True
2019-05-15
Giudici scatenati: dobbiamo tenerci gli immigrati
anche se sono una minaccia
Ansa
Chi decide il destino dei migranti? Il lettore potrebbe rispondere che esistono le leggi dello Stato a regolamentare chi ha diritto di restare e chi invece deve essere rimpatriato. Risposta sbagliata. Quella giusta è che la sorte dei profughi dipende dai magistrati, che spesso interpretano le norme a loro discrezione. Talvolta anche in modo opposto uno dall'altro. Dipende da (...) tanti fattori, forse anche dall'umore. Ci sono due verdetti che fanno discutere: il primo italiano, il secondo della Corte europea e si spinge a vietare l'espulsione del rifugiato anche se commette reati gravi.
Danno sproporzionato
L'ultima sentenza nostrana, definibile creativa, arriva da Venezia dove il tribunale ha accolto il ricorso di un africano che, nel 2017, si era visto respingere dalla commissione territoriale di Verona la richiesta di riconoscimento della protezione internazionale. Cosa ha decretato il giudice? Che il giovane del Mali può restare comunque in Italia. Non perché abbia i requisiti per ottenere lo status da profugo, ma perché si è integrato talmente bene che, se dovesse essere rimandato indietro, si arrecherebbe un «danno sproporzionato alla sua vita privata». Come ammette lo stesso magistrato la domanda d'asilo sarebbe da bocciare seguendo le regole: il ricorrente non può essere considerato un rifugiato perché non è «oggetto di persecuzione per razza, religione o appartenenza a un determinato gruppo sociale» e aggiunge che «né in altro modo le circostanze fanno emergere la sussistenza di un danno grave in caso di rientro in Mali, cioè il rischio verosimile di essere sottoposto a pena capitale o a trattamenti inumani o degradanti».
Un bravo ragazzo
Quindi come concludere? Può tornare a casa senza pericoli? No, poiché stiamo parlando di un bravo ragazzo. Infatti secondo il tribunale veneziano, lo straniero «ha dato prova di una perfetta padronanza della lingua italiana e per ciò stesso di una seria capacità d'inserimento». Non solo: «Ha dimostrato», scrivono le toghe, «di essere occupato a tempo pieno in molteplici attività lavorative, dalla vigilanza al lavoro in ristorazione e in agricoltura, di aver frequentato e concluso la scuola secondaria, oltre allo svolgimento di volontariato e di essere in procinto di acquisire la patente». Questi elementi impedirebbero dunque l'allontanamento del malese. Insomma, per il giudice è fondamentale in questi casi fare una «valutazione comparata tra le condizioni raggiunte nel Paese ospitante rispetto a quelle del Paese di origine» perché bisogna «assicurare una tutela sia alla vita familiare che alla vita privata di un individuo».
Il diktat Ue
Ma se il migrante delinque si può mandarlo via? No, neppure in questo caso e a stabilirlo è la Corte di giustizia Ue, che fissa i paletti per la revoca o il rifiuto del riconoscimento dello status di rifugiato in uno Stato membro. Tra questi spicca che il rimpatrio è vietato, anche fosse per questioni di sicurezza nazionale, se nel Paese di origine il migrante rischia la tortura o la vita. Quindi anche nel caso si trattasse di un terrorista. Secondo i giudici del Lussemburgo, la decisione di revocare o rifiutare lo status di rifugiato non permette di togliere tale status (né i diritti che derivano dalla Convenzione di Ginevra) o di rimpatriare l'extracomunitario se ci sono «fondati timori» che sia perseguitato. Prevalgono, quindi, i fondamenti della Carta dei diritti fondamentali dell'Ue che vieta il respingimento in un Paese dove la sua vita o la sua libertà possano essere minacciate e dove siano in vigore «la tortura e le pene e i trattamenti inumani o degradanti». La Corte in sostanza stabilisce che la protezione dell'Unione ai rifugiati che delinquono è più ampia di quella assicurata dalla Convenzione di Ginevra. La sentenza riguarda il caso di tre migranti (un ivoriano, un congolese e un ceceno) che in Belgio e in Repubblica Ceca si sono visti revocare lo status di rifugiato perché considerati una minaccia per la sicurezza o perché condannati per un reato particolarmente grave.
In effetti, resta da comprendere come questo verdetto possa impattare sulla legislazione italiana: il decreto sicurezza, infatti, prevede lo stop ai benefici dell'asilo se lo straniero commette una serie di delitti. C'è però da aggiungere che la nuova sentenza non innesca automatismi: per far valere il principio lo straniero dovrà comunque avviare una causa. Poi toccherà ai tribunali decidere in merito, ma la questione non è semplice: chi stabilisce infatti quali sono i Paesi dove si rischiano trattamenti inumani e degradanti? Il ministro dell'Interno Matteo Salvini è intervenuto per commentare il pronunciamento: «Ecco perché è importante cambiare questa Europa, con il voto del 26 maggio. Comunque io non cambio idea e non cambio la legge: i richiedenti asilo che violentano, rubano e spacciano, tornano tutti a casa loro. E nel decreto sicurezza bis norme ancora più severe contro scafisti e trafficanti».
A sinistra cala il silenzio sui rom che hanno ucciso un’anziana per divertirsi
Un appello a Casapound: consegni la tessera alla banda di rom assassini. Forse, in questa maniera, qualcuno s'indignerà per ciò che hanno fatto a Montesacro, una tranquilla zona residenziale a Nord Est della capitale. La sera del 5 maggio, cinque delinquenti si sono introdotti in casa di Anna Tomasino, una signora di 89 anni che in quel momento era al telefono con un'amica. Hanno rotto la finestra, lei li ha sorpresi e loro l'hanno colpita alla testa con un arnese. Anna è morta il giorno dopo in ospedale. I malviventi, di origine serbo-bosniaca, li hanno arrestati tutti: il primo si era costituito ai carabinieri di Cinecittà. Uno era stato sorpreso domenica a Ventimiglia, mentre cercava di passare la frontiera. Un altro è stato fermato nei pressi della stazione di Pomezia, poco fuori Roma. Un altro ancora era stato bloccato a Moncalieri: si era rifugiato a casa di alcuni parenti. Il quinto è stato rintracciato nel campo di via Salviati. E sapete come hanno giustificato il crimine? «Eravamo tutti nel campo nomadi di via dei Gordiani (nel quartiere Prenestino, ndr) a festeggiare San Giorgio, il nostro patrono. Avevamo mangiato e bevuto un bel po' e per chiudere in bellezza la serata ci siamo detti: andiamo a rubare».
Capito? Si banchetta, si alza un po' il gomito e si decide di fare la zingarata: amici miei, andiamo a tirare gli schiaffi a chi si affaccia dai treni in partenza? Ma no, meglio un bel furto in appartamento. Volete forse che Repubblica, presidio di civiltà e democrazia, si scandalizzi? Volete che il Corriere si sdegni? Chissà, invece, se Darko Kostic, il trentunenne che si era presentato in caserma, Miki Trajkovic (36 anni, che avrebbe scagliato il colpo fatale), Dennis Trajkovic (19 anni), Dylan Trajkovic (pure lui diciannovenne) e Bidam Sulejmanovic (41 anni, proprietario dell'auto utilizzata per la rapina), fossero stati militanti di destra. Ai presunti stupratori di Casapound, in fondo, è stato (comprensibilmente) riservato un severo trattamento mediatico. Ai massacratori di una donna sola e indifesa, no. Chissà se i cinque rom fossero stati dei lumbard di fede salviniana. Chissà se, dopo aver ammazzato un'anziana, avessero commentato: «Eravamo andati a festeggiare il dio Po, abbiamo bevuto qualche birra di troppo e ci siamo detti: andiamo a rubare in casa di un'anziana». Non sarebbero bastate tutte le rotative del mondo per mettere su carta la riprovazione per i fascisti maschilisti. Ma per i cinque rom, niente. Eppure, il campo in cui hanno gozzovigliato prima di andare a delinquere non è nuovo ai misfatti, dalla morte di una studentessa cinese, Zhang Yao, che finì travolta da un treno nel 2016 mentre inseguiva i nomadi che l'avevano scippata, al rogo di tre sorelline, bruciate nel loro camper.
Per l'anziana di Montesacro, solo cordoglio posticcio. Ma come? Non ci basta che la vittima sia una donna? Non è l'ennesimo femminicidio? Nun ve sta bene che no? Nel tempo in cui, per la lotta al patriarcato, agli uomini si comminerebbe la carcerazione preventiva, nessuno si scompone per cinque rom che uccidono una donna. Anzi, la loro cultura, autenticamente patriarcale, viene presentata come eterna vittima di dolorose discriminazioni.
E pensare che solo l'anno scorso, alla Camera, alcune organizzazioni di femministe rom avevano presentato i risultati del progetto «Sposati quando sarai pronta», dedicato alla piaga dei matrimoni precoci tra i nomadi. Era emerso che il 50% delle ragazze rom contrae matrimonio tra i 16 e i 20 anni, il 40% addirittura prima dei 15 anni. L'età media delle spose è di 16 anni e i mariti sono quasi sempre scelti dalla famiglia o dal clan. Sono tradizioni, direte. Peccato che il 75% del campione della ricerca dichiarasse di considerare negativa la scelta di sposarsi prima dei 18 anni e l'84% reputasse una vera violenza il matrimonio prima dei 15 anni. Ma di questa segregazione nei confronti di donne e minori, i giornaloni pronti a difendere le attrici ultramiliardarie di Hollywood, non se ne curano. I Corrado Formigli, anzi, ci inviteranno a non generalizzare. Che aspettano i rom a iscriversi alla Lega?
Continua a leggereRiduci
La Corte di giustizia europea stabilisce che ci dobbiamo tenere persino i terroristi. Intanto, a Venezia, un magistrato decide che lo straniero può restare in Italia anche senza requisiti, se è «ben integrato».I nomadi della tragica rapina di Roma: «Eravamo brilli, ci siamo detti: andiamo a rubare». E nessuno si indigna per i diritti violati.Lo speciale contiene due articoliChi decide il destino dei migranti? Il lettore potrebbe rispondere che esistono le leggi dello Stato a regolamentare chi ha diritto di restare e chi invece deve essere rimpatriato. Risposta sbagliata. Quella giusta è che la sorte dei profughi dipende dai magistrati, che spesso interpretano le norme a loro discrezione. Talvolta anche in modo opposto uno dall'altro. Dipende da (...) tanti fattori, forse anche dall'umore. Ci sono due verdetti che fanno discutere: il primo italiano, il secondo della Corte europea e si spinge a vietare l'espulsione del rifugiato anche se commette reati gravi.Danno sproporzionatoL'ultima sentenza nostrana, definibile creativa, arriva da Venezia dove il tribunale ha accolto il ricorso di un africano che, nel 2017, si era visto respingere dalla commissione territoriale di Verona la richiesta di riconoscimento della protezione internazionale. Cosa ha decretato il giudice? Che il giovane del Mali può restare comunque in Italia. Non perché abbia i requisiti per ottenere lo status da profugo, ma perché si è integrato talmente bene che, se dovesse essere rimandato indietro, si arrecherebbe un «danno sproporzionato alla sua vita privata». Come ammette lo stesso magistrato la domanda d'asilo sarebbe da bocciare seguendo le regole: il ricorrente non può essere considerato un rifugiato perché non è «oggetto di persecuzione per razza, religione o appartenenza a un determinato gruppo sociale» e aggiunge che «né in altro modo le circostanze fanno emergere la sussistenza di un danno grave in caso di rientro in Mali, cioè il rischio verosimile di essere sottoposto a pena capitale o a trattamenti inumani o degradanti».Un bravo ragazzoQuindi come concludere? Può tornare a casa senza pericoli? No, poiché stiamo parlando di un bravo ragazzo. Infatti secondo il tribunale veneziano, lo straniero «ha dato prova di una perfetta padronanza della lingua italiana e per ciò stesso di una seria capacità d'inserimento». Non solo: «Ha dimostrato», scrivono le toghe, «di essere occupato a tempo pieno in molteplici attività lavorative, dalla vigilanza al lavoro in ristorazione e in agricoltura, di aver frequentato e concluso la scuola secondaria, oltre allo svolgimento di volontariato e di essere in procinto di acquisire la patente». Questi elementi impedirebbero dunque l'allontanamento del malese. Insomma, per il giudice è fondamentale in questi casi fare una «valutazione comparata tra le condizioni raggiunte nel Paese ospitante rispetto a quelle del Paese di origine» perché bisogna «assicurare una tutela sia alla vita familiare che alla vita privata di un individuo».Il diktat UeMa se il migrante delinque si può mandarlo via? No, neppure in questo caso e a stabilirlo è la Corte di giustizia Ue, che fissa i paletti per la revoca o il rifiuto del riconoscimento dello status di rifugiato in uno Stato membro. Tra questi spicca che il rimpatrio è vietato, anche fosse per questioni di sicurezza nazionale, se nel Paese di origine il migrante rischia la tortura o la vita. Quindi anche nel caso si trattasse di un terrorista. Secondo i giudici del Lussemburgo, la decisione di revocare o rifiutare lo status di rifugiato non permette di togliere tale status (né i diritti che derivano dalla Convenzione di Ginevra) o di rimpatriare l'extracomunitario se ci sono «fondati timori» che sia perseguitato. Prevalgono, quindi, i fondamenti della Carta dei diritti fondamentali dell'Ue che vieta il respingimento in un Paese dove la sua vita o la sua libertà possano essere minacciate e dove siano in vigore «la tortura e le pene e i trattamenti inumani o degradanti». La Corte in sostanza stabilisce che la protezione dell'Unione ai rifugiati che delinquono è più ampia di quella assicurata dalla Convenzione di Ginevra. La sentenza riguarda il caso di tre migranti (un ivoriano, un congolese e un ceceno) che in Belgio e in Repubblica Ceca si sono visti revocare lo status di rifugiato perché considerati una minaccia per la sicurezza o perché condannati per un reato particolarmente grave. In effetti, resta da comprendere come questo verdetto possa impattare sulla legislazione italiana: il decreto sicurezza, infatti, prevede lo stop ai benefici dell'asilo se lo straniero commette una serie di delitti. C'è però da aggiungere che la nuova sentenza non innesca automatismi: per far valere il principio lo straniero dovrà comunque avviare una causa. Poi toccherà ai tribunali decidere in merito, ma la questione non è semplice: chi stabilisce infatti quali sono i Paesi dove si rischiano trattamenti inumani e degradanti? Il ministro dell'Interno Matteo Salvini è intervenuto per commentare il pronunciamento: «Ecco perché è importante cambiare questa Europa, con il voto del 26 maggio. Comunque io non cambio idea e non cambio la legge: i richiedenti asilo che violentano, rubano e spacciano, tornano tutti a casa loro. E nel decreto sicurezza bis norme ancora più severe contro scafisti e trafficanti».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/rimpatri-impossibili-grazie-ai-giudici-2637132784.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="a-sinistra-cala-il-silenzio-sui-rom-che-hanno-ucciso-unanziana-per-divertirsi" data-post-id="2637132784" data-published-at="1774142707" data-use-pagination="False"> A sinistra cala il silenzio sui rom che hanno ucciso un’anziana per divertirsi Un appello a Casapound: consegni la tessera alla banda di rom assassini. Forse, in questa maniera, qualcuno s'indignerà per ciò che hanno fatto a Montesacro, una tranquilla zona residenziale a Nord Est della capitale. La sera del 5 maggio, cinque delinquenti si sono introdotti in casa di Anna Tomasino, una signora di 89 anni che in quel momento era al telefono con un'amica. Hanno rotto la finestra, lei li ha sorpresi e loro l'hanno colpita alla testa con un arnese. Anna è morta il giorno dopo in ospedale. I malviventi, di origine serbo-bosniaca, li hanno arrestati tutti: il primo si era costituito ai carabinieri di Cinecittà. Uno era stato sorpreso domenica a Ventimiglia, mentre cercava di passare la frontiera. Un altro è stato fermato nei pressi della stazione di Pomezia, poco fuori Roma. Un altro ancora era stato bloccato a Moncalieri: si era rifugiato a casa di alcuni parenti. Il quinto è stato rintracciato nel campo di via Salviati. E sapete come hanno giustificato il crimine? «Eravamo tutti nel campo nomadi di via dei Gordiani (nel quartiere Prenestino, ndr) a festeggiare San Giorgio, il nostro patrono. Avevamo mangiato e bevuto un bel po' e per chiudere in bellezza la serata ci siamo detti: andiamo a rubare». Capito? Si banchetta, si alza un po' il gomito e si decide di fare la zingarata: amici miei, andiamo a tirare gli schiaffi a chi si affaccia dai treni in partenza? Ma no, meglio un bel furto in appartamento. Volete forse che Repubblica, presidio di civiltà e democrazia, si scandalizzi? Volete che il Corriere si sdegni? Chissà, invece, se Darko Kostic, il trentunenne che si era presentato in caserma, Miki Trajkovic (36 anni, che avrebbe scagliato il colpo fatale), Dennis Trajkovic (19 anni), Dylan Trajkovic (pure lui diciannovenne) e Bidam Sulejmanovic (41 anni, proprietario dell'auto utilizzata per la rapina), fossero stati militanti di destra. Ai presunti stupratori di Casapound, in fondo, è stato (comprensibilmente) riservato un severo trattamento mediatico. Ai massacratori di una donna sola e indifesa, no. Chissà se i cinque rom fossero stati dei lumbard di fede salviniana. Chissà se, dopo aver ammazzato un'anziana, avessero commentato: «Eravamo andati a festeggiare il dio Po, abbiamo bevuto qualche birra di troppo e ci siamo detti: andiamo a rubare in casa di un'anziana». Non sarebbero bastate tutte le rotative del mondo per mettere su carta la riprovazione per i fascisti maschilisti. Ma per i cinque rom, niente. Eppure, il campo in cui hanno gozzovigliato prima di andare a delinquere non è nuovo ai misfatti, dalla morte di una studentessa cinese, Zhang Yao, che finì travolta da un treno nel 2016 mentre inseguiva i nomadi che l'avevano scippata, al rogo di tre sorelline, bruciate nel loro camper. Per l'anziana di Montesacro, solo cordoglio posticcio. Ma come? Non ci basta che la vittima sia una donna? Non è l'ennesimo femminicidio? Nun ve sta bene che no? Nel tempo in cui, per la lotta al patriarcato, agli uomini si comminerebbe la carcerazione preventiva, nessuno si scompone per cinque rom che uccidono una donna. Anzi, la loro cultura, autenticamente patriarcale, viene presentata come eterna vittima di dolorose discriminazioni. E pensare che solo l'anno scorso, alla Camera, alcune organizzazioni di femministe rom avevano presentato i risultati del progetto «Sposati quando sarai pronta», dedicato alla piaga dei matrimoni precoci tra i nomadi. Era emerso che il 50% delle ragazze rom contrae matrimonio tra i 16 e i 20 anni, il 40% addirittura prima dei 15 anni. L'età media delle spose è di 16 anni e i mariti sono quasi sempre scelti dalla famiglia o dal clan. Sono tradizioni, direte. Peccato che il 75% del campione della ricerca dichiarasse di considerare negativa la scelta di sposarsi prima dei 18 anni e l'84% reputasse una vera violenza il matrimonio prima dei 15 anni. Ma di questa segregazione nei confronti di donne e minori, i giornaloni pronti a difendere le attrici ultramiliardarie di Hollywood, non se ne curano. I Corrado Formigli, anzi, ci inviteranno a non generalizzare. Che aspettano i rom a iscriversi alla Lega?
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
Continua a leggereRiduci
Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
Continua a leggereRiduci