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2022-04-01
Ricerca americana riabilita De Donno: la sua cura funziona. Eppure fu ignorata
Imagoeconomica
Fu trattato come uno stregone, oggi uno studio finanziato dal dipartimento della Difesa americano e dai National institutes of health (Nih), l’agenzia governativa che si occupa di ricerca medica, conferma che Giuseppe De Donno aveva ragione.
L’ex primario di pneumologia all’ospedale Carlo Poma di Mantova ebbe la semplice quanto geniale idea di utilizzare il plasma «convalescente» per trattare i malati di Covid, che guarirono nel 90% dei casi, ma la sua cura fu zittita in ogni modo, in un vergognoso attacco mediatico e con motivazioni pseudo scientifiche.
Il professore, che si tolse la vita la scorsa estate, oggi avrebbe almeno la soddisfazione di veder riconosciuta da una mega ricerca americana la validità del trattamento, che mise a punto e applicò a inizio pandemia. Purtroppo, aveva perfettamente ragione anche quando in una intervista alla Verità, il 15 giugno 2020, disse: «La terapia con il plasma costa poco, funziona benissimo, non fa miliardari. E io sono un medico di campagna, non un azionista di Big Pharma».
Due, infatti, sono le principali conclusioni dello studio appena pubblicato su The New England Journal of Medicine (Nejm), tra le riviste mediche più autorevoli al mondo. La prima, è che «nei partecipanti, pazienti affetti da Covid-19, la maggior parte dei quali non vaccinati, la somministrazione di plasma convalescente entro 9 giorni dall’insorgenza dei sintomi ha ridotto il rischio di progressione della malattia che porta al ricovero in ospedale».
La seconda, che i monoclonali «sono costosi da produrre, richiedono tempo per l’approvazione e potrebbero non essere ampiamente disponibili durante le condizioni di picco di Covid-19», come purtroppo è successo in Italia, con l’Aifa e il ministro della Salute, Roberto Speranza, che nell’ottobre 2020 dissero no a 10.000 dosi di monoclonale gratuito.
Al contrario, il plasma convalescente Covid-19 «non ha limiti di brevetto ed è relativamente poco costoso da produrre, poiché molti singoli donatori possono fornire più unità», sottolineano i ricercatori, primo fra tutti David J. Sullivan della Bloomberg School of Public Health di Baltimora.
Base di partenza dello studio americano era stata la necessità di trovare «terapie ambulatoriali alternative, in particolare in contesti in cui la terapia con anticorpi monoclonali non è disponibile» o quando quelle a disposizione risultino scarse se non inefficaci «a causa di varianti resistenti agli anticorpi monoclonali».
Nel periodo di tempo compreso fra il 3 giugno 2020 e il 1 ottobre 2021, per lo studio randomizzato sono state reclutate 1.225 persone tra 18 e 84 anni (età media, 43 anni) risultate positive al Covid-19 (anche tre donne in gravidanza), e di queste 1.181 hanno ricevuto in ambulatorio una trasfusione di circa un’ora, seguita da un periodo di osservazione di 30 minuti.
Le sperimentazioni hanno avuto luogo in 23 sedi diverse degli Stati Uniti, dove a un gruppo di partecipanti (592) è stato trasfuso plasma «convalescente», di donatori guariti dal Covid, mentre all’altro gruppo (592) plasma di controllo, ovvero di persone che non hanno mai visto né virus né vaccino. In media le trasfusioni sono state fatte nei sei giorni successivi la comparsa dei sintomi del coronavirus.
Il primo dato di grande interesse è che solo 17 dei 592 partecipanti (2,9%) trattati con plasma convalescente, sono poi finiti in ospedale, mentre hanno avuto bisogno di essere ospedalizzati 37 su 589 partecipanti (6,3%) del gruppo che aveva ricevuto plasma di controllo. Per i trattati con il plasma iperimmune, come due anni fa sperimentò con successo De Donno, nello studio statunitense la riduzione assoluta del rischio di ricovero è stata alta. Di 3,4 punti percentuali, e di ben il 54% quella del rischio relativo.
Migliori risultati si sono ottenuti utilizzando il plasma entro cinque giorni dalla positività del soggetto, infatti la trasfusione precoce sembrava essere associata a una maggiore riduzione del rischio di essere ricoverati. Il plasma convalescente di Covid-19, si legge nello studio, svolge un ruolo fondamentale nel ridurre l’infiammazione polmonare in risposta all’infezione da Sars-CoV-2, che è il «motivo più comune per l’ospedalizzazione».
Tre soli decessi furono registrati in ospedale, in partecipanti trattati con il plasma di controllo.
Gli autori dello studio sgombrano il campo da inutili illazioni, sottolineando che «il siero o il plasma immunitario sono stati usati in modo sicuro per il trattamento di malattie infettive per più di cento anni» e che risultati contrastanti «potrebbero essere dovuti alla mancanza di moderni progetti di studio, a piccole dimensioni del campione», così pure a una «somministrazione troppo tempo dopo l’inizio della malattia».
Che siano state queste le cause dell’insuccesso di Tsunami? Ci riferiamo allo studio promosso da Aifa e Iss, che giusto un anno fa «non evidenziò un beneficio del plasma in termini di riduzione del rischio di peggioramento respiratorio o morte nei primi trenta giorni». Gli esperti aggiunsero che i risultati erano in linea con quelli della «letteratura internazionale, prevalentemente negativa, fatta eccezione per casistiche di pazienti trattati molto precocemente con plasma ad alto titolo».
Giuseppe De Donno aveva sperato che l’Aifa approvasse ufficialmente la cura a base di trasfusioni di plasma, la delusione per il professore fu grandissima, lasciò l’ospedale, amareggiato. Il 27 luglio del 2021 si tolse la vita. Oggi uno studio americano finanziato con fondi governativi restituisce tutta la grandezza di quella piccola, geniale intuizione del professore che non aveva bisogno di Big Pharma per trattare i pazienti Covid.
Green pass, tamponi e mascherine: finita l’emergenza, i diktat restano
Da oggi l’Italia è libera dallo stato d’emergenza. Ma non dalle restrizioni. Se infatti il Paese ha potuto dire addio al Comitato tecnico scientifico, che per due anni ha regolamentato con divieti e imposizioni la vita quotidiana dei cittadini, la trafila di regole è stata solo, lievemente, sfoltita.
Fino a fine mese, il green pass rafforzato, che si ottiene con il booster, o con due dosi da meno di 120 giorni, o con la guarigione, sarà obbligatorio per: piscine, centri natatori, palestre, sport di squadra e di contatto (al chiuso), centri benessere, spogliatoi e docce, cinema, teatri, palazzetti dello sport, sale da ballo e discoteche, feste, comprese quelle dopo le cerimonie, convegni e congressi, centri culturali, sale gioco, casinò, strutture sanitarie. Dal 1° maggio, salvo ripensamenti del ministero della Salute, il lasciapassare non servirà più.
Sempre per tutto il mese di aprile il green pass base, rilasciato con tampone antigenico (valido 48 ore) o molecolare (valido 72 ore) sarà obbligatorio per accedere a: bar e ristoranti al chiuso (negli spazi all’aperto non serve già da oggi alcun certificato), concorsi pubblici, corsi di formazione, stadi, spettacoli all’aperto, aerei, treni, navi e traghetti (esclusi i collegamenti nello Stretto di Messina e con le Isole Tremiti), pullman turistici e colloqui in carcere. Anche per questi luoghi, dal prossimo mese, non dovrebbe servire più il foglio verde. Accesso libero da oggi per negozi, uffici pubblici, Poste e banche.
Nulla di invariato invece per quanto riguarda le mascherine. Coprire naso e bocca resta infatti obbligatorio fino a maggio in tutti i luoghi al chiuso. La mascherina Ffp2 resta obbligatoria nei cinema, teatri, sale da concerto, competizioni sportive all’interno dei palazzetti dello sport, su tutti i mezzi di trasporto pubblico, nelle funivie, cabinovie e seggiovie.
Rimane in vigore anche l’obbligo vaccinale per il personale sanitario e i dipendenti delle Rsa per tutto l’anno. Per il personale scolastico, le forze dell’ordine e gli over 50 la puntura resta forzata fino al 15 giugno, ma per andare al lavoro (e tornare a ricevere dunque lo stipendio) sarà sufficiente esibire il green pass base, che si ottiene con il tampone. Un passo avanti, che tuttavia obbliga, solo in Italia, migliaia di persone a sottoporsi ai test ogni 48 o 72 ore. Esami a pagamento, il cui prezzo, tra l’altro, da oggi non è più calmierato. Con lo scadere dello stato d’emergenza, difatti, le farmacie non sono più tenute a offrire i tamponi a 15 euro per gli adulti e a otto euro per i minori, come invece avveniva da agosto 2021, ma potranno decidere autonomamente il prezzo. Stop anche ai tamponi gratis, a carico della sanità pubblica, in caso di guarigione o fine quarantena. I test non saranno più a carico del cittadino solo se effettuati negli ospedali o nei laboratori, pubblici o convenzionati, con ricetta medica. Ogni Regione, tuttavia, si muoverà probabilmente in ordine sparso. Un potenziale problema per i lavoratori costretti a fare i test per poter tornare in servizio, che spenderanno almeno 180 euro al mese in farmacia, salvo rincari non improbabili.
Dalla Commissione europea è invece arrivata martedì scorso la decisione di esentare gli under 18 dalla validità di 9 mesi (270 giorni) del green pass (necessario per viaggiare in Ue) dopo aver completato il ciclo primario di vaccinazione, dato che non tutti i Paesi dell'Unione hanno esteso ai minorenni il richiamo. Il termine di 9 mesi avrebbe infatti potuto avere conseguenze sulla mobilità dei minorenni. L’esenzione è quindi senz’altro una misura ragionevole, che tradisce tuttavia ancora una volta l’intenzione di Bruxelles di rendere il certificato verde uno strumento perenne, quanto meno per gli spostamenti tra Stati.
Nulla di nuovo invece dal ministro Speranza sul fronte della farmacovigilanza. Ieri, in risposta a un’interrogazione del senatore leghista Bagnai circa l’inadeguatezza dell’Aifa nel promuovere il monitoraggio degli effetti avversi e nel semplificare le procedure di segnalazione, il titolare della Salute si è limitato a sottolineare l’importanza dei vaccini e a difendere la preparazione fornita agli operatori sanitari nel registrare le reazioni post puntura.
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Maxi studio Usa: il plasma convalescente salva vite e costa poco, come sostenne l’ex primario. Ma Iss e Aifa lo scartarono.Inizia la finta libertà: l’Italia rimane il Paese con i divieti più duri. Stop ai test calmierati.Lo speciale contiene due articoliFu trattato come uno stregone, oggi uno studio finanziato dal dipartimento della Difesa americano e dai National institutes of health (Nih), l’agenzia governativa che si occupa di ricerca medica, conferma che Giuseppe De Donno aveva ragione. L’ex primario di pneumologia all’ospedale Carlo Poma di Mantova ebbe la semplice quanto geniale idea di utilizzare il plasma «convalescente» per trattare i malati di Covid, che guarirono nel 90% dei casi, ma la sua cura fu zittita in ogni modo, in un vergognoso attacco mediatico e con motivazioni pseudo scientifiche.Il professore, che si tolse la vita la scorsa estate, oggi avrebbe almeno la soddisfazione di veder riconosciuta da una mega ricerca americana la validità del trattamento, che mise a punto e applicò a inizio pandemia. Purtroppo, aveva perfettamente ragione anche quando in una intervista alla Verità, il 15 giugno 2020, disse: «La terapia con il plasma costa poco, funziona benissimo, non fa miliardari. E io sono un medico di campagna, non un azionista di Big Pharma». Due, infatti, sono le principali conclusioni dello studio appena pubblicato su The New England Journal of Medicine (Nejm), tra le riviste mediche più autorevoli al mondo. La prima, è che «nei partecipanti, pazienti affetti da Covid-19, la maggior parte dei quali non vaccinati, la somministrazione di plasma convalescente entro 9 giorni dall’insorgenza dei sintomi ha ridotto il rischio di progressione della malattia che porta al ricovero in ospedale». La seconda, che i monoclonali «sono costosi da produrre, richiedono tempo per l’approvazione e potrebbero non essere ampiamente disponibili durante le condizioni di picco di Covid-19», come purtroppo è successo in Italia, con l’Aifa e il ministro della Salute, Roberto Speranza, che nell’ottobre 2020 dissero no a 10.000 dosi di monoclonale gratuito. Al contrario, il plasma convalescente Covid-19 «non ha limiti di brevetto ed è relativamente poco costoso da produrre, poiché molti singoli donatori possono fornire più unità», sottolineano i ricercatori, primo fra tutti David J. Sullivan della Bloomberg School of Public Health di Baltimora.Base di partenza dello studio americano era stata la necessità di trovare «terapie ambulatoriali alternative, in particolare in contesti in cui la terapia con anticorpi monoclonali non è disponibile» o quando quelle a disposizione risultino scarse se non inefficaci «a causa di varianti resistenti agli anticorpi monoclonali». Nel periodo di tempo compreso fra il 3 giugno 2020 e il 1 ottobre 2021, per lo studio randomizzato sono state reclutate 1.225 persone tra 18 e 84 anni (età media, 43 anni) risultate positive al Covid-19 (anche tre donne in gravidanza), e di queste 1.181 hanno ricevuto in ambulatorio una trasfusione di circa un’ora, seguita da un periodo di osservazione di 30 minuti. Le sperimentazioni hanno avuto luogo in 23 sedi diverse degli Stati Uniti, dove a un gruppo di partecipanti (592) è stato trasfuso plasma «convalescente», di donatori guariti dal Covid, mentre all’altro gruppo (592) plasma di controllo, ovvero di persone che non hanno mai visto né virus né vaccino. In media le trasfusioni sono state fatte nei sei giorni successivi la comparsa dei sintomi del coronavirus. Il primo dato di grande interesse è che solo 17 dei 592 partecipanti (2,9%) trattati con plasma convalescente, sono poi finiti in ospedale, mentre hanno avuto bisogno di essere ospedalizzati 37 su 589 partecipanti (6,3%) del gruppo che aveva ricevuto plasma di controllo. Per i trattati con il plasma iperimmune, come due anni fa sperimentò con successo De Donno, nello studio statunitense la riduzione assoluta del rischio di ricovero è stata alta. Di 3,4 punti percentuali, e di ben il 54% quella del rischio relativo. Migliori risultati si sono ottenuti utilizzando il plasma entro cinque giorni dalla positività del soggetto, infatti la trasfusione precoce sembrava essere associata a una maggiore riduzione del rischio di essere ricoverati. Il plasma convalescente di Covid-19, si legge nello studio, svolge un ruolo fondamentale nel ridurre l’infiammazione polmonare in risposta all’infezione da Sars-CoV-2, che è il «motivo più comune per l’ospedalizzazione».Tre soli decessi furono registrati in ospedale, in partecipanti trattati con il plasma di controllo.Gli autori dello studio sgombrano il campo da inutili illazioni, sottolineando che «il siero o il plasma immunitario sono stati usati in modo sicuro per il trattamento di malattie infettive per più di cento anni» e che risultati contrastanti «potrebbero essere dovuti alla mancanza di moderni progetti di studio, a piccole dimensioni del campione», così pure a una «somministrazione troppo tempo dopo l’inizio della malattia». Che siano state queste le cause dell’insuccesso di Tsunami? Ci riferiamo allo studio promosso da Aifa e Iss, che giusto un anno fa «non evidenziò un beneficio del plasma in termini di riduzione del rischio di peggioramento respiratorio o morte nei primi trenta giorni». Gli esperti aggiunsero che i risultati erano in linea con quelli della «letteratura internazionale, prevalentemente negativa, fatta eccezione per casistiche di pazienti trattati molto precocemente con plasma ad alto titolo». Giuseppe De Donno aveva sperato che l’Aifa approvasse ufficialmente la cura a base di trasfusioni di plasma, la delusione per il professore fu grandissima, lasciò l’ospedale, amareggiato. Il 27 luglio del 2021 si tolse la vita. Oggi uno studio americano finanziato con fondi governativi restituisce tutta la grandezza di quella piccola, geniale intuizione del professore che non aveva bisogno di Big Pharma per trattare i pazienti Covid.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ricerca-americana-riabilita-de-donno-la-sua-cura-funziona-eppure-fu-ignorata-2657076206.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="green-pass-tamponi-e-mascherine-finita-lemergenza-i-diktat-restano" data-post-id="2657076206" data-published-at="1648799153" data-use-pagination="False"> Green pass, tamponi e mascherine: finita l’emergenza, i diktat restano Da oggi l’Italia è libera dallo stato d’emergenza. Ma non dalle restrizioni. Se infatti il Paese ha potuto dire addio al Comitato tecnico scientifico, che per due anni ha regolamentato con divieti e imposizioni la vita quotidiana dei cittadini, la trafila di regole è stata solo, lievemente, sfoltita. Fino a fine mese, il green pass rafforzato, che si ottiene con il booster, o con due dosi da meno di 120 giorni, o con la guarigione, sarà obbligatorio per: piscine, centri natatori, palestre, sport di squadra e di contatto (al chiuso), centri benessere, spogliatoi e docce, cinema, teatri, palazzetti dello sport, sale da ballo e discoteche, feste, comprese quelle dopo le cerimonie, convegni e congressi, centri culturali, sale gioco, casinò, strutture sanitarie. Dal 1° maggio, salvo ripensamenti del ministero della Salute, il lasciapassare non servirà più. Sempre per tutto il mese di aprile il green pass base, rilasciato con tampone antigenico (valido 48 ore) o molecolare (valido 72 ore) sarà obbligatorio per accedere a: bar e ristoranti al chiuso (negli spazi all’aperto non serve già da oggi alcun certificato), concorsi pubblici, corsi di formazione, stadi, spettacoli all’aperto, aerei, treni, navi e traghetti (esclusi i collegamenti nello Stretto di Messina e con le Isole Tremiti), pullman turistici e colloqui in carcere. Anche per questi luoghi, dal prossimo mese, non dovrebbe servire più il foglio verde. Accesso libero da oggi per negozi, uffici pubblici, Poste e banche. Nulla di invariato invece per quanto riguarda le mascherine. Coprire naso e bocca resta infatti obbligatorio fino a maggio in tutti i luoghi al chiuso. La mascherina Ffp2 resta obbligatoria nei cinema, teatri, sale da concerto, competizioni sportive all’interno dei palazzetti dello sport, su tutti i mezzi di trasporto pubblico, nelle funivie, cabinovie e seggiovie. Rimane in vigore anche l’obbligo vaccinale per il personale sanitario e i dipendenti delle Rsa per tutto l’anno. Per il personale scolastico, le forze dell’ordine e gli over 50 la puntura resta forzata fino al 15 giugno, ma per andare al lavoro (e tornare a ricevere dunque lo stipendio) sarà sufficiente esibire il green pass base, che si ottiene con il tampone. Un passo avanti, che tuttavia obbliga, solo in Italia, migliaia di persone a sottoporsi ai test ogni 48 o 72 ore. Esami a pagamento, il cui prezzo, tra l’altro, da oggi non è più calmierato. Con lo scadere dello stato d’emergenza, difatti, le farmacie non sono più tenute a offrire i tamponi a 15 euro per gli adulti e a otto euro per i minori, come invece avveniva da agosto 2021, ma potranno decidere autonomamente il prezzo. Stop anche ai tamponi gratis, a carico della sanità pubblica, in caso di guarigione o fine quarantena. I test non saranno più a carico del cittadino solo se effettuati negli ospedali o nei laboratori, pubblici o convenzionati, con ricetta medica. Ogni Regione, tuttavia, si muoverà probabilmente in ordine sparso. Un potenziale problema per i lavoratori costretti a fare i test per poter tornare in servizio, che spenderanno almeno 180 euro al mese in farmacia, salvo rincari non improbabili. Dalla Commissione europea è invece arrivata martedì scorso la decisione di esentare gli under 18 dalla validità di 9 mesi (270 giorni) del green pass (necessario per viaggiare in Ue) dopo aver completato il ciclo primario di vaccinazione, dato che non tutti i Paesi dell'Unione hanno esteso ai minorenni il richiamo. Il termine di 9 mesi avrebbe infatti potuto avere conseguenze sulla mobilità dei minorenni. L’esenzione è quindi senz’altro una misura ragionevole, che tradisce tuttavia ancora una volta l’intenzione di Bruxelles di rendere il certificato verde uno strumento perenne, quanto meno per gli spostamenti tra Stati. Nulla di nuovo invece dal ministro Speranza sul fronte della farmacovigilanza. Ieri, in risposta a un’interrogazione del senatore leghista Bagnai circa l’inadeguatezza dell’Aifa nel promuovere il monitoraggio degli effetti avversi e nel semplificare le procedure di segnalazione, il titolare della Salute si è limitato a sottolineare l’importanza dei vaccini e a difendere la preparazione fornita agli operatori sanitari nel registrare le reazioni post puntura.
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Lo dice un importante studio finlandese realizzato su più di 2.000 adolescenti, che ha inferto un duro colpo alle promesse dei promotori della transizione di genere in età adolescenziale.
I risultati dello studio, pubblicato questa settimana su Acta Pediatrica e condotto dal professor Riittakerttu Kaltiala-Heino dell’ospedale universitario di Tampere, sono impressionanti: la morbilità psichiatrica degli adolescenti sottoposti ai trattamenti medici è aumentata notevolmente durante il monitoraggio, passando dal 9,8% al 60,7% nella riassegnazione di genere femminilizzante e dal 21,6% al 54,5% nella riassegnazione di genere mascolinizzante. «Ogni sottogruppo di adolescenti riferiti al genere ha affrontato un rischio psichiatrico in corso sostanzialmente elevato», ha evidenziato lo studio, realizzato su una coorte di 2.083 giovani dal 1996 al 2019. «I bisogni psichiatrici non diminuiscono dopo la riassegnazione di genere medico», sostengono gli autori dell’indagine, che descrivono nelle loro analisi un rischio circa cinque volte superiore rispetto ai controlli maschili e tre volte superiore rispetto ai controlli femminili. Gli autori hanno osservato che in alcuni giovani pazienti, i trattamenti medici «sembrano essere collegati a un peggioramento della salute mentale».
I risultati finlandesi arrivano nel mezzo di una fase di profonda revisione, caratterizzata da un passaggio dall’approccio «affermativo» (basato sulla transizione medica rapida), incoraggiato soprattutto dall’onda woke statunitense, a uno più prudente, orientato alla psicoterapia. Negli ultimi 10-15 anni, molti Paesi hanno registrato un incremento esponenziale di adolescenti (soprattutto femmine) con disforia di genere, dovuto anche alla propaganda martellante di alcuni circuiti politici e mediatici.
Che intorno alla disforia ci sia un vero e proprio business, è un dato di fatto: la «gender industry» (l’industria delle cliniche e dei prodotti farmaceutici che lavorano intorno alla transizione di identità di genere, speculando sui dubbi identitari delle giovani generazioni) ha prosperato negli Stati Uniti, almeno fino all’arrivo del presidente Donald Trump, che già a fine 2023 prometteva di «porre fine alle mutilazioni sessuali infantili». La mappa delle cliniche «pediatriche» per cambio di sesso e terapie ormonali dal 2007 al 2023 negli Usa è cresciuta a ritmo incessante. Si è dovuto aspettare il 2026 per vedere la prima grande organizzazione medica statunitense prendere una posizione netta contro la chirurgia sui minori: a febbraio di quest’anno la American Society of Plastic Surgeons (Asps) ha emesso una posizione ufficiale raccomandando che gli interventi chirurgici di affermazione di genere siano posticipati a dopo i 19 anni.
Il dibattito globale si è acceso: diversi governi hanno commissionato studi indipendenti per valutare l’efficacia dei trattamenti. Il più influente è stato il Rapporto Cass (Cass Review, indagine indipendente di quattro anni commissionata dal servizio sanitario nazionale britannico e guidata dalla nota pediatra britannica Hillary Cass), reso pubblico ad aprile 2024, che ha definito le basi della medicina di genere per minori come «sorprendentemente deboli». Risultato: il Regno Unito ha vietato la prescrizione di bloccanti della pubertà ai minori di 18 anni al di fuori dei trial clinici dopo aver chiuso, già nel 2022, il Gender identity development service (Gids) della clinica Tavistock di Londra, l’unico ospedale pubblico britannico dedicato alla disforia di genere dei minori, trattati con farmaci bloccanti della pubertà. Un rapporto pubblicato l’anno precedente ha riscontrato «forti criticità» all’interno del Gids per i metodi di cura adottati. C’è inoltre il sospetto che diversi, giovanissimi pazienti siano stati incoraggiati a intraprendere il percorso di transizione con troppa fretta.
Negli Stati Uniti la situazione è polarizzata: molti stati a guida repubblicana hanno vietato le cure di genere per i minori, mentre organizzazioni vicine ai democratici come la Wpath (World professional association for transgender health), organizzazione che definisce gli standard di cura globali per la salute delle persone transgender e non binarie) continuano a sostenere l’accesso ai trattamenti, pur sottolineando la necessità di valutazioni approfondite. Il famoso Transgender Center della Washington University presso il St. Louis Children’s Hospital ha chiuso, dopo che una legge del Missouri entrata in vigore nel 2023 ha obbligato il centro a sospendere i trattamenti medici per i pazienti minorenni. Anche le linee guida tedesche, adottate formalmente nel marzo 2025, sono significativamente più caute rispetto alle bozze precedenti, riconoscendo che per molti giovani l’insoddisfazione di genere può essere «temporanea».
In Australia, il governo Lnp del Queensland ha sospeso la distribuzione dei farmaci che sopprimono la pubertà e degli ormoni sessuali per i minori almeno fino al 2031. Finlandia, Svezia e Norvegia hanno indicato la psicoterapia come trattamento di prima linea, riservando gli ormoni solo a casi eccezionali o all’interno di protocolli di ricerca. Non manca però la criminalizzazione degli scienziati revisionisti: gli esperti (come la stessa dottoressa Cass) hanno denunciato un clima di discussione «tossico» che impedisce una ricerca serena. Due medici australiani che hanno sollevato preoccupazioni sulla «medicina di genere» infantile hanno dovuto affrontare un’azione giudiziaria, lo psichiatra del Queensland Andrew Amos è stato bandito dall’ordine dei medici (Ahpra) per aver pubblicamente messo in discussione i trattamenti contestati, mentre la psichiatra Jillian Spencer è stata sospesa dal suo ospedale dopo essersi opposta ai trattamenti di genere dei minori. La strada per tutelare gli adolescenti, insomma, appare ancora in salita.
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Ecco #DimmiLaVerità del 10 aprile 2026. Il nostro Alessandro Rico ci parla della inaudita tensione tra amministrazione Trump e Vaticano.
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La notizia c’è, la consapevolezza del momento speriamo prenda corpo. Sta tra questi due punti il percorso che il Vinitaly giunto ala 58° edizione si accinge a percorrere come di consueto a Verona dal 12 al 15 aprile con un’anteprima di due giorni di fuori salone che comincia il 10 e ha in Opera Wines, la rassegna delle migliori etichette scelte dalla bibbia americana del vino Wine Spectator, per esaltare il meglio del meglio delle cantine italiane ospitata come sempre nei padiglioni della Gran Guardia proprio di fianco all’Arena.
Si celebra a Verona il vino italiano un settore che vale 14 miliardi (si veda il box sui numeri del vino) e che visto dai lustrini della Fiera sembra ancora il bel mondo di qualche anno fa, ma si dovrebbe invece meditare sul vino versato. Per rimi ad occuparsene dovrebbero essere proprio gli organizzatori di Vinitaly, la Fiera di Verona che non riesce a uscire dal bozzolo della consuetudine stretta com’è in un quartiere fieristico del tutto anacronistico, in un programma di eventi scontato, in un’autocelebrazione che non produce alcuna innovazione. Si sono persuasi che bastasse dare spazio agli influencer, agli smanettoni del web, magari anche a qualche minigonna per dare valore al vino. Il risultato è una crisi sera con oltre 70 milioni di ettari di vino invenduto stoccato nelle cantine. Peraltro tuti gli studi confermano che per vendere il vino gli influencer non servono a nulla. Uno studio della Rutgers University ha dimostrato che gli influencer aumentano del 73% il desiderio di bere tra i giovani di età compresa tra 18 e 24 anni, ma che il trasferimento di quel desiderio in acquisto è pari a zero. Andava bene negli anni dei ricchi premi e cotillons la falsa attrattività ora c’è bisogno di sostanza. Ma la Fiera non si è adeguata.
Troppo vicino al centro della città, troppo ingolfato il traffico, troppo congestionata la proposta degli espositori, impossibile il parcheggio, difficile il collegamento e soprattutto costosissimo il partecipare alla Fiera. Si è detto negli anni scorsi che il biglietto caro serviva a scoraggiare il pubblico dei bevitori; risultato ottenuto solo a metà, ma con un’evidente controindicazione: si è ancora di più rinchiuso in ghetto dorato il vino che invece ha un bisogno matto di ritrovare la sua dimensione popolare e sociale e il suo valore culturale. Per questo serve una narrazione più profonda, meditata, meno estemporanea, serve l’esperienza del vino. Chissà se di questo si discute a Vinitaly.
Di certo, come detto, c’è la notizia che spiazza la narrazione di una cisi senza soluzione e rilancia la strategia del valore del vino. E la notizia sta nel fatto che il gruppo farmaceutico Angelini ha investito una somma ingente per rilanciare la cantina che ha cerato nel mondo il mito del Sagrantino: la Arnaldo Caprai. Il gruppo Angelini che è uno dei colossi dell’industria farmaceutica ha da anni una propensione al vino per la valorizzazione dei territori. Partito con Tenuta Trerose (ottimo nobile di Montepulciano) si è poi diramato in tutti i territori di qualità costituendo il gruppo Angelini Wines&Estates che oggi conta Bertani in Veneto con un grande Amarone, la cantina del Brunello a Montalcino Val di Suga, San Leonino nel Chianti Classico, Fazi Battaglia che è come dire il Verdicchio e Puiatti che significa grandi bianchi del Collio. Infine ecco l’approdo a Montefalco. Come si sa Arnaldo Caprai è scomparso di recente c’era incertezza sul destino della cantina contesa tra gli eredi ed ecco che Marco Caprai, il vero creatore del Sagrantino come fenomeno mondiale tra i rossi di grande qualità, ha trovato in Angelini il partner finanziario giusto. Il gruppo acquisisce la maggioranza, Marco torna al timone e sarà anche l’uomo di punta del vino di qualità di Angelini. Si dirà, ma è in fin dei conti è una notizia aziendale. Niente affatto: è il segno che sul vino di altissima qualità si può e si deve tornare ad investire. Del resto questo è uno dei temi centrali: la dotazione finanziarie delle imprese, il sostegno all’export, la mutazione delle aziende che da solo agricole devono necessariamente diventare soggetti economici capaci di stare sui mercati, di diversificare l’offerta, di far valere i loro valori in Europa.
Il caso Caprai diventa così paradigmatico dell’evoluzione che il prodotto vino deve avere: crescere di dimensioni, diversificare e qualificare le produzioni. È uno degli asset strategici di Sandro Boscaini che con la Masi ha esplorato per orino il mercato dei capitali e che oggi spinge sull’offerta turistica integrata al vino. E’ il caso della Marchesi Antinori che è diventata brand globale e lavora su acquisizioni per presidiare diverse fase di mercato e diversificare al massimo l’offerta. Sono tutte dinamiche che dovrebbero essere al centro del Vinitaly che invece pare più orientato ad offrire la faccia ludica del mondo del vino. Che invece ha di fronte a se sfide molto importanti riconquistare consumatori soprattutto nella generazione Z, conquistare nuovi mercati dopo la battaglia estenuante sui dazi visto che gli Usa sono ancora il nostro primo cliente, ma ci sono economie in espansione che desiderano il valore vino. E poi c’è la sfida sull’enoturismo: almeno 4 miliardi di fatturato possibili. Ma questo significa mettersi in sinergia con i territori, creare strutture capaci di far diventare le cantine testimoni dei valori culturali dei distretti vinicoli, rilanciare le leggi sulle strade del vino. Infine c’è il rapporto con l’Europa che da una parte sostiene il vino, ma dall’altra lo penalizza con le campagne (sbagliate nelle forme) anti-alcol o con gli accordi commerciali come l’ultimo firmato con l’Australia che consente la produzione del falso Prosecco. Come si vede i temi sono tanti e complessi. Da domenica 12 aprile a Verona tra 4400 espositori che vengono da una cinquantina di Paesi se ne parla nella speranza che abbia ancora ragione, dopo 2500 anni, Aristofane che sentenziava: «Bevendo gli uomini migliorano: fanno buoni affari, vincono le cause, son felici e sostengono gli amici».
I numeri del vino: giù i consumi, su i turisti

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Il vino in Italia significa 14 miliari di fatturato di cui 7,8 arrivano dall’export. Le cantine che imbottigliano sono circa 46 mila, le aziende agricole che producono uva o comunque gravitano attorno al vino sono circa 300 mila.
In totale il vino occupa direttamente, 1,2 milioni di persone a cui si aggiungono poi gli addetti a valle del processo produttivo. Nell’ultima vendemmia l’Italia ha prodotto 47,4 milioni di ettolitri di vino (più 8 % rispetto all’anno precedente) recuperando la leadership mondiale (è un primato che significa molto poco) considerando che la Francia (è in crisi nera sta estirpando 30 mila ettari di vigna)ha prodotto 35,9 milioni di ettolitri e la Spagna 29,4 milioni. Solo di bottiglie Doc e Docg in Italia se ne producono 2,2 miliardi. Le regioni leader nella produzione sono Veneto (25%), Puglia (18%), Emilia Romagna (17%) e Sicilia (8%), quelle che hanno il valore aggiunto più alto sono Toscana e Piemonte.
Sul fronte dell’export il 2025 è stato un anno problematico. In complesso abbiamo venduto per 7,78 miliardi di euro con un calo del 3,7% rispetto all'anno precedente. Pesano le tensioni commerciali e il rallentamento nei mercati chiave come gli Usa (-9,2%). Nonostante la flessione, l'Italia si conferma tra i leader mondiali per volumi esportati, con Veneto, Toscana e Piemonte a trainare il settore. I vini più esportati restano gli spumanti con il Prosecco in testa. Dal punto di vista dei consumi si assiste ad una continua erosione. Come rende noto il sito inumeridelvino.it nel 2024, secondo Istat, gli italiani che hanno consumato vino sono il 54,7% della popolazione, lo 0,4% in meno rispetto al 2023. Di questi, circa il 2% beve oltre mezzo litro al giorno, il 13% beve uno o due bicchieri al giorno, mentre il 33% beve meno spesso. L’andamento è ancora leggermente positivo per il consumo sporadico, mentre i bevitori abituali calano dal 16% al 14% della popolazione.
Nel 2024, la fascia d’età in cui il consumo sporadico di vino è al massimo è quella dei 35-44 anni, mentre nel consumo moderato ma costante la proporzione maggiore è sempre quella degli ultra 75enni, con una penetrazione calante ma pur sempre importante del 24%. Dati positivi sono invece quelli che riguardano l’enoturismo.
In Italia è in forte crescita, con un valore stimato di 2,9 miliardi di euro nel 2024 e un boom previsto a 18 milioni di italiani coinvolti nel 2026. Il comparto, fondamentale per il turismo rurale, attira principalmente per degustazioni (71,2%) e visite in cantina (49,7%), con Toscana, Sicilia e Sardegna tra le mete preferite.
Con il fuori salone ci sono oltre 70 appuntamenti

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Vinitaly è anche festa fuori dai padiglioni. Si parte venerdì 10 in Piazza dei Signori dove alle sei di pomeriggio ci sarà a tagliare i nastro della 58ª edizione, la vincitrice della Coppa del Mondo di discesa libera Laura Pirovano, portacolori delle Fiamme Gialle, ospite d’onore sul Palco della Loggia di Fra Giocondo affiancata dal presidente di Veronafiere, Federico Bricolo, dal sindaco di Verona, Damiano Tommasi, dal presidente della Provincia di Verona, Flavio Massimo Pasini, e Diego Ruzza, assessore ai Trasporti, Mobilità e Lavori Pubblici della Regione Veneto, con gli interventi di Roberto Nicolis, presidente di Asd La Grande Sfida, e Luca Rigotti, presidente del Consorzio delle Venezie.
Nei calici del brindisi inaugurale, ci sarà infatti il Pinot Grigio Doc delle Venezie, official wine della manifestazione. Oltre settanta gli eventi che per tutto il fine settimana trasformeranno il cuore storico della città in un grande palcoscenico dedicato al vino italiano. Fino a domenica (10-12 aprile), tra piazze, cortili e scorci iconici, Vinitaly and The City proporrà iniziative diffuse pensate per appassionati e curiosi, con un’offerta capace di valorizzare l’identità enologica del Paese attraverso esperienze coinvolgenti e trasversali.
Degustazioni guidate, incontri di approfondimento e momenti formativi si affiancheranno a un calendario articolato che spazierà dalle visite guidate alla scoperta del patrimonio cittadino agli appuntamenti culturali e letterari, offrendo nuove chiavi di lettura del rapporto tra territorio, tradizione e vino. Tra le novità più attese sabato sera in Piazza Bra, andrà in scena lo spettacolo immersivo «Dentro c’è l’Italia», una produzione originale che unisce linguaggi artistici differenti – danza, teatro e musica – per raccontare l’anima del vino italiano.
Firmato e diretto da Giuliano Peparini e organizzato da Veronafiere con la partnership di OpportunItaly, il programma di accelerazione imprenditoriale promosso dal ministero degli Affari Esteri e da Ita - Italian Trade Agency, e patrocinato dal Masaf, lo spettacolo vedrà protagonisti 150 performer sulla scalinata di Palazzo Barbieri, in un racconto scenico che intreccia paesaggio, memoria, tradizione e passione, elementi distintivi della cultura vitivinicola nazionale.
Vinitaly and the City è aperto dalle 15 alle 20 tutti i giorni i carnet degustazioni sono acquistabili online fino al 9 aprile al costo di 18 euro, durante i giorni dell’evento si potranno acquistare online e presso le casse di Piazza dei Signori a 22 euro. A questo programma si aggiunge Opera Wine l’appuntamento con cento cantine selezionate da Wine Spectator ed ospitato sabato nel padiglione della Gram Guardia.
Tra griffe e dealcolati. In cerca del vino amico

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L’ultima «botta» è arrivata come al solito da Bruxelles. La Commissione salute del Parlamento europeo nel suo documento anticancro torna alla carica con le etichette allarmistiche e invita Ursula von der Leyen «a presentare senza ulteriori indugi proposte di legge sugli health warming».
Insomma, scrivere sulle etichette del vino quello che ormai si trova da molti anni sulle sigarette: il vino uccide. Immediata la reazione dei vignaioli europei che non ci stanno anche perché moltissimi testi scientifici dimostrano che un consumo moderato di vino non è dannoso, ma anzi ha vantaggi per la salute. Così il presidente dell’Unione italiana vini, Lamberto Frescobaldi si lamenta e dice: «Colpisce e preoccupa che si torni a mettere in discussione un equilibrio già raggiunto rimettendo in discussione una deliberazione del Parlamento europeo e le indicazioni delle Nazioni unite sulle malattie non trasmissibili; è una impostazione che rischia di alimentare un approccio ideologico e punitivo anziché fondato su evidenze scientifiche e distinzione tra abuso e consumo responsabile». Insomma, per le cantine piove sul bagnato e certo questi allarmi non aiutano i consumi.
Perciò uno dei temi centrali di questo Vinitaly sono i vini dealcolati. È stata una battaglia anche questa della Unione Italia Vini quella di tenere anche i no e low alcol dentro il perimetro della produzione enoica per evitare l0aggressione dei bibitari. Si dice che sia un segmento in crescita. Per ora i volumi sono ridottissimi: 7,2 milioni di bottiglie in tuto per un fatturato che non ha superato i 24 milioni di euro con un prezzo medio a bottiglia che oscilla tra i 15 e 20 euro.
A debuttare e a andare abbastanza bene sono i vini spumanti anche perché Doc, Igt e Docg sono esclusi dalla possibilità di essere dealcolati mentre i vini che spumano possono essere anche addizionati di anidride carbonica e dunque diventano a tutti gli effetti una bibita. Sarà interessante comunque esplorarli sapendo che poiché i costi di delacolazione e gli impianti che servono per togliere l’alcol (quasi tutti lo fano a freddo con processo osmotico) sono importanti non si trovano «vini» delle cantine più piccole anche se di grande blasone.
Ma il Vinitaly conferma anche un’altra tendenza di mercato emersa negli ultimi anni; quella dei bianchi di lungo o lunghissimo affinamento. In questo alcuni vitigni come il Fiano (Di Meo) il Verdicchio (Mirizzi) la Vernaccia di San Gimignano (Teruzzi) il Sauvignon (Venica) emergono con grande forza espressiva. Torna un’ attenzione anche sui vini dele Isole (Nerello Mascalese dala Sicilia con Donnafugata, Carignano del Sulcis con Santadi) e sui rossi meridionali primo tra tutti l’Aglianico (Mastroberardino e Cantine del Notaio per il Vulture). È vero che i rossi hanno subito un certi appannamento nei consumi, ma alcuni must non solo resistono ma si sono apprezzati di valore. Con una differenza però: se prima bastava la denominazione a decretare il successo di un grande rosso oggi conta moltissimo il marchio, il blasone dell’azienda. Brunello significa ancora Biondi Santi o Argiano, Chianti Classico significa Badia a Passignano, Castello d’Ama, Mazzei o Ricasoli, Barolo significa ancora Gaja, Amarone Masi o Tedeschi, Sagrantino si declina ancora come Arnaldo Caprai. Tornano di prepotenza i grandi uvaggi: San Leonardo in Trentino, Tignanello, Ornellaia, in Toscana, Turriga o Barrua in Sardegna per citare alcuni con la percezione che questi non siano vini ma ormai siano diventati delle griffe che si consumano come scelta di piacere assoluto.
Il resto del mercato è monopolizzato dagli spumanti che se certo vanno al traino del Prosecco tuttavia cominciano ad emergere spumanti di territorio da vitigni autoctoni – esempi su tutti l’esplosione della Passerina e la fortissima ripresa del Lambrusco - mentre le etichette più famose (Ferrari, Bellavista, Ca’ del Bosco, Monsupello, Serafino, Maso Martis) ormai si collocano in diretta concorrenza con gli Champagne. Le sorprese di questo Vinitaly? I vini freschi bianchi e rosati di bassa gradazione, non destinati a sfidare il tempo, ma necessari per esaltare il piacere della tavola. Dice il re degli enologi Riccardo Cotarella: «Non necessariamente dobbiamo fare vini destinati a sfidare il tempo, bisogna tornare a fare anche vini di prezzo accessibile che diano il piacere del bere, che siano appetibili per i giovani come degustazione moderna». È una sfida che i produttori sembrano avere accolto e girando per i padiglioni di Verona l’incontro col vino amico è possibile.
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