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2021-12-02
Gli «xenobot» si riproducono da soli: luminosa conquista o incubo catastrofico?
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Le cellule staminali degli xenobot provengono dalla rana africana xenopus laevis (IStock)
Prima gli alieni, ora i cyborg. Sarà che il Covid ci ha chiusi in casa, allontanato dai nostri cari, reso schiavi di un nemico invisibile, rendendoci quindi ipersensibili a paure ancestrali, ma di recente alcune grandi ossessioni letterarie e cinematografiche hanno fatto irruzione nella cronaca. Prima, come detto, è toccato agli extraterrestri: qualche mese fa una serie di notizie, mezze allusioni (anche, per esempio, da Barack Obama) e scoop più o meno farlocchi ha indotto l'opinione pubblica a credere che fossimo sull'orlo di un incontro ravvicinato del terzo tipo, al momento, comunque, ancora non pervenuto. Ora spuntano i robot in grado, niente di meno, di riprodursi da soli. La notizia, anche in questo caso, viene dall'America. Un team di ricercatori divisi tra l'università del Vermont, la Tufts e l'Istituto Wyss di Harvard ha pubblicato un ricerca in cui si porta all'attenzione del mondo la creazione degli xenobot, «una nuova classe di artefatti: un organismo vivente, programmabile», come spiegato da Josh Bongard, l'esperto di robotica della university of Vermont. Le notizie su questi «robot viventi», in realtà, risalgono a un anno fa.Il nome xenobot deriva da una rana africana - «xenopus laevis», meglio nota come xenopo liscio, anche se il nome richiama sinistramente anche lo xenomorfo di Alien... - da cui provengono le cellule staminali usate per la ricerca. Si tratta di esseri viventi lunghi pochi millimetri, che possono muoversi verso un obiettivo, autoripararsi dopo essere stato sezionati e all’occorrenza trasportare un piccolo carico. I ricercatori hanno utilizzato il supercomputer Deep Green dell’università del Vermont, su cui un algoritmo ha ipotizzato migliaia di modelli di nuove possibili forme di vita. Dopo aver selezionato le simulazioni più interessanti, gli studiosi sono passati ai test in vivo. Prima hanno raccolto cellule staminali da embrioni delle rane africane, poi le hanno separate in singole cellule e rimontate al microscopio secondo il progetto elaborato dal computer. Il risultato è un organismo vivente, ma progettato in laboratorio e non esistente in natura. Gli xenobot hanno subito mostrato di sapersi muovere in modo coerente e addirittura di potersi autoriparare. In questi giorni, la scoperta ancora più sorprendente: gli xenobot sanno riprodursi. Essi danno infatti in qualche modo vita a nuove cellule covate all’interno di una struttura morfologica che ricorda la pallina divora tutto di Pac Man, il famoso videogioco. Il fatto che questa tecnologia inedita – tenuta comunque sotto stretto controllo e per ora confinata in dei vetrini da laboratorio – sia stata finanziata dalla Darpa, l'agenzia statunitense che si occupa di sviluppare nuove tecnologie di utilizzo militare, può suscitare qualche legittimo dubbio (ma va ricordato come praticamente tutta la tecnologia, compresa quella più pacifica di uso quotidiano, sia nata in ambito militare). Ma sono soprattutto le inclinazioni etiche, filosofiche e metafisiche a colpire: se esiste una nuova specie, un essere vivente creato in laboratorio secondo schemi biologici mai visti prima in nessun altro organismo, che ne è dei piani divini? O, più laicamente, l'evoluzione cessa forse di rifarsi «al caso e alla necessità», come diceva il premio Nobel Jacques Monod, per diventare invece un fattore puramente volontaristico? E quale sarà lo status ontologico, biologico, giuridico di questi organismi, qualora dovessero proliferare e magari evolversi, diventare più complessi e addirittura intelligenti? Potranno diventare infestanti? Potranno sfuggire al nostro controllo? I film catastrofistihollywoodiani ci danno una risposta: tutto quello che potrà andar male, sicuramente lo farà. Gli xenobot cresceranno, si moltiplicheranno, accresceranno la loro dimensione, la loro forza, la loro coscienza. E avranno fame... La realtà tende tuttavia a essere diversa dai film hollywoodiani. Del resto non è detto che le tecnologie embrionali poi siano necessariamente destinate a crescere: magari il passaggio dai Pac Man di pochi millimetri a organismi più complessi si rivelerà più difficile del previsto. La verità è che tutte queste cose non le sappiamo. Di sicuro, a livello anche solamente filosofico, la creazione umana di una nuova specie che non assomiglia a nulla di già esistente ed è addirittura in grado di riprodursi da sola determina un interessante stress test per le nostre categorie concettuali, per esempio quelle legate all'umanismo, al nostro posto nel mondo, alla differenza tra uomo e animale e tra animale e cosa. C'è tutta un'architettura narrativa ed etica che viene rimessa in discussione. Se mettiamo gli xenobot accanto all'intelligenza artificiale, di cui si aspetta tra qualche anno il «decollo» in direzione della Singolarità, a tecnologie seminali come l'editing genetico e magari pure agli alieni, vediamo bene come l'uomo così come lo conoscevamo stia cessando di essere la soluzione. E forse presto diventerà il problema. Continua a leggereRiduci
Dopo l'arrivo degli alieni annunciato anche da Barack Obama, una nuova ossessione sta facendo il giro del mondo: quella per i robot replicanti, programmabili e pari ad organismi viventi divulgata da illustri atenei americani. Importante invenzione o incubo che potrebbe mettere in discussione il ruolo dell'essere umano? Prima gli alieni, ora i cyborg. Sarà che il Covid ci ha chiusi in casa, allontanato dai nostri cari, reso schiavi di un nemico invisibile, rendendoci quindi ipersensibili a paure ancestrali, ma di recente alcune grandi ossessioni letterarie e cinematografiche hanno fatto irruzione nella cronaca. Prima, come detto, è toccato agli extraterrestri: qualche mese fa una serie di notizie, mezze allusioni (anche, per esempio, da Barack Obama) e scoop più o meno farlocchi ha indotto l'opinione pubblica a credere che fossimo sull'orlo di un incontro ravvicinato del terzo tipo, al momento, comunque, ancora non pervenuto. Ora spuntano i robot in grado, niente di meno, di riprodursi da soli. La notizia, anche in questo caso, viene dall'America. Un team di ricercatori divisi tra l'università del Vermont, la Tufts e l'Istituto Wyss di Harvard ha pubblicato un ricerca in cui si porta all'attenzione del mondo la creazione degli xenobot, «una nuova classe di artefatti: un organismo vivente, programmabile», come spiegato da Josh Bongard, l'esperto di robotica della university of Vermont. Le notizie su questi «robot viventi», in realtà, risalgono a un anno fa.Il nome xenobot deriva da una rana africana - «xenopus laevis», meglio nota come xenopo liscio, anche se il nome richiama sinistramente anche lo xenomorfo di Alien... - da cui provengono le cellule staminali usate per la ricerca. Si tratta di esseri viventi lunghi pochi millimetri, che possono muoversi verso un obiettivo, autoripararsi dopo essere stato sezionati e all’occorrenza trasportare un piccolo carico. I ricercatori hanno utilizzato il supercomputer Deep Green dell’università del Vermont, su cui un algoritmo ha ipotizzato migliaia di modelli di nuove possibili forme di vita. Dopo aver selezionato le simulazioni più interessanti, gli studiosi sono passati ai test in vivo. Prima hanno raccolto cellule staminali da embrioni delle rane africane, poi le hanno separate in singole cellule e rimontate al microscopio secondo il progetto elaborato dal computer. Il risultato è un organismo vivente, ma progettato in laboratorio e non esistente in natura. Gli xenobot hanno subito mostrato di sapersi muovere in modo coerente e addirittura di potersi autoriparare. In questi giorni, la scoperta ancora più sorprendente: gli xenobot sanno riprodursi. Essi danno infatti in qualche modo vita a nuove cellule covate all’interno di una struttura morfologica che ricorda la pallina divora tutto di Pac Man, il famoso videogioco. Il fatto che questa tecnologia inedita – tenuta comunque sotto stretto controllo e per ora confinata in dei vetrini da laboratorio – sia stata finanziata dalla Darpa, l'agenzia statunitense che si occupa di sviluppare nuove tecnologie di utilizzo militare, può suscitare qualche legittimo dubbio (ma va ricordato come praticamente tutta la tecnologia, compresa quella più pacifica di uso quotidiano, sia nata in ambito militare). Ma sono soprattutto le inclinazioni etiche, filosofiche e metafisiche a colpire: se esiste una nuova specie, un essere vivente creato in laboratorio secondo schemi biologici mai visti prima in nessun altro organismo, che ne è dei piani divini? O, più laicamente, l'evoluzione cessa forse di rifarsi «al caso e alla necessità», come diceva il premio Nobel Jacques Monod, per diventare invece un fattore puramente volontaristico? E quale sarà lo status ontologico, biologico, giuridico di questi organismi, qualora dovessero proliferare e magari evolversi, diventare più complessi e addirittura intelligenti? Potranno diventare infestanti? Potranno sfuggire al nostro controllo? I film catastrofistihollywoodiani ci danno una risposta: tutto quello che potrà andar male, sicuramente lo farà. Gli xenobot cresceranno, si moltiplicheranno, accresceranno la loro dimensione, la loro forza, la loro coscienza. E avranno fame... La realtà tende tuttavia a essere diversa dai film hollywoodiani. Del resto non è detto che le tecnologie embrionali poi siano necessariamente destinate a crescere: magari il passaggio dai Pac Man di pochi millimetri a organismi più complessi si rivelerà più difficile del previsto. La verità è che tutte queste cose non le sappiamo. Di sicuro, a livello anche solamente filosofico, la creazione umana di una nuova specie che non assomiglia a nulla di già esistente ed è addirittura in grado di riprodursi da sola determina un interessante stress test per le nostre categorie concettuali, per esempio quelle legate all'umanismo, al nostro posto nel mondo, alla differenza tra uomo e animale e tra animale e cosa. C'è tutta un'architettura narrativa ed etica che viene rimessa in discussione. Se mettiamo gli xenobot accanto all'intelligenza artificiale, di cui si aspetta tra qualche anno il «decollo» in direzione della Singolarità, a tecnologie seminali come l'editing genetico e magari pure agli alieni, vediamo bene come l'uomo così come lo conoscevamo stia cessando di essere la soluzione. E forse presto diventerà il problema.
A finire sotto pressione sono stati i Gilt, i titoli di Stato britannici. «Sull’obbligazionario britannico avevamo visto segnali di stabilizzazione importanti, ma le tensioni internazionali hanno rimescolato le carte in modo brutale», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf. «Quello che doveva essere l’anno del grande allentamento monetario si è trasformato in un nuovo stress test sui rendimenti, con i tassi di interesse che hanno subito un’impennata vertiginosa, facendo scendere i prezzi delle obbligazioni».
Gli Etf sui governativi inglesi hanno accusato cali fra il -3,7% e il -4,5%, con punte di 7% sulle scadenze più lunghe. Il rendimento del decennale è tornato oltre il 5,1%, ai massimi dalla crisi del 2008.
A pesare non è solo il petrolio, ma la politica. Il governo laburista di Keir Starmer, nato con la promessa di riportare serietà a Westminster, si trova indebolito dalle ricadute dello scandalo Epstein. «L’instabilità politica è tornata a essere un fattore di rischio primario», osserva Gaziano. «I mercati reagiscono con estrema sensibilità quando percepiscono un vuoto di potere. Lo scandalo Epstein non è solo una questione di cronaca, ma un colpo alla stabilità di un governo già sotto pressione per la gestione economica».
La Borsa di Londra ha mostrato maggiore tenuta. «In un mondo incerto, i giganti dell’energia e delle materie prime, che abbondano a Londra, hanno agito parzialmente da paracadute», osserva Gaziano. Ma la spaccatura interna si allarga: se il Ftse 100 regge grazie alle multinazionali, il Ftse 250, più esposto all’economia domestica, soffre molto di più.
Il nodo, però, è anche strutturale. «il Regno Unito sconta una rigidità strutturale che l’Europa continentale ha in parte superato», spiega Salvatore Gaziano, «Mentre Germania e Francia hanno imparato a diversificare le scorte e gestire meglio i picchi dei prezzi energetici, l’Uk è rimasto prigioniero di un modello di fissazione dei prezzi che scarica immediatamente ogni aumento sulle bollette delle famiglie. Se a questo aggiungiamo mutui che corrono verso il 5%, capiamo perché la fiducia dei consumatori britannici sia oggi ai minimi termini, molto più che in Italia o in Spagna».
Fra i titoli spicca Legal & General, con dividendi elevati e il ruolo di «cassaforte». In negativo, invece, 3i Group, crollata del -19% in una sola seduta dopo i segnali di rallentamento della catena Action. «Quando le aspettative di crescita vengono deluse anche di poco, i multipli del private equity vengono ricalcolati con una rapidità brutale», conclude Gaziano.
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Maurizio Landini (Ansa)
Firme che giustificano, neanche a dirlo, il commento entusiasta del ministro Paolo Zangrillo, che ha parlato di «obiettivo raggiunto», e che hanno spinto il premier, parco di parole negli ultimi tempi, a intervenire via social per rivendicare il successo. «Il governo», ha evidenziato Giorgia Meloni, «continua a lavorare sull’aumento dei salari. Oggi la firma del rinnovo della parte economica del contratto collettivo nazionale del comparto Istruzione, per il triennio 2025-2027, che interessa oltre un milione di dipendenti. È il terzo rinnovo per il comparto Istruzione dall’inizio della legislatura: una cosa mai accaduta prima».
La Meloni ha ragione a rivendicare la firma anche perché si tratta di uno schiaffo alla gestione politica che Maurizio Landini ha impresso alla Cgil. Schiaffone ancora più sonoro, perché non arriva dall’esecutivo, cosa che di questi tempi non farebbe notizia, ma dalla stessa Cgil. Il segretario ha fatto del no a prescindere al rinnovo dei contratti della Pa una delle cifre distintiva del suo mandato. Istruzione, sanità, lavoratori dei ministeri o delle Regioni poco importa. Nell’ultima tornata c’è stata solo opposizione. Il leader che ormai partecipa come capopolo a tutte le battaglie politiche della sinistra (l’impiego di forze della Cgil sul No al referendum della giustizia è comparabile a quello del Pd) si è sempre opposto ai nuovi contratti, nonostante il governo avesse messo sul piatto circa 20 miliardi. Un cifra record, insufficiente per i desiderata di Landini. Motivo? Nel rinnovo precedente, 2022-2024, non veniva coperta l’inflazione monstre del periodo. Copertura impossibile, visto che parlavamo di un costo della vita schizzato del 17%. Insomma, aumenti del 7-8% non bastavano. E adesso? Cos’è cambiato? Perché la Cgil firma? La motivazione ufficiale è che in quest’ultima tranche, incrementi in busta paga da 135 euro per la parte economica 2025-27, l’inflazione verrebbe potenzialmente coperta, ma la realtà è tutt’altra. Entrando nel merito, va infatti ricordato che senza il contratto precedente, che è stato rinnovato senza l’avallo della Cgil, quest’ultimo rinnovo non ci sarebbe mai stato. E del resto Landini questa firma la subisce. Il segretario è costretto a fare buon viso a cattivo gioco rispetto ai mal di pancia di una categoria, quella della scuola (e non è la sola), che è stanca di seguire la linea politica del capo e capisce che continuando a dire sempre no gli iscritti fuggono.
C’è di più. Perché i rapporti tra Maurizio Landini e Gianna Fracassi, la segretaria generale della Flc (Federazione lavoratori della conoscenza), non sono idilliaci. La Fracassi era legata alla gestione precedente (con Susanna Camusso è diventata segretaria confederale con deleghe importantissime, comprese le politiche economiche) e si sussurra che ambisca a prendere il posto dell’ex Fiom, anche per depoliticizzare il sindacato.
Ma al di là della questione personale, la firma sul contratto della scuola squarcia il velo di ipocrisia che ormai da mesi nasconde le tensioni tra la gestione del segretario e una parte consistente del sindacato.
Perso il sostegno dei suoi, sembra che nelle scorse ore Landini abbia addirittura contattato un esponente molto importante del governo, particolarmente vicino a Palazzo Chigi, per chiedere margini su una riapertura del contratto in caso di inflazione galoppante causa guerra. Il senso del discorso sarebbe stato: «Alla fine noi firmiamo, ma se la situazione precipita qui si ricontratta tutto». Diplomatica, ma eloquente la risposta: guarda che quello che chiedi non si può fare.
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