiore era già un fiume umano. Una decina di partecipanti, vestiti di nero e con il volto coperto ha cominciato a lanciare bottiglie e fumogeni contro il cordone delle forze dell’ordine e i blindati messi a protezione di una concessionaria della Fiat. Tra fumogeni rossi e cori contro le istituzioni la folla è andata avanti, mentre i negozi abbassavano le saracinesche per evitare danni. «Manifestiamo per un amico e faremo tutto il possibile per salvarlo», dicono i manifestanti al microfono, «Alfredo è l’esempio di un comportamento indecente dello Stato, non doveva andare al 41 bis. Non ha commesso l’attentato di cui lo accusano. Alfredo è al 41 bis perché è un combattente rivoluzionario». Preso di mira anche il presidente Sergio Mattarella: «Abbiamo un presidente della Repubblica in odore di mafia», ha urlato un manifestante. «Abbiamo un primo ministro da cui sono usciti i più efferati assassini, è dalla famiglia della Meloni che escono gli assassini di piazza Fontana, e ora stanno assassinando Alfredo, che è gente nostra, è uno di noi». L’incitatore col megafono ha subito ottenuto risposta dal suo popolo: «Fuori Alfredo dal 41 bis, pagherete tutto, pagherete caro». Il popolo della A cerchiata già immagina Cospito come un martire: «Se Alfredo muore bandiere nere al vento, se muore un compagno ne nascono altri cento». Dopo l’esplosione di una bomba carta sotto al ponte della tangenziale sono iniziate le tensioni più forti con le forze dell’ordine, che sono state registrate su via Prenestina, all’altezza del civico 54, davanti alla sede di Atac: i manifestanti hanno danneggiato una macchina della vigilanza privata, incendiato una cabina elettrica e mandato in frantumi i vetri di una fermata dell’autobus. Numerosi i petardi esplosi e i lanci di bottiglie, indirizzate sia alla polizia sia ai giornalisti. Tre fermati (sono stati portati in Questura per l’identificazione, ma la loro posizione ieri sera non era ancora stata valutata in pieno e, quindi, non sono stati emessi provvedimenti): erano incappucciati e vestiti di nero. È a questo punto che le forze dell’ordine hanno stoppato le azioni. In due sono rimasti feriti. Qui dal microfono, per tentare di riportare la calma, qualcuno ha spiegato: «Siamo in mezzo alla nostra gente, con le persone che vediamo tutti i giorni». Il vialone era cinturato dagli agenti e l’assenza di vie di fuga, ribadita anche attraverso gli altoparlanti, deve aver fatto desistere i più facinorosi da azioni eclatanti. Da una barricata tirata su con bidoni per l’immondizia sono volate delle bottiglie contro gli agenti. Per evitare che la situazione degenerasse, a quel punto, sono partite delle cariche di alleggerimento.Mentre a piazzale Prenestino un gruppo di manifestanti a volto coperto è stato fatto arretrare da un blindato. Alla vista del mezzo che avanzava il gruppetto si è dileguato. Bloccata da un presidio anarchico la rampa della Tangenziale, che è stata chiusa. Il resto della manifestazione è tutto uno slogan: «Il carcere uccide, lo stato tortura, contro il 41 bis ed ergastolo». Ma anche «contro padroni e stato di polizia, solidarietà con chi si ribella». Gli striscioni affissi sui cancelli del giardino di piazza Vittorio vengono ripresi dalle telecamere e immortalati dai fotografi. Durante il corteo sui muri è comparsa qualche scritta con lo spy nero: «La Russa boia» e «Alfredo libero».Poi una sfilza di cartelli contro il sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro, e il vicepresidente del Copasir, Giovanni Donzelli. C’erano diverse realtà dell’antagonismo romano, tra centri sociali e collettivi studenteschi, ma anche alcuni esponenti del movimento No green pass. Dai microfoni sono partite accuse alla stampa per aver accostato il movimento anarchico alla mafia. Sul furgone, usato per gli interventi al microfono, è stato piazzato un cartellone che ricorda le stragi di piazza Fontana, di Brescia, dell’Italicus, di piazza Bologna, del Rapido 904 e dei migranti nel Mediterraneo: «Stragista è lo Stato». 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Allo scoccare della terza ora dall’avvio del presidio, mentre tramontava il sole sull’istituto penitenziario, un gruppetto di manifestanti ha dato fuoco alle polveri proprio sul prato che costeggia la struttura detentiva. «Fuori tutti dalle galere, dentro nessuno, solo macerie». Con questo slogan gli anarchici hanno salutato i detenuti. Poi si sono allontanati alla spicciolata. Provenivano dal Nord Italia (Lecco, Como, Torino, Genova, Trento, Bologna) e dalla Svizzera, come segnalato dalle forze dell’ordine, e alla fine se ne sono contati circa 300. Come in altre mille proteste del movimento della A cerchiata, gli obiettivi sono stati giornalisti e rappresentanti dello Stato. Ai primi hanno dedicato un «fate schifo, lavorate sulla pelle della gente. Giornalisti servi di Questure e ministeri. Poi vi lamentate se vi arrivano le pietre». E a quel punto si sono scagliati contro una delle reti di protezione dell’istituto di pena e hanno lanciato all’interno fumogeni, sassi e bombe carta. Una sassaiola è partita anche contro le forze dell’ordine e i giornalisti. Per far sentire ai detenuti la loro presenza qualcuno si è messo a colpire con pezzi di ferro la rete esterna al camminamento della ronda che cintura il penitenziario. Un gruppetto ha cercato di raggiungere l’ala a Nord Ovest della struttura ed è arrivato fino quasi alla prima recinzione esterna. Da lì sono partite pietre e petardi contro gli agenti della polizia penitenziaria che presidiavano quella fascia. Ai poliziotti è arrivato qualche sputo. Ma gli insulti non si contavano. E poi ancora vecchi slogan dell’area antagonista: «Galere e Cpr (i Centri per il rimpatrio, ndr) non non ne vogliamo più, colpo su colpo le tireremo giù». Anche quella dei Cpr, che definiscono dei lager, è uno dei cavalli di battaglia dell’area. Con gli investigatori, soprattutto in Trentino e a Torino, che hanno registrato più di un tentativo di entrare in contatto con gli immigrati da espellere, nel tentativo di radicalizzarli alla lotta insurrezionalista. La colonna sonora amplificata da megafoni e casse audio è tutta dedicata a Niko Pandetta, il trapper neomelodico catanese (4 anni per spaccio ed evasione) detenuto a Opera, con le sue hit Scappo, vado via e Pistole nella Fendi. Ma i dj dell’anarchia hanno alzato il volume mentre passavano Senza giacca e cravatta di Nino D’Angelo. Ovviamente non poteva mancare uno striscione contro il 41 bis. C’era anche Simone Ficicchia, esponente degli ultrà ambientalisti di Ultima generazione, per il quale era stata chiesta la sorveglianza dopo l’imbrattata di vernice sulla Scala di Milano lo scorso 7 dicembre. «Sono qui come individuo», ha detto ai giornalisti, «perché c’è una persona che sta facendo uno sciopero della fame, una azione assolutamente non violenta, contro un regime assolutamente inumano come quello del 41 bis e dell’ergastolo ostativo». Poi ha tentato un distinguo: «Per quanto non abbracciamo gli stessi metodi di lotta, per me, come persona che ha vissuto forme di repressione, sicuramente molto più leggere ma allo stesso tempo sproporzionate per quello che sono le azioni non violente di Ultima generazione, è importante portare la mia solidarietà». E ha precisato: «Abbiamo idee diverse su come si portino avanti le lotte, ma c’è una totale unità di vedute rispetto a quello che sta accadendo ad Alfredo e a ogni lotta in questo Paese».
Luca Zaia (Getty Images)
Roberto Vannacci sembra diventato una calamita. Oggi a Viareggio i parlamentari leghisti Domenico Furgiuele e Gianangelo Bof dovrebbero comunicare il loro passaggio a Futuro nazionale. Nomi che si aggiungono ai tanti fuoriusciti, a livello romano ma anche regionale e locale, che in queste settimane stanno preferendo il generale al capitano. Non è che finora abbiano cambiato casacca volti storici del Carroccio. In molti casi si tratta di figure politiche che venivano già da precedenti partiti. Il tema è un altro: i sondaggi peggiorano per la Lega. Ma, soprattutto: cos’è ora la Lega?
Il partito preso in mano da Matteo Salvini nel 2014 al 4% era salito al 35% nel 2019 sulla base di pochi punti fermi, lotta all’immigrazione clandestina, in primis. Uno storico comandamento bossiano che, però, ha sempre meno mercato elettorale visto che giocano sullo stesso terreno Fratelli d’Italia e ora Futuro nazionale. Tocca trovare altri mercati politici. E nomi che possano rappresentare una svolta vera. Uno su tutti è quello di Luca Zaia, ex governatore del Veneto e ora presidente del Consiglio regionale della Serenissima eletto a furor di preferenze.
Nasce da questo ragionamento l’offerta di Salvini al Doge di «dare un aiuto». E l’ex ministro delle Politiche agricole con Silvio Berlusconi premier è pronto. Non, però, in cambio solo di una poltrona. Sì, ovvio, c’è quella di vicesegretario federale, per il Nord. Carica che si affiancherebbe a quella di Claudio Durigon, plenipotenziario al Centro-Sud. Zaia, però, chiede quasi mani libere. O meglio: una squadra con cui lavorare. Si parla molto di un ruolo di Massimiliano Fedriga, presidente della Conferenza Stato-Regioni e governatore del Friuli-Venezia Giulia. Chi ha parlato con il Doge, però, sa che per lui i nomi sono importanti, tuttavia non bastano. Una delle richieste per il debutto in campo politico di Zaia (finora ha sempre fatto l’amministratore da quando iniziò come consigliere nella natìa Godega di Sant’Urbano, anno 1993) è quella di buttare giù un programma e un metodo di di lavoro, con degli obiettivi concreti di cui parlare: imprese, lavoro, intelligenza artificiale, attrazione degli investimenti, grandi opere. E «senza guardare i sondaggi adesso».
Il modello cui si ispira il Doge, si sa, è quello della Csu bavarese. Un sistema partitico attaccato al territorio, che va oltre i classici schemi destra-sinistra. La Csu bavarese, in Germania, è sempre stata alleata alla Cdu ma entra anche in governi di coalizione. Con l’unico scopo di valorizzare le risorse economiche e umane della Baviera. Stessa idea che Zaia ha per il Nord. Ecco perché, raccontano fonti interpellata dall’agenzia Agi, l’ex governatore veneto vorrebbe «totale autonomia di spesa e di programmazione della campagna elettorale», oltre a garanzie sulle liste nelle Regioni settentrionali. Insomma, Zaia alla fine darà una mano a Salvini non, però, per non decidere.
Per il 10, mercoledì prossimo, il segretario leghista ha convocato la riunione del Consiglio federale del partito a Roma in cui dovrebbe cominciare a delineare la «formula» che ha pensato per il rilancio. Niente è, comunque, deciso. Al punto che, per non bruciare questa sorta di trattativa programmatica con Zaia, ieri il vicepremier ha detto che non «perde tempo con articoli privi di fondamento», riferendosi alle anticipazioni di alcuni giornali sul futuro ruolo del Doge.
C’è tempo per le comunicazioni ufficiali. L’obiettivo di Salvini pare sia quello di chiudere l’accordo prima del «ritiro» del partito in programma per il primo weekend di luglio nel Trevigiano, terra natale di Zaia. Secondo alcune ricostruzioni citate sempre dall’Agi, oltre a programmi e nomi, c’è anche una questione tecnico-burocratica da risolvere. Zaia avrebbe chiesto a Salvini un passaggio congressuale. Non una assise elettiva, viene riferito, ma un congresso finalizzato alla «modifica dello Statuto» per dare vita addirittura a un «nuovo soggetto politico» che si occupi del Nord all’interno della Lega, sul modello, appunto, della Csu bavarese. Si potrà fare senza scontentare mezzo partito?
Le bocche restano cucite. Si lavora per arrivare a una soluzione che accontenti tutti, a iniziare dai governatori. I primi segnali sono comunque positivi. Zaia «impegnato per il Nord» è «sicuramente un’ottima idea. Ora vediamo di proseguire in questo processo» ,commenta Attilio Fontana, presidente della Regione Lombardia, «che è ancora lungo ma che dovrà essere portato a compimento». Se va in porto, però, cambia tutto per la Lega. E pure per gli alleati del centrodestra.
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Francesco Lollobrigida (Ansa)
Risorse che si aggiungono alla componente strutturale di 38,5 miliardi e che, secondo il primo Osservatorio Teha sulle politiche agroalimentari (in Italia guidate dal ministro Francesco Lollobrigida), hanno abilitato un impatto diretto sul settore pari a 87 miliardi di euro di valore aggiunto. Il beneficio complessivo per il sistema-Paese è stimato in 246 miliardi di euro nel medio-lungo periodo.
I dati sono stati presentati a Bormio, in occasione della decima edizione del Forum Food&Beverage, dove Teha Group ha illustrato il nuovo Osservatorio nato per misurare le ricadute economiche e strutturali delle politiche pubbliche a supporto dell’agroalimentare italiano. Il quadro segnala un cambio di passo: più risorse, maggiore attenzione alle filiere produttive e una politica industriale orientata a rafforzare competitività, autonomia e proiezione internazionale del Made in Italy alimentare.
Dei 246 miliardi di benefici stimati, 67,8 miliardi sono già osservabili nell’arco dei prossimi tre anni, mentre altri 178 miliardi emergeranno nel medio-lungo periodo attraverso maggiore competitività, occupazione qualificata e presidio dei mercati internazionali. L’Osservatorio evidenzia così una discontinuità rispetto alla fase precedente: tra il 2010 e il 2022 il sostegno pubblico all’agricoltura era rimasto sostanzialmente stabile, con una media annua non superiore a 12,4 miliardi di euro.
«L’Osservatorio», ha commentato Valerio De Molli, managing partner e Ceo di The European House - Ambrosetti e Teha Group, «ha analizzato un contesto internazionale nel quale emerge un divario significativo nel livello di sostegno pubblico: negli Stati Uniti il budget dell’Usda rappresenta il 40,1% del fatturato agricolo, quasi quattro volte in più del 10,4% garantito dalla Politica agricola comune europea. Il rafforzamento delle politiche nazionali, letto attraverso dati omogenei e misurabili, è quindi una leva decisiva per sostenere competitività, resilienza e autonomia strategica dell’agroalimentare italiano».
Nel triennio 2023-2025 le politiche agricole e industriali sono state classificate da Teha in sette linee di intervento, che riflettono una scelta politica precisa: sostenere la capacità produttiva, accompagnare l’innovazione, difendere il potere d’acquisto e promuovere l’identità agroalimentare italiana. Il sostegno alla capacità produttiva delle filiere strategiche concentra 6,1 miliardi di euro, mentre innovazione tecnologica e autonomia energetica mobilitano 5,6 miliardi. Seguono il sostegno al consumo, con 3,6 miliardi, la sicurezza alimentare, con 1,1 miliardi, e l’imprenditoria giovanile, con 0,4 miliardi destinati al ricambio generazionale.
Il settore agroalimentare resta, insomma, tra i principali motivi di orgoglio del Made in Italy nel mondo. Nel 2024 ha fatturato 269,9 miliardi di euro, di cui 193 miliardi generati dall’industria Food&Beverage e 76 miliardi dal comparto agricolo, con una crescita del 42% rispetto al 2015. Il valore aggiunto, pari a 81,6 miliardi, colloca l’agroalimentare al primo posto tra i comparti manifatturieri italiani.
Anche l’export conferma la forza del comparto. Nel 2025 le esportazioni agroalimentari hanno raggiunto il record storico di 72,5 miliardi di euro, quasi il doppio rispetto al 2015 e il 5% in più sul 2024, nonostante l’introduzione di dazi negli Stati Uniti. L’Italia è inoltre prima nell’Ue-27 per valore aggiunto del comparto agricolo, pari a 44,2 miliardi di euro, mentre l’incidenza dell’agroalimentare sul Pil nazionale ha raggiunto il record ventennale del 4,2%.
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Il decreto ministeriale sarà in Gazzetta ufficiale oggi, visto che la domenica non sono previste pubblicazioni. A differenza delle prime edizioni che prevedevano una sforbiciata stabilita preventivamente (nell’ultimo round pari a 6 centesimi per la benzina e 10 per il diesel), questa volta il meccanismo è quello delle accise mobili, ovvero legate a doppio filo all’extra-gettito Iva determinato dai ricari. Il ministero dell’Economia verificherà le maggiori entrate Iva del mese precedente per effetto del rincaro dei carburanti, e sfrutterà il saldo attivo di cassa per abbassare le accise. Questa formula è in linea con le indicazioni della Commissione Ue che ha negato la flessibilità rispetto ai vincoli di bilancio per il taglio delle accise. Il contenimento delle imposte sui carburanti sarebbe possibile perché l’utilizzo dell’extra gettito Iva non fa aumentare il deficit. Quindi è una misura che si autofinanzia. Il meccanismo delle accise mobili verrebbe attivato dopo la prima settimana di ogni mese quando è contabilizzata la cifra del periodo precedente.
Da notare che i recenti cali dei carburanti potrebbero portare un extra-gettito inferiore ai 190 milioni, quantificati in occasione dell’ultimo intervento. Ne consegue che un eventuale nuovo taglio sulla base di un’accisa mobile sarebbe più basso di quello attuale ma con impatto immutato per le tasche dei conducenti, in quanto riparametrato sulla base anche delle oscillazioni del mercato. Il tutto in linea anche con il progressivo esaurimento dello sconto che è comunque nei piani del governo. Tramontata invece l’ipotesi del vaucher per i meno abbienti, circolata nei giorni scorsi, ma che non avrebbe incontrato il favore di tutta la maggioranza con la Lega contraria.
Sempre ieri il ministro dei Trasporti, Matteo Salvini, ha rilanciato l’idea di colpire gli extraprofitti delle banche. «Andate a vedere la trimestrale di Unicredit e Intesa Sanpaolo», ha esortato il vicepremier. «Le prime due banche italiane chiuderanno quest’anno di difficoltà per la stragrande maggioranza delle famiglie e imprese, con 20 miliardi di utile. La Lega chiederà agli istituti che stanno facendo guadagni e profitti senza precedenti un contributo alla crescita economica del Paese. Sono convinto che il governo e la Lega su questo saranno intransigenti». Non risulta però all’ordine del giorno dell’esecutivo un nuovo intervento sul tema come quello introdotto con l’ultima manovra. Ora il focus è comprendere come tradurre in misure i margini di flessibilità concessi dall’Ue per spendere 14 miliardi (in tre anni) al fine di mitigare gli impatti dei rincari dell’energia. «Aspettiamo di leggere come si possono spendere questi soldi nostri e che tipo di paletti ci sono», ha sottolineato Salvini, dicendo di averne parlato con il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti. Tra possibili soluzioni, ci sono quelle di introdurre bonus carburanti e altri tipi di benefit ma attraverso le imprese, che potranno riconoscerli ai dipendenti, con agevolazioni fiscali. L’obiettivo è focalizzare gli interventi sui lavoratori del ceto medio, e anche in quest’ottica sono state finora accantonate ipotesi come quella di un contributo attraverso la «Carta dedicata a te». E comunque le risorse esigue per ora a disposizione avrebbero spinto a non accelerare per evitare interventi di impatto minimo.
«La cosa migliore sarebbe incentivare gli investimenti delle imprese in rinnovabili, subito. Non dateli in giro», suggerisce al governo l’ex presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, su come sfruttare la flessibilità.
Lo sconto sulle accise secondo le associazioni dei consumatori è necessario per sostenere le famiglie che in assenza si ritroverebbero con rincari pari a circa 3 euro per un pieno di benzina verde e di 6 per il diesel. Si avrebbe infatti un aumento dei costi alla pompa di circa 6 centesimi al litro per la benzina e di circa 12 centesimi per il diesel.
Tajani, dalla platea del convegno dei giovani imprenditori di Confindustria a Rapallo, ha sottolineato che i provvedimenti sulle accise «sono molto costosi e possono durare per uno, due mesi». L’ultimo decreto aveva utilizzato 191,2 milioni, ma allora il gasolio godeva del taglio più generoso da 24,4 centesimi al litro. Ora potrebbero bastare somme più contenute, per mantenere i prezzi sotto o intorno alla soglia psicologica dei 2 euro al litro (giovedì il costo medio del gasolio era a 1,988 euro al litro e a 1,93 euro per la benzina).
«Dobbiamo abbassare i costi per le famiglie e per le imprese», ha detto Tajani e ha rilanciato la proposta di un mercato unico dell’energia.
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Silvio Berlusconi (Ansa)
Ieri, tra i cronisti, circolavano trascrizioni confuse del decreto che lasciavano una sola certezza: le indagini non sono finite. In quelle righe recuperate da un documento quasi illeggibile si evincerebbe che i pm non si sarebbero giocati tutte le cartucce e ci sarebbero ancora piste da battere. Come quella legata a un ex carabiniere del Ros di stanza a Milano che «avrebbe assistito a incontri» e che «potrebbe essere a conoscenza di circostanze che avrebbe appreso» per motivi di servizio sulle figure di Silvio Berlusconi e l’ex comandante del Ros Mario Mori.
Si preannuncia così l’ennesima sarabanda di rivelazioni e suggestioni sul tema delle stragi. Ma questo comporterà altre investigazioni e, di conseguenza, ulteriori costi. Come se quanto speso in trent’anni d’indagini non fosse più che sufficiente. L’insieme degli otto procedimenti aperti e chiusi contro Berlusconi e Dell’Utri, presunti mandanti delle stragi mafiose, hanno comportato costi sicuramente alti per lo Stato. L’ipotesi di una cifra compresa tra i 15 e i 25 milioni di euro è stata indicata «a spanne» alla Verità da un ex procuratore della Repubblica. Il quale ha suddiviso la sua stima in cinque voci.
La prima e più onerosa riguarda le intercettazioni telefoniche, ambientali e telematiche. Tali captazioni richiedono strumentazioni sofisticate, canoni giornalieri da corrispondere alle società che forniscono i software e i macchinari, migliaia di ore di ascolto e trascrizione da parte della polizia giudiziaria o di periti giurati. Per filoni d’indagine che durano anni, questa voce oscilla facilmente tra i 5 e i 10 milioni di euro complessivi per l’intera serie di inchieste. La seconda voce più alta riguarderebbe il costo del personale (dai 5 ai 7 milioni di euro), ovvero delle ore/lavoro dedicate alle indagini dai magistrati e dalle forze dell’ordine. Otto successive inchieste hanno comportato l’impiego di pool di magistrati, segreterie, sezioni della Direzione investigativa antimafia o reparti speciali, impegnati per mesi o anni esclusivamente nella lettura e stesura di atti o nella redazione di informative.
A questo vanno aggiunte le spese per le trasferte (viaggio, vitto e alloggio) di pm e investigatori per interrogatori, audizioni, riscontri o notifiche, ma anche i costi logistici per lo spostamento in sicurezza dei detenuti o dei testimoni (i procedimenti hanno visto il coinvolgimento di numerosi collaboratori di giustizia dislocati in varie regioni d’Italia). Una stima prudenziale per trent’anni di missioni incrociate tra Toscana, Sicilia, Roma e istituti penitenziari sarebbe tra 1,5 e 3 milioni di euro.
Ci sono, infine, le spese per perizie, consulenze tecniche e traduzioni.
In indagini di questa portata, i magistrati si avvalgono costantemente di esperti per perizie foniche e pulizia di nastri e file registrati dentro e fuori il carcere, ma anche di analisi documentali, storiche e patrimoniali. Ciascuna di queste consulenze comporta parcelle da decine o centinaia di migliaia di euro. Sull’arco di trent’anni, la spesa stimata si aggira tra 1 e 2 milioni di euro.
Nel computo finale rientrano anche spese vive di cancelleria, digitalizzazione degli atti e notifica degli stessi alle parti coinvolte. Parliamo di montagne di documenti e centinaia di migliaia di euro di costi.
Un conto che è stato saldato, a partire dal 1996, dal ministero della Giustizia, vale a dire dai contribuenti italiani. Chissà quanto denaro dovremo sganciare ancora prima di vedere la fine di questa telenovela giudiziaria.
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