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2019-05-15
Giudici scatenati: dobbiamo tenerci gli immigrati
anche se sono una minaccia
Ansa
Chi decide il destino dei migranti? Il lettore potrebbe rispondere che esistono le leggi dello Stato a regolamentare chi ha diritto di restare e chi invece deve essere rimpatriato. Risposta sbagliata. Quella giusta è che la sorte dei profughi dipende dai magistrati, che spesso interpretano le norme a loro discrezione. Talvolta anche in modo opposto uno dall'altro. Dipende da (...) tanti fattori, forse anche dall'umore. Ci sono due verdetti che fanno discutere: il primo italiano, il secondo della Corte europea e si spinge a vietare l'espulsione del rifugiato anche se commette reati gravi.
Danno sproporzionato
L'ultima sentenza nostrana, definibile creativa, arriva da Venezia dove il tribunale ha accolto il ricorso di un africano che, nel 2017, si era visto respingere dalla commissione territoriale di Verona la richiesta di riconoscimento della protezione internazionale. Cosa ha decretato il giudice? Che il giovane del Mali può restare comunque in Italia. Non perché abbia i requisiti per ottenere lo status da profugo, ma perché si è integrato talmente bene che, se dovesse essere rimandato indietro, si arrecherebbe un «danno sproporzionato alla sua vita privata». Come ammette lo stesso magistrato la domanda d'asilo sarebbe da bocciare seguendo le regole: il ricorrente non può essere considerato un rifugiato perché non è «oggetto di persecuzione per razza, religione o appartenenza a un determinato gruppo sociale» e aggiunge che «né in altro modo le circostanze fanno emergere la sussistenza di un danno grave in caso di rientro in Mali, cioè il rischio verosimile di essere sottoposto a pena capitale o a trattamenti inumani o degradanti».
Un bravo ragazzo
Quindi come concludere? Può tornare a casa senza pericoli? No, poiché stiamo parlando di un bravo ragazzo. Infatti secondo il tribunale veneziano, lo straniero «ha dato prova di una perfetta padronanza della lingua italiana e per ciò stesso di una seria capacità d'inserimento». Non solo: «Ha dimostrato», scrivono le toghe, «di essere occupato a tempo pieno in molteplici attività lavorative, dalla vigilanza al lavoro in ristorazione e in agricoltura, di aver frequentato e concluso la scuola secondaria, oltre allo svolgimento di volontariato e di essere in procinto di acquisire la patente». Questi elementi impedirebbero dunque l'allontanamento del malese. Insomma, per il giudice è fondamentale in questi casi fare una «valutazione comparata tra le condizioni raggiunte nel Paese ospitante rispetto a quelle del Paese di origine» perché bisogna «assicurare una tutela sia alla vita familiare che alla vita privata di un individuo».
Il diktat Ue
Ma se il migrante delinque si può mandarlo via? No, neppure in questo caso e a stabilirlo è la Corte di giustizia Ue, che fissa i paletti per la revoca o il rifiuto del riconoscimento dello status di rifugiato in uno Stato membro. Tra questi spicca che il rimpatrio è vietato, anche fosse per questioni di sicurezza nazionale, se nel Paese di origine il migrante rischia la tortura o la vita. Quindi anche nel caso si trattasse di un terrorista. Secondo i giudici del Lussemburgo, la decisione di revocare o rifiutare lo status di rifugiato non permette di togliere tale status (né i diritti che derivano dalla Convenzione di Ginevra) o di rimpatriare l'extracomunitario se ci sono «fondati timori» che sia perseguitato. Prevalgono, quindi, i fondamenti della Carta dei diritti fondamentali dell'Ue che vieta il respingimento in un Paese dove la sua vita o la sua libertà possano essere minacciate e dove siano in vigore «la tortura e le pene e i trattamenti inumani o degradanti». La Corte in sostanza stabilisce che la protezione dell'Unione ai rifugiati che delinquono è più ampia di quella assicurata dalla Convenzione di Ginevra. La sentenza riguarda il caso di tre migranti (un ivoriano, un congolese e un ceceno) che in Belgio e in Repubblica Ceca si sono visti revocare lo status di rifugiato perché considerati una minaccia per la sicurezza o perché condannati per un reato particolarmente grave.
In effetti, resta da comprendere come questo verdetto possa impattare sulla legislazione italiana: il decreto sicurezza, infatti, prevede lo stop ai benefici dell'asilo se lo straniero commette una serie di delitti. C'è però da aggiungere che la nuova sentenza non innesca automatismi: per far valere il principio lo straniero dovrà comunque avviare una causa. Poi toccherà ai tribunali decidere in merito, ma la questione non è semplice: chi stabilisce infatti quali sono i Paesi dove si rischiano trattamenti inumani e degradanti? Il ministro dell'Interno Matteo Salvini è intervenuto per commentare il pronunciamento: «Ecco perché è importante cambiare questa Europa, con il voto del 26 maggio. Comunque io non cambio idea e non cambio la legge: i richiedenti asilo che violentano, rubano e spacciano, tornano tutti a casa loro. E nel decreto sicurezza bis norme ancora più severe contro scafisti e trafficanti».
A sinistra cala il silenzio sui rom che hanno ucciso un’anziana per divertirsi
Un appello a Casapound: consegni la tessera alla banda di rom assassini. Forse, in questa maniera, qualcuno s'indignerà per ciò che hanno fatto a Montesacro, una tranquilla zona residenziale a Nord Est della capitale. La sera del 5 maggio, cinque delinquenti si sono introdotti in casa di Anna Tomasino, una signora di 89 anni che in quel momento era al telefono con un'amica. Hanno rotto la finestra, lei li ha sorpresi e loro l'hanno colpita alla testa con un arnese. Anna è morta il giorno dopo in ospedale. I malviventi, di origine serbo-bosniaca, li hanno arrestati tutti: il primo si era costituito ai carabinieri di Cinecittà. Uno era stato sorpreso domenica a Ventimiglia, mentre cercava di passare la frontiera. Un altro è stato fermato nei pressi della stazione di Pomezia, poco fuori Roma. Un altro ancora era stato bloccato a Moncalieri: si era rifugiato a casa di alcuni parenti. Il quinto è stato rintracciato nel campo di via Salviati. E sapete come hanno giustificato il crimine? «Eravamo tutti nel campo nomadi di via dei Gordiani (nel quartiere Prenestino, ndr) a festeggiare San Giorgio, il nostro patrono. Avevamo mangiato e bevuto un bel po' e per chiudere in bellezza la serata ci siamo detti: andiamo a rubare».
Capito? Si banchetta, si alza un po' il gomito e si decide di fare la zingarata: amici miei, andiamo a tirare gli schiaffi a chi si affaccia dai treni in partenza? Ma no, meglio un bel furto in appartamento. Volete forse che Repubblica, presidio di civiltà e democrazia, si scandalizzi? Volete che il Corriere si sdegni? Chissà, invece, se Darko Kostic, il trentunenne che si era presentato in caserma, Miki Trajkovic (36 anni, che avrebbe scagliato il colpo fatale), Dennis Trajkovic (19 anni), Dylan Trajkovic (pure lui diciannovenne) e Bidam Sulejmanovic (41 anni, proprietario dell'auto utilizzata per la rapina), fossero stati militanti di destra. Ai presunti stupratori di Casapound, in fondo, è stato (comprensibilmente) riservato un severo trattamento mediatico. Ai massacratori di una donna sola e indifesa, no. Chissà se i cinque rom fossero stati dei lumbard di fede salviniana. Chissà se, dopo aver ammazzato un'anziana, avessero commentato: «Eravamo andati a festeggiare il dio Po, abbiamo bevuto qualche birra di troppo e ci siamo detti: andiamo a rubare in casa di un'anziana». Non sarebbero bastate tutte le rotative del mondo per mettere su carta la riprovazione per i fascisti maschilisti. Ma per i cinque rom, niente. Eppure, il campo in cui hanno gozzovigliato prima di andare a delinquere non è nuovo ai misfatti, dalla morte di una studentessa cinese, Zhang Yao, che finì travolta da un treno nel 2016 mentre inseguiva i nomadi che l'avevano scippata, al rogo di tre sorelline, bruciate nel loro camper.
Per l'anziana di Montesacro, solo cordoglio posticcio. Ma come? Non ci basta che la vittima sia una donna? Non è l'ennesimo femminicidio? Nun ve sta bene che no? Nel tempo in cui, per la lotta al patriarcato, agli uomini si comminerebbe la carcerazione preventiva, nessuno si scompone per cinque rom che uccidono una donna. Anzi, la loro cultura, autenticamente patriarcale, viene presentata come eterna vittima di dolorose discriminazioni.
E pensare che solo l'anno scorso, alla Camera, alcune organizzazioni di femministe rom avevano presentato i risultati del progetto «Sposati quando sarai pronta», dedicato alla piaga dei matrimoni precoci tra i nomadi. Era emerso che il 50% delle ragazze rom contrae matrimonio tra i 16 e i 20 anni, il 40% addirittura prima dei 15 anni. L'età media delle spose è di 16 anni e i mariti sono quasi sempre scelti dalla famiglia o dal clan. Sono tradizioni, direte. Peccato che il 75% del campione della ricerca dichiarasse di considerare negativa la scelta di sposarsi prima dei 18 anni e l'84% reputasse una vera violenza il matrimonio prima dei 15 anni. Ma di questa segregazione nei confronti di donne e minori, i giornaloni pronti a difendere le attrici ultramiliardarie di Hollywood, non se ne curano. I Corrado Formigli, anzi, ci inviteranno a non generalizzare. Che aspettano i rom a iscriversi alla Lega?
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La Corte di giustizia europea stabilisce che ci dobbiamo tenere persino i terroristi. Intanto, a Venezia, un magistrato decide che lo straniero può restare in Italia anche senza requisiti, se è «ben integrato».I nomadi della tragica rapina di Roma: «Eravamo brilli, ci siamo detti: andiamo a rubare». E nessuno si indigna per i diritti violati.Lo speciale contiene due articoliChi decide il destino dei migranti? Il lettore potrebbe rispondere che esistono le leggi dello Stato a regolamentare chi ha diritto di restare e chi invece deve essere rimpatriato. Risposta sbagliata. Quella giusta è che la sorte dei profughi dipende dai magistrati, che spesso interpretano le norme a loro discrezione. Talvolta anche in modo opposto uno dall'altro. Dipende da (...) tanti fattori, forse anche dall'umore. Ci sono due verdetti che fanno discutere: il primo italiano, il secondo della Corte europea e si spinge a vietare l'espulsione del rifugiato anche se commette reati gravi.Danno sproporzionatoL'ultima sentenza nostrana, definibile creativa, arriva da Venezia dove il tribunale ha accolto il ricorso di un africano che, nel 2017, si era visto respingere dalla commissione territoriale di Verona la richiesta di riconoscimento della protezione internazionale. Cosa ha decretato il giudice? Che il giovane del Mali può restare comunque in Italia. Non perché abbia i requisiti per ottenere lo status da profugo, ma perché si è integrato talmente bene che, se dovesse essere rimandato indietro, si arrecherebbe un «danno sproporzionato alla sua vita privata». Come ammette lo stesso magistrato la domanda d'asilo sarebbe da bocciare seguendo le regole: il ricorrente non può essere considerato un rifugiato perché non è «oggetto di persecuzione per razza, religione o appartenenza a un determinato gruppo sociale» e aggiunge che «né in altro modo le circostanze fanno emergere la sussistenza di un danno grave in caso di rientro in Mali, cioè il rischio verosimile di essere sottoposto a pena capitale o a trattamenti inumani o degradanti».Un bravo ragazzoQuindi come concludere? Può tornare a casa senza pericoli? No, poiché stiamo parlando di un bravo ragazzo. Infatti secondo il tribunale veneziano, lo straniero «ha dato prova di una perfetta padronanza della lingua italiana e per ciò stesso di una seria capacità d'inserimento». Non solo: «Ha dimostrato», scrivono le toghe, «di essere occupato a tempo pieno in molteplici attività lavorative, dalla vigilanza al lavoro in ristorazione e in agricoltura, di aver frequentato e concluso la scuola secondaria, oltre allo svolgimento di volontariato e di essere in procinto di acquisire la patente». Questi elementi impedirebbero dunque l'allontanamento del malese. Insomma, per il giudice è fondamentale in questi casi fare una «valutazione comparata tra le condizioni raggiunte nel Paese ospitante rispetto a quelle del Paese di origine» perché bisogna «assicurare una tutela sia alla vita familiare che alla vita privata di un individuo».Il diktat UeMa se il migrante delinque si può mandarlo via? No, neppure in questo caso e a stabilirlo è la Corte di giustizia Ue, che fissa i paletti per la revoca o il rifiuto del riconoscimento dello status di rifugiato in uno Stato membro. Tra questi spicca che il rimpatrio è vietato, anche fosse per questioni di sicurezza nazionale, se nel Paese di origine il migrante rischia la tortura o la vita. Quindi anche nel caso si trattasse di un terrorista. Secondo i giudici del Lussemburgo, la decisione di revocare o rifiutare lo status di rifugiato non permette di togliere tale status (né i diritti che derivano dalla Convenzione di Ginevra) o di rimpatriare l'extracomunitario se ci sono «fondati timori» che sia perseguitato. Prevalgono, quindi, i fondamenti della Carta dei diritti fondamentali dell'Ue che vieta il respingimento in un Paese dove la sua vita o la sua libertà possano essere minacciate e dove siano in vigore «la tortura e le pene e i trattamenti inumani o degradanti». La Corte in sostanza stabilisce che la protezione dell'Unione ai rifugiati che delinquono è più ampia di quella assicurata dalla Convenzione di Ginevra. La sentenza riguarda il caso di tre migranti (un ivoriano, un congolese e un ceceno) che in Belgio e in Repubblica Ceca si sono visti revocare lo status di rifugiato perché considerati una minaccia per la sicurezza o perché condannati per un reato particolarmente grave. In effetti, resta da comprendere come questo verdetto possa impattare sulla legislazione italiana: il decreto sicurezza, infatti, prevede lo stop ai benefici dell'asilo se lo straniero commette una serie di delitti. C'è però da aggiungere che la nuova sentenza non innesca automatismi: per far valere il principio lo straniero dovrà comunque avviare una causa. Poi toccherà ai tribunali decidere in merito, ma la questione non è semplice: chi stabilisce infatti quali sono i Paesi dove si rischiano trattamenti inumani e degradanti? Il ministro dell'Interno Matteo Salvini è intervenuto per commentare il pronunciamento: «Ecco perché è importante cambiare questa Europa, con il voto del 26 maggio. Comunque io non cambio idea e non cambio la legge: i richiedenti asilo che violentano, rubano e spacciano, tornano tutti a casa loro. E nel decreto sicurezza bis norme ancora più severe contro scafisti e trafficanti».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/rimpatri-impossibili-grazie-ai-giudici-2637132784.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="a-sinistra-cala-il-silenzio-sui-rom-che-hanno-ucciso-unanziana-per-divertirsi" data-post-id="2637132784" data-published-at="1782667808" data-use-pagination="False"> A sinistra cala il silenzio sui rom che hanno ucciso un’anziana per divertirsi Un appello a Casapound: consegni la tessera alla banda di rom assassini. Forse, in questa maniera, qualcuno s'indignerà per ciò che hanno fatto a Montesacro, una tranquilla zona residenziale a Nord Est della capitale. La sera del 5 maggio, cinque delinquenti si sono introdotti in casa di Anna Tomasino, una signora di 89 anni che in quel momento era al telefono con un'amica. Hanno rotto la finestra, lei li ha sorpresi e loro l'hanno colpita alla testa con un arnese. Anna è morta il giorno dopo in ospedale. I malviventi, di origine serbo-bosniaca, li hanno arrestati tutti: il primo si era costituito ai carabinieri di Cinecittà. Uno era stato sorpreso domenica a Ventimiglia, mentre cercava di passare la frontiera. Un altro è stato fermato nei pressi della stazione di Pomezia, poco fuori Roma. Un altro ancora era stato bloccato a Moncalieri: si era rifugiato a casa di alcuni parenti. Il quinto è stato rintracciato nel campo di via Salviati. E sapete come hanno giustificato il crimine? «Eravamo tutti nel campo nomadi di via dei Gordiani (nel quartiere Prenestino, ndr) a festeggiare San Giorgio, il nostro patrono. Avevamo mangiato e bevuto un bel po' e per chiudere in bellezza la serata ci siamo detti: andiamo a rubare». Capito? Si banchetta, si alza un po' il gomito e si decide di fare la zingarata: amici miei, andiamo a tirare gli schiaffi a chi si affaccia dai treni in partenza? Ma no, meglio un bel furto in appartamento. Volete forse che Repubblica, presidio di civiltà e democrazia, si scandalizzi? Volete che il Corriere si sdegni? Chissà, invece, se Darko Kostic, il trentunenne che si era presentato in caserma, Miki Trajkovic (36 anni, che avrebbe scagliato il colpo fatale), Dennis Trajkovic (19 anni), Dylan Trajkovic (pure lui diciannovenne) e Bidam Sulejmanovic (41 anni, proprietario dell'auto utilizzata per la rapina), fossero stati militanti di destra. Ai presunti stupratori di Casapound, in fondo, è stato (comprensibilmente) riservato un severo trattamento mediatico. Ai massacratori di una donna sola e indifesa, no. Chissà se i cinque rom fossero stati dei lumbard di fede salviniana. Chissà se, dopo aver ammazzato un'anziana, avessero commentato: «Eravamo andati a festeggiare il dio Po, abbiamo bevuto qualche birra di troppo e ci siamo detti: andiamo a rubare in casa di un'anziana». Non sarebbero bastate tutte le rotative del mondo per mettere su carta la riprovazione per i fascisti maschilisti. Ma per i cinque rom, niente. Eppure, il campo in cui hanno gozzovigliato prima di andare a delinquere non è nuovo ai misfatti, dalla morte di una studentessa cinese, Zhang Yao, che finì travolta da un treno nel 2016 mentre inseguiva i nomadi che l'avevano scippata, al rogo di tre sorelline, bruciate nel loro camper. Per l'anziana di Montesacro, solo cordoglio posticcio. Ma come? Non ci basta che la vittima sia una donna? Non è l'ennesimo femminicidio? Nun ve sta bene che no? Nel tempo in cui, per la lotta al patriarcato, agli uomini si comminerebbe la carcerazione preventiva, nessuno si scompone per cinque rom che uccidono una donna. Anzi, la loro cultura, autenticamente patriarcale, viene presentata come eterna vittima di dolorose discriminazioni. E pensare che solo l'anno scorso, alla Camera, alcune organizzazioni di femministe rom avevano presentato i risultati del progetto «Sposati quando sarai pronta», dedicato alla piaga dei matrimoni precoci tra i nomadi. Era emerso che il 50% delle ragazze rom contrae matrimonio tra i 16 e i 20 anni, il 40% addirittura prima dei 15 anni. L'età media delle spose è di 16 anni e i mariti sono quasi sempre scelti dalla famiglia o dal clan. Sono tradizioni, direte. Peccato che il 75% del campione della ricerca dichiarasse di considerare negativa la scelta di sposarsi prima dei 18 anni e l'84% reputasse una vera violenza il matrimonio prima dei 15 anni. Ma di questa segregazione nei confronti di donne e minori, i giornaloni pronti a difendere le attrici ultramiliardarie di Hollywood, non se ne curano. I Corrado Formigli, anzi, ci inviteranno a non generalizzare. Che aspettano i rom a iscriversi alla Lega?
Gilberto Pichetto Fratin (Ansa)
Abbiamo elaborato una formula utile (mix di fonti) per accelerare l’esito in Italia di energia elettrica (e altra) abbondante a costi minimizzati. Lo scenario probabilistico vede questo risultato possibile e accelerabile, ma alla condizione di un coordinamento governativo interministeriale gestito dal massimo potere esecutivo, cioè Palazzo Chigi, con la responsabilità di un sottosegretario dedicato con poteri straordinari delegati dal Parlamento sotto il controllo diretto del presidente del Consiglio e indiretto (ma con relazione speciale) del Quirinale: programma Dinamo.
Semplificando, propongo un’organizzazione verticale controllata dalle regole democratiche per gestire un’emergenza nazionale. Qui spiego perché il programma Dinamo sarebbe una soluzione sistemica alla domanda di energia a bassi costi ora insoddisfatta e in prospettiva destinata a crescere: da qui la necessità di dichiarazione un’emergenza nazionale multivariata.
Prima emergenza. È ben noto che i costi energetici in Italia siano dal 20 al 30% superiori alle nazioni comparabili in Europa, e quelli europei superiori agli statunitensi e a quelli di altre nazioni concorrenti. Se non li abbassiamo in tempi utili il destino del sistema produttivo italiano (in gran parte ingaggiato nella competizione globale) è la deindustrializzazione con conseguenza di impoverimento nazionale. I tempi teorici per riparare questo gap competitivo, evitando la deindustrializzazione, sono brevi perché l’impatto è già evidente nonostante l’impegno del governo per attutirlo. Il calcolo dei tempi di riparazione/soluzione di questo gap, computando potenziali combinati con la loro concretizzazione, individuano sette anni di tempo per ottenere più energia a minori costi, cioè entro il 2033, ma iniziando subito ad attivare la soluzione stessa.
Seconda emergenza. Il calcolo di quanta più energia servirà nel prossimo futuro è complesso sul lato della stima di precisione, ma è semplice su quella della tendenza: ne servirà tanta di più. I centri di calcolo per le diverse generazioni successive di servizi di Intelligenza artificiale già richiedono e richiederanno enormi volumi di energia elettrica (oltre che di acqua) in comparazione con quelli odierni. L’irruzione di grandi quantità di robot per l’automazione industriale ha tempi imprecisati, ma è probabile che non siano lunghi, aggiungendo un altro pezzo di domanda energetica a costi minimizzabili per competitività commerciale (e finanziaria). Semplificando, una prima stima del programma Dinamo, anche stimando tempi e modi elettrificanti di nazioni competitrici, è di ottenere una soluzione almeno sufficiente entro sette anni. Ma, appunto, iniziando il prima possibile. Anche perché è sempre più evidente l’impatto sfidante della necessità di adattamento a picchi di calore non brevi che richiedono la creazione di vasti ambienti microclimatizzati, vestizioni speciali (esoscheletri a batteria che reggono sistemi capaci di ridurre il calore, o il freddo, estremi attorno alla pelle di un umano in fase attiva) ed efficiente termoregolazione nelle abitazioni. Già con i picchi di calore attuali si osservano blackout per eccesso di domanda di elettricità, segnale di un’emergenza già in atto.
Terza emergenza. Riguarda la necessità di ridurre i costi per le famiglie italiane perché sono sottocapitalizzate mediamente. L’energia è un costo diretto a cui si aggiunge quello indiretto assimilabile all’inflazione generata dal costo diffuso dell’energia.
In sintesi, semplificando, tre emergenze gravi già nel presente e con rischio di peggioramento nel futuro hanno una soluzione unica, cioè Dinamo, con la seguente missione: a) abolire con atti sospensivi tutti i vincoli burocratici non giustificati sostanzialmente per l’installazione di fonti energetiche; b) adeguare le reti di distribuzione elettrica a un aumento della domanda; c) concentrare capitale di investimento con formula Ppp, cioè cooperazione pubblico-privato, per dare scala adeguata all’aumento del potenziale di offerta energetica, in particolare elettrica. Tale raccomandazione è compatibile con una formula (mobile) di mix energetico: fossile, nucleare, rinnovabile, idroelettrico, geotermico e in prospettiva delle maree marine. Dove è prevedibile una riduzione lenta del fossile, un incremento graduale del nucleare di nuova generazione e un aumento rapidissimo (perché tecnologia alternativa già matura) delle rinnovabili, una manutenzione più precisa dell’idroelettrico, uno sfruttamento più esteso del geotermico e innovazioni sollecitate dalla disponibilità di capitale di investimento. Una simulazione preliminare mostra che in sette anni il risultato di più energia a costi minori è raggiungibile. Andrebbe precisato il calcolo del costo per le utenze calibrato con il rendimento degli investimenti, ma tale scenario computazionale dipende dall’azione di un’autorità coordinatrice che definisca un piano temporalizzato poi base per analisi quantitative più precise.
Ci tengo a sottolineare che non sto criticando l’azione di governo che si sta muovendo nella direzione detta, ma sto proponendo un’accelerazione, giustificata dall’emergenza, via architettura politica verticale qui chiamata programma Dinamo. Che oltre al livello nazionale dovrebbe avere anche uno regionale sia coordinato con quello nazionale stesso sia con uno spazio di autonomia per aumentare la concorrenza territoriale grazie a minori costi dell’energia. L’Italia ha bisogno di una scossa data dalla concorrenza e deburocratizzazione.
www.carlopelanda.com
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Luca Mercalli (Ansa)
Perché lo spauracchio alla fine è sempre quello, per colpa del cambio climatico dovremo contare più decessi. Poco importa che i quattro piccini morti in Francia fossero stati lasciati al sole, in auto chiuse e surriscaldate, condizione atroce anche se le temperature non avessero superato i 25 gradi. E vogliamo parlare dei 40, annegati in cerca di refrigerio? È come dire che se aumenta il consumo di gelati aumentano gli annegati, correlazione vicino allo zero. D’estate fa più caldo, più gente mangia il gelato, anche più persone fanno il bagno e alcuni appunto annegano ma non certo (e non solo) per avere mangiato il gelato.
Ci mancava poi il climatologo Luca Mercalli, che ieri l’ha sparata davvero grossa. A proposito di Hormuz ha detto: «Speriamo rimanga un po’ più chiuso perché così ci mettiamo di buona lena a installare i pannelli solari per sostituire il petrolio». Una demenzialità. Non contento, ha ricordato che il 40% dei consumi energetici europei avviene in casa. «Le bollette alte hanno fatto cose buone», è il Mercalli pensiero dispensato ieri. Nemmeno al più convinto ambientalista potrebbe passare per la testa di fare battute su uno snodo vitale, sulla cui riapertura tutti guardano con apprensione. L’uomo del farfallino si sta forse augurando che la guerra prosegua?
Lo stress climatico sta facendo dare i numeri. Basta vedere quello che viene dichiarato in Spagna. Il Sistema di monitoraggio giornaliero della mortalità (MoMo) ha stimato che durante la prima ondata di calore di quest’anno, tra il 21 e il 25 giugno, si siano verificati 212 decessi attribuibili alle alte temperature.
«I decessi denunciati in Spagna sono stime statistiche», spiega lo scienziato dei dati Marco Roccetti, professore ordinario di Human Data Science all’università di Bologna Alma Mater.
«Il loro sistema MoMo non conta i certificati di morte, in cui il medico ha scritto espressamente “deceduto a causa del caldo”, perché ovunque nel mondo identificare la causa esatta di un decesso richiede tempo. E le statistiche ufficiali definitive, anche quelle dell’Ine, l’equivalente spagnolo dell’Istat, arrivano spesso con mesi di ritardo. Per superare questo limite e avere dati immediati, MoMo usa il calcolo della mortalità in eccesso. Non è un conteggio nominale basato sulle cartelle cliniche, ma una stima statistica in tempo reale».
Ricorda, il professore, che l’anno scorso in Spagna, nei mesi estivi furono stimati circa 3.500 morti per calore, «poi però le cartelle cliniche certificate da Ine attestarono numeri molto minori, dell’ordine di alcune centinaia».
È dunque sbagliato azzardare dati sui decessi, in attesa di riscontri ufficiali? «È importante l’indice di correlazione», fa notare il professore. «Se la curva di morti per caldo denunciata da MoMo ha i suoi picchi in corrispondenza dei picchi dei decessi per caldo, che saranno certificati ex post da Ine, potremo dedurre che gli eccessi di mortalità stimati da MoMo coincidono con gli eccessi reali. Anche se con numeri molto diversi. In conclusione, è molto probabile che in questi giorni si siano avuti picchi di decessi correlati al caldo in Spagna, ma che siano esattamente 212 non è serio dirlo».
Non è serio insistere con l’emergenza caldo, per poi dimenticarsi delle problematiche invernali. Ci ha pensato il segretario all’Energia degli Stati Uniti, Chris Wright, a ricordarlo all’Europa. «In inverno muoiono sempre più persone che in estate, perché il freddo è un killer molto più letale del caldo», ha affermato in un videomessaggio inviato alla conferenza dell’Alliance for Responsible Citizenship, un incontro di influenti personalità conservatrici, molte delle quali contestano i dati sul cambiamento climatico.
«Non si possono davvero paragonare i decessi dovuti al caldo e quelli dovuti al freddo», ha obiettato Friederike Otto, professoressa di scienze climatiche all’Imperial College di Londra. «I decessi dovuti al freddo sono un problema solo nei Paesi che effettivamente subiscono ondate di freddo». Wright ha parlato dei decessi in Europa nell’inverno del 2022, quando l’invasione russa dell’Ucraina fece impennare i prezzi dell’energia, affermando che «l’impatto sulla mortalità è devastante».
Il riscaldamento insufficiente è una delle principali cause di morte in inverno in Europa. Nello studio del settembre 2024 pubblicato su The Lancet e dal titolo «Impatto della mortalità correlata alla temperatura e variazioni previste in 1368 regioni europee: uno studio di modellizzazione», i decessi dovuti al freddo superano quelli causati dal caldo con un rapporto di 8,3 a 1.
Pur prevedendo un aumento del riscaldamento globale, gli scienziati immaginano che a fine secolo il rapporto sarà di 6,7 a 1. Sempre più decessi per il freddo.
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Che c’entrano le ascelle sudate degli altri?
Mentre Bruxelles è inondata di caldo, come del resto anche altri Paesi europei, venerdì il personale che lavora a Palazzo Berlaymont, sede della Commissione Ue, ha ricevuto verso mezzogiorno un sms con questo avviso: a causa delle condizioni meteorologiche estreme, è stato necessario spegnere l’impianto di climatizzazione dal primo piano al settimo piano per il resto della giornata. E fin qui sarebbe quello che è successo anche da tante altre parti.
Ma l’edificio ha 13 piani e, oltre a ospitare la presidente Ursula e i suoi 26 commissari, accoglie anche 3.000 dipendenti. Ursula lavora al tredicesimo piano e la maggior parte dei commissari si trova dall’ottavo piano in su. Quindi loro con le ascelle asciutte, tutti gli altri, dal settimo piano in giù, con le ascelle bagnate. È l’inaugurazione di una nuova forma di ecologismo: quello fatto con le ascelle degli altri. Ha detto bene un funzionario europeo che lavora dal settimo piano in giù: queste cose non accadevano dall’epoca medievale, dove il vassallo aveva più rispetto dei valvassori e dei valvassini. L’imperatrice Ursula se ne fotte di tutti e tre. Nel suo Medioevo lei ha diritto all’aria condizionata e gli altri no.
Mentre gli altri morivano di caldo, lei se ne stava tranquilla al riparo dal global warming di cui si parla un giorno sì e un giorno no. Tra le norme di comportamento indicate per il popolo bue europeo c’era anche quella di contenere l’uso dei condizionatori e delle lavatrici. Certo, lei la camicia, stando al fresco, magari se la cambia una volta a settimana, mentre il cofano che porta in testa lo deve riempire di lacca, favorendo il buco dell’ozono, tutti i giorni.
Un altro funzionario ha concordato con l’opinione del suo collega sul fatto che si tratti di una «vergogna». Ci sono andati piano, forse perché nonostante l’anonimato che è stato loro garantito, avevano comunque paura delle reazioni di quelli dall’ottavo piano in su. Non è solo una vergogna, è un’onta, detta con linguaggio aulico, cioè un’offesa e un oltraggio molto grave a chi lavora. Ed è anche un’ignominia, cioè un atto che esprime il disonore di chi lo ha compiuto.
La Commissione europea ha spesso richiamato nei suoi documenti la necessità di eliminare la realtà del caporalato e poi, quando ha dovuto proteggere le proprie ascelle, se n’è sbattuta delle ascelle degli altri, lasciandoli lavorare ed esprimendo una solidarietà pari a quella di soggetti spregevoli che comandano il caporalato.
Ma io mi chiedo: come si fa a fare una cosa del genere? Con quale senso del rispetto altrui? Con quale senso del rispetto della dignità del lavoro altrui? Ma da ora in poi, con quale credibilità potranno chiedere sacrifici ai cittadini europei, non essendo neanche stati capaci di bloccare le attività di tutto il palazzo né di non spegnere l’aria condizionata dal settimo piano in giù, tantomeno di andare tutti a casa senza discriminazioni di sorta. No, hanno fatto i pinguini con l’aria condizionata a palla, lasciando i dipendenti in quel palazzo di metallo e di vetro che senza aria condizionata è diventato una fornace. O meglio, una griglia, tanto sulla griglia c’erano gli altri. A un certo punto, forse, avranno pensato: andiamo a girarli perché da una parte sono già cotti. Da questi c’è da aspettarsi di tutto. Ormai non ci meraviglierebbe più niente. Per la verità, da tempo, però quest’ultimo fatto è veramente fuori da ogni logica.
In Europa, solo un quinto delle famiglie è dotato di aria condizionata, in più chi ce l’ha deve o non usarla, sempre secondo i commissari, o usarla al minimo. Altro che coerenza ecologica, qui c’è della coerenza fotti-logica: fai agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te stesso. Siamo all’inversione radicale e totale della regola aurea dei comportamenti eticamente corretti o almeno decenti, da un punto di vista morale.
Insisto molto su questa vergogna vera e propria perché i comportamenti, talora, soprattutto quando coscientemente attuati svelano molto a proposito di chi li compie. Si può insistere continuamente contro ogni evidenza empirica, nei propri provvedimenti che generano effetti negativi, se non perché solo guidati da un’ideologia astratta e dannosa?
C’è forse qualcuno che dice che non c’è un problema ecologico nel nostro mondo? Tutti preferiremmo vivere in città senza le polveri sottili che danneggiano spesso irrimediabilmente i nostri polmoni. Tutti vorremmo respirare un’aria pulita. Tutti ci preoccupiamo per il futuro dei nostri figli da un punto di vista ambientale.
Ma chi ci governa, oltre che a preoccuparsene, deve, a partire da se stesso, agire di conseguenza. Non può lasciare agli altri gli oneri dell’ascella sudata e a se stesso gli onori dell’ascella pulita. Altrimenti dal global warming si passa direttamente al global fotting. All’inizio della settimana la Commissione ha diffuso delle linee guida per il proprio personale, tra cui evitare di uscire nelle ore più calde della giornata, bere acqua regolarmente e iniziare a lavorare prima. Tre colpi di genio. Poi, sempre per questi lavoratori, ha pensato bene di spegnere l’aria condizionata. Maria Teresa a chi chiedeva il pane disse di dare delle brioche. Questi a chi muore di caldo dicono di dare degli asciugamani.
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Guido Guidesi (Ansa)
«Non sempre aver ragione dà soddisfazione». All’indomani della notizia che in Volkswagen rischiano di saltare 100.000 posti e quattro stabilimenti potrebbero chiudere, Guido Guidesi, assessore allo Sviluppo economico della Regione Lombardia, ricorda che già nel 2021 aveva lanciato l’allarme per la Lombardia, sulle conseguenze della decisione del Parlamento europeo di terminare nel 2035 le vendite di auto nuove a benzina e diesel. «Allora dissi che erano a rischio 20.000 posti di lavoro e mi riferivo solo al contesto lombardo», afferma Guidesi commentando le notizie che arrivano dalla Germania. Una preoccupazione giustificata dai numeri dell’automotive. Secondo i dati di Confindustria, in Lombardia ci sono circa 1.000 imprese attive nel settore, di cui il 90% sono Pmi, impiegano oltre 50.000 addetti e fatturano complessivamente oltre 20 miliardi di euro. È la seconda regione in Italia tra le filiere automotive e la quinta in Europa.
Le associazioni di categoria e sindacati, nel 2021 avevano stimato che una transazione troppo rapida verso l’elettrico, mette in pericolo, in tutta Italia, circa 70.000 posti di lavoro. Quindi la decisione di Volkswagen di ridurre di 100.000 unità l’organico era un disastro annunciato e non solo dalla stessa casa automobilistica che aveva già varato un piano di riduzione dei costi, rivelatosi insufficiente. «Molto probabilmente avremo una mobilità sostenibile in Europa che sarà marchiata Cina», commenta Guidesi. «Un suicidio industriale che entrerà nei libri di storia: profitto finanziario immediato, supponenza e regole stupide distruggono la più grande industria del Continente». L’assessore poi puntualizza che gli obiettivi ambientali vanno bene ma «ci sia libertà su come raggiungerli altrimenti l’automotive sarà un precedente di tanti altri settori industriali». La viceministra dell’Ambiente, Vannia Gava, in occasione del Consiglio Ue Ambiente, che si è svolto venerdì scorso a Lussemburgo, ha rilanciato quella che potrebbe essere una strada da seguire. «Siamo convinti che l’elettrico sarà un protagonista importante del percorso di transizione del settore automotive. Ma non possiamo costruire il futuro dell’automotive europeo su una sola tecnologia: significa cadere nel rischio di legare il futuro industriale del settore a chi al momento ha il controllo di determinate filiere critiche. Non chiediamo un passo indietro, ma una strada in più per ottenere lo stesso obiettivo climatico».
L’Italia insiste sulla necessità di introdurre nel regolamento «una nuova categoria di veicoli a carburanti sostenibili, da considerare anche ai fini regolatori nell'ambito dei veicoli a emissioni zero», ha ribadito la viceministra.
Gava ha sottolineato una realtà preoccupante: «In Italia nei primi cinque mesi dell’anno i marchi legati a gruppi automobilistici extraeuropei, e quindi non prodotti nella Ue, hanno già raggiunto circa l’11% del mercato italiano. Dobbiamo diversificare». Poi ha ricordato che «l’Europa ha già infrastrutture per la diffusione dei combustibili liquidi». La strategia è di «alimentarle anche con combustibili sostenibili per garantire la nostra sicurezza energetica ed economica. Dobbiamo introdurre questa categoria di veicoli non per indebolire gli obiettivi climatici, ma per raggiungerli con più strumenti e più coraggio politico».
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