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2021-01-25
Se non volete rimborsare le imprese almeno fatele riaprire (in sicurezza)
Ansa
La verità è più semplice di quanto sembri. I danni provocati all'economia dal Covid 19 sono enormi, disastrosi, in taluni casi irreversibili e irrecuperabili. Questo nonostante i vaticini ripetuti dal ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri: «Nessuno perderà il posto per colpa del coronavirus», o altri del tipo: «Nessuno sarà lasciato indietro». Evidentemente non ha funzionato e questa non è un'opinione, è una certezza. I conti non tornano. Riassumiamoli per semplicità.
Il 31 marzo del 2021 scadrà il termine al blocco dei licenziamenti e Confindustria stima che dopo il blocco dovremmo avere circa un milione di nuovi disoccupati. Tra l'altro da tempo Confindustria avverte che più si allontana lo sblocco e più avremo conseguenze peggiori. Del resto non è difficile a capirsi: con fatturati ridotti, aiuti inconsistenti e impossibilità di licenziare, molte imprese saranno costrette a chiudere perché hanno speso tutti i loro risparmi (in banca di soldi non gliene danno), e altre strade non ce ne sono. Basterebbe aver passato un mesetto in una impresa e tutto questo risulterebbe estremamente chiaro. Certo, è meno chiaro per chi di mondo delle imprese non sa nulla, salvo due o tre slogan imparati a pappagallo.
Intanto 654.000 persone il posto di lavoro l'hanno già perso, lavoratori a tempo determinato o lavoratori autonomi, oltre ai 200.000 professionisti che hanno cessato l'attività. Le assunzioni nel settore privato sono diminuite del 31%: chiara conseguenza del blocco delle attività. In tutto questo, quello che prima era una separazione è diventata una voragine. E cioè quella che separa i lavoratori del settore pubblico da quelli del settore privato. I garantiti, sempre e comunque, e i non garantiti, mai. Qualcuno potrebbe obiettare che chi decide di mettere su un'attività in proprio deve essere consapevole che si assume tutti i rischi del caso. Si chiama sistema capitalistico perché l'imprenditore anticipa i capitali dell'attività prima di cominciare e, quindi, senza nessuna certezza che l'impresa andrà a buon fine. D'accordo, ma se tu mi vieti di proseguire la mia attività, se tu mi impedisci di aprire la mia attività di pubblico esercizio, per motivi di tutela della salute pubblica, tu devi anche preoccuparti che io possa continuare a campare e se non vuoi che si crei disoccupazione devi fare come negli Usa, dove hanno messo a disposizione fondi perché le imprese mantengano i livelli occupazionali. Insomma: non ci sono altri modi per evitare il disastro economico. Ce n'è solo uno: aiutare le imprese a non fallire perché è da loro che vengono la produzione, il lavoro, il reddito e, quindi, anche il consumo. Il circolo è questo, inutile provare a farlo quadrato.
Quest'anno il numero dei percettori del reddito di cittadinanza arriverà a 4 milioni, un milione in più del numero raggiunto nel 2020. Noi non siamo di quelli che ritengono che non debba esserci un sistema di protezione sociale per chi, soprattutto a una certa età, rimane senza reddito dalla sera alla mattina. È un dovere sociale assicurare a tutti il minimo essenziale per campare. Lo sostenevano anche liberisti come Milton Friedman o Friedrich August von Hayek. Ma l'obiettivo dichiarato era quello di dare un sollievo temporaneo e aiutare, nel frattempo, le persone a rientrare nel mondo del lavoro. Ebbene, quelli che lavorano, secondo le stime dell'Inps, sono appena 200.000. Cioè non ha funzionato. Perché la dignità di una persona viene dal lavoro, non dai sussidi, e il lavoro viene dalle imprese, e il governo questa cosa non la vuol capire. Dice cifre roboanti che se poi vengono divise per il numero dei destinatari risultano ridicole.
Le direzioni di marcia non possono essere che due: consentire ad alcune attività di riaprire al più presto nel rispetto dei distanziamenti sociali vari (piscine e palestre, solo per esempio, delle quali, solo in Lombardia, chiuderà, secondo Confartigianato, il 35%). E soldi alle imprese sui conti correnti. Siccome la seconda misura è improbabile che venga messa in campo, perché se ci fosse stata la volontà di farlo, e soprattutto la competenza per farlo, potrebbe essere già stata presa, rimane la seconda alternativa, che deve essere presa con urgenza. Gli epidemiologi non devono fare terrorismo, devono indicare strade oltre la semplice chiusura per la riapertura delle attività economiche. Vadano un po' meno in televisione e studino queste misure. E in fretta.
La vera crisi è la nostra ma se ne sono dimenticati
Dopo quasi due mesi passati a esaminare curriculum, don Ivano Brambilla, parroco di Cortina d'Ampezzo, si prepara a scegliere il nuovo sacrestano della chiesa dei Santi Filippo e Giacomo. Paziente come Giobbe, ha vagliato la sbalorditiva mole di domande arrivate: 720. Ragazzi, padri, signore, universitari, diplomati, laureati. Disoccupati, soprattutto. «Disperati che non sanno più dove sbattere la testa per mantenere le famiglie», ammette don Ivano. Perché quelli con sincera vocazione sono un manipolo, ci racconta. Il resto sono uomini e donne stremati dal Covid che, dalla Sicilia alla Valtellina, sperano in un ormai chimerico posto fisso: 1.300 euro al mese, in servizio le domeniche e i festivi, tredicesima e quattordicesima.
«La prego, scriva che sono chiuse le candidature», implora il prete. «Non ha idea delle mail disperate che continuano a mandarci». Con il cuore appesantito da quelle centinaia di richieste d'aiuto, il parroco adesso deve decidere chi sarà il fortunato a cui affidare le chiavi della sua chiesa. Ma continua a crucciarsi: «E a tutti gli altri chi penserà?».
Già. Eppure, anche ai 719 aspiranti sacrestani sulle Dolomiti il governo aveva promesso un futuro senza patemi. Il ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri, illustre storico marxista, da mesi va rasserenando gli animi. Dallo scorso aprile, reitera il dogma: «Nessuno perderà il posto per colpa del coronavirus». Tranquilli, quindi: «Non sarà lasciato indietro nessuno». Ed eccoci qui, invece, a piantare croci sul pregresso e fare il segno della croce per il futuro. Da quando la pandemia è arrivata in Italia, 7 milioni di persone sono rimaste almeno qualche settimana senza lavoro: quasi 1 su 3.
rischio disoccupati
Solo il blocco dei licenziamenti ha evitato, calcola Bankitalia, 600.000 nuovi disoccupati. La misura è garantita fino al 31 marzo, salvo ulteriori proroghe. A quel punto, avverte Confindustria, si rischia almeno 1 milione di disoccupati. Più si ritarda il rientro alla normalità, ripetono gli imprenditori, e peggiori saranno le conseguenze. Intanto, 654.000 persone il posto l'hanno già perso: lavoratori autonomi o a tempo determinato, come i giovani impiegati negli alberghi e nei ristoranti. L'angosciante numero, diffuso dal Censis, sembra però non fare statistica. Così come quello dei 200.000 professionisti che hanno smesso di esercitare. Per non parlare di chi vivacchiava con i lavoretti in nero: ben 5 milioni, un esercito di invisibili che ha finito per inabissarsi senza far rumore.
Il crollo dei contratti a termine rientra invece nel calo degli occupati. L'ultimo, funereo, dato l'ha appena diffuso l'Inps: a ottobre 2020, rispetto a un anno prima, sono stati bruciati 662.000 impieghi. Le assunzioni nel settore privato sono diminuite, nello stesso periodo, del 31%. Vola nel mentre il numero dei percettori del reddito di cittadinanza: si stima che quest'anno arriveranno a 4 milioni, 1 milione in più del picco raggiunto nel 2020. Ma fra questi, aggiunge l'istituto previdenziale, lavoravano appena in 200.000. Dunque, come ampiamente previsto, il trionfante «abbiamo abolito la povertà», scandito dall'allora ministro dello Sviluppo oggi promosso alla Farnesina, insomma Luigino Di Maio, andrebbe riformulato nel meno consolante «abbiamo abolito il lavoro».
Paradigmatica come la storia dei sacrestani a Cortina, è quella dei rider. C'eravamo abituati, prima della pandemia, a vederli pedalare in sella a biciclette scassate su e giù dai marciapiedi delle città, con quei cubi di plastica fluorescenti penzolanti dalle spalle. Qualche giovane, molti immigrati, tanti clandestini. Era il part time dei ragazzi che volevano alzare qualche euro e di quelli che non avevano altra scelta. Adesso però, con la crisi, vengono arruolati insospettabili che mai avrebbero pensato di riciclarsi come fattorini. Padri di famiglia, lindi e profumati, a bordo di utilitarie. Professionisti a partita Iva, uccellati dal governo con i rimborsi fantasma, nella stremante attesa che passi la buriana. E pure artisti di fama, come il jazzista Adriano Urso, virtuoso del piano che il virus aveva costretto a riconvertirsi al delivery. È morto d'infarto a 40 anni, durante il giro serale delle consegne, mentre spingeva la sua automobilina d'epoca che non ne voleva sapere di ripartire.
tutti a fare i rider
Insomma, se poco prima del Covid erano più di 15.000, i rider oggi sono raddoppiati. Guadagno medio mensile: 850 euro. Nel frattempo quasi 400.000 imprese, denuncia Confcommercio, sono sparite: l'80% a causa del Covid. E il peggio deve arrivare. Solo in Brianza, una delle aree più produttive del Paese, l'associazione stima ad esempio che, tra gli iscritti, 8 ristoratori o esercenti pubblici su 10 temono di non riaprire. Confartigianato aggiunge che in Lombardia il 35% di palestre e piscine rischia di mettere fine all'agonia. Altro esempio: la moda maschile italiana ha già bruciato quasi 2 miliardi di ricavi. È fallita Rifle, storica azienda di jeans fiorentina. E, solo per restare nel denim, è fallita pure la bolognese Jeckerson. Strano. Gualtieri, all'inizio di settembre, parlava di una crescita economica «impetuosa» che sarebbe arrivata nel terzo trimestre. E il 13 ottobre scorso, dunque appena tre mesi fa, il nostro premier, Giuseppe Conte, garantiva: «L'economia sta ricominciando a correre».
Invece, la valanga è appena iniziata. In attesa del consuntivo dell'Istat per il 2020, l'analisi di Veneto Lavoro sembra anticipare la disfatta. Tra mancate assunzioni e rapporti cessati, nella regione sono stati persi 38.000 posti. Mentre in Lombardia la Cisl ha calcolato che, solo nei primi sei mesi del 2020, il virus ha cancellato 110.000 impieghi. I più penalizzati sono, oltre alle donne, sempre i giovani. La Commissione europea, nel suo ultimo rapporto, scrive: aumentano in tutta Europa quelli che non lavorano e non studiano. Fin qui, nulla di sorprendente. Peccato che l'Italia, nel secondo trimestre del 2020, conquisti l'ennesimo e disonorevole primato: i ragazzi inattivi sono 20,7%. Segue, ben distanziata, la Bulgaria: 15,2%.
Per non parlare delle già considerevoli differenze territoriali. Un dossier di Confindustria e del centro studi di Intesa Sanpaolo rivela che il Covid ha perfino accentuato lo storico e incolmabile divario tra Nord e Sud. E il fantomatico «rimbalzo», come ama chiamarlo Gualtieri, nel 2021 sarebbe diversissimo: un ridicolo 1,2% nel Meridione, contro un modesto 4,5% nel resto d'Italia. Allegri, però. Premier e ministro, pure stavolta, hanno l'asso nella manica: i 222 miliardi del Recovery fund. «Il Sud sarà l'avamposto della crescita», promette Giuseppi, che per la verità di posti, o meglio poltrone, se ne intende più di tutti.
Continua a leggereRiduci
Quest'anno avremo un milione in più di percettori di reddito di cittadinanza. Le assunzioni sono colate a picco (-31%). E intanto s'aggrava la frattura tra garantiti (della Pa) e non garantiti (coloro che operano nel privato).Nessuno perderà il posto: così promise Roberto Gualtieri. Invece sono già andati in fumo 662.000 impieghi. E quando a marzo finirà lo stop ai licenziamenti...Lo speciale contiene due articoli.La verità è più semplice di quanto sembri. I danni provocati all'economia dal Covid 19 sono enormi, disastrosi, in taluni casi irreversibili e irrecuperabili. Questo nonostante i vaticini ripetuti dal ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri: «Nessuno perderà il posto per colpa del coronavirus», o altri del tipo: «Nessuno sarà lasciato indietro». Evidentemente non ha funzionato e questa non è un'opinione, è una certezza. I conti non tornano. Riassumiamoli per semplicità.Il 31 marzo del 2021 scadrà il termine al blocco dei licenziamenti e Confindustria stima che dopo il blocco dovremmo avere circa un milione di nuovi disoccupati. Tra l'altro da tempo Confindustria avverte che più si allontana lo sblocco e più avremo conseguenze peggiori. Del resto non è difficile a capirsi: con fatturati ridotti, aiuti inconsistenti e impossibilità di licenziare, molte imprese saranno costrette a chiudere perché hanno speso tutti i loro risparmi (in banca di soldi non gliene danno), e altre strade non ce ne sono. Basterebbe aver passato un mesetto in una impresa e tutto questo risulterebbe estremamente chiaro. Certo, è meno chiaro per chi di mondo delle imprese non sa nulla, salvo due o tre slogan imparati a pappagallo.Intanto 654.000 persone il posto di lavoro l'hanno già perso, lavoratori a tempo determinato o lavoratori autonomi, oltre ai 200.000 professionisti che hanno cessato l'attività. Le assunzioni nel settore privato sono diminuite del 31%: chiara conseguenza del blocco delle attività. In tutto questo, quello che prima era una separazione è diventata una voragine. E cioè quella che separa i lavoratori del settore pubblico da quelli del settore privato. I garantiti, sempre e comunque, e i non garantiti, mai. Qualcuno potrebbe obiettare che chi decide di mettere su un'attività in proprio deve essere consapevole che si assume tutti i rischi del caso. Si chiama sistema capitalistico perché l'imprenditore anticipa i capitali dell'attività prima di cominciare e, quindi, senza nessuna certezza che l'impresa andrà a buon fine. D'accordo, ma se tu mi vieti di proseguire la mia attività, se tu mi impedisci di aprire la mia attività di pubblico esercizio, per motivi di tutela della salute pubblica, tu devi anche preoccuparti che io possa continuare a campare e se non vuoi che si crei disoccupazione devi fare come negli Usa, dove hanno messo a disposizione fondi perché le imprese mantengano i livelli occupazionali. Insomma: non ci sono altri modi per evitare il disastro economico. Ce n'è solo uno: aiutare le imprese a non fallire perché è da loro che vengono la produzione, il lavoro, il reddito e, quindi, anche il consumo. Il circolo è questo, inutile provare a farlo quadrato.Quest'anno il numero dei percettori del reddito di cittadinanza arriverà a 4 milioni, un milione in più del numero raggiunto nel 2020. Noi non siamo di quelli che ritengono che non debba esserci un sistema di protezione sociale per chi, soprattutto a una certa età, rimane senza reddito dalla sera alla mattina. È un dovere sociale assicurare a tutti il minimo essenziale per campare. Lo sostenevano anche liberisti come Milton Friedman o Friedrich August von Hayek. Ma l'obiettivo dichiarato era quello di dare un sollievo temporaneo e aiutare, nel frattempo, le persone a rientrare nel mondo del lavoro. Ebbene, quelli che lavorano, secondo le stime dell'Inps, sono appena 200.000. Cioè non ha funzionato. Perché la dignità di una persona viene dal lavoro, non dai sussidi, e il lavoro viene dalle imprese, e il governo questa cosa non la vuol capire. Dice cifre roboanti che se poi vengono divise per il numero dei destinatari risultano ridicole.Le direzioni di marcia non possono essere che due: consentire ad alcune attività di riaprire al più presto nel rispetto dei distanziamenti sociali vari (piscine e palestre, solo per esempio, delle quali, solo in Lombardia, chiuderà, secondo Confartigianato, il 35%). E soldi alle imprese sui conti correnti. Siccome la seconda misura è improbabile che venga messa in campo, perché se ci fosse stata la volontà di farlo, e soprattutto la competenza per farlo, potrebbe essere già stata presa, rimane la seconda alternativa, che deve essere presa con urgenza. Gli epidemiologi non devono fare terrorismo, devono indicare strade oltre la semplice chiusura per la riapertura delle attività economiche. Vadano un po' meno in televisione e studino queste misure. 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Il resto sono uomini e donne stremati dal Covid che, dalla Sicilia alla Valtellina, sperano in un ormai chimerico posto fisso: 1.300 euro al mese, in servizio le domeniche e i festivi, tredicesima e quattordicesima. «La prego, scriva che sono chiuse le candidature», implora il prete. «Non ha idea delle mail disperate che continuano a mandarci». Con il cuore appesantito da quelle centinaia di richieste d'aiuto, il parroco adesso deve decidere chi sarà il fortunato a cui affidare le chiavi della sua chiesa. Ma continua a crucciarsi: «E a tutti gli altri chi penserà?». Già. Eppure, anche ai 719 aspiranti sacrestani sulle Dolomiti il governo aveva promesso un futuro senza patemi. Il ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri, illustre storico marxista, da mesi va rasserenando gli animi. Dallo scorso aprile, reitera il dogma: «Nessuno perderà il posto per colpa del coronavirus». Tranquilli, quindi: «Non sarà lasciato indietro nessuno». Ed eccoci qui, invece, a piantare croci sul pregresso e fare il segno della croce per il futuro. Da quando la pandemia è arrivata in Italia, 7 milioni di persone sono rimaste almeno qualche settimana senza lavoro: quasi 1 su 3. rischio disoccupati Solo il blocco dei licenziamenti ha evitato, calcola Bankitalia, 600.000 nuovi disoccupati. La misura è garantita fino al 31 marzo, salvo ulteriori proroghe. A quel punto, avverte Confindustria, si rischia almeno 1 milione di disoccupati. Più si ritarda il rientro alla normalità, ripetono gli imprenditori, e peggiori saranno le conseguenze. Intanto, 654.000 persone il posto l'hanno già perso: lavoratori autonomi o a tempo determinato, come i giovani impiegati negli alberghi e nei ristoranti. L'angosciante numero, diffuso dal Censis, sembra però non fare statistica. Così come quello dei 200.000 professionisti che hanno smesso di esercitare. Per non parlare di chi vivacchiava con i lavoretti in nero: ben 5 milioni, un esercito di invisibili che ha finito per inabissarsi senza far rumore. Il crollo dei contratti a termine rientra invece nel calo degli occupati. L'ultimo, funereo, dato l'ha appena diffuso l'Inps: a ottobre 2020, rispetto a un anno prima, sono stati bruciati 662.000 impieghi. Le assunzioni nel settore privato sono diminuite, nello stesso periodo, del 31%. Vola nel mentre il numero dei percettori del reddito di cittadinanza: si stima che quest'anno arriveranno a 4 milioni, 1 milione in più del picco raggiunto nel 2020. Ma fra questi, aggiunge l'istituto previdenziale, lavoravano appena in 200.000. Dunque, come ampiamente previsto, il trionfante «abbiamo abolito la povertà», scandito dall'allora ministro dello Sviluppo oggi promosso alla Farnesina, insomma Luigino Di Maio, andrebbe riformulato nel meno consolante «abbiamo abolito il lavoro». Paradigmatica come la storia dei sacrestani a Cortina, è quella dei rider. C'eravamo abituati, prima della pandemia, a vederli pedalare in sella a biciclette scassate su e giù dai marciapiedi delle città, con quei cubi di plastica fluorescenti penzolanti dalle spalle. Qualche giovane, molti immigrati, tanti clandestini. Era il part time dei ragazzi che volevano alzare qualche euro e di quelli che non avevano altra scelta. Adesso però, con la crisi, vengono arruolati insospettabili che mai avrebbero pensato di riciclarsi come fattorini. Padri di famiglia, lindi e profumati, a bordo di utilitarie. Professionisti a partita Iva, uccellati dal governo con i rimborsi fantasma, nella stremante attesa che passi la buriana. E pure artisti di fama, come il jazzista Adriano Urso, virtuoso del piano che il virus aveva costretto a riconvertirsi al delivery. È morto d'infarto a 40 anni, durante il giro serale delle consegne, mentre spingeva la sua automobilina d'epoca che non ne voleva sapere di ripartire. tutti a fare i rider Insomma, se poco prima del Covid erano più di 15.000, i rider oggi sono raddoppiati. Guadagno medio mensile: 850 euro. Nel frattempo quasi 400.000 imprese, denuncia Confcommercio, sono sparite: l'80% a causa del Covid. E il peggio deve arrivare. Solo in Brianza, una delle aree più produttive del Paese, l'associazione stima ad esempio che, tra gli iscritti, 8 ristoratori o esercenti pubblici su 10 temono di non riaprire. Confartigianato aggiunge che in Lombardia il 35% di palestre e piscine rischia di mettere fine all'agonia. Altro esempio: la moda maschile italiana ha già bruciato quasi 2 miliardi di ricavi. È fallita Rifle, storica azienda di jeans fiorentina. E, solo per restare nel denim, è fallita pure la bolognese Jeckerson. Strano. Gualtieri, all'inizio di settembre, parlava di una crescita economica «impetuosa» che sarebbe arrivata nel terzo trimestre. E il 13 ottobre scorso, dunque appena tre mesi fa, il nostro premier, Giuseppe Conte, garantiva: «L'economia sta ricominciando a correre». Invece, la valanga è appena iniziata. In attesa del consuntivo dell'Istat per il 2020, l'analisi di Veneto Lavoro sembra anticipare la disfatta. Tra mancate assunzioni e rapporti cessati, nella regione sono stati persi 38.000 posti. Mentre in Lombardia la Cisl ha calcolato che, solo nei primi sei mesi del 2020, il virus ha cancellato 110.000 impieghi. I più penalizzati sono, oltre alle donne, sempre i giovani. La Commissione europea, nel suo ultimo rapporto, scrive: aumentano in tutta Europa quelli che non lavorano e non studiano. Fin qui, nulla di sorprendente. Peccato che l'Italia, nel secondo trimestre del 2020, conquisti l'ennesimo e disonorevole primato: i ragazzi inattivi sono 20,7%. Segue, ben distanziata, la Bulgaria: 15,2%. Per non parlare delle già considerevoli differenze territoriali. Un dossier di Confindustria e del centro studi di Intesa Sanpaolo rivela che il Covid ha perfino accentuato lo storico e incolmabile divario tra Nord e Sud. E il fantomatico «rimbalzo», come ama chiamarlo Gualtieri, nel 2021 sarebbe diversissimo: un ridicolo 1,2% nel Meridione, contro un modesto 4,5% nel resto d'Italia. Allegri, però. Premier e ministro, pure stavolta, hanno l'asso nella manica: i 222 miliardi del Recovery fund. «Il Sud sarà l'avamposto della crescita», promette Giuseppi, che per la verità di posti, o meglio poltrone, se ne intende più di tutti.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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