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2022-05-02
I tre rifugi più antichi delle Alpi italiane
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Il rifugio Nuvolau, sulle Dolomiti di Cortina d'Ampezzo (IStock)
Piemonte - Rifugio Alpetto (gruppo del Monviso) metri 2.268 slm.
La storia del rifugio Alpetto è legata indissolubilmente alla conquista della vetta del Monviso, agli albori delle grandi imprese alpinistiche della seconda metà del secolo XIX. Il monte da cui sgorga il Po fu conquistato da una cordata di alpinisti britannici e francesi nell’agosto 1861: William Mathews, Frederick Jacob e i fratelli Jean-Baptiste e Michel Croz. Due anni dopo sarà l’illustre alpinista italiano Quintino Sella a raggiungere la cima, celebrando l’Unità d’Italia e la nascita del Club Alpino Italiano da lui fondato nello stesso anno, il 1863. Vicino all’Alpetto lo statista biellese, innamorato della montagna, scriveva delle sue esperienze alla moglie Clotilde Rey nell’anno della conquista del Monviso, ammirando il massiccio dai laghi delle Forciolline. All’indomani della conquista, all’Alpetto fu costruita una malga con la funzione di ospitare gli alpinisti. Nel 1866 quella costruzione in pietra e legno fu il primo rifugio ufficialmente affidato al Cai, grazie al quale gli escursionisti potevano spezzare la lunga marcia dall’abitato di Oncino.
La testimonianza dell’importanza del rifugio Alpetto per i primi alpinisti ce la fornisce un compagno di ascensioni di Quintino Sella, Cesare Isaia. Avvocato e Segretario del Club Alpino Italiano, ascese al Monviso e lasciò scritte le sue memorie nel 1874. Il rifugio compare nella parte dedicata alla difficile discesa dopo aver raggiunta la vetta, mentre una fitta nebbia seguita ad una scarica di pietre mise in pericolo la vita della cordata. Il riparo offerto dal piccolo rifugio del Club fu una benedizione, come descriveva l’alpinista: «Passammo in mezzo a’due laghi più alti ed il più basso; e, dopo aver girata a settentrione quella seconda giogaia, cominciammo a discenderne il versante orientale dirigendoci verso l’Alpetto. Ma la notte era già buia, e la nebbia era addivenuta fitta per modo che si convertiva in pioggia leggera;…le guide smarriscono la strada. Fu questo per noi un contrattempo assai penoso, perché un forte temporale parea imminente. Si gridò d’ogni parte, in quella che si procede innanzi per sentieri scoscesi ed incerti. Finalmente un lume apparso in distanza in mezzo a nebbia fittissima ne riconfortò grandemente; e continuando sempre a gridare, ed andando incontro al chiarore, ci imbattemmo in uno de’pastori venuto incontro a noi dal Ricovero dell’Alpetto, costruito dal Comune d’Oncino col concorso del Club Alpino Italiano. Finalmente giungemmo bagnati e malconci alle 8 ore e 40 min. di sera: circa due ore dopo, un violento temporale scoppiò intorno a noi. La buona famiglia di pastori che abita in quel Ricovero ci accolse e ci trattò con grandissimo cuore. Ne apprestò latte e polenta per rifocillarci, e fieno e qualche pagliericcio per riposare la notte. Ma io confesso che per me passò più tranquillo e più saporito il sonno della notte precedente sulle pietre; ed aggirandomi d’ogni parte su quella paglia, pensavo di nuovo alla grande opportunità di ben tenute case di rifugio in quelle remote regioni». All’Alpetto, in quella notte di tempesta, era nata la concezione moderna del rifugio alpino.
Nella sua struttura d’origine, il piccolo ricovero rimase in funzione solo fino al 1905, quando a poca distanza fu edificato un rifugio più capiente, che porta ancora oggi il nome di Quintino Sella. Caduto in disuso, l’Alpetto sarà recuperato soltanto nel 1985 dall’associazione Amici della montagna di Oncino. Nel 1998 il Cai di Cavour fece edificare quella che è la struttura attuale del rifugio, mentre dove sorgeva la prima malga è stato allestito un museo dedicato alle imprese dei pionieri dell’alpinismo sul Monviso. Oggi l’Alpetto offre 24 posti letto ed è aperto dal mese di giugno a settembre. Si raggiunge da Oncino e lasciando la macchina al parcheggio Maire Dacant, il rifugio si raggiunge in circa due ore di cammino.
www.rifugioalpetto.it
Lombardia - Rifugio Marinelli-Bombardieri (gruppo del Bernina) metri 2.813 slm.
In Valmalenco, nell’Alta valle di Scerscen ai piedi del Bernina sorge il rifugio Marinelli-Bombardieri. Si tratta della struttura ricettiva alpina più antica delle Alpi lombarde. Fu inaugurato nel 1880 e battezzato Rifugio Scerscen per iniziativa di uno dei pionieri del Club Alpino, il laziale Damiano Marinelli. Alla quota 2.800, alla fondazione era poco più che una capanna con due camere separate e un sottotetto per ospitare le guide locali circondato da una vista unica a 360 gradi sul Pizzo Sella, sul Roseg, il Monte Scerscen e sul Pizzo Bernina con i suoi 4.050 metri di altitudine, la cima più elevata delle Alpi Retiche. Il primo bivacco del Cai sulle montagne lombarde fu concepito da Marinelli durante un tentativo di ascesa al Bernina nel 1876. Proprio il fallimento di quell’ascesa da pioniere (il Bernina era stato scalato per la prima volta nel 1850 da una cordata svizzera) fece riflettere l’alpinista laziale sull’opportunità di stabilire una tappa intermedia con ricovero per spezzare in due la marcia, idea che fu accolta poco più tardi dalla sezione valtellinese del Cai. Marinelli fece appena in tempo a vedere il suo sogno realizzato: l’8 agosto del 1881 veniva investito da una valanga durante l’ascensione alla punta Dufour del Monte Rosa dal versante di Macugnaga. Il rifugio Marinelli sarà interessato da successivi ampliamenti nel 1906, 1915, 1917, 1925 e 1938. La Grande Guerra passò tra le pareti del rifugio, dove fu stabilita la scuola per gli Alpini sciatori guidata dal capitano Davide Valsecchi che con i suoi uomini contribuì a importanti lavori stradali che agevolarono l’accesso al rifugio, realizzando anche diverse migliorie alla struttura ricettiva. La grande svolta, per il rifugio all’ombra del Bernina, avvenne nel 1947 quando per iniziativa di Luigi Bombardieri furono reperiti i fondi necessari perché il rifugio gestito dalla sezione valtellinese del Cai potesse ammodernarsi e ingrandirsi ulteriormente. Bombardieri, dirigente della Banca di Sondrio e socio del Cai dagli anni Trenta, fu anche tra i fondatori dell’Ente del Turismo della Valtellina. Con lui lavorarono al progetto le guida alpine e custodi del rifugio Cesare Mitra e Cesare Follati, che a dorso di mulo e a spalla organizzarono il complicato trasporto di materiali che servirono a realizzare una struttura di grande capienza divisa in cinque piani, per una capienza che sfiorava i duecento ospiti. Bombardieri poté godere della realizzazione del nuovo Marinelli per una decina di anni. Il 28 aprile 1957 rimaneva ucciso in un incidente aereo proprio a poca distanza dal rifugio, sul ghiacciaio di Caspoggio. L’elicottero sul quale viaggiava con il pilota Secondino Pagano, il Bell 47 «Samba 23», urtò il cavo di una teleferica durante un volo dimostrativo sull’uso dell’elicottero nel soccorso alpino. da allora il suo nome affianca quello del fondatore Damiano Marinelli. Oggi il rifugio Marinelli-Bombardieri è uno dei più avanzati in tema di rispetto dell’ambiente, grazie ai nuovi impianti di depurazione e potabilizzazione. Si raggiunge in circa tre ore di cammino da Campo Moro, nel comune di Lanzada (Sondrio).
www.rifugiomarinellibombardieri.it
Veneto - Rifugio Nuvolau (Cortina d’Ampezzo) metri 2.575 slm.
Affacciato alla conca di Cortina d’Ampezzo come una grande balconata sulle Dolomiti, il rifugio Nivolau è il più antico delle Alpi orientali. La sua fondazione risale infatti al 1883 quando la zona era territorio dell’impero Austro-ungarico. La realizzazione del rifugio fu una sorta di ex-voto da parte del barone prussiano Friederich Von Meerheimb, che a Cortina trovò il clima adatto per guarire dagli acciacchi che lo affliggevano da lungo tempo. Per questo il primo nome del rifugio fu «Sachsendankhutte», ossia il «rifugio del ringraziamento sassone», affidato alla sezione ampezzina dell’Alpenverein, il club alpino austriaco. Nel 1911 la struttura sarà ampliata per far fronte alle sempre crescenti visite degli alpinisti, compreso uno dei primi servizi di trasporto zaini per teleferica. Pochi anni più tardi sarà lo scoppio della Grande Guerra a cambiare radicalmente la storia delle Dolomiti di Ampezzo, che divennero teatro di aspri combattimenti. Il Monte Nuvolau non fu risparmiato, e neppure il «Sachsendankhutte» scampò alle artiglierie, dopo essere stato conquistato dagli Italiani e adibito ad avamposto. La struttura, gravemente danneggiata dalla guerra, fu affidata al Cai ampezzino e ricostruita nel 1930. Tra le due guerre lo sviluppo turistico di Cortina fece da volano anche al Nuvolau, punto tappa di sciatori e escursionisti facilitati dalla costruzione dei nuovi impianti, come la funivia del Faloria del 1939. Dal 1973 al 2021 il Nuvolau è stato gestito da una coppia molto particolare: Mansueto Siorpaes, membro di una famiglia radicata a Cortina e Joanne Jorowski, canadese conosciuta durante un viaggio di studi hanno accolto migliaia di alpinisti su quella cima battuta dalle nuvole. Oggi il rifugio è stato affidato a una squadra di giovani amanti della montagna guidati da Emma Menardi, cortinese appassionata da sempre di trekking e alpinismo. Il Nuvolau ha 24 posti letto e si può raggiungere da diversi punti di partenza. Sicuramente la salita più agevole è quella che prevede l’uso delle seggiovie, quella da Fedare al rifugio Averau (m. 2.413) in funzione a luglio e agosto oppure l’impianto che da Bain de Donès porta al rifugio Scoiattoli (m. 2.255) da dove il Nuvolau è raggiungibile in circa 1 ora e 15 di cammino. La seggiovia in questo caso è in funzione da giugno a settembre.
www.rifugionuvolau.it
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La metà del XIX secolo fu l'età dell'oro dell'alpinismo e della conquista delle vette. La necessità di ripari organizzati e gestiti fu il primo obiettivo del Cai di Quintino Sella, nato poco dopo l'Unità d'Italia. La storia dei primi tre rifugi delle Alpi che ancora oggi accolgono gli escursionisti.Piemonte - Rifugio Alpetto (gruppo del Monviso) metri 2.268 slm.La storia del rifugio Alpetto è legata indissolubilmente alla conquista della vetta del Monviso, agli albori delle grandi imprese alpinistiche della seconda metà del secolo XIX. Il monte da cui sgorga il Po fu conquistato da una cordata di alpinisti britannici e francesi nell’agosto 1861: William Mathews, Frederick Jacob e i fratelli Jean-Baptiste e Michel Croz. Due anni dopo sarà l’illustre alpinista italiano Quintino Sella a raggiungere la cima, celebrando l’Unità d’Italia e la nascita del Club Alpino Italiano da lui fondato nello stesso anno, il 1863. Vicino all’Alpetto lo statista biellese, innamorato della montagna, scriveva delle sue esperienze alla moglie Clotilde Rey nell’anno della conquista del Monviso, ammirando il massiccio dai laghi delle Forciolline. All’indomani della conquista, all’Alpetto fu costruita una malga con la funzione di ospitare gli alpinisti. Nel 1866 quella costruzione in pietra e legno fu il primo rifugio ufficialmente affidato al Cai, grazie al quale gli escursionisti potevano spezzare la lunga marcia dall’abitato di Oncino.La testimonianza dell’importanza del rifugio Alpetto per i primi alpinisti ce la fornisce un compagno di ascensioni di Quintino Sella, Cesare Isaia. Avvocato e Segretario del Club Alpino Italiano, ascese al Monviso e lasciò scritte le sue memorie nel 1874. Il rifugio compare nella parte dedicata alla difficile discesa dopo aver raggiunta la vetta, mentre una fitta nebbia seguita ad una scarica di pietre mise in pericolo la vita della cordata. Il riparo offerto dal piccolo rifugio del Club fu una benedizione, come descriveva l’alpinista: «Passammo in mezzo a’due laghi più alti ed il più basso; e, dopo aver girata a settentrione quella seconda giogaia, cominciammo a discenderne il versante orientale dirigendoci verso l’Alpetto. Ma la notte era già buia, e la nebbia era addivenuta fitta per modo che si convertiva in pioggia leggera;…le guide smarriscono la strada. Fu questo per noi un contrattempo assai penoso, perché un forte temporale parea imminente. Si gridò d’ogni parte, in quella che si procede innanzi per sentieri scoscesi ed incerti. Finalmente un lume apparso in distanza in mezzo a nebbia fittissima ne riconfortò grandemente; e continuando sempre a gridare, ed andando incontro al chiarore, ci imbattemmo in uno de’pastori venuto incontro a noi dal Ricovero dell’Alpetto, costruito dal Comune d’Oncino col concorso del Club Alpino Italiano. Finalmente giungemmo bagnati e malconci alle 8 ore e 40 min. di sera: circa due ore dopo, un violento temporale scoppiò intorno a noi. La buona famiglia di pastori che abita in quel Ricovero ci accolse e ci trattò con grandissimo cuore. Ne apprestò latte e polenta per rifocillarci, e fieno e qualche pagliericcio per riposare la notte. Ma io confesso che per me passò più tranquillo e più saporito il sonno della notte precedente sulle pietre; ed aggirandomi d’ogni parte su quella paglia, pensavo di nuovo alla grande opportunità di ben tenute case di rifugio in quelle remote regioni». All’Alpetto, in quella notte di tempesta, era nata la concezione moderna del rifugio alpino. Nella sua struttura d’origine, il piccolo ricovero rimase in funzione solo fino al 1905, quando a poca distanza fu edificato un rifugio più capiente, che porta ancora oggi il nome di Quintino Sella. Caduto in disuso, l’Alpetto sarà recuperato soltanto nel 1985 dall’associazione Amici della montagna di Oncino. Nel 1998 il Cai di Cavour fece edificare quella che è la struttura attuale del rifugio, mentre dove sorgeva la prima malga è stato allestito un museo dedicato alle imprese dei pionieri dell’alpinismo sul Monviso. Oggi l’Alpetto offre 24 posti letto ed è aperto dal mese di giugno a settembre. Si raggiunge da Oncino e lasciando la macchina al parcheggio Maire Dacant, il rifugio si raggiunge in circa due ore di cammino.www.rifugioalpetto.itLombardia - Rifugio Marinelli-Bombardieri (gruppo del Bernina) metri 2.813 slm.In Valmalenco, nell’Alta valle di Scerscen ai piedi del Bernina sorge il rifugio Marinelli-Bombardieri. Si tratta della struttura ricettiva alpina più antica delle Alpi lombarde. Fu inaugurato nel 1880 e battezzato Rifugio Scerscen per iniziativa di uno dei pionieri del Club Alpino, il laziale Damiano Marinelli. Alla quota 2.800, alla fondazione era poco più che una capanna con due camere separate e un sottotetto per ospitare le guide locali circondato da una vista unica a 360 gradi sul Pizzo Sella, sul Roseg, il Monte Scerscen e sul Pizzo Bernina con i suoi 4.050 metri di altitudine, la cima più elevata delle Alpi Retiche. Il primo bivacco del Cai sulle montagne lombarde fu concepito da Marinelli durante un tentativo di ascesa al Bernina nel 1876. Proprio il fallimento di quell’ascesa da pioniere (il Bernina era stato scalato per la prima volta nel 1850 da una cordata svizzera) fece riflettere l’alpinista laziale sull’opportunità di stabilire una tappa intermedia con ricovero per spezzare in due la marcia, idea che fu accolta poco più tardi dalla sezione valtellinese del Cai. Marinelli fece appena in tempo a vedere il suo sogno realizzato: l’8 agosto del 1881 veniva investito da una valanga durante l’ascensione alla punta Dufour del Monte Rosa dal versante di Macugnaga. Il rifugio Marinelli sarà interessato da successivi ampliamenti nel 1906, 1915, 1917, 1925 e 1938. La Grande Guerra passò tra le pareti del rifugio, dove fu stabilita la scuola per gli Alpini sciatori guidata dal capitano Davide Valsecchi che con i suoi uomini contribuì a importanti lavori stradali che agevolarono l’accesso al rifugio, realizzando anche diverse migliorie alla struttura ricettiva. La grande svolta, per il rifugio all’ombra del Bernina, avvenne nel 1947 quando per iniziativa di Luigi Bombardieri furono reperiti i fondi necessari perché il rifugio gestito dalla sezione valtellinese del Cai potesse ammodernarsi e ingrandirsi ulteriormente. Bombardieri, dirigente della Banca di Sondrio e socio del Cai dagli anni Trenta, fu anche tra i fondatori dell’Ente del Turismo della Valtellina. Con lui lavorarono al progetto le guida alpine e custodi del rifugio Cesare Mitra e Cesare Follati, che a dorso di mulo e a spalla organizzarono il complicato trasporto di materiali che servirono a realizzare una struttura di grande capienza divisa in cinque piani, per una capienza che sfiorava i duecento ospiti. Bombardieri poté godere della realizzazione del nuovo Marinelli per una decina di anni. Il 28 aprile 1957 rimaneva ucciso in un incidente aereo proprio a poca distanza dal rifugio, sul ghiacciaio di Caspoggio. L’elicottero sul quale viaggiava con il pilota Secondino Pagano, il Bell 47 «Samba 23», urtò il cavo di una teleferica durante un volo dimostrativo sull’uso dell’elicottero nel soccorso alpino. da allora il suo nome affianca quello del fondatore Damiano Marinelli. Oggi il rifugio Marinelli-Bombardieri è uno dei più avanzati in tema di rispetto dell’ambiente, grazie ai nuovi impianti di depurazione e potabilizzazione. Si raggiunge in circa tre ore di cammino da Campo Moro, nel comune di Lanzada (Sondrio).www.rifugiomarinellibombardieri.itVeneto - Rifugio Nuvolau (Cortina d’Ampezzo) metri 2.575 slm.Affacciato alla conca di Cortina d’Ampezzo come una grande balconata sulle Dolomiti, il rifugio Nivolau è il più antico delle Alpi orientali. La sua fondazione risale infatti al 1883 quando la zona era territorio dell’impero Austro-ungarico. La realizzazione del rifugio fu una sorta di ex-voto da parte del barone prussiano Friederich Von Meerheimb, che a Cortina trovò il clima adatto per guarire dagli acciacchi che lo affliggevano da lungo tempo. Per questo il primo nome del rifugio fu «Sachsendankhutte», ossia il «rifugio del ringraziamento sassone», affidato alla sezione ampezzina dell’Alpenverein, il club alpino austriaco. Nel 1911 la struttura sarà ampliata per far fronte alle sempre crescenti visite degli alpinisti, compreso uno dei primi servizi di trasporto zaini per teleferica. Pochi anni più tardi sarà lo scoppio della Grande Guerra a cambiare radicalmente la storia delle Dolomiti di Ampezzo, che divennero teatro di aspri combattimenti. Il Monte Nuvolau non fu risparmiato, e neppure il «Sachsendankhutte» scampò alle artiglierie, dopo essere stato conquistato dagli Italiani e adibito ad avamposto. La struttura, gravemente danneggiata dalla guerra, fu affidata al Cai ampezzino e ricostruita nel 1930. Tra le due guerre lo sviluppo turistico di Cortina fece da volano anche al Nuvolau, punto tappa di sciatori e escursionisti facilitati dalla costruzione dei nuovi impianti, come la funivia del Faloria del 1939. Dal 1973 al 2021 il Nuvolau è stato gestito da una coppia molto particolare: Mansueto Siorpaes, membro di una famiglia radicata a Cortina e Joanne Jorowski, canadese conosciuta durante un viaggio di studi hanno accolto migliaia di alpinisti su quella cima battuta dalle nuvole. Oggi il rifugio è stato affidato a una squadra di giovani amanti della montagna guidati da Emma Menardi, cortinese appassionata da sempre di trekking e alpinismo. Il Nuvolau ha 24 posti letto e si può raggiungere da diversi punti di partenza. Sicuramente la salita più agevole è quella che prevede l’uso delle seggiovie, quella da Fedare al rifugio Averau (m. 2.413) in funzione a luglio e agosto oppure l’impianto che da Bain de Donès porta al rifugio Scoiattoli (m. 2.255) da dove il Nuvolau è raggiungibile in circa 1 ora e 15 di cammino. La seggiovia in questo caso è in funzione da giugno a settembre.www.rifugionuvolau.it
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In venti contro 4 li aggrediscono armati di spranghe. Le immagini sono al vaglio della Digos. Uno dei quattro militanti è stato trasportato in ospedale in codice giallo.
Getty images
Domani 9 gennaio a Milano arrivano migliaia di trattori per dire no all’accordo; si mobilitano da Rivolta agricola, agli allevatori piemontesi, fino ai Comitati degli agricoltori ormai diffusi in tutto il Nord e Centro Italia. Fanno quello che sta succedendo in Francia dove da settimane il Paese è bloccato dalle proteste, in Polonia dove alla fine dell’anno i trattori hanno bloccato le autostrade, in Ungheria, in Romania e in Repubblica Ceca dove oltre al no al trattato commerciale con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay a cui si aggiunge la Bolivia, c’è anche il no all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Queste proteste stanno raffreddando i governi e l’intesa che appena 48 ore fa era data per fatta dopo che Giorgia Meloni aveva ottenuto la disponibilità di Ursula von der Leyen a mettere sulla prossima Pac 45 miliardi (all’Italia ne andrebbero 10 con un miliardo di vantaggio rispetto alla quota consolidata) è tornata in discussione.
Ieri il presidente della Commissione aveva favorito una riunione dei ministri agricoli dei 27 con i commissari all’agricoltura e al commercio per arrivare alla ratifica del Mercosur. Il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha detto: «Firmiamo solo se ci sono delle garanzie. Guardiamo agli accordi che eliminano le barriere tariffarie e non tariffarie con uno sguardo positivo, ma non si può mettere in discussione il nostro sistema economico o una parte di questo». Tradotto: senza clausola di reciprocità (sui fitofarmaci, sui controlli sanitari e di qualità, sull’utilizzo di manodopera regolare) il Mercosur non passa. Lollobrigida ha rivendicato che la Commissione si è «convinta ad accettare la proposta italiana sulla Pac che torna centrale nelle politiche europee. La dotazione finanziaria», ha specificato, «deve garantire alcuni settori rispetto alle fluttuazioni di mercato. Ma non ci interessa pagare il funerale a qualcuno, ci interessa che qualcuno resti in vita e continui a produrre». La preoccupazione è per un’invasione di prodotti del Sudamerica (il Brasile è già il primo fornitore dell’Ue di materia agricola per quasi 10 miliardi): dalla carne alla soia, dal riso allo zucchero.
Ieri si è svolto anche un vertice dei Paesi di Visegrad. I ministri di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno detto: «Siamo qui per difendere i nostri agricoltori, la sicurezza alimentare non deve essere oggetto dei giochi politici». L’ungherese Itsvan Nagy ha aggiunto: «Sono a Bruxelles sul campo di battaglia, le preoccupazioni degli agricoltori sono giustificate». Gianmarco Centinaio, vicepresidente del Senato (Lega, ex ministro agricolo) annuncia: «La Commissione europea non può pensare che le garanzie chieste dai nostri agricoltori siano in vendita. Un conto sono le risorse per la Pac, finalmente aumentate grazie al governo italiano, un altro conto è l’accordo Mercosur, per il quale serve reciprocità. Condivido la richiesta degli agricoltori e venerdì andrò ad ascoltare quanti scenderanno in piazza a Milano».
Del pari la Coldiretti sta in guardia sul Mercosur: un sì dell’Italia senza clausola di reciprocità è inaccettabile. Ettore Prandini, presidente, e Vincenzo Gesmundo, segretario, in una nota sostengono: l’annuncio dei 10 miliardi in più sulla Pac «ottenuto grazie al ruolo determinante svolto dal governo e dal ministro Lollobrigida» così come la marcia indietro sui tagli e le modifiche al fondo sulle aree rurali sono positivi, ma ora «devono seguire atti legislativi europei». Coldiretti non si fida della «tecnocrazia di Bruxelles» e annuncia: «Proseguiamo la mobilitazione permanente: dal 20 gennaio e fino alla fine del mese manifestazioni coinvolgeranno oltre 100.000 soci; inizieremo con Lombardia, Piemonte, Veneto e Lazio e si proseguirà in Emilia-Romagna, Toscana, Puglia, Campania, Sicilia e Sardegna. Saranno le occasioni per difendere le conquiste ottenute sulla Pac e chiarire la nostra contrarietà a un accordo Mercosur che non garantisca parità di trattamento tra agricoltori europei e sudamericani».
In Francia i trattori stanno preparando l’assedio di Parigi. Ieri è stato approvato un decreto che blocca l’import dal Sudamerica e l’ex ministro dell’Interno Bruno Retailleau ha detto: «Se Emmanuel Macron firma il Mercosur presento la mozione di sfiducia al governo». La baronessa Von der Leyen deve attendere.
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Ansa
Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
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Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».