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2022-04-01
Ricerca americana riabilita De Donno: la sua cura funziona. Eppure fu ignorata
Imagoeconomica
Fu trattato come uno stregone, oggi uno studio finanziato dal dipartimento della Difesa americano e dai National institutes of health (Nih), l’agenzia governativa che si occupa di ricerca medica, conferma che Giuseppe De Donno aveva ragione.
L’ex primario di pneumologia all’ospedale Carlo Poma di Mantova ebbe la semplice quanto geniale idea di utilizzare il plasma «convalescente» per trattare i malati di Covid, che guarirono nel 90% dei casi, ma la sua cura fu zittita in ogni modo, in un vergognoso attacco mediatico e con motivazioni pseudo scientifiche.
Il professore, che si tolse la vita la scorsa estate, oggi avrebbe almeno la soddisfazione di veder riconosciuta da una mega ricerca americana la validità del trattamento, che mise a punto e applicò a inizio pandemia. Purtroppo, aveva perfettamente ragione anche quando in una intervista alla Verità, il 15 giugno 2020, disse: «La terapia con il plasma costa poco, funziona benissimo, non fa miliardari. E io sono un medico di campagna, non un azionista di Big Pharma».
Due, infatti, sono le principali conclusioni dello studio appena pubblicato su The New England Journal of Medicine (Nejm), tra le riviste mediche più autorevoli al mondo. La prima, è che «nei partecipanti, pazienti affetti da Covid-19, la maggior parte dei quali non vaccinati, la somministrazione di plasma convalescente entro 9 giorni dall’insorgenza dei sintomi ha ridotto il rischio di progressione della malattia che porta al ricovero in ospedale».
La seconda, che i monoclonali «sono costosi da produrre, richiedono tempo per l’approvazione e potrebbero non essere ampiamente disponibili durante le condizioni di picco di Covid-19», come purtroppo è successo in Italia, con l’Aifa e il ministro della Salute, Roberto Speranza, che nell’ottobre 2020 dissero no a 10.000 dosi di monoclonale gratuito.
Al contrario, il plasma convalescente Covid-19 «non ha limiti di brevetto ed è relativamente poco costoso da produrre, poiché molti singoli donatori possono fornire più unità», sottolineano i ricercatori, primo fra tutti David J. Sullivan della Bloomberg School of Public Health di Baltimora.
Base di partenza dello studio americano era stata la necessità di trovare «terapie ambulatoriali alternative, in particolare in contesti in cui la terapia con anticorpi monoclonali non è disponibile» o quando quelle a disposizione risultino scarse se non inefficaci «a causa di varianti resistenti agli anticorpi monoclonali».
Nel periodo di tempo compreso fra il 3 giugno 2020 e il 1 ottobre 2021, per lo studio randomizzato sono state reclutate 1.225 persone tra 18 e 84 anni (età media, 43 anni) risultate positive al Covid-19 (anche tre donne in gravidanza), e di queste 1.181 hanno ricevuto in ambulatorio una trasfusione di circa un’ora, seguita da un periodo di osservazione di 30 minuti.
Le sperimentazioni hanno avuto luogo in 23 sedi diverse degli Stati Uniti, dove a un gruppo di partecipanti (592) è stato trasfuso plasma «convalescente», di donatori guariti dal Covid, mentre all’altro gruppo (592) plasma di controllo, ovvero di persone che non hanno mai visto né virus né vaccino. In media le trasfusioni sono state fatte nei sei giorni successivi la comparsa dei sintomi del coronavirus.
Il primo dato di grande interesse è che solo 17 dei 592 partecipanti (2,9%) trattati con plasma convalescente, sono poi finiti in ospedale, mentre hanno avuto bisogno di essere ospedalizzati 37 su 589 partecipanti (6,3%) del gruppo che aveva ricevuto plasma di controllo. Per i trattati con il plasma iperimmune, come due anni fa sperimentò con successo De Donno, nello studio statunitense la riduzione assoluta del rischio di ricovero è stata alta. Di 3,4 punti percentuali, e di ben il 54% quella del rischio relativo.
Migliori risultati si sono ottenuti utilizzando il plasma entro cinque giorni dalla positività del soggetto, infatti la trasfusione precoce sembrava essere associata a una maggiore riduzione del rischio di essere ricoverati. Il plasma convalescente di Covid-19, si legge nello studio, svolge un ruolo fondamentale nel ridurre l’infiammazione polmonare in risposta all’infezione da Sars-CoV-2, che è il «motivo più comune per l’ospedalizzazione».
Tre soli decessi furono registrati in ospedale, in partecipanti trattati con il plasma di controllo.
Gli autori dello studio sgombrano il campo da inutili illazioni, sottolineando che «il siero o il plasma immunitario sono stati usati in modo sicuro per il trattamento di malattie infettive per più di cento anni» e che risultati contrastanti «potrebbero essere dovuti alla mancanza di moderni progetti di studio, a piccole dimensioni del campione», così pure a una «somministrazione troppo tempo dopo l’inizio della malattia».
Che siano state queste le cause dell’insuccesso di Tsunami? Ci riferiamo allo studio promosso da Aifa e Iss, che giusto un anno fa «non evidenziò un beneficio del plasma in termini di riduzione del rischio di peggioramento respiratorio o morte nei primi trenta giorni». Gli esperti aggiunsero che i risultati erano in linea con quelli della «letteratura internazionale, prevalentemente negativa, fatta eccezione per casistiche di pazienti trattati molto precocemente con plasma ad alto titolo».
Giuseppe De Donno aveva sperato che l’Aifa approvasse ufficialmente la cura a base di trasfusioni di plasma, la delusione per il professore fu grandissima, lasciò l’ospedale, amareggiato. Il 27 luglio del 2021 si tolse la vita. Oggi uno studio americano finanziato con fondi governativi restituisce tutta la grandezza di quella piccola, geniale intuizione del professore che non aveva bisogno di Big Pharma per trattare i pazienti Covid.
Green pass, tamponi e mascherine: finita l’emergenza, i diktat restano
Da oggi l’Italia è libera dallo stato d’emergenza. Ma non dalle restrizioni. Se infatti il Paese ha potuto dire addio al Comitato tecnico scientifico, che per due anni ha regolamentato con divieti e imposizioni la vita quotidiana dei cittadini, la trafila di regole è stata solo, lievemente, sfoltita.
Fino a fine mese, il green pass rafforzato, che si ottiene con il booster, o con due dosi da meno di 120 giorni, o con la guarigione, sarà obbligatorio per: piscine, centri natatori, palestre, sport di squadra e di contatto (al chiuso), centri benessere, spogliatoi e docce, cinema, teatri, palazzetti dello sport, sale da ballo e discoteche, feste, comprese quelle dopo le cerimonie, convegni e congressi, centri culturali, sale gioco, casinò, strutture sanitarie. Dal 1° maggio, salvo ripensamenti del ministero della Salute, il lasciapassare non servirà più.
Sempre per tutto il mese di aprile il green pass base, rilasciato con tampone antigenico (valido 48 ore) o molecolare (valido 72 ore) sarà obbligatorio per accedere a: bar e ristoranti al chiuso (negli spazi all’aperto non serve già da oggi alcun certificato), concorsi pubblici, corsi di formazione, stadi, spettacoli all’aperto, aerei, treni, navi e traghetti (esclusi i collegamenti nello Stretto di Messina e con le Isole Tremiti), pullman turistici e colloqui in carcere. Anche per questi luoghi, dal prossimo mese, non dovrebbe servire più il foglio verde. Accesso libero da oggi per negozi, uffici pubblici, Poste e banche.
Nulla di invariato invece per quanto riguarda le mascherine. Coprire naso e bocca resta infatti obbligatorio fino a maggio in tutti i luoghi al chiuso. La mascherina Ffp2 resta obbligatoria nei cinema, teatri, sale da concerto, competizioni sportive all’interno dei palazzetti dello sport, su tutti i mezzi di trasporto pubblico, nelle funivie, cabinovie e seggiovie.
Rimane in vigore anche l’obbligo vaccinale per il personale sanitario e i dipendenti delle Rsa per tutto l’anno. Per il personale scolastico, le forze dell’ordine e gli over 50 la puntura resta forzata fino al 15 giugno, ma per andare al lavoro (e tornare a ricevere dunque lo stipendio) sarà sufficiente esibire il green pass base, che si ottiene con il tampone. Un passo avanti, che tuttavia obbliga, solo in Italia, migliaia di persone a sottoporsi ai test ogni 48 o 72 ore. Esami a pagamento, il cui prezzo, tra l’altro, da oggi non è più calmierato. Con lo scadere dello stato d’emergenza, difatti, le farmacie non sono più tenute a offrire i tamponi a 15 euro per gli adulti e a otto euro per i minori, come invece avveniva da agosto 2021, ma potranno decidere autonomamente il prezzo. Stop anche ai tamponi gratis, a carico della sanità pubblica, in caso di guarigione o fine quarantena. I test non saranno più a carico del cittadino solo se effettuati negli ospedali o nei laboratori, pubblici o convenzionati, con ricetta medica. Ogni Regione, tuttavia, si muoverà probabilmente in ordine sparso. Un potenziale problema per i lavoratori costretti a fare i test per poter tornare in servizio, che spenderanno almeno 180 euro al mese in farmacia, salvo rincari non improbabili.
Dalla Commissione europea è invece arrivata martedì scorso la decisione di esentare gli under 18 dalla validità di 9 mesi (270 giorni) del green pass (necessario per viaggiare in Ue) dopo aver completato il ciclo primario di vaccinazione, dato che non tutti i Paesi dell'Unione hanno esteso ai minorenni il richiamo. Il termine di 9 mesi avrebbe infatti potuto avere conseguenze sulla mobilità dei minorenni. L’esenzione è quindi senz’altro una misura ragionevole, che tradisce tuttavia ancora una volta l’intenzione di Bruxelles di rendere il certificato verde uno strumento perenne, quanto meno per gli spostamenti tra Stati.
Nulla di nuovo invece dal ministro Speranza sul fronte della farmacovigilanza. Ieri, in risposta a un’interrogazione del senatore leghista Bagnai circa l’inadeguatezza dell’Aifa nel promuovere il monitoraggio degli effetti avversi e nel semplificare le procedure di segnalazione, il titolare della Salute si è limitato a sottolineare l’importanza dei vaccini e a difendere la preparazione fornita agli operatori sanitari nel registrare le reazioni post puntura.
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Maxi studio Usa: il plasma convalescente salva vite e costa poco, come sostenne l’ex primario. Ma Iss e Aifa lo scartarono.Inizia la finta libertà: l’Italia rimane il Paese con i divieti più duri. Stop ai test calmierati.Lo speciale contiene due articoliFu trattato come uno stregone, oggi uno studio finanziato dal dipartimento della Difesa americano e dai National institutes of health (Nih), l’agenzia governativa che si occupa di ricerca medica, conferma che Giuseppe De Donno aveva ragione. L’ex primario di pneumologia all’ospedale Carlo Poma di Mantova ebbe la semplice quanto geniale idea di utilizzare il plasma «convalescente» per trattare i malati di Covid, che guarirono nel 90% dei casi, ma la sua cura fu zittita in ogni modo, in un vergognoso attacco mediatico e con motivazioni pseudo scientifiche.Il professore, che si tolse la vita la scorsa estate, oggi avrebbe almeno la soddisfazione di veder riconosciuta da una mega ricerca americana la validità del trattamento, che mise a punto e applicò a inizio pandemia. Purtroppo, aveva perfettamente ragione anche quando in una intervista alla Verità, il 15 giugno 2020, disse: «La terapia con il plasma costa poco, funziona benissimo, non fa miliardari. E io sono un medico di campagna, non un azionista di Big Pharma». Due, infatti, sono le principali conclusioni dello studio appena pubblicato su The New England Journal of Medicine (Nejm), tra le riviste mediche più autorevoli al mondo. La prima, è che «nei partecipanti, pazienti affetti da Covid-19, la maggior parte dei quali non vaccinati, la somministrazione di plasma convalescente entro 9 giorni dall’insorgenza dei sintomi ha ridotto il rischio di progressione della malattia che porta al ricovero in ospedale». La seconda, che i monoclonali «sono costosi da produrre, richiedono tempo per l’approvazione e potrebbero non essere ampiamente disponibili durante le condizioni di picco di Covid-19», come purtroppo è successo in Italia, con l’Aifa e il ministro della Salute, Roberto Speranza, che nell’ottobre 2020 dissero no a 10.000 dosi di monoclonale gratuito. Al contrario, il plasma convalescente Covid-19 «non ha limiti di brevetto ed è relativamente poco costoso da produrre, poiché molti singoli donatori possono fornire più unità», sottolineano i ricercatori, primo fra tutti David J. Sullivan della Bloomberg School of Public Health di Baltimora.Base di partenza dello studio americano era stata la necessità di trovare «terapie ambulatoriali alternative, in particolare in contesti in cui la terapia con anticorpi monoclonali non è disponibile» o quando quelle a disposizione risultino scarse se non inefficaci «a causa di varianti resistenti agli anticorpi monoclonali». Nel periodo di tempo compreso fra il 3 giugno 2020 e il 1 ottobre 2021, per lo studio randomizzato sono state reclutate 1.225 persone tra 18 e 84 anni (età media, 43 anni) risultate positive al Covid-19 (anche tre donne in gravidanza), e di queste 1.181 hanno ricevuto in ambulatorio una trasfusione di circa un’ora, seguita da un periodo di osservazione di 30 minuti. Le sperimentazioni hanno avuto luogo in 23 sedi diverse degli Stati Uniti, dove a un gruppo di partecipanti (592) è stato trasfuso plasma «convalescente», di donatori guariti dal Covid, mentre all’altro gruppo (592) plasma di controllo, ovvero di persone che non hanno mai visto né virus né vaccino. In media le trasfusioni sono state fatte nei sei giorni successivi la comparsa dei sintomi del coronavirus. Il primo dato di grande interesse è che solo 17 dei 592 partecipanti (2,9%) trattati con plasma convalescente, sono poi finiti in ospedale, mentre hanno avuto bisogno di essere ospedalizzati 37 su 589 partecipanti (6,3%) del gruppo che aveva ricevuto plasma di controllo. Per i trattati con il plasma iperimmune, come due anni fa sperimentò con successo De Donno, nello studio statunitense la riduzione assoluta del rischio di ricovero è stata alta. Di 3,4 punti percentuali, e di ben il 54% quella del rischio relativo. Migliori risultati si sono ottenuti utilizzando il plasma entro cinque giorni dalla positività del soggetto, infatti la trasfusione precoce sembrava essere associata a una maggiore riduzione del rischio di essere ricoverati. Il plasma convalescente di Covid-19, si legge nello studio, svolge un ruolo fondamentale nel ridurre l’infiammazione polmonare in risposta all’infezione da Sars-CoV-2, che è il «motivo più comune per l’ospedalizzazione».Tre soli decessi furono registrati in ospedale, in partecipanti trattati con il plasma di controllo.Gli autori dello studio sgombrano il campo da inutili illazioni, sottolineando che «il siero o il plasma immunitario sono stati usati in modo sicuro per il trattamento di malattie infettive per più di cento anni» e che risultati contrastanti «potrebbero essere dovuti alla mancanza di moderni progetti di studio, a piccole dimensioni del campione», così pure a una «somministrazione troppo tempo dopo l’inizio della malattia». Che siano state queste le cause dell’insuccesso di Tsunami? Ci riferiamo allo studio promosso da Aifa e Iss, che giusto un anno fa «non evidenziò un beneficio del plasma in termini di riduzione del rischio di peggioramento respiratorio o morte nei primi trenta giorni». Gli esperti aggiunsero che i risultati erano in linea con quelli della «letteratura internazionale, prevalentemente negativa, fatta eccezione per casistiche di pazienti trattati molto precocemente con plasma ad alto titolo». Giuseppe De Donno aveva sperato che l’Aifa approvasse ufficialmente la cura a base di trasfusioni di plasma, la delusione per il professore fu grandissima, lasciò l’ospedale, amareggiato. Il 27 luglio del 2021 si tolse la vita. Oggi uno studio americano finanziato con fondi governativi restituisce tutta la grandezza di quella piccola, geniale intuizione del professore che non aveva bisogno di Big Pharma per trattare i pazienti Covid.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ricerca-americana-riabilita-de-donno-la-sua-cura-funziona-eppure-fu-ignorata-2657076206.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="green-pass-tamponi-e-mascherine-finita-lemergenza-i-diktat-restano" data-post-id="2657076206" data-published-at="1648799153" data-use-pagination="False"> Green pass, tamponi e mascherine: finita l’emergenza, i diktat restano Da oggi l’Italia è libera dallo stato d’emergenza. Ma non dalle restrizioni. Se infatti il Paese ha potuto dire addio al Comitato tecnico scientifico, che per due anni ha regolamentato con divieti e imposizioni la vita quotidiana dei cittadini, la trafila di regole è stata solo, lievemente, sfoltita. Fino a fine mese, il green pass rafforzato, che si ottiene con il booster, o con due dosi da meno di 120 giorni, o con la guarigione, sarà obbligatorio per: piscine, centri natatori, palestre, sport di squadra e di contatto (al chiuso), centri benessere, spogliatoi e docce, cinema, teatri, palazzetti dello sport, sale da ballo e discoteche, feste, comprese quelle dopo le cerimonie, convegni e congressi, centri culturali, sale gioco, casinò, strutture sanitarie. Dal 1° maggio, salvo ripensamenti del ministero della Salute, il lasciapassare non servirà più. Sempre per tutto il mese di aprile il green pass base, rilasciato con tampone antigenico (valido 48 ore) o molecolare (valido 72 ore) sarà obbligatorio per accedere a: bar e ristoranti al chiuso (negli spazi all’aperto non serve già da oggi alcun certificato), concorsi pubblici, corsi di formazione, stadi, spettacoli all’aperto, aerei, treni, navi e traghetti (esclusi i collegamenti nello Stretto di Messina e con le Isole Tremiti), pullman turistici e colloqui in carcere. Anche per questi luoghi, dal prossimo mese, non dovrebbe servire più il foglio verde. Accesso libero da oggi per negozi, uffici pubblici, Poste e banche. Nulla di invariato invece per quanto riguarda le mascherine. Coprire naso e bocca resta infatti obbligatorio fino a maggio in tutti i luoghi al chiuso. La mascherina Ffp2 resta obbligatoria nei cinema, teatri, sale da concerto, competizioni sportive all’interno dei palazzetti dello sport, su tutti i mezzi di trasporto pubblico, nelle funivie, cabinovie e seggiovie. Rimane in vigore anche l’obbligo vaccinale per il personale sanitario e i dipendenti delle Rsa per tutto l’anno. Per il personale scolastico, le forze dell’ordine e gli over 50 la puntura resta forzata fino al 15 giugno, ma per andare al lavoro (e tornare a ricevere dunque lo stipendio) sarà sufficiente esibire il green pass base, che si ottiene con il tampone. Un passo avanti, che tuttavia obbliga, solo in Italia, migliaia di persone a sottoporsi ai test ogni 48 o 72 ore. Esami a pagamento, il cui prezzo, tra l’altro, da oggi non è più calmierato. Con lo scadere dello stato d’emergenza, difatti, le farmacie non sono più tenute a offrire i tamponi a 15 euro per gli adulti e a otto euro per i minori, come invece avveniva da agosto 2021, ma potranno decidere autonomamente il prezzo. Stop anche ai tamponi gratis, a carico della sanità pubblica, in caso di guarigione o fine quarantena. I test non saranno più a carico del cittadino solo se effettuati negli ospedali o nei laboratori, pubblici o convenzionati, con ricetta medica. Ogni Regione, tuttavia, si muoverà probabilmente in ordine sparso. Un potenziale problema per i lavoratori costretti a fare i test per poter tornare in servizio, che spenderanno almeno 180 euro al mese in farmacia, salvo rincari non improbabili. Dalla Commissione europea è invece arrivata martedì scorso la decisione di esentare gli under 18 dalla validità di 9 mesi (270 giorni) del green pass (necessario per viaggiare in Ue) dopo aver completato il ciclo primario di vaccinazione, dato che non tutti i Paesi dell'Unione hanno esteso ai minorenni il richiamo. Il termine di 9 mesi avrebbe infatti potuto avere conseguenze sulla mobilità dei minorenni. L’esenzione è quindi senz’altro una misura ragionevole, che tradisce tuttavia ancora una volta l’intenzione di Bruxelles di rendere il certificato verde uno strumento perenne, quanto meno per gli spostamenti tra Stati. Nulla di nuovo invece dal ministro Speranza sul fronte della farmacovigilanza. Ieri, in risposta a un’interrogazione del senatore leghista Bagnai circa l’inadeguatezza dell’Aifa nel promuovere il monitoraggio degli effetti avversi e nel semplificare le procedure di segnalazione, il titolare della Salute si è limitato a sottolineare l’importanza dei vaccini e a difendere la preparazione fornita agli operatori sanitari nel registrare le reazioni post puntura.
Ecco #DimmiLaVerità del 17 giugno 2026. Il deputato della Lega Andrea de Bertoldi, presidente dei Liberali Cristiano Democratici, illustra la sua proposta di legge per i professionisti.
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L'indice misura la percezione della corruzione nel settore pubblico attraverso una scala che va da 0 a 100. Più alto è il punteggio, maggiore è la trasparenza percepita delle istituzioni pubbliche. Più basso è il valore, maggiore è invece la convinzione che il sistema politico e amministrativo sia permeabile a favoritismi, clientelismo e abuso di potere.
In cima alla classifica si confermano i soliti noti. La Danimarca occupa il primo posto seguita da Finlandia, Singapore, Nuova Zelanda e Norvegia. Non si tratta di una coincidenza. Questi Paesi condividono alcune caratteristiche fondamentali: amministrazioni pubbliche efficienti, elevata fiducia dei cittadini nelle istituzioni, sistemi giudiziari indipendenti e una cultura politica che premia la trasparenza. In altre parole, sono Stati in cui il rispetto delle regole non dipende soltanto dalla presenza di leggi severe, ma da una consolidata cultura civica. All'estremo opposto della graduatoria troviamo invece Sudan del Sud, Somalia, Venezuela, Siria e Yemen. In questi casi la corruzione si intreccia con guerre civili, crisi economiche, fragilità istituzionale e spesso con la sopravvivenza stessa dello Stato. Quando le istituzioni si indeboliscono o collassano, la corruzione smette di essere una deviazione e diventa una componente strutturale del sistema.
Tuttavia, il dato più interessante del rapporto non riguarda i Paesi che occupano le prime o le ultime posizioni della classifica. La vera notizia è il progressivo deterioramento registrato in molte democrazie avanzate. Negli ultimi dieci anni il numero di Paesi che ottengono punteggi superiori a 80 punti è diminuito sensibilmente. Un segnale che, secondo Transparency International, riflette un indebolimento della fiducia nelle istituzioni pubbliche e nei meccanismi di controllo del potere. La percezione della corruzione non coincide necessariamente con la presenza di reati accertati. Rappresenta piuttosto il modo in cui cittadini, investitori e osservatori internazionali valutano il funzionamento delle istituzioni. È proprio questo elemento a rendere il dato particolarmente significativo. Quando cresce la convinzione che il potere sia influenzato da interessi privati, lobby o gruppi economici, diminuisce la fiducia nel sistema democratico.
Gli Stati Uniti rappresentano uno degli esempi più emblematici di questa tendenza. Pur rimanendo una delle principali democrazie del mondo, Washington ha registrato negli ultimi anni un progressivo peggioramento della propria posizione nell'indice. Secondo Transparency International, tra i fattori che alimentano questa percezione vi sono il crescente peso dei gruppi di pressione economica nel processo decisionale e la polarizzazione politica che caratterizza il dibattito pubblico americano. Anche l'Europa occidentale, che continua a essere la regione più virtuosa del pianeta, mostra segnali di affaticamento. Diversi Paesi hanno perso posizioni rispetto al passato e gli esperti evidenziano come il contrasto alla corruzione stia procedendo con minore efficacia rispetto agli anni precedenti. La crescente sfiducia verso le élite politiche, l'espansione delle campagne di disinformazione e la crisi di rappresentanza che attraversa molte democrazie contribuiscono a creare un clima favorevole alla percezione di una minore trasparenza. In questo contesto l'Italia continua a occupare una posizione intermedia. Il nostro Paese ha compiuto progressi rispetto al passato grazie a una serie di riforme normative e all'introduzione di strumenti più efficaci per il contrasto alla corruzione. Tuttavia resta distante dai livelli raggiunti dai Paesi nordici e continua a scontare problemi strutturali legati alla lentezza burocratica, alla complessità amministrativa e a una diffusa sfiducia nei confronti della politica.
La Svizzera, al contrario, continua a collocarsi tra i Paesi più virtuosi del mondo. La stabilità delle sue istituzioni, la qualità della pubblica amministrazione e la forte cultura della responsabilità individuale rappresentano elementi che contribuiscono a mantenere elevati standard di trasparenza. Un altro aspetto spesso sottovalutato riguarda l'impatto economico della corruzione. Secondo numerosi studi internazionali, la presenza di fenomeni corruttivi scoraggia gli investimenti esteri, aumenta i costi delle opere pubbliche e riduce la competitività delle imprese. Quando gli appalti non vengono assegnati sulla base del merito ma delle relazioni personali o politiche, il risultato è una minore efficienza della spesa pubblica e una riduzione della qualità dei servizi offerti ai cittadini. Le conseguenze sono visibili nelle infrastrutture incompiute, nei ritardi amministrativi e nella perdita di fiducia verso lo Stato.
La corruzione produce inoltre effetti diretti sul tessuto sociale. Dove i cittadini percepiscono che le regole non sono uguali per tutti cresce il senso di ingiustizia e diminuisce la partecipazione alla vita pubblica. Non è un caso che molti dei Paesi che registrano i peggiori risultati nell'indice siano caratterizzati anche da bassi livelli di fiducia nelle istituzioni e da una forte instabilità politica. Per questo motivo la lotta alla corruzione non rappresenta soltanto una questione giudiziaria o amministrativa, ma costituisce una sfida cruciale per la tenuta delle democrazie moderne e per la crescita economica delle nazioni. Il rapporto di Visual Capitalist offre dunque una lezione importante. La corruzione non è una questione che riguarda esclusivamente il livello di ricchezza di una nazione. Esistono Paesi ricchi che peggiorano e Paesi meno sviluppati che riescono a migliorare. La differenza la fanno la qualità delle istituzioni, l'indipendenza della magistratura, la libertà di stampa e la capacità di garantire controlli efficaci sull'esercizio del potere. Quando questi pilastri si indeboliscono, anche le democrazie più solide possono perdere terreno. Ed è proprio questo il messaggio più significativo che emerge dalla classifica: nessun Paese può considerarsi immune dalla corruzione e la trasparenza non è una conquista definitiva, ma un obiettivo che deve essere difeso ogni giorno e bisogna volerlo con forza.
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Domenico Arcuri (Imagoeconomica)
Ieri, ad esempio, il Pd aveva chiamato a testimoniare Giuseppe Busia, ma la sua audizione alla fine si è rivelata un boomerang: il presidente dell’Anac (Autorità nazionale anticorruzione) ha infatti confermato che durante la pandemia, per l’affidamento tramite gara pubblica di una commessa da un miliardo e 250 milioni di euro, l’Anac non ha potuto eseguire controlli perché «la normativa dell’epoca prevedeva, in deroga al normale ordinamento, l’attribuzione della funzione al solo commissario per l’emergenza pandemica». Ossia Domenico Arcuri, rileva il gruppo parlamentare di Fratelli d’Italia in commissione Covid, «ha agito in deroga a tutte le norme vigenti, azzerando non solo i controlli della Corte dei Conti ma anche dell’Autorità anticorruzione. Questa situazione gli ha consentito di procedere liberamente sia con la maxicommessa diretta più grande della storia d’Italia, ossia un miliardo e 251 milioni per l’importazione di mascherine inidonee, dunque pericolose per la salute, pagate il quadruplo del prezzo di mercato, sia con le altre discusse commesse».
«Busia lo ha confermato oggi», rileva Fdi, «del resto è emerso anche che, fino al protocollo collaborativo del 16 dicembre 2020 (l’accordo di vigilanza stipulato ufficialmente tra la struttura commissariale e l’Anac, che doveva servire a sottoporre a un controllo di legittimità i successivi bandi e contratti, dopo mesi di polemiche sulla gestione degli acquisti, ndr), Arcuri abbia agito senza alcuna attività di controllo di Anac. È evidente che il capo della struttura commissariale, nominato da Giuseppe Conte, abbia scelto di agire nell’ombra fintanto che gli è parso comodo, per poi concludere con l’Autorità anticorruzione un protocollo di verifica volontario con cui il controllato ha deciso cosa e quando farsi controllare dal controllore: un’assurdità», secondo Fdi. «Nessun commissario, Arcuri a parte, ha avuto uno scudo erariale, uno scudo dalla Corte dei Conti e uno scudo dall’Anac», ha commentato Alice Buonguerrieri, capogruppo di Fratelli d’Italia in commissione Covid.
Il dirigente, in commissione, ha spiegato la dinamica delle procedure. «Ci siamo occupati dell’acquisizione di mascherine e camici, anche sulla base di segnalazioni ricevute. C’è stata anche una segnalazione di “whistleblowing” (segnalazione spontanea) da parte di un lavoratore di un illecito, terminata (come molte altre, ndr) con un’archiviazione. Questa indagine ci ha portato a selezionare e contattare 182 stazioni appaltanti, di cui 163 hanno fornito risposta. Da un primo vaglio - ha spiegato il presidente Anac - sono emerse analisi su mancato rispetto dei tempi di consegna, mancata consegna o consegna parziale, dettate presumibilmente dalla situazione emergenziale. Questi elementi ci hanno portato a poter aprire, sulla base della normativa dell’epoca, procedimenti specifici solo per un caso». Il problema, ha osservato Busia, è che tutte le fasi in cui si accelerano le procedure di acquisto «a dispetto della trasparenza possono dare luogo a situazioni che facilitano infiltrazioni criminali». La situazione emergenziale di allora, dunque, avrebbe dato automaticamente il via libera a opacità e mancanza di trasparenza, facilitate anche dall’assenza di una legge sull’attività di lobbying: Ne «esiste l’esigenza, e l’Italia è carente da anni», ha detto il dirigente, auspicando che il testo, già approvato alla Camera, passi anche al Senato. «Busia ci ha anche spiegato che l’Anac può valutare attualmente un’attività di controllo su quanto avvenuto durante la pandemia alla luce delle risultanze che stanno emergendo dai lavori della commissione Covid. L’auspicio è che ciò avvenga, per riparare la grave mancanza protratta fino a oggi di una valutazione su questo maxiappalto e sulle altre procedure avvenute prima del 16 dicembre 2020», ha rilevato Fdi.
L’audizione di ieri è stata anche teatro dell’ennesimo scontro tra maggioranza e opposizioni. La scorsa settimana deputati e senatori di Pd, Iv, Azione e M5s erano usciti dalla commissione protestando contro le modalità di svolgimento dei lavori, nelle settimane in cui si sta chiudendo il cerchio sull’attribuzione di alcuni appalti promossa, in epoca pandemica, dall’avvocato Luca Di Donna, vicino all’ex premier Giuseppe Conte. In rappresentanza delle opposizioni in Aula c’era soltanto il presidente dei senatori Pd Francesco Boccia, che ha rivendicato le ragioni della protesta chiedendo risposte scritte; il presidente della commissione Covid Marco Lisei (Fdi) ha replicato punto per punto: «Avete detto che non eravate stati informati e vi ho mostrato che l’ufficio della Presidenza aveva esaminato l’autorizzazione all’attività delegata. Avete rivendicato la legalità degli atti e vi ho mostrato che tutte le procedure sono avvenute nel rispetto della legalità, della prassi parlamentare e di quanto fatto anche dalle precedenti Commissioni».
«Le opposizioni lavorano per insabbiare la verità», ha commentato Buonguerrieri rispondendo all’intervento di Boccia, «chiedono lo scioglimento della Commissione proprio mentre dai lavori stanno emergendo fatti gravi che li imbarazzano. Quindi, anziché aiutarci a farli emergere, decidono di attaccare e denigrare i lavori della Commissione stessa. I lavori invece andranno avanti fino in fondo. Dopo la figuraccia senza precedenti fatta dai gruppi di opposizione la scorsa settimana sulla presunta e inesistente illegittimità sollevata in merito all’attività della Commissione», ha aggiunto la capogruppo di Fratelli d’Italia in commissione Covid. «registro come ci sia ancora il coraggio, per non dire la stolidità, di insistere su posizioni risultate essere del tutto infondate, come spiegato pubblicamente, in commissione e in ogni sede. E registro anche grandissima mancanza di coerenza, equilibrio e lucidità».
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