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2022-05-02
I tre rifugi più antichi delle Alpi italiane
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Il rifugio Nuvolau, sulle Dolomiti di Cortina d'Ampezzo (IStock)
Piemonte - Rifugio Alpetto (gruppo del Monviso) metri 2.268 slm.
La storia del rifugio Alpetto è legata indissolubilmente alla conquista della vetta del Monviso, agli albori delle grandi imprese alpinistiche della seconda metà del secolo XIX. Il monte da cui sgorga il Po fu conquistato da una cordata di alpinisti britannici e francesi nell’agosto 1861: William Mathews, Frederick Jacob e i fratelli Jean-Baptiste e Michel Croz. Due anni dopo sarà l’illustre alpinista italiano Quintino Sella a raggiungere la cima, celebrando l’Unità d’Italia e la nascita del Club Alpino Italiano da lui fondato nello stesso anno, il 1863. Vicino all’Alpetto lo statista biellese, innamorato della montagna, scriveva delle sue esperienze alla moglie Clotilde Rey nell’anno della conquista del Monviso, ammirando il massiccio dai laghi delle Forciolline. All’indomani della conquista, all’Alpetto fu costruita una malga con la funzione di ospitare gli alpinisti. Nel 1866 quella costruzione in pietra e legno fu il primo rifugio ufficialmente affidato al Cai, grazie al quale gli escursionisti potevano spezzare la lunga marcia dall’abitato di Oncino.
La testimonianza dell’importanza del rifugio Alpetto per i primi alpinisti ce la fornisce un compagno di ascensioni di Quintino Sella, Cesare Isaia. Avvocato e Segretario del Club Alpino Italiano, ascese al Monviso e lasciò scritte le sue memorie nel 1874. Il rifugio compare nella parte dedicata alla difficile discesa dopo aver raggiunta la vetta, mentre una fitta nebbia seguita ad una scarica di pietre mise in pericolo la vita della cordata. Il riparo offerto dal piccolo rifugio del Club fu una benedizione, come descriveva l’alpinista: «Passammo in mezzo a’due laghi più alti ed il più basso; e, dopo aver girata a settentrione quella seconda giogaia, cominciammo a discenderne il versante orientale dirigendoci verso l’Alpetto. Ma la notte era già buia, e la nebbia era addivenuta fitta per modo che si convertiva in pioggia leggera;…le guide smarriscono la strada. Fu questo per noi un contrattempo assai penoso, perché un forte temporale parea imminente. Si gridò d’ogni parte, in quella che si procede innanzi per sentieri scoscesi ed incerti. Finalmente un lume apparso in distanza in mezzo a nebbia fittissima ne riconfortò grandemente; e continuando sempre a gridare, ed andando incontro al chiarore, ci imbattemmo in uno de’pastori venuto incontro a noi dal Ricovero dell’Alpetto, costruito dal Comune d’Oncino col concorso del Club Alpino Italiano. Finalmente giungemmo bagnati e malconci alle 8 ore e 40 min. di sera: circa due ore dopo, un violento temporale scoppiò intorno a noi. La buona famiglia di pastori che abita in quel Ricovero ci accolse e ci trattò con grandissimo cuore. Ne apprestò latte e polenta per rifocillarci, e fieno e qualche pagliericcio per riposare la notte. Ma io confesso che per me passò più tranquillo e più saporito il sonno della notte precedente sulle pietre; ed aggirandomi d’ogni parte su quella paglia, pensavo di nuovo alla grande opportunità di ben tenute case di rifugio in quelle remote regioni». All’Alpetto, in quella notte di tempesta, era nata la concezione moderna del rifugio alpino.
Nella sua struttura d’origine, il piccolo ricovero rimase in funzione solo fino al 1905, quando a poca distanza fu edificato un rifugio più capiente, che porta ancora oggi il nome di Quintino Sella. Caduto in disuso, l’Alpetto sarà recuperato soltanto nel 1985 dall’associazione Amici della montagna di Oncino. Nel 1998 il Cai di Cavour fece edificare quella che è la struttura attuale del rifugio, mentre dove sorgeva la prima malga è stato allestito un museo dedicato alle imprese dei pionieri dell’alpinismo sul Monviso. Oggi l’Alpetto offre 24 posti letto ed è aperto dal mese di giugno a settembre. Si raggiunge da Oncino e lasciando la macchina al parcheggio Maire Dacant, il rifugio si raggiunge in circa due ore di cammino.
www.rifugioalpetto.it
Lombardia - Rifugio Marinelli-Bombardieri (gruppo del Bernina) metri 2.813 slm.
In Valmalenco, nell’Alta valle di Scerscen ai piedi del Bernina sorge il rifugio Marinelli-Bombardieri. Si tratta della struttura ricettiva alpina più antica delle Alpi lombarde. Fu inaugurato nel 1880 e battezzato Rifugio Scerscen per iniziativa di uno dei pionieri del Club Alpino, il laziale Damiano Marinelli. Alla quota 2.800, alla fondazione era poco più che una capanna con due camere separate e un sottotetto per ospitare le guide locali circondato da una vista unica a 360 gradi sul Pizzo Sella, sul Roseg, il Monte Scerscen e sul Pizzo Bernina con i suoi 4.050 metri di altitudine, la cima più elevata delle Alpi Retiche. Il primo bivacco del Cai sulle montagne lombarde fu concepito da Marinelli durante un tentativo di ascesa al Bernina nel 1876. Proprio il fallimento di quell’ascesa da pioniere (il Bernina era stato scalato per la prima volta nel 1850 da una cordata svizzera) fece riflettere l’alpinista laziale sull’opportunità di stabilire una tappa intermedia con ricovero per spezzare in due la marcia, idea che fu accolta poco più tardi dalla sezione valtellinese del Cai. Marinelli fece appena in tempo a vedere il suo sogno realizzato: l’8 agosto del 1881 veniva investito da una valanga durante l’ascensione alla punta Dufour del Monte Rosa dal versante di Macugnaga. Il rifugio Marinelli sarà interessato da successivi ampliamenti nel 1906, 1915, 1917, 1925 e 1938. La Grande Guerra passò tra le pareti del rifugio, dove fu stabilita la scuola per gli Alpini sciatori guidata dal capitano Davide Valsecchi che con i suoi uomini contribuì a importanti lavori stradali che agevolarono l’accesso al rifugio, realizzando anche diverse migliorie alla struttura ricettiva. La grande svolta, per il rifugio all’ombra del Bernina, avvenne nel 1947 quando per iniziativa di Luigi Bombardieri furono reperiti i fondi necessari perché il rifugio gestito dalla sezione valtellinese del Cai potesse ammodernarsi e ingrandirsi ulteriormente. Bombardieri, dirigente della Banca di Sondrio e socio del Cai dagli anni Trenta, fu anche tra i fondatori dell’Ente del Turismo della Valtellina. Con lui lavorarono al progetto le guida alpine e custodi del rifugio Cesare Mitra e Cesare Follati, che a dorso di mulo e a spalla organizzarono il complicato trasporto di materiali che servirono a realizzare una struttura di grande capienza divisa in cinque piani, per una capienza che sfiorava i duecento ospiti. Bombardieri poté godere della realizzazione del nuovo Marinelli per una decina di anni. Il 28 aprile 1957 rimaneva ucciso in un incidente aereo proprio a poca distanza dal rifugio, sul ghiacciaio di Caspoggio. L’elicottero sul quale viaggiava con il pilota Secondino Pagano, il Bell 47 «Samba 23», urtò il cavo di una teleferica durante un volo dimostrativo sull’uso dell’elicottero nel soccorso alpino. da allora il suo nome affianca quello del fondatore Damiano Marinelli. Oggi il rifugio Marinelli-Bombardieri è uno dei più avanzati in tema di rispetto dell’ambiente, grazie ai nuovi impianti di depurazione e potabilizzazione. Si raggiunge in circa tre ore di cammino da Campo Moro, nel comune di Lanzada (Sondrio).
www.rifugiomarinellibombardieri.it
Veneto - Rifugio Nuvolau (Cortina d’Ampezzo) metri 2.575 slm.
Affacciato alla conca di Cortina d’Ampezzo come una grande balconata sulle Dolomiti, il rifugio Nivolau è il più antico delle Alpi orientali. La sua fondazione risale infatti al 1883 quando la zona era territorio dell’impero Austro-ungarico. La realizzazione del rifugio fu una sorta di ex-voto da parte del barone prussiano Friederich Von Meerheimb, che a Cortina trovò il clima adatto per guarire dagli acciacchi che lo affliggevano da lungo tempo. Per questo il primo nome del rifugio fu «Sachsendankhutte», ossia il «rifugio del ringraziamento sassone», affidato alla sezione ampezzina dell’Alpenverein, il club alpino austriaco. Nel 1911 la struttura sarà ampliata per far fronte alle sempre crescenti visite degli alpinisti, compreso uno dei primi servizi di trasporto zaini per teleferica. Pochi anni più tardi sarà lo scoppio della Grande Guerra a cambiare radicalmente la storia delle Dolomiti di Ampezzo, che divennero teatro di aspri combattimenti. Il Monte Nuvolau non fu risparmiato, e neppure il «Sachsendankhutte» scampò alle artiglierie, dopo essere stato conquistato dagli Italiani e adibito ad avamposto. La struttura, gravemente danneggiata dalla guerra, fu affidata al Cai ampezzino e ricostruita nel 1930. Tra le due guerre lo sviluppo turistico di Cortina fece da volano anche al Nuvolau, punto tappa di sciatori e escursionisti facilitati dalla costruzione dei nuovi impianti, come la funivia del Faloria del 1939. Dal 1973 al 2021 il Nuvolau è stato gestito da una coppia molto particolare: Mansueto Siorpaes, membro di una famiglia radicata a Cortina e Joanne Jorowski, canadese conosciuta durante un viaggio di studi hanno accolto migliaia di alpinisti su quella cima battuta dalle nuvole. Oggi il rifugio è stato affidato a una squadra di giovani amanti della montagna guidati da Emma Menardi, cortinese appassionata da sempre di trekking e alpinismo. Il Nuvolau ha 24 posti letto e si può raggiungere da diversi punti di partenza. Sicuramente la salita più agevole è quella che prevede l’uso delle seggiovie, quella da Fedare al rifugio Averau (m. 2.413) in funzione a luglio e agosto oppure l’impianto che da Bain de Donès porta al rifugio Scoiattoli (m. 2.255) da dove il Nuvolau è raggiungibile in circa 1 ora e 15 di cammino. La seggiovia in questo caso è in funzione da giugno a settembre.
www.rifugionuvolau.it
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La metà del XIX secolo fu l'età dell'oro dell'alpinismo e della conquista delle vette. La necessità di ripari organizzati e gestiti fu il primo obiettivo del Cai di Quintino Sella, nato poco dopo l'Unità d'Italia. La storia dei primi tre rifugi delle Alpi che ancora oggi accolgono gli escursionisti.Piemonte - Rifugio Alpetto (gruppo del Monviso) metri 2.268 slm.La storia del rifugio Alpetto è legata indissolubilmente alla conquista della vetta del Monviso, agli albori delle grandi imprese alpinistiche della seconda metà del secolo XIX. Il monte da cui sgorga il Po fu conquistato da una cordata di alpinisti britannici e francesi nell’agosto 1861: William Mathews, Frederick Jacob e i fratelli Jean-Baptiste e Michel Croz. Due anni dopo sarà l’illustre alpinista italiano Quintino Sella a raggiungere la cima, celebrando l’Unità d’Italia e la nascita del Club Alpino Italiano da lui fondato nello stesso anno, il 1863. Vicino all’Alpetto lo statista biellese, innamorato della montagna, scriveva delle sue esperienze alla moglie Clotilde Rey nell’anno della conquista del Monviso, ammirando il massiccio dai laghi delle Forciolline. All’indomani della conquista, all’Alpetto fu costruita una malga con la funzione di ospitare gli alpinisti. Nel 1866 quella costruzione in pietra e legno fu il primo rifugio ufficialmente affidato al Cai, grazie al quale gli escursionisti potevano spezzare la lunga marcia dall’abitato di Oncino.La testimonianza dell’importanza del rifugio Alpetto per i primi alpinisti ce la fornisce un compagno di ascensioni di Quintino Sella, Cesare Isaia. Avvocato e Segretario del Club Alpino Italiano, ascese al Monviso e lasciò scritte le sue memorie nel 1874. Il rifugio compare nella parte dedicata alla difficile discesa dopo aver raggiunta la vetta, mentre una fitta nebbia seguita ad una scarica di pietre mise in pericolo la vita della cordata. Il riparo offerto dal piccolo rifugio del Club fu una benedizione, come descriveva l’alpinista: «Passammo in mezzo a’due laghi più alti ed il più basso; e, dopo aver girata a settentrione quella seconda giogaia, cominciammo a discenderne il versante orientale dirigendoci verso l’Alpetto. Ma la notte era già buia, e la nebbia era addivenuta fitta per modo che si convertiva in pioggia leggera;…le guide smarriscono la strada. Fu questo per noi un contrattempo assai penoso, perché un forte temporale parea imminente. Si gridò d’ogni parte, in quella che si procede innanzi per sentieri scoscesi ed incerti. Finalmente un lume apparso in distanza in mezzo a nebbia fittissima ne riconfortò grandemente; e continuando sempre a gridare, ed andando incontro al chiarore, ci imbattemmo in uno de’pastori venuto incontro a noi dal Ricovero dell’Alpetto, costruito dal Comune d’Oncino col concorso del Club Alpino Italiano. Finalmente giungemmo bagnati e malconci alle 8 ore e 40 min. di sera: circa due ore dopo, un violento temporale scoppiò intorno a noi. La buona famiglia di pastori che abita in quel Ricovero ci accolse e ci trattò con grandissimo cuore. Ne apprestò latte e polenta per rifocillarci, e fieno e qualche pagliericcio per riposare la notte. Ma io confesso che per me passò più tranquillo e più saporito il sonno della notte precedente sulle pietre; ed aggirandomi d’ogni parte su quella paglia, pensavo di nuovo alla grande opportunità di ben tenute case di rifugio in quelle remote regioni». All’Alpetto, in quella notte di tempesta, era nata la concezione moderna del rifugio alpino. Nella sua struttura d’origine, il piccolo ricovero rimase in funzione solo fino al 1905, quando a poca distanza fu edificato un rifugio più capiente, che porta ancora oggi il nome di Quintino Sella. Caduto in disuso, l’Alpetto sarà recuperato soltanto nel 1985 dall’associazione Amici della montagna di Oncino. Nel 1998 il Cai di Cavour fece edificare quella che è la struttura attuale del rifugio, mentre dove sorgeva la prima malga è stato allestito un museo dedicato alle imprese dei pionieri dell’alpinismo sul Monviso. Oggi l’Alpetto offre 24 posti letto ed è aperto dal mese di giugno a settembre. Si raggiunge da Oncino e lasciando la macchina al parcheggio Maire Dacant, il rifugio si raggiunge in circa due ore di cammino.www.rifugioalpetto.itLombardia - Rifugio Marinelli-Bombardieri (gruppo del Bernina) metri 2.813 slm.In Valmalenco, nell’Alta valle di Scerscen ai piedi del Bernina sorge il rifugio Marinelli-Bombardieri. Si tratta della struttura ricettiva alpina più antica delle Alpi lombarde. Fu inaugurato nel 1880 e battezzato Rifugio Scerscen per iniziativa di uno dei pionieri del Club Alpino, il laziale Damiano Marinelli. Alla quota 2.800, alla fondazione era poco più che una capanna con due camere separate e un sottotetto per ospitare le guide locali circondato da una vista unica a 360 gradi sul Pizzo Sella, sul Roseg, il Monte Scerscen e sul Pizzo Bernina con i suoi 4.050 metri di altitudine, la cima più elevata delle Alpi Retiche. Il primo bivacco del Cai sulle montagne lombarde fu concepito da Marinelli durante un tentativo di ascesa al Bernina nel 1876. Proprio il fallimento di quell’ascesa da pioniere (il Bernina era stato scalato per la prima volta nel 1850 da una cordata svizzera) fece riflettere l’alpinista laziale sull’opportunità di stabilire una tappa intermedia con ricovero per spezzare in due la marcia, idea che fu accolta poco più tardi dalla sezione valtellinese del Cai. Marinelli fece appena in tempo a vedere il suo sogno realizzato: l’8 agosto del 1881 veniva investito da una valanga durante l’ascensione alla punta Dufour del Monte Rosa dal versante di Macugnaga. Il rifugio Marinelli sarà interessato da successivi ampliamenti nel 1906, 1915, 1917, 1925 e 1938. La Grande Guerra passò tra le pareti del rifugio, dove fu stabilita la scuola per gli Alpini sciatori guidata dal capitano Davide Valsecchi che con i suoi uomini contribuì a importanti lavori stradali che agevolarono l’accesso al rifugio, realizzando anche diverse migliorie alla struttura ricettiva. La grande svolta, per il rifugio all’ombra del Bernina, avvenne nel 1947 quando per iniziativa di Luigi Bombardieri furono reperiti i fondi necessari perché il rifugio gestito dalla sezione valtellinese del Cai potesse ammodernarsi e ingrandirsi ulteriormente. Bombardieri, dirigente della Banca di Sondrio e socio del Cai dagli anni Trenta, fu anche tra i fondatori dell’Ente del Turismo della Valtellina. Con lui lavorarono al progetto le guida alpine e custodi del rifugio Cesare Mitra e Cesare Follati, che a dorso di mulo e a spalla organizzarono il complicato trasporto di materiali che servirono a realizzare una struttura di grande capienza divisa in cinque piani, per una capienza che sfiorava i duecento ospiti. Bombardieri poté godere della realizzazione del nuovo Marinelli per una decina di anni. Il 28 aprile 1957 rimaneva ucciso in un incidente aereo proprio a poca distanza dal rifugio, sul ghiacciaio di Caspoggio. L’elicottero sul quale viaggiava con il pilota Secondino Pagano, il Bell 47 «Samba 23», urtò il cavo di una teleferica durante un volo dimostrativo sull’uso dell’elicottero nel soccorso alpino. da allora il suo nome affianca quello del fondatore Damiano Marinelli. Oggi il rifugio Marinelli-Bombardieri è uno dei più avanzati in tema di rispetto dell’ambiente, grazie ai nuovi impianti di depurazione e potabilizzazione. Si raggiunge in circa tre ore di cammino da Campo Moro, nel comune di Lanzada (Sondrio).www.rifugiomarinellibombardieri.itVeneto - Rifugio Nuvolau (Cortina d’Ampezzo) metri 2.575 slm.Affacciato alla conca di Cortina d’Ampezzo come una grande balconata sulle Dolomiti, il rifugio Nivolau è il più antico delle Alpi orientali. La sua fondazione risale infatti al 1883 quando la zona era territorio dell’impero Austro-ungarico. La realizzazione del rifugio fu una sorta di ex-voto da parte del barone prussiano Friederich Von Meerheimb, che a Cortina trovò il clima adatto per guarire dagli acciacchi che lo affliggevano da lungo tempo. Per questo il primo nome del rifugio fu «Sachsendankhutte», ossia il «rifugio del ringraziamento sassone», affidato alla sezione ampezzina dell’Alpenverein, il club alpino austriaco. Nel 1911 la struttura sarà ampliata per far fronte alle sempre crescenti visite degli alpinisti, compreso uno dei primi servizi di trasporto zaini per teleferica. Pochi anni più tardi sarà lo scoppio della Grande Guerra a cambiare radicalmente la storia delle Dolomiti di Ampezzo, che divennero teatro di aspri combattimenti. Il Monte Nuvolau non fu risparmiato, e neppure il «Sachsendankhutte» scampò alle artiglierie, dopo essere stato conquistato dagli Italiani e adibito ad avamposto. La struttura, gravemente danneggiata dalla guerra, fu affidata al Cai ampezzino e ricostruita nel 1930. Tra le due guerre lo sviluppo turistico di Cortina fece da volano anche al Nuvolau, punto tappa di sciatori e escursionisti facilitati dalla costruzione dei nuovi impianti, come la funivia del Faloria del 1939. Dal 1973 al 2021 il Nuvolau è stato gestito da una coppia molto particolare: Mansueto Siorpaes, membro di una famiglia radicata a Cortina e Joanne Jorowski, canadese conosciuta durante un viaggio di studi hanno accolto migliaia di alpinisti su quella cima battuta dalle nuvole. Oggi il rifugio è stato affidato a una squadra di giovani amanti della montagna guidati da Emma Menardi, cortinese appassionata da sempre di trekking e alpinismo. Il Nuvolau ha 24 posti letto e si può raggiungere da diversi punti di partenza. Sicuramente la salita più agevole è quella che prevede l’uso delle seggiovie, quella da Fedare al rifugio Averau (m. 2.413) in funzione a luglio e agosto oppure l’impianto che da Bain de Donès porta al rifugio Scoiattoli (m. 2.255) da dove il Nuvolau è raggiungibile in circa 1 ora e 15 di cammino. La seggiovia in questo caso è in funzione da giugno a settembre.www.rifugionuvolau.it
Getty Images
Da quanto hanno confermato i militari del Comando Centrale delle Operazioni Usa (Centcom), il velivolo sarebbe stato agganciato da un missile terra-aria con sistema di ricerca a raggi infrarossi che ha puntato l’emissione di calore del motore. I missili di questo tipo, contrariamente a quelli a guida radar, non emettono alcuna radiazione «rilevabile» e a fare la differenza sono diversi aspetti: la posizione dell’aereo, la disponibilità di falsi bersagli a incandescenza (flares) e la capacità del pilota di accorgersi della minaccia ed evitarla. La riserva di flares poteva essere terminata per la missione compiuta e nell’analisi dell’accaduto che viene fatta a terra «scaricando» i dati di missione si comprenderà anche se l’F-35 avrebbe potuto essere avvistato e «scovato» nonostante sia un aereo a bassa visibilità radar. Magari dalle trasmissioni del sistema di bordo «Link-16», proprio uno di quelli che gli consentono di essere collegato a una rete informativa e che lo rendono temibile. Un missile a ricerca di calore esplode quando il bersaglio è in prossimità e non quando lo colpisce, così diventa plausibile la tesi che l’F-35 sia stato danneggiato ma non al punto da precipitare, né da farne perdere il controllo, riuscendo a rientrare in una base non specificata del Kuwait. Ma facendo i conti con il proprio stato (pare fosse ferito), con il carburante residuo e con l’avaria. Inizialmente le Guardie rivoluzionarie iraniane avevano diffuso il video di una telecamera a infrarossi che mostrava un F-35, un missile in avvicinamento e l’esplosione, ma la genuinità delle riprese è dubbia. Nell’ultimo fotogramma c’è una seconda traccia termica accanto al motore, ma tanto piccola da far pensare a una perdita di carburante. Una cosa è certa: talune difese antiaeree iraniane sono ancora attive dopo 20 giorni di guerra ed è interessante capire quale abbia preso di mira l’F-35. Da qui la deduzione che la Russia sia coinvolta, poiché la gamma di missili che avrebbero potuto usare è limitata. Se il caccia Usa si trovava a bassa quota e lento, gli iraniani avrebbero potuto usare un lanciatore spalleggiabile (Manpads); se invece si trovava ad alta quota sono noti altri sistemi: i missili anti-drone 358 o 359 come mostrerebbe il video, ma piccoli, lenti e con testate di piccole dimensioni. Ma poiché essi utilizzano un sistema di guida visiva simile a quello dei droni, è improbabile che abbiano intercettato quell’aereo. Se il video è falso e l’F-35 è stato colpito da un missile ad alta velocità, nell’arsenale Irgc ci sono vecchi sistemi di tipo Raad e Khordad, i missili S-300 e 400 o i Sam, tutti russi. Oltre allo spionaggio, a esportare informazioni e dettagli su come fare missili in grado di aggredire gli F-35 potrebbero essere stati i turchi. Ricordiamo che Trump, durante il suo primo mandato, li escluse dal programma mentre costruivano parte del motore e altre componenti, e dal quel momento in Turchia erano frequenti le visite di tecnici cinesi e russi. A oggi l’operazione Epic Fury ha comportato la perdita di tre F-15E abbattuti da fuoco amico; tre aerocisterne KC-135 Stratotanker (sei morti), due per una collisione in volo e una per un drone iraniano che l’ha colpita a terra. Oltre a questi, gli Usa hanno perso almeno sei droni, e a giustificare in parte tali perdite è il ritmo degli attacchi: 5.700 sortite da parte di Israele e 6.500 quelle degli Usa.
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A entrare nel mirino del regime è stata infatti la base militare angloamericana situata nell’atollo. L’attacco a Diego Garcia non è però andato a segno visto che i due missili balistici non hanno colpito la base: uno avrebbe infatti subito un guasto tecnico, mentre l’altro è stato abbattuto da un missile intercettore SM-3 lanciato da una nave da guerra statunitense. E nonostante Teheran non possa vantarsi di aver distrutto gli obiettivi americani, i raid sembrano confermare che l’Iran abbia missili con una gittata superiore ai 2.000 chilometri stimati, visto che l’isola dista quasi 4.000 chilometri dal territorio iraniano. A tal proposito l’agenzia iraniana Mehr ha spiegato: «Questo lancio rappresenta un passo significativo nel confronto con gli Stati Uniti».
«Questi missili non erano destinati a colpire Israele. La loro gittata raggiunge le capitali europee: Berlino, Parigi e Roma sono tutte a portata di tiro diretto», ha dichiarato ieri il capo di stato maggiore dell’Idf. Peraltro, la base militare angloamericana è stata l’oggetto del recente dissidio tra il presidente americano, Donald Trump, e il premier britannico, Keir Starmer. Il Regno Unito ha infatti deciso di cedere la sovranità dell’arcipelago delle Chagos, in cui si trova anche Diego Garcia, alle Mauritius. L’attività della base militare è però garantita da un contratto di locazione.
Al di là delle dichiarazioni del ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, secondo cui «il signor Starmer sta mettendo in pericolo vite britanniche permettendo che le basi del Regno Unito vengano utilizzate per l’aggressione» degli Stati Uniti «contro l’Iran», sembra che l’attacco iraniano sia stato condotto qualche ora prima del via libera britannico.
Dall’altra parte, ieri il principale bersaglio dell’operazione Furia epica è stato l’impianto iraniano di arricchimento dell’uranio di Natanz, ritenuto essere il cuore del progetto nucleare degli ayatollah. L’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) ha rilevato che «non è stato segnalato alcun aumento dei livelli di radiazione al di fuori del sito». E pare che l’azione sia stata unilaterale: le Idf hanno infatti smentito di aver partecipato, aggiungendo di non poter commentare le attività condotte dagli Stati Uniti. La ferma condanna è arrivata dall’«amico leale» del regime: Mosca ha bollato l’attacco a Natanz come «una palese violazione del diritto internazionale».
Se in questo episodio l’attacco non è avvenuto di concerto, la collaborazione tra Israele e gli Stati Uniti prosegue per comprendere la sorte del leader supremo iraniano, Mojtaba Khamenei. Stando a quanto riferito da Axios, la Cia e il Mossad ritengono che sia ancora vivo e vegeto. Anche una fonte della sicurezza israeliana ha confermato a Ynet che Khamenei è in vita «ma non in condizioni tali da poter essere visto in pubblico».
E mentre il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, ha affermato che l’unica strada per terminare la guerra è «la cessazione immediata delle aggressioni da parte di Stati Uniti e Israele, accompagnata da garanzie contro una loro ripresa», i media israeliani, citando un funzionario politico, hanno fatto sapere che il conflitto andrà avanti per almeno altre due settimane.
Nel frattempo, prosegue la rappresaglia iraniana. Contro Israele, i pasdaran hanno rivendicato di aver colpito i depositi di carburante destinati agli aerei militari all’aeroporto di Tel Aviv e di aver distrutto un F-16 israeliano nei cieli dell’Iran. Nel pomeriggio un missile iraniano ha bersagliato un edificio a Dimona, nel Sud di Israele, ferendo 39 persone: si tratta della «risposta agli attacchi contro Natanz e Bushehr» hanno affermato le autorità iraniane. Proseguendo con la lista dei raid, a detta dell’emittente statale Irib, la base logistica dell’ambasciata statunitense a Baghdad è stata colpita per tre volte venerdì. Ma a essere finito nel mirino iraniano è stato anche il quartiere generale del Servizio di intelligence dell’Iraq, colpevole di collaborare con i consiglieri americani. Negli Emirati Arabi Uniti sono stati intercettati tre missili e otto droni lanciati dall’Iran. Irib ha rivelato che sono state attaccate le basi militari di Al-Minhad negli Emirati e di Ali Al Salem in Kuwait, ma non ci sono conferme ufficiali. Le difese aeree sono state attivate anche in Arabia Saudita e in Bahrain.
Sull’altro fronte del conflitto, quello libanese, le Idf hanno reso noto nella mattinata di aver ucciso quattro terroristi di Hezbollah «durante un’operazione di terra nel Libano meridionale». Ciò si aggiunge agli attacchi condotti a Beirut «contro obiettivi dell’organizzazione terroristica». Nel pomeriggio Hezbollah ha riferito che i suoi combattenti si sono scontrati per quattro ore con le forze israeliane «nella città di Khiam».
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Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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