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2022-05-02
I tre rifugi più antichi delle Alpi italiane
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Il rifugio Nuvolau, sulle Dolomiti di Cortina d'Ampezzo (IStock)
Piemonte - Rifugio Alpetto (gruppo del Monviso) metri 2.268 slm.
La storia del rifugio Alpetto è legata indissolubilmente alla conquista della vetta del Monviso, agli albori delle grandi imprese alpinistiche della seconda metà del secolo XIX. Il monte da cui sgorga il Po fu conquistato da una cordata di alpinisti britannici e francesi nell’agosto 1861: William Mathews, Frederick Jacob e i fratelli Jean-Baptiste e Michel Croz. Due anni dopo sarà l’illustre alpinista italiano Quintino Sella a raggiungere la cima, celebrando l’Unità d’Italia e la nascita del Club Alpino Italiano da lui fondato nello stesso anno, il 1863. Vicino all’Alpetto lo statista biellese, innamorato della montagna, scriveva delle sue esperienze alla moglie Clotilde Rey nell’anno della conquista del Monviso, ammirando il massiccio dai laghi delle Forciolline. All’indomani della conquista, all’Alpetto fu costruita una malga con la funzione di ospitare gli alpinisti. Nel 1866 quella costruzione in pietra e legno fu il primo rifugio ufficialmente affidato al Cai, grazie al quale gli escursionisti potevano spezzare la lunga marcia dall’abitato di Oncino.
La testimonianza dell’importanza del rifugio Alpetto per i primi alpinisti ce la fornisce un compagno di ascensioni di Quintino Sella, Cesare Isaia. Avvocato e Segretario del Club Alpino Italiano, ascese al Monviso e lasciò scritte le sue memorie nel 1874. Il rifugio compare nella parte dedicata alla difficile discesa dopo aver raggiunta la vetta, mentre una fitta nebbia seguita ad una scarica di pietre mise in pericolo la vita della cordata. Il riparo offerto dal piccolo rifugio del Club fu una benedizione, come descriveva l’alpinista: «Passammo in mezzo a’due laghi più alti ed il più basso; e, dopo aver girata a settentrione quella seconda giogaia, cominciammo a discenderne il versante orientale dirigendoci verso l’Alpetto. Ma la notte era già buia, e la nebbia era addivenuta fitta per modo che si convertiva in pioggia leggera;…le guide smarriscono la strada. Fu questo per noi un contrattempo assai penoso, perché un forte temporale parea imminente. Si gridò d’ogni parte, in quella che si procede innanzi per sentieri scoscesi ed incerti. Finalmente un lume apparso in distanza in mezzo a nebbia fittissima ne riconfortò grandemente; e continuando sempre a gridare, ed andando incontro al chiarore, ci imbattemmo in uno de’pastori venuto incontro a noi dal Ricovero dell’Alpetto, costruito dal Comune d’Oncino col concorso del Club Alpino Italiano. Finalmente giungemmo bagnati e malconci alle 8 ore e 40 min. di sera: circa due ore dopo, un violento temporale scoppiò intorno a noi. La buona famiglia di pastori che abita in quel Ricovero ci accolse e ci trattò con grandissimo cuore. Ne apprestò latte e polenta per rifocillarci, e fieno e qualche pagliericcio per riposare la notte. Ma io confesso che per me passò più tranquillo e più saporito il sonno della notte precedente sulle pietre; ed aggirandomi d’ogni parte su quella paglia, pensavo di nuovo alla grande opportunità di ben tenute case di rifugio in quelle remote regioni». All’Alpetto, in quella notte di tempesta, era nata la concezione moderna del rifugio alpino.
Nella sua struttura d’origine, il piccolo ricovero rimase in funzione solo fino al 1905, quando a poca distanza fu edificato un rifugio più capiente, che porta ancora oggi il nome di Quintino Sella. Caduto in disuso, l’Alpetto sarà recuperato soltanto nel 1985 dall’associazione Amici della montagna di Oncino. Nel 1998 il Cai di Cavour fece edificare quella che è la struttura attuale del rifugio, mentre dove sorgeva la prima malga è stato allestito un museo dedicato alle imprese dei pionieri dell’alpinismo sul Monviso. Oggi l’Alpetto offre 24 posti letto ed è aperto dal mese di giugno a settembre. Si raggiunge da Oncino e lasciando la macchina al parcheggio Maire Dacant, il rifugio si raggiunge in circa due ore di cammino.
www.rifugioalpetto.it
Lombardia - Rifugio Marinelli-Bombardieri (gruppo del Bernina) metri 2.813 slm.
In Valmalenco, nell’Alta valle di Scerscen ai piedi del Bernina sorge il rifugio Marinelli-Bombardieri. Si tratta della struttura ricettiva alpina più antica delle Alpi lombarde. Fu inaugurato nel 1880 e battezzato Rifugio Scerscen per iniziativa di uno dei pionieri del Club Alpino, il laziale Damiano Marinelli. Alla quota 2.800, alla fondazione era poco più che una capanna con due camere separate e un sottotetto per ospitare le guide locali circondato da una vista unica a 360 gradi sul Pizzo Sella, sul Roseg, il Monte Scerscen e sul Pizzo Bernina con i suoi 4.050 metri di altitudine, la cima più elevata delle Alpi Retiche. Il primo bivacco del Cai sulle montagne lombarde fu concepito da Marinelli durante un tentativo di ascesa al Bernina nel 1876. Proprio il fallimento di quell’ascesa da pioniere (il Bernina era stato scalato per la prima volta nel 1850 da una cordata svizzera) fece riflettere l’alpinista laziale sull’opportunità di stabilire una tappa intermedia con ricovero per spezzare in due la marcia, idea che fu accolta poco più tardi dalla sezione valtellinese del Cai. Marinelli fece appena in tempo a vedere il suo sogno realizzato: l’8 agosto del 1881 veniva investito da una valanga durante l’ascensione alla punta Dufour del Monte Rosa dal versante di Macugnaga. Il rifugio Marinelli sarà interessato da successivi ampliamenti nel 1906, 1915, 1917, 1925 e 1938. La Grande Guerra passò tra le pareti del rifugio, dove fu stabilita la scuola per gli Alpini sciatori guidata dal capitano Davide Valsecchi che con i suoi uomini contribuì a importanti lavori stradali che agevolarono l’accesso al rifugio, realizzando anche diverse migliorie alla struttura ricettiva. La grande svolta, per il rifugio all’ombra del Bernina, avvenne nel 1947 quando per iniziativa di Luigi Bombardieri furono reperiti i fondi necessari perché il rifugio gestito dalla sezione valtellinese del Cai potesse ammodernarsi e ingrandirsi ulteriormente. Bombardieri, dirigente della Banca di Sondrio e socio del Cai dagli anni Trenta, fu anche tra i fondatori dell’Ente del Turismo della Valtellina. Con lui lavorarono al progetto le guida alpine e custodi del rifugio Cesare Mitra e Cesare Follati, che a dorso di mulo e a spalla organizzarono il complicato trasporto di materiali che servirono a realizzare una struttura di grande capienza divisa in cinque piani, per una capienza che sfiorava i duecento ospiti. Bombardieri poté godere della realizzazione del nuovo Marinelli per una decina di anni. Il 28 aprile 1957 rimaneva ucciso in un incidente aereo proprio a poca distanza dal rifugio, sul ghiacciaio di Caspoggio. L’elicottero sul quale viaggiava con il pilota Secondino Pagano, il Bell 47 «Samba 23», urtò il cavo di una teleferica durante un volo dimostrativo sull’uso dell’elicottero nel soccorso alpino. da allora il suo nome affianca quello del fondatore Damiano Marinelli. Oggi il rifugio Marinelli-Bombardieri è uno dei più avanzati in tema di rispetto dell’ambiente, grazie ai nuovi impianti di depurazione e potabilizzazione. Si raggiunge in circa tre ore di cammino da Campo Moro, nel comune di Lanzada (Sondrio).
www.rifugiomarinellibombardieri.it
Veneto - Rifugio Nuvolau (Cortina d’Ampezzo) metri 2.575 slm.
Affacciato alla conca di Cortina d’Ampezzo come una grande balconata sulle Dolomiti, il rifugio Nivolau è il più antico delle Alpi orientali. La sua fondazione risale infatti al 1883 quando la zona era territorio dell’impero Austro-ungarico. La realizzazione del rifugio fu una sorta di ex-voto da parte del barone prussiano Friederich Von Meerheimb, che a Cortina trovò il clima adatto per guarire dagli acciacchi che lo affliggevano da lungo tempo. Per questo il primo nome del rifugio fu «Sachsendankhutte», ossia il «rifugio del ringraziamento sassone», affidato alla sezione ampezzina dell’Alpenverein, il club alpino austriaco. Nel 1911 la struttura sarà ampliata per far fronte alle sempre crescenti visite degli alpinisti, compreso uno dei primi servizi di trasporto zaini per teleferica. Pochi anni più tardi sarà lo scoppio della Grande Guerra a cambiare radicalmente la storia delle Dolomiti di Ampezzo, che divennero teatro di aspri combattimenti. Il Monte Nuvolau non fu risparmiato, e neppure il «Sachsendankhutte» scampò alle artiglierie, dopo essere stato conquistato dagli Italiani e adibito ad avamposto. La struttura, gravemente danneggiata dalla guerra, fu affidata al Cai ampezzino e ricostruita nel 1930. Tra le due guerre lo sviluppo turistico di Cortina fece da volano anche al Nuvolau, punto tappa di sciatori e escursionisti facilitati dalla costruzione dei nuovi impianti, come la funivia del Faloria del 1939. Dal 1973 al 2021 il Nuvolau è stato gestito da una coppia molto particolare: Mansueto Siorpaes, membro di una famiglia radicata a Cortina e Joanne Jorowski, canadese conosciuta durante un viaggio di studi hanno accolto migliaia di alpinisti su quella cima battuta dalle nuvole. Oggi il rifugio è stato affidato a una squadra di giovani amanti della montagna guidati da Emma Menardi, cortinese appassionata da sempre di trekking e alpinismo. Il Nuvolau ha 24 posti letto e si può raggiungere da diversi punti di partenza. Sicuramente la salita più agevole è quella che prevede l’uso delle seggiovie, quella da Fedare al rifugio Averau (m. 2.413) in funzione a luglio e agosto oppure l’impianto che da Bain de Donès porta al rifugio Scoiattoli (m. 2.255) da dove il Nuvolau è raggiungibile in circa 1 ora e 15 di cammino. La seggiovia in questo caso è in funzione da giugno a settembre.
www.rifugionuvolau.it
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La metà del XIX secolo fu l'età dell'oro dell'alpinismo e della conquista delle vette. La necessità di ripari organizzati e gestiti fu il primo obiettivo del Cai di Quintino Sella, nato poco dopo l'Unità d'Italia. La storia dei primi tre rifugi delle Alpi che ancora oggi accolgono gli escursionisti.Piemonte - Rifugio Alpetto (gruppo del Monviso) metri 2.268 slm.La storia del rifugio Alpetto è legata indissolubilmente alla conquista della vetta del Monviso, agli albori delle grandi imprese alpinistiche della seconda metà del secolo XIX. Il monte da cui sgorga il Po fu conquistato da una cordata di alpinisti britannici e francesi nell’agosto 1861: William Mathews, Frederick Jacob e i fratelli Jean-Baptiste e Michel Croz. Due anni dopo sarà l’illustre alpinista italiano Quintino Sella a raggiungere la cima, celebrando l’Unità d’Italia e la nascita del Club Alpino Italiano da lui fondato nello stesso anno, il 1863. Vicino all’Alpetto lo statista biellese, innamorato della montagna, scriveva delle sue esperienze alla moglie Clotilde Rey nell’anno della conquista del Monviso, ammirando il massiccio dai laghi delle Forciolline. All’indomani della conquista, all’Alpetto fu costruita una malga con la funzione di ospitare gli alpinisti. Nel 1866 quella costruzione in pietra e legno fu il primo rifugio ufficialmente affidato al Cai, grazie al quale gli escursionisti potevano spezzare la lunga marcia dall’abitato di Oncino.La testimonianza dell’importanza del rifugio Alpetto per i primi alpinisti ce la fornisce un compagno di ascensioni di Quintino Sella, Cesare Isaia. Avvocato e Segretario del Club Alpino Italiano, ascese al Monviso e lasciò scritte le sue memorie nel 1874. Il rifugio compare nella parte dedicata alla difficile discesa dopo aver raggiunta la vetta, mentre una fitta nebbia seguita ad una scarica di pietre mise in pericolo la vita della cordata. Il riparo offerto dal piccolo rifugio del Club fu una benedizione, come descriveva l’alpinista: «Passammo in mezzo a’due laghi più alti ed il più basso; e, dopo aver girata a settentrione quella seconda giogaia, cominciammo a discenderne il versante orientale dirigendoci verso l’Alpetto. Ma la notte era già buia, e la nebbia era addivenuta fitta per modo che si convertiva in pioggia leggera;…le guide smarriscono la strada. Fu questo per noi un contrattempo assai penoso, perché un forte temporale parea imminente. Si gridò d’ogni parte, in quella che si procede innanzi per sentieri scoscesi ed incerti. Finalmente un lume apparso in distanza in mezzo a nebbia fittissima ne riconfortò grandemente; e continuando sempre a gridare, ed andando incontro al chiarore, ci imbattemmo in uno de’pastori venuto incontro a noi dal Ricovero dell’Alpetto, costruito dal Comune d’Oncino col concorso del Club Alpino Italiano. Finalmente giungemmo bagnati e malconci alle 8 ore e 40 min. di sera: circa due ore dopo, un violento temporale scoppiò intorno a noi. La buona famiglia di pastori che abita in quel Ricovero ci accolse e ci trattò con grandissimo cuore. Ne apprestò latte e polenta per rifocillarci, e fieno e qualche pagliericcio per riposare la notte. Ma io confesso che per me passò più tranquillo e più saporito il sonno della notte precedente sulle pietre; ed aggirandomi d’ogni parte su quella paglia, pensavo di nuovo alla grande opportunità di ben tenute case di rifugio in quelle remote regioni». All’Alpetto, in quella notte di tempesta, era nata la concezione moderna del rifugio alpino. Nella sua struttura d’origine, il piccolo ricovero rimase in funzione solo fino al 1905, quando a poca distanza fu edificato un rifugio più capiente, che porta ancora oggi il nome di Quintino Sella. Caduto in disuso, l’Alpetto sarà recuperato soltanto nel 1985 dall’associazione Amici della montagna di Oncino. Nel 1998 il Cai di Cavour fece edificare quella che è la struttura attuale del rifugio, mentre dove sorgeva la prima malga è stato allestito un museo dedicato alle imprese dei pionieri dell’alpinismo sul Monviso. Oggi l’Alpetto offre 24 posti letto ed è aperto dal mese di giugno a settembre. Si raggiunge da Oncino e lasciando la macchina al parcheggio Maire Dacant, il rifugio si raggiunge in circa due ore di cammino.www.rifugioalpetto.itLombardia - Rifugio Marinelli-Bombardieri (gruppo del Bernina) metri 2.813 slm.In Valmalenco, nell’Alta valle di Scerscen ai piedi del Bernina sorge il rifugio Marinelli-Bombardieri. Si tratta della struttura ricettiva alpina più antica delle Alpi lombarde. Fu inaugurato nel 1880 e battezzato Rifugio Scerscen per iniziativa di uno dei pionieri del Club Alpino, il laziale Damiano Marinelli. Alla quota 2.800, alla fondazione era poco più che una capanna con due camere separate e un sottotetto per ospitare le guide locali circondato da una vista unica a 360 gradi sul Pizzo Sella, sul Roseg, il Monte Scerscen e sul Pizzo Bernina con i suoi 4.050 metri di altitudine, la cima più elevata delle Alpi Retiche. Il primo bivacco del Cai sulle montagne lombarde fu concepito da Marinelli durante un tentativo di ascesa al Bernina nel 1876. Proprio il fallimento di quell’ascesa da pioniere (il Bernina era stato scalato per la prima volta nel 1850 da una cordata svizzera) fece riflettere l’alpinista laziale sull’opportunità di stabilire una tappa intermedia con ricovero per spezzare in due la marcia, idea che fu accolta poco più tardi dalla sezione valtellinese del Cai. Marinelli fece appena in tempo a vedere il suo sogno realizzato: l’8 agosto del 1881 veniva investito da una valanga durante l’ascensione alla punta Dufour del Monte Rosa dal versante di Macugnaga. Il rifugio Marinelli sarà interessato da successivi ampliamenti nel 1906, 1915, 1917, 1925 e 1938. La Grande Guerra passò tra le pareti del rifugio, dove fu stabilita la scuola per gli Alpini sciatori guidata dal capitano Davide Valsecchi che con i suoi uomini contribuì a importanti lavori stradali che agevolarono l’accesso al rifugio, realizzando anche diverse migliorie alla struttura ricettiva. La grande svolta, per il rifugio all’ombra del Bernina, avvenne nel 1947 quando per iniziativa di Luigi Bombardieri furono reperiti i fondi necessari perché il rifugio gestito dalla sezione valtellinese del Cai potesse ammodernarsi e ingrandirsi ulteriormente. Bombardieri, dirigente della Banca di Sondrio e socio del Cai dagli anni Trenta, fu anche tra i fondatori dell’Ente del Turismo della Valtellina. Con lui lavorarono al progetto le guida alpine e custodi del rifugio Cesare Mitra e Cesare Follati, che a dorso di mulo e a spalla organizzarono il complicato trasporto di materiali che servirono a realizzare una struttura di grande capienza divisa in cinque piani, per una capienza che sfiorava i duecento ospiti. Bombardieri poté godere della realizzazione del nuovo Marinelli per una decina di anni. Il 28 aprile 1957 rimaneva ucciso in un incidente aereo proprio a poca distanza dal rifugio, sul ghiacciaio di Caspoggio. L’elicottero sul quale viaggiava con il pilota Secondino Pagano, il Bell 47 «Samba 23», urtò il cavo di una teleferica durante un volo dimostrativo sull’uso dell’elicottero nel soccorso alpino. da allora il suo nome affianca quello del fondatore Damiano Marinelli. Oggi il rifugio Marinelli-Bombardieri è uno dei più avanzati in tema di rispetto dell’ambiente, grazie ai nuovi impianti di depurazione e potabilizzazione. Si raggiunge in circa tre ore di cammino da Campo Moro, nel comune di Lanzada (Sondrio).www.rifugiomarinellibombardieri.itVeneto - Rifugio Nuvolau (Cortina d’Ampezzo) metri 2.575 slm.Affacciato alla conca di Cortina d’Ampezzo come una grande balconata sulle Dolomiti, il rifugio Nivolau è il più antico delle Alpi orientali. La sua fondazione risale infatti al 1883 quando la zona era territorio dell’impero Austro-ungarico. La realizzazione del rifugio fu una sorta di ex-voto da parte del barone prussiano Friederich Von Meerheimb, che a Cortina trovò il clima adatto per guarire dagli acciacchi che lo affliggevano da lungo tempo. Per questo il primo nome del rifugio fu «Sachsendankhutte», ossia il «rifugio del ringraziamento sassone», affidato alla sezione ampezzina dell’Alpenverein, il club alpino austriaco. Nel 1911 la struttura sarà ampliata per far fronte alle sempre crescenti visite degli alpinisti, compreso uno dei primi servizi di trasporto zaini per teleferica. Pochi anni più tardi sarà lo scoppio della Grande Guerra a cambiare radicalmente la storia delle Dolomiti di Ampezzo, che divennero teatro di aspri combattimenti. Il Monte Nuvolau non fu risparmiato, e neppure il «Sachsendankhutte» scampò alle artiglierie, dopo essere stato conquistato dagli Italiani e adibito ad avamposto. La struttura, gravemente danneggiata dalla guerra, fu affidata al Cai ampezzino e ricostruita nel 1930. Tra le due guerre lo sviluppo turistico di Cortina fece da volano anche al Nuvolau, punto tappa di sciatori e escursionisti facilitati dalla costruzione dei nuovi impianti, come la funivia del Faloria del 1939. Dal 1973 al 2021 il Nuvolau è stato gestito da una coppia molto particolare: Mansueto Siorpaes, membro di una famiglia radicata a Cortina e Joanne Jorowski, canadese conosciuta durante un viaggio di studi hanno accolto migliaia di alpinisti su quella cima battuta dalle nuvole. Oggi il rifugio è stato affidato a una squadra di giovani amanti della montagna guidati da Emma Menardi, cortinese appassionata da sempre di trekking e alpinismo. Il Nuvolau ha 24 posti letto e si può raggiungere da diversi punti di partenza. Sicuramente la salita più agevole è quella che prevede l’uso delle seggiovie, quella da Fedare al rifugio Averau (m. 2.413) in funzione a luglio e agosto oppure l’impianto che da Bain de Donès porta al rifugio Scoiattoli (m. 2.255) da dove il Nuvolau è raggiungibile in circa 1 ora e 15 di cammino. La seggiovia in questo caso è in funzione da giugno a settembre.www.rifugionuvolau.it
Ford Puma Gen-E
Il modello è equipaggiato con una serie avanzata di Adas (Advanced driver assistance systems) abbastanza affidabile: pre-collision assist per intervenire in situazioni critiche; lane keeping system per mantenere la traiettoria; cruise control adattivo con riconoscimento dei segnali stradali; camera a 360°. Il motore promette, secondo la Casa, 523 km di autonomia nel ciclo urbano e 376 km in quello combinato. Dalle prove fatte, se nel ciclo urbano più o meno ci siamo, per quello misto il valore è leggermente inferiore al dichiarato. Onesta la velocità di ricarica: il produttore dichiara dal 10 all’80% in soli 23 minuti, a patto che si utilizzi una stazione di ricarica da 100 kW.
I PRO
Innanzitutto, la linea: la Puma è un’auto che piace agli italiani: lo scorso anno ha venduto, in tutte le sue motorizzazioni, oltre 25.000 esemplari. Non ci sono parti in plastica non verniciata all’esterno e questo, se da un lato rende più filante la linea, dall’altro espone le zone più critiche, come passaruota e fascioni anteriori e posteriori, a rischio di grattata. L’abitacolo è fatto bene: comodi ed esteticamente belli i sedili, gradevole il rivestimento in finta pelle di parte del cruscotto. Molto luminose le luci a led per illuminare l’abitacolo. Sorprende la capacità di carico: tra bagagliaio, profondissimo box immediatamente sotto (basta alzare il pianale per accedervi) e box ricavato nella parte anteriore, si raggiungono oltre 550 litri di spazio. Abbattendo i sedili posteriori (nella configurazione 60-40) si possono superare i 1.300 litri. Comodo e completo il grande quadro strumenti digitale da 12,8 pollici dietro al volante: tutte le informazioni sono al posto giusto e facilmente adocchiabili. Buona l’abitabilità: gli ingegneri Ford hanno saputo realizzare un piccolo capolavoro sfruttando ogni centimetro di spazio per rendere gradevole il soggiorno a bordo. Fanno egregiamente il loro lavoro i fari a led. Comodo il tunnel centrale a due piani, con tanti spazi dove riporre oggetti pure voluminosi e l’ormai immancabile piastra per la ricarica wireless dello smartphone.
I CONTRO
I tasti fisici sono ridotti al lumicino: ce ne sono soltanto quattro, il più utilizzabile è quello delle frecce d’emergenza. Per il resto, ci si deve affidare al grande display touch da 12 pollici centrale che non è immediatamente intuitivo: per trovare i vari comandi, ci si deve distrarre un po’ troppo dalla guida. Scomoda anche la manopola per la gestione delle luci: troppo nascosta dietro al volante e alla leva dei tergicristalli. Se si è un po’ alti, vedere che comando è impostato è un’impresa. Croccanti, come dicono gli esperti di auto, alcune plastiche all’interno. Divertente, ma forse troppo a rischio «deposito di polvere» la grande soundbar integrata sopra il cruscotto del sistema audio firmato da Bang & Olufsen da 575 watt. Altra pecca, l’utilizzo del nero lucido sul tunnel centrale: troppo a rischio graffio.
CONCLUSIONI
Le conclusioni si traggono sempre guardando il prezzo. La Puma Gen-E parte, con il modello base, da 27.250 euro (prezzo in promozione, il listino schizza a 33.250 euro) con già una buona dotazione di serie (fari proiettori e luci diurne a led, cerchi in lega da 17 pollici, gigabox posteriore, climatizzatore automatico). Per il modello definito «Premium» si spendono 2.000 euro in più. Grazie al cumulo tra incentivo statale (fino a 11.000 euro con rottamazione e Isee basso) e lo sconto Ford, il prezzo d’attacco può scendere sotto i 18.000 euro. Una quota che rende l’acquisto molto, molto interessante.
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Cassa Depositi e Prestiti archivia il 2025 con risultati senza precedenti, consolidando il suo ruolo di pilastro strategico per l’economia italiana. Nel primo anno del Piano Strategico 2025-2027, la Cassa ha raggiunto l’utile netto più alto della sua storia, toccando quota 3,4 miliardi di euro, in crescita del 3% rispetto all’anno precedente.
Un dato che non è solo un record finanziario, ma il motore di una potenza di fuoco che ha permesso di impegnare risorse per circa 29,5 miliardi di euro, attivando investimenti complessivi per oltre 73 miliardi grazie a un effetto leva di 2,5 volte.
«Il primo anno del nuovo Piano si chiude con un risultato storico che conferma l’efficacia della nostra strategia», ha sottolineato l’amministratore delegato Dario Scannapieco, in conferenza stampa durante la presentazione dei dati 2025 a Roma.
«Euphoria» (Sky)
Dopo quattro anni torna Euphoria con otto nuovi episodi su Sky. La terza stagione segue Rue cinque anni dopo, tra dipendenze e tentativi di rinascita, mentre i personaggi affrontano il passaggio all’età adulta e la possibilità di un futuro diverso.
Dopo quattro anni di silenzio, il gran ritorno. Euphoria, venticinque nomination agli Emmy e nove vittorie, è pronta a debuttare su Sky, con otto episodi inediti. La terza stagione dello show, incensato unanimemente per la capacità di esporre la realtà dei giovani, quella scomoda e poco patinata, sarà disponibile a partire dalla prima serata di lunedì 13 aprile. Giorno storico che, per chi abbia seguito lo show fin dal principio, legandosi a personaggi che poco hanno di iperbolico o cinematografico.
Rue Bennett, personaggio che ha eletto Zendaya icona globale, è un'adolescente tossica. Sulla carta, dovrebbe rappresentare un'eccezione, diversa dalla miriade di adolescenti che cerca di imbroccare la strada giusta per il mondo dei grandi. Eppure, nelle sue fragilità, opportunamente romanzate per tener viva la narrazione televisiva, riesce a ricalcare le difficoltà dei ragazzi di oggi: la fatica nel costruire un'identità propria, estranea alle pressioni della società e al bisogno quasi epidermico di sentirsi parte di un tutto, le insicurezze, la scarsa fiducia nel domani. Rue Bennett è una tossicodipendente dei sobborghi californiani, figlia di una madre che non ha granché da offrirle. Ed è, però, quel che tanti, tantissimi adolescenti sono.
Euphoria l'ha trovata così, la sua forza: ricalcando con mano pesante la vita vera, le difficoltà comuni a tanti, quelle che, spesso, vengono derubricate a facezie. Ha individuato i problemi dei giovani e, su questi, ha costruito un impianto narrativo che potesse farli sentire visti, ascoltati, capiti. Dunque, mai soli. Anche in età semi-adulta.La terza stagione dello show, difatti, prosegue oltre l'adolescenza, e Rue la trova in Messico, cinque anni più tardi rispetto ai fatti narrati nelle prime stagioni. Cresciuta, ma non cambiata, ha ancora problemi di droga e dipendenza. Ha debiti e una vita segnata dall'improvvisazione, quella che di romantico ha poco. I suoi amici sono cresciuti. Qualcuno sembra avercela fatta, qualcun altro no. Uno è a un passo dalle nozze, un altro iscritto ad una scuola d'arte. Sono distanti, ma chiamati, tutti, a confrontarsi con la fede: non quella religiosa, ma quella che porta a credere che un domani migliore sia cosa possibile e che le risorse per attuarlo siano intrinseche all'essere umano. Anche a Rue, chiamata a scegliere fra paura e coraggio.
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