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2022-05-02
I tre rifugi più antichi delle Alpi italiane
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Il rifugio Nuvolau, sulle Dolomiti di Cortina d'Ampezzo (IStock)
Piemonte - Rifugio Alpetto (gruppo del Monviso) metri 2.268 slm.
La storia del rifugio Alpetto è legata indissolubilmente alla conquista della vetta del Monviso, agli albori delle grandi imprese alpinistiche della seconda metà del secolo XIX. Il monte da cui sgorga il Po fu conquistato da una cordata di alpinisti britannici e francesi nell’agosto 1861: William Mathews, Frederick Jacob e i fratelli Jean-Baptiste e Michel Croz. Due anni dopo sarà l’illustre alpinista italiano Quintino Sella a raggiungere la cima, celebrando l’Unità d’Italia e la nascita del Club Alpino Italiano da lui fondato nello stesso anno, il 1863. Vicino all’Alpetto lo statista biellese, innamorato della montagna, scriveva delle sue esperienze alla moglie Clotilde Rey nell’anno della conquista del Monviso, ammirando il massiccio dai laghi delle Forciolline. All’indomani della conquista, all’Alpetto fu costruita una malga con la funzione di ospitare gli alpinisti. Nel 1866 quella costruzione in pietra e legno fu il primo rifugio ufficialmente affidato al Cai, grazie al quale gli escursionisti potevano spezzare la lunga marcia dall’abitato di Oncino.
La testimonianza dell’importanza del rifugio Alpetto per i primi alpinisti ce la fornisce un compagno di ascensioni di Quintino Sella, Cesare Isaia. Avvocato e Segretario del Club Alpino Italiano, ascese al Monviso e lasciò scritte le sue memorie nel 1874. Il rifugio compare nella parte dedicata alla difficile discesa dopo aver raggiunta la vetta, mentre una fitta nebbia seguita ad una scarica di pietre mise in pericolo la vita della cordata. Il riparo offerto dal piccolo rifugio del Club fu una benedizione, come descriveva l’alpinista: «Passammo in mezzo a’due laghi più alti ed il più basso; e, dopo aver girata a settentrione quella seconda giogaia, cominciammo a discenderne il versante orientale dirigendoci verso l’Alpetto. Ma la notte era già buia, e la nebbia era addivenuta fitta per modo che si convertiva in pioggia leggera;…le guide smarriscono la strada. Fu questo per noi un contrattempo assai penoso, perché un forte temporale parea imminente. Si gridò d’ogni parte, in quella che si procede innanzi per sentieri scoscesi ed incerti. Finalmente un lume apparso in distanza in mezzo a nebbia fittissima ne riconfortò grandemente; e continuando sempre a gridare, ed andando incontro al chiarore, ci imbattemmo in uno de’pastori venuto incontro a noi dal Ricovero dell’Alpetto, costruito dal Comune d’Oncino col concorso del Club Alpino Italiano. Finalmente giungemmo bagnati e malconci alle 8 ore e 40 min. di sera: circa due ore dopo, un violento temporale scoppiò intorno a noi. La buona famiglia di pastori che abita in quel Ricovero ci accolse e ci trattò con grandissimo cuore. Ne apprestò latte e polenta per rifocillarci, e fieno e qualche pagliericcio per riposare la notte. Ma io confesso che per me passò più tranquillo e più saporito il sonno della notte precedente sulle pietre; ed aggirandomi d’ogni parte su quella paglia, pensavo di nuovo alla grande opportunità di ben tenute case di rifugio in quelle remote regioni». All’Alpetto, in quella notte di tempesta, era nata la concezione moderna del rifugio alpino.
Nella sua struttura d’origine, il piccolo ricovero rimase in funzione solo fino al 1905, quando a poca distanza fu edificato un rifugio più capiente, che porta ancora oggi il nome di Quintino Sella. Caduto in disuso, l’Alpetto sarà recuperato soltanto nel 1985 dall’associazione Amici della montagna di Oncino. Nel 1998 il Cai di Cavour fece edificare quella che è la struttura attuale del rifugio, mentre dove sorgeva la prima malga è stato allestito un museo dedicato alle imprese dei pionieri dell’alpinismo sul Monviso. Oggi l’Alpetto offre 24 posti letto ed è aperto dal mese di giugno a settembre. Si raggiunge da Oncino e lasciando la macchina al parcheggio Maire Dacant, il rifugio si raggiunge in circa due ore di cammino.
www.rifugioalpetto.it
Lombardia - Rifugio Marinelli-Bombardieri (gruppo del Bernina) metri 2.813 slm.
In Valmalenco, nell’Alta valle di Scerscen ai piedi del Bernina sorge il rifugio Marinelli-Bombardieri. Si tratta della struttura ricettiva alpina più antica delle Alpi lombarde. Fu inaugurato nel 1880 e battezzato Rifugio Scerscen per iniziativa di uno dei pionieri del Club Alpino, il laziale Damiano Marinelli. Alla quota 2.800, alla fondazione era poco più che una capanna con due camere separate e un sottotetto per ospitare le guide locali circondato da una vista unica a 360 gradi sul Pizzo Sella, sul Roseg, il Monte Scerscen e sul Pizzo Bernina con i suoi 4.050 metri di altitudine, la cima più elevata delle Alpi Retiche. Il primo bivacco del Cai sulle montagne lombarde fu concepito da Marinelli durante un tentativo di ascesa al Bernina nel 1876. Proprio il fallimento di quell’ascesa da pioniere (il Bernina era stato scalato per la prima volta nel 1850 da una cordata svizzera) fece riflettere l’alpinista laziale sull’opportunità di stabilire una tappa intermedia con ricovero per spezzare in due la marcia, idea che fu accolta poco più tardi dalla sezione valtellinese del Cai. Marinelli fece appena in tempo a vedere il suo sogno realizzato: l’8 agosto del 1881 veniva investito da una valanga durante l’ascensione alla punta Dufour del Monte Rosa dal versante di Macugnaga. Il rifugio Marinelli sarà interessato da successivi ampliamenti nel 1906, 1915, 1917, 1925 e 1938. La Grande Guerra passò tra le pareti del rifugio, dove fu stabilita la scuola per gli Alpini sciatori guidata dal capitano Davide Valsecchi che con i suoi uomini contribuì a importanti lavori stradali che agevolarono l’accesso al rifugio, realizzando anche diverse migliorie alla struttura ricettiva. La grande svolta, per il rifugio all’ombra del Bernina, avvenne nel 1947 quando per iniziativa di Luigi Bombardieri furono reperiti i fondi necessari perché il rifugio gestito dalla sezione valtellinese del Cai potesse ammodernarsi e ingrandirsi ulteriormente. Bombardieri, dirigente della Banca di Sondrio e socio del Cai dagli anni Trenta, fu anche tra i fondatori dell’Ente del Turismo della Valtellina. Con lui lavorarono al progetto le guida alpine e custodi del rifugio Cesare Mitra e Cesare Follati, che a dorso di mulo e a spalla organizzarono il complicato trasporto di materiali che servirono a realizzare una struttura di grande capienza divisa in cinque piani, per una capienza che sfiorava i duecento ospiti. Bombardieri poté godere della realizzazione del nuovo Marinelli per una decina di anni. Il 28 aprile 1957 rimaneva ucciso in un incidente aereo proprio a poca distanza dal rifugio, sul ghiacciaio di Caspoggio. L’elicottero sul quale viaggiava con il pilota Secondino Pagano, il Bell 47 «Samba 23», urtò il cavo di una teleferica durante un volo dimostrativo sull’uso dell’elicottero nel soccorso alpino. da allora il suo nome affianca quello del fondatore Damiano Marinelli. Oggi il rifugio Marinelli-Bombardieri è uno dei più avanzati in tema di rispetto dell’ambiente, grazie ai nuovi impianti di depurazione e potabilizzazione. Si raggiunge in circa tre ore di cammino da Campo Moro, nel comune di Lanzada (Sondrio).
www.rifugiomarinellibombardieri.it
Veneto - Rifugio Nuvolau (Cortina d’Ampezzo) metri 2.575 slm.
Affacciato alla conca di Cortina d’Ampezzo come una grande balconata sulle Dolomiti, il rifugio Nivolau è il più antico delle Alpi orientali. La sua fondazione risale infatti al 1883 quando la zona era territorio dell’impero Austro-ungarico. La realizzazione del rifugio fu una sorta di ex-voto da parte del barone prussiano Friederich Von Meerheimb, che a Cortina trovò il clima adatto per guarire dagli acciacchi che lo affliggevano da lungo tempo. Per questo il primo nome del rifugio fu «Sachsendankhutte», ossia il «rifugio del ringraziamento sassone», affidato alla sezione ampezzina dell’Alpenverein, il club alpino austriaco. Nel 1911 la struttura sarà ampliata per far fronte alle sempre crescenti visite degli alpinisti, compreso uno dei primi servizi di trasporto zaini per teleferica. Pochi anni più tardi sarà lo scoppio della Grande Guerra a cambiare radicalmente la storia delle Dolomiti di Ampezzo, che divennero teatro di aspri combattimenti. Il Monte Nuvolau non fu risparmiato, e neppure il «Sachsendankhutte» scampò alle artiglierie, dopo essere stato conquistato dagli Italiani e adibito ad avamposto. La struttura, gravemente danneggiata dalla guerra, fu affidata al Cai ampezzino e ricostruita nel 1930. Tra le due guerre lo sviluppo turistico di Cortina fece da volano anche al Nuvolau, punto tappa di sciatori e escursionisti facilitati dalla costruzione dei nuovi impianti, come la funivia del Faloria del 1939. Dal 1973 al 2021 il Nuvolau è stato gestito da una coppia molto particolare: Mansueto Siorpaes, membro di una famiglia radicata a Cortina e Joanne Jorowski, canadese conosciuta durante un viaggio di studi hanno accolto migliaia di alpinisti su quella cima battuta dalle nuvole. Oggi il rifugio è stato affidato a una squadra di giovani amanti della montagna guidati da Emma Menardi, cortinese appassionata da sempre di trekking e alpinismo. Il Nuvolau ha 24 posti letto e si può raggiungere da diversi punti di partenza. Sicuramente la salita più agevole è quella che prevede l’uso delle seggiovie, quella da Fedare al rifugio Averau (m. 2.413) in funzione a luglio e agosto oppure l’impianto che da Bain de Donès porta al rifugio Scoiattoli (m. 2.255) da dove il Nuvolau è raggiungibile in circa 1 ora e 15 di cammino. La seggiovia in questo caso è in funzione da giugno a settembre.
www.rifugionuvolau.it
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La metà del XIX secolo fu l'età dell'oro dell'alpinismo e della conquista delle vette. La necessità di ripari organizzati e gestiti fu il primo obiettivo del Cai di Quintino Sella, nato poco dopo l'Unità d'Italia. La storia dei primi tre rifugi delle Alpi che ancora oggi accolgono gli escursionisti.Piemonte - Rifugio Alpetto (gruppo del Monviso) metri 2.268 slm.La storia del rifugio Alpetto è legata indissolubilmente alla conquista della vetta del Monviso, agli albori delle grandi imprese alpinistiche della seconda metà del secolo XIX. Il monte da cui sgorga il Po fu conquistato da una cordata di alpinisti britannici e francesi nell’agosto 1861: William Mathews, Frederick Jacob e i fratelli Jean-Baptiste e Michel Croz. Due anni dopo sarà l’illustre alpinista italiano Quintino Sella a raggiungere la cima, celebrando l’Unità d’Italia e la nascita del Club Alpino Italiano da lui fondato nello stesso anno, il 1863. Vicino all’Alpetto lo statista biellese, innamorato della montagna, scriveva delle sue esperienze alla moglie Clotilde Rey nell’anno della conquista del Monviso, ammirando il massiccio dai laghi delle Forciolline. All’indomani della conquista, all’Alpetto fu costruita una malga con la funzione di ospitare gli alpinisti. Nel 1866 quella costruzione in pietra e legno fu il primo rifugio ufficialmente affidato al Cai, grazie al quale gli escursionisti potevano spezzare la lunga marcia dall’abitato di Oncino.La testimonianza dell’importanza del rifugio Alpetto per i primi alpinisti ce la fornisce un compagno di ascensioni di Quintino Sella, Cesare Isaia. Avvocato e Segretario del Club Alpino Italiano, ascese al Monviso e lasciò scritte le sue memorie nel 1874. Il rifugio compare nella parte dedicata alla difficile discesa dopo aver raggiunta la vetta, mentre una fitta nebbia seguita ad una scarica di pietre mise in pericolo la vita della cordata. Il riparo offerto dal piccolo rifugio del Club fu una benedizione, come descriveva l’alpinista: «Passammo in mezzo a’due laghi più alti ed il più basso; e, dopo aver girata a settentrione quella seconda giogaia, cominciammo a discenderne il versante orientale dirigendoci verso l’Alpetto. Ma la notte era già buia, e la nebbia era addivenuta fitta per modo che si convertiva in pioggia leggera;…le guide smarriscono la strada. Fu questo per noi un contrattempo assai penoso, perché un forte temporale parea imminente. Si gridò d’ogni parte, in quella che si procede innanzi per sentieri scoscesi ed incerti. Finalmente un lume apparso in distanza in mezzo a nebbia fittissima ne riconfortò grandemente; e continuando sempre a gridare, ed andando incontro al chiarore, ci imbattemmo in uno de’pastori venuto incontro a noi dal Ricovero dell’Alpetto, costruito dal Comune d’Oncino col concorso del Club Alpino Italiano. Finalmente giungemmo bagnati e malconci alle 8 ore e 40 min. di sera: circa due ore dopo, un violento temporale scoppiò intorno a noi. La buona famiglia di pastori che abita in quel Ricovero ci accolse e ci trattò con grandissimo cuore. Ne apprestò latte e polenta per rifocillarci, e fieno e qualche pagliericcio per riposare la notte. Ma io confesso che per me passò più tranquillo e più saporito il sonno della notte precedente sulle pietre; ed aggirandomi d’ogni parte su quella paglia, pensavo di nuovo alla grande opportunità di ben tenute case di rifugio in quelle remote regioni». All’Alpetto, in quella notte di tempesta, era nata la concezione moderna del rifugio alpino. Nella sua struttura d’origine, il piccolo ricovero rimase in funzione solo fino al 1905, quando a poca distanza fu edificato un rifugio più capiente, che porta ancora oggi il nome di Quintino Sella. Caduto in disuso, l’Alpetto sarà recuperato soltanto nel 1985 dall’associazione Amici della montagna di Oncino. Nel 1998 il Cai di Cavour fece edificare quella che è la struttura attuale del rifugio, mentre dove sorgeva la prima malga è stato allestito un museo dedicato alle imprese dei pionieri dell’alpinismo sul Monviso. Oggi l’Alpetto offre 24 posti letto ed è aperto dal mese di giugno a settembre. Si raggiunge da Oncino e lasciando la macchina al parcheggio Maire Dacant, il rifugio si raggiunge in circa due ore di cammino.www.rifugioalpetto.itLombardia - Rifugio Marinelli-Bombardieri (gruppo del Bernina) metri 2.813 slm.In Valmalenco, nell’Alta valle di Scerscen ai piedi del Bernina sorge il rifugio Marinelli-Bombardieri. Si tratta della struttura ricettiva alpina più antica delle Alpi lombarde. Fu inaugurato nel 1880 e battezzato Rifugio Scerscen per iniziativa di uno dei pionieri del Club Alpino, il laziale Damiano Marinelli. Alla quota 2.800, alla fondazione era poco più che una capanna con due camere separate e un sottotetto per ospitare le guide locali circondato da una vista unica a 360 gradi sul Pizzo Sella, sul Roseg, il Monte Scerscen e sul Pizzo Bernina con i suoi 4.050 metri di altitudine, la cima più elevata delle Alpi Retiche. Il primo bivacco del Cai sulle montagne lombarde fu concepito da Marinelli durante un tentativo di ascesa al Bernina nel 1876. Proprio il fallimento di quell’ascesa da pioniere (il Bernina era stato scalato per la prima volta nel 1850 da una cordata svizzera) fece riflettere l’alpinista laziale sull’opportunità di stabilire una tappa intermedia con ricovero per spezzare in due la marcia, idea che fu accolta poco più tardi dalla sezione valtellinese del Cai. Marinelli fece appena in tempo a vedere il suo sogno realizzato: l’8 agosto del 1881 veniva investito da una valanga durante l’ascensione alla punta Dufour del Monte Rosa dal versante di Macugnaga. Il rifugio Marinelli sarà interessato da successivi ampliamenti nel 1906, 1915, 1917, 1925 e 1938. La Grande Guerra passò tra le pareti del rifugio, dove fu stabilita la scuola per gli Alpini sciatori guidata dal capitano Davide Valsecchi che con i suoi uomini contribuì a importanti lavori stradali che agevolarono l’accesso al rifugio, realizzando anche diverse migliorie alla struttura ricettiva. La grande svolta, per il rifugio all’ombra del Bernina, avvenne nel 1947 quando per iniziativa di Luigi Bombardieri furono reperiti i fondi necessari perché il rifugio gestito dalla sezione valtellinese del Cai potesse ammodernarsi e ingrandirsi ulteriormente. Bombardieri, dirigente della Banca di Sondrio e socio del Cai dagli anni Trenta, fu anche tra i fondatori dell’Ente del Turismo della Valtellina. Con lui lavorarono al progetto le guida alpine e custodi del rifugio Cesare Mitra e Cesare Follati, che a dorso di mulo e a spalla organizzarono il complicato trasporto di materiali che servirono a realizzare una struttura di grande capienza divisa in cinque piani, per una capienza che sfiorava i duecento ospiti. Bombardieri poté godere della realizzazione del nuovo Marinelli per una decina di anni. Il 28 aprile 1957 rimaneva ucciso in un incidente aereo proprio a poca distanza dal rifugio, sul ghiacciaio di Caspoggio. L’elicottero sul quale viaggiava con il pilota Secondino Pagano, il Bell 47 «Samba 23», urtò il cavo di una teleferica durante un volo dimostrativo sull’uso dell’elicottero nel soccorso alpino. da allora il suo nome affianca quello del fondatore Damiano Marinelli. Oggi il rifugio Marinelli-Bombardieri è uno dei più avanzati in tema di rispetto dell’ambiente, grazie ai nuovi impianti di depurazione e potabilizzazione. Si raggiunge in circa tre ore di cammino da Campo Moro, nel comune di Lanzada (Sondrio).www.rifugiomarinellibombardieri.itVeneto - Rifugio Nuvolau (Cortina d’Ampezzo) metri 2.575 slm.Affacciato alla conca di Cortina d’Ampezzo come una grande balconata sulle Dolomiti, il rifugio Nivolau è il più antico delle Alpi orientali. La sua fondazione risale infatti al 1883 quando la zona era territorio dell’impero Austro-ungarico. La realizzazione del rifugio fu una sorta di ex-voto da parte del barone prussiano Friederich Von Meerheimb, che a Cortina trovò il clima adatto per guarire dagli acciacchi che lo affliggevano da lungo tempo. Per questo il primo nome del rifugio fu «Sachsendankhutte», ossia il «rifugio del ringraziamento sassone», affidato alla sezione ampezzina dell’Alpenverein, il club alpino austriaco. Nel 1911 la struttura sarà ampliata per far fronte alle sempre crescenti visite degli alpinisti, compreso uno dei primi servizi di trasporto zaini per teleferica. Pochi anni più tardi sarà lo scoppio della Grande Guerra a cambiare radicalmente la storia delle Dolomiti di Ampezzo, che divennero teatro di aspri combattimenti. Il Monte Nuvolau non fu risparmiato, e neppure il «Sachsendankhutte» scampò alle artiglierie, dopo essere stato conquistato dagli Italiani e adibito ad avamposto. La struttura, gravemente danneggiata dalla guerra, fu affidata al Cai ampezzino e ricostruita nel 1930. Tra le due guerre lo sviluppo turistico di Cortina fece da volano anche al Nuvolau, punto tappa di sciatori e escursionisti facilitati dalla costruzione dei nuovi impianti, come la funivia del Faloria del 1939. Dal 1973 al 2021 il Nuvolau è stato gestito da una coppia molto particolare: Mansueto Siorpaes, membro di una famiglia radicata a Cortina e Joanne Jorowski, canadese conosciuta durante un viaggio di studi hanno accolto migliaia di alpinisti su quella cima battuta dalle nuvole. Oggi il rifugio è stato affidato a una squadra di giovani amanti della montagna guidati da Emma Menardi, cortinese appassionata da sempre di trekking e alpinismo. Il Nuvolau ha 24 posti letto e si può raggiungere da diversi punti di partenza. Sicuramente la salita più agevole è quella che prevede l’uso delle seggiovie, quella da Fedare al rifugio Averau (m. 2.413) in funzione a luglio e agosto oppure l’impianto che da Bain de Donès porta al rifugio Scoiattoli (m. 2.255) da dove il Nuvolau è raggiungibile in circa 1 ora e 15 di cammino. La seggiovia in questo caso è in funzione da giugno a settembre.www.rifugionuvolau.it
Il silenzio che precede il suo intervento è carico di significati politici: la sua ascesa ai vertici del sistema iraniano segnala che l’establishment religioso ha deciso di imboccare apertamente la strada dello scontro con Stati Uniti e Israele. Donald Trump avrebbe detto ai suoi collaboratori di essere disposto ad appoggiare l’uccisione della nuova Guida suprema iraniana, qualora questi si rifiutasse di accogliere le richieste degli Stati Uniti, tra cui la sospensione dello sviluppo del programma nucleare iraniano. Lo riportano al Wall Street Journal funzionari attuali e passati della Casa Bianca. A Washington la nomina di Khamenei è considerata la scelta peggiore possibile, decisa direttamente dai Pasdaran. Secondo le stesse fonti, Israele sarebbe pronto a condurre operazioni mirate contro il nuovo leader, in modalità simili a quelle che hanno portato all’uccisione del predecessore, Ali Khamenei, e sua moglie.
La scelta di puntare su Mojtaba Khamenei, figura da anni molto vicina ai vertici del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica e agli apparati di sicurezza, rappresenta un messaggio chiaro: il potere iraniano ha optato per una linea di continuità dura, pronta a sostenere il confronto internazionale anche a costo di devastare il Paese. La sua designazione segna inoltre la definitiva sconfitta delle correnti riformiste che, negli ultimi anni, avevano tentato senza successo di rallentare o bloccare il percorso che lo avrebbe portato alla guida dello Stato. Una parte significativa del clero sciita guarda inoltre con sospetto alla sua nomina, poiché Mojtaba non possiede il percorso accademico religioso tradizionalmente richiesto per ottenere il titolo di ayatollah.
Secondo diversi analisti, il nuovo leader adotterà un atteggiamento particolarmente aggressivo nei confronti dell’Occidente e lo stesso farà con gli strumenti di controllo interno. Una prospettiva che lascia prevedere un giro di vite ancora più duro rispetto alla stagione repressiva del padre. Nonostante abbia sempre mantenuto un profilo pubblico relativamente basso, Mojtaba Khamenei è da tempo considerato un sostenitore della linea della sicurezza totale contro qualsiasi forma di dissenso. Durante le proteste del Movimento Verde del 2009, numerosi osservatori lo indicarono come uno dei principali supervisori della repressione contro i manifestanti. In quelle settimane il suo nome divenne uno dei bersagli più odiati della piazza: «Mojtaba, possa tu morire prima di diventare leader», gridavano i dimostranti. Anche durante le mobilitazioni del 2022, i media vicini al potere lo hanno indicato come uno degli uomini chiave per garantire la stabilità del sistema. I suoi sostenitori - che includono esponenti dei Pasdaran, membri dei paramilitari Basij, religiosi ultraconservatori di Qom e funzionari legati all’ufficio della Guida Suprema - lo descrivono come un uomo riservato, profondamente religioso e con una conoscenza dettagliata degli apparati di sicurezza che parla fluentemente l’inglese. La rete di relazioni costruita da Mojtaba affonda le radici negli anni della sua giovinezza.
Durante la guerra Iran-Iraq prestò servizio nel battaglione Habib delle Guardie rivoluzionarie, un’unità militare dalla quale sarebbero poi emersi numerosi comandanti di alto rango, tra cui Esmail Kowsari. Ma dietro le tensioni politiche che hanno accompagnato la sua ascesa esiste anche un altro elemento, molto più concreto. Non si tratta soltanto di dottrina religiosa o equilibri di potere. In gioco c’è il controllo di uno dei sistemi economici più oscuri dell’intero Medio Oriente. Il centro di questo sistema è il Setad, acronimo persiano di «Sede esecutiva dell’Ordine dell’Imam».
La fondazione fu istituita nel 1989 su ordine di Khomeini con l’obiettivo ufficiale di amministrare i beni confiscati dopo la rivoluzione del 1979. Nel tempo si è trasformata in una gigantesca holding con interessi in quasi ogni comparto dell’economia iraniana: immobili, telecomunicazioni, banche, assicurazioni, agricoltura, energia e industria. Un’inchiesta pubblicata nel 2013 stimò il valore di questo impero economico in circa 95 miliardi di dollari. Oggi quella cifra, secondo diverse valutazioni, avrebbe superato i 200 miliardi. Il potere finanziario legato alla nuova Guida suprema non si limiterebbe però all’Iran.
Mojtaba Khamenei sarebbe infatti associato a un vasto patrimonio immobiliare nel Regno Unito. Undici residenze nel quartiere londinese di Hampstead, noto come «la strada dei miliardari», e due appartamenti di lusso vicino a Kensington Palace sarebbero stati acquistati tra il 2013 e il 2016 con proventi del petrolio iraniano venduto aggirando le sanzioni. Gli immobili risultano intestati all’imprenditore Ali Ansari, ritenuto vicino alla famiglia Khamenei e sospettato di aver agito da prestanome. Le due proprietà di Kensington, del valore di circa 60 milioni di euro e situate a pochi metri dall’ambasciata israeliana, hanno alimentato anche sospetti di possibili attività di intelligence.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 10 marzo con Carlo Cambi