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2019-05-15
Giudici scatenati: dobbiamo tenerci gli immigrati
anche se sono una minaccia
Ansa
Chi decide il destino dei migranti? Il lettore potrebbe rispondere che esistono le leggi dello Stato a regolamentare chi ha diritto di restare e chi invece deve essere rimpatriato. Risposta sbagliata. Quella giusta è che la sorte dei profughi dipende dai magistrati, che spesso interpretano le norme a loro discrezione. Talvolta anche in modo opposto uno dall'altro. Dipende da (...) tanti fattori, forse anche dall'umore. Ci sono due verdetti che fanno discutere: il primo italiano, il secondo della Corte europea e si spinge a vietare l'espulsione del rifugiato anche se commette reati gravi.
Danno sproporzionato
L'ultima sentenza nostrana, definibile creativa, arriva da Venezia dove il tribunale ha accolto il ricorso di un africano che, nel 2017, si era visto respingere dalla commissione territoriale di Verona la richiesta di riconoscimento della protezione internazionale. Cosa ha decretato il giudice? Che il giovane del Mali può restare comunque in Italia. Non perché abbia i requisiti per ottenere lo status da profugo, ma perché si è integrato talmente bene che, se dovesse essere rimandato indietro, si arrecherebbe un «danno sproporzionato alla sua vita privata». Come ammette lo stesso magistrato la domanda d'asilo sarebbe da bocciare seguendo le regole: il ricorrente non può essere considerato un rifugiato perché non è «oggetto di persecuzione per razza, religione o appartenenza a un determinato gruppo sociale» e aggiunge che «né in altro modo le circostanze fanno emergere la sussistenza di un danno grave in caso di rientro in Mali, cioè il rischio verosimile di essere sottoposto a pena capitale o a trattamenti inumani o degradanti».
Un bravo ragazzo
Quindi come concludere? Può tornare a casa senza pericoli? No, poiché stiamo parlando di un bravo ragazzo. Infatti secondo il tribunale veneziano, lo straniero «ha dato prova di una perfetta padronanza della lingua italiana e per ciò stesso di una seria capacità d'inserimento». Non solo: «Ha dimostrato», scrivono le toghe, «di essere occupato a tempo pieno in molteplici attività lavorative, dalla vigilanza al lavoro in ristorazione e in agricoltura, di aver frequentato e concluso la scuola secondaria, oltre allo svolgimento di volontariato e di essere in procinto di acquisire la patente». Questi elementi impedirebbero dunque l'allontanamento del malese. Insomma, per il giudice è fondamentale in questi casi fare una «valutazione comparata tra le condizioni raggiunte nel Paese ospitante rispetto a quelle del Paese di origine» perché bisogna «assicurare una tutela sia alla vita familiare che alla vita privata di un individuo».
Il diktat Ue
Ma se il migrante delinque si può mandarlo via? No, neppure in questo caso e a stabilirlo è la Corte di giustizia Ue, che fissa i paletti per la revoca o il rifiuto del riconoscimento dello status di rifugiato in uno Stato membro. Tra questi spicca che il rimpatrio è vietato, anche fosse per questioni di sicurezza nazionale, se nel Paese di origine il migrante rischia la tortura o la vita. Quindi anche nel caso si trattasse di un terrorista. Secondo i giudici del Lussemburgo, la decisione di revocare o rifiutare lo status di rifugiato non permette di togliere tale status (né i diritti che derivano dalla Convenzione di Ginevra) o di rimpatriare l'extracomunitario se ci sono «fondati timori» che sia perseguitato. Prevalgono, quindi, i fondamenti della Carta dei diritti fondamentali dell'Ue che vieta il respingimento in un Paese dove la sua vita o la sua libertà possano essere minacciate e dove siano in vigore «la tortura e le pene e i trattamenti inumani o degradanti». La Corte in sostanza stabilisce che la protezione dell'Unione ai rifugiati che delinquono è più ampia di quella assicurata dalla Convenzione di Ginevra. La sentenza riguarda il caso di tre migranti (un ivoriano, un congolese e un ceceno) che in Belgio e in Repubblica Ceca si sono visti revocare lo status di rifugiato perché considerati una minaccia per la sicurezza o perché condannati per un reato particolarmente grave.
In effetti, resta da comprendere come questo verdetto possa impattare sulla legislazione italiana: il decreto sicurezza, infatti, prevede lo stop ai benefici dell'asilo se lo straniero commette una serie di delitti. C'è però da aggiungere che la nuova sentenza non innesca automatismi: per far valere il principio lo straniero dovrà comunque avviare una causa. Poi toccherà ai tribunali decidere in merito, ma la questione non è semplice: chi stabilisce infatti quali sono i Paesi dove si rischiano trattamenti inumani e degradanti? Il ministro dell'Interno Matteo Salvini è intervenuto per commentare il pronunciamento: «Ecco perché è importante cambiare questa Europa, con il voto del 26 maggio. Comunque io non cambio idea e non cambio la legge: i richiedenti asilo che violentano, rubano e spacciano, tornano tutti a casa loro. E nel decreto sicurezza bis norme ancora più severe contro scafisti e trafficanti».
A sinistra cala il silenzio sui rom che hanno ucciso un’anziana per divertirsi
Un appello a Casapound: consegni la tessera alla banda di rom assassini. Forse, in questa maniera, qualcuno s'indignerà per ciò che hanno fatto a Montesacro, una tranquilla zona residenziale a Nord Est della capitale. La sera del 5 maggio, cinque delinquenti si sono introdotti in casa di Anna Tomasino, una signora di 89 anni che in quel momento era al telefono con un'amica. Hanno rotto la finestra, lei li ha sorpresi e loro l'hanno colpita alla testa con un arnese. Anna è morta il giorno dopo in ospedale. I malviventi, di origine serbo-bosniaca, li hanno arrestati tutti: il primo si era costituito ai carabinieri di Cinecittà. Uno era stato sorpreso domenica a Ventimiglia, mentre cercava di passare la frontiera. Un altro è stato fermato nei pressi della stazione di Pomezia, poco fuori Roma. Un altro ancora era stato bloccato a Moncalieri: si era rifugiato a casa di alcuni parenti. Il quinto è stato rintracciato nel campo di via Salviati. E sapete come hanno giustificato il crimine? «Eravamo tutti nel campo nomadi di via dei Gordiani (nel quartiere Prenestino, ndr) a festeggiare San Giorgio, il nostro patrono. Avevamo mangiato e bevuto un bel po' e per chiudere in bellezza la serata ci siamo detti: andiamo a rubare».
Capito? Si banchetta, si alza un po' il gomito e si decide di fare la zingarata: amici miei, andiamo a tirare gli schiaffi a chi si affaccia dai treni in partenza? Ma no, meglio un bel furto in appartamento. Volete forse che Repubblica, presidio di civiltà e democrazia, si scandalizzi? Volete che il Corriere si sdegni? Chissà, invece, se Darko Kostic, il trentunenne che si era presentato in caserma, Miki Trajkovic (36 anni, che avrebbe scagliato il colpo fatale), Dennis Trajkovic (19 anni), Dylan Trajkovic (pure lui diciannovenne) e Bidam Sulejmanovic (41 anni, proprietario dell'auto utilizzata per la rapina), fossero stati militanti di destra. Ai presunti stupratori di Casapound, in fondo, è stato (comprensibilmente) riservato un severo trattamento mediatico. Ai massacratori di una donna sola e indifesa, no. Chissà se i cinque rom fossero stati dei lumbard di fede salviniana. Chissà se, dopo aver ammazzato un'anziana, avessero commentato: «Eravamo andati a festeggiare il dio Po, abbiamo bevuto qualche birra di troppo e ci siamo detti: andiamo a rubare in casa di un'anziana». Non sarebbero bastate tutte le rotative del mondo per mettere su carta la riprovazione per i fascisti maschilisti. Ma per i cinque rom, niente. Eppure, il campo in cui hanno gozzovigliato prima di andare a delinquere non è nuovo ai misfatti, dalla morte di una studentessa cinese, Zhang Yao, che finì travolta da un treno nel 2016 mentre inseguiva i nomadi che l'avevano scippata, al rogo di tre sorelline, bruciate nel loro camper.
Per l'anziana di Montesacro, solo cordoglio posticcio. Ma come? Non ci basta che la vittima sia una donna? Non è l'ennesimo femminicidio? Nun ve sta bene che no? Nel tempo in cui, per la lotta al patriarcato, agli uomini si comminerebbe la carcerazione preventiva, nessuno si scompone per cinque rom che uccidono una donna. Anzi, la loro cultura, autenticamente patriarcale, viene presentata come eterna vittima di dolorose discriminazioni.
E pensare che solo l'anno scorso, alla Camera, alcune organizzazioni di femministe rom avevano presentato i risultati del progetto «Sposati quando sarai pronta», dedicato alla piaga dei matrimoni precoci tra i nomadi. Era emerso che il 50% delle ragazze rom contrae matrimonio tra i 16 e i 20 anni, il 40% addirittura prima dei 15 anni. L'età media delle spose è di 16 anni e i mariti sono quasi sempre scelti dalla famiglia o dal clan. Sono tradizioni, direte. Peccato che il 75% del campione della ricerca dichiarasse di considerare negativa la scelta di sposarsi prima dei 18 anni e l'84% reputasse una vera violenza il matrimonio prima dei 15 anni. Ma di questa segregazione nei confronti di donne e minori, i giornaloni pronti a difendere le attrici ultramiliardarie di Hollywood, non se ne curano. I Corrado Formigli, anzi, ci inviteranno a non generalizzare. Che aspettano i rom a iscriversi alla Lega?
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La Corte di giustizia europea stabilisce che ci dobbiamo tenere persino i terroristi. Intanto, a Venezia, un magistrato decide che lo straniero può restare in Italia anche senza requisiti, se è «ben integrato».I nomadi della tragica rapina di Roma: «Eravamo brilli, ci siamo detti: andiamo a rubare». E nessuno si indigna per i diritti violati.Lo speciale contiene due articoliChi decide il destino dei migranti? Il lettore potrebbe rispondere che esistono le leggi dello Stato a regolamentare chi ha diritto di restare e chi invece deve essere rimpatriato. Risposta sbagliata. Quella giusta è che la sorte dei profughi dipende dai magistrati, che spesso interpretano le norme a loro discrezione. Talvolta anche in modo opposto uno dall'altro. Dipende da (...) tanti fattori, forse anche dall'umore. Ci sono due verdetti che fanno discutere: il primo italiano, il secondo della Corte europea e si spinge a vietare l'espulsione del rifugiato anche se commette reati gravi.Danno sproporzionatoL'ultima sentenza nostrana, definibile creativa, arriva da Venezia dove il tribunale ha accolto il ricorso di un africano che, nel 2017, si era visto respingere dalla commissione territoriale di Verona la richiesta di riconoscimento della protezione internazionale. Cosa ha decretato il giudice? Che il giovane del Mali può restare comunque in Italia. Non perché abbia i requisiti per ottenere lo status da profugo, ma perché si è integrato talmente bene che, se dovesse essere rimandato indietro, si arrecherebbe un «danno sproporzionato alla sua vita privata». Come ammette lo stesso magistrato la domanda d'asilo sarebbe da bocciare seguendo le regole: il ricorrente non può essere considerato un rifugiato perché non è «oggetto di persecuzione per razza, religione o appartenenza a un determinato gruppo sociale» e aggiunge che «né in altro modo le circostanze fanno emergere la sussistenza di un danno grave in caso di rientro in Mali, cioè il rischio verosimile di essere sottoposto a pena capitale o a trattamenti inumani o degradanti».Un bravo ragazzoQuindi come concludere? Può tornare a casa senza pericoli? No, poiché stiamo parlando di un bravo ragazzo. Infatti secondo il tribunale veneziano, lo straniero «ha dato prova di una perfetta padronanza della lingua italiana e per ciò stesso di una seria capacità d'inserimento». Non solo: «Ha dimostrato», scrivono le toghe, «di essere occupato a tempo pieno in molteplici attività lavorative, dalla vigilanza al lavoro in ristorazione e in agricoltura, di aver frequentato e concluso la scuola secondaria, oltre allo svolgimento di volontariato e di essere in procinto di acquisire la patente». Questi elementi impedirebbero dunque l'allontanamento del malese. Insomma, per il giudice è fondamentale in questi casi fare una «valutazione comparata tra le condizioni raggiunte nel Paese ospitante rispetto a quelle del Paese di origine» perché bisogna «assicurare una tutela sia alla vita familiare che alla vita privata di un individuo».Il diktat UeMa se il migrante delinque si può mandarlo via? No, neppure in questo caso e a stabilirlo è la Corte di giustizia Ue, che fissa i paletti per la revoca o il rifiuto del riconoscimento dello status di rifugiato in uno Stato membro. Tra questi spicca che il rimpatrio è vietato, anche fosse per questioni di sicurezza nazionale, se nel Paese di origine il migrante rischia la tortura o la vita. Quindi anche nel caso si trattasse di un terrorista. Secondo i giudici del Lussemburgo, la decisione di revocare o rifiutare lo status di rifugiato non permette di togliere tale status (né i diritti che derivano dalla Convenzione di Ginevra) o di rimpatriare l'extracomunitario se ci sono «fondati timori» che sia perseguitato. Prevalgono, quindi, i fondamenti della Carta dei diritti fondamentali dell'Ue che vieta il respingimento in un Paese dove la sua vita o la sua libertà possano essere minacciate e dove siano in vigore «la tortura e le pene e i trattamenti inumani o degradanti». La Corte in sostanza stabilisce che la protezione dell'Unione ai rifugiati che delinquono è più ampia di quella assicurata dalla Convenzione di Ginevra. La sentenza riguarda il caso di tre migranti (un ivoriano, un congolese e un ceceno) che in Belgio e in Repubblica Ceca si sono visti revocare lo status di rifugiato perché considerati una minaccia per la sicurezza o perché condannati per un reato particolarmente grave. In effetti, resta da comprendere come questo verdetto possa impattare sulla legislazione italiana: il decreto sicurezza, infatti, prevede lo stop ai benefici dell'asilo se lo straniero commette una serie di delitti. C'è però da aggiungere che la nuova sentenza non innesca automatismi: per far valere il principio lo straniero dovrà comunque avviare una causa. Poi toccherà ai tribunali decidere in merito, ma la questione non è semplice: chi stabilisce infatti quali sono i Paesi dove si rischiano trattamenti inumani e degradanti? Il ministro dell'Interno Matteo Salvini è intervenuto per commentare il pronunciamento: «Ecco perché è importante cambiare questa Europa, con il voto del 26 maggio. Comunque io non cambio idea e non cambio la legge: i richiedenti asilo che violentano, rubano e spacciano, tornano tutti a casa loro. E nel decreto sicurezza bis norme ancora più severe contro scafisti e trafficanti».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/rimpatri-impossibili-grazie-ai-giudici-2637132784.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="a-sinistra-cala-il-silenzio-sui-rom-che-hanno-ucciso-unanziana-per-divertirsi" data-post-id="2637132784" data-published-at="1779990620" data-use-pagination="False"> A sinistra cala il silenzio sui rom che hanno ucciso un’anziana per divertirsi Un appello a Casapound: consegni la tessera alla banda di rom assassini. Forse, in questa maniera, qualcuno s'indignerà per ciò che hanno fatto a Montesacro, una tranquilla zona residenziale a Nord Est della capitale. La sera del 5 maggio, cinque delinquenti si sono introdotti in casa di Anna Tomasino, una signora di 89 anni che in quel momento era al telefono con un'amica. Hanno rotto la finestra, lei li ha sorpresi e loro l'hanno colpita alla testa con un arnese. Anna è morta il giorno dopo in ospedale. I malviventi, di origine serbo-bosniaca, li hanno arrestati tutti: il primo si era costituito ai carabinieri di Cinecittà. Uno era stato sorpreso domenica a Ventimiglia, mentre cercava di passare la frontiera. Un altro è stato fermato nei pressi della stazione di Pomezia, poco fuori Roma. Un altro ancora era stato bloccato a Moncalieri: si era rifugiato a casa di alcuni parenti. Il quinto è stato rintracciato nel campo di via Salviati. E sapete come hanno giustificato il crimine? «Eravamo tutti nel campo nomadi di via dei Gordiani (nel quartiere Prenestino, ndr) a festeggiare San Giorgio, il nostro patrono. Avevamo mangiato e bevuto un bel po' e per chiudere in bellezza la serata ci siamo detti: andiamo a rubare». Capito? Si banchetta, si alza un po' il gomito e si decide di fare la zingarata: amici miei, andiamo a tirare gli schiaffi a chi si affaccia dai treni in partenza? Ma no, meglio un bel furto in appartamento. Volete forse che Repubblica, presidio di civiltà e democrazia, si scandalizzi? Volete che il Corriere si sdegni? Chissà, invece, se Darko Kostic, il trentunenne che si era presentato in caserma, Miki Trajkovic (36 anni, che avrebbe scagliato il colpo fatale), Dennis Trajkovic (19 anni), Dylan Trajkovic (pure lui diciannovenne) e Bidam Sulejmanovic (41 anni, proprietario dell'auto utilizzata per la rapina), fossero stati militanti di destra. Ai presunti stupratori di Casapound, in fondo, è stato (comprensibilmente) riservato un severo trattamento mediatico. Ai massacratori di una donna sola e indifesa, no. Chissà se i cinque rom fossero stati dei lumbard di fede salviniana. Chissà se, dopo aver ammazzato un'anziana, avessero commentato: «Eravamo andati a festeggiare il dio Po, abbiamo bevuto qualche birra di troppo e ci siamo detti: andiamo a rubare in casa di un'anziana». Non sarebbero bastate tutte le rotative del mondo per mettere su carta la riprovazione per i fascisti maschilisti. Ma per i cinque rom, niente. Eppure, il campo in cui hanno gozzovigliato prima di andare a delinquere non è nuovo ai misfatti, dalla morte di una studentessa cinese, Zhang Yao, che finì travolta da un treno nel 2016 mentre inseguiva i nomadi che l'avevano scippata, al rogo di tre sorelline, bruciate nel loro camper. Per l'anziana di Montesacro, solo cordoglio posticcio. Ma come? Non ci basta che la vittima sia una donna? Non è l'ennesimo femminicidio? Nun ve sta bene che no? Nel tempo in cui, per la lotta al patriarcato, agli uomini si comminerebbe la carcerazione preventiva, nessuno si scompone per cinque rom che uccidono una donna. Anzi, la loro cultura, autenticamente patriarcale, viene presentata come eterna vittima di dolorose discriminazioni. E pensare che solo l'anno scorso, alla Camera, alcune organizzazioni di femministe rom avevano presentato i risultati del progetto «Sposati quando sarai pronta», dedicato alla piaga dei matrimoni precoci tra i nomadi. Era emerso che il 50% delle ragazze rom contrae matrimonio tra i 16 e i 20 anni, il 40% addirittura prima dei 15 anni. L'età media delle spose è di 16 anni e i mariti sono quasi sempre scelti dalla famiglia o dal clan. Sono tradizioni, direte. Peccato che il 75% del campione della ricerca dichiarasse di considerare negativa la scelta di sposarsi prima dei 18 anni e l'84% reputasse una vera violenza il matrimonio prima dei 15 anni. Ma di questa segregazione nei confronti di donne e minori, i giornaloni pronti a difendere le attrici ultramiliardarie di Hollywood, non se ne curano. I Corrado Formigli, anzi, ci inviteranno a non generalizzare. Che aspettano i rom a iscriversi alla Lega?
Il Crystal Palace festeggia la Conference League dopo la vittoria per 1-0 in finale contro il Rayo Vallecano (Ansa)
Gli inglesi battono 1-0 il Rayo Vallecano nella finale di Lipsia e conquistano il primo trofeo europeo della loro storia. Decide Mateta nella ripresa. Terzo titolo in un anno per la squadra di Glasner dopo FA Cup e Community Shield.
La chiusura del cerchio perfetto nel calcio esiste. Chiedere al Crystal Palace, uno dei 17 club professionistici di Londra e uno dei 7 che militano in Premier League, da questa notte sul tetto d’Europa, per la prima volta nella sua storia lunga 121 anni.
Le Eagles, alla loro prima partecipazione in una competizione europea, hanno fatto subito centro battendo nella finale di Lipsia il Rayo Vallecano e aggiungendo in bacheca la Conference League. Una bacheca fino a poco meno di un anno fa praticamente vuota e che sotto la gestione di Oliver Glasner, tecnico austriaco classe 1974 che in Europa aveva già trionfato vincendo nel 2021 l’Europa League alla guida dell’Eintracht Francoforte, ha improvvisamente iniziato a riempirsi. Il 17 maggio 2025 la vittoria in FA Cup, battendo in finale il Manchester City di Pep Guardiola. Qualche mese più tardi, il 10 agosto, il successo ai rigori contro il Liverpool nel Community Shield. E ora la consacrazione europea. Tre trofei nel giro di 12 mesi a chiusura di un cerchio, appunto, dove nulla è stato scontato, anzi. La stagione del Palace aveva tutti i presupposti per non essere all’altezza della precedente, con le cessioni eccellenti di Eze all’Arsenal e Guehi al City che ne hanno compromesso l’andamento in campionato, tanto da chiudere la Premier con un modestissimo 15° posto. Motivo per cui, a un certo punto della stagione, Glasner ha deciso di puntare tutto sulla Conference. La vittoria in coppa dà al club del Sud di Londra in un colpo solo lustro internazionale e la qualificazione alla prossima Europa League. Competizione che di fatto aveva già conquistato il diritto a parteciparvi lo scorso anno grazie alla vittoria della FA Cup, ma dalla quale è stata esclusa per la concomitante presenza dell’Olympique Lione, club francese con cui il Palace condivide il proprietario, John Textor.
Dall’altra parte, però, il Rayo Vallecano esce sconfitto ma non ridimensionato. Per il club di Vallecas, quartiere popolare e storicamente operaio della periferia madrilena, quella di Lipsia era la prima finale europea della propria storia. Un traguardo che conferma la crescita di una squadra diventata negli anni simbolo identitario del suo quartiere e riferimento per una tifoseria che ha sempre rivendicato un’idea diversa di calcio, lontana dalle logiche dei grandi club della capitale. Il ko contro il Palace non cancella il percorso europeo del Rayo, capace di eliminare Samsunspor, Aek Atene e Strasburgo dopo avere chiuso al quinto posto la fase campionato. E forse il senso della serata lo hanno raccontato proprio i tifosi spagnoli al triplice fischio, quando nel settore occupato dai sostenitori biancorossi è comparso uno striscione con scritto: «No conocí mayor victoria, que contigo en una derrota» («Non ho conosciuto vittoria più grande di quella ottenuta con te nella sconfitta»).
In campo, del resto, la finale è stata a lungo bloccata, quasi condizionata dal peso della posta in palio e dall’inesperienza europea di entrambe. Il Crystal Palace ha provato subito a prendere in mano il possesso, affidandosi soprattutto alle accelerazioni di Sarr e Pino sugli esterni, mentre il Rayo ha scelto un atteggiamento più prudente, compatto e attento a non concedere spazi. Il risultato è stato un primo tempo con poche occasioni e ritmi bassi. Gli spagnoli si sono fatti vedere per primi al 25’, quando Alemao ha girato fuori da buona posizione un cross di Chavarria, mentre poco prima dell’intervallo Unai Lopez ha mancato lo specchio con un destro dal limite. La chance più grande dei primi 45 minuti, però, l’ha costruita il Palace nel recupero: Wharton ha pescato Mitchell con un pallone morbido dalla trequarti, ma il colpo di testa in tuffo dell’esterno inglese è terminato di pochissimo a lato. La partita è cambiata all’inizio della ripresa. Al 50’ Wharton - eletto a fine gara «man of the match» - ha trovato spazio centralmente e ha calciato dal limite costringendo Batalla a una respinta corta: sul pallone si è avventato Mateta, il più rapido di tutti a ribadire in rete il gol dell’1-0. Una rete pesantissima per il centravanti francese, vicino a lasciare Londra già nel mercato di gennaio e decisivo invece nella notte più importante della storia del club. Il vantaggio ha acceso improvvisamente la finale. Cinque minuti dopo il Palace è andato a centimetri dal raddoppio in una delle azioni più incredibili della partita: punizione di Pino sul doppio palo, pallone che torna in mezzo e nuovo legno colpito involontariamente da Valentin nel tentativo di anticipare Mateta. Il Rayo ha accusato il colpo e per alcuni minuti ha rischiato di crollare, salvato ancora da Batalla su Mateta e da una difesa che, pur soffrendo, è riuscita a restare dentro la partita fino alla fine.
Nel finale la squadra di Perez ha provato ad alzare il baricentro senza però creare vere occasioni pulite. L’ultima possibilità è capitata ancora sui piedi di Alemao al 95’, ma il destro al volo dal limite è terminato fuori. Poco dopo è arrivato il triplice fischio di Mariani - unica nota italiana nella serata di Lipsia - e la festa del Palace, accompagnata dagli oltre 39.000 spettatori della Red Bull Arena.
Con questo successo il Crystal Palace diventa la terza squadra inglese - e la terza londinese - a vincere la Conference League dopo West Ham e Chelsea. Un altro segnale della supremazia recente del calcio inglese nelle competizioni Uefa. E adesso l’Inghilterra sogna addirittura il pieno europeo: dopo il trionfo dell’Aston Villa in Europa League e quello del Palace in Conference, sabato a Budapest toccherà all’Arsenal nella finale di Champions League contro il Paris Saint-Germain. Un possibile treble continentale che confermerebbe ulteriormente il dominio della Premier sul calcio europeo.
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Naturalmente, bisogna rapportarli alla produzione. I dati «ufficiali», riprodotti nella tabella, ci dicono i morti per ogni Terawattora elettrico prodotto da carbone, petrolio, biomassa, gas naturale, idroelettrico, eolico, nucleare e fotovoltaico. Giusto per avere un’idea di cosa sia il Terawattora, basti sapere che è l’energia elettrica consumata in un solo giorno dall’Italia.
Come si vede, fotovoltaico, nucleare ed eolico sono le più sicure. Anche più dell’idroelettrico: non dimentichiamo che, per esempio, il disastro del Vajont spezzò 2.000 vite in una sola notte. Noi però siamo come San Tommaso e non ce li beviamo a occhi chiusi. Se apriamo gli occhi, vedremo che il nucleare è ancora più sicuro. La figura è stata costruita assumendo che nei successivi 70 anni da quando si è cominciato a produrre elettricità da nucleare, la tecnologia avrebbe causato circa 2.700 decessi (400 da Chernobyl e 2.300 da Fukushima). Ma la conta è sbagliata o, comunque, arbitraria.
Scrivono gli autori: «A Chernobyl, due lavoratori alla centrale morirono sotto le macerie dell’esplosione». Come arrivano allora a 400? Ecco il riassunto: «Tra le diverse migliaia di soccorritori inviati, a 134 fu diagnosticata la sindrome da radiazione acuta (Sra): di costoro 28 morirono nei primi quattro mesi e altri 19 nei successivi 20 anni». La verità, però, è che fu il regime comunista sovietico, incurante della sicurezza dei lavoratori, a mandarli senza protezione. Furono mandati a suicidarsi, cosicché la manifestata Sra fu una conseguenza non del nucleare in sé ma del disprezzo che aveva quel regime per la vita. Per i successivi 19, gli stessi autori scrivono che «molti di questi morirono per cause non correlate alla Sra», cosicché non si capisce perché li aggiungano ai precedenti 28.
Non è finita: ne aggiungono altri 15 per tumore alla tiroide, registrati nel corso dei 20 anni successivi in un’area di 6 milioni d’abitanti attorno a Chernobyl. Il fatto è che ogni anno c’è, in media, un morto per tumore alla tiroide per ogni milione d’abitanti (per esempio, in Italia sono circa 300 l’anno quelli con decorso fatale), cosicché in quell’area, in 20 anni, ci si potevano aspettare oltre 100 morti. Insomma, attribuire quei 15 all’incidente è come pretendere da quell’area di essere l’unica al mondo immune dalle fatalità di quella patologia. Verosimilmente, i decessi furono 15 anziché più di 100 perché in seguito all’incidente si decise di passare sotto l’ecografo la tiroide di quei 6 milioni di persone, cosicché la maggior parte dei tumori fu diagnosticata in tempo e curata. Senza l’incidente non ci sarebbe stata quella capillare diagnostica e i decessi sarebbero stati in linea con la media mondiale.
Finora siamo a 64 morti con nome e cognome. Gli autori come sono arrivati a 400? Questo è interessante perché è lo stesso modo con cui arrivano a 2.300 per i morti da nucleare a Fukushima, per i quali cominciano con lo scrivere: «Lì nessuno è morto direttamente dall’incidente». I 2.300 - così come i 400 da Chernobyl - sono allora una stima di individui (tutti immaginari, nessun nome e cognome) che, statisticamente, sarebbero morti tenendo conto delle radiazioni assorbite.
Un conto della serva. Sappiamo per certo che assorbendo una dose di radiazione pari a 5 Sv (Sievert), la probabilità di morire è del 50%. Ogni turista che si ferma qualche ora in piazza San Pietro assorbe circa 1 milionesimo di Sv (i sanpietrini del selciato contengono uranio e torio, che sono naturalmente radioattivi), cosicché i 10 milioni di turisti l’anno che visitano la piazza avranno assorbito 10 Sv dovrebbero bastare, «statisticamente», per mandare un cristiano all’obitorio. Ecco, di morti statistici, che sarebbero stati 2.700 per colpa della produzione elettrica da elettronucleare, ce ne sarebbe uno l’anno tra i visitatori di piazza San Pietro. Chissà chi è.
La verità secondo la buona scienza è che in oltre 70 anni di produzione elettrica da nucleare, gli incidenti occorsi hanno causato solo due morti, e non i 2.700 «ufficiali». In ogni caso, anche a bersi questi dati, tra le tecnologie di produzione elettrica che funzionano, quella da nucleare è - e di gran lunga - la più sicura.
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Ecco #DimmiLaVerità del 28 maggio 2026. Con il deputato del M5s Marco Pellegrini parliamo delle stragi di Piazza della Loggia e Ustica.