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2021-06-10
Maschi islamici quasi diciottenni. Ecco chi sono i «bambini» dei barconi
(Francesco Pecoraro/Getty Images)
Molto spesso si lascia intendere che una quota considerevole di immigrati irregolari che arrivano in Italia sia costituita da donne e bambini piccoli: un elemento, questo, particolarmente enfatizzato soprattutto contro chi invoca un atteggiamento più guardingo sul tema dell'accoglienza migratoria. Eppure, se si vanno a osservare i dati più da vicino, si scoprirà che la situazione è un po' diversa da come viene talvolta semplicisticamente dipinta. Si tratta di una questione che merita di essere approfondita, specialmente alla luce del fatto che la legge Zampa, approvata nel 2017, vieta il respingimento alla frontiera dei migranti minorenni non accompagnati.
Secondo quanto recentemente riportato dalla Fondazione Openpolis, i minori non accompagnati in Italia «ad aprile 2021 sono 6.633 in totale, di cui 6.392 maschi (96,4%) e 241 femmine (3,6%)». Ebbene, di questa cifra, la maggior parte è costituita da soggetti quasi maggiorenni: i diciassettenni risultano infatti 4.290 (ovverosia il 64,7% del totale). Tutto questo, mentre - riferisce sempre la stessa fonte - «il 22,5% ha 16 anni, il 7,5% ne ha 15 e il 5,1% è tra i 7-14 anni, fino ad arrivare a 22 bambini tra 0 e 6 anni d'età, su 6.633 totali (0,3%)». Ne consegue che, di questi minori (quasi totalmente maschi) soltanto un numero esiguo abbia meno di 14 anni (poco meno del 6% del totale).
Se passiamo poi ad analizzare la presenza sul nostro territorio, scopriremo che la regione con il maggior numero di minori non accompagnati è la Sicilia (che arriva al 29,3%), seguita dal Friuli-Venezia Giulia (11,5%), dalla Lombardia (10,3%) e dall'Emilia-Romagna (7,9%). Ma si registrano anche ulteriori dati interessanti. Secondo l'Atlante Siproimi del 2019, i beneficiari accolti dallo stesso Siproimi (il sistema, cioè, «afferente alla rete degli enti locali che si occupa dell'accoglienza e dell'integrazione dei richiedenti asilo e rifugiati, nonché dei minori non accompagnati») sono prevalentemente giovani: il 44,3% ha tra i 18 e i 25 anni e il 34% tra i 26 e i 40 anni. Tutto questo, mentre gli over 40 si fermano al 5,4%, a fronte di un 16,3% che va da 0 a 17 anni. Insomma, i dati mostrano un'immigrazione particolarmente giovane. Un fattore che apre tuttavia le porte ad alcune (problematiche) considerazioni.
In primo luogo, lascia perplessi che, tra i minori non accompagnati, la quasi totalità sia costituita da ragazzi con età superiore ai quindici anni. In età adolescenziale non è infatti semplice distinguere «a occhio» se il soggetto sia minorenne o maggiorenne, soprattutto alla luce del fatto che i documenti d'identità possono non esserci o essere falsi. Casi di età fasulle non sono del resto troppo rari. Lo scorso settembre, la trasmissione di
Mario Giordano, Fuori dal coro, confezionò un'inchiesta proprio su questo tema, mostrando come, spacciandosi per minori, alcuni immigrati godessero indebitamente dei benefici della legge Zampa: una situazione che, riportò sempre la trasmissione, conveniva economicamente anche ai centri d'accoglienza. Tutto questo, mentre, a marzo 2019, Analisi Difesa riportò che gli accertamenti non vengono sempre condotti in modo sistematico, anche per gli alti costi che comportano. Del resto, lo stesso articolo 5 della legge Zampa non risulta granché efficace nell'affrontare la questione dell'età dubbia: dopo lo sciorinamento di una serie di vie e metodi per cercare di stabilirla, il testo conclude infatti laconicamente: «Qualora, anche dopo l'accertamento socio-sanitario, permangano dubbi sulla minore età, questa si presume ad ogni effetto di legge». Insomma, il rischio che tra tutti questi presunti ultra-quindicenni si celino dei maggiorenni è abbastanza significativo. E l'inefficacia della legge Zampa sotto questo aspetto rischia addirittura di incentivare indirettamente il fenomeno.
In secondo luogo, un così alto arrivo di immigrati in tarda adolescenza e in prima età adulta rischia di avere delle ripercussioni negative anche in termini sociali ed economici. Tra gli obiettivi del Siproimi vi è per esempio quello della formazione professionale e dell'orientamento al lavoro. Ciononostante i danni della pandemia all'economia del nostro Paese sono sotto gli occhi di tutti d inserire queste persone in un circuito professionale non è affatto semplice. Il rischio che costoro possano quindi restare coinvolti in attività illegali è reale e non può essere sottovalutato. Infine, bisogna fare attenzione anche al lato culturale. I beneficiari della rete Siproimi (che abbiamo visto essere in massima parte degli under 40) provengono in larga parte da Paesi a maggioranza musulmana: se il 67% arriva infatti dall'Africa subsahariana, il 13,2% giunge da Pakistan, Afghanistan e Bangladesh. Un 9% perviene invece dalla cintura del Mediterraneo (specialmente Marocco, Egitto, Libia) e dal Medio Oriente (Siria e Iraq). Tutto questo non può quindi non contribuire a porre un problema di integrazione, anche (e soprattutto) alla luce di alcuni tragici e recenti fatti di cronaca.
Riportato alla frontiera il cugino di Saman che era fuggito in Francia
I gendarmi l'hanno consegnato ieri mattina alla frontiera di Ventimiglia. Ikram Ijaz, 28 anni, cugino di Saman, è sceso dal furgoncino bianco marchiato «administration penitentiaire». Manette ai polsi, testa china, maglia rossa e pantaloni neri. Dopo qualche istante, viene circondato dai carabinieri. Poi il viaggio verso il carcere di Reggio Emilia, dove adesso è rinchiuso. Per gli investigatori, quell'uomo è una delle belve che ha ammazzato e fatto sparire la cugina. Saman, diciott'anni compiuti a dicembre, voleva fuggire. Da quella gabbia di fondamentalisti. Da un matrimonio combinato. Continuano a cercarla tra i campi del reggiano, ormai certi della sua morte.
Il ragazzo era stato arrestato a Nimes, in Francia, la scorsa settimana. Mentre lo zio, Danish Hasnain, e l'altro cugino, Nomanulhaq Nomanhulaq, sono ancora ricercati in tutta Europa. I tre, la sera dello scorso 29 aprile, vengono ripresi da una telecamera: hanno due pale, un sacco e un piede di porco. Ijaz e Nomanhulaq, scrive il gip Luca Ramponi nell'ordinanza di custodia cautelare in carcere, «non solo hanno cooperato nella precedente attività di scavo della fossa, ma hanno anche aiutato Hasnain nel bloccarla e poi ucciderla».
Il cugino verrà interrogato nei prossimi giorni. Mentre partirà una rogatoria internazionale per i genitori di Saman, che hanno raggiunto il Pakistan dopo la sua scomparsa. È stato il fratello sedicenne della ragazza, ora in una struttura protetta, a raccontare l'ultimo alterco familiare. È il 30 aprile 2021. Lei vuole andar via di casa. Litigano. Ancora una volta. Fino a quando il padre, Shabbar Abbas, chiama Danish lo spietato. Che gli dice: «Ci penso io». Al suo rientro, l'uomo capisce. Inizia a piangere. Davanti a lui, il presunto assassino non ha nulla in mano. Per questo, il fratello di Saman pensa che abbia strangolato la sorella. Il suo racconto viene considerato «particolarmente credibile». Ora il gip fisserà l'incidente probatorio.
La testimonianza del giovane è stata risolutiva. Saman torna a casa lo scorso 11 aprile, dopo un periodo in una comunità protetta. Vuole farsi restituire il passaporto. Richiesta vana. Per lei hanno altri piani: reclusione e matrimonio combinato. Così, denuncia nuovamente i genitori. A quel punto, avrebbero deciso la sua morte. Un omicidio premeditato, per i pm. Nessun impeto. Atroce calcolo. Lo dimostrano le immagini dei giorni precedenti. Quella buca scavata dai parenti. E lo zio Danish sarebbe stato l'esecutore: la bestia sanguinaria. Con i genitori a far da consapevoli mandanti. Saman, in quei concitati momenti, capisce tutto. Vogliono ucciderla. Lo annuncia, con un messaggio vocale, al fidanzato, un connazionale conosciuto in chat: «L'ho sentita con le mie orecchie, ti giuro che stavano parlando di me». Si riferisce alla madre, Nazia Shaeeen. «Se non mi senti per 48 ore rivolgiti alle forze dell'ordine» chiede invano al ragazzo.
Per ricostruire il presunto omicidio sarà decisivo l'interrogatorio in carcere del cugino. Intanto, la sua estradizione fa ridestare dal torpore il ministro dell'Interno, Luciana Lamorgese, che annuncia «un tavolo» per le relazioni con l'islam. Un tavolo. Riemerge anche a Enrico Letta, accusato di imbarazzato silenzio dopo l'identitario sventolio di ius soli e integrazione. «Non c'è nessuna possibilità di tollerare vicende come queste» spiega il segretario del Pd. Aggiunge che tutti, pensa un po', devono rispettare le regole. Uno dei suoi tanti predecessori, Matteo Renzi, appare meno diplomatico: lo zio Danish è un animale «da assicurare alle patrie galere».
Tardivo brusio di sottofondo. Saman è sparita. La cercano nelle campagne di Novellara, dietro la cascina degli Abbas, attaccata all'azienda agricola dove il padre faceva il custode. I carabinieri scandagliano il terreno con l'elettromagnetometro. Guardano e riguardano le immagini registrate dalla videosorveglianza: armati di pale, sacco e piede di porco, i tre s'incamminano verso i campi. Dai loro movimenti, sono riusciti a individuare un'area più circoscritta. Le belve avrebbero seppellito Saman tra le serre di cocomeri.
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Malgrado la retorica sui «minori non accompagnati», che per legge non si possono espellere, solo il 6% di essi ha meno di 14 anni, mentre la maggioranza (64,7%) ne ha 17. Forse. Perché verificare l'età è proibito.Estradato Ikram Ijaz, per i giudici ha partecipato all'omicidio. Intervento lunare di Luciana Lamorgese: «Serve tavolo con l'islam». Lo speciale contiene due articoli. Molto spesso si lascia intendere che una quota considerevole di immigrati irregolari che arrivano in Italia sia costituita da donne e bambini piccoli: un elemento, questo, particolarmente enfatizzato soprattutto contro chi invoca un atteggiamento più guardingo sul tema dell'accoglienza migratoria. Eppure, se si vanno a osservare i dati più da vicino, si scoprirà che la situazione è un po' diversa da come viene talvolta semplicisticamente dipinta. Si tratta di una questione che merita di essere approfondita, specialmente alla luce del fatto che la legge Zampa, approvata nel 2017, vieta il respingimento alla frontiera dei migranti minorenni non accompagnati. Secondo quanto recentemente riportato dalla Fondazione Openpolis, i minori non accompagnati in Italia «ad aprile 2021 sono 6.633 in totale, di cui 6.392 maschi (96,4%) e 241 femmine (3,6%)». Ebbene, di questa cifra, la maggior parte è costituita da soggetti quasi maggiorenni: i diciassettenni risultano infatti 4.290 (ovverosia il 64,7% del totale). Tutto questo, mentre - riferisce sempre la stessa fonte - «il 22,5% ha 16 anni, il 7,5% ne ha 15 e il 5,1% è tra i 7-14 anni, fino ad arrivare a 22 bambini tra 0 e 6 anni d'età, su 6.633 totali (0,3%)». Ne consegue che, di questi minori (quasi totalmente maschi) soltanto un numero esiguo abbia meno di 14 anni (poco meno del 6% del totale). Se passiamo poi ad analizzare la presenza sul nostro territorio, scopriremo che la regione con il maggior numero di minori non accompagnati è la Sicilia (che arriva al 29,3%), seguita dal Friuli-Venezia Giulia (11,5%), dalla Lombardia (10,3%) e dall'Emilia-Romagna (7,9%). Ma si registrano anche ulteriori dati interessanti. Secondo l'Atlante Siproimi del 2019, i beneficiari accolti dallo stesso Siproimi (il sistema, cioè, «afferente alla rete degli enti locali che si occupa dell'accoglienza e dell'integrazione dei richiedenti asilo e rifugiati, nonché dei minori non accompagnati») sono prevalentemente giovani: il 44,3% ha tra i 18 e i 25 anni e il 34% tra i 26 e i 40 anni. Tutto questo, mentre gli over 40 si fermano al 5,4%, a fronte di un 16,3% che va da 0 a 17 anni. Insomma, i dati mostrano un'immigrazione particolarmente giovane. Un fattore che apre tuttavia le porte ad alcune (problematiche) considerazioni. In primo luogo, lascia perplessi che, tra i minori non accompagnati, la quasi totalità sia costituita da ragazzi con età superiore ai quindici anni. In età adolescenziale non è infatti semplice distinguere «a occhio» se il soggetto sia minorenne o maggiorenne, soprattutto alla luce del fatto che i documenti d'identità possono non esserci o essere falsi. Casi di età fasulle non sono del resto troppo rari. Lo scorso settembre, la trasmissione di Mario Giordano, Fuori dal coro, confezionò un'inchiesta proprio su questo tema, mostrando come, spacciandosi per minori, alcuni immigrati godessero indebitamente dei benefici della legge Zampa: una situazione che, riportò sempre la trasmissione, conveniva economicamente anche ai centri d'accoglienza. Tutto questo, mentre, a marzo 2019, Analisi Difesa riportò che gli accertamenti non vengono sempre condotti in modo sistematico, anche per gli alti costi che comportano. Del resto, lo stesso articolo 5 della legge Zampa non risulta granché efficace nell'affrontare la questione dell'età dubbia: dopo lo sciorinamento di una serie di vie e metodi per cercare di stabilirla, il testo conclude infatti laconicamente: «Qualora, anche dopo l'accertamento socio-sanitario, permangano dubbi sulla minore età, questa si presume ad ogni effetto di legge». Insomma, il rischio che tra tutti questi presunti ultra-quindicenni si celino dei maggiorenni è abbastanza significativo. E l'inefficacia della legge Zampa sotto questo aspetto rischia addirittura di incentivare indirettamente il fenomeno. In secondo luogo, un così alto arrivo di immigrati in tarda adolescenza e in prima età adulta rischia di avere delle ripercussioni negative anche in termini sociali ed economici. Tra gli obiettivi del Siproimi vi è per esempio quello della formazione professionale e dell'orientamento al lavoro. Ciononostante i danni della pandemia all'economia del nostro Paese sono sotto gli occhi di tutti d inserire queste persone in un circuito professionale non è affatto semplice. Il rischio che costoro possano quindi restare coinvolti in attività illegali è reale e non può essere sottovalutato. Infine, bisogna fare attenzione anche al lato culturale. I beneficiari della rete Siproimi (che abbiamo visto essere in massima parte degli under 40) provengono in larga parte da Paesi a maggioranza musulmana: se il 67% arriva infatti dall'Africa subsahariana, il 13,2% giunge da Pakistan, Afghanistan e Bangladesh. Un 9% perviene invece dalla cintura del Mediterraneo (specialmente Marocco, Egitto, Libia) e dal Medio Oriente (Siria e Iraq). Tutto questo non può quindi non contribuire a porre un problema di integrazione, anche (e soprattutto) alla luce di alcuni tragici e recenti fatti di cronaca. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/riportato-alla-frontiera-il-cugino-di-saman-che-era-fuggito-in-francia-2653294223.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="riportato-alla-frontiera-il-cugino-di-saman-che-era-fuggito-in-francia" data-post-id="2653294223" data-published-at="1623265142" data-use-pagination="False"> Riportato alla frontiera il cugino di Saman che era fuggito in Francia I gendarmi l'hanno consegnato ieri mattina alla frontiera di Ventimiglia. Ikram Ijaz, 28 anni, cugino di Saman, è sceso dal furgoncino bianco marchiato «administration penitentiaire». Manette ai polsi, testa china, maglia rossa e pantaloni neri. Dopo qualche istante, viene circondato dai carabinieri. Poi il viaggio verso il carcere di Reggio Emilia, dove adesso è rinchiuso. Per gli investigatori, quell'uomo è una delle belve che ha ammazzato e fatto sparire la cugina. Saman, diciott'anni compiuti a dicembre, voleva fuggire. Da quella gabbia di fondamentalisti. Da un matrimonio combinato. Continuano a cercarla tra i campi del reggiano, ormai certi della sua morte. Il ragazzo era stato arrestato a Nimes, in Francia, la scorsa settimana. Mentre lo zio, Danish Hasnain, e l'altro cugino, Nomanulhaq Nomanhulaq, sono ancora ricercati in tutta Europa. I tre, la sera dello scorso 29 aprile, vengono ripresi da una telecamera: hanno due pale, un sacco e un piede di porco. Ijaz e Nomanhulaq, scrive il gip Luca Ramponi nell'ordinanza di custodia cautelare in carcere, «non solo hanno cooperato nella precedente attività di scavo della fossa, ma hanno anche aiutato Hasnain nel bloccarla e poi ucciderla». Il cugino verrà interrogato nei prossimi giorni. Mentre partirà una rogatoria internazionale per i genitori di Saman, che hanno raggiunto il Pakistan dopo la sua scomparsa. È stato il fratello sedicenne della ragazza, ora in una struttura protetta, a raccontare l'ultimo alterco familiare. È il 30 aprile 2021. Lei vuole andar via di casa. Litigano. Ancora una volta. Fino a quando il padre, Shabbar Abbas, chiama Danish lo spietato. Che gli dice: «Ci penso io». Al suo rientro, l'uomo capisce. Inizia a piangere. Davanti a lui, il presunto assassino non ha nulla in mano. Per questo, il fratello di Saman pensa che abbia strangolato la sorella. Il suo racconto viene considerato «particolarmente credibile». Ora il gip fisserà l'incidente probatorio. La testimonianza del giovane è stata risolutiva. Saman torna a casa lo scorso 11 aprile, dopo un periodo in una comunità protetta. Vuole farsi restituire il passaporto. Richiesta vana. Per lei hanno altri piani: reclusione e matrimonio combinato. Così, denuncia nuovamente i genitori. A quel punto, avrebbero deciso la sua morte. Un omicidio premeditato, per i pm. Nessun impeto. Atroce calcolo. Lo dimostrano le immagini dei giorni precedenti. Quella buca scavata dai parenti. E lo zio Danish sarebbe stato l'esecutore: la bestia sanguinaria. Con i genitori a far da consapevoli mandanti. Saman, in quei concitati momenti, capisce tutto. Vogliono ucciderla. Lo annuncia, con un messaggio vocale, al fidanzato, un connazionale conosciuto in chat: «L'ho sentita con le mie orecchie, ti giuro che stavano parlando di me». Si riferisce alla madre, Nazia Shaeeen. «Se non mi senti per 48 ore rivolgiti alle forze dell'ordine» chiede invano al ragazzo. Per ricostruire il presunto omicidio sarà decisivo l'interrogatorio in carcere del cugino. Intanto, la sua estradizione fa ridestare dal torpore il ministro dell'Interno, Luciana Lamorgese, che annuncia «un tavolo» per le relazioni con l'islam. Un tavolo. Riemerge anche a Enrico Letta, accusato di imbarazzato silenzio dopo l'identitario sventolio di ius soli e integrazione. «Non c'è nessuna possibilità di tollerare vicende come queste» spiega il segretario del Pd. Aggiunge che tutti, pensa un po', devono rispettare le regole. Uno dei suoi tanti predecessori, Matteo Renzi, appare meno diplomatico: lo zio Danish è un animale «da assicurare alle patrie galere». Tardivo brusio di sottofondo. Saman è sparita. La cercano nelle campagne di Novellara, dietro la cascina degli Abbas, attaccata all'azienda agricola dove il padre faceva il custode. I carabinieri scandagliano il terreno con l'elettromagnetometro. Guardano e riguardano le immagini registrate dalla videosorveglianza: armati di pale, sacco e piede di porco, i tre s'incamminano verso i campi. Dai loro movimenti, sono riusciti a individuare un'area più circoscritta. Le belve avrebbero seppellito Saman tra le serre di cocomeri.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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