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2021-01-25
Se non volete rimborsare le imprese almeno fatele riaprire (in sicurezza)
Ansa
La verità è più semplice di quanto sembri. I danni provocati all'economia dal Covid 19 sono enormi, disastrosi, in taluni casi irreversibili e irrecuperabili. Questo nonostante i vaticini ripetuti dal ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri: «Nessuno perderà il posto per colpa del coronavirus», o altri del tipo: «Nessuno sarà lasciato indietro». Evidentemente non ha funzionato e questa non è un'opinione, è una certezza. I conti non tornano. Riassumiamoli per semplicità.
Il 31 marzo del 2021 scadrà il termine al blocco dei licenziamenti e Confindustria stima che dopo il blocco dovremmo avere circa un milione di nuovi disoccupati. Tra l'altro da tempo Confindustria avverte che più si allontana lo sblocco e più avremo conseguenze peggiori. Del resto non è difficile a capirsi: con fatturati ridotti, aiuti inconsistenti e impossibilità di licenziare, molte imprese saranno costrette a chiudere perché hanno speso tutti i loro risparmi (in banca di soldi non gliene danno), e altre strade non ce ne sono. Basterebbe aver passato un mesetto in una impresa e tutto questo risulterebbe estremamente chiaro. Certo, è meno chiaro per chi di mondo delle imprese non sa nulla, salvo due o tre slogan imparati a pappagallo.
Intanto 654.000 persone il posto di lavoro l'hanno già perso, lavoratori a tempo determinato o lavoratori autonomi, oltre ai 200.000 professionisti che hanno cessato l'attività. Le assunzioni nel settore privato sono diminuite del 31%: chiara conseguenza del blocco delle attività. In tutto questo, quello che prima era una separazione è diventata una voragine. E cioè quella che separa i lavoratori del settore pubblico da quelli del settore privato. I garantiti, sempre e comunque, e i non garantiti, mai. Qualcuno potrebbe obiettare che chi decide di mettere su un'attività in proprio deve essere consapevole che si assume tutti i rischi del caso. Si chiama sistema capitalistico perché l'imprenditore anticipa i capitali dell'attività prima di cominciare e, quindi, senza nessuna certezza che l'impresa andrà a buon fine. D'accordo, ma se tu mi vieti di proseguire la mia attività, se tu mi impedisci di aprire la mia attività di pubblico esercizio, per motivi di tutela della salute pubblica, tu devi anche preoccuparti che io possa continuare a campare e se non vuoi che si crei disoccupazione devi fare come negli Usa, dove hanno messo a disposizione fondi perché le imprese mantengano i livelli occupazionali. Insomma: non ci sono altri modi per evitare il disastro economico. Ce n'è solo uno: aiutare le imprese a non fallire perché è da loro che vengono la produzione, il lavoro, il reddito e, quindi, anche il consumo. Il circolo è questo, inutile provare a farlo quadrato.
Quest'anno il numero dei percettori del reddito di cittadinanza arriverà a 4 milioni, un milione in più del numero raggiunto nel 2020. Noi non siamo di quelli che ritengono che non debba esserci un sistema di protezione sociale per chi, soprattutto a una certa età, rimane senza reddito dalla sera alla mattina. È un dovere sociale assicurare a tutti il minimo essenziale per campare. Lo sostenevano anche liberisti come Milton Friedman o Friedrich August von Hayek. Ma l'obiettivo dichiarato era quello di dare un sollievo temporaneo e aiutare, nel frattempo, le persone a rientrare nel mondo del lavoro. Ebbene, quelli che lavorano, secondo le stime dell'Inps, sono appena 200.000. Cioè non ha funzionato. Perché la dignità di una persona viene dal lavoro, non dai sussidi, e il lavoro viene dalle imprese, e il governo questa cosa non la vuol capire. Dice cifre roboanti che se poi vengono divise per il numero dei destinatari risultano ridicole.
Le direzioni di marcia non possono essere che due: consentire ad alcune attività di riaprire al più presto nel rispetto dei distanziamenti sociali vari (piscine e palestre, solo per esempio, delle quali, solo in Lombardia, chiuderà, secondo Confartigianato, il 35%). E soldi alle imprese sui conti correnti. Siccome la seconda misura è improbabile che venga messa in campo, perché se ci fosse stata la volontà di farlo, e soprattutto la competenza per farlo, potrebbe essere già stata presa, rimane la seconda alternativa, che deve essere presa con urgenza. Gli epidemiologi non devono fare terrorismo, devono indicare strade oltre la semplice chiusura per la riapertura delle attività economiche. Vadano un po' meno in televisione e studino queste misure. E in fretta.
La vera crisi è la nostra ma se ne sono dimenticati
Dopo quasi due mesi passati a esaminare curriculum, don Ivano Brambilla, parroco di Cortina d'Ampezzo, si prepara a scegliere il nuovo sacrestano della chiesa dei Santi Filippo e Giacomo. Paziente come Giobbe, ha vagliato la sbalorditiva mole di domande arrivate: 720. Ragazzi, padri, signore, universitari, diplomati, laureati. Disoccupati, soprattutto. «Disperati che non sanno più dove sbattere la testa per mantenere le famiglie», ammette don Ivano. Perché quelli con sincera vocazione sono un manipolo, ci racconta. Il resto sono uomini e donne stremati dal Covid che, dalla Sicilia alla Valtellina, sperano in un ormai chimerico posto fisso: 1.300 euro al mese, in servizio le domeniche e i festivi, tredicesima e quattordicesima.
«La prego, scriva che sono chiuse le candidature», implora il prete. «Non ha idea delle mail disperate che continuano a mandarci». Con il cuore appesantito da quelle centinaia di richieste d'aiuto, il parroco adesso deve decidere chi sarà il fortunato a cui affidare le chiavi della sua chiesa. Ma continua a crucciarsi: «E a tutti gli altri chi penserà?».
Già. Eppure, anche ai 719 aspiranti sacrestani sulle Dolomiti il governo aveva promesso un futuro senza patemi. Il ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri, illustre storico marxista, da mesi va rasserenando gli animi. Dallo scorso aprile, reitera il dogma: «Nessuno perderà il posto per colpa del coronavirus». Tranquilli, quindi: «Non sarà lasciato indietro nessuno». Ed eccoci qui, invece, a piantare croci sul pregresso e fare il segno della croce per il futuro. Da quando la pandemia è arrivata in Italia, 7 milioni di persone sono rimaste almeno qualche settimana senza lavoro: quasi 1 su 3.
rischio disoccupati
Solo il blocco dei licenziamenti ha evitato, calcola Bankitalia, 600.000 nuovi disoccupati. La misura è garantita fino al 31 marzo, salvo ulteriori proroghe. A quel punto, avverte Confindustria, si rischia almeno 1 milione di disoccupati. Più si ritarda il rientro alla normalità, ripetono gli imprenditori, e peggiori saranno le conseguenze. Intanto, 654.000 persone il posto l'hanno già perso: lavoratori autonomi o a tempo determinato, come i giovani impiegati negli alberghi e nei ristoranti. L'angosciante numero, diffuso dal Censis, sembra però non fare statistica. Così come quello dei 200.000 professionisti che hanno smesso di esercitare. Per non parlare di chi vivacchiava con i lavoretti in nero: ben 5 milioni, un esercito di invisibili che ha finito per inabissarsi senza far rumore.
Il crollo dei contratti a termine rientra invece nel calo degli occupati. L'ultimo, funereo, dato l'ha appena diffuso l'Inps: a ottobre 2020, rispetto a un anno prima, sono stati bruciati 662.000 impieghi. Le assunzioni nel settore privato sono diminuite, nello stesso periodo, del 31%. Vola nel mentre il numero dei percettori del reddito di cittadinanza: si stima che quest'anno arriveranno a 4 milioni, 1 milione in più del picco raggiunto nel 2020. Ma fra questi, aggiunge l'istituto previdenziale, lavoravano appena in 200.000. Dunque, come ampiamente previsto, il trionfante «abbiamo abolito la povertà», scandito dall'allora ministro dello Sviluppo oggi promosso alla Farnesina, insomma Luigino Di Maio, andrebbe riformulato nel meno consolante «abbiamo abolito il lavoro».
Paradigmatica come la storia dei sacrestani a Cortina, è quella dei rider. C'eravamo abituati, prima della pandemia, a vederli pedalare in sella a biciclette scassate su e giù dai marciapiedi delle città, con quei cubi di plastica fluorescenti penzolanti dalle spalle. Qualche giovane, molti immigrati, tanti clandestini. Era il part time dei ragazzi che volevano alzare qualche euro e di quelli che non avevano altra scelta. Adesso però, con la crisi, vengono arruolati insospettabili che mai avrebbero pensato di riciclarsi come fattorini. Padri di famiglia, lindi e profumati, a bordo di utilitarie. Professionisti a partita Iva, uccellati dal governo con i rimborsi fantasma, nella stremante attesa che passi la buriana. E pure artisti di fama, come il jazzista Adriano Urso, virtuoso del piano che il virus aveva costretto a riconvertirsi al delivery. È morto d'infarto a 40 anni, durante il giro serale delle consegne, mentre spingeva la sua automobilina d'epoca che non ne voleva sapere di ripartire.
tutti a fare i rider
Insomma, se poco prima del Covid erano più di 15.000, i rider oggi sono raddoppiati. Guadagno medio mensile: 850 euro. Nel frattempo quasi 400.000 imprese, denuncia Confcommercio, sono sparite: l'80% a causa del Covid. E il peggio deve arrivare. Solo in Brianza, una delle aree più produttive del Paese, l'associazione stima ad esempio che, tra gli iscritti, 8 ristoratori o esercenti pubblici su 10 temono di non riaprire. Confartigianato aggiunge che in Lombardia il 35% di palestre e piscine rischia di mettere fine all'agonia. Altro esempio: la moda maschile italiana ha già bruciato quasi 2 miliardi di ricavi. È fallita Rifle, storica azienda di jeans fiorentina. E, solo per restare nel denim, è fallita pure la bolognese Jeckerson. Strano. Gualtieri, all'inizio di settembre, parlava di una crescita economica «impetuosa» che sarebbe arrivata nel terzo trimestre. E il 13 ottobre scorso, dunque appena tre mesi fa, il nostro premier, Giuseppe Conte, garantiva: «L'economia sta ricominciando a correre».
Invece, la valanga è appena iniziata. In attesa del consuntivo dell'Istat per il 2020, l'analisi di Veneto Lavoro sembra anticipare la disfatta. Tra mancate assunzioni e rapporti cessati, nella regione sono stati persi 38.000 posti. Mentre in Lombardia la Cisl ha calcolato che, solo nei primi sei mesi del 2020, il virus ha cancellato 110.000 impieghi. I più penalizzati sono, oltre alle donne, sempre i giovani. La Commissione europea, nel suo ultimo rapporto, scrive: aumentano in tutta Europa quelli che non lavorano e non studiano. Fin qui, nulla di sorprendente. Peccato che l'Italia, nel secondo trimestre del 2020, conquisti l'ennesimo e disonorevole primato: i ragazzi inattivi sono 20,7%. Segue, ben distanziata, la Bulgaria: 15,2%.
Per non parlare delle già considerevoli differenze territoriali. Un dossier di Confindustria e del centro studi di Intesa Sanpaolo rivela che il Covid ha perfino accentuato lo storico e incolmabile divario tra Nord e Sud. E il fantomatico «rimbalzo», come ama chiamarlo Gualtieri, nel 2021 sarebbe diversissimo: un ridicolo 1,2% nel Meridione, contro un modesto 4,5% nel resto d'Italia. Allegri, però. Premier e ministro, pure stavolta, hanno l'asso nella manica: i 222 miliardi del Recovery fund. «Il Sud sarà l'avamposto della crescita», promette Giuseppi, che per la verità di posti, o meglio poltrone, se ne intende più di tutti.
Continua a leggereRiduci
Quest'anno avremo un milione in più di percettori di reddito di cittadinanza. Le assunzioni sono colate a picco (-31%). E intanto s'aggrava la frattura tra garantiti (della Pa) e non garantiti (coloro che operano nel privato).Nessuno perderà il posto: così promise Roberto Gualtieri. Invece sono già andati in fumo 662.000 impieghi. E quando a marzo finirà lo stop ai licenziamenti...Lo speciale contiene due articoli.La verità è più semplice di quanto sembri. I danni provocati all'economia dal Covid 19 sono enormi, disastrosi, in taluni casi irreversibili e irrecuperabili. Questo nonostante i vaticini ripetuti dal ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri: «Nessuno perderà il posto per colpa del coronavirus», o altri del tipo: «Nessuno sarà lasciato indietro». Evidentemente non ha funzionato e questa non è un'opinione, è una certezza. I conti non tornano. Riassumiamoli per semplicità.Il 31 marzo del 2021 scadrà il termine al blocco dei licenziamenti e Confindustria stima che dopo il blocco dovremmo avere circa un milione di nuovi disoccupati. Tra l'altro da tempo Confindustria avverte che più si allontana lo sblocco e più avremo conseguenze peggiori. Del resto non è difficile a capirsi: con fatturati ridotti, aiuti inconsistenti e impossibilità di licenziare, molte imprese saranno costrette a chiudere perché hanno speso tutti i loro risparmi (in banca di soldi non gliene danno), e altre strade non ce ne sono. Basterebbe aver passato un mesetto in una impresa e tutto questo risulterebbe estremamente chiaro. Certo, è meno chiaro per chi di mondo delle imprese non sa nulla, salvo due o tre slogan imparati a pappagallo.Intanto 654.000 persone il posto di lavoro l'hanno già perso, lavoratori a tempo determinato o lavoratori autonomi, oltre ai 200.000 professionisti che hanno cessato l'attività. Le assunzioni nel settore privato sono diminuite del 31%: chiara conseguenza del blocco delle attività. In tutto questo, quello che prima era una separazione è diventata una voragine. E cioè quella che separa i lavoratori del settore pubblico da quelli del settore privato. I garantiti, sempre e comunque, e i non garantiti, mai. Qualcuno potrebbe obiettare che chi decide di mettere su un'attività in proprio deve essere consapevole che si assume tutti i rischi del caso. Si chiama sistema capitalistico perché l'imprenditore anticipa i capitali dell'attività prima di cominciare e, quindi, senza nessuna certezza che l'impresa andrà a buon fine. D'accordo, ma se tu mi vieti di proseguire la mia attività, se tu mi impedisci di aprire la mia attività di pubblico esercizio, per motivi di tutela della salute pubblica, tu devi anche preoccuparti che io possa continuare a campare e se non vuoi che si crei disoccupazione devi fare come negli Usa, dove hanno messo a disposizione fondi perché le imprese mantengano i livelli occupazionali. Insomma: non ci sono altri modi per evitare il disastro economico. Ce n'è solo uno: aiutare le imprese a non fallire perché è da loro che vengono la produzione, il lavoro, il reddito e, quindi, anche il consumo. Il circolo è questo, inutile provare a farlo quadrato.Quest'anno il numero dei percettori del reddito di cittadinanza arriverà a 4 milioni, un milione in più del numero raggiunto nel 2020. Noi non siamo di quelli che ritengono che non debba esserci un sistema di protezione sociale per chi, soprattutto a una certa età, rimane senza reddito dalla sera alla mattina. È un dovere sociale assicurare a tutti il minimo essenziale per campare. Lo sostenevano anche liberisti come Milton Friedman o Friedrich August von Hayek. Ma l'obiettivo dichiarato era quello di dare un sollievo temporaneo e aiutare, nel frattempo, le persone a rientrare nel mondo del lavoro. Ebbene, quelli che lavorano, secondo le stime dell'Inps, sono appena 200.000. Cioè non ha funzionato. Perché la dignità di una persona viene dal lavoro, non dai sussidi, e il lavoro viene dalle imprese, e il governo questa cosa non la vuol capire. Dice cifre roboanti che se poi vengono divise per il numero dei destinatari risultano ridicole.Le direzioni di marcia non possono essere che due: consentire ad alcune attività di riaprire al più presto nel rispetto dei distanziamenti sociali vari (piscine e palestre, solo per esempio, delle quali, solo in Lombardia, chiuderà, secondo Confartigianato, il 35%). E soldi alle imprese sui conti correnti. Siccome la seconda misura è improbabile che venga messa in campo, perché se ci fosse stata la volontà di farlo, e soprattutto la competenza per farlo, potrebbe essere già stata presa, rimane la seconda alternativa, che deve essere presa con urgenza. Gli epidemiologi non devono fare terrorismo, devono indicare strade oltre la semplice chiusura per la riapertura delle attività economiche. Vadano un po' meno in televisione e studino queste misure. E in fretta.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/rimborsare-imprese-almeno-riaprire-sicurezza-2650121942.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-vera-crisi-e-la-nostra-ma-se-ne-sono-dimenticati" data-post-id="2650121942" data-published-at="1611571546" data-use-pagination="False"> La vera crisi è la nostra ma se ne sono dimenticati Dopo quasi due mesi passati a esaminare curriculum, don Ivano Brambilla, parroco di Cortina d'Ampezzo, si prepara a scegliere il nuovo sacrestano della chiesa dei Santi Filippo e Giacomo. Paziente come Giobbe, ha vagliato la sbalorditiva mole di domande arrivate: 720. Ragazzi, padri, signore, universitari, diplomati, laureati. Disoccupati, soprattutto. «Disperati che non sanno più dove sbattere la testa per mantenere le famiglie», ammette don Ivano. Perché quelli con sincera vocazione sono un manipolo, ci racconta. Il resto sono uomini e donne stremati dal Covid che, dalla Sicilia alla Valtellina, sperano in un ormai chimerico posto fisso: 1.300 euro al mese, in servizio le domeniche e i festivi, tredicesima e quattordicesima. «La prego, scriva che sono chiuse le candidature», implora il prete. «Non ha idea delle mail disperate che continuano a mandarci». Con il cuore appesantito da quelle centinaia di richieste d'aiuto, il parroco adesso deve decidere chi sarà il fortunato a cui affidare le chiavi della sua chiesa. Ma continua a crucciarsi: «E a tutti gli altri chi penserà?». Già. Eppure, anche ai 719 aspiranti sacrestani sulle Dolomiti il governo aveva promesso un futuro senza patemi. Il ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri, illustre storico marxista, da mesi va rasserenando gli animi. Dallo scorso aprile, reitera il dogma: «Nessuno perderà il posto per colpa del coronavirus». Tranquilli, quindi: «Non sarà lasciato indietro nessuno». Ed eccoci qui, invece, a piantare croci sul pregresso e fare il segno della croce per il futuro. Da quando la pandemia è arrivata in Italia, 7 milioni di persone sono rimaste almeno qualche settimana senza lavoro: quasi 1 su 3. rischio disoccupati Solo il blocco dei licenziamenti ha evitato, calcola Bankitalia, 600.000 nuovi disoccupati. La misura è garantita fino al 31 marzo, salvo ulteriori proroghe. A quel punto, avverte Confindustria, si rischia almeno 1 milione di disoccupati. Più si ritarda il rientro alla normalità, ripetono gli imprenditori, e peggiori saranno le conseguenze. Intanto, 654.000 persone il posto l'hanno già perso: lavoratori autonomi o a tempo determinato, come i giovani impiegati negli alberghi e nei ristoranti. L'angosciante numero, diffuso dal Censis, sembra però non fare statistica. Così come quello dei 200.000 professionisti che hanno smesso di esercitare. Per non parlare di chi vivacchiava con i lavoretti in nero: ben 5 milioni, un esercito di invisibili che ha finito per inabissarsi senza far rumore. Il crollo dei contratti a termine rientra invece nel calo degli occupati. L'ultimo, funereo, dato l'ha appena diffuso l'Inps: a ottobre 2020, rispetto a un anno prima, sono stati bruciati 662.000 impieghi. Le assunzioni nel settore privato sono diminuite, nello stesso periodo, del 31%. Vola nel mentre il numero dei percettori del reddito di cittadinanza: si stima che quest'anno arriveranno a 4 milioni, 1 milione in più del picco raggiunto nel 2020. Ma fra questi, aggiunge l'istituto previdenziale, lavoravano appena in 200.000. Dunque, come ampiamente previsto, il trionfante «abbiamo abolito la povertà», scandito dall'allora ministro dello Sviluppo oggi promosso alla Farnesina, insomma Luigino Di Maio, andrebbe riformulato nel meno consolante «abbiamo abolito il lavoro». Paradigmatica come la storia dei sacrestani a Cortina, è quella dei rider. C'eravamo abituati, prima della pandemia, a vederli pedalare in sella a biciclette scassate su e giù dai marciapiedi delle città, con quei cubi di plastica fluorescenti penzolanti dalle spalle. Qualche giovane, molti immigrati, tanti clandestini. Era il part time dei ragazzi che volevano alzare qualche euro e di quelli che non avevano altra scelta. Adesso però, con la crisi, vengono arruolati insospettabili che mai avrebbero pensato di riciclarsi come fattorini. Padri di famiglia, lindi e profumati, a bordo di utilitarie. Professionisti a partita Iva, uccellati dal governo con i rimborsi fantasma, nella stremante attesa che passi la buriana. E pure artisti di fama, come il jazzista Adriano Urso, virtuoso del piano che il virus aveva costretto a riconvertirsi al delivery. È morto d'infarto a 40 anni, durante il giro serale delle consegne, mentre spingeva la sua automobilina d'epoca che non ne voleva sapere di ripartire. tutti a fare i rider Insomma, se poco prima del Covid erano più di 15.000, i rider oggi sono raddoppiati. Guadagno medio mensile: 850 euro. Nel frattempo quasi 400.000 imprese, denuncia Confcommercio, sono sparite: l'80% a causa del Covid. E il peggio deve arrivare. Solo in Brianza, una delle aree più produttive del Paese, l'associazione stima ad esempio che, tra gli iscritti, 8 ristoratori o esercenti pubblici su 10 temono di non riaprire. Confartigianato aggiunge che in Lombardia il 35% di palestre e piscine rischia di mettere fine all'agonia. Altro esempio: la moda maschile italiana ha già bruciato quasi 2 miliardi di ricavi. È fallita Rifle, storica azienda di jeans fiorentina. E, solo per restare nel denim, è fallita pure la bolognese Jeckerson. Strano. Gualtieri, all'inizio di settembre, parlava di una crescita economica «impetuosa» che sarebbe arrivata nel terzo trimestre. E il 13 ottobre scorso, dunque appena tre mesi fa, il nostro premier, Giuseppe Conte, garantiva: «L'economia sta ricominciando a correre». Invece, la valanga è appena iniziata. In attesa del consuntivo dell'Istat per il 2020, l'analisi di Veneto Lavoro sembra anticipare la disfatta. Tra mancate assunzioni e rapporti cessati, nella regione sono stati persi 38.000 posti. Mentre in Lombardia la Cisl ha calcolato che, solo nei primi sei mesi del 2020, il virus ha cancellato 110.000 impieghi. I più penalizzati sono, oltre alle donne, sempre i giovani. La Commissione europea, nel suo ultimo rapporto, scrive: aumentano in tutta Europa quelli che non lavorano e non studiano. Fin qui, nulla di sorprendente. Peccato che l'Italia, nel secondo trimestre del 2020, conquisti l'ennesimo e disonorevole primato: i ragazzi inattivi sono 20,7%. Segue, ben distanziata, la Bulgaria: 15,2%. Per non parlare delle già considerevoli differenze territoriali. Un dossier di Confindustria e del centro studi di Intesa Sanpaolo rivela che il Covid ha perfino accentuato lo storico e incolmabile divario tra Nord e Sud. E il fantomatico «rimbalzo», come ama chiamarlo Gualtieri, nel 2021 sarebbe diversissimo: un ridicolo 1,2% nel Meridione, contro un modesto 4,5% nel resto d'Italia. Allegri, però. Premier e ministro, pure stavolta, hanno l'asso nella manica: i 222 miliardi del Recovery fund. «Il Sud sarà l'avamposto della crescita», promette Giuseppi, che per la verità di posti, o meglio poltrone, se ne intende più di tutti.
La capitale russa avvolta dal fumo dopo il raid ucraino (Ansa)
La grossa incursione compiuta ieri da droni ucraini su Mosca, la più pesante finora sulla capitale, è stata appariscente e ha coinciso, non a caso, con la riunione dei ministri della Difesa della Nato e del Gruppo di contatto sull’Ucraina a cui ha partecipato il presidente Volodymyr Zelensky.
Almeno 555 droni ucraini hanno assalito varie regioni russe, dei quali 200 nella direzione di Mosca. Il ministero della Difesa russo li ha considerati «abbattuti». Il sindaco di Mosca Sergei Sobyanin ha affermato che «52 droni sono stati abbattuti a Mosca». Ma ha ammesso: «Diversi droni hanno raggiunto la raffineria di petrolio di Mosca». È un grande impianto della Gazprom Neft, nel quartiere Kapotnya, che da solo fornirebbe il 40% dei carburanti nella regione. La raffineria fu fondata nel 1938 sotto Stalin e venne bombardata nel 1941 da aerei della Luftwaffe, l’aviazione tedesca. Già era stata attaccata martedì. Sono scoppiati incendi nell’impianto e colonne di fumo nero hanno oscurato la capitale, causando la chiusura degli aeroporti di Sheremetyevo, Vnukovo, Domodedovo e Zhukovsky. Danni minori nei sobborghi della città. Colpiti da frammenti il centro commerciale Sadovod, una palazzina a Zhukovsky, evacuata, mentre a Lyubertsy detriti di droni colpiti hanno danneggiato un centro fitness, un centro commerciale e una zona industriale. Nella regione di Mosca ci sono stati 16 feriti, mentre nella regione di Rostov, attaccata da 74 droni, dati per «abbattuti», è morto un uomo, presso un’infrastruttura petrolifera, a Gukovo. Sempre nella zona di Rostov, secondo il governatore Yuri Slyusar ci sono stati «danni a una locomotiva e a due strutture commerciali». Nella regione di Bryansk un’auto su cui viaggiavano una donna con le due figlie di 10 e 11 anni è stata colpita e le due ragazzine sono state ferite. Droni ucraini presso la centrale nucleare di Energodar hanno causato la morte di un dipendente dell’impianto. I russi hanno a loro volta attaccato Kiev e altre zone dell’Ucraina con droni e missili balistici.
Secondo Mosca: «Sono stati colpiti, con un attacco combinato con missili aria-superficie, missili superficie-superficie e droni a lungo raggio, un deposito di combustibili e carburanti nella località di Boryspil-2, nella regione di Kiev, e una raffineria di petrolio a Zaturino, nella regione di Poltava». Bombe russe hanno causato tre morti a Sumy e Shostka.
Se Zelensky ha presentato le nuove incursioni sulla Russia come «giusta reazione» poiché «se l’Ucraina brucia, la vostra Mosca brucerà», il consigliere presidenziale russo Yuris Ushakov ha ribattuto che «i raid non aiutano un possibile incontro fra Zelensky e il presidente Vladimir Putin». Il ministro degli Esteri Sergei Lavrov ha minacciato «nuovi attacchi su larga scala», aggiungendo che «le parole non bastano». I raid di droni ucraini hanno fatto dire al segretario della Nato Mark Rutte che «l’Ucraina sta cambiando la dinamica sul campo di battaglia» e hanno spinto gli alleati a ulteriori aiuti a Kiev. Il ministro della Difesa tedesco Boris Pistorius s’è detto «impressionato» dai raid ucraini, parlando di «slancio» di Kiev, che però, se si limita ai cieli, non basta a vincere. Al Gruppo di contatto s’è parlato di rafforzamento della difesa aerea nell’ambito del Purl, il meccanismo con cui gli europei pagano le fabbriche americane per regalare armi a Kiev. Il premier belga Bart De Wever ha promesso a Zelensky la consegna di sette caccia F-16, di cui tre voleranno e quattro verranno cannibalizzati per i pezzi di ricambio. Il ministro della Difesa inglese ha annunciato che Londra fornirà a Kiev 150.000 droni e 350 missili antiaerei, oltre a radar, per un valore di 752 milioni di sterline. Pistorius ha dichiarato che la Germania stanzierà 200 milioni di dollari per munizioni antiaeree e altri 200 milioni di dollari per missili Patriot Pac-3 destinati agli ucraini, mentre la Svezia ha stanziato 108 milioni di dollari.
Ma anche se gli attacchi a lungo raggio ucraini causano danni in Russia, non sono paragonabili, per distruzioni e morti, alle campagne aeree strategiche capaci davvero di piegare un Paese, tenuto conto che perfino simili offensive aeree, da parte americana, ebbero successo nel 1945 contro Germania e Giappone, ma furono inutili nel 1972 contro il Vietnam del Nord. Sul terreno il fronte è quasi statico o forse vedrebbe ancora i russi avanzare poco a poco. L’esercito di Mosca, dice la Tass, avrebbe preso Rai-Aleksandrovka, nel Donetsk.
L’istituto americano Isw riporta che i russi seguiterebbero a infiltrarsi a Lyman. L’Isw dice che «filmati che mostrano truppe russe controllare Lyman potrebbero essere generati con l'IA», ma solo gli eventi prossimi lo stabiliranno. Prendere Lyman significa minacciare Slovjansk. Idem riguardo ai combattimenti urbani a Kostantinyvka, la cui eventuale caduta esporrebbe Druzhivka e Kramatorsk. La guerra potrebbe essere decisa nella catena di piazzeforti Druzhivka-Kramatorsk-Slovjansk, col lungo macello fra trincee, macerie e granate, ma anche se la propaganda russa esagerasse i successi sul terreno, il pericolo per Kiev non sarebbe minore.
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A sinistra Sergio Spadaro, a destra Fabio De Pasquale (Imagoeconomica)
Il verdetto chiude uno dei capitoli più controversi nati dopo il processo Eni-Nigeria, il procedimento sulla presunta corruzione internazionale legata all’acquisizione del blocco petrolifero Opl 245. Un processo durato anni, costruito attorno all’ipotesi di una maxi-tangente da oltre un miliardo di dollari, e conclusosi nel marzo 2021 con l’assoluzione di tutti gli imputati, compresi l’amministratore delegato di Eni Claudio Descalzi, il suo predecessore Paolo Scaroni, manager, dirigenti e politici nigeriani. Una vicenda che ha comportato costi enormi, di decine di milioni di euro: anni di udienze, consulenze, difese legali, rogatorie, indagini internazionali e risorse della giustizia impegnate su un’accusa che, alla fine, è stata giudicata insussistente.
La sentenza della Cassazione arriva al termine di una giornata processuale segnata dalla requisitoria della sostituta procuratrice generale Cristina Marzagalli, che aveva chiesto l’assoluzione dei due magistrati sostenendo che mancassero sia l’elemento materiale sia quello soggettivo del reato. «I ricorsi degli imputati sono fondati», ha affermato Marzagalli. Secondo la pg, «la condotta dei due magistrati è stata tutt’altro che inerte e omissiva ma proattiva». Inoltre, ha aggiunto, «l’oggetto materiale del rifiuto non esisteva agli atti e non c’è una norma che imponga il deposito in quella fase».
È su questo passaggio che si misura il ribaltamento. Per la Cassazione il fatto non sussiste. Per i giudici di primo grado e per la Corte d’Appello di Brescia, invece, quel mancato deposito aveva avuto tutt’altra natura. Nelle motivazioni d’appello, oltre 130 pagine, i giudici avevano parlato di un «rifiuto consapevole» e di una «omissione di un atto doveroso e indifferibile». Avevano inoltre contestato a De Pasquale e Spadaro una gestione «a doppio binario»: da una parte l’utilizzo degli atti ritenuti utili all’accusa, dall’altra il mancato deposito di quelli potenzialmente favorevoli alle difese.
La decisione della Suprema Corte cancella dunque la condanna e lascia intatto il peso del contrasto tra le sentenze. Due gradi di giudizio avevano ritenuto penalmente rilevante la condotta dei pm, mentre la Cassazione ha escluso alla radice l’esistenza stessa del reato.
«L’avvocato Fabio Federico ed io siamo veramente felici: è una sentenza che fa giustizia di tanti anni di sofferenze», ha commentato il difensore dei due pm, Massimo Dinoia. «Vorremmo rimarcare che le conclusioni del pg della Cassazione sono state totali: ha chiesto infatti l’insussistenza sia del fatto materiale che, in subordine, dell’elemento soggettivo. Più di così non poteva dire».
Le «sofferenze» richiamate da Dinoia dimenticano però una vicenda molto più ampia, con 15 imputati trascinati per anni in un processo che ha mobilitato procure, tribunali, autorità straniere e collegi difensivi attorno all’accusa di una tangente miliardaria poi ritenuta inesistente dal Tribunale di Milano. Il 17 marzo 2021 tutti gli imputati furono assolti con la formula «perché il fatto non sussiste». Nel 2022 la Procura generale rinunciò all’appello. Anche le autorità statunitensi avevano già chiuso le proprie indagini nel settembre 2019. E anche per quelle nigeriane la vicenda è ormai chiuso, tanto che Eni ha di recente trovato nuovi accordi con Abuja.
Nel frattempo, a quanto pare, De Pasquale non considera ancora chiusa la partita. L’ex procuratore aggiunto ha avviato una nuova iniziativa attraverso l’avvocato Fabio Repici, legale molto noto per il lavoro svolto in procedimenti legati alle stragi di mafia e alla criminalità organizzata. Repici assiste oggi De Pasquale in una richiesta collegata all’inchiesta Equalize, con l’obiettivo di verificare se negli atti sequestrati possano emergere tracce di manovre contro il magistrato e contro il processo Eni-Nigeria.
Nella documentazione vengono richiamati, tra gli altri, il responsabile degli affari legali di Eni Stefano Speroni, il pm Paolo Storari e l’ex avvocato esterno di Eni Piero Amara. La Procura di Milano, guidata da Marcello Viola, non ha deciso direttamente sugli accertamenti richiesti e ha trasmesso gli atti alla Procura di Brescia, competente quando possibili parti offese sono magistrati del distretto milanese.
È un fronte ancora aperto che mostra come la partita su Opl 245 non sia del tutto chiusa. La Cassazione mette fine al procedimento penale per De Pasquale e Spadaro, ma la vicenda continua ad avere conseguenze sulla loro carriera. De Pasquale non era stato confermato dal Csm nell’incarico di procuratore aggiunto, mentre Spadaro è oggi procuratore europeo delegato Eppo a Milano.
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Il fermaglio ritrovato ieri sul sentiero vicino alla casa famigla. Nel riquadro Alysia e Sarah (Ansa)
Nella giornata di ieri, un fermaglio rosso con piccoli fiorellini bianchi è stato trovato nei pressi della casa famiglia. La prima vera traccia. Lo ha reso noto l’associazione Penelope. Il papà ha confermato che Sarah portava spesso dei fermagli, quindi si presume che appartenga proprio a lei. Le ricerche, intanto, proseguono senza sosta e si sono concentrate nelle aree che circondano la comunità che ospitava le giovani, nell’Aquilano. Subito dopo la segnalazione della scomparsa, le forze dell’ordine stanno setacciando la zona. Le attività di ricerca, coordinate dalla Procura di Sulmona, si stanno dirigendo pure in diversi Comuni del comprensorio cassinate, dove sono stati effettuati controlli in casolari, abitazioni isolate e strutture rurali.
Secondo quanto emerso finora, una delle ipotesi investigative è che le due ragazze possano aver trovato rifugio grazie all’aiuto di un adulto o di persone a loro vicine. Gli inquirenti non escludono che, dopo l’allontanamento dalla struttura abruzzese, possano essersi spostate verso un’area più vicina ai luoghi della loro infanzia e alle relazioni maturate negli anni precedenti. Le piccole erano monitorate dai servizi sociali dal 2020, dopo la difficile separazione dei genitori. Lo scorso 28 maggio, il tribunale aveva emesso un provvedimento con cui dichiarava decaduta la potestà genitoriale della mamma Valentina D’Acunto, riconoscendola invece al papà Stefano Di Giacinto.
Gli investigatori stanno indagando ad ampio raggio non escludendo l’ipotesi del rapimento. Le ricerche si sono appunto allargate alla zona del Cassinate proprio perché questo territorio rappresenta una naturale cerniera territoriale con Minturno e il Sud pontino, zona dalla quale proviene la famiglia. La Procura di Cassino e quella di Sulmona stanno collaborando in modo sinergico. Il procuratore capo di Cassino, Carlo Fucci, e il procuratore capo di Sulmona, Luciano D’Angelo, mantengono un costante scambio di informazioni investigative finalizzato alla ricostruzione del contesto familiare e relazionale delle ragazze. Tra gli elementi trasmessi agli uffici abruzzesi vi sarebbero anche atti e documentazione relativi alla complessa vicenda familiare, caratterizzata negli anni da una forte conflittualità tra i genitori e da provvedimenti del tribunale per i minorenni che avevano portato all’inserimento delle due sorelle nel circuito delle comunità educative.
L’inchiesta aperta dalla Procura di Sulmona procede per il reato di sottrazione di minori contro ignoti. Gli investigatori stanno verificando la possibilità che qualcuno abbia favorito o organizzato l’allontanamento delle ragazze dalla struttura. Questa ipotesi è rafforzata dal fatto che le due sorelline sarebbero uscite senza i cellulari. Infatti, i loro telefonini sono stati trovati nella casa famiglia e restituiti alla mamma. Ma, nelle ultime ore è emerso che le minori sarebbero in possesso di altri due cellulari le cui schede però risultano intestate a un uomo di origine kosovara e al compagno della mamma di Sarah e Alisya. Gli inquirenti stanno visionando tutte le immagini delle telecamere di videosorveglianza acquisite nelle ore successive alla scomparsa per capire se qualcuno si sia avvicinato alle ragazzine.
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La sede del Ministero della Cultura (Ansa)
«Marcell*, come here». Da scrivere rigorosamente con l’asterisco perché 66 anni dopo, l’umida e felliniana passeggiata di Anita Ekberg con sciabordio sarà un trionfo genderfluid. Accade stasera nella Roma pervasa da ogni tipo di gay pride (domani l’apoteosi con la sfilatissima), dove anche la fontana di Trevi diventa arcobaleno per un colpo di mano del serissimo (un tempo) Istituto centrale per la grafica, emanazione diretta del ministero della Cultura. L’evento a chiare tinte Lgtbq+ è annunciato con un fremito di emozione dal vertice dell’Icg: «Sarà una serata d’arte, di musica e di inclusione, con un mix di linguaggi diversi e prospettive contemporanee, nel segno della libertà espressiva e del dialogo tra patrimonio culturale e pubblici diversificati con una particolare attenzione ai giovani e agli under 30».
Tutto più liquido dell’acqua verdognola dove baluginano le monete dei turisti. Tutto così sfacciatamente queer. Tutto per effetto di un blitz sotterraneo che sta mettendo in imbarazzo il ministro Alessandro Giuli, avvenuto a sua insaputa. A orchestrare la sorpresa è stato il direttore dell’istituto, Fabio De Chirico, dirigente del ministero, inventore del «Grafica Pride» e ferreo custode delle istanze progressiste, già intruppato nei boys della lunga stagione di Dario Franceschini. È il destino delle stanze del potere dove si affastellano nella penombra i relitti politici di altre ere geologiche. Non fai in tempo a voltarti da una parte che dietro l’angolo c’è qualcuno con la pulsione che rese famoso Stefano Ricucci: «Fare i fro… col ministro degli altri».
Così, improvvisamente, scopriamo che esiste il Grafica Pride. E che un ente pubblico con scopi culturali del tutto estranei alla propaganda ideologica si autonomina sponsor della sarabanda genderfluid. Come se Leonardo decidesse di dipingere in giugno i carri armati di rosa e la Zecca di Stato prendesse l’iniziativa di emettere valori bollati con la bandiera arcobaleno sormontata da simboli intersexual. Quasi tutto a spese dei contribuenti, come sottolinea Pro Vita & Famiglia, «visto che gli eventi (congressi, convegni, mostre) vengono sostenuti da finanziamento pubblico che per il 2026 ammonta a quasi 89.000 euro. E che il bilancio dell’Istituto centrale di grafica ha un avanzo di bilancio di 8,3 milioni di euro».
Dicevamo del blitz in penombra. Per rendere gaia la fontana progettata dall’architetto Nicola Salvi quasi 300 anni fa su richiesta di papa Clemente XII era necessario non farlo sapere al consiglio d’amministrazione, composto - oltre che dal frondista De Chirico - dai consiglieri designati dal Mic e dal Consiglio superiore dei Beni culturali Gianfranco Ferroni, Angelo Mellone, Paolo Corsini e Marco Tortoioli Ricci (quest’ultimo indicato dalla conferenza Stato-Regioni). Immediatamente dopo essere venuti a conoscenza del bizzarro Pride di complemento, i primi tre si sono dissociati. Ma ormai l’arcobaleno aleggiava sulla fontana.
Informato della deriva Village People, il ministro Giuli, parlando con La Verità, ha preso le distanze. «Sono stupefatto. Al di là del fatto che risulti più o meno inappuntabile sotto il profilo procedurale, ritengo l’iniziativa incoerente con le mie aspettative rispetto al lavoro dell’Istituto centrale di grafica. Sono anche stupito dal fatto che l’iniziativa non abbia coinvolto né la direzione generale dei musei, né il capo dipartimento, né il capo di gabinetto del ministero, né il ministro stesso. Il direttore ha il dovere di mantenere collegamenti con i suoi diretti superiori, soprattutto quando si tratta di iniziative che escono dal perimetro della missione dell’istituto. Non si tratta di essere pro gender o no gender, si tratta di avere una maggiore consapevolezza istituzionale. Ben venga un confronto su tutto ma ci sono luoghi più appropriati. E questo non è neanche un confronto, è l’adesione a una manifestazione profilata in un senso preciso, con un chiaro riverbero politico. Ciò detto, il ministro non censura, esprime la propria opinione e verifica che tutto sia fatto nel rispetto delle procedure». Stay tuned, qualche testa rischia di rotolare.
Il programma è tutto un programma, perfetto per un governo di sinistra ultrawoke. La serata con l’asterisco comincia con la presentazione del volume «Musei, genere e queerness», dove De Chirico dialoga con Viviana Gravano (storica dell’arte contemporanea che lavora da anni sui temi del postcoloniale e sugli studi di genere) e Annalisa Sacchi, docente di Estetica del teatro all’Università Iuav di Venezia dove ha istituito un percorso di «studi performativi e di genere», concentrato sulla sessualità e sulle «prospettive critiche decoloniali».
La kermesse viene annunciata così: «Un’occasione per riflettere sul ruolo dei musei come spazi aperti e inclusivi, capaci di accogliere nuove narrazioni e di interrogare il rapporto tra istituzioni culturali, identità, genere e rappresentazione». È un imperdibile viaggio dentro «queerness e museologia», con la pretesa di mettere la bandiera del Pride sugli spazi espositivi permanenti italiani. Chi si presenta col salvagente davanti al monumento simbolo della romanità per non annegare nel conformismo fluido, avrà un’ulteriore sorpresa: una performance dal titolo «L’amore che non osa dire il suo nome», con la drag queen Ilythia Gothier, famosa per il video su Tik Tok nel quale teorizza: «Non posso vivere una vita senza tacco a stiletto». Sarà accompagnata dalla collega Céline Esprit.
Nessun dubbio sull’estrazione ideologica, ancora meno sulla trappola per il ministro. Mentre la fontana di Trevi si prepara alla notte transgender, la speranza di noi cinefili da basso impero vira verso la commedia: e se nottetempo Totò la vendesse a un turista trumpiano?
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