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2021-06-10
Maschi islamici quasi diciottenni. Ecco chi sono i «bambini» dei barconi
(Francesco Pecoraro/Getty Images)
Molto spesso si lascia intendere che una quota considerevole di immigrati irregolari che arrivano in Italia sia costituita da donne e bambini piccoli: un elemento, questo, particolarmente enfatizzato soprattutto contro chi invoca un atteggiamento più guardingo sul tema dell'accoglienza migratoria. Eppure, se si vanno a osservare i dati più da vicino, si scoprirà che la situazione è un po' diversa da come viene talvolta semplicisticamente dipinta. Si tratta di una questione che merita di essere approfondita, specialmente alla luce del fatto che la legge Zampa, approvata nel 2017, vieta il respingimento alla frontiera dei migranti minorenni non accompagnati.
Secondo quanto recentemente riportato dalla Fondazione Openpolis, i minori non accompagnati in Italia «ad aprile 2021 sono 6.633 in totale, di cui 6.392 maschi (96,4%) e 241 femmine (3,6%)». Ebbene, di questa cifra, la maggior parte è costituita da soggetti quasi maggiorenni: i diciassettenni risultano infatti 4.290 (ovverosia il 64,7% del totale). Tutto questo, mentre - riferisce sempre la stessa fonte - «il 22,5% ha 16 anni, il 7,5% ne ha 15 e il 5,1% è tra i 7-14 anni, fino ad arrivare a 22 bambini tra 0 e 6 anni d'età, su 6.633 totali (0,3%)». Ne consegue che, di questi minori (quasi totalmente maschi) soltanto un numero esiguo abbia meno di 14 anni (poco meno del 6% del totale).
Se passiamo poi ad analizzare la presenza sul nostro territorio, scopriremo che la regione con il maggior numero di minori non accompagnati è la Sicilia (che arriva al 29,3%), seguita dal Friuli-Venezia Giulia (11,5%), dalla Lombardia (10,3%) e dall'Emilia-Romagna (7,9%). Ma si registrano anche ulteriori dati interessanti. Secondo l'Atlante Siproimi del 2019, i beneficiari accolti dallo stesso Siproimi (il sistema, cioè, «afferente alla rete degli enti locali che si occupa dell'accoglienza e dell'integrazione dei richiedenti asilo e rifugiati, nonché dei minori non accompagnati») sono prevalentemente giovani: il 44,3% ha tra i 18 e i 25 anni e il 34% tra i 26 e i 40 anni. Tutto questo, mentre gli over 40 si fermano al 5,4%, a fronte di un 16,3% che va da 0 a 17 anni. Insomma, i dati mostrano un'immigrazione particolarmente giovane. Un fattore che apre tuttavia le porte ad alcune (problematiche) considerazioni.
In primo luogo, lascia perplessi che, tra i minori non accompagnati, la quasi totalità sia costituita da ragazzi con età superiore ai quindici anni. In età adolescenziale non è infatti semplice distinguere «a occhio» se il soggetto sia minorenne o maggiorenne, soprattutto alla luce del fatto che i documenti d'identità possono non esserci o essere falsi. Casi di età fasulle non sono del resto troppo rari. Lo scorso settembre, la trasmissione di
Mario Giordano, Fuori dal coro, confezionò un'inchiesta proprio su questo tema, mostrando come, spacciandosi per minori, alcuni immigrati godessero indebitamente dei benefici della legge Zampa: una situazione che, riportò sempre la trasmissione, conveniva economicamente anche ai centri d'accoglienza. Tutto questo, mentre, a marzo 2019, Analisi Difesa riportò che gli accertamenti non vengono sempre condotti in modo sistematico, anche per gli alti costi che comportano. Del resto, lo stesso articolo 5 della legge Zampa non risulta granché efficace nell'affrontare la questione dell'età dubbia: dopo lo sciorinamento di una serie di vie e metodi per cercare di stabilirla, il testo conclude infatti laconicamente: «Qualora, anche dopo l'accertamento socio-sanitario, permangano dubbi sulla minore età, questa si presume ad ogni effetto di legge». Insomma, il rischio che tra tutti questi presunti ultra-quindicenni si celino dei maggiorenni è abbastanza significativo. E l'inefficacia della legge Zampa sotto questo aspetto rischia addirittura di incentivare indirettamente il fenomeno.
In secondo luogo, un così alto arrivo di immigrati in tarda adolescenza e in prima età adulta rischia di avere delle ripercussioni negative anche in termini sociali ed economici. Tra gli obiettivi del Siproimi vi è per esempio quello della formazione professionale e dell'orientamento al lavoro. Ciononostante i danni della pandemia all'economia del nostro Paese sono sotto gli occhi di tutti d inserire queste persone in un circuito professionale non è affatto semplice. Il rischio che costoro possano quindi restare coinvolti in attività illegali è reale e non può essere sottovalutato. Infine, bisogna fare attenzione anche al lato culturale. I beneficiari della rete Siproimi (che abbiamo visto essere in massima parte degli under 40) provengono in larga parte da Paesi a maggioranza musulmana: se il 67% arriva infatti dall'Africa subsahariana, il 13,2% giunge da Pakistan, Afghanistan e Bangladesh. Un 9% perviene invece dalla cintura del Mediterraneo (specialmente Marocco, Egitto, Libia) e dal Medio Oriente (Siria e Iraq). Tutto questo non può quindi non contribuire a porre un problema di integrazione, anche (e soprattutto) alla luce di alcuni tragici e recenti fatti di cronaca.
Riportato alla frontiera il cugino di Saman che era fuggito in Francia
I gendarmi l'hanno consegnato ieri mattina alla frontiera di Ventimiglia. Ikram Ijaz, 28 anni, cugino di Saman, è sceso dal furgoncino bianco marchiato «administration penitentiaire». Manette ai polsi, testa china, maglia rossa e pantaloni neri. Dopo qualche istante, viene circondato dai carabinieri. Poi il viaggio verso il carcere di Reggio Emilia, dove adesso è rinchiuso. Per gli investigatori, quell'uomo è una delle belve che ha ammazzato e fatto sparire la cugina. Saman, diciott'anni compiuti a dicembre, voleva fuggire. Da quella gabbia di fondamentalisti. Da un matrimonio combinato. Continuano a cercarla tra i campi del reggiano, ormai certi della sua morte.
Il ragazzo era stato arrestato a Nimes, in Francia, la scorsa settimana. Mentre lo zio, Danish Hasnain, e l'altro cugino, Nomanulhaq Nomanhulaq, sono ancora ricercati in tutta Europa. I tre, la sera dello scorso 29 aprile, vengono ripresi da una telecamera: hanno due pale, un sacco e un piede di porco. Ijaz e Nomanhulaq, scrive il gip Luca Ramponi nell'ordinanza di custodia cautelare in carcere, «non solo hanno cooperato nella precedente attività di scavo della fossa, ma hanno anche aiutato Hasnain nel bloccarla e poi ucciderla».
Il cugino verrà interrogato nei prossimi giorni. Mentre partirà una rogatoria internazionale per i genitori di Saman, che hanno raggiunto il Pakistan dopo la sua scomparsa. È stato il fratello sedicenne della ragazza, ora in una struttura protetta, a raccontare l'ultimo alterco familiare. È il 30 aprile 2021. Lei vuole andar via di casa. Litigano. Ancora una volta. Fino a quando il padre, Shabbar Abbas, chiama Danish lo spietato. Che gli dice: «Ci penso io». Al suo rientro, l'uomo capisce. Inizia a piangere. Davanti a lui, il presunto assassino non ha nulla in mano. Per questo, il fratello di Saman pensa che abbia strangolato la sorella. Il suo racconto viene considerato «particolarmente credibile». Ora il gip fisserà l'incidente probatorio.
La testimonianza del giovane è stata risolutiva. Saman torna a casa lo scorso 11 aprile, dopo un periodo in una comunità protetta. Vuole farsi restituire il passaporto. Richiesta vana. Per lei hanno altri piani: reclusione e matrimonio combinato. Così, denuncia nuovamente i genitori. A quel punto, avrebbero deciso la sua morte. Un omicidio premeditato, per i pm. Nessun impeto. Atroce calcolo. Lo dimostrano le immagini dei giorni precedenti. Quella buca scavata dai parenti. E lo zio Danish sarebbe stato l'esecutore: la bestia sanguinaria. Con i genitori a far da consapevoli mandanti. Saman, in quei concitati momenti, capisce tutto. Vogliono ucciderla. Lo annuncia, con un messaggio vocale, al fidanzato, un connazionale conosciuto in chat: «L'ho sentita con le mie orecchie, ti giuro che stavano parlando di me». Si riferisce alla madre, Nazia Shaeeen. «Se non mi senti per 48 ore rivolgiti alle forze dell'ordine» chiede invano al ragazzo.
Per ricostruire il presunto omicidio sarà decisivo l'interrogatorio in carcere del cugino. Intanto, la sua estradizione fa ridestare dal torpore il ministro dell'Interno, Luciana Lamorgese, che annuncia «un tavolo» per le relazioni con l'islam. Un tavolo. Riemerge anche a Enrico Letta, accusato di imbarazzato silenzio dopo l'identitario sventolio di ius soli e integrazione. «Non c'è nessuna possibilità di tollerare vicende come queste» spiega il segretario del Pd. Aggiunge che tutti, pensa un po', devono rispettare le regole. Uno dei suoi tanti predecessori, Matteo Renzi, appare meno diplomatico: lo zio Danish è un animale «da assicurare alle patrie galere».
Tardivo brusio di sottofondo. Saman è sparita. La cercano nelle campagne di Novellara, dietro la cascina degli Abbas, attaccata all'azienda agricola dove il padre faceva il custode. I carabinieri scandagliano il terreno con l'elettromagnetometro. Guardano e riguardano le immagini registrate dalla videosorveglianza: armati di pale, sacco e piede di porco, i tre s'incamminano verso i campi. Dai loro movimenti, sono riusciti a individuare un'area più circoscritta. Le belve avrebbero seppellito Saman tra le serre di cocomeri.
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Malgrado la retorica sui «minori non accompagnati», che per legge non si possono espellere, solo il 6% di essi ha meno di 14 anni, mentre la maggioranza (64,7%) ne ha 17. Forse. Perché verificare l'età è proibito.Estradato Ikram Ijaz, per i giudici ha partecipato all'omicidio. Intervento lunare di Luciana Lamorgese: «Serve tavolo con l'islam». Lo speciale contiene due articoli. Molto spesso si lascia intendere che una quota considerevole di immigrati irregolari che arrivano in Italia sia costituita da donne e bambini piccoli: un elemento, questo, particolarmente enfatizzato soprattutto contro chi invoca un atteggiamento più guardingo sul tema dell'accoglienza migratoria. Eppure, se si vanno a osservare i dati più da vicino, si scoprirà che la situazione è un po' diversa da come viene talvolta semplicisticamente dipinta. Si tratta di una questione che merita di essere approfondita, specialmente alla luce del fatto che la legge Zampa, approvata nel 2017, vieta il respingimento alla frontiera dei migranti minorenni non accompagnati. Secondo quanto recentemente riportato dalla Fondazione Openpolis, i minori non accompagnati in Italia «ad aprile 2021 sono 6.633 in totale, di cui 6.392 maschi (96,4%) e 241 femmine (3,6%)». Ebbene, di questa cifra, la maggior parte è costituita da soggetti quasi maggiorenni: i diciassettenni risultano infatti 4.290 (ovverosia il 64,7% del totale). Tutto questo, mentre - riferisce sempre la stessa fonte - «il 22,5% ha 16 anni, il 7,5% ne ha 15 e il 5,1% è tra i 7-14 anni, fino ad arrivare a 22 bambini tra 0 e 6 anni d'età, su 6.633 totali (0,3%)». Ne consegue che, di questi minori (quasi totalmente maschi) soltanto un numero esiguo abbia meno di 14 anni (poco meno del 6% del totale). Se passiamo poi ad analizzare la presenza sul nostro territorio, scopriremo che la regione con il maggior numero di minori non accompagnati è la Sicilia (che arriva al 29,3%), seguita dal Friuli-Venezia Giulia (11,5%), dalla Lombardia (10,3%) e dall'Emilia-Romagna (7,9%). Ma si registrano anche ulteriori dati interessanti. Secondo l'Atlante Siproimi del 2019, i beneficiari accolti dallo stesso Siproimi (il sistema, cioè, «afferente alla rete degli enti locali che si occupa dell'accoglienza e dell'integrazione dei richiedenti asilo e rifugiati, nonché dei minori non accompagnati») sono prevalentemente giovani: il 44,3% ha tra i 18 e i 25 anni e il 34% tra i 26 e i 40 anni. Tutto questo, mentre gli over 40 si fermano al 5,4%, a fronte di un 16,3% che va da 0 a 17 anni. Insomma, i dati mostrano un'immigrazione particolarmente giovane. Un fattore che apre tuttavia le porte ad alcune (problematiche) considerazioni. In primo luogo, lascia perplessi che, tra i minori non accompagnati, la quasi totalità sia costituita da ragazzi con età superiore ai quindici anni. In età adolescenziale non è infatti semplice distinguere «a occhio» se il soggetto sia minorenne o maggiorenne, soprattutto alla luce del fatto che i documenti d'identità possono non esserci o essere falsi. Casi di età fasulle non sono del resto troppo rari. Lo scorso settembre, la trasmissione di Mario Giordano, Fuori dal coro, confezionò un'inchiesta proprio su questo tema, mostrando come, spacciandosi per minori, alcuni immigrati godessero indebitamente dei benefici della legge Zampa: una situazione che, riportò sempre la trasmissione, conveniva economicamente anche ai centri d'accoglienza. Tutto questo, mentre, a marzo 2019, Analisi Difesa riportò che gli accertamenti non vengono sempre condotti in modo sistematico, anche per gli alti costi che comportano. Del resto, lo stesso articolo 5 della legge Zampa non risulta granché efficace nell'affrontare la questione dell'età dubbia: dopo lo sciorinamento di una serie di vie e metodi per cercare di stabilirla, il testo conclude infatti laconicamente: «Qualora, anche dopo l'accertamento socio-sanitario, permangano dubbi sulla minore età, questa si presume ad ogni effetto di legge». Insomma, il rischio che tra tutti questi presunti ultra-quindicenni si celino dei maggiorenni è abbastanza significativo. E l'inefficacia della legge Zampa sotto questo aspetto rischia addirittura di incentivare indirettamente il fenomeno. In secondo luogo, un così alto arrivo di immigrati in tarda adolescenza e in prima età adulta rischia di avere delle ripercussioni negative anche in termini sociali ed economici. Tra gli obiettivi del Siproimi vi è per esempio quello della formazione professionale e dell'orientamento al lavoro. Ciononostante i danni della pandemia all'economia del nostro Paese sono sotto gli occhi di tutti d inserire queste persone in un circuito professionale non è affatto semplice. Il rischio che costoro possano quindi restare coinvolti in attività illegali è reale e non può essere sottovalutato. Infine, bisogna fare attenzione anche al lato culturale. I beneficiari della rete Siproimi (che abbiamo visto essere in massima parte degli under 40) provengono in larga parte da Paesi a maggioranza musulmana: se il 67% arriva infatti dall'Africa subsahariana, il 13,2% giunge da Pakistan, Afghanistan e Bangladesh. Un 9% perviene invece dalla cintura del Mediterraneo (specialmente Marocco, Egitto, Libia) e dal Medio Oriente (Siria e Iraq). Tutto questo non può quindi non contribuire a porre un problema di integrazione, anche (e soprattutto) alla luce di alcuni tragici e recenti fatti di cronaca. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/riportato-alla-frontiera-il-cugino-di-saman-che-era-fuggito-in-francia-2653294223.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="riportato-alla-frontiera-il-cugino-di-saman-che-era-fuggito-in-francia" data-post-id="2653294223" data-published-at="1623265142" data-use-pagination="False"> Riportato alla frontiera il cugino di Saman che era fuggito in Francia I gendarmi l'hanno consegnato ieri mattina alla frontiera di Ventimiglia. Ikram Ijaz, 28 anni, cugino di Saman, è sceso dal furgoncino bianco marchiato «administration penitentiaire». Manette ai polsi, testa china, maglia rossa e pantaloni neri. Dopo qualche istante, viene circondato dai carabinieri. Poi il viaggio verso il carcere di Reggio Emilia, dove adesso è rinchiuso. Per gli investigatori, quell'uomo è una delle belve che ha ammazzato e fatto sparire la cugina. Saman, diciott'anni compiuti a dicembre, voleva fuggire. Da quella gabbia di fondamentalisti. Da un matrimonio combinato. Continuano a cercarla tra i campi del reggiano, ormai certi della sua morte. Il ragazzo era stato arrestato a Nimes, in Francia, la scorsa settimana. Mentre lo zio, Danish Hasnain, e l'altro cugino, Nomanulhaq Nomanhulaq, sono ancora ricercati in tutta Europa. I tre, la sera dello scorso 29 aprile, vengono ripresi da una telecamera: hanno due pale, un sacco e un piede di porco. Ijaz e Nomanhulaq, scrive il gip Luca Ramponi nell'ordinanza di custodia cautelare in carcere, «non solo hanno cooperato nella precedente attività di scavo della fossa, ma hanno anche aiutato Hasnain nel bloccarla e poi ucciderla». Il cugino verrà interrogato nei prossimi giorni. Mentre partirà una rogatoria internazionale per i genitori di Saman, che hanno raggiunto il Pakistan dopo la sua scomparsa. È stato il fratello sedicenne della ragazza, ora in una struttura protetta, a raccontare l'ultimo alterco familiare. È il 30 aprile 2021. Lei vuole andar via di casa. Litigano. Ancora una volta. Fino a quando il padre, Shabbar Abbas, chiama Danish lo spietato. Che gli dice: «Ci penso io». Al suo rientro, l'uomo capisce. Inizia a piangere. Davanti a lui, il presunto assassino non ha nulla in mano. Per questo, il fratello di Saman pensa che abbia strangolato la sorella. Il suo racconto viene considerato «particolarmente credibile». Ora il gip fisserà l'incidente probatorio. La testimonianza del giovane è stata risolutiva. Saman torna a casa lo scorso 11 aprile, dopo un periodo in una comunità protetta. Vuole farsi restituire il passaporto. Richiesta vana. Per lei hanno altri piani: reclusione e matrimonio combinato. Così, denuncia nuovamente i genitori. A quel punto, avrebbero deciso la sua morte. Un omicidio premeditato, per i pm. Nessun impeto. Atroce calcolo. Lo dimostrano le immagini dei giorni precedenti. Quella buca scavata dai parenti. E lo zio Danish sarebbe stato l'esecutore: la bestia sanguinaria. Con i genitori a far da consapevoli mandanti. Saman, in quei concitati momenti, capisce tutto. Vogliono ucciderla. Lo annuncia, con un messaggio vocale, al fidanzato, un connazionale conosciuto in chat: «L'ho sentita con le mie orecchie, ti giuro che stavano parlando di me». Si riferisce alla madre, Nazia Shaeeen. «Se non mi senti per 48 ore rivolgiti alle forze dell'ordine» chiede invano al ragazzo. Per ricostruire il presunto omicidio sarà decisivo l'interrogatorio in carcere del cugino. Intanto, la sua estradizione fa ridestare dal torpore il ministro dell'Interno, Luciana Lamorgese, che annuncia «un tavolo» per le relazioni con l'islam. Un tavolo. Riemerge anche a Enrico Letta, accusato di imbarazzato silenzio dopo l'identitario sventolio di ius soli e integrazione. «Non c'è nessuna possibilità di tollerare vicende come queste» spiega il segretario del Pd. Aggiunge che tutti, pensa un po', devono rispettare le regole. Uno dei suoi tanti predecessori, Matteo Renzi, appare meno diplomatico: lo zio Danish è un animale «da assicurare alle patrie galere». Tardivo brusio di sottofondo. Saman è sparita. La cercano nelle campagne di Novellara, dietro la cascina degli Abbas, attaccata all'azienda agricola dove il padre faceva il custode. I carabinieri scandagliano il terreno con l'elettromagnetometro. Guardano e riguardano le immagini registrate dalla videosorveglianza: armati di pale, sacco e piede di porco, i tre s'incamminano verso i campi. Dai loro movimenti, sono riusciti a individuare un'area più circoscritta. Le belve avrebbero seppellito Saman tra le serre di cocomeri.
La prima Vespa in commercio, la «98» del 1946 (Piaggio Group)
Lo stabilimento Piaggio di Pontedera (Pisa) era diventato un obiettivo strategico per i bombardieri anglo-americani, perché lì era cominciata la produzione dell’unico bombardiere quadrimotore italiano, il P-108. Il 21 gennaio 1944, poco dopo che la fabbrica fu occupata dai tedeschi, i B-24 del 449th Bomb Group rasero al suolo lo stabilimento del marchio fondato nel 1884 a Genova.
Enrico Piaggio, allora alla guida dell’azienda, decise il trasferimento della produzione superstite a Biella, dove le maestranze e i macchinari trovarono ospitalità presso lo storico cotonificio Poma. Qui fu trasferito l’ingegnere milanese Renzo Spolti, che venne incaricato da Piaggio di «pensare al futuro», considerando la fine delle commesse per l’aviazione militare a guerra finita.
In contatto con il conte biellese Carlo Felice Trossi di Pian Villar, ex corridore automobilistico e appassionato di motori, Spolti pensò a uno scooter per tutte le tasche, semplice e maneggevole. Sembra che l’ispirazione fosse venuta da uno scooter usato dai paracadutisti americani anche in Italia, il Cushman «Model 53», di cui il conte possedeva un esemplare. Trossi possedeva anche un miniscooter italiano prodotto negli anni '40 in pochi esemplari, il «Volugrafo» della Simat di Torino, da cui derivò la primitiva idea del futuro scooter Piaggio. A Biella nacque il prototipo della Vespa, il Piaggio Mp-5. Completamente carenato, lo scooter era caratterizzato dal motore centrale Sachs da 98cc che Spolti, anticipando di molto i tempi, pensò di accoppiare ad un cambio automatico. Furono gli operai a ribattezzarlo «Paperino» per le sue forme che ricordavano il volatile acquatico.
Il progetto tuttavia non piacque ad Enrico Piaggio, che nel 1945 coinvolse l’ingegnere Corradino D’Ascanio. Le motivazioni del patron erano valide. L’Mp-5 presentava un tunnel centrale di alloggiamento del propulsore che rendeva difficoltoso l’accesso e l’avviamento era previsto solo a spinta. Con lungimiranza, Piaggio pensò alla clientela femminile che non avrebbe gradito tali difetti in termini di praticità, in previsione di una prima motorizzazione popolare dell’Italia.
D’Ascanio modificò radicalmente il progetto del 1944 eliminando il tunnel che non piaceva a Piaggio e alloggiando il motore alla destra della ruota posteriore. La soluzione, pur sacrificando la stabilità del mezzo, permise un accesso ottimale e la possibilità di ricavare spazio per le gambe e per uno scudo protettivo. L’Mp-6 del 1945, dotato di cambio manuale e avviamento a pedale, era di fatto il prototipo della Vespa. Il nome che accompagnerà lo scooter più famoso del mondo venne dallo stesso Enrico Piaggio che, alla vista dell’Mp-6, esclamò: «Sembra una vespa!» per la forma che ricordava l’insetto dalla vita stretta e dall’addome bombato.
Dopo gli ultimi ritocchi al prototipo, la prima Vespa, poi nominata «98» dalla cilindrata del motore, era pronta per la produzione. Ma i danni della guerra rallentarono la fabbricazione per la mancanza di presse, tanto che i primi esemplari furono realizzati artigianalmente battendo la lamiera manualmente (chiamati poi «Serie Zero»). Solo con l’aiuto dell’Alfa Romeo fu possibile per Piaggio ricevere i primi lotti di telai stampati. La Vespa fu presentata in anteprima alla Mostra della meccanica e metallurgia che si svolse a Torino dal 24 marzo al 7 aprile 1946. Il brevetto fu registrato alcuni giorni più tardi, il 23 aprile. Una data che segnò l’inizio di un mito, che tuttavia stentò a decollare inizialmente a causa della gravissima crisi economica che colpì l’Italia appena finita la guerra. La possibilità del pagamento rateale venne incontro alla Piaggio, avvicinando le tasche degli italiani al sogno della rinascita a motore. Un problema fu la produzione della «98», per la cronica scarsità di materie prime, che creò lunghe liste di attesa. Il prezzo era importante per le possibilità dei lavoratori italiani del 1946, 55.000 lire per la «normale» (senza cromature e con sella in pegamoide, la famosa finta pelle in nitrocellulosa) e 61.000 per la «lusso» con sellino in pelle e manubrio cromato. Ma il sogno a due ruote fu più forte del carovita. Tra il 1946 e il 1947 furono circa 15.000 le «98» vendute, anche all’estero (in Sud America e Svizzera). Nel 1948 un nuovo modello da 125cc entrò in produzione. Migliorata nelle sospensioni e nell’efficienza di un motore più affidabile nel raffreddamento, la nuova Vespa guadagnerà nei primi mesi altre migliorie come il cavalletto centrale al posto del piccolo laterale della «98» perdendo il delicato e costoso cambio «a bacchetta» per il sistema a cavi «Teleflex», adottato nel 1949. Capace di sfiorare i 70 km/h, la «125» poteva superare in prima marcia pendenze fino al 22%.
Lo stampaggio delle lamiere fu ancora a carico di Alfa Romeo e Nuovo Pignone di Firenze, ma gli effetti del Piano Marshall cominciarono a dare sollievo anche alla Piaggio che, a partire dal 1950, acquistò nuove presse per stampare i telai a Pontedera. Il rumore dei macchinari sostituì quello delle bombe che 6 anni prima avevano raso al suolo la storica azienda aeronautica. Le ali lasciavano così il posto a due piccole ruote, che avrebbero messo l’Italia ancora in movimento.
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