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2021-01-25
Se non volete rimborsare le imprese almeno fatele riaprire (in sicurezza)
Ansa
La verità è più semplice di quanto sembri. I danni provocati all'economia dal Covid 19 sono enormi, disastrosi, in taluni casi irreversibili e irrecuperabili. Questo nonostante i vaticini ripetuti dal ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri: «Nessuno perderà il posto per colpa del coronavirus», o altri del tipo: «Nessuno sarà lasciato indietro». Evidentemente non ha funzionato e questa non è un'opinione, è una certezza. I conti non tornano. Riassumiamoli per semplicità.
Il 31 marzo del 2021 scadrà il termine al blocco dei licenziamenti e Confindustria stima che dopo il blocco dovremmo avere circa un milione di nuovi disoccupati. Tra l'altro da tempo Confindustria avverte che più si allontana lo sblocco e più avremo conseguenze peggiori. Del resto non è difficile a capirsi: con fatturati ridotti, aiuti inconsistenti e impossibilità di licenziare, molte imprese saranno costrette a chiudere perché hanno speso tutti i loro risparmi (in banca di soldi non gliene danno), e altre strade non ce ne sono. Basterebbe aver passato un mesetto in una impresa e tutto questo risulterebbe estremamente chiaro. Certo, è meno chiaro per chi di mondo delle imprese non sa nulla, salvo due o tre slogan imparati a pappagallo.
Intanto 654.000 persone il posto di lavoro l'hanno già perso, lavoratori a tempo determinato o lavoratori autonomi, oltre ai 200.000 professionisti che hanno cessato l'attività. Le assunzioni nel settore privato sono diminuite del 31%: chiara conseguenza del blocco delle attività. In tutto questo, quello che prima era una separazione è diventata una voragine. E cioè quella che separa i lavoratori del settore pubblico da quelli del settore privato. I garantiti, sempre e comunque, e i non garantiti, mai. Qualcuno potrebbe obiettare che chi decide di mettere su un'attività in proprio deve essere consapevole che si assume tutti i rischi del caso. Si chiama sistema capitalistico perché l'imprenditore anticipa i capitali dell'attività prima di cominciare e, quindi, senza nessuna certezza che l'impresa andrà a buon fine. D'accordo, ma se tu mi vieti di proseguire la mia attività, se tu mi impedisci di aprire la mia attività di pubblico esercizio, per motivi di tutela della salute pubblica, tu devi anche preoccuparti che io possa continuare a campare e se non vuoi che si crei disoccupazione devi fare come negli Usa, dove hanno messo a disposizione fondi perché le imprese mantengano i livelli occupazionali. Insomma: non ci sono altri modi per evitare il disastro economico. Ce n'è solo uno: aiutare le imprese a non fallire perché è da loro che vengono la produzione, il lavoro, il reddito e, quindi, anche il consumo. Il circolo è questo, inutile provare a farlo quadrato.
Quest'anno il numero dei percettori del reddito di cittadinanza arriverà a 4 milioni, un milione in più del numero raggiunto nel 2020. Noi non siamo di quelli che ritengono che non debba esserci un sistema di protezione sociale per chi, soprattutto a una certa età, rimane senza reddito dalla sera alla mattina. È un dovere sociale assicurare a tutti il minimo essenziale per campare. Lo sostenevano anche liberisti come Milton Friedman o Friedrich August von Hayek. Ma l'obiettivo dichiarato era quello di dare un sollievo temporaneo e aiutare, nel frattempo, le persone a rientrare nel mondo del lavoro. Ebbene, quelli che lavorano, secondo le stime dell'Inps, sono appena 200.000. Cioè non ha funzionato. Perché la dignità di una persona viene dal lavoro, non dai sussidi, e il lavoro viene dalle imprese, e il governo questa cosa non la vuol capire. Dice cifre roboanti che se poi vengono divise per il numero dei destinatari risultano ridicole.
Le direzioni di marcia non possono essere che due: consentire ad alcune attività di riaprire al più presto nel rispetto dei distanziamenti sociali vari (piscine e palestre, solo per esempio, delle quali, solo in Lombardia, chiuderà, secondo Confartigianato, il 35%). E soldi alle imprese sui conti correnti. Siccome la seconda misura è improbabile che venga messa in campo, perché se ci fosse stata la volontà di farlo, e soprattutto la competenza per farlo, potrebbe essere già stata presa, rimane la seconda alternativa, che deve essere presa con urgenza. Gli epidemiologi non devono fare terrorismo, devono indicare strade oltre la semplice chiusura per la riapertura delle attività economiche. Vadano un po' meno in televisione e studino queste misure. E in fretta.
La vera crisi è la nostra ma se ne sono dimenticati
Dopo quasi due mesi passati a esaminare curriculum, don Ivano Brambilla, parroco di Cortina d'Ampezzo, si prepara a scegliere il nuovo sacrestano della chiesa dei Santi Filippo e Giacomo. Paziente come Giobbe, ha vagliato la sbalorditiva mole di domande arrivate: 720. Ragazzi, padri, signore, universitari, diplomati, laureati. Disoccupati, soprattutto. «Disperati che non sanno più dove sbattere la testa per mantenere le famiglie», ammette don Ivano. Perché quelli con sincera vocazione sono un manipolo, ci racconta. Il resto sono uomini e donne stremati dal Covid che, dalla Sicilia alla Valtellina, sperano in un ormai chimerico posto fisso: 1.300 euro al mese, in servizio le domeniche e i festivi, tredicesima e quattordicesima.
«La prego, scriva che sono chiuse le candidature», implora il prete. «Non ha idea delle mail disperate che continuano a mandarci». Con il cuore appesantito da quelle centinaia di richieste d'aiuto, il parroco adesso deve decidere chi sarà il fortunato a cui affidare le chiavi della sua chiesa. Ma continua a crucciarsi: «E a tutti gli altri chi penserà?».
Già. Eppure, anche ai 719 aspiranti sacrestani sulle Dolomiti il governo aveva promesso un futuro senza patemi. Il ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri, illustre storico marxista, da mesi va rasserenando gli animi. Dallo scorso aprile, reitera il dogma: «Nessuno perderà il posto per colpa del coronavirus». Tranquilli, quindi: «Non sarà lasciato indietro nessuno». Ed eccoci qui, invece, a piantare croci sul pregresso e fare il segno della croce per il futuro. Da quando la pandemia è arrivata in Italia, 7 milioni di persone sono rimaste almeno qualche settimana senza lavoro: quasi 1 su 3.
rischio disoccupati
Solo il blocco dei licenziamenti ha evitato, calcola Bankitalia, 600.000 nuovi disoccupati. La misura è garantita fino al 31 marzo, salvo ulteriori proroghe. A quel punto, avverte Confindustria, si rischia almeno 1 milione di disoccupati. Più si ritarda il rientro alla normalità, ripetono gli imprenditori, e peggiori saranno le conseguenze. Intanto, 654.000 persone il posto l'hanno già perso: lavoratori autonomi o a tempo determinato, come i giovani impiegati negli alberghi e nei ristoranti. L'angosciante numero, diffuso dal Censis, sembra però non fare statistica. Così come quello dei 200.000 professionisti che hanno smesso di esercitare. Per non parlare di chi vivacchiava con i lavoretti in nero: ben 5 milioni, un esercito di invisibili che ha finito per inabissarsi senza far rumore.
Il crollo dei contratti a termine rientra invece nel calo degli occupati. L'ultimo, funereo, dato l'ha appena diffuso l'Inps: a ottobre 2020, rispetto a un anno prima, sono stati bruciati 662.000 impieghi. Le assunzioni nel settore privato sono diminuite, nello stesso periodo, del 31%. Vola nel mentre il numero dei percettori del reddito di cittadinanza: si stima che quest'anno arriveranno a 4 milioni, 1 milione in più del picco raggiunto nel 2020. Ma fra questi, aggiunge l'istituto previdenziale, lavoravano appena in 200.000. Dunque, come ampiamente previsto, il trionfante «abbiamo abolito la povertà», scandito dall'allora ministro dello Sviluppo oggi promosso alla Farnesina, insomma Luigino Di Maio, andrebbe riformulato nel meno consolante «abbiamo abolito il lavoro».
Paradigmatica come la storia dei sacrestani a Cortina, è quella dei rider. C'eravamo abituati, prima della pandemia, a vederli pedalare in sella a biciclette scassate su e giù dai marciapiedi delle città, con quei cubi di plastica fluorescenti penzolanti dalle spalle. Qualche giovane, molti immigrati, tanti clandestini. Era il part time dei ragazzi che volevano alzare qualche euro e di quelli che non avevano altra scelta. Adesso però, con la crisi, vengono arruolati insospettabili che mai avrebbero pensato di riciclarsi come fattorini. Padri di famiglia, lindi e profumati, a bordo di utilitarie. Professionisti a partita Iva, uccellati dal governo con i rimborsi fantasma, nella stremante attesa che passi la buriana. E pure artisti di fama, come il jazzista Adriano Urso, virtuoso del piano che il virus aveva costretto a riconvertirsi al delivery. È morto d'infarto a 40 anni, durante il giro serale delle consegne, mentre spingeva la sua automobilina d'epoca che non ne voleva sapere di ripartire.
tutti a fare i rider
Insomma, se poco prima del Covid erano più di 15.000, i rider oggi sono raddoppiati. Guadagno medio mensile: 850 euro. Nel frattempo quasi 400.000 imprese, denuncia Confcommercio, sono sparite: l'80% a causa del Covid. E il peggio deve arrivare. Solo in Brianza, una delle aree più produttive del Paese, l'associazione stima ad esempio che, tra gli iscritti, 8 ristoratori o esercenti pubblici su 10 temono di non riaprire. Confartigianato aggiunge che in Lombardia il 35% di palestre e piscine rischia di mettere fine all'agonia. Altro esempio: la moda maschile italiana ha già bruciato quasi 2 miliardi di ricavi. È fallita Rifle, storica azienda di jeans fiorentina. E, solo per restare nel denim, è fallita pure la bolognese Jeckerson. Strano. Gualtieri, all'inizio di settembre, parlava di una crescita economica «impetuosa» che sarebbe arrivata nel terzo trimestre. E il 13 ottobre scorso, dunque appena tre mesi fa, il nostro premier, Giuseppe Conte, garantiva: «L'economia sta ricominciando a correre».
Invece, la valanga è appena iniziata. In attesa del consuntivo dell'Istat per il 2020, l'analisi di Veneto Lavoro sembra anticipare la disfatta. Tra mancate assunzioni e rapporti cessati, nella regione sono stati persi 38.000 posti. Mentre in Lombardia la Cisl ha calcolato che, solo nei primi sei mesi del 2020, il virus ha cancellato 110.000 impieghi. I più penalizzati sono, oltre alle donne, sempre i giovani. La Commissione europea, nel suo ultimo rapporto, scrive: aumentano in tutta Europa quelli che non lavorano e non studiano. Fin qui, nulla di sorprendente. Peccato che l'Italia, nel secondo trimestre del 2020, conquisti l'ennesimo e disonorevole primato: i ragazzi inattivi sono 20,7%. Segue, ben distanziata, la Bulgaria: 15,2%.
Per non parlare delle già considerevoli differenze territoriali. Un dossier di Confindustria e del centro studi di Intesa Sanpaolo rivela che il Covid ha perfino accentuato lo storico e incolmabile divario tra Nord e Sud. E il fantomatico «rimbalzo», come ama chiamarlo Gualtieri, nel 2021 sarebbe diversissimo: un ridicolo 1,2% nel Meridione, contro un modesto 4,5% nel resto d'Italia. Allegri, però. Premier e ministro, pure stavolta, hanno l'asso nella manica: i 222 miliardi del Recovery fund. «Il Sud sarà l'avamposto della crescita», promette Giuseppi, che per la verità di posti, o meglio poltrone, se ne intende più di tutti.
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Quest'anno avremo un milione in più di percettori di reddito di cittadinanza. Le assunzioni sono colate a picco (-31%). E intanto s'aggrava la frattura tra garantiti (della Pa) e non garantiti (coloro che operano nel privato).Nessuno perderà il posto: così promise Roberto Gualtieri. Invece sono già andati in fumo 662.000 impieghi. E quando a marzo finirà lo stop ai licenziamenti...Lo speciale contiene due articoli.La verità è più semplice di quanto sembri. I danni provocati all'economia dal Covid 19 sono enormi, disastrosi, in taluni casi irreversibili e irrecuperabili. Questo nonostante i vaticini ripetuti dal ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri: «Nessuno perderà il posto per colpa del coronavirus», o altri del tipo: «Nessuno sarà lasciato indietro». Evidentemente non ha funzionato e questa non è un'opinione, è una certezza. I conti non tornano. Riassumiamoli per semplicità.Il 31 marzo del 2021 scadrà il termine al blocco dei licenziamenti e Confindustria stima che dopo il blocco dovremmo avere circa un milione di nuovi disoccupati. Tra l'altro da tempo Confindustria avverte che più si allontana lo sblocco e più avremo conseguenze peggiori. Del resto non è difficile a capirsi: con fatturati ridotti, aiuti inconsistenti e impossibilità di licenziare, molte imprese saranno costrette a chiudere perché hanno speso tutti i loro risparmi (in banca di soldi non gliene danno), e altre strade non ce ne sono. Basterebbe aver passato un mesetto in una impresa e tutto questo risulterebbe estremamente chiaro. Certo, è meno chiaro per chi di mondo delle imprese non sa nulla, salvo due o tre slogan imparati a pappagallo.Intanto 654.000 persone il posto di lavoro l'hanno già perso, lavoratori a tempo determinato o lavoratori autonomi, oltre ai 200.000 professionisti che hanno cessato l'attività. Le assunzioni nel settore privato sono diminuite del 31%: chiara conseguenza del blocco delle attività. In tutto questo, quello che prima era una separazione è diventata una voragine. E cioè quella che separa i lavoratori del settore pubblico da quelli del settore privato. I garantiti, sempre e comunque, e i non garantiti, mai. Qualcuno potrebbe obiettare che chi decide di mettere su un'attività in proprio deve essere consapevole che si assume tutti i rischi del caso. Si chiama sistema capitalistico perché l'imprenditore anticipa i capitali dell'attività prima di cominciare e, quindi, senza nessuna certezza che l'impresa andrà a buon fine. D'accordo, ma se tu mi vieti di proseguire la mia attività, se tu mi impedisci di aprire la mia attività di pubblico esercizio, per motivi di tutela della salute pubblica, tu devi anche preoccuparti che io possa continuare a campare e se non vuoi che si crei disoccupazione devi fare come negli Usa, dove hanno messo a disposizione fondi perché le imprese mantengano i livelli occupazionali. Insomma: non ci sono altri modi per evitare il disastro economico. Ce n'è solo uno: aiutare le imprese a non fallire perché è da loro che vengono la produzione, il lavoro, il reddito e, quindi, anche il consumo. Il circolo è questo, inutile provare a farlo quadrato.Quest'anno il numero dei percettori del reddito di cittadinanza arriverà a 4 milioni, un milione in più del numero raggiunto nel 2020. Noi non siamo di quelli che ritengono che non debba esserci un sistema di protezione sociale per chi, soprattutto a una certa età, rimane senza reddito dalla sera alla mattina. È un dovere sociale assicurare a tutti il minimo essenziale per campare. Lo sostenevano anche liberisti come Milton Friedman o Friedrich August von Hayek. Ma l'obiettivo dichiarato era quello di dare un sollievo temporaneo e aiutare, nel frattempo, le persone a rientrare nel mondo del lavoro. Ebbene, quelli che lavorano, secondo le stime dell'Inps, sono appena 200.000. Cioè non ha funzionato. Perché la dignità di una persona viene dal lavoro, non dai sussidi, e il lavoro viene dalle imprese, e il governo questa cosa non la vuol capire. Dice cifre roboanti che se poi vengono divise per il numero dei destinatari risultano ridicole.Le direzioni di marcia non possono essere che due: consentire ad alcune attività di riaprire al più presto nel rispetto dei distanziamenti sociali vari (piscine e palestre, solo per esempio, delle quali, solo in Lombardia, chiuderà, secondo Confartigianato, il 35%). E soldi alle imprese sui conti correnti. Siccome la seconda misura è improbabile che venga messa in campo, perché se ci fosse stata la volontà di farlo, e soprattutto la competenza per farlo, potrebbe essere già stata presa, rimane la seconda alternativa, che deve essere presa con urgenza. Gli epidemiologi non devono fare terrorismo, devono indicare strade oltre la semplice chiusura per la riapertura delle attività economiche. Vadano un po' meno in televisione e studino queste misure. E in fretta.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/rimborsare-imprese-almeno-riaprire-sicurezza-2650121942.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-vera-crisi-e-la-nostra-ma-se-ne-sono-dimenticati" data-post-id="2650121942" data-published-at="1611571546" data-use-pagination="False"> La vera crisi è la nostra ma se ne sono dimenticati Dopo quasi due mesi passati a esaminare curriculum, don Ivano Brambilla, parroco di Cortina d'Ampezzo, si prepara a scegliere il nuovo sacrestano della chiesa dei Santi Filippo e Giacomo. Paziente come Giobbe, ha vagliato la sbalorditiva mole di domande arrivate: 720. Ragazzi, padri, signore, universitari, diplomati, laureati. Disoccupati, soprattutto. «Disperati che non sanno più dove sbattere la testa per mantenere le famiglie», ammette don Ivano. Perché quelli con sincera vocazione sono un manipolo, ci racconta. Il resto sono uomini e donne stremati dal Covid che, dalla Sicilia alla Valtellina, sperano in un ormai chimerico posto fisso: 1.300 euro al mese, in servizio le domeniche e i festivi, tredicesima e quattordicesima. «La prego, scriva che sono chiuse le candidature», implora il prete. «Non ha idea delle mail disperate che continuano a mandarci». Con il cuore appesantito da quelle centinaia di richieste d'aiuto, il parroco adesso deve decidere chi sarà il fortunato a cui affidare le chiavi della sua chiesa. Ma continua a crucciarsi: «E a tutti gli altri chi penserà?». Già. Eppure, anche ai 719 aspiranti sacrestani sulle Dolomiti il governo aveva promesso un futuro senza patemi. Il ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri, illustre storico marxista, da mesi va rasserenando gli animi. Dallo scorso aprile, reitera il dogma: «Nessuno perderà il posto per colpa del coronavirus». Tranquilli, quindi: «Non sarà lasciato indietro nessuno». Ed eccoci qui, invece, a piantare croci sul pregresso e fare il segno della croce per il futuro. Da quando la pandemia è arrivata in Italia, 7 milioni di persone sono rimaste almeno qualche settimana senza lavoro: quasi 1 su 3. rischio disoccupati Solo il blocco dei licenziamenti ha evitato, calcola Bankitalia, 600.000 nuovi disoccupati. La misura è garantita fino al 31 marzo, salvo ulteriori proroghe. A quel punto, avverte Confindustria, si rischia almeno 1 milione di disoccupati. Più si ritarda il rientro alla normalità, ripetono gli imprenditori, e peggiori saranno le conseguenze. Intanto, 654.000 persone il posto l'hanno già perso: lavoratori autonomi o a tempo determinato, come i giovani impiegati negli alberghi e nei ristoranti. L'angosciante numero, diffuso dal Censis, sembra però non fare statistica. Così come quello dei 200.000 professionisti che hanno smesso di esercitare. Per non parlare di chi vivacchiava con i lavoretti in nero: ben 5 milioni, un esercito di invisibili che ha finito per inabissarsi senza far rumore. Il crollo dei contratti a termine rientra invece nel calo degli occupati. L'ultimo, funereo, dato l'ha appena diffuso l'Inps: a ottobre 2020, rispetto a un anno prima, sono stati bruciati 662.000 impieghi. Le assunzioni nel settore privato sono diminuite, nello stesso periodo, del 31%. Vola nel mentre il numero dei percettori del reddito di cittadinanza: si stima che quest'anno arriveranno a 4 milioni, 1 milione in più del picco raggiunto nel 2020. Ma fra questi, aggiunge l'istituto previdenziale, lavoravano appena in 200.000. Dunque, come ampiamente previsto, il trionfante «abbiamo abolito la povertà», scandito dall'allora ministro dello Sviluppo oggi promosso alla Farnesina, insomma Luigino Di Maio, andrebbe riformulato nel meno consolante «abbiamo abolito il lavoro». Paradigmatica come la storia dei sacrestani a Cortina, è quella dei rider. C'eravamo abituati, prima della pandemia, a vederli pedalare in sella a biciclette scassate su e giù dai marciapiedi delle città, con quei cubi di plastica fluorescenti penzolanti dalle spalle. Qualche giovane, molti immigrati, tanti clandestini. Era il part time dei ragazzi che volevano alzare qualche euro e di quelli che non avevano altra scelta. Adesso però, con la crisi, vengono arruolati insospettabili che mai avrebbero pensato di riciclarsi come fattorini. Padri di famiglia, lindi e profumati, a bordo di utilitarie. Professionisti a partita Iva, uccellati dal governo con i rimborsi fantasma, nella stremante attesa che passi la buriana. E pure artisti di fama, come il jazzista Adriano Urso, virtuoso del piano che il virus aveva costretto a riconvertirsi al delivery. È morto d'infarto a 40 anni, durante il giro serale delle consegne, mentre spingeva la sua automobilina d'epoca che non ne voleva sapere di ripartire. tutti a fare i rider Insomma, se poco prima del Covid erano più di 15.000, i rider oggi sono raddoppiati. Guadagno medio mensile: 850 euro. Nel frattempo quasi 400.000 imprese, denuncia Confcommercio, sono sparite: l'80% a causa del Covid. E il peggio deve arrivare. Solo in Brianza, una delle aree più produttive del Paese, l'associazione stima ad esempio che, tra gli iscritti, 8 ristoratori o esercenti pubblici su 10 temono di non riaprire. Confartigianato aggiunge che in Lombardia il 35% di palestre e piscine rischia di mettere fine all'agonia. Altro esempio: la moda maschile italiana ha già bruciato quasi 2 miliardi di ricavi. È fallita Rifle, storica azienda di jeans fiorentina. E, solo per restare nel denim, è fallita pure la bolognese Jeckerson. Strano. Gualtieri, all'inizio di settembre, parlava di una crescita economica «impetuosa» che sarebbe arrivata nel terzo trimestre. E il 13 ottobre scorso, dunque appena tre mesi fa, il nostro premier, Giuseppe Conte, garantiva: «L'economia sta ricominciando a correre». Invece, la valanga è appena iniziata. In attesa del consuntivo dell'Istat per il 2020, l'analisi di Veneto Lavoro sembra anticipare la disfatta. Tra mancate assunzioni e rapporti cessati, nella regione sono stati persi 38.000 posti. Mentre in Lombardia la Cisl ha calcolato che, solo nei primi sei mesi del 2020, il virus ha cancellato 110.000 impieghi. I più penalizzati sono, oltre alle donne, sempre i giovani. La Commissione europea, nel suo ultimo rapporto, scrive: aumentano in tutta Europa quelli che non lavorano e non studiano. Fin qui, nulla di sorprendente. Peccato che l'Italia, nel secondo trimestre del 2020, conquisti l'ennesimo e disonorevole primato: i ragazzi inattivi sono 20,7%. Segue, ben distanziata, la Bulgaria: 15,2%. Per non parlare delle già considerevoli differenze territoriali. Un dossier di Confindustria e del centro studi di Intesa Sanpaolo rivela che il Covid ha perfino accentuato lo storico e incolmabile divario tra Nord e Sud. E il fantomatico «rimbalzo», come ama chiamarlo Gualtieri, nel 2021 sarebbe diversissimo: un ridicolo 1,2% nel Meridione, contro un modesto 4,5% nel resto d'Italia. Allegri, però. Premier e ministro, pure stavolta, hanno l'asso nella manica: i 222 miliardi del Recovery fund. «Il Sud sarà l'avamposto della crescita», promette Giuseppi, che per la verità di posti, o meglio poltrone, se ne intende più di tutti.
Jacques e Jessica Moretti con i loro avvocati (Ansa)
L’interrogatorio di oggi, a quanto risulta, ha riguardato i beni della coppia e le loro (sempre meno chiare) attività imprenditoriali, mentre un nuovo confronto sull’incendio si dovrebbe tenere domani. Ma questo è bastato per far prendere alle autorità svizzere, finalmente, la decisione di applicare per i due, accusati di omicidio colposo, lesioni e incendio colposo, le misure cautelari che i parenti delle vittime si aspettavano già da giorni. Per quanto riguarda Jaques, la procuratrice Catherine Seppey ha ritenuto che la sua nazionalità francese e le sue abitudini di spostarsi frequentemente da un luogo all’altro per affari fossero elementi sufficienti per ipotizzare che l’uomo potesse lasciare la Svizzera per tornare in patria. Soprattutto perché la Francia è un Paese che non estrada i suoi cittadini. L’uomo, al termine dell’incontro in Procura, è stato visto salire su un mezzo della polizia per essere tradotto in carcere.
La signora Moretti, invece, è uscita dagli uffici della polizia scortata dai suoi legali ed è stata mandata a casa, dove la Procura avrebbe chiesto per lei le misure domiciliari: dovrà indossare un braccialetto elettronico e presentarsi ogni tre giorni per la firma. Nell’immensa tragedia che ha stravolto la vita di tante famiglie, questo è il primo momento di riallineamento alla realtà dell’inchiesta svizzera, che fino ad oggi - anche a fronte di evidenze gravissime, dagli abusi dei gestori ai mancati controlli da parte degli enti pubblici - aveva tenuto un approccio ritenuto da molti troppo blando.
Nelle prossime 48 ore, comunque, la decisione dell’arresto e delle misure cautelari dovrà essere confermata dal giudice che si occupa, a livello cantonale, dei provvedimenti coercitivi.
Jessica, dunque, si sarebbe risparmiata il carcere in quanto - secondo alcuni media francesi - sarebbe madre di un bambino di 10 mesi (oltre a un primo figlio più grande, presente la sera dell’incendio come capo staff del locale andato a fuoco). La donna era arrivata oggi mattina a Sion, sede della procura generale del Canton Vallese, mano nella mano con Jaques, accompagnata dagli avvocati che seguono la coppia e scortata dalla polizia. I due erano entrati da una porta laterale degli uffici e lei - che la notte dell’incendio era presente a Le Constellation - con gli occhialoni scuri calati sulla faccia non aveva risposto ai giornalisti che la sollecitavano a porgere le scuse alle vittime.
Una volta uscita dall’interrogatorio, invece, trovatasi sola e con il marito in partenza per il carcere, Jessica ha parlato: «I miei pensieri costanti vanno alle vittime e alle persone che lottano tutt’oggi. È una tragedia inimmaginabile e mai avremmo pensato che potesse accadere. Si è verificata nella nostra struttura e ci tengo a chiedere scusa», ha detto, piangendo. Parole che, però, nella mente di chi vive un lutto così enorme, non riescono a cancellare l’idea che lei, quella notte davanti al fuoco che divampava, sia fuggita senza prestare soccorsi, se non addirittura con l’incasso della serata stretto tra le braccia.
Oggi, in Svizzera, era lutto nazionale e durante la cerimonia commemorativa dedicata alle vittime il consigliere di Stato del Canton Vallese, Stéphane Ganzer, ha fatto una promessa: «Adesso arriva il tempo della giustizia», ha detto. «È chiaro che avremmo potuto evitare questo dramma. Avremmo dovuto evitarlo. Ma ora la giustizia agirà in maniera rigorosa e indipendente».
Sempre oggi, il premier Giorgia Meloni, intervenendo alla usuale conferenza stampa di inizio anno, ha dichiarato: «Quello che è successo a Crans-Montana non è una disgrazia, è il risultato di troppe persone che non hanno fatto il loro lavoro o che pensavano di fare soldi facili. Ora le responsabilità devono essere individuate e perseguite». Ma torniamo, per un momento, a Jessica e al marito con due particolari che, se confermati, dicono molto della coppia, riportati dal quotidiano svizzero Inside Paradeplatz. Innanzitutto i domiciliari: la signora Moretti li passerà in un ambiente particolarmente confortevole, ossia la villa da 500 metri quadrati, di cui 147 di giardino, acquistata appena un anno fa dai due nel Comune di Lens per oltre 400.000 franchi. Per quanto riguarda Jaques, invece, sempre lo stesso quotidiano, scavando meglio sugli arresti che l’uomo in passato aveva scontato, ha scoperto che già avevano a che fare con la Svizzera. Secondo quanto riportato, infatti, Jaques, allora trentenne, abitava in un paesino francese ai confini con la Svizzera e da lì inviava giovani donne francesi a Ginevra per fare le «accompagnatrici» nelle località di lusso. Nel 2005 i francesi allertarono la polizia, ma poiché in Svizzera la prostituzione non è illegale, Jaques fu condannato in Francia a 12 mesi di carcere, dei quali ne scontò appena quattro. Intanto spuntano nuove accuse per la coppia: la notte della strage tolsero dai social video e foto del locale. A riferirlo uno dei legali delle vittime, l’avvocato Romain Jordan.
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«Gomorra. Le Origini» (Sky)
Non sarebbe stato il futuro, hanno deciso infine, ma il passato a permettere loro di continuare a vivere di Gomorra e dei suoi personaggi. Così, a cinque anni dall’ultima puntata della serie televisiva, dopo un film che ha approfondito verticalmente l’esistenza di uno fra i suoi protagonisti, gli sceneggiatori hanno scelto di confezionare un prequel di Gomorra. E di farlo insieme a Roberto Saviano. La storia, infatti, è frutto di un guizzo estemporaneo, calato, però, all'interno del romanzo originale: riavvolgere il nastro e spiegare (o provare a) come si sia arrivati laddove tutto è cominciato, a Secondigliano e alle lotte per il potere.
Pietro Savastano, allora, non boss, ma ragazzino. Gomorra: Le Origini, su Sky dalla prima serata di venerdì 9 gennaio, torna al 1977, all'anno in cui don Pietro Savastano è solo Pietro: un adolescente di strada, figlio di una famiglia indigente, di una Secondigliano povera e priva di mezzi. Sogna un futuro migliore, come gli amici che lo circondano. Ma questo futuro non sa come costruirlo, né con quali strumenti. Di lì, dunque, la scelta di accodarsi ad Angelo, detto 'a Sirena, reggente di quel pezzo di Napoli che per Savastano e i suoi amici è un tutto senza confini. Di qui, il fascino subito, l'invidia, la voglia di detenere un giorno quello stesso potere, quella stessa ricchezza.
Lo show, in sei episodi, racconta l'ascesa di don Pietro, quel don Pietro che sarebbe diventato padre di Gennaro Savastano e, dunque, motore della Gomorra vera e propria. Pare un romanzo di formazione al contrario, un romanzo di corruzione, la storia di un ragazzino che ha scelto di non scegliere, rimanendo dentro quelle storture che la prossimità gli ha insegnato a conoscere e riconoscere. Pietro Savastano, andando appresso ad Angelo, 'a Sirena, viene introdotto tra le fila della Camorra, al modus operandi della criminalità. Diventa quel che avrebbe dovuto evitare di essere. Ed è in questa sua metamorfosi che germina il seme di Gomorra, così come sette anni di messa in onda televisiva ce l'hanno raccontata.
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La normativa europea ha previsto un sistema graduale: nel 2024 copertura del 40% delle emissioni prodotte, poi salita al 70% nel 2025 e al 100% quest’anno. Un report del Centro studi Confindustria Sardegna ha disegnato uno scenario degli impatti della direttiva Ets trasporto marittimo sulle imprese dell’isola. Nello studio si sottolinea che se per un verso l’imposta dovrebbe accelerare l’introduzione di «innovazioni tecnologiche in grado di fornire un contributo estremamente significativo nella transizione ecologica, per un altro, ad oggi, assistiamo a un incremento esorbitante delle tariffe delle navi a totale discapito del sistema produttivo e del mercato finale». Considerando le due tratte più battute, la Cagliari-Livorno e, viceversa, la Olbia-Livorno, nel primo caso, nel 2024 l’Ets costava 6 euro a metro lineare per mezzo imbarcato (la misura media è di 13,6 metri lineari), con un costo complessivo di 81,60 euro. Nel 2025 l’importo a metro è passato a 16 euro con un sovraccosto di 217,60 euro. Per il 2026 con l’Ets al 100% l’onere, come ipotizza Confindustria, sarà di 27,14 euro a metro lineare e una maggior spesa per mezzo imbarcato di 369,10 euro. Questi rincari si scaricano lungo la filiera fino al consumatore finale. Il sistema Ets sta portando a un aumento anche del costo dei biglietti per i passeggeri. Le compagnie di navigazione hanno inserito nei preventivi una voce specifica, spesso chiamata «Supplemento Ets» o «Eco-Surcharge». Non è una tariffa fissa, ma varia in base alla lunghezza della tratta (ad esempio, la Civitavecchia-Olbia costa meno di supplemento rispetto alla Genova-Porto Torres). Poiché nel 2026 le compagnie devono coprire il 100% delle loro emissioni l’impatto sul prezzo finale è ora più visibile. C’è una nota parzialmente positiva: l’Unione europea ha previsto una deroga (esenzione) per i contratti di Continuità Territoriale fino al 2030. Questo significa che sulle rotte soggette a oneri di servizio pubblico (quelle «statali» con tariffe agevolate per i residenti), l’aumento dovrebbe essere nullo o molto contenuto. Il problema però è che molte rotte per la Sardegna sono operate in regime di «libero mercato» (soprattutto in estate o su tratte non coperte dalla continuità). Su queste navi, il rincaro Ets viene applicato pienamente e pagato da tutti, residenti e turisti. Alcune compagnie stanno cercando di compensare questi costi viaggiando a velocità ridotta per consumare meno carburante e pagare meno tasse, allungando però i tempi di percorrenza. Le aziende sarde hanno problematiche da affrontare anche per rimanere competitive. Per chi vuole risparmiare vale la regola dei voli, ovvero prenotare prima possibile perché i last minute sono diventati sensibilmente più costosi rispetto al passato.
Confitarma, l’associazione degli armatori, ha stimato che l’impatto totale per il sistema Italia nel 2026 dagli Ets a pieno regime, supererà i 600 milioni di euro. Questo costo, avverte l’organizzazione, non può essere assorbito dagli armatori senza mettere a rischio la sopravvivenza delle rotte. È inevitabile, se ne deduce, che potrebbe essere scaricato sulle tariffe. Cifre ufficiali non ci sono.Non c’è solo l’Ets. La Fuel Eu, altro regolamento europeo per diminuire le emissioni di gas serra, crea un costo aggiuntivo in Europa nel 2025 almeno tra 250 e 300 euro a tonnellata. L’aumento dei costi dei traghetti potrebbe spingere alcune aziende a preferire il trasporto tutto su gomma, dove possibile o a delocalizzare, aumentando le emissioni. Pertanto l’imprenditoria sarda si trova a dover pagare una tassa ambientale che chi produce in Lombardia o in Francia, usando camion su strada, non deve pagare allo stesso modo, creando una disparità di mercato. Cna Fita Sardegna ha segnalato che gli aumenti incidono in modo particolare sulle piccole imprese artigiane, già penalizzate dall’assenza di economie di scala e dall’impossibilità di accedere a meccanismi di compensazione automatica.
Sulla Cagliari-Livorno il costo a metro lineare è salito recentemente a 28,50 euro, con un totale di 387,60 euro per semirimorchio. Confrontando i dati con l’ultimo trimestre del 2025, la crescita arriva al 50%. La tratta Olbia-Livorno registra 23,60 euro a metro lineare, con un incremento del 43% rispetto al trimestre precedente. Le tariffe rischiano di rendere insostenibile la logistica per le aziende e c’è il pericolo di una stangata sui prezzi dei beni che viaggiano via mare.Intanto i marittimi respingono l’idea che questi aumenti abbiano a che fare con il costo del lavoro. «Sulle navi si naviga con equipaggi sempre più ridotti», spiegano, «spesso al limite della sicurezza. Non solo non beneficiamo di questi rincari, ma ne subiamo le conseguenze». Secondo i rappresentanti dei lavoratori del mare, negli ultimi anni le compagnie hanno puntato al contenimento dei costi comprimendo il personale. «Si parla di sostenibilità ambientale, ma non di sostenibilità sociale», sottolineano.
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