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2023-12-01
Il «rientro dei cervelli» fa bene all’erario
Nelle ultime settimane si è parlato molto di incentivi fiscali per il «rientro dei cervelli». Serpeggia talvolta in questi dibattiti l’infondato pregiudizio di chi pensa che si tratti di mancette elettorali, ignorando il problema socioeconomico di fondo a cui la normativa fiscale ha tentato parzialmente di porre un argine, in linea peraltro con iniziative simili di altri Paesi Europei, tra cui Belgio, Olanda, Portogallo.
Al 1° gennaio 2023, i nostri connazionali residenti all’estero e iscritti all’Aire risultavano essere 5.933.418, il 10,1% dei 58,8 milioni di italiani residenti in Italia. Mentre il Paese continua inesorabilmente a perdere residenti, l’Italia fuori dall’Italia cresce. Secondo il Rapporto italiani nel mondo 2023 della Fondazione Migrantes, la presenza all’estero dei nostri connazionali è aumentata dal 2006 del +91%. Il 48,2% dei 6 milioni di italiani all’estero è donna (oltre 2,8 milioni). I minori in Paesi esteri sono in crescita del +78,3%.
Il fenomeno del «controesodo» è stato affrontato dai diversi esecutivi che si sono succeduti negli ultimi 13 anni anche attraverso la leva fiscale. La disciplina originaria nasce con la legge 238 del 2010 per far rientrare i primi cervelli in fuga (governo Berlusconi). Potevano accedere ai benefici i cittadini dell’Ue laureati che avessero svolto per almeno 24 mesi un’attività di lavoro o conseguito una specializzazione fuori dall’Italia e che fossero venuti a lavorare nel nostro Paese. Ad essi era riservato un beneficio fiscale consistente in un imponibile ridotto su cui pagare l’Irpef. Nel 2015 (governo Renzi) è la volta del regime speciale per i cosiddetti lavoratori «impatriati». Il decreto legislativo 147/2015 invitava a rientrare coloro i quali fossero stati residenti all’estero per almeno cinque anni, con l’impegno a restare in Italia per almeno due, offrendo loro uno sconto sul reddito a condizione che l’attività venisse svolta presso un’impresa residente nel territorio dello Stato e i lavoratori rivestissero ruoli direttivi. Nel 2019 è il governo Conte I a intervenire sulla materia, imprimendo una forte accelerazione al controesodo. Il decreto Crescita non limitava più i benefici soltanto ai lavoratori altamente qualificati, ma si rivolgeva anche alle professionalità minori e agli imprenditori individuali con riduzioni sino al 70 per cento del reddito imponibile (90 per cento per i trasferimenti al Sud) e possibilità di usufruire del regime speciale per 10 anni grazie alle misure sul «radicamento» previste in caso di figli o acquisto di immobili in Italia. Nel 2022 (governo Draghi) arriva una stretta sui lavoratori sportivi, a cui gli incentivi si applicano con detassazione al 50% e contributo dello 0,5% dell’imponibile per l’accesso, ma con soglie di età e di reddito. Veniamo ai giorni nostri. Lo schema di decreto legislativo di attuazione della riforma fiscale in materia di fiscalità internazionale proposto dal governo Meloni ha riacceso il dibattito soprattutto nella comunità degli «expats». L’attuale esecutivo riduce nuovamente il perimetro soggettivo degli incentivi. I lavoratori, dipendenti o autonomi, che si trasferiranno in Italia dovranno essere dotati di stringenti requisiti di elevata qualificazione o specializzazione (come iscrizione ad albi, qualifiche professionali superiori). Fuori le professionalità minori e gli imprenditori individuali, abrogato il regime per i lavoratori sportivi. Stretta anche sul fronte delle agevolazioni applicabili che varranno complessivamente per 5 anni a partire dal rientro: la percentuale di reddito detassata scende al 50% e il reddito agevolato non può superare il limite di 600.000 euro. Cambiano anche i requisiti legati alla residenza estera pregressa (tre anni) e al mantenimento della residenza in Italia (cinque anni), pena il recupero delle minori imposte versate e relativi interessi. Inoltre, le nuove previsioni limiteranno i trasferimenti di lavoratori infragruppo e lo smart working dall’estero, casistiche sempre più frequenti. Le nuove regole troveranno applicazione per chi si trasferirà in Italia dal periodo di imposta 2024. Si prevede tuttavia un’apposita disciplina transitoria che fa salvo l’attuale e più favorevole regime per chi trasferisce la residenza anagrafica in un comune italiano entro il prossimo 31 dicembre (ovvero, per i rapporti di lavoro sportivo, per chi stipula il relativo contratto entro tale data). La sintetica ricostruzione appena fatta è una storia di continue modifiche, incertezze normative, interpretazioni talvolta creative dell’amministrazione finanziaria. Nel dibattito che coinvolge il mondo politico, professionale e principalmente la comunità dei lavoratori occorrerebbe seriamente ragionare partendo da almeno cinque punti fermi. Il primo. I regimi di attrazione del capitale umano non hanno effetti negativi sulle casse erariali. Lo afferma la Ragioneria generale dello Stato. Non sfuggirà, peraltro, che i lavoratori che rientrano in Italia o che ci arrivano per la prima volta portano con sé un indotto di consumi e investimenti che genera anche addizionali imposte indirette come l’Iva. Il secondo. Afferma uno studio pubblicato a febbraio 2023 da due studiosi dell’Institute for Employment Research )di Norimberga e della University of California, Davis, che la propensione degli italiani all’estero a ritrasferirsi in Italia è aumentata del 30% grazie all’introduzione delle agevolazioni e il fenomeno non è limitato ai redditi più alti, ma coinvolge persone con diversi profili reddituali. Il terzo. Tutti questi soggetti versano contributi previdenziali agli enti di appartenenza contribuendo al nostro sistema pensionistico. Il quarto. L’aspetto demografico che contribuisce alla tenuta del sistema Paese afflitto dal problema della denatalità. Il quinto. Gli incentivi, oltre a favorire i lavoratori, rappresentano una importante occasione per il mondo delle imprese. Le persone che si trasferiscono portano, infatti, con sé un bagaglio di conoscenze e competenze di cui molte aziende italiane sono alla ricerca. In conclusione, si tratta di norme che hanno dimostrato con i fatti la loro efficacia, sotto tanti punti di vista. Nel 2021 (dati Mef sulle ultime dichiarazioni fiscali disponibili) hanno portato in Italia 21.200 lavoratori. Talmente efficaci che l’attuale governo intende introdurre un meccanismo simile anche per le imprese extra Ue che si trasferiranno nel nostro Paese. E allora le si lasci lì, senza toccarle a ogni cambio di governo e si rafforzi l’idea di una stabilità del quadro normativo.
Altra stretta per gli affitti brevi: arriva il nuovo codice identificativo
Si nasconde dietro a una semplice sigla di tre lettere il nuovo colpo al mercato degli affitti brevi che arriva dalla maggioranza di governo. Si tratta del Cin, codice identificativo nazionale, che sarà attribuito dal ministero del Turismo e sarà obbligatorio per tutti i proprietari di casa che affittano a turisti, pena sanzioni fino a 8.000 euro e verifiche fiscali approfondite. Le nuove norme sono inserite in un emendamento dei relatori Claudio Borghi (Lega), Dario Damiani (Fi), Vita Maria Nocco (Fdi), al dl Anticipi, con lo scopo dichiarato di contrastare l’evasione fiscale che talvolta si annida dietro ai B&b. Oggettivamente, però, sono anche un notevole appesantimento delle incombenze burocratiche per i locatori e un nuovo occhiolino strizzato alle organizzazioni degli alberghi. Il Cin, del resto, era stato annunciato un mese fa dal Ministro Daniela Santanchè.
L’emendamento riguarda le locazioni turistiche, le locazioni brevi e le attività turistico ricettive. Sugli affitti brevi infuria la battaglia da mesi e i proprietari di casa sono riusciti a limitare i danni. Così, l’aumento delle tasse con la cedolare secca al 26%, inserito nella Manovra 2024, alla fine è stato deciso solo per il secondo immobile concesso in affitto. Che quella delle locazioni turistiche sia una mezza giungla è opinione comune, anche perché si tratta di un settore che è cresciuto enormemente negli ultimi anni e che però spesso è una fonte integrativa di reddito per tante famiglie. In ogni caso, la soluzione trovata dall’emendamento è tipicamente italiana: un po’ burocratica e un po’ vessatoria. Ogni proprietario di casa dovrà dotarsi di questo Cin, autocertificando tutti i dati catastali e varie altre cose, oltre alla sussistenza dei requisiti di sicurezza. E il codice dovrà essere esposto alla clientela. Le pene per la mancata esposizione del Cin andranno da 500 a 5.000 euro; mentre quelle per la mancata richiesta del numero magico potranno arrivare a 8.000 euro per gli immobili più grandi.
Al punto 12 dell’emendamento spunta anche un riferimento esplicito alla lotta all’evasione. Il testo prevede che, in caso di locazione senza il codice identificativo nazionale, Guardia di finanza e Agenzia delle entrate effettuino insieme controlli fiscali incrociati sui proprietari degli immobili.
Il nuovo Cin va anche a sovrapporsi a un codice analogo che esiste già in alcune Regioni come Lombardia, Puglia, Veneto e Campania. E così, le nuove norme prevedono che gli enti locali debbano convertire i loro codici in quelli nazionali e far sparire quelli vecchi, il che ovviamente non sarà una passeggiata.
Lo scorso 9 ottobre, Santanchè aveva affermato che gli affitti brevi «vanno regolamentati perché c’è un Far west, ma non va criminalizzata la proprietà privata». Poi aveva aggiunto che «la cosa più importante è il Cin, che deve essere uguale in tutte le Regioni perché non possiamo confondere i nostri turisti e ci vuole uniformità». In realtà, dalla lettura dell’emendamento si capisce bene che le finalità sono ben altre.
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Il ritorno degli espatriati italiani, grazie ai benefici fiscali, è un’opportunità per Paese e aziende. L’arrivo di lavoratori qualificati, infatti, spinge consumi e investimenti. Uno schema efficace, che il governo pensa di estendere anche alle compagnie extra Ue. Un emendamento introduce l’obbligo di Cin, ulteriore onere burocratico per i locatori. Lo speciale contiene due articoli. Nelle ultime settimane si è parlato molto di incentivi fiscali per il «rientro dei cervelli». Serpeggia talvolta in questi dibattiti l’infondato pregiudizio di chi pensa che si tratti di mancette elettorali, ignorando il problema socioeconomico di fondo a cui la normativa fiscale ha tentato parzialmente di porre un argine, in linea peraltro con iniziative simili di altri Paesi Europei, tra cui Belgio, Olanda, Portogallo. Al 1° gennaio 2023, i nostri connazionali residenti all’estero e iscritti all’Aire risultavano essere 5.933.418, il 10,1% dei 58,8 milioni di italiani residenti in Italia. Mentre il Paese continua inesorabilmente a perdere residenti, l’Italia fuori dall’Italia cresce. Secondo il Rapporto italiani nel mondo 2023 della Fondazione Migrantes, la presenza all’estero dei nostri connazionali è aumentata dal 2006 del +91%. Il 48,2% dei 6 milioni di italiani all’estero è donna (oltre 2,8 milioni). I minori in Paesi esteri sono in crescita del +78,3%. Il fenomeno del «controesodo» è stato affrontato dai diversi esecutivi che si sono succeduti negli ultimi 13 anni anche attraverso la leva fiscale. La disciplina originaria nasce con la legge 238 del 2010 per far rientrare i primi cervelli in fuga (governo Berlusconi). Potevano accedere ai benefici i cittadini dell’Ue laureati che avessero svolto per almeno 24 mesi un’attività di lavoro o conseguito una specializzazione fuori dall’Italia e che fossero venuti a lavorare nel nostro Paese. Ad essi era riservato un beneficio fiscale consistente in un imponibile ridotto su cui pagare l’Irpef. Nel 2015 (governo Renzi) è la volta del regime speciale per i cosiddetti lavoratori «impatriati». Il decreto legislativo 147/2015 invitava a rientrare coloro i quali fossero stati residenti all’estero per almeno cinque anni, con l’impegno a restare in Italia per almeno due, offrendo loro uno sconto sul reddito a condizione che l’attività venisse svolta presso un’impresa residente nel territorio dello Stato e i lavoratori rivestissero ruoli direttivi. Nel 2019 è il governo Conte I a intervenire sulla materia, imprimendo una forte accelerazione al controesodo. Il decreto Crescita non limitava più i benefici soltanto ai lavoratori altamente qualificati, ma si rivolgeva anche alle professionalità minori e agli imprenditori individuali con riduzioni sino al 70 per cento del reddito imponibile (90 per cento per i trasferimenti al Sud) e possibilità di usufruire del regime speciale per 10 anni grazie alle misure sul «radicamento» previste in caso di figli o acquisto di immobili in Italia. Nel 2022 (governo Draghi) arriva una stretta sui lavoratori sportivi, a cui gli incentivi si applicano con detassazione al 50% e contributo dello 0,5% dell’imponibile per l’accesso, ma con soglie di età e di reddito. Veniamo ai giorni nostri. Lo schema di decreto legislativo di attuazione della riforma fiscale in materia di fiscalità internazionale proposto dal governo Meloni ha riacceso il dibattito soprattutto nella comunità degli «expats». L’attuale esecutivo riduce nuovamente il perimetro soggettivo degli incentivi. I lavoratori, dipendenti o autonomi, che si trasferiranno in Italia dovranno essere dotati di stringenti requisiti di elevata qualificazione o specializzazione (come iscrizione ad albi, qualifiche professionali superiori). Fuori le professionalità minori e gli imprenditori individuali, abrogato il regime per i lavoratori sportivi. Stretta anche sul fronte delle agevolazioni applicabili che varranno complessivamente per 5 anni a partire dal rientro: la percentuale di reddito detassata scende al 50% e il reddito agevolato non può superare il limite di 600.000 euro. Cambiano anche i requisiti legati alla residenza estera pregressa (tre anni) e al mantenimento della residenza in Italia (cinque anni), pena il recupero delle minori imposte versate e relativi interessi. Inoltre, le nuove previsioni limiteranno i trasferimenti di lavoratori infragruppo e lo smart working dall’estero, casistiche sempre più frequenti. Le nuove regole troveranno applicazione per chi si trasferirà in Italia dal periodo di imposta 2024. Si prevede tuttavia un’apposita disciplina transitoria che fa salvo l’attuale e più favorevole regime per chi trasferisce la residenza anagrafica in un comune italiano entro il prossimo 31 dicembre (ovvero, per i rapporti di lavoro sportivo, per chi stipula il relativo contratto entro tale data). La sintetica ricostruzione appena fatta è una storia di continue modifiche, incertezze normative, interpretazioni talvolta creative dell’amministrazione finanziaria. Nel dibattito che coinvolge il mondo politico, professionale e principalmente la comunità dei lavoratori occorrerebbe seriamente ragionare partendo da almeno cinque punti fermi. Il primo. I regimi di attrazione del capitale umano non hanno effetti negativi sulle casse erariali. Lo afferma la Ragioneria generale dello Stato. Non sfuggirà, peraltro, che i lavoratori che rientrano in Italia o che ci arrivano per la prima volta portano con sé un indotto di consumi e investimenti che genera anche addizionali imposte indirette come l’Iva. Il secondo. Afferma uno studio pubblicato a febbraio 2023 da due studiosi dell’Institute for Employment Research )di Norimberga e della University of California, Davis, che la propensione degli italiani all’estero a ritrasferirsi in Italia è aumentata del 30% grazie all’introduzione delle agevolazioni e il fenomeno non è limitato ai redditi più alti, ma coinvolge persone con diversi profili reddituali. Il terzo. Tutti questi soggetti versano contributi previdenziali agli enti di appartenenza contribuendo al nostro sistema pensionistico. Il quarto. L’aspetto demografico che contribuisce alla tenuta del sistema Paese afflitto dal problema della denatalità. Il quinto. Gli incentivi, oltre a favorire i lavoratori, rappresentano una importante occasione per il mondo delle imprese. Le persone che si trasferiscono portano, infatti, con sé un bagaglio di conoscenze e competenze di cui molte aziende italiane sono alla ricerca. In conclusione, si tratta di norme che hanno dimostrato con i fatti la loro efficacia, sotto tanti punti di vista. Nel 2021 (dati Mef sulle ultime dichiarazioni fiscali disponibili) hanno portato in Italia 21.200 lavoratori. Talmente efficaci che l’attuale governo intende introdurre un meccanismo simile anche per le imprese extra Ue che si trasferiranno nel nostro Paese. E allora le si lasci lì, senza toccarle a ogni cambio di governo e si rafforzi l’idea di una stabilità del quadro normativo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/rientro-cervelli-fa-bene-allerario-2666413582.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="altra-stretta-per-gli-affitti-brevi-arriva-il-nuovo-codice-identificativo" data-post-id="2666413582" data-published-at="1701440342" data-use-pagination="False"> Altra stretta per gli affitti brevi: arriva il nuovo codice identificativo Si nasconde dietro a una semplice sigla di tre lettere il nuovo colpo al mercato degli affitti brevi che arriva dalla maggioranza di governo. Si tratta del Cin, codice identificativo nazionale, che sarà attribuito dal ministero del Turismo e sarà obbligatorio per tutti i proprietari di casa che affittano a turisti, pena sanzioni fino a 8.000 euro e verifiche fiscali approfondite. Le nuove norme sono inserite in un emendamento dei relatori Claudio Borghi (Lega), Dario Damiani (Fi), Vita Maria Nocco (Fdi), al dl Anticipi, con lo scopo dichiarato di contrastare l’evasione fiscale che talvolta si annida dietro ai B&b. Oggettivamente, però, sono anche un notevole appesantimento delle incombenze burocratiche per i locatori e un nuovo occhiolino strizzato alle organizzazioni degli alberghi. Il Cin, del resto, era stato annunciato un mese fa dal Ministro Daniela Santanchè. L’emendamento riguarda le locazioni turistiche, le locazioni brevi e le attività turistico ricettive. Sugli affitti brevi infuria la battaglia da mesi e i proprietari di casa sono riusciti a limitare i danni. Così, l’aumento delle tasse con la cedolare secca al 26%, inserito nella Manovra 2024, alla fine è stato deciso solo per il secondo immobile concesso in affitto. Che quella delle locazioni turistiche sia una mezza giungla è opinione comune, anche perché si tratta di un settore che è cresciuto enormemente negli ultimi anni e che però spesso è una fonte integrativa di reddito per tante famiglie. In ogni caso, la soluzione trovata dall’emendamento è tipicamente italiana: un po’ burocratica e un po’ vessatoria. Ogni proprietario di casa dovrà dotarsi di questo Cin, autocertificando tutti i dati catastali e varie altre cose, oltre alla sussistenza dei requisiti di sicurezza. E il codice dovrà essere esposto alla clientela. Le pene per la mancata esposizione del Cin andranno da 500 a 5.000 euro; mentre quelle per la mancata richiesta del numero magico potranno arrivare a 8.000 euro per gli immobili più grandi. Al punto 12 dell’emendamento spunta anche un riferimento esplicito alla lotta all’evasione. Il testo prevede che, in caso di locazione senza il codice identificativo nazionale, Guardia di finanza e Agenzia delle entrate effettuino insieme controlli fiscali incrociati sui proprietari degli immobili. Il nuovo Cin va anche a sovrapporsi a un codice analogo che esiste già in alcune Regioni come Lombardia, Puglia, Veneto e Campania. E così, le nuove norme prevedono che gli enti locali debbano convertire i loro codici in quelli nazionali e far sparire quelli vecchi, il che ovviamente non sarà una passeggiata. Lo scorso 9 ottobre, Santanchè aveva affermato che gli affitti brevi «vanno regolamentati perché c’è un Far west, ma non va criminalizzata la proprietà privata». Poi aveva aggiunto che «la cosa più importante è il Cin, che deve essere uguale in tutte le Regioni perché non possiamo confondere i nostri turisti e ci vuole uniformità». In realtà, dalla lettura dell’emendamento si capisce bene che le finalità sono ben altre.
I residenti di via Montello stanno monitorando la zona perché temono che «i rom» si possano vendicare. Ma il giorno dopo la rapina finita in tragedia, sul piano investigativo gli inquirenti stanno cercando prima di tutto di individuare l’altro rapinatore che assieme alla vittima ha fatto irruzione nella villa dove abitano Jonathan e i suoi genitori e si cerca anche l’altro componente della banda che faceva da «palo» in auto e che poi ha accompagnato e lasciato il trentasettenne in ospedale, scappando.
I carabinieri della compagnia locale e i colleghi del nucleo investigativo di Varese stanno passando al setaccio ogni zona della città, ma stanno cercando anche altrove dal momento che, da quanto è stato ricostruito, la vittima risiedeva in un campo rom di Torino. Le indagini proseguono e la Procura di Busto Arsizio è al lavoro per cercare di ricostruire l’esatta dinamica della rapina e stabilire le responsabilità del giovane proprietario di casa. Il pm Nadia Calcaterra ha disposto l’autopsia sul corpo della vittima. Mentre i carabinieri stanno provando a ricostruire il percorso fatto dall’Audi, auto sulla quale si trovava la vittima con i due complici, grazie al supporto delle immagini delle telecamere di videosorveglianza. Al momento, la Procura ha aperto un fascicolo solo per «tentata rapina» perché per gli inquirenti, la versione dei fatti di Jonathan Maria Rivolta risulta «molto credibile» e il giovane avrebbe agito esclusivamente per «legittima difesa». Il padre del ragazzo e gli altri familiari lo ripetono in continuazione agli investigatori e ai giornalisti ribadendo che il trentatreenne ha agito «solo per difendersi».
In zona tutti conoscono questo giovane «brillante» con due lauree, una in Scienze della comunicazione e una in Economia, che mai pensava di poter vivere un incubo. Era al piano di sopra della sua villa, quando all’improvviso ha sentito dei rumori ed è sceso in cucina: lì ha sorpreso la vittima e l’altro complice a rubare, ma i due immediatamente - ha raccontato il proprietario - si sono fiondati su di lui aggredendolo e prendendolo a pugni. L’uomo ha avuto «paura di morire» e si è difeso prendendo un pugnale conservato nel kit di sopravvivenza da trekking che aveva lì nelle vicinanze e si è difeso. Il suo colpo ha ferito uno dei due ladri, che subito sono scappati. Poi, Massa è stato «scaricato» dai suoi complici in ospedale e lì i medici hanno provato a salvarlo, ma è deceduto. Intanto, Jonathan Maria Rivolta è rimasto pietrificato dalla paura nella sua casa, con l’angoscia che i rapinatori potessero tornare e uccidere i suoi genitori.
Mentre proseguono le indagini, i riflettori della politica sono nuovamente accesi sulla spinosa questione della legittima difesa. Il vicepremier Matteo Salvini , su Instagram, ha espresso «solidarietà a chi è stato aggredito in casa sua e si è difeso». Anche Romano La Russa, assessore regionale alla Sicurezza, ha voluto far sentire la sua vicinanza al «trentatreenne che si è semplicemente difeso dall’assalto dei rapinatori rom che si sono introdotti nella sua abitazione e lo hanno malmenato. Come Regione Lombardia siamo disponibili, come già accaduto in passato, a pagare le spese legali dello sfortunato Rivolta se, come appare evidente e mi auguro, verrà riconosciuta la legittima difesa». L’assessore regionale spera che quanto accaduto possa non avere conseguenze ulteriori: «La difesa in casa propria è un atto legittimo e chi delinque deve sapere a cosa va incontro e quali possono essere le gravi conseguenze dei propri gesti violenti. Mi auguro che l’aggredito di Lonate Pozzolo non debba subire, come è già accaduto in passato ad altri nella sua stessa posizione, lunghi procedimenti penali tramutandosi da vittima a carnefice». La Russa ha auspicato «che la famiglia del criminale deceduto non adduca scuse sostenendo tesi innocentiste che giustifichino odiose ritorsioni. L’assalto al pronto soccorso dell’ospedale di Magenta, come loro abitudine, è già un segnale del loro sentirsi al di sopra della legge e padroni del mondo». L’assessore regionale ha rivolto un pensiero all’uomo deceduto: «Dispiace per la giovane vittima, figlio di un ambiente e di un clima sbagliato dove non esiste la legge e che non ha messo in preventivo le tragiche conseguenze che avrebbe potuto avere il suo gesto illegale e violento. Confido, e spero, che la magistratura faccia il proprio dovere secondo coscienza».
C’è molta preoccupazione per eventuali «ritorsioni o vendette dei rom». «Abbiamo paura anche di stare nella nostra casa», è stato il commento di alcuni abitanti di via Montello. E il dibattito politico torna ad accendersi pure sulla pericolosità dei campi rom, trasformati in ritrovi di «violenza e illegalità».
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Cecilia Strada (Ansa)
Ora che si procede a varare nuove e più stringenti regole, i dem cambiano di nuovo posizione e giudicano i provvedimenti sbagliati perché «repressivi». Una posizione strumentale, pregiudiziale e puramente propagandistica che produce effetti grotteschi. Leggete quanto dichiarato ieri dalla eurodeputata del Pd Cecilia Strada: «Piantedosi lo chiama pacchetto sicurezza ma forse sarebbe meglio chiamarlo pacchetto repressione. Sarebbe più onesto e coerente con l'idea che tanto piace alla destra italiana di uno Stato di polizia. La verità è che il governo Meloni sogna un Paese illiberale», argomenta la Strada, «fatto di fermi preventivi, trattenimenti discrezionali di cittadine e cittadini che manifestano, scudo penale per gli agenti, divieto di scendere in piazza per chi è stato anche solo denunciato, ammende esorbitanti per chi urla slogan contro le autorità. Sulle migrazioni poi il governo prova a realizzare il suo vero sogno: certificare per legge che i diritti delle persone migranti sono sempre più comprimibili con l’interdizione per ragioni di sicurezza fino a sei mesi delle acque territoriali e dei porti italiani per le Ong che salvano persone in mare, con espulsioni sempre più facili e ricongiungimenti familiari sempre più difficili». Se non sorprendono le levate di scudi di parte di forze politiche come Avs, fa veramente impressione la posizione dei dem, il cui elettorato è assolutamente sensibile al tema della sicurezza. Misure come lo stanziamento di nuovi fondi per aumentare la sicurezza nelle stazioni, il fermo preventivo fino a 12 ore per manifestanti con volto coperto, casco o armi nelle strade, la tolleranza zero sul porto di coltelli, espulsioni più facili per gli immigrati che delinquono, maggiori tutele per le forze dell’ordine che si ritrovano sotto inchiesta per fatti compiuti nell’adempimento del loro dovere o per legittima difesa, sono provvedimenti di buon senso che, non crediamo di esagerare, saranno accolti positivamente dalla quasi totalità della popolazione italiana. Qualche perplessità suscita l’introduzione negli impianti sportivi di sistemi di identificazione biometrica remota a posteriori, con riconoscimento facciale attivabile dopo la commissione di un reato: si dovrà trovare un punto di equilibrio tra la necessità di garantire la sicurezza negli stadi e il sacrosanto diritto dei tifosi che non commettono alcun illecito di veder tutelata la propria privacy.
A proposito di sicurezza, l’operazione Strade sicure, quella che vede l’impiego di militari dell’Esercito nelle strade e nelle piazze, resterà operativa, e sarà anche potenziata: lo dice alla Verità il deputato della Lega Eugenio Zoffili, componente della commissione Difesa della Camera dei deputati: «Strade sicure non terminerà alla scadenza attualmente prevista, quella del 31 dicembre 2027», spiega Zoffili, «ma verrà prorogata. Non solo: come Lega abbiamo proposto un aumento dei militari impiegati di 3.000 unità, che porterà così a un totale di 10.000 militari impegnati». La seduta della Commissione Difesa di Montecitorio, in calendario ieri, è stata rinviata proprio per questo motivo: «La commissione Difesa», scrivono i componenti del Carroccio Anastasio Carrà e Fabrizio Cecchetti «è stata sconvocata per essere, semplicemente, rimandata alla prossima settimana. Una prassi comune che gli addetti ai lavori conoscono bene. La Lega non arretrerà di un millimetro sulla sua richiesta di aumentare il numero di militari impegnati in Strade sicure». L’operazione, varata nel 2008 dal governo guidato da Silvio Berlusconi, su proposta del ministro dell’Interno Roberto Maroni, prevede l’impiego dei militari come strumento per rafforzare la presenza dello Stato sul territorio, portando i militari stessi a collaborare con le forze di polizia per garantire maggiore sicurezza nelle aree urbane aumentando la percezione e il controllo della sicurezza nelle città, specialmente in aree ad alta densità di criminalità. Il ministro della Difesa Guido Crosetto, da parte sua, è convinto della necessità di uscire da una logica emergenziale e ha infatti annunciato «il rifinanziamento di Strade sicure nell'attuale configurazione» chiedendo «di implementare il numero dei carabinieri». Al di là delle valutazioni della politica, va detto con chiarezza che la presenza dei militari nelle strade, nelle piazze, nei quartieri, è diventata familiare agli italiani, e contribuisce certamente a aumentare la percezione di sicurezza degli italiani e a fungere da deterrente per i criminali.
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