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2019-05-15
Giudici scatenati: dobbiamo tenerci gli immigrati
anche se sono una minaccia
Ansa
Chi decide il destino dei migranti? Il lettore potrebbe rispondere che esistono le leggi dello Stato a regolamentare chi ha diritto di restare e chi invece deve essere rimpatriato. Risposta sbagliata. Quella giusta è che la sorte dei profughi dipende dai magistrati, che spesso interpretano le norme a loro discrezione. Talvolta anche in modo opposto uno dall'altro. Dipende da (...) tanti fattori, forse anche dall'umore. Ci sono due verdetti che fanno discutere: il primo italiano, il secondo della Corte europea e si spinge a vietare l'espulsione del rifugiato anche se commette reati gravi.
Danno sproporzionato
L'ultima sentenza nostrana, definibile creativa, arriva da Venezia dove il tribunale ha accolto il ricorso di un africano che, nel 2017, si era visto respingere dalla commissione territoriale di Verona la richiesta di riconoscimento della protezione internazionale. Cosa ha decretato il giudice? Che il giovane del Mali può restare comunque in Italia. Non perché abbia i requisiti per ottenere lo status da profugo, ma perché si è integrato talmente bene che, se dovesse essere rimandato indietro, si arrecherebbe un «danno sproporzionato alla sua vita privata». Come ammette lo stesso magistrato la domanda d'asilo sarebbe da bocciare seguendo le regole: il ricorrente non può essere considerato un rifugiato perché non è «oggetto di persecuzione per razza, religione o appartenenza a un determinato gruppo sociale» e aggiunge che «né in altro modo le circostanze fanno emergere la sussistenza di un danno grave in caso di rientro in Mali, cioè il rischio verosimile di essere sottoposto a pena capitale o a trattamenti inumani o degradanti».
Un bravo ragazzo
Quindi come concludere? Può tornare a casa senza pericoli? No, poiché stiamo parlando di un bravo ragazzo. Infatti secondo il tribunale veneziano, lo straniero «ha dato prova di una perfetta padronanza della lingua italiana e per ciò stesso di una seria capacità d'inserimento». Non solo: «Ha dimostrato», scrivono le toghe, «di essere occupato a tempo pieno in molteplici attività lavorative, dalla vigilanza al lavoro in ristorazione e in agricoltura, di aver frequentato e concluso la scuola secondaria, oltre allo svolgimento di volontariato e di essere in procinto di acquisire la patente». Questi elementi impedirebbero dunque l'allontanamento del malese. Insomma, per il giudice è fondamentale in questi casi fare una «valutazione comparata tra le condizioni raggiunte nel Paese ospitante rispetto a quelle del Paese di origine» perché bisogna «assicurare una tutela sia alla vita familiare che alla vita privata di un individuo».
Il diktat Ue
Ma se il migrante delinque si può mandarlo via? No, neppure in questo caso e a stabilirlo è la Corte di giustizia Ue, che fissa i paletti per la revoca o il rifiuto del riconoscimento dello status di rifugiato in uno Stato membro. Tra questi spicca che il rimpatrio è vietato, anche fosse per questioni di sicurezza nazionale, se nel Paese di origine il migrante rischia la tortura o la vita. Quindi anche nel caso si trattasse di un terrorista. Secondo i giudici del Lussemburgo, la decisione di revocare o rifiutare lo status di rifugiato non permette di togliere tale status (né i diritti che derivano dalla Convenzione di Ginevra) o di rimpatriare l'extracomunitario se ci sono «fondati timori» che sia perseguitato. Prevalgono, quindi, i fondamenti della Carta dei diritti fondamentali dell'Ue che vieta il respingimento in un Paese dove la sua vita o la sua libertà possano essere minacciate e dove siano in vigore «la tortura e le pene e i trattamenti inumani o degradanti». La Corte in sostanza stabilisce che la protezione dell'Unione ai rifugiati che delinquono è più ampia di quella assicurata dalla Convenzione di Ginevra. La sentenza riguarda il caso di tre migranti (un ivoriano, un congolese e un ceceno) che in Belgio e in Repubblica Ceca si sono visti revocare lo status di rifugiato perché considerati una minaccia per la sicurezza o perché condannati per un reato particolarmente grave.
In effetti, resta da comprendere come questo verdetto possa impattare sulla legislazione italiana: il decreto sicurezza, infatti, prevede lo stop ai benefici dell'asilo se lo straniero commette una serie di delitti. C'è però da aggiungere che la nuova sentenza non innesca automatismi: per far valere il principio lo straniero dovrà comunque avviare una causa. Poi toccherà ai tribunali decidere in merito, ma la questione non è semplice: chi stabilisce infatti quali sono i Paesi dove si rischiano trattamenti inumani e degradanti? Il ministro dell'Interno Matteo Salvini è intervenuto per commentare il pronunciamento: «Ecco perché è importante cambiare questa Europa, con il voto del 26 maggio. Comunque io non cambio idea e non cambio la legge: i richiedenti asilo che violentano, rubano e spacciano, tornano tutti a casa loro. E nel decreto sicurezza bis norme ancora più severe contro scafisti e trafficanti».
A sinistra cala il silenzio sui rom che hanno ucciso un’anziana per divertirsi
Un appello a Casapound: consegni la tessera alla banda di rom assassini. Forse, in questa maniera, qualcuno s'indignerà per ciò che hanno fatto a Montesacro, una tranquilla zona residenziale a Nord Est della capitale. La sera del 5 maggio, cinque delinquenti si sono introdotti in casa di Anna Tomasino, una signora di 89 anni che in quel momento era al telefono con un'amica. Hanno rotto la finestra, lei li ha sorpresi e loro l'hanno colpita alla testa con un arnese. Anna è morta il giorno dopo in ospedale. I malviventi, di origine serbo-bosniaca, li hanno arrestati tutti: il primo si era costituito ai carabinieri di Cinecittà. Uno era stato sorpreso domenica a Ventimiglia, mentre cercava di passare la frontiera. Un altro è stato fermato nei pressi della stazione di Pomezia, poco fuori Roma. Un altro ancora era stato bloccato a Moncalieri: si era rifugiato a casa di alcuni parenti. Il quinto è stato rintracciato nel campo di via Salviati. E sapete come hanno giustificato il crimine? «Eravamo tutti nel campo nomadi di via dei Gordiani (nel quartiere Prenestino, ndr) a festeggiare San Giorgio, il nostro patrono. Avevamo mangiato e bevuto un bel po' e per chiudere in bellezza la serata ci siamo detti: andiamo a rubare».
Capito? Si banchetta, si alza un po' il gomito e si decide di fare la zingarata: amici miei, andiamo a tirare gli schiaffi a chi si affaccia dai treni in partenza? Ma no, meglio un bel furto in appartamento. Volete forse che Repubblica, presidio di civiltà e democrazia, si scandalizzi? Volete che il Corriere si sdegni? Chissà, invece, se Darko Kostic, il trentunenne che si era presentato in caserma, Miki Trajkovic (36 anni, che avrebbe scagliato il colpo fatale), Dennis Trajkovic (19 anni), Dylan Trajkovic (pure lui diciannovenne) e Bidam Sulejmanovic (41 anni, proprietario dell'auto utilizzata per la rapina), fossero stati militanti di destra. Ai presunti stupratori di Casapound, in fondo, è stato (comprensibilmente) riservato un severo trattamento mediatico. Ai massacratori di una donna sola e indifesa, no. Chissà se i cinque rom fossero stati dei lumbard di fede salviniana. Chissà se, dopo aver ammazzato un'anziana, avessero commentato: «Eravamo andati a festeggiare il dio Po, abbiamo bevuto qualche birra di troppo e ci siamo detti: andiamo a rubare in casa di un'anziana». Non sarebbero bastate tutte le rotative del mondo per mettere su carta la riprovazione per i fascisti maschilisti. Ma per i cinque rom, niente. Eppure, il campo in cui hanno gozzovigliato prima di andare a delinquere non è nuovo ai misfatti, dalla morte di una studentessa cinese, Zhang Yao, che finì travolta da un treno nel 2016 mentre inseguiva i nomadi che l'avevano scippata, al rogo di tre sorelline, bruciate nel loro camper.
Per l'anziana di Montesacro, solo cordoglio posticcio. Ma come? Non ci basta che la vittima sia una donna? Non è l'ennesimo femminicidio? Nun ve sta bene che no? Nel tempo in cui, per la lotta al patriarcato, agli uomini si comminerebbe la carcerazione preventiva, nessuno si scompone per cinque rom che uccidono una donna. Anzi, la loro cultura, autenticamente patriarcale, viene presentata come eterna vittima di dolorose discriminazioni.
E pensare che solo l'anno scorso, alla Camera, alcune organizzazioni di femministe rom avevano presentato i risultati del progetto «Sposati quando sarai pronta», dedicato alla piaga dei matrimoni precoci tra i nomadi. Era emerso che il 50% delle ragazze rom contrae matrimonio tra i 16 e i 20 anni, il 40% addirittura prima dei 15 anni. L'età media delle spose è di 16 anni e i mariti sono quasi sempre scelti dalla famiglia o dal clan. Sono tradizioni, direte. Peccato che il 75% del campione della ricerca dichiarasse di considerare negativa la scelta di sposarsi prima dei 18 anni e l'84% reputasse una vera violenza il matrimonio prima dei 15 anni. Ma di questa segregazione nei confronti di donne e minori, i giornaloni pronti a difendere le attrici ultramiliardarie di Hollywood, non se ne curano. I Corrado Formigli, anzi, ci inviteranno a non generalizzare. Che aspettano i rom a iscriversi alla Lega?
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La Corte di giustizia europea stabilisce che ci dobbiamo tenere persino i terroristi. Intanto, a Venezia, un magistrato decide che lo straniero può restare in Italia anche senza requisiti, se è «ben integrato».I nomadi della tragica rapina di Roma: «Eravamo brilli, ci siamo detti: andiamo a rubare». E nessuno si indigna per i diritti violati.Lo speciale contiene due articoliChi decide il destino dei migranti? Il lettore potrebbe rispondere che esistono le leggi dello Stato a regolamentare chi ha diritto di restare e chi invece deve essere rimpatriato. Risposta sbagliata. Quella giusta è che la sorte dei profughi dipende dai magistrati, che spesso interpretano le norme a loro discrezione. Talvolta anche in modo opposto uno dall'altro. Dipende da (...) tanti fattori, forse anche dall'umore. Ci sono due verdetti che fanno discutere: il primo italiano, il secondo della Corte europea e si spinge a vietare l'espulsione del rifugiato anche se commette reati gravi.Danno sproporzionatoL'ultima sentenza nostrana, definibile creativa, arriva da Venezia dove il tribunale ha accolto il ricorso di un africano che, nel 2017, si era visto respingere dalla commissione territoriale di Verona la richiesta di riconoscimento della protezione internazionale. Cosa ha decretato il giudice? Che il giovane del Mali può restare comunque in Italia. Non perché abbia i requisiti per ottenere lo status da profugo, ma perché si è integrato talmente bene che, se dovesse essere rimandato indietro, si arrecherebbe un «danno sproporzionato alla sua vita privata». Come ammette lo stesso magistrato la domanda d'asilo sarebbe da bocciare seguendo le regole: il ricorrente non può essere considerato un rifugiato perché non è «oggetto di persecuzione per razza, religione o appartenenza a un determinato gruppo sociale» e aggiunge che «né in altro modo le circostanze fanno emergere la sussistenza di un danno grave in caso di rientro in Mali, cioè il rischio verosimile di essere sottoposto a pena capitale o a trattamenti inumani o degradanti».Un bravo ragazzoQuindi come concludere? Può tornare a casa senza pericoli? No, poiché stiamo parlando di un bravo ragazzo. Infatti secondo il tribunale veneziano, lo straniero «ha dato prova di una perfetta padronanza della lingua italiana e per ciò stesso di una seria capacità d'inserimento». Non solo: «Ha dimostrato», scrivono le toghe, «di essere occupato a tempo pieno in molteplici attività lavorative, dalla vigilanza al lavoro in ristorazione e in agricoltura, di aver frequentato e concluso la scuola secondaria, oltre allo svolgimento di volontariato e di essere in procinto di acquisire la patente». Questi elementi impedirebbero dunque l'allontanamento del malese. Insomma, per il giudice è fondamentale in questi casi fare una «valutazione comparata tra le condizioni raggiunte nel Paese ospitante rispetto a quelle del Paese di origine» perché bisogna «assicurare una tutela sia alla vita familiare che alla vita privata di un individuo».Il diktat UeMa se il migrante delinque si può mandarlo via? No, neppure in questo caso e a stabilirlo è la Corte di giustizia Ue, che fissa i paletti per la revoca o il rifiuto del riconoscimento dello status di rifugiato in uno Stato membro. Tra questi spicca che il rimpatrio è vietato, anche fosse per questioni di sicurezza nazionale, se nel Paese di origine il migrante rischia la tortura o la vita. Quindi anche nel caso si trattasse di un terrorista. Secondo i giudici del Lussemburgo, la decisione di revocare o rifiutare lo status di rifugiato non permette di togliere tale status (né i diritti che derivano dalla Convenzione di Ginevra) o di rimpatriare l'extracomunitario se ci sono «fondati timori» che sia perseguitato. Prevalgono, quindi, i fondamenti della Carta dei diritti fondamentali dell'Ue che vieta il respingimento in un Paese dove la sua vita o la sua libertà possano essere minacciate e dove siano in vigore «la tortura e le pene e i trattamenti inumani o degradanti». La Corte in sostanza stabilisce che la protezione dell'Unione ai rifugiati che delinquono è più ampia di quella assicurata dalla Convenzione di Ginevra. La sentenza riguarda il caso di tre migranti (un ivoriano, un congolese e un ceceno) che in Belgio e in Repubblica Ceca si sono visti revocare lo status di rifugiato perché considerati una minaccia per la sicurezza o perché condannati per un reato particolarmente grave. In effetti, resta da comprendere come questo verdetto possa impattare sulla legislazione italiana: il decreto sicurezza, infatti, prevede lo stop ai benefici dell'asilo se lo straniero commette una serie di delitti. C'è però da aggiungere che la nuova sentenza non innesca automatismi: per far valere il principio lo straniero dovrà comunque avviare una causa. Poi toccherà ai tribunali decidere in merito, ma la questione non è semplice: chi stabilisce infatti quali sono i Paesi dove si rischiano trattamenti inumani e degradanti? Il ministro dell'Interno Matteo Salvini è intervenuto per commentare il pronunciamento: «Ecco perché è importante cambiare questa Europa, con il voto del 26 maggio. Comunque io non cambio idea e non cambio la legge: i richiedenti asilo che violentano, rubano e spacciano, tornano tutti a casa loro. E nel decreto sicurezza bis norme ancora più severe contro scafisti e trafficanti».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/rimpatri-impossibili-grazie-ai-giudici-2637132784.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="a-sinistra-cala-il-silenzio-sui-rom-che-hanno-ucciso-unanziana-per-divertirsi" data-post-id="2637132784" data-published-at="1767743988" data-use-pagination="False"> A sinistra cala il silenzio sui rom che hanno ucciso un’anziana per divertirsi Un appello a Casapound: consegni la tessera alla banda di rom assassini. Forse, in questa maniera, qualcuno s'indignerà per ciò che hanno fatto a Montesacro, una tranquilla zona residenziale a Nord Est della capitale. La sera del 5 maggio, cinque delinquenti si sono introdotti in casa di Anna Tomasino, una signora di 89 anni che in quel momento era al telefono con un'amica. Hanno rotto la finestra, lei li ha sorpresi e loro l'hanno colpita alla testa con un arnese. Anna è morta il giorno dopo in ospedale. I malviventi, di origine serbo-bosniaca, li hanno arrestati tutti: il primo si era costituito ai carabinieri di Cinecittà. Uno era stato sorpreso domenica a Ventimiglia, mentre cercava di passare la frontiera. Un altro è stato fermato nei pressi della stazione di Pomezia, poco fuori Roma. Un altro ancora era stato bloccato a Moncalieri: si era rifugiato a casa di alcuni parenti. Il quinto è stato rintracciato nel campo di via Salviati. E sapete come hanno giustificato il crimine? «Eravamo tutti nel campo nomadi di via dei Gordiani (nel quartiere Prenestino, ndr) a festeggiare San Giorgio, il nostro patrono. Avevamo mangiato e bevuto un bel po' e per chiudere in bellezza la serata ci siamo detti: andiamo a rubare». Capito? Si banchetta, si alza un po' il gomito e si decide di fare la zingarata: amici miei, andiamo a tirare gli schiaffi a chi si affaccia dai treni in partenza? Ma no, meglio un bel furto in appartamento. Volete forse che Repubblica, presidio di civiltà e democrazia, si scandalizzi? Volete che il Corriere si sdegni? Chissà, invece, se Darko Kostic, il trentunenne che si era presentato in caserma, Miki Trajkovic (36 anni, che avrebbe scagliato il colpo fatale), Dennis Trajkovic (19 anni), Dylan Trajkovic (pure lui diciannovenne) e Bidam Sulejmanovic (41 anni, proprietario dell'auto utilizzata per la rapina), fossero stati militanti di destra. Ai presunti stupratori di Casapound, in fondo, è stato (comprensibilmente) riservato un severo trattamento mediatico. Ai massacratori di una donna sola e indifesa, no. Chissà se i cinque rom fossero stati dei lumbard di fede salviniana. Chissà se, dopo aver ammazzato un'anziana, avessero commentato: «Eravamo andati a festeggiare il dio Po, abbiamo bevuto qualche birra di troppo e ci siamo detti: andiamo a rubare in casa di un'anziana». Non sarebbero bastate tutte le rotative del mondo per mettere su carta la riprovazione per i fascisti maschilisti. Ma per i cinque rom, niente. Eppure, il campo in cui hanno gozzovigliato prima di andare a delinquere non è nuovo ai misfatti, dalla morte di una studentessa cinese, Zhang Yao, che finì travolta da un treno nel 2016 mentre inseguiva i nomadi che l'avevano scippata, al rogo di tre sorelline, bruciate nel loro camper. Per l'anziana di Montesacro, solo cordoglio posticcio. Ma come? Non ci basta che la vittima sia una donna? Non è l'ennesimo femminicidio? Nun ve sta bene che no? Nel tempo in cui, per la lotta al patriarcato, agli uomini si comminerebbe la carcerazione preventiva, nessuno si scompone per cinque rom che uccidono una donna. Anzi, la loro cultura, autenticamente patriarcale, viene presentata come eterna vittima di dolorose discriminazioni. E pensare che solo l'anno scorso, alla Camera, alcune organizzazioni di femministe rom avevano presentato i risultati del progetto «Sposati quando sarai pronta», dedicato alla piaga dei matrimoni precoci tra i nomadi. Era emerso che il 50% delle ragazze rom contrae matrimonio tra i 16 e i 20 anni, il 40% addirittura prima dei 15 anni. L'età media delle spose è di 16 anni e i mariti sono quasi sempre scelti dalla famiglia o dal clan. Sono tradizioni, direte. Peccato che il 75% del campione della ricerca dichiarasse di considerare negativa la scelta di sposarsi prima dei 18 anni e l'84% reputasse una vera violenza il matrimonio prima dei 15 anni. Ma di questa segregazione nei confronti di donne e minori, i giornaloni pronti a difendere le attrici ultramiliardarie di Hollywood, non se ne curano. I Corrado Formigli, anzi, ci inviteranno a non generalizzare. Che aspettano i rom a iscriversi alla Lega?
Antonio Decaro (Imagoeconomica)
La richiesta si basa, in gran parte, su una sentenza del Tar dell’Emilia-Romagna, a cui la Regione fortino del Pd - che con Michele De Pascale punta ad ergersi capofila nazionale delle politiche sanitarie autonome regionali - si è appellata per evitare di erogare, retroattivamente, gli stessi emolumenti, mai corrisposti, ai propri camici bianchi. La pretesa restituzione dei compensi, che per ogni singolo medico ammonterebbe a circa 70.000 euro, è arrivata la sera di Capodanno, lanciata via Pec alle 20.48 da qualche dirigente bontempone, ma ora rischia di trasformarsi in una valanga. I medici di base, infatti, non hanno preso bene l’idea di dover restituire decine di migliaia di euro a testa all’ente che per anni li ha erogati senza battere ciglio e, oltre ad aver dato mandato ai legali di resistere in giudizio a quello che definiscono «un vero furto», minacciano di fare «non uno, ma quattro passi indietro» nei confronti degli impegni assunti con Regione in relazione alle Case di Comunità, finanziate con 350 milioni di euro di fondi Pnrr, tra i fiori all’occhiello della campagna elettorale di Decaro. «Stiamo reagendo dal punto di vista legale sia a livello regionale che di singole Asl e abbiamo già dato mandato ai legali per impugnare la circolare e ottenerne la sospensiva immediata della direttiva regionale», spiega Antonio De Maria, segretario regionale del sindacato dei medici Fimmg. «La situazione del sistema sanitario della Puglia è già al collasso e in questo momento ci vuole coesione e grande collaborazione tra le parti. Innescare adesso un meccanismo del genere è pericolosissimo e ci auguriamo che questa richiesta, arrivata con modalità offensive dal dipartimento regionale della Sanità, non abbia l’avvallo politico. Avvisiamo già che non ci fermeremo e che a fronte di questo atto siamo pronti a rimettere completamente in discussione la nostra presenza e collaborazione al progetto delle Case di Comunità dell’intero territorio regionale». I sindacati dei medici sono uniti in questa battaglia: «Quanto avvenuto è sconcertante e si tratta di un attacco inopportuno e, a nostro parere, totalmente illegittimo. Appariamo come professionisti che hanno percepito dei soldi che non gli spettavano: è assolutamente falso. Quest’azione rappresenta l’espressione della situazione caotica che ormai da un anno viviamo nell’organizzazione della medicina territoriale a livello pugliese. Se qualcuno pensa di risanare in questo modo le finanze regionali, tagli dove si spreca», ha aggiunto Luigi Nigri, segretario regionale Puglia e vicepresidente nazionale Finp. Eppure, nonostante la posta in gioco, non sarà semplice per Decaro fare un passo indietro sulla questione. Rinunciare al prelievo dalle tasche dei dottori significherebbe, infatti, sconfessare la linea dell’Emilia-Romagna, che quegli stessi assegni, negli ultimi dieci anni, ai suoi medici non li ha mai versati e che ora rischia - a causa di un’azione legale partita da Rimini - di dover sborsare oltre 100 milioni di euro in un colpo solo. La Regione rossa, infatti, è in attesa del pronunciamento della Cassazione e, negli ambienti, si racconta che qualche settimana fa, presso la sede romana della Sisac - Struttura interregionale sanitari convenzionati, ossia il luogo in cui si costruiscono gli Accordi nazionali collettivi che stabiliscono gli emolumenti per i sanitari - si è tenuta una plenaria durante la quale, sul tema dei compensi ai medici, è stata dettata e condivisa una linea comune. Il mandato più o meno esplicito sarebbe stato quello di «evitare di pagare per non far finire nei guai chi non ha nulla in cassa». In sostanza, marciare uniti a scapito dei camici bianchi. E a quanto pare, la Puglia ha preso l’indicazione come un ordine. «Mi pare sia evidente che la sinistra in Italia abbia perso qualsiasi titolo per parlare di sanità: chiedono di aumentare le risorse che hanno tagliato durante i loro governi e stanno dimostrando di non saper neppure gestire quelle che hanno nelle Regioni che governano. La situazione che si è venuta a creare in Puglia credo sia abbastanza emblematica; tra l’altro la Puglia ha erogato questi integrativi, così Decaro si è fatto bello per le elezioni regionali ed oggi, dopo la vittoria, gli chiede indietro ai medici di base a cui magari pochi mesi fa chiedeva il voto», commenta il senatore Fdi Marco Lisei. «Un comportamento immorale, che però non lascia immune da critiche neppure la Regione Emilia-Romagna, che quegli integrativi avrebbe dovuto coprirli. Ora serve chiarezza, ma soprattutto servono tutele per i professionisti sanitari. Per questo come governo abbiamo destinato risorse dedicate per aumentare gli stipendi e tutelare chi nel corso degli anni ha tenuto in piedi il sistema sanitario mentre la sinistra lo sfasciava». Il prossimo 12 gennaio, per Decaro, sarà una data importante: il report sulla realizzazione delle Case di Comunità verrà trasmesso all’Autorità di missione Pnrr, presso il ministero della Salute, per una valutazione sullo stato di avanzamento del progetto. La promessa - nonché condizione necessaria per il raggiungimento del target e dunque per l’ottenimento dei fondi Pnrr - è che al 30 giugno 2026 la Puglia avrà 123 Case di comunità, ma la Corte dei Conti, che ha già un fascicolo aperto sui ritardi nella realizzazione delle opere, ha ricordato esplicitamente che per essere soddisfatto pienamente il target di giugno «non implica solo la realizzazione, ma la completa messa a disposizione delle strutture dotate di tutte le attrezzature necessarie al funzionamento». Medici compresi.
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La riaffermazione di tale principio si accompagna, tuttavia, nella stessa sentenza n. 204/2025, alla declaratoria di illegittimità costituzionale dell’articolo 7 della legge regionale oggetto di ricorso, che, apparentemente in linea con il suddetto principio, impegnava le aziende sanitarie locali a fornire all’aspirante suicida «il supporto tecnico e farmacologico nonché l’assistenza sanitaria per la preparazione all’autosomministrazione del farmaco autorizzato».
L’incostituzionalità di tale disposizione - afferma la Corte - è dovuta al fatto che essa «invade la riserva allo Stato della fissazione dei principi fondamentali in materia di tutela della salute», dal momento che non si limita a semplici «norme di dettaglio» attuative dei suddetti principi, ma avrebbe dato luogo a «una illegittima determinazione degli stessi da parte della legislazione regionale». Giova, in proposito, ricordare che la tutela della salute è, appunto, una delle materie in cui, ai sensi dell’articolo 117, comma III, della Costituzione, la potestà legislativa spetta alle Regioni, «salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservati alla legislazione dello Stato».
Il ragionamento della Corte non farebbe una grinza se non fosse per il fatto che, nella sentenza n. 204/2025, la stessa Corte ha cura di precisare che la ritenuta incostituzionalità dell’articolo 7 della legge regionale toscana «lascia intatto il diritto», riconosciuto all’aspirante suicida dalla sentenza n. 132/ 2025, «di ottenere dalle aziende del Servizio sanitario regionale il farmaco, i dispositivi eventualmente occorrenti all’autosomministrazione, nonché l’assistenza sanitaria anche durante l’esecuzione di questa procedura». Ciò in forza della «portata autoapplicativa» da riconoscersi - afferma sempre la Corte - alla suddetta sentenza. Ma una sentenza della Corte Costituzionale che abbia «portata autoapplicativa» e nella quale vengano - come nel caso di specie - dettati principi del tutto analoghi a quelli che potrebbero essere stabiliti con legge dello Stato, dovrebbe, con ogni evidenza, essere considerata idonea ad assolvere alla stessa funzione che l’articolo 117, comma III, della Costituzione assegna alla legge statale per la determinazione dei principi fondamentali ai quali dovrebbe poi attenersi la legislazione regionale. L’articolo 7 della legge regionale toscana, quindi, siccome del tutto aderente a quanto stabilito dalla Corte Costituzionale con la sentenza in questione, non sarebbe stato da dichiarare incostituzionale.
La declaratoria di incostituzionalità si rivela, però, paradossalmente, corretta proprio considerando che, in realtà, contrariamente a quanto ritenuto dalla Corte, al principio affermato nella sentenza n. 132/2025 e confermato in quella n. 204/2025 non sembra affatto che possa attribuirsi carattere vincolante e meno che mai, quindi, «portata autoapplicativa». Si tratta, infatti, di un principio che non è in alcun modo conseguenziale alla già ricordata sentenza della stessa Corte n. 242/2019, essendosi questa limitata a rendere non punibile, a determinate condizioni, mediante declaratoria di parziale incostituzionalità dell’articolo 580 del codice penale, la condotta di chi presti aiuto al suicidio, senza con ciò attribuire all’aspirante suicida alcun diritto a ottenere quell’aiuto da parte di chicchessia, ivi compreso il Servizio sanitario nazionale. A quest’ultimo, infatti, la Corte affida il solo compito di accertare che le suddette condizioni siano effettivamente sussistenti e che le modalità stabilite dall’interessato e dal medico di sua fiducia per l’esecuzione del suicidio non siano tali da offendere la dignità della persona e cagionarle sofferenze.
Lo stesso principio, inoltre, non può neppure dirsi funzionale alla decisione a suo tempo assunta con la sentenza n. 132/2025, in cui esso è enunciato, dal momento che tale sentenza, a sostegno della ritenuta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell’articolo 579 del codice penale, che punisce l’omicidio del consenziente, fece essenzialmente leva sul fatto che, contrariamente a quanto affermato dai ricorrenti, non poteva dirsi accertata, in linea di fatto, l’assoluta irreperibilità, sul mercato, di strumenti che consentissero all’aspirante suicida, nonostante la sua condizione di paraplegico, l’autonoma assunzione del farmaco mortale. L’affermazione che del reperimento di quegli strumenti dovesse farsi carico, se necessario, il Servizio sanitario nazionale, rispondendo ciò a un diritto dell’interessato, aveva carattere meramente incidentale (c.d. «obiter dictum»); il che, secondo quanto pacificamente ritenuto dalla dottrina giuridica, esclude in radice che ad essa possa attribuirsi carattere vincolante tanto nei confronti del Servizio sanitario nazionale quanto in quelli del legislatore ordinario.
Non può in alcun modo condividersi, quindi, l’opinione di chi - come il senatore del Pd Alfredo Bazoli, secondo quanto riferito sulla Verità del 31 dicembre scorso nell’articolo a firma di Carlo Tarallo - sostiene che il legislatore ordinario, nel dettare la disciplina generale in materia di fine vita, non potrebbe «in alcun modo derogare» al principio in questione giacché quello in esso affermato sarebbe «un diritto pienamente riconosciuto e dunque pienamente eseguibile». Deve invece ritenersi, al contrario, che il legislatore ordinario sia perfettamente libero di seguire o non seguire l’indicazione della Corte Costituzionale circa il ruolo da attribuirsi al Servizio sanitario nazionale, senza che, nella seconda di tali ipotesi, la sua scelta possa cadere, alla prima occasione, sotto la mannaia della stessa Corte; ciò sempre che, naturalmente, quest’ultima resista alla ricorrente tentazione di esorbitare dai limiti delle proprie funzioni; sul che, ovviamente, dati i numerosi precedenti, nessuno può azzardarsi a mettere la mano sul fuoco.
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«Io sono notizia» (Netflix)
Non una biografia, ma un modo, più accattivante del solo accademico, di ripercorrere la storia dell'Italia: gli anni Novanta e il momento, senza data precisa, in cui il confine tra vita privata e pubblica apparenza, tra famiglia e spettacolo, si è fatto labile.
Fabrizio Corona - Io sono notizia, docuserie in cinque episodi disponibile su Netflix a partire da venerdì 9 gennaio, promette di sfruttare la parabola di un singolo individuo (opportunamente discusso e divisivo) per trovare, poi, gli stilemi di un racconto universale. Non è Corona, dunque, re dei paparazzi, ma il sistema moderno, declinato nel nostro Paese sul berlusconismo, sulla faziosità, vera o presunta, dei media, sul modo in cui il giornalismo si è progressivamente piegato al gossip e alla ricerca della notorietà, dimenticando ogni deontologia professionale.
Io sono notizia, il cui avvento Fabrizio Corona ha annunciato sui propri social network in pompa magna, con l'orgoglio di chi non ha paura di veder riproposta la propria crescita umana, prende il via da lontano. Fabrizio è giovane, figlio di un padre - Vittorio Corona - tanto visionario e talentuoso quanto ingombrante. Corona, padre, avrebbe cambiato il volto dell'editoria, salvo poi essere fatto fuori da quella stessa gente che diceva apprezzarlo. Fabrizio, ragazzo, è cresciuto così, con il complesso, forse inconscio, di dover tenere il passo del genitore, esserne all'altezza. L'ambiente del padre, dunque, è stato l'obiettivo del figlio. Che, diversamente, però, ha deciso di sfruttarlo in altro modo. Fabrizio Corona avrebbe messo in ginocchio i salotti bene, e il gossip sarebbe stato merce di scambio. Lo strappo, che la docuserie ricostruisce, sarebbe arrivato con Vallettopoli e le accuse di estorsione.
Allora, il re dei paparazzi avrebbe perso parte del proprio appeal, trasformandosi nel bersaglio di una giustizia che, per alcuni, ne avrebbe fatto un capro espiatorio. Quel che segue sono processi, dibattiti, prime pagine e opinioni, è lo scontro fra chi considera Corona un demone e chi, invece, lo vorrebbe assolto.
Quel che segue è la rapida ascesa dei social network, di cui il re Mida del gossip ha saputo intuire il potenziale e le criticità, sfruttandoli, come nessun altro, per tessere la propria tela. Ed è qui, tra le pieghe di questa metamorfosi, da ragazzo d'oro a figura confusa, che Netflix racconta essere nato il Fabrizio di oggi, l'essere capace di fare della propria vita un'opera, d'arte o meno sia dibattuto in altra sede.
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