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2023-02-05
Bombe carta, aggressioni alla polizia. Roma assediata dai vandali anarchici
Ansa
Gli anarchici che vorrebbero strappare Alfredo Cospito dal 41 bis hanno sfilato con le loro bandiere nere e rosse per la Capitale. Il bilancio: fermi e feriti. «Alcuni compagni sono stati fermati e altri due sono rimasti feriti. Appena capiremo la loro sorte il corteo sarà sciolto», urla a fine serata uno degli agitatori al microfono di Largo Preneste.
I manifestanti, circa 800 secondo i conti della Questura, hanno aperto il loro corteo non autorizzato in piazza Vittorio con l’intenzione, almeno quella annunciata, di raggiungere la zona di Roma Est per poi andare verso il Pigneto. Ad aprire la manifestazione c’era Pasquale Lello Valitutti, 75 anni, l’uomo che sostiene di essere stato l’ultimo a vedere l’anarchico Giuseppe Pinelli prima del tragico volo dal quarto piano della Questura di Milano il 15 dicembre 1969, con la sua sedia a rotelle. Ha precisato di parlare a titolo personale: «Faremo di tutto affinché Alfredo non muoia». Mentre parlava i manifestanti hanno cercato di impedire che le telecamere lo riprendessero. Davanti a lui c’erano solo una cinquantina di persone. Poi, però, il corteo si è ingrossato. E di tanto. Verso Porta Maggiore era già un fiume umano. Una decina di partecipanti, vestiti di nero e con il volto coperto ha cominciato a lanciare bottiglie e fumogeni contro il cordone delle forze dell’ordine e i blindati messi a protezione di una concessionaria della Fiat. Tra fumogeni rossi e cori contro le istituzioni la folla è andata avanti, mentre i negozi abbassavano le saracinesche per evitare danni. «Manifestiamo per un amico e faremo tutto il possibile per salvarlo», dicono i manifestanti al microfono, «Alfredo è l’esempio di un comportamento indecente dello Stato, non doveva andare al 41 bis. Non ha commesso l’attentato di cui lo accusano. Alfredo è al 41 bis perché è un combattente rivoluzionario».
Preso di mira anche il presidente Sergio Mattarella: «Abbiamo un presidente della Repubblica in odore di mafia», ha urlato un manifestante. «Abbiamo un primo ministro da cui sono usciti i più efferati assassini, è dalla famiglia della Meloni che escono gli assassini di piazza Fontana, e ora stanno assassinando Alfredo, che è gente nostra, è uno di noi». L’incitatore col megafono ha subito ottenuto risposta dal suo popolo: «Fuori Alfredo dal 41 bis, pagherete tutto, pagherete caro». Il popolo della A cerchiata già immagina Cospito come un martire: «Se Alfredo muore bandiere nere al vento, se muore un compagno ne nascono altri cento». Dopo l’esplosione di una bomba carta sotto al ponte della tangenziale sono iniziate le tensioni più forti con le forze dell’ordine, che sono state registrate su via Prenestina, all’altezza del civico 54, davanti alla sede di Atac: i manifestanti hanno danneggiato una macchina della vigilanza privata, incendiato una cabina elettrica e mandato in frantumi i vetri di una fermata dell’autobus. Numerosi i petardi esplosi e i lanci di bottiglie, indirizzate sia alla polizia sia ai giornalisti. Tre fermati (sono stati portati in Questura per l’identificazione, ma la loro posizione ieri sera non era ancora stata valutata in pieno e, quindi, non sono stati emessi provvedimenti): erano incappucciati e vestiti di nero. È a questo punto che le forze dell’ordine hanno stoppato le azioni. In due sono rimasti feriti. Qui dal microfono, per tentare di riportare la calma, qualcuno ha spiegato: «Siamo in mezzo alla nostra gente, con le persone che vediamo tutti i giorni». Il vialone era cinturato dagli agenti e l’assenza di vie di fuga, ribadita anche attraverso gli altoparlanti, deve aver fatto desistere i più facinorosi da azioni eclatanti. Da una barricata tirata su con bidoni per l’immondizia sono volate delle bottiglie contro gli agenti. Per evitare che la situazione degenerasse, a quel punto, sono partite delle cariche di alleggerimento.
Mentre a piazzale Prenestino un gruppo di manifestanti a volto coperto è stato fatto arretrare da un blindato. Alla vista del mezzo che avanzava il gruppetto si è dileguato. Bloccata da un presidio anarchico la rampa della Tangenziale, che è stata chiusa. Il resto della manifestazione è tutto uno slogan: «Il carcere uccide, lo stato tortura, contro il 41 bis ed ergastolo». Ma anche «contro padroni e stato di polizia, solidarietà con chi si ribella». Gli striscioni affissi sui cancelli del giardino di piazza Vittorio vengono ripresi dalle telecamere e immortalati dai fotografi. Durante il corteo sui muri è comparsa qualche scritta con lo spy nero: «La Russa boia» e «Alfredo libero».
Poi una sfilza di cartelli contro il sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro, e il vicepresidente del Copasir, Giovanni Donzelli. C’erano diverse realtà dell’antagonismo romano, tra centri sociali e collettivi studenteschi, ma anche alcuni esponenti del movimento No green pass. Dai microfoni sono partite accuse alla stampa per aver accostato il movimento anarchico alla mafia. Sul furgone, usato per gli interventi al microfono, è stato piazzato un cartellone che ricorda le stragi di piazza Fontana, di Brescia, dell’Italicus, di piazza Bologna, del Rapido 904 e dei migranti nel Mediterraneo: «Stragista è lo Stato». Piove, governo ladro.
Sassaiola contro gli agenti a Opera
Dopo aver lanciato un gavettone e monetine contro i giornalisti e fumogeni e sassi all’interno del carcere di Opera, il più grande istituto di pena italiano, con 1.400 detenuti di cui 1.300 con condanna definitiva, gli squatter anarchici che manifestano per un salvacondotto dal 41 bis per il loro compagno bombarolo arruffapopoli Alfredo Cospito, detenuto proprio lì, al Sai, il braccio per i detenuti affetti da patologie, hanno chiuso la manifestazione, non comunicata alla Questura, con fuochi d’artificio.
Allo scoccare della terza ora dall’avvio del presidio, mentre tramontava il sole sull’istituto penitenziario, un gruppetto di manifestanti ha dato fuoco alle polveri proprio sul prato che costeggia la struttura detentiva. «Fuori tutti dalle galere, dentro nessuno, solo macerie». Con questo slogan gli anarchici hanno salutato i detenuti. Poi si sono allontanati alla spicciolata. Provenivano dal Nord Italia (Lecco, Como, Torino, Genova, Trento, Bologna) e dalla Svizzera, come segnalato dalle forze dell’ordine, e alla fine se ne sono contati circa 300. Come in altre mille proteste del movimento della A cerchiata, gli obiettivi sono stati giornalisti e rappresentanti dello Stato. Ai primi hanno dedicato un «fate schifo, lavorate sulla pelle della gente. Giornalisti servi di Questure e ministeri. Poi vi lamentate se vi arrivano le pietre». E a quel punto si sono scagliati contro una delle reti di protezione dell’istituto di pena e hanno lanciato all’interno fumogeni, sassi e bombe carta. Una sassaiola è partita anche contro le forze dell’ordine e i giornalisti. Per far sentire ai detenuti la loro presenza qualcuno si è messo a colpire con pezzi di ferro la rete esterna al camminamento della ronda che cintura il penitenziario.
Un gruppetto ha cercato di raggiungere l’ala a Nord Ovest della struttura ed è arrivato fino quasi alla prima recinzione esterna. Da lì sono partite pietre e petardi contro gli agenti della polizia penitenziaria che presidiavano quella fascia. Ai poliziotti è arrivato qualche sputo. Ma gli insulti non si contavano. E poi ancora vecchi slogan dell’area antagonista: «Galere e Cpr (i Centri per il rimpatrio, ndr) non non ne vogliamo più, colpo su colpo le tireremo giù». Anche quella dei Cpr, che definiscono dei lager, è uno dei cavalli di battaglia dell’area. Con gli investigatori, soprattutto in Trentino e a Torino, che hanno registrato più di un tentativo di entrare in contatto con gli immigrati da espellere, nel tentativo di radicalizzarli alla lotta insurrezionalista. La colonna sonora amplificata da megafoni e casse audio è tutta dedicata a Niko Pandetta, il trapper neomelodico catanese (4 anni per spaccio ed evasione) detenuto a Opera, con le sue hit Scappo, vado via e Pistole nella Fendi. Ma i dj dell’anarchia hanno alzato il volume mentre passavano Senza giacca e cravatta di Nino D’Angelo. Ovviamente non poteva mancare uno striscione contro il 41 bis. C’era anche Simone Ficicchia, esponente degli ultrà ambientalisti di Ultima generazione, per il quale era stata chiesta la sorveglianza dopo l’imbrattata di vernice sulla Scala di Milano lo scorso 7 dicembre.
«Sono qui come individuo», ha detto ai giornalisti, «perché c’è una persona che sta facendo uno sciopero della fame, una azione assolutamente non violenta, contro un regime assolutamente inumano come quello del 41 bis e dell’ergastolo ostativo». Poi ha tentato un distinguo: «Per quanto non abbracciamo gli stessi metodi di lotta, per me, come persona che ha vissuto forme di repressione, sicuramente molto più leggere ma allo stesso tempo sproporzionate per quello che sono le azioni non violente di Ultima generazione, è importante portare la mia solidarietà». E ha precisato: «Abbiamo idee diverse su come si portino avanti le lotte, ma c’è una totale unità di vedute rispetto a quello che sta accadendo ad Alfredo e a ogni lotta in questo Paese».
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Caos al corteo non autorizzato nella Capitale: i fanatici della A cerchiata hanno distrutto auto e arredi urbani, assalendo le forze dell’ordine. Slogan deliranti contro Sergio Mattarella, Ignazio La Russa e Giorgia Meloni: «Lo Stato è stragista».Sassaiola contro gli agenti a Opera. I rivoltosi tentano l’incursione nel carcere milanese dov’è detenuto il loro beniamino. Presente pure l’ecologista che aveva imbrattato la Scala: «Sono vittima di repressione».Lo speciale contiene due articoli.Gli anarchici che vorrebbero strappare Alfredo Cospito dal 41 bis hanno sfilato con le loro bandiere nere e rosse per la Capitale. Il bilancio: fermi e feriti. «Alcuni compagni sono stati fermati e altri due sono rimasti feriti. Appena capiremo la loro sorte il corteo sarà sciolto», urla a fine serata uno degli agitatori al microfono di Largo Preneste. I manifestanti, circa 800 secondo i conti della Questura, hanno aperto il loro corteo non autorizzato in piazza Vittorio con l’intenzione, almeno quella annunciata, di raggiungere la zona di Roma Est per poi andare verso il Pigneto. Ad aprire la manifestazione c’era Pasquale Lello Valitutti, 75 anni, l’uomo che sostiene di essere stato l’ultimo a vedere l’anarchico Giuseppe Pinelli prima del tragico volo dal quarto piano della Questura di Milano il 15 dicembre 1969, con la sua sedia a rotelle. Ha precisato di parlare a titolo personale: «Faremo di tutto affinché Alfredo non muoia». Mentre parlava i manifestanti hanno cercato di impedire che le telecamere lo riprendessero. Davanti a lui c’erano solo una cinquantina di persone. Poi, però, il corteo si è ingrossato. E di tanto. Verso Porta Maggiore era già un fiume umano. Una decina di partecipanti, vestiti di nero e con il volto coperto ha cominciato a lanciare bottiglie e fumogeni contro il cordone delle forze dell’ordine e i blindati messi a protezione di una concessionaria della Fiat. Tra fumogeni rossi e cori contro le istituzioni la folla è andata avanti, mentre i negozi abbassavano le saracinesche per evitare danni. «Manifestiamo per un amico e faremo tutto il possibile per salvarlo», dicono i manifestanti al microfono, «Alfredo è l’esempio di un comportamento indecente dello Stato, non doveva andare al 41 bis. Non ha commesso l’attentato di cui lo accusano. Alfredo è al 41 bis perché è un combattente rivoluzionario». Preso di mira anche il presidente Sergio Mattarella: «Abbiamo un presidente della Repubblica in odore di mafia», ha urlato un manifestante. «Abbiamo un primo ministro da cui sono usciti i più efferati assassini, è dalla famiglia della Meloni che escono gli assassini di piazza Fontana, e ora stanno assassinando Alfredo, che è gente nostra, è uno di noi». L’incitatore col megafono ha subito ottenuto risposta dal suo popolo: «Fuori Alfredo dal 41 bis, pagherete tutto, pagherete caro». Il popolo della A cerchiata già immagina Cospito come un martire: «Se Alfredo muore bandiere nere al vento, se muore un compagno ne nascono altri cento». Dopo l’esplosione di una bomba carta sotto al ponte della tangenziale sono iniziate le tensioni più forti con le forze dell’ordine, che sono state registrate su via Prenestina, all’altezza del civico 54, davanti alla sede di Atac: i manifestanti hanno danneggiato una macchina della vigilanza privata, incendiato una cabina elettrica e mandato in frantumi i vetri di una fermata dell’autobus. Numerosi i petardi esplosi e i lanci di bottiglie, indirizzate sia alla polizia sia ai giornalisti. Tre fermati (sono stati portati in Questura per l’identificazione, ma la loro posizione ieri sera non era ancora stata valutata in pieno e, quindi, non sono stati emessi provvedimenti): erano incappucciati e vestiti di nero. È a questo punto che le forze dell’ordine hanno stoppato le azioni. In due sono rimasti feriti. Qui dal microfono, per tentare di riportare la calma, qualcuno ha spiegato: «Siamo in mezzo alla nostra gente, con le persone che vediamo tutti i giorni». Il vialone era cinturato dagli agenti e l’assenza di vie di fuga, ribadita anche attraverso gli altoparlanti, deve aver fatto desistere i più facinorosi da azioni eclatanti. Da una barricata tirata su con bidoni per l’immondizia sono volate delle bottiglie contro gli agenti. Per evitare che la situazione degenerasse, a quel punto, sono partite delle cariche di alleggerimento.Mentre a piazzale Prenestino un gruppo di manifestanti a volto coperto è stato fatto arretrare da un blindato. Alla vista del mezzo che avanzava il gruppetto si è dileguato. Bloccata da un presidio anarchico la rampa della Tangenziale, che è stata chiusa. Il resto della manifestazione è tutto uno slogan: «Il carcere uccide, lo stato tortura, contro il 41 bis ed ergastolo». Ma anche «contro padroni e stato di polizia, solidarietà con chi si ribella». Gli striscioni affissi sui cancelli del giardino di piazza Vittorio vengono ripresi dalle telecamere e immortalati dai fotografi. Durante il corteo sui muri è comparsa qualche scritta con lo spy nero: «La Russa boia» e «Alfredo libero».Poi una sfilza di cartelli contro il sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro, e il vicepresidente del Copasir, Giovanni Donzelli. C’erano diverse realtà dell’antagonismo romano, tra centri sociali e collettivi studenteschi, ma anche alcuni esponenti del movimento No green pass. Dai microfoni sono partite accuse alla stampa per aver accostato il movimento anarchico alla mafia. Sul furgone, usato per gli interventi al microfono, è stato piazzato un cartellone che ricorda le stragi di piazza Fontana, di Brescia, dell’Italicus, di piazza Bologna, del Rapido 904 e dei migranti nel Mediterraneo: «Stragista è lo Stato». 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Allo scoccare della terza ora dall’avvio del presidio, mentre tramontava il sole sull’istituto penitenziario, un gruppetto di manifestanti ha dato fuoco alle polveri proprio sul prato che costeggia la struttura detentiva. «Fuori tutti dalle galere, dentro nessuno, solo macerie». Con questo slogan gli anarchici hanno salutato i detenuti. Poi si sono allontanati alla spicciolata. Provenivano dal Nord Italia (Lecco, Como, Torino, Genova, Trento, Bologna) e dalla Svizzera, come segnalato dalle forze dell’ordine, e alla fine se ne sono contati circa 300. Come in altre mille proteste del movimento della A cerchiata, gli obiettivi sono stati giornalisti e rappresentanti dello Stato. Ai primi hanno dedicato un «fate schifo, lavorate sulla pelle della gente. Giornalisti servi di Questure e ministeri. Poi vi lamentate se vi arrivano le pietre». E a quel punto si sono scagliati contro una delle reti di protezione dell’istituto di pena e hanno lanciato all’interno fumogeni, sassi e bombe carta. Una sassaiola è partita anche contro le forze dell’ordine e i giornalisti. Per far sentire ai detenuti la loro presenza qualcuno si è messo a colpire con pezzi di ferro la rete esterna al camminamento della ronda che cintura il penitenziario. Un gruppetto ha cercato di raggiungere l’ala a Nord Ovest della struttura ed è arrivato fino quasi alla prima recinzione esterna. Da lì sono partite pietre e petardi contro gli agenti della polizia penitenziaria che presidiavano quella fascia. Ai poliziotti è arrivato qualche sputo. Ma gli insulti non si contavano. E poi ancora vecchi slogan dell’area antagonista: «Galere e Cpr (i Centri per il rimpatrio, ndr) non non ne vogliamo più, colpo su colpo le tireremo giù». Anche quella dei Cpr, che definiscono dei lager, è uno dei cavalli di battaglia dell’area. Con gli investigatori, soprattutto in Trentino e a Torino, che hanno registrato più di un tentativo di entrare in contatto con gli immigrati da espellere, nel tentativo di radicalizzarli alla lotta insurrezionalista. La colonna sonora amplificata da megafoni e casse audio è tutta dedicata a Niko Pandetta, il trapper neomelodico catanese (4 anni per spaccio ed evasione) detenuto a Opera, con le sue hit Scappo, vado via e Pistole nella Fendi. Ma i dj dell’anarchia hanno alzato il volume mentre passavano Senza giacca e cravatta di Nino D’Angelo. Ovviamente non poteva mancare uno striscione contro il 41 bis. C’era anche Simone Ficicchia, esponente degli ultrà ambientalisti di Ultima generazione, per il quale era stata chiesta la sorveglianza dopo l’imbrattata di vernice sulla Scala di Milano lo scorso 7 dicembre. «Sono qui come individuo», ha detto ai giornalisti, «perché c’è una persona che sta facendo uno sciopero della fame, una azione assolutamente non violenta, contro un regime assolutamente inumano come quello del 41 bis e dell’ergastolo ostativo». Poi ha tentato un distinguo: «Per quanto non abbracciamo gli stessi metodi di lotta, per me, come persona che ha vissuto forme di repressione, sicuramente molto più leggere ma allo stesso tempo sproporzionate per quello che sono le azioni non violente di Ultima generazione, è importante portare la mia solidarietà». E ha precisato: «Abbiamo idee diverse su come si portino avanti le lotte, ma c’è una totale unità di vedute rispetto a quello che sta accadendo ad Alfredo e a ogni lotta in questo Paese».
Ansa
La colpa è di quel trattato Mercosur che la Von der Leyen ha voluto a ogni costo per mostrare i muscoli a Donald Trump e fare gli interessi della Germania. Se ieri la protesta ha assunto i toni di una «lotta per la sopravvivenza» degli agricoltori sacrificati dalla Commissione sull’altare delle ambizioni di potenza dell’Ue, oggi il Parlamento potrebbe farla diventare un’aperta sconfessione dell’operato della baronessa. Ieri i deputati le hanno dato sostegno, congelando l’accordo commerciale tra Usa e Ue dopo le minacce americane di nuove tariffe doganali contro i Paesi che hanno dato sostegno alla Groenlandia, ma oggi potrebbero buttare a mare il Mercosur approvando l’invio del testo del trattato alla Corte di giustizia europea per verificare se quell’accordo è compatibile con le leggi istitutive dell’Ue.
Impaurita dalla possibilità che questo avvenga prima di partire per Davos, con una mossa del tutto irrituale, ma la baronessa ha ormai abituato a comportamenti molto disinvolti, ha convocato i capi dei raggruppamenti della sua maggioranza e ha ammonito: «Se salta il Mercosur, scordiamoci dell’Europa come protagonista globale». Che la posta in gioco sia altissima lo conferma il fatto che ieri a Davos, mentre i cittadini europei le gridavano «Vai a casa», ha ribadito: «L’accordo col Mercosur invia un messaggio forte al mondo, stiamo scegliendo il commercio equo rispetto ai dazi, la partnership rispetto all’isolamento, la sostenibilità rispetto allo sfruttamento. Il vecchio ordine non tornerà: l’Europa decisa e unita saprà rispondere».
Dal voto che si prefigura per oggi questa unità non si vede. Tanto Manfred Weber (Ppe) quanto Iratxe Garcia Perez (Pse) hanno provato a buttarla in politica: il voto di oggi è un voto anti Trump. Ma non è così. I 145 deputati che hanno presentato la mozione vogliono solo sapere se il trattato e i comportamenti della Commissione che ne conseguono sono legali. Lo sottolinea il fatto che l’iniziativa sia partita da Renew, il gruppo a cui fa capo Emmanuel Macron ed è sostenuta «per nazioni» e non per appartenenza politica da austriaci, polacchi, irlandesi e ungheresi. Perciò i numeri dicono che la mozione potrebbe passare. Se così fosse, il Mercosur andrebbe in parcheggio per almeno due anni. Giusto il tempo per trovare le risposte che ieri gli agricoltori hanno chiesto con la loro protesta.
Sono arrivati in massa dalla Francia e dalla Polonia, dal Belgio e dall’Italia con tutte le confederazioni mobilitate. La Coldiretti ha portato migliaia di agricoltori, così ha fatto la Cia, mentre la Confagricoltura, con il suo presidente, guida il «sindacato» europeo. Il leader della Cia, Cristiano Fini, è stato chiarissimo: «Accetteremo il Mercosur solo alle nostre condizioni», e poi ha offerto delle cifre su cui meditare. Stante l’accordo così com’è, «sono a rischio oltre 40.000 posti di lavoro in Europa» e ci sono alcuni settori come zootecnia, riso, zucchero dove si avrà un’invasione di produzioni sudamericane. Ancora più dura la reazione di Ettore Prandini, presidente di Coldiretti: «La deriva autocratica e ideologica imposta da Ursula von der Leyen sta uccidendo l’agricoltura europea e mettendo a rischio la sovranità alimentare del continente. La Commissione Von der Leyen ha trasformato l’agricoltura in un laboratorio ideologico gestito da tecnocrati che ignorano i territori produttivi, scaricano costi e vincoli sulle imprese europee e spalancano i mercati alla concorrenza sleale globale». Vincenzo Gesmundo, che di Coldiretti è segretario generale, insiste: «Siamo qui con i nostri agricoltori e a fianco degli agricoltori francesi della Fnsa per chiedere di fermare le importazioni sleali di cibi che non rispettano gli standard europei e mettono a rischio la salute dei cittadini e il reddito degli agricoltori».
A proposito di francesi, sarà il caso che qualcuno avverta Emmanuel Macron che dei minacciati superdazi americani su Champagne e vini d’Oltralpe i contadini francesi non accusano Donald Trump, ma il presidente francese incapace di trattare così com’è - secondo loro -incapace di fermare l’epidemia che sta decimando le mandrie. Quel «Von der Leyen go home» ha il sapore del vecchio maggio francese: ce n’est qu’un debut.. Perché i contadini restano mobilitati a Strasburgo - domani si vota la mozione di sfiducia alla baronessa proposta da Jordan Bardella con il gruppo dei Patriots e, sul fronte italiano, c’è una riedizione dell’intesa giallo-verde con Lega e Cinque stelle che l’appoggiano (insieme ad Avs) mentre Fdi, Fi e Pd sono intenzionati a «salvare» la Commissione. Fin quando non tramonta il Mercosur.
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(Totaleu)
Lo ha dichiarato l'europarlamentare della Lega durante un'intervista a margine della sessione Plenaria di Strasburgo.
Gianmarco Tamberi, ambassador di Eleventy. A destra, Marco Baldassari
Qual è la filosofia della nuova collezione?
«È una collezione che nasce da un bisogno profondo: quello di rallentare. Negli ultimi anni siamo stati travolti da ritmi frenetici, da una velocità continua imposta dal sistema moda e dalle campagne vendita. Tutto corre troppo. Questa collezione è un invito a un viaggio interiore, a una riconnessione con la natura, per ritrovare un equilibrio che oggi è fondamentale. Da qui nasce l’idea di un nuovo guardaroba ispirato alla natura, pensato per vivere il tempo all’aria aperta, per ascoltare il silenzio, ma allo stesso tempo perfettamente adattabile alla vita urbana. È la trasversalità che da sempre caratterizza Eleventy: capi che funzionano dalla mattina alla sera, in contesti diversi».
Questa ricerca di equilibrio si riflette anche nelle scelte cromatiche?
«Assolutamente sì. Abbiamo sentito il bisogno di “scurire” la palette. È stata una scelta consapevole: uscire dalla nostra zona di comfort. Per anni Eleventy è stato identificato con colori chiari, luminosi. Fino a cinque o sei anni fa eravamo tra i pochissimi a vendere il bianco d’inverno, il panna, i grigi chiari. Oggi però quell’area di gusto è diventata affollatissima: dal fast fashion ai grandi brand. Abbiamo sentito che era il momento di cambiare pelle, di tornare a essere speciali come lo siamo stati in passato».
Da qui la scelta di tonalità più profonde e sofisticate.
«Esatto. Ci siamo ispirati ancora una volta alla natura: il castagno, i marroni intensi, i grigi più scuri, i blu con declinazioni più particolari. Il bianco non scompare - resta sempre un passe-partout - ma diventa un accento, non più il centro del racconto».
Questo cambiamento serve anche a riaccendere il desiderio del consumatore?
«Sì, oggi mi sembra un po’ smarrito. Non è solo una questione di prezzi, il prodotto, in generale, si è appiattito. Per questo abbiamo lavorato su nuovi volumi, geometrie e modelli. Reinterpretare giacche, maglie, pantaloni è fondamentale per mantenere un senso di esclusività. Oggi il desiderio nasce solo se il cliente si sente unico».
In collezione compare anche un tessuto rarissimo: la vicuna.
«L’abbiamo inserita in un programma esclusivamente su misura. È uno dei tessuti più preziosi al mondo: l’animale vive a oltre 8.000 metri di altitudine e, dopo la tosatura, impiega due anni e mezzo per rigenerare il pelo. È rarissimo. Proprio per questo lo proponiamo solo in una selezione numerata di capi su misura. Il cliente sceglie il modello e accede a qualcosa di davvero esclusivo».
Quali sono oggi i mercati più forti per Eleventy?
«Gli Usa restano il mercato più solido: c’è un potere di spesa maggiore e una mentalità più orientata al consumo. Il Middle East continua a darci grandi soddisfazioni. Stiamo inoltre vedendo emergere India, Sud Africa, Brasile. La geografia del nostro cliente si sta ampliando, e questo è molto positivo».
Guardando al futuro, dove vede Eleventy?
«Ho sempre pensato Eleventy come un lifestyle, non solo abbigliamento. Da tempo ho nel cassetto l’idea di un hotel Eleventy: un luogo che esprima il nostro universo attraverso arredi, cucina sana, wellness, palestra. Un club dove tutto - dalle uniformi al cibo - racconti l’Italia e i nostri valori».
Quest’anno avete scelto per la prima volta un ambassador: Gianmarco Tamberi. Perché lui?
«Incarna perfettamente i nostri valori. Ci siamo conosciuti, abbiamo parlato e ho riconosciuto in lui la stessa storia: sacrificio, disciplina, costanza. Lui viene dal niente, io vengo dal niente. Entrambi sappiamo cosa significa prendere porte in faccia e rialzarsi. È uno sport individuale, durissimo anche dal punto di vista psicologico. I valori sono gli stessi che servono nel lavoro. Gianmarco rappresenta Eleventy non solo come atleta, ma come uomo: sano, coerente, autentico. Non potevo desiderare di meglio».
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«Steal - La Rapina» (Amazon Prime Video)
Pareva un giorno qualunque, quello alla Lochmill Capital, società d’investimento con delega alla gestione dei fondi pensione privati. Invece, l'ordinarietà della giornata è presto rotta dall'irruzione, negli uffici, di una banda di rapinatori. Chiedono, urlano. Costringono due dipendenti, Zara e l'amico Luke, ad eseguire ogni loro ordine, sottraendo a lavoratori impotenti i risparmi di una vita. Poi, se ne vanno, fuori da quei corridoi. Dietro di loro, solo una miriade di interrogativi. Chi mai lucrerebbe sulle fatiche di persone senza nome né colpa? Chi si addentrerebbe alla Lochmill Capital, correndo il rischio di essere facilmente individuato? Le domande non hanno risposta. Tormentano, però, l'ispettore deputato alle indagini, Rhys, un uomo provato dalle difficoltà del suo privato.
Steal - La Rapina si muove, dunque, su più binari, dando spazio tanto alla dinamica del furto quanto al racconto degli uomini e delle donne che ne sono rimasti coinvolti. L'ispettore capo Rhys, costretto a barcamenarsi tra i doveri e gli ostacoli della professione, mentre gestisce parimenti la propria ludopatia, una situazione economica di indigenza, la paura di perdere ogni cosa. Zara, interpretata da Sophie Turner, ex reginetta de Il Trono di Spade, qui alle prese con un complotto di dimensioni enormi. Luke, che gli eventi, suo malgrado, portano a dover indagare sui piani segreti e interessi contrastanti. Nessuno avrebbe scelto, consapevolmente, la vita improvvisa che gli è toccata in sorte. Ma, nella serie, seguirla e darle spazio è inevitabile, per il sollazzo di ogni amante del genere.
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