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2022-04-01
Ricerca americana riabilita De Donno: la sua cura funziona. Eppure fu ignorata
Imagoeconomica
Fu trattato come uno stregone, oggi uno studio finanziato dal dipartimento della Difesa americano e dai National institutes of health (Nih), l’agenzia governativa che si occupa di ricerca medica, conferma che Giuseppe De Donno aveva ragione.
L’ex primario di pneumologia all’ospedale Carlo Poma di Mantova ebbe la semplice quanto geniale idea di utilizzare il plasma «convalescente» per trattare i malati di Covid, che guarirono nel 90% dei casi, ma la sua cura fu zittita in ogni modo, in un vergognoso attacco mediatico e con motivazioni pseudo scientifiche.
Il professore, che si tolse la vita la scorsa estate, oggi avrebbe almeno la soddisfazione di veder riconosciuta da una mega ricerca americana la validità del trattamento, che mise a punto e applicò a inizio pandemia. Purtroppo, aveva perfettamente ragione anche quando in una intervista alla Verità, il 15 giugno 2020, disse: «La terapia con il plasma costa poco, funziona benissimo, non fa miliardari. E io sono un medico di campagna, non un azionista di Big Pharma».
Due, infatti, sono le principali conclusioni dello studio appena pubblicato su The New England Journal of Medicine (Nejm), tra le riviste mediche più autorevoli al mondo. La prima, è che «nei partecipanti, pazienti affetti da Covid-19, la maggior parte dei quali non vaccinati, la somministrazione di plasma convalescente entro 9 giorni dall’insorgenza dei sintomi ha ridotto il rischio di progressione della malattia che porta al ricovero in ospedale».
La seconda, che i monoclonali «sono costosi da produrre, richiedono tempo per l’approvazione e potrebbero non essere ampiamente disponibili durante le condizioni di picco di Covid-19», come purtroppo è successo in Italia, con l’Aifa e il ministro della Salute, Roberto Speranza, che nell’ottobre 2020 dissero no a 10.000 dosi di monoclonale gratuito.
Al contrario, il plasma convalescente Covid-19 «non ha limiti di brevetto ed è relativamente poco costoso da produrre, poiché molti singoli donatori possono fornire più unità», sottolineano i ricercatori, primo fra tutti David J. Sullivan della Bloomberg School of Public Health di Baltimora.
Base di partenza dello studio americano era stata la necessità di trovare «terapie ambulatoriali alternative, in particolare in contesti in cui la terapia con anticorpi monoclonali non è disponibile» o quando quelle a disposizione risultino scarse se non inefficaci «a causa di varianti resistenti agli anticorpi monoclonali».
Nel periodo di tempo compreso fra il 3 giugno 2020 e il 1 ottobre 2021, per lo studio randomizzato sono state reclutate 1.225 persone tra 18 e 84 anni (età media, 43 anni) risultate positive al Covid-19 (anche tre donne in gravidanza), e di queste 1.181 hanno ricevuto in ambulatorio una trasfusione di circa un’ora, seguita da un periodo di osservazione di 30 minuti.
Le sperimentazioni hanno avuto luogo in 23 sedi diverse degli Stati Uniti, dove a un gruppo di partecipanti (592) è stato trasfuso plasma «convalescente», di donatori guariti dal Covid, mentre all’altro gruppo (592) plasma di controllo, ovvero di persone che non hanno mai visto né virus né vaccino. In media le trasfusioni sono state fatte nei sei giorni successivi la comparsa dei sintomi del coronavirus.
Il primo dato di grande interesse è che solo 17 dei 592 partecipanti (2,9%) trattati con plasma convalescente, sono poi finiti in ospedale, mentre hanno avuto bisogno di essere ospedalizzati 37 su 589 partecipanti (6,3%) del gruppo che aveva ricevuto plasma di controllo. Per i trattati con il plasma iperimmune, come due anni fa sperimentò con successo De Donno, nello studio statunitense la riduzione assoluta del rischio di ricovero è stata alta. Di 3,4 punti percentuali, e di ben il 54% quella del rischio relativo.
Migliori risultati si sono ottenuti utilizzando il plasma entro cinque giorni dalla positività del soggetto, infatti la trasfusione precoce sembrava essere associata a una maggiore riduzione del rischio di essere ricoverati. Il plasma convalescente di Covid-19, si legge nello studio, svolge un ruolo fondamentale nel ridurre l’infiammazione polmonare in risposta all’infezione da Sars-CoV-2, che è il «motivo più comune per l’ospedalizzazione».
Tre soli decessi furono registrati in ospedale, in partecipanti trattati con il plasma di controllo.
Gli autori dello studio sgombrano il campo da inutili illazioni, sottolineando che «il siero o il plasma immunitario sono stati usati in modo sicuro per il trattamento di malattie infettive per più di cento anni» e che risultati contrastanti «potrebbero essere dovuti alla mancanza di moderni progetti di studio, a piccole dimensioni del campione», così pure a una «somministrazione troppo tempo dopo l’inizio della malattia».
Che siano state queste le cause dell’insuccesso di Tsunami? Ci riferiamo allo studio promosso da Aifa e Iss, che giusto un anno fa «non evidenziò un beneficio del plasma in termini di riduzione del rischio di peggioramento respiratorio o morte nei primi trenta giorni». Gli esperti aggiunsero che i risultati erano in linea con quelli della «letteratura internazionale, prevalentemente negativa, fatta eccezione per casistiche di pazienti trattati molto precocemente con plasma ad alto titolo».
Giuseppe De Donno aveva sperato che l’Aifa approvasse ufficialmente la cura a base di trasfusioni di plasma, la delusione per il professore fu grandissima, lasciò l’ospedale, amareggiato. Il 27 luglio del 2021 si tolse la vita. Oggi uno studio americano finanziato con fondi governativi restituisce tutta la grandezza di quella piccola, geniale intuizione del professore che non aveva bisogno di Big Pharma per trattare i pazienti Covid.
Green pass, tamponi e mascherine: finita l’emergenza, i diktat restano
Da oggi l’Italia è libera dallo stato d’emergenza. Ma non dalle restrizioni. Se infatti il Paese ha potuto dire addio al Comitato tecnico scientifico, che per due anni ha regolamentato con divieti e imposizioni la vita quotidiana dei cittadini, la trafila di regole è stata solo, lievemente, sfoltita.
Fino a fine mese, il green pass rafforzato, che si ottiene con il booster, o con due dosi da meno di 120 giorni, o con la guarigione, sarà obbligatorio per: piscine, centri natatori, palestre, sport di squadra e di contatto (al chiuso), centri benessere, spogliatoi e docce, cinema, teatri, palazzetti dello sport, sale da ballo e discoteche, feste, comprese quelle dopo le cerimonie, convegni e congressi, centri culturali, sale gioco, casinò, strutture sanitarie. Dal 1° maggio, salvo ripensamenti del ministero della Salute, il lasciapassare non servirà più.
Sempre per tutto il mese di aprile il green pass base, rilasciato con tampone antigenico (valido 48 ore) o molecolare (valido 72 ore) sarà obbligatorio per accedere a: bar e ristoranti al chiuso (negli spazi all’aperto non serve già da oggi alcun certificato), concorsi pubblici, corsi di formazione, stadi, spettacoli all’aperto, aerei, treni, navi e traghetti (esclusi i collegamenti nello Stretto di Messina e con le Isole Tremiti), pullman turistici e colloqui in carcere. Anche per questi luoghi, dal prossimo mese, non dovrebbe servire più il foglio verde. Accesso libero da oggi per negozi, uffici pubblici, Poste e banche.
Nulla di invariato invece per quanto riguarda le mascherine. Coprire naso e bocca resta infatti obbligatorio fino a maggio in tutti i luoghi al chiuso. La mascherina Ffp2 resta obbligatoria nei cinema, teatri, sale da concerto, competizioni sportive all’interno dei palazzetti dello sport, su tutti i mezzi di trasporto pubblico, nelle funivie, cabinovie e seggiovie.
Rimane in vigore anche l’obbligo vaccinale per il personale sanitario e i dipendenti delle Rsa per tutto l’anno. Per il personale scolastico, le forze dell’ordine e gli over 50 la puntura resta forzata fino al 15 giugno, ma per andare al lavoro (e tornare a ricevere dunque lo stipendio) sarà sufficiente esibire il green pass base, che si ottiene con il tampone. Un passo avanti, che tuttavia obbliga, solo in Italia, migliaia di persone a sottoporsi ai test ogni 48 o 72 ore. Esami a pagamento, il cui prezzo, tra l’altro, da oggi non è più calmierato. Con lo scadere dello stato d’emergenza, difatti, le farmacie non sono più tenute a offrire i tamponi a 15 euro per gli adulti e a otto euro per i minori, come invece avveniva da agosto 2021, ma potranno decidere autonomamente il prezzo. Stop anche ai tamponi gratis, a carico della sanità pubblica, in caso di guarigione o fine quarantena. I test non saranno più a carico del cittadino solo se effettuati negli ospedali o nei laboratori, pubblici o convenzionati, con ricetta medica. Ogni Regione, tuttavia, si muoverà probabilmente in ordine sparso. Un potenziale problema per i lavoratori costretti a fare i test per poter tornare in servizio, che spenderanno almeno 180 euro al mese in farmacia, salvo rincari non improbabili.
Dalla Commissione europea è invece arrivata martedì scorso la decisione di esentare gli under 18 dalla validità di 9 mesi (270 giorni) del green pass (necessario per viaggiare in Ue) dopo aver completato il ciclo primario di vaccinazione, dato che non tutti i Paesi dell'Unione hanno esteso ai minorenni il richiamo. Il termine di 9 mesi avrebbe infatti potuto avere conseguenze sulla mobilità dei minorenni. L’esenzione è quindi senz’altro una misura ragionevole, che tradisce tuttavia ancora una volta l’intenzione di Bruxelles di rendere il certificato verde uno strumento perenne, quanto meno per gli spostamenti tra Stati.
Nulla di nuovo invece dal ministro Speranza sul fronte della farmacovigilanza. Ieri, in risposta a un’interrogazione del senatore leghista Bagnai circa l’inadeguatezza dell’Aifa nel promuovere il monitoraggio degli effetti avversi e nel semplificare le procedure di segnalazione, il titolare della Salute si è limitato a sottolineare l’importanza dei vaccini e a difendere la preparazione fornita agli operatori sanitari nel registrare le reazioni post puntura.
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Maxi studio Usa: il plasma convalescente salva vite e costa poco, come sostenne l’ex primario. Ma Iss e Aifa lo scartarono.Inizia la finta libertà: l’Italia rimane il Paese con i divieti più duri. Stop ai test calmierati.Lo speciale contiene due articoliFu trattato come uno stregone, oggi uno studio finanziato dal dipartimento della Difesa americano e dai National institutes of health (Nih), l’agenzia governativa che si occupa di ricerca medica, conferma che Giuseppe De Donno aveva ragione. L’ex primario di pneumologia all’ospedale Carlo Poma di Mantova ebbe la semplice quanto geniale idea di utilizzare il plasma «convalescente» per trattare i malati di Covid, che guarirono nel 90% dei casi, ma la sua cura fu zittita in ogni modo, in un vergognoso attacco mediatico e con motivazioni pseudo scientifiche.Il professore, che si tolse la vita la scorsa estate, oggi avrebbe almeno la soddisfazione di veder riconosciuta da una mega ricerca americana la validità del trattamento, che mise a punto e applicò a inizio pandemia. Purtroppo, aveva perfettamente ragione anche quando in una intervista alla Verità, il 15 giugno 2020, disse: «La terapia con il plasma costa poco, funziona benissimo, non fa miliardari. E io sono un medico di campagna, non un azionista di Big Pharma». Due, infatti, sono le principali conclusioni dello studio appena pubblicato su The New England Journal of Medicine (Nejm), tra le riviste mediche più autorevoli al mondo. La prima, è che «nei partecipanti, pazienti affetti da Covid-19, la maggior parte dei quali non vaccinati, la somministrazione di plasma convalescente entro 9 giorni dall’insorgenza dei sintomi ha ridotto il rischio di progressione della malattia che porta al ricovero in ospedale». La seconda, che i monoclonali «sono costosi da produrre, richiedono tempo per l’approvazione e potrebbero non essere ampiamente disponibili durante le condizioni di picco di Covid-19», come purtroppo è successo in Italia, con l’Aifa e il ministro della Salute, Roberto Speranza, che nell’ottobre 2020 dissero no a 10.000 dosi di monoclonale gratuito. Al contrario, il plasma convalescente Covid-19 «non ha limiti di brevetto ed è relativamente poco costoso da produrre, poiché molti singoli donatori possono fornire più unità», sottolineano i ricercatori, primo fra tutti David J. Sullivan della Bloomberg School of Public Health di Baltimora.Base di partenza dello studio americano era stata la necessità di trovare «terapie ambulatoriali alternative, in particolare in contesti in cui la terapia con anticorpi monoclonali non è disponibile» o quando quelle a disposizione risultino scarse se non inefficaci «a causa di varianti resistenti agli anticorpi monoclonali». Nel periodo di tempo compreso fra il 3 giugno 2020 e il 1 ottobre 2021, per lo studio randomizzato sono state reclutate 1.225 persone tra 18 e 84 anni (età media, 43 anni) risultate positive al Covid-19 (anche tre donne in gravidanza), e di queste 1.181 hanno ricevuto in ambulatorio una trasfusione di circa un’ora, seguita da un periodo di osservazione di 30 minuti. Le sperimentazioni hanno avuto luogo in 23 sedi diverse degli Stati Uniti, dove a un gruppo di partecipanti (592) è stato trasfuso plasma «convalescente», di donatori guariti dal Covid, mentre all’altro gruppo (592) plasma di controllo, ovvero di persone che non hanno mai visto né virus né vaccino. In media le trasfusioni sono state fatte nei sei giorni successivi la comparsa dei sintomi del coronavirus. Il primo dato di grande interesse è che solo 17 dei 592 partecipanti (2,9%) trattati con plasma convalescente, sono poi finiti in ospedale, mentre hanno avuto bisogno di essere ospedalizzati 37 su 589 partecipanti (6,3%) del gruppo che aveva ricevuto plasma di controllo. Per i trattati con il plasma iperimmune, come due anni fa sperimentò con successo De Donno, nello studio statunitense la riduzione assoluta del rischio di ricovero è stata alta. Di 3,4 punti percentuali, e di ben il 54% quella del rischio relativo. Migliori risultati si sono ottenuti utilizzando il plasma entro cinque giorni dalla positività del soggetto, infatti la trasfusione precoce sembrava essere associata a una maggiore riduzione del rischio di essere ricoverati. Il plasma convalescente di Covid-19, si legge nello studio, svolge un ruolo fondamentale nel ridurre l’infiammazione polmonare in risposta all’infezione da Sars-CoV-2, che è il «motivo più comune per l’ospedalizzazione».Tre soli decessi furono registrati in ospedale, in partecipanti trattati con il plasma di controllo.Gli autori dello studio sgombrano il campo da inutili illazioni, sottolineando che «il siero o il plasma immunitario sono stati usati in modo sicuro per il trattamento di malattie infettive per più di cento anni» e che risultati contrastanti «potrebbero essere dovuti alla mancanza di moderni progetti di studio, a piccole dimensioni del campione», così pure a una «somministrazione troppo tempo dopo l’inizio della malattia». Che siano state queste le cause dell’insuccesso di Tsunami? Ci riferiamo allo studio promosso da Aifa e Iss, che giusto un anno fa «non evidenziò un beneficio del plasma in termini di riduzione del rischio di peggioramento respiratorio o morte nei primi trenta giorni». Gli esperti aggiunsero che i risultati erano in linea con quelli della «letteratura internazionale, prevalentemente negativa, fatta eccezione per casistiche di pazienti trattati molto precocemente con plasma ad alto titolo». Giuseppe De Donno aveva sperato che l’Aifa approvasse ufficialmente la cura a base di trasfusioni di plasma, la delusione per il professore fu grandissima, lasciò l’ospedale, amareggiato. Il 27 luglio del 2021 si tolse la vita. Oggi uno studio americano finanziato con fondi governativi restituisce tutta la grandezza di quella piccola, geniale intuizione del professore che non aveva bisogno di Big Pharma per trattare i pazienti Covid.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ricerca-americana-riabilita-de-donno-la-sua-cura-funziona-eppure-fu-ignorata-2657076206.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="green-pass-tamponi-e-mascherine-finita-lemergenza-i-diktat-restano" data-post-id="2657076206" data-published-at="1648799153" data-use-pagination="False"> Green pass, tamponi e mascherine: finita l’emergenza, i diktat restano Da oggi l’Italia è libera dallo stato d’emergenza. Ma non dalle restrizioni. Se infatti il Paese ha potuto dire addio al Comitato tecnico scientifico, che per due anni ha regolamentato con divieti e imposizioni la vita quotidiana dei cittadini, la trafila di regole è stata solo, lievemente, sfoltita. Fino a fine mese, il green pass rafforzato, che si ottiene con il booster, o con due dosi da meno di 120 giorni, o con la guarigione, sarà obbligatorio per: piscine, centri natatori, palestre, sport di squadra e di contatto (al chiuso), centri benessere, spogliatoi e docce, cinema, teatri, palazzetti dello sport, sale da ballo e discoteche, feste, comprese quelle dopo le cerimonie, convegni e congressi, centri culturali, sale gioco, casinò, strutture sanitarie. Dal 1° maggio, salvo ripensamenti del ministero della Salute, il lasciapassare non servirà più. Sempre per tutto il mese di aprile il green pass base, rilasciato con tampone antigenico (valido 48 ore) o molecolare (valido 72 ore) sarà obbligatorio per accedere a: bar e ristoranti al chiuso (negli spazi all’aperto non serve già da oggi alcun certificato), concorsi pubblici, corsi di formazione, stadi, spettacoli all’aperto, aerei, treni, navi e traghetti (esclusi i collegamenti nello Stretto di Messina e con le Isole Tremiti), pullman turistici e colloqui in carcere. Anche per questi luoghi, dal prossimo mese, non dovrebbe servire più il foglio verde. Accesso libero da oggi per negozi, uffici pubblici, Poste e banche. Nulla di invariato invece per quanto riguarda le mascherine. Coprire naso e bocca resta infatti obbligatorio fino a maggio in tutti i luoghi al chiuso. La mascherina Ffp2 resta obbligatoria nei cinema, teatri, sale da concerto, competizioni sportive all’interno dei palazzetti dello sport, su tutti i mezzi di trasporto pubblico, nelle funivie, cabinovie e seggiovie. Rimane in vigore anche l’obbligo vaccinale per il personale sanitario e i dipendenti delle Rsa per tutto l’anno. Per il personale scolastico, le forze dell’ordine e gli over 50 la puntura resta forzata fino al 15 giugno, ma per andare al lavoro (e tornare a ricevere dunque lo stipendio) sarà sufficiente esibire il green pass base, che si ottiene con il tampone. Un passo avanti, che tuttavia obbliga, solo in Italia, migliaia di persone a sottoporsi ai test ogni 48 o 72 ore. Esami a pagamento, il cui prezzo, tra l’altro, da oggi non è più calmierato. Con lo scadere dello stato d’emergenza, difatti, le farmacie non sono più tenute a offrire i tamponi a 15 euro per gli adulti e a otto euro per i minori, come invece avveniva da agosto 2021, ma potranno decidere autonomamente il prezzo. Stop anche ai tamponi gratis, a carico della sanità pubblica, in caso di guarigione o fine quarantena. I test non saranno più a carico del cittadino solo se effettuati negli ospedali o nei laboratori, pubblici o convenzionati, con ricetta medica. Ogni Regione, tuttavia, si muoverà probabilmente in ordine sparso. Un potenziale problema per i lavoratori costretti a fare i test per poter tornare in servizio, che spenderanno almeno 180 euro al mese in farmacia, salvo rincari non improbabili. Dalla Commissione europea è invece arrivata martedì scorso la decisione di esentare gli under 18 dalla validità di 9 mesi (270 giorni) del green pass (necessario per viaggiare in Ue) dopo aver completato il ciclo primario di vaccinazione, dato che non tutti i Paesi dell'Unione hanno esteso ai minorenni il richiamo. Il termine di 9 mesi avrebbe infatti potuto avere conseguenze sulla mobilità dei minorenni. L’esenzione è quindi senz’altro una misura ragionevole, che tradisce tuttavia ancora una volta l’intenzione di Bruxelles di rendere il certificato verde uno strumento perenne, quanto meno per gli spostamenti tra Stati. Nulla di nuovo invece dal ministro Speranza sul fronte della farmacovigilanza. Ieri, in risposta a un’interrogazione del senatore leghista Bagnai circa l’inadeguatezza dell’Aifa nel promuovere il monitoraggio degli effetti avversi e nel semplificare le procedure di segnalazione, il titolare della Salute si è limitato a sottolineare l’importanza dei vaccini e a difendere la preparazione fornita agli operatori sanitari nel registrare le reazioni post puntura.
A finire sotto pressione sono stati i Gilt, i titoli di Stato britannici. «Sull’obbligazionario britannico avevamo visto segnali di stabilizzazione importanti, ma le tensioni internazionali hanno rimescolato le carte in modo brutale», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf. «Quello che doveva essere l’anno del grande allentamento monetario si è trasformato in un nuovo stress test sui rendimenti, con i tassi di interesse che hanno subito un’impennata vertiginosa, facendo scendere i prezzi delle obbligazioni».
Gli Etf sui governativi inglesi hanno accusato cali fra il -3,7% e il -4,5%, con punte di 7% sulle scadenze più lunghe. Il rendimento del decennale è tornato oltre il 5,1%, ai massimi dalla crisi del 2008.
A pesare non è solo il petrolio, ma la politica. Il governo laburista di Keir Starmer, nato con la promessa di riportare serietà a Westminster, si trova indebolito dalle ricadute dello scandalo Epstein. «L’instabilità politica è tornata a essere un fattore di rischio primario», osserva Gaziano. «I mercati reagiscono con estrema sensibilità quando percepiscono un vuoto di potere. Lo scandalo Epstein non è solo una questione di cronaca, ma un colpo alla stabilità di un governo già sotto pressione per la gestione economica».
La Borsa di Londra ha mostrato maggiore tenuta. «In un mondo incerto, i giganti dell’energia e delle materie prime, che abbondano a Londra, hanno agito parzialmente da paracadute», osserva Gaziano. Ma la spaccatura interna si allarga: se il Ftse 100 regge grazie alle multinazionali, il Ftse 250, più esposto all’economia domestica, soffre molto di più.
Il nodo, però, è anche strutturale. «il Regno Unito sconta una rigidità strutturale che l’Europa continentale ha in parte superato», spiega Salvatore Gaziano, «Mentre Germania e Francia hanno imparato a diversificare le scorte e gestire meglio i picchi dei prezzi energetici, l’Uk è rimasto prigioniero di un modello di fissazione dei prezzi che scarica immediatamente ogni aumento sulle bollette delle famiglie. Se a questo aggiungiamo mutui che corrono verso il 5%, capiamo perché la fiducia dei consumatori britannici sia oggi ai minimi termini, molto più che in Italia o in Spagna».
Fra i titoli spicca Legal & General, con dividendi elevati e il ruolo di «cassaforte». In negativo, invece, 3i Group, crollata del -19% in una sola seduta dopo i segnali di rallentamento della catena Action. «Quando le aspettative di crescita vengono deluse anche di poco, i multipli del private equity vengono ricalcolati con una rapidità brutale», conclude Gaziano.
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Maurizio Landini (Ansa)
Firme che giustificano, neanche a dirlo, il commento entusiasta del ministro Paolo Zangrillo, che ha parlato di «obiettivo raggiunto», e che hanno spinto il premier, parco di parole negli ultimi tempi, a intervenire via social per rivendicare il successo. «Il governo», ha evidenziato Giorgia Meloni, «continua a lavorare sull’aumento dei salari. Oggi la firma del rinnovo della parte economica del contratto collettivo nazionale del comparto Istruzione, per il triennio 2025-2027, che interessa oltre un milione di dipendenti. È il terzo rinnovo per il comparto Istruzione dall’inizio della legislatura: una cosa mai accaduta prima».
La Meloni ha ragione a rivendicare la firma anche perché si tratta di uno schiaffo alla gestione politica che Maurizio Landini ha impresso alla Cgil. Schiaffone ancora più sonoro, perché non arriva dall’esecutivo, cosa che di questi tempi non farebbe notizia, ma dalla stessa Cgil. Il segretario ha fatto del no a prescindere al rinnovo dei contratti della Pa una delle cifre distintiva del suo mandato. Istruzione, sanità, lavoratori dei ministeri o delle Regioni poco importa. Nell’ultima tornata c’è stata solo opposizione. Il leader che ormai partecipa come capopolo a tutte le battaglie politiche della sinistra (l’impiego di forze della Cgil sul No al referendum della giustizia è comparabile a quello del Pd) si è sempre opposto ai nuovi contratti, nonostante il governo avesse messo sul piatto circa 20 miliardi. Un cifra record, insufficiente per i desiderata di Landini. Motivo? Nel rinnovo precedente, 2022-2024, non veniva coperta l’inflazione monstre del periodo. Copertura impossibile, visto che parlavamo di un costo della vita schizzato del 17%. Insomma, aumenti del 7-8% non bastavano. E adesso? Cos’è cambiato? Perché la Cgil firma? La motivazione ufficiale è che in quest’ultima tranche, incrementi in busta paga da 135 euro per la parte economica 2025-27, l’inflazione verrebbe potenzialmente coperta, ma la realtà è tutt’altra. Entrando nel merito, va infatti ricordato che senza il contratto precedente, che è stato rinnovato senza l’avallo della Cgil, quest’ultimo rinnovo non ci sarebbe mai stato. E del resto Landini questa firma la subisce. Il segretario è costretto a fare buon viso a cattivo gioco rispetto ai mal di pancia di una categoria, quella della scuola (e non è la sola), che è stanca di seguire la linea politica del capo e capisce che continuando a dire sempre no gli iscritti fuggono.
C’è di più. Perché i rapporti tra Maurizio Landini e Gianna Fracassi, la segretaria generale della Flc (Federazione lavoratori della conoscenza), non sono idilliaci. La Fracassi era legata alla gestione precedente (con Susanna Camusso è diventata segretaria confederale con deleghe importantissime, comprese le politiche economiche) e si sussurra che ambisca a prendere il posto dell’ex Fiom, anche per depoliticizzare il sindacato.
Ma al di là della questione personale, la firma sul contratto della scuola squarcia il velo di ipocrisia che ormai da mesi nasconde le tensioni tra la gestione del segretario e una parte consistente del sindacato.
Perso il sostegno dei suoi, sembra che nelle scorse ore Landini abbia addirittura contattato un esponente molto importante del governo, particolarmente vicino a Palazzo Chigi, per chiedere margini su una riapertura del contratto in caso di inflazione galoppante causa guerra. Il senso del discorso sarebbe stato: «Alla fine noi firmiamo, ma se la situazione precipita qui si ricontratta tutto». Diplomatica, ma eloquente la risposta: guarda che quello che chiedi non si può fare.
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Ecco #DimmiLaVerità del 2 aprile 2026. Il capogruppo di Fdi in Commissione Sport, Alessandro Amorese, commenta il flop dell'Italia e chiede più libertà per le tifoserie.
Tutti a guardare il prezzo del petrolio, ma a Wall Street si è svegliato un guru come Bill Ackman: è bastato un suo post su X, nel quale diceva che le azioni erano sottovalutate, per far partire gli acquisti sulle Borse lunedì. Un trend che continua a durare, fino alla prossima scusa per vendere.