I riformisti del Pd non votano al referendum del Pd
Il presidente del Copasir, Lorenzo Guerini (Ansa)

La sfida alla segretaria Pd Elly Schlein è lanciata da dentro il partito: «La condizione del lavoro in Italia passa dal futuro, non da una sterile resa dei conti col passato». Gli ex renziani del Nazareno si smarcano dalla segreteria perché non ci stanno a sconfessare il Jobs Act e così, in una lettera a Repubblica, hanno annunciato che l’8 e 9 giugno voteranno a favore solo dei referendum abrogativi sulla cittadinanza e sugli appalti, astenendosi sugli altri quesiti che riguardano il Jobs Act.

A firmare la presa di posizione europarlamentari e deputati dell’area riformista del Pd come il presidente del Copasir Lorenzo Guerini, la vicepresidente dell’Europarlamento Pina Picierno, l’europarlamentare Giorgio Gori, le deputate Marianna Madia e Lia Quartapelle e il senatore Filippo Sensi, gli stessi che con Pier Maran e Simona Malpezzi domani inaugureranno a Milano un circolo intitolato a Giacomo Matteotti per rilanciare un pensiero riformatore come risposta concreta a quella che i promotori definiscono una «deriva massimalista» a sinistra.

A febbraio, durante la direzione nazionale del partito, Schlein aveva chiarito che la linea del Pd «è di votare a favore dei referendum contro il Jobs Act», ma i riformisti nella missiva hanno evidenziato la contraddizione del loro partito nei confronti della misura introdotta dieci anni fa dal Partito democratico che oggi è lo stesso Pd, che rispondendo alla sollecitazione della Cgil, sconfessa invitando a votare Sì ai quesiti e che «rimane l’ultimo provvedimento organico sul lavoro approvato in Italia per armonizzare la nostra disciplina a quella degli altri Paesi Ue, ispirato alle migliori esperienze giuslavoriste delle socialdemocrazie europee».

Obiettivo del quesito referendario è modificare il pacchetto di leggi sul lavoro introdotto nel 2014 dal governo Renzi in particolare il punto sui licenziamenti illegittimi, proponendo il ripristino del reintegro eliminato dalla norma votata dal Pd che ora lo stesso Pd contesta. Sulla «libertà di coscienza» rivendicata dalla minoranza interna si spacca dunque il partito che insieme al resto dell’opposizione, tutti su posizione diverse, pensava di usare l’appuntamento referendario per dare una spallata al governo Meloni.

Gli schleiniani non l’hanno presa bene e Maria Cecilia Guerra ha già chiarito: «La direzione è l’unico organismo in grado di parlare per tutto il partito. La posizione del Pd è per il sì». «L’8 e il 9 giugno andremo a votare» fanno sapere i Riformisti, «Non solo perché è un diritto/dovere costituzionale, ma perché la partecipazione è il cuore di una democrazia. Voteremo sì al referendum sulla cittadinanza, che risponde alle attese di milioni di persone, discriminate nei loro diritti. E sì al quesito sulle imprese appaltanti, in un paese con una intollerabile strage quotidiana di morti sul lavoro». E quindi sostengono: «Per restituire dignità al lavoro servirebbero invece le politiche attive previste dal Jobs Act e non realizzate. Un grande investimento in formazione e aggiornamento dei profili professionali, un nuovo patto che tenga insieme innovazione, produttività, salari e una maggiore partecipazione dei lavoratori alla vita delle imprese. Servirebbe, come chiede il Pd, la legge sul salario minimo negata dalla destra, tutela della fascia più bassa delle retribuzioni». Poi la corrente riformista precisa: «Ciò che non serve invece è agitare un simulacro o fuori tempo, con un dibattito che distrarrà l’attenzione dai veri problemi, oltre a creare divisioni in campo progressista sindacale (Cisl contraria, Uil per la libertà di voto)».

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