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Jacques Moretti (Ansa)
Jacques Moretti esce di cella scatenando una crisi diplomatica. Il presidente elvetico: «Giustizia e politica restino separate».
«L’unica cosa che mi tiene in vita è sapere che un giorno sarà fatta giustizia. Ma certe notizie vanno in senso contrario». È un mix di indignazione e incredulità quello che travolge come una valanga alpina le famiglie delle vittime del rogo di Crans-Montana. Loro a piangere i ragazzi uccisi o deturpati dal bar-trappola e il proprietario del Constellation, Jacques Moretti, libero di passeggiare con i fantasmi sul lago Grenon, di girare in Maserati ma anche di provare a scomparire o a inquinare le prove. «Sapere che lui è libero è come spargere sale su una ferita che non si rimarginerà mai», dice Andrea Costanzo, padre di Chiara, la sedicenne milanese morta nell’incendio. «Credo nella giustizia ma oggi sto vacillando».
A restituire la libertà al titolare del locale e a far cadere le braccia al mondo è bastata una cauzione di 200.000 franchi, 215.000 euro, grazie alla quale è tornato a casa il principale accusato per omicidio plurimo, lesioni e incendio colposo. Secondo i giudici svizzeri, l’obbligo di firma sarebbe sufficiente a evitare il pericolo di fuga. Soldi (pure pochi) che ancora una volta contano più dei sentimenti nella scala gerarchica dei valori; un affronto alle 40 vittime, 6 italiane più 11 feriti, arrivato come uno schiaffo fino a palazzo Chigi e alla Farnesina.
Per questo ieri il premier Giorgia Meloni e il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, hanno preso una decisione di sensibilità: richiamare l’ambasciatore a Berna, Gian Lorenzo Corrado, per «rappresentare alla procuratrice generale del Canton Vallese, Béatrice Pilloud, la viva indignazione del governo e dell’Italia di fronte alla decisione del Tribunale delle misure coercitive di Sion di scarcerare Moretti nonostante l’estrema gravità del reato di cui è sospettato, le pesanti responsabilità che incombono su di lui, il persistente pericolo di fuga e l’evidente rischio di ulteriore inquinamento delle prove a suo carico».
L’iniziativa italiana ha un valore diplomatico di prim’ordine e costituisce un precedente, anche se non ha effetti concreti sui rapporti istituzionali fra i due Paesi. Arriva al culmine di un’escalation emotiva contro lungaggini e tecnicismi che inducono a scambiare il garantismo per sottovalutazione d’una strage. «L’Italia tutta chiede a gran voce verità e giustizia», prosegue la nota. «E chiede che a ridosso di questa sciagura vengano adottati provvedimenti rispettosi che tengano pienamente conto delle sofferenze e delle aspettative delle famiglie. La decisione di scarcerare Jacques Moretti rappresenta una grave offesa e un’ulteriore ferita inferta alle famiglie delle vittime della tragedia di Crans-Montana e di coloro che sono tuttora ricoverati in ospedale». Il ministro Tajani ha aggiunto: «Siamo molto indignati, come rappresentanti delle istituzioni e come genitori. Per 200.000 franchi si è venduta la giustizia del Canton Vallese. Vogliamo sapere chi ha pagato la cauzione e se ci sono complicità in quanto avvenuto la notte di Capodanno a Le Constellation. È inaccettabile quello che è accaduto ed è inaccettabile la lentezza». Allude al misterioso amico dei coniugi Moretti e ai buchi riguardanti autopsie superficiali, responsabilità comunali, documentazione carente e modalità nebulose nei controlli relativi all’agibilità e alle misure di sicurezza del locale.
Per la cronaca, la moglie del proprietario, Jessica Maric, non è stata incarcerata anche se deve firmare ogni giorno in gendarmeria. Moretti libero è un nuovo colpo alla credibilità - nella prevenzione, nell’organizzazione, nella tradizione di rigore procedurale - della Confederazione, da sempre punto di riferimento per chi vive a Sud delle Alpi e viene deriso, spesso con ragione, per lassismo e maneggi del sistema. Ora, è pur vero che alle nostre latitudini e con il ponte Morandi sulle spalle non possiamo impancarci a dare lezioni di efficienza agli svizzeri, ma l’intera gestione della vicenda (a meno di un mese dallo choc determinato dal rogo maledetto) appare rivedibile soprattutto nella declinazione delle parole «umanità» e «opportunità».
Colto di sorpresa dall’iniziativa di Meloni e Tajani, il governo di Berna ha inteso replicare ai massimi livelli con una dichiarazione del presidente Guy Parmelin in un video pubblicato da Blick, con la quale di fatto giustifica la liberazione del principale presunto responsabile della strage. «Possiamo comprendere l’indignazione ma in Svizzera abbiamo procedure diverse da quelle italiane e i due sistemi giuridici non vanno sovrapposti. Dobbiamo rispettare la separazione dei poteri e la politica non deve interferire. La giustizia deve svolgere le indagini in modo trasparente e pagare eventuali errori. La stessa cosa sul piano politico».
Una posizione legittima ma fredda come un ghiacciaio, peraltro non condivisa da una parte della società civile di quel Paese. Lo dimostra la decisione di tagliare un buon numero degli eventi organizzati per le Olimpiadi di Milano-Cortina. Alexandre Edelmann, capo di Presenza Svizzera, nei giorni scorsi ha spiegato che «il contesto che si è creato, l’ampiezza mediatica e la dimensione politica ci hanno spinti a ridimensionare tutto», soprattutto a Milano. Concretezza e profilo basso sono indispensabili in questa delicata fase di elaborazione del lutto. Una sensibilità che non si può chiedere al magistrato che ha accettato la cauzione. «Ci sono state omissioni gravi, pecche scandalose», scuote il capo Andrea Costanzo, papà di Chiara, davanti alla foto della figlia. «Sono trascorse tre settimane e lassù c’è chi continua a fare la bella vita».
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E’ cominciato il periodo più “dolce” dell’anno: Carnevale! Le ricette di dolcetti sono infinite, ma la caratteristica gastronomica del “carnem levare” è sicuramente il fritto. Noi allora ci siamo rivolti a una preparazione che accontenta tutti, che risolve una cena o un pranzo, che è una base per un ottimo aperitivo e fa felici i bambini. La mozzarella in carrozza! Non è difficile da fare però dovete avere l’ accortezza di sigillare bene le fette di pane. Per questo potete anche pensare di usare il pane morbido da tramezzini che si sigilla meglio, ma non sarà mai un problema insormontabile. Dunque in carrozza.
Ingredienti – 400 gr di pane in cassetta (o da tramezzini) 400 gr di mozzarella fiordilatte (abbiate cura di scolarla bene) 150 gr di prosciutto cotto, 8 filetti di acciughe sott’olio, 5 uova grandi o 6 medie, farina, pangrattato, sale q.b., 1 litro di olio per friggere (noi usiamo il girasole alto oleico italiano). Se serve un mezzo bicchiere di latte.
Preparazione – Tagliate sottilmente la mozzarella, adagiatene un po’ su una fetta di pancarrè a cui avrete eliminato la crosta (tenete però i ritagli da parte: potete farci dell’ottimo pangrattato), aggiungete o un po’ di prosciutto cotto o un’acciuga, e ricoprite con un’altra fretta di pane. Per far aderire bene potete bagnare con un po’ di latte il perimetro delle fette di pane. Una volta esaurite le fette di pane, sbattete ben bene le uova con un po’ di sale e nel frattempo mettete a scaldare in una padella di generoso diametro l’olio di semi. Ora passate le fette di mozzarella in carrozza prima nella farina, poi nell’uovo e nel pangrattato e di nuovo nell’uovo e nel pangrattato facendo attenzione che il “portafoglio” non vi si apra. Controllate la temperatura dell’olio e friggete un po’ alla volta le mozzarelle in carrozza (ci vorranno circa due minuti per lato).
Come fa divertire i bambini – Date a loro il compito di sistemare gli ingredienti sulle fette di pane.
Abbinamento – Abbiamo scelto una Passerina spumante metodo Charmat, ottima scelta Prosecco, Cartizze o Lugana, volendo andare su una bollicina metodo classico va benissimo il Lessini Durello.
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Alessandro Barbero (Ansa)
Oscurato il video del docente in cui spiegava le ragioni del suo No al referendum sulla giustizia. «Io oppresso», ma lo stesso professore aveva firmato per bandire Passaggio al bosco da una fiera libraria perché «fascista».
Ultimamente il professor Alessandro Barbero non ha grande fortuna con gli interventi politici. Sembra infatti che non appena apra bocca su un argomento che non sia la storia subito cali su di lui la mannaia della censura. L’ultimo caso riguarda un video, diventato virale, in cui lo storico esprime il suo sostegno alla causa del No al referendum. Il filmato ha avuto enorme circolazione, ma sul profilo Facebook a lui riconducibile è apparso questo messaggio allarmato: «Il video dove Barbero esprimeva le sue opinioni sul referendum sulla giustizia è stato censurato con la scusa del fact checking. Buon divertimento nei prossimi anni, cercate un riparo sicuro».
Il Fatto Quotidiano ha dato grande risalto alla vicenda. «Il video del professore Alessandro Barbero sul perché voterà No al referendum è stato oscurato da Meta su Facebook», ha scritto Virginia Della Sala. «La sua visibilità è stata ridotta sulle pagine che lo hanno pubblicato e ricondiviso dopo un fact checking che lo ha etichettato come falso. Il motivo per cui è stato sottoposto ad analisi? Era virale». Subito si è scatenata la politica. Dolores Bevilacqua dei 5 stelle ha diffuso un comunicato indignato in cui spiega che «viviamo in una distopia tale per cui una società privata americana può decidere impunemente quali opinioni possono circolare e quali no. È censura pura: non è Mark Zuckerberg a decidere chi può parlare e quanto può essere ascoltato nel dibattito pubblico italiano». Avs parla di un «atto gravissimo: una big tech statunitense decide di silenziare un’opinione politica legittima di uno dei più autorevoli intellettuali italiani su un tema centrale per la nostra democrazia». Il partito di Bonelli e Fratoianni ha deciso di diffondere il video incriminato sulle sue pagine. Chiara Braga e la responsabile Giustizia del Partito democratico, Debora Serracchiani, hanno firmato un’interrogazione a risposta scritta rivolta alla presidente del consiglio dei ministri e al ministro delle Imprese e del made in Italy, per «chiarire una vicenda che solleva gravi interrogativi sul rispetto del pluralismo informativo e della libertà di espressione».
È sicuramente apprezzabile questo enorme movimento a favore della libertà di parola e contro la censura che impunemente e da anni viene esercitata dai social network. Colpisce tuttavia che il cosiddetto campo largo se ne accorga e si indigni soltanto ora, soprattutto dopo che quella censura è stata approvata e sostenuta dalla sinistra tutta. Ancora ricordiamo quando il ministro Roberto Speranza si vantava di avere contattato le piattaforme per eliminare le notizie false sul Covid e proteggere così la versione ufficiale del governo.
Soprattutto, però, ci sono alcune evidenze di cui tenere nota. La prima è che Barbero in quel video ha in effetti detto cose non vere. La principale è che con la riforma il governo sceglierà i giudici di nomina politica: in realtà sarà il Parlamento a decidere. Ma poco importa: ciascuno dovrebbe essere libero di dire le idiozie che ritiene, saranno poi altri eventualmente a fornire smentite. Cosa che in effetti è accaduta: il video di Barbero è stato demolito da fior di commentatori e esperti, compreso Niccolò Zanon. Dunque non c’era affatto bisogno che Meta o altri intervenissero per limitare la circolazione del filmato: ogni limitazione di questo genere, per blanda che sia, è ingiusta e odiosa. Ma perché i partiti non si chiedono da dove derivi invece di gridare alla distopia e chiedere informazioni al governo che non c’entra nulla? Il video di Barbero è stato limitato su segnalazione dei fenomenali fact checkers del quotidiano Open. E allora, di nuovo, ci si chiede: ma dove erano gli illustri indignati progressisti quando questi autoeletti difensori della verità e della giustizia agivano censurando questo o quello a loro gusto trasformandosi nel maglio del pensiero unico? Curioso che solo ora, perché c’è di mezzo il referendum, si arrivi a stracciarsi le vesti perché dei privati senza alcuna autorità hanno il potere - in accordo con le multinazionali - di esercitare la censura. Finché i fact checker se la prendono con presunti fascisti, razzisti e omofobi, va tutto bene. Ma se sfiorano Barbero in quanto testimone per il No, allora apriti cielo.
Qualcosa da dire c’è anche sul caro Barbero. Abbiamo preso senza esitazione le sue parti ogni volta che è stato colpito dalla mordacchia perché si esprimeva sul green pass o la guerra in Ucraina o altri temi. E sinceramente, lo ribadiamo, troviamo grottesco che il suo video venga anche solo parzialmente oscurato. Ricordiamo tuttavia che di recente, in occasione della fiera editoriale Più libri più liberi, lo storico è stato tra quelli che hanno chiesto la cacciata dell’editore Paesaggio al bosco dalla kermesse. Un indegno spettacolo, in cui Barbero ha rimediato una pessima figura e ha rinnegato sé stesso, dato che anni prima, in una vicenda analoga (l’espulsione di Altaforte dal Salone del libro di Torino) si era espresso contro l’oscuramento.
Ora il professore si lamenta perché un suo video è stato colpito da fact checker progressisti, ma è stato il primo a schierarsi con i custodi progressisti della morale contro Passaggio al bosco. Il che rende le sue lacrime decisamente coccodrillesche. Quanto ai sinistrorsi che si indignano per lui, hanno una lunga storia di censura e intolleranza intellettuale alle spalle. Sappiamo molto bene, del resto, come funzionano le cose nel mondo politico e culturale italiano: la mordacchia indigna solo quando colpisce gli amici. È storia vecchia, ma lo storico Barbero evidentemente la ignora.
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