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2021-06-10
Maschi islamici quasi diciottenni. Ecco chi sono i «bambini» dei barconi
(Francesco Pecoraro/Getty Images)
Molto spesso si lascia intendere che una quota considerevole di immigrati irregolari che arrivano in Italia sia costituita da donne e bambini piccoli: un elemento, questo, particolarmente enfatizzato soprattutto contro chi invoca un atteggiamento più guardingo sul tema dell'accoglienza migratoria. Eppure, se si vanno a osservare i dati più da vicino, si scoprirà che la situazione è un po' diversa da come viene talvolta semplicisticamente dipinta. Si tratta di una questione che merita di essere approfondita, specialmente alla luce del fatto che la legge Zampa, approvata nel 2017, vieta il respingimento alla frontiera dei migranti minorenni non accompagnati.
Secondo quanto recentemente riportato dalla Fondazione Openpolis, i minori non accompagnati in Italia «ad aprile 2021 sono 6.633 in totale, di cui 6.392 maschi (96,4%) e 241 femmine (3,6%)». Ebbene, di questa cifra, la maggior parte è costituita da soggetti quasi maggiorenni: i diciassettenni risultano infatti 4.290 (ovverosia il 64,7% del totale). Tutto questo, mentre - riferisce sempre la stessa fonte - «il 22,5% ha 16 anni, il 7,5% ne ha 15 e il 5,1% è tra i 7-14 anni, fino ad arrivare a 22 bambini tra 0 e 6 anni d'età, su 6.633 totali (0,3%)». Ne consegue che, di questi minori (quasi totalmente maschi) soltanto un numero esiguo abbia meno di 14 anni (poco meno del 6% del totale).
Se passiamo poi ad analizzare la presenza sul nostro territorio, scopriremo che la regione con il maggior numero di minori non accompagnati è la Sicilia (che arriva al 29,3%), seguita dal Friuli-Venezia Giulia (11,5%), dalla Lombardia (10,3%) e dall'Emilia-Romagna (7,9%). Ma si registrano anche ulteriori dati interessanti. Secondo l'Atlante Siproimi del 2019, i beneficiari accolti dallo stesso Siproimi (il sistema, cioè, «afferente alla rete degli enti locali che si occupa dell'accoglienza e dell'integrazione dei richiedenti asilo e rifugiati, nonché dei minori non accompagnati») sono prevalentemente giovani: il 44,3% ha tra i 18 e i 25 anni e il 34% tra i 26 e i 40 anni. Tutto questo, mentre gli over 40 si fermano al 5,4%, a fronte di un 16,3% che va da 0 a 17 anni. Insomma, i dati mostrano un'immigrazione particolarmente giovane. Un fattore che apre tuttavia le porte ad alcune (problematiche) considerazioni.
In primo luogo, lascia perplessi che, tra i minori non accompagnati, la quasi totalità sia costituita da ragazzi con età superiore ai quindici anni. In età adolescenziale non è infatti semplice distinguere «a occhio» se il soggetto sia minorenne o maggiorenne, soprattutto alla luce del fatto che i documenti d'identità possono non esserci o essere falsi. Casi di età fasulle non sono del resto troppo rari. Lo scorso settembre, la trasmissione di
Mario Giordano, Fuori dal coro, confezionò un'inchiesta proprio su questo tema, mostrando come, spacciandosi per minori, alcuni immigrati godessero indebitamente dei benefici della legge Zampa: una situazione che, riportò sempre la trasmissione, conveniva economicamente anche ai centri d'accoglienza. Tutto questo, mentre, a marzo 2019, Analisi Difesa riportò che gli accertamenti non vengono sempre condotti in modo sistematico, anche per gli alti costi che comportano. Del resto, lo stesso articolo 5 della legge Zampa non risulta granché efficace nell'affrontare la questione dell'età dubbia: dopo lo sciorinamento di una serie di vie e metodi per cercare di stabilirla, il testo conclude infatti laconicamente: «Qualora, anche dopo l'accertamento socio-sanitario, permangano dubbi sulla minore età, questa si presume ad ogni effetto di legge». Insomma, il rischio che tra tutti questi presunti ultra-quindicenni si celino dei maggiorenni è abbastanza significativo. E l'inefficacia della legge Zampa sotto questo aspetto rischia addirittura di incentivare indirettamente il fenomeno.
In secondo luogo, un così alto arrivo di immigrati in tarda adolescenza e in prima età adulta rischia di avere delle ripercussioni negative anche in termini sociali ed economici. Tra gli obiettivi del Siproimi vi è per esempio quello della formazione professionale e dell'orientamento al lavoro. Ciononostante i danni della pandemia all'economia del nostro Paese sono sotto gli occhi di tutti d inserire queste persone in un circuito professionale non è affatto semplice. Il rischio che costoro possano quindi restare coinvolti in attività illegali è reale e non può essere sottovalutato. Infine, bisogna fare attenzione anche al lato culturale. I beneficiari della rete Siproimi (che abbiamo visto essere in massima parte degli under 40) provengono in larga parte da Paesi a maggioranza musulmana: se il 67% arriva infatti dall'Africa subsahariana, il 13,2% giunge da Pakistan, Afghanistan e Bangladesh. Un 9% perviene invece dalla cintura del Mediterraneo (specialmente Marocco, Egitto, Libia) e dal Medio Oriente (Siria e Iraq). Tutto questo non può quindi non contribuire a porre un problema di integrazione, anche (e soprattutto) alla luce di alcuni tragici e recenti fatti di cronaca.
Riportato alla frontiera il cugino di Saman che era fuggito in Francia
I gendarmi l'hanno consegnato ieri mattina alla frontiera di Ventimiglia. Ikram Ijaz, 28 anni, cugino di Saman, è sceso dal furgoncino bianco marchiato «administration penitentiaire». Manette ai polsi, testa china, maglia rossa e pantaloni neri. Dopo qualche istante, viene circondato dai carabinieri. Poi il viaggio verso il carcere di Reggio Emilia, dove adesso è rinchiuso. Per gli investigatori, quell'uomo è una delle belve che ha ammazzato e fatto sparire la cugina. Saman, diciott'anni compiuti a dicembre, voleva fuggire. Da quella gabbia di fondamentalisti. Da un matrimonio combinato. Continuano a cercarla tra i campi del reggiano, ormai certi della sua morte.
Il ragazzo era stato arrestato a Nimes, in Francia, la scorsa settimana. Mentre lo zio, Danish Hasnain, e l'altro cugino, Nomanulhaq Nomanhulaq, sono ancora ricercati in tutta Europa. I tre, la sera dello scorso 29 aprile, vengono ripresi da una telecamera: hanno due pale, un sacco e un piede di porco. Ijaz e Nomanhulaq, scrive il gip Luca Ramponi nell'ordinanza di custodia cautelare in carcere, «non solo hanno cooperato nella precedente attività di scavo della fossa, ma hanno anche aiutato Hasnain nel bloccarla e poi ucciderla».
Il cugino verrà interrogato nei prossimi giorni. Mentre partirà una rogatoria internazionale per i genitori di Saman, che hanno raggiunto il Pakistan dopo la sua scomparsa. È stato il fratello sedicenne della ragazza, ora in una struttura protetta, a raccontare l'ultimo alterco familiare. È il 30 aprile 2021. Lei vuole andar via di casa. Litigano. Ancora una volta. Fino a quando il padre, Shabbar Abbas, chiama Danish lo spietato. Che gli dice: «Ci penso io». Al suo rientro, l'uomo capisce. Inizia a piangere. Davanti a lui, il presunto assassino non ha nulla in mano. Per questo, il fratello di Saman pensa che abbia strangolato la sorella. Il suo racconto viene considerato «particolarmente credibile». Ora il gip fisserà l'incidente probatorio.
La testimonianza del giovane è stata risolutiva. Saman torna a casa lo scorso 11 aprile, dopo un periodo in una comunità protetta. Vuole farsi restituire il passaporto. Richiesta vana. Per lei hanno altri piani: reclusione e matrimonio combinato. Così, denuncia nuovamente i genitori. A quel punto, avrebbero deciso la sua morte. Un omicidio premeditato, per i pm. Nessun impeto. Atroce calcolo. Lo dimostrano le immagini dei giorni precedenti. Quella buca scavata dai parenti. E lo zio Danish sarebbe stato l'esecutore: la bestia sanguinaria. Con i genitori a far da consapevoli mandanti. Saman, in quei concitati momenti, capisce tutto. Vogliono ucciderla. Lo annuncia, con un messaggio vocale, al fidanzato, un connazionale conosciuto in chat: «L'ho sentita con le mie orecchie, ti giuro che stavano parlando di me». Si riferisce alla madre, Nazia Shaeeen. «Se non mi senti per 48 ore rivolgiti alle forze dell'ordine» chiede invano al ragazzo.
Per ricostruire il presunto omicidio sarà decisivo l'interrogatorio in carcere del cugino. Intanto, la sua estradizione fa ridestare dal torpore il ministro dell'Interno, Luciana Lamorgese, che annuncia «un tavolo» per le relazioni con l'islam. Un tavolo. Riemerge anche a Enrico Letta, accusato di imbarazzato silenzio dopo l'identitario sventolio di ius soli e integrazione. «Non c'è nessuna possibilità di tollerare vicende come queste» spiega il segretario del Pd. Aggiunge che tutti, pensa un po', devono rispettare le regole. Uno dei suoi tanti predecessori, Matteo Renzi, appare meno diplomatico: lo zio Danish è un animale «da assicurare alle patrie galere».
Tardivo brusio di sottofondo. Saman è sparita. La cercano nelle campagne di Novellara, dietro la cascina degli Abbas, attaccata all'azienda agricola dove il padre faceva il custode. I carabinieri scandagliano il terreno con l'elettromagnetometro. Guardano e riguardano le immagini registrate dalla videosorveglianza: armati di pale, sacco e piede di porco, i tre s'incamminano verso i campi. Dai loro movimenti, sono riusciti a individuare un'area più circoscritta. Le belve avrebbero seppellito Saman tra le serre di cocomeri.
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Malgrado la retorica sui «minori non accompagnati», che per legge non si possono espellere, solo il 6% di essi ha meno di 14 anni, mentre la maggioranza (64,7%) ne ha 17. Forse. Perché verificare l'età è proibito.Estradato Ikram Ijaz, per i giudici ha partecipato all'omicidio. Intervento lunare di Luciana Lamorgese: «Serve tavolo con l'islam». Lo speciale contiene due articoli. Molto spesso si lascia intendere che una quota considerevole di immigrati irregolari che arrivano in Italia sia costituita da donne e bambini piccoli: un elemento, questo, particolarmente enfatizzato soprattutto contro chi invoca un atteggiamento più guardingo sul tema dell'accoglienza migratoria. Eppure, se si vanno a osservare i dati più da vicino, si scoprirà che la situazione è un po' diversa da come viene talvolta semplicisticamente dipinta. Si tratta di una questione che merita di essere approfondita, specialmente alla luce del fatto che la legge Zampa, approvata nel 2017, vieta il respingimento alla frontiera dei migranti minorenni non accompagnati. Secondo quanto recentemente riportato dalla Fondazione Openpolis, i minori non accompagnati in Italia «ad aprile 2021 sono 6.633 in totale, di cui 6.392 maschi (96,4%) e 241 femmine (3,6%)». Ebbene, di questa cifra, la maggior parte è costituita da soggetti quasi maggiorenni: i diciassettenni risultano infatti 4.290 (ovverosia il 64,7% del totale). Tutto questo, mentre - riferisce sempre la stessa fonte - «il 22,5% ha 16 anni, il 7,5% ne ha 15 e il 5,1% è tra i 7-14 anni, fino ad arrivare a 22 bambini tra 0 e 6 anni d'età, su 6.633 totali (0,3%)». Ne consegue che, di questi minori (quasi totalmente maschi) soltanto un numero esiguo abbia meno di 14 anni (poco meno del 6% del totale). Se passiamo poi ad analizzare la presenza sul nostro territorio, scopriremo che la regione con il maggior numero di minori non accompagnati è la Sicilia (che arriva al 29,3%), seguita dal Friuli-Venezia Giulia (11,5%), dalla Lombardia (10,3%) e dall'Emilia-Romagna (7,9%). Ma si registrano anche ulteriori dati interessanti. Secondo l'Atlante Siproimi del 2019, i beneficiari accolti dallo stesso Siproimi (il sistema, cioè, «afferente alla rete degli enti locali che si occupa dell'accoglienza e dell'integrazione dei richiedenti asilo e rifugiati, nonché dei minori non accompagnati») sono prevalentemente giovani: il 44,3% ha tra i 18 e i 25 anni e il 34% tra i 26 e i 40 anni. Tutto questo, mentre gli over 40 si fermano al 5,4%, a fronte di un 16,3% che va da 0 a 17 anni. Insomma, i dati mostrano un'immigrazione particolarmente giovane. Un fattore che apre tuttavia le porte ad alcune (problematiche) considerazioni. In primo luogo, lascia perplessi che, tra i minori non accompagnati, la quasi totalità sia costituita da ragazzi con età superiore ai quindici anni. In età adolescenziale non è infatti semplice distinguere «a occhio» se il soggetto sia minorenne o maggiorenne, soprattutto alla luce del fatto che i documenti d'identità possono non esserci o essere falsi. Casi di età fasulle non sono del resto troppo rari. Lo scorso settembre, la trasmissione di Mario Giordano, Fuori dal coro, confezionò un'inchiesta proprio su questo tema, mostrando come, spacciandosi per minori, alcuni immigrati godessero indebitamente dei benefici della legge Zampa: una situazione che, riportò sempre la trasmissione, conveniva economicamente anche ai centri d'accoglienza. Tutto questo, mentre, a marzo 2019, Analisi Difesa riportò che gli accertamenti non vengono sempre condotti in modo sistematico, anche per gli alti costi che comportano. Del resto, lo stesso articolo 5 della legge Zampa non risulta granché efficace nell'affrontare la questione dell'età dubbia: dopo lo sciorinamento di una serie di vie e metodi per cercare di stabilirla, il testo conclude infatti laconicamente: «Qualora, anche dopo l'accertamento socio-sanitario, permangano dubbi sulla minore età, questa si presume ad ogni effetto di legge». Insomma, il rischio che tra tutti questi presunti ultra-quindicenni si celino dei maggiorenni è abbastanza significativo. E l'inefficacia della legge Zampa sotto questo aspetto rischia addirittura di incentivare indirettamente il fenomeno. In secondo luogo, un così alto arrivo di immigrati in tarda adolescenza e in prima età adulta rischia di avere delle ripercussioni negative anche in termini sociali ed economici. Tra gli obiettivi del Siproimi vi è per esempio quello della formazione professionale e dell'orientamento al lavoro. Ciononostante i danni della pandemia all'economia del nostro Paese sono sotto gli occhi di tutti d inserire queste persone in un circuito professionale non è affatto semplice. Il rischio che costoro possano quindi restare coinvolti in attività illegali è reale e non può essere sottovalutato. Infine, bisogna fare attenzione anche al lato culturale. I beneficiari della rete Siproimi (che abbiamo visto essere in massima parte degli under 40) provengono in larga parte da Paesi a maggioranza musulmana: se il 67% arriva infatti dall'Africa subsahariana, il 13,2% giunge da Pakistan, Afghanistan e Bangladesh. Un 9% perviene invece dalla cintura del Mediterraneo (specialmente Marocco, Egitto, Libia) e dal Medio Oriente (Siria e Iraq). Tutto questo non può quindi non contribuire a porre un problema di integrazione, anche (e soprattutto) alla luce di alcuni tragici e recenti fatti di cronaca. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/riportato-alla-frontiera-il-cugino-di-saman-che-era-fuggito-in-francia-2653294223.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="riportato-alla-frontiera-il-cugino-di-saman-che-era-fuggito-in-francia" data-post-id="2653294223" data-published-at="1623265142" data-use-pagination="False"> Riportato alla frontiera il cugino di Saman che era fuggito in Francia I gendarmi l'hanno consegnato ieri mattina alla frontiera di Ventimiglia. Ikram Ijaz, 28 anni, cugino di Saman, è sceso dal furgoncino bianco marchiato «administration penitentiaire». Manette ai polsi, testa china, maglia rossa e pantaloni neri. Dopo qualche istante, viene circondato dai carabinieri. Poi il viaggio verso il carcere di Reggio Emilia, dove adesso è rinchiuso. Per gli investigatori, quell'uomo è una delle belve che ha ammazzato e fatto sparire la cugina. Saman, diciott'anni compiuti a dicembre, voleva fuggire. Da quella gabbia di fondamentalisti. Da un matrimonio combinato. Continuano a cercarla tra i campi del reggiano, ormai certi della sua morte. Il ragazzo era stato arrestato a Nimes, in Francia, la scorsa settimana. Mentre lo zio, Danish Hasnain, e l'altro cugino, Nomanulhaq Nomanhulaq, sono ancora ricercati in tutta Europa. I tre, la sera dello scorso 29 aprile, vengono ripresi da una telecamera: hanno due pale, un sacco e un piede di porco. Ijaz e Nomanhulaq, scrive il gip Luca Ramponi nell'ordinanza di custodia cautelare in carcere, «non solo hanno cooperato nella precedente attività di scavo della fossa, ma hanno anche aiutato Hasnain nel bloccarla e poi ucciderla». Il cugino verrà interrogato nei prossimi giorni. Mentre partirà una rogatoria internazionale per i genitori di Saman, che hanno raggiunto il Pakistan dopo la sua scomparsa. È stato il fratello sedicenne della ragazza, ora in una struttura protetta, a raccontare l'ultimo alterco familiare. È il 30 aprile 2021. Lei vuole andar via di casa. Litigano. Ancora una volta. Fino a quando il padre, Shabbar Abbas, chiama Danish lo spietato. Che gli dice: «Ci penso io». Al suo rientro, l'uomo capisce. Inizia a piangere. Davanti a lui, il presunto assassino non ha nulla in mano. Per questo, il fratello di Saman pensa che abbia strangolato la sorella. Il suo racconto viene considerato «particolarmente credibile». Ora il gip fisserà l'incidente probatorio. La testimonianza del giovane è stata risolutiva. Saman torna a casa lo scorso 11 aprile, dopo un periodo in una comunità protetta. Vuole farsi restituire il passaporto. Richiesta vana. Per lei hanno altri piani: reclusione e matrimonio combinato. Così, denuncia nuovamente i genitori. A quel punto, avrebbero deciso la sua morte. Un omicidio premeditato, per i pm. Nessun impeto. Atroce calcolo. Lo dimostrano le immagini dei giorni precedenti. Quella buca scavata dai parenti. E lo zio Danish sarebbe stato l'esecutore: la bestia sanguinaria. Con i genitori a far da consapevoli mandanti. Saman, in quei concitati momenti, capisce tutto. Vogliono ucciderla. Lo annuncia, con un messaggio vocale, al fidanzato, un connazionale conosciuto in chat: «L'ho sentita con le mie orecchie, ti giuro che stavano parlando di me». Si riferisce alla madre, Nazia Shaeeen. «Se non mi senti per 48 ore rivolgiti alle forze dell'ordine» chiede invano al ragazzo. Per ricostruire il presunto omicidio sarà decisivo l'interrogatorio in carcere del cugino. Intanto, la sua estradizione fa ridestare dal torpore il ministro dell'Interno, Luciana Lamorgese, che annuncia «un tavolo» per le relazioni con l'islam. Un tavolo. Riemerge anche a Enrico Letta, accusato di imbarazzato silenzio dopo l'identitario sventolio di ius soli e integrazione. «Non c'è nessuna possibilità di tollerare vicende come queste» spiega il segretario del Pd. Aggiunge che tutti, pensa un po', devono rispettare le regole. Uno dei suoi tanti predecessori, Matteo Renzi, appare meno diplomatico: lo zio Danish è un animale «da assicurare alle patrie galere». Tardivo brusio di sottofondo. Saman è sparita. La cercano nelle campagne di Novellara, dietro la cascina degli Abbas, attaccata all'azienda agricola dove il padre faceva il custode. I carabinieri scandagliano il terreno con l'elettromagnetometro. Guardano e riguardano le immagini registrate dalla videosorveglianza: armati di pale, sacco e piede di porco, i tre s'incamminano verso i campi. Dai loro movimenti, sono riusciti a individuare un'area più circoscritta. Le belve avrebbero seppellito Saman tra le serre di cocomeri.
iStock
Di conseguenza, carta e penna per alcuni, ma per fortuna non per tutti, hanno perduto anche il loro fascino. Quanta mistica e quanta epica che hanno sempre contornato lo scrivere a mano, per molti è stata sostituita senza colpo ferire, anzi con gioia, da quella dello scrivere elettronico…
Eppure… Pensate alle firme degli analfabeti, così frequenti nel passato, quando la scuola era un lusso inaccessibile nell’infanzia di tanti che diventavano quegli adulti ai quali veniva riconosciuta la firma in forma di croce, di x, cioè di segno, utile a dire «Tizio ha letto e sottoscritto questa cosa», ma nel solo modo in cui riusciva a sottoscrivere, non sapendo scrivere la sua firma per esteso. Dietro la scrittura a mano c’è un universo, impossibile da rintracciare in quella scrittura digitale che non crea niente di nuovo, ma fagocita e sostituisce ciò che creazione ex novo è stata. Ed è, e resta. Oggi tutto il manuale è traslato sul digitale e questo suscita meraviglia, in molti. Meraviglia che per molti altri è stolta. È lo zoccolo duro del carta e penna, al quale appartiene anche chi scrive queste parole.
Tra le tante attività che si possono compiere scrivendo con carta e penna, ce n’è una particolare: scrivere il diario. In questi giorni si parla del diario di Andrea Sempio, figura il cui nome è recentemente risalito alla ribalta nel delitto di Garlasco. Ma a parte questo caso specifico legato alla cronaca, sono tanti a tenere un diario. Tanti che lo fanno da sempre e tanti che hanno iniziato a farlo da poco, spinti anche dai consigli di wellness e miglioramento personale che si trovano sul web e trovano consigliata la pratica definita journaling, che poi vuol dire scrivere i propri pensieri giornalmente a mano o digitalmente, quindi tenere un diario. E sapete perché sono tanti? Perché fa bene. Ancora più bene scrivendo a penna sulla carta che digitando o dettando sullo smartphone.
Un diario si può tenere per tanti motivi. Innanzitutto, per tenere memoria della propria vita. Così come scattiamo fotografie che ci ricordano i momenti, tappe della nostra personale partita di gioco che è la vita, possiamo trasportare su carta, descrivendole, le nostre giornate, alla fine delle stesse o mentre le viviamo, a maggior ragione se sono state belle. È sempre molto tenero andare a rileggere pagine di diario scritte anni o addirittura decenni addietro, è come guardarsi in uno specchio che ha riflettuto e conservato l’evoluzione della nostra biografia filtrata attraverso la nostra interiorità. Altro aspetto positivo del tenere un diario è che consente di ragionare sulla propria vita mentre la si vive. Uno degli aspetti più insalubri della modernità è che presi dalle cose da fare spesso non si trova tempo per fermarsi a riflettere. Le giornate scorrono veloci e piene come tabelle di marcia, si deve fare questo e quello, non c’è tempo di pensare ad altro, figurarsi a sé stessi, alle propria interiorità. Scrivere un diario, anche poche righe al giorno, rappresenta una pausa utile proprio a riconnettersi con sé stessi. E anche una pausa utile a liberare la propria creatività. Non differentemente da una tela bianca per pittori, la pagina bianca del diario da riempire rappresenta uno spazio a nostra disposizione per esprimerci, volendo, anche in modo creativo. Esprimere le proprie emozioni più intime, usare quindi il diario come strumento per la propria espressione emotiva, è altrettanto positivo. Tenere sempre dentro le emozioni, sia positive, sia negative, non fa bene e metterle nero su bianco è un modo privato, non condiviso con altri, ma efficace di tirarle fuori da sé. Nel caso di emozioni negative che certamente hanno procurato stress e ansia, trascriverle può ridurre quello stress e quell’ansia. Si chiama «scarico emotivo»: spostando i propri pensieri da sé stessi al diario si diminuiscono i pensieri ricorrenti sullo stress e sulle sue cause e si sposta l’attenzione dall’ansia che lo stress può aver creato. Anche in caso di problemi da affrontare, il trasporto sulla carta può essere di aiuto: esporre attraverso la scrittura diaristica il problema a sé stessi e poi i pro e i contro di ogni possibile soluzione, magari insieme con dettagliati appunti su come ci si sente sia in relazione al problema, sia di fronte a ogni possibile soluzione, può aiutare a non sentirsi sovrastati e inermi. Mettere nero su bianco quello a cui si è pensato razionalmente può anche sbloccare i pensieri e far venire in mente ulteriori soluzioni.
Anche nei periodi in cui non si vive alcun problema, si può usare il diario per registrare cose belle avvenute durante la giornata oppure per annotare i propri progressi in una particolare attività che si sta svolgendo, dalla dieta dimagrante all’impegno in palestra, dal superamento di una fobia all’apprendimento di una lingua straniera. Ancora prima dell’annotazione dei progressi, appuntare l’obiettivo e la strategia per perseguirlo su un diario può aumentare la motivazione. Molti viaggiatori portano con sé un diario del viaggio, da compilare durante il viaggio. Se è un viaggio impegnativo o magari in solitaria, avere un diario come sostegno e come compagnia può, ancora, mantenere alta la motivazione. Tenere il diario aiuta a mettere in ordine i pensieri e tenere un diario può migliorare la propria capacità analitica e l’efficacia espositiva non solo scrivendo, ma, poi, anche nella vita reale. Scrivere un diario è una forma di autocoscienza che migliora anche l’autoconsapevolezza: scrivendo con regolarità, anche se non per forza tutti i giorni, ci si può osservare da fuori e si possono riconoscere comportamenti e schemi di pensiero che non piacciono e decidere se li si vuole cambiare. Se si riconoscono abitudini e modi di vedere le cose che, invece, piacciono, si può decidere di incrementarli. In questo modo si impara qualcosa dal proprio vissuto personale, cosa che semplicemente vivendolo può non avvenire.
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Sandy Skoglund, The Green House (1990) .Courtesy Paci Contemporary Gallery (Brescia - Porto Cervo) © 1990, Sandy Skoglund
Un percorso ricco ed emozionante suddiviso in sei sale, che immagine dopo immagine invita il visitatore a una profonda riflessione sul linguaggio e sul significato più recondito della fotografia, che è memoria visiva del genere umano, strumento in grado di raccontare ciò che siamo stati, ciò che siamo e ciò che possiamo diventare. Ogni fotografia racconta «la Storia» e «una storia», il passato e il presente, le cadute e le rinascite, le tragedie e le grandi conquiste dell’umanità. Una foto può immortalare un fatto di cronaca o essere opera d’arte e sperimentazione pura, può essere testimone veritiera o bugiarda, ambigua o chiarissima, ma in ogni caso, ogni immagine porta con sé un momento preciso e una parte del mondo. Da 200 anni a questa parte.
Era infatti il 1826 quando il francese Joseph Nicéphore Niépce, dopo ben 8 ore di esposizione, immortalò la vista dalla finestra di casa sua a Le Gras, rivoluzionando per sempre – e forse inconsapevolmente – il mondo dell’immagine e della comunicazione. Una storia lunga due secoli, che la bella mostra allestita al MUDEC narra con le 100 immagini che più hanno arricchito l’eredità del nostro tempo. Una scelta sicuramente impegnativa e non facile quella fatta da Denis Curti (curatore della mostre e autorevole voce critica della fotografia italiana e internazionale), ma che centra appieno l’obiettivo di regalare al visitatore un viaggio per immagini nella storia. Dell’uomo e della fotografia. O meglio, dell’umanità che si fotografa mentre cambia…
La Mostra
Aperto da un’ affascinante sala introduttiva che fa da spartiacque fra una «società senza immagini e una società con le immagini», il percorso espositivo vero e proprio ha inizio con la sezione dedicata alle sperimentazioni visive, dove trovano spazio i tentativi tecnici di Niépce e Daguerre, i ritratti visionari di Julia Margaret Cameron, le elaborazioni politiche e allegoriche di Hippolyte Bayard e le fotografie di Roger Fenton, tra i primi a tradurre in immagine la devastazione della guerra di Crimea nel 1855: tra le immagini più iconiche della sezione e degli albori della fotografia la notissima Femme a la balle (1887) dell’inglese Eadweard Muybridge, pioniere della fotografia del movimento e di una nuova concezione del tempo e del corpo nell’immagine, innovazioni tecniche che daranno poi un contributo fondamentale anche alla nascita del cinema.
Senza seguire un ordine cronologico preciso, dalla nascita della fotografia si passa ad una modernità « più spinta», a quando le immagini si aprono alla sperimentazione, a nuovi linguaggi visivi e a una raffinata ricerca formale: è qui, nella seconda sezione, che si incontrano i capolavori surrealisti di Man Ray, le inquadrature avanguardiste di Aleksandr Rodcenko, la raffinatezza di Horst P. Horst (in mostra la sua celebre Mainbocher Corset, Parigi, 1939), il Maestro Henri Cartier-Bresson e il grande ritrattista Philippe Halsman, rappresentato al MUDEC dal Dali Atomicus, una performance più che una fotografia… Una sezione particolarmente interessante questa ( completata dalle «composizioni» di Mario Giacomelli e dalla fotografia concettuale dello spagnolo Joan Fontcuberta), che raduna artisti di anni, nazioni e scuole diverse, tutti ugualmente importanti nell’aprire la strada ai linguaggi ibridi delle generazioni successive.
Ma per chi, come la sottoscitta, al concettualismo e alla finzione preferisce la verità storica, sarà nella terza sezione (Fotografia come documento) che troverà «La Fotografia » che registra il mondo e gli eventi storici, dallo sbarco dell’uomo sulla luna (documentata dalla celebre - e anche contestata - foto diffusa dalla NASA), a Ground Zero, dalle guerre ai fenomeni migratori. E’ qui, in questa straordinaria sala, che trova spazio l’intenso scatto di Dorothea Lange Migrant Mother (1936), l‘immagine in assoluto più significativa della Grande Depressione; la drammatica foto della caduta del Muro di Berlino, immortalata nel 1989 da Carol Guzy; la tragedia dell’11 settembre catturata dall’obiettivo di Joel Meyerowitz unico fotografo autorizzato a oltrepassare le barriere di sicurezza per mostrare al mondo quel disastro disumano. Immagini di storia contemporanea forti e potenti, che hanno scosso il mondo e contribuito a creare la nostra memoria collettiva.
Scatti di fotoreporter e documentaristi che sono stati e sono «gli occhi del mondo», poli opposti dei «mirror» ( esposti nella quarta sezione della mostra), magistrali indagatori del mondo interiore, del corpo e delle sue nudità, dell’altro rispetto al «sè», dell’ambiguità e di una memoria che va altre il visibile. Le loro opere sono teatrali e trasgressive, a tratti disturbanti, nel caso di Robert Mapplethorpe (in mostra con una sola, significativa immagine, Bob Love del 1979) rasentano la perfezione di forme e proporzioni : solo lui, «il Michelangelo della fotografia», con rara potenza simbolica e formale ha saputo trasformare il corpo in scultura, gesto e icona. Con ironia, e una leggerezza che non è superficialità…
«Occhi del mondo» e « Mirror», agli antipodi sino a qualche decennio fa, nell’ultimo quarto di secolo si sono uniti per dare vita a un linguaggio misto, in cui documentazione e introspezione non sono più in contrapposizione, ma coesistono in una tensione continua. Oggi, in un tempo caratterizzato da una produzione incontrollata di immagini , la fotografia è parte integrante delle nostre vite (ogni momento è buono per un selfie, uno scatto con lo smart, un’instagrammata…), è realtà e finzione, è il mondo com’è e come vorremmo che fosse. Il Novecento, oramai alle spalle, non è sparito, ma vive in una sorta di memoria vibrante, accanto ad un futuro che impone nuovi scenari e orizzonti. Il passato si trasforma in una sorta di «risonanza emotiva» in cui la fotografia non rappresenta più il fatto oggettivo, ma diventa metafora, evocazione e finzione. E’ questo ciò che racconta la quinta sezione, interamente dedicata all’ambiguità del linguaggio visivo fotografico, a immagini che sono metafore, simboli, stratificazioni, opere che reinventano il reale attraverso la finzione: è qui che, fra glia altri , sono esposte le scenografie visionarie di David LaChapelle e l’immaginario surreale di Sandy Skoglund, in mostra con The Green House, stravagante rappresentazione onirica di cani viola adagiati in una stanza completamente verde, arredi compresi… A chiudere il percorso espositivo la sala dedicata all’ «oggi», ai nuovi autori e ai nuovi immaginari del XXI secolo: i temi affrontati sono quelli del nostro tempo ( dai conflitti ai disastri ambientali, dalle migrazioni alle identità di genere) e ad accomiatare i visitatori, i lavori dell’artista visiva Alba Zari ; Hold Me Close, dell’artista ghaneano Carlos Idun-Tawiah, intensissimo e commovente nel rappresentare il legame tra comunità, affetti e storia individuale; la fragilità del rapporto tra essere umano e natura immortalata nella straordinaria immagine Lake Undecided del fotografo iraniano Ebrahim Noroozi.
Il valore di questa mostra
Una mostra di 100 scatti è un azzardo. Potrebbe «lasciartene addosso» nessuno, solo uno o pochi altri. In questo caso non si corre il rischio, perché, al di là delle foto, ciò che in questa mostra fa la differenza è la filosofia che ne sta alla base, quell’invito a fermarsi, rallentare e riflettere con calma sul senso delle immagini e della loro storia. Che è anche la nostra…
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