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2022-04-01
Ricerca americana riabilita De Donno: la sua cura funziona. Eppure fu ignorata
Imagoeconomica
Fu trattato come uno stregone, oggi uno studio finanziato dal dipartimento della Difesa americano e dai National institutes of health (Nih), l’agenzia governativa che si occupa di ricerca medica, conferma che Giuseppe De Donno aveva ragione.
L’ex primario di pneumologia all’ospedale Carlo Poma di Mantova ebbe la semplice quanto geniale idea di utilizzare il plasma «convalescente» per trattare i malati di Covid, che guarirono nel 90% dei casi, ma la sua cura fu zittita in ogni modo, in un vergognoso attacco mediatico e con motivazioni pseudo scientifiche.
Il professore, che si tolse la vita la scorsa estate, oggi avrebbe almeno la soddisfazione di veder riconosciuta da una mega ricerca americana la validità del trattamento, che mise a punto e applicò a inizio pandemia. Purtroppo, aveva perfettamente ragione anche quando in una intervista alla Verità, il 15 giugno 2020, disse: «La terapia con il plasma costa poco, funziona benissimo, non fa miliardari. E io sono un medico di campagna, non un azionista di Big Pharma».
Due, infatti, sono le principali conclusioni dello studio appena pubblicato su The New England Journal of Medicine (Nejm), tra le riviste mediche più autorevoli al mondo. La prima, è che «nei partecipanti, pazienti affetti da Covid-19, la maggior parte dei quali non vaccinati, la somministrazione di plasma convalescente entro 9 giorni dall’insorgenza dei sintomi ha ridotto il rischio di progressione della malattia che porta al ricovero in ospedale».
La seconda, che i monoclonali «sono costosi da produrre, richiedono tempo per l’approvazione e potrebbero non essere ampiamente disponibili durante le condizioni di picco di Covid-19», come purtroppo è successo in Italia, con l’Aifa e il ministro della Salute, Roberto Speranza, che nell’ottobre 2020 dissero no a 10.000 dosi di monoclonale gratuito.
Al contrario, il plasma convalescente Covid-19 «non ha limiti di brevetto ed è relativamente poco costoso da produrre, poiché molti singoli donatori possono fornire più unità», sottolineano i ricercatori, primo fra tutti David J. Sullivan della Bloomberg School of Public Health di Baltimora.
Base di partenza dello studio americano era stata la necessità di trovare «terapie ambulatoriali alternative, in particolare in contesti in cui la terapia con anticorpi monoclonali non è disponibile» o quando quelle a disposizione risultino scarse se non inefficaci «a causa di varianti resistenti agli anticorpi monoclonali».
Nel periodo di tempo compreso fra il 3 giugno 2020 e il 1 ottobre 2021, per lo studio randomizzato sono state reclutate 1.225 persone tra 18 e 84 anni (età media, 43 anni) risultate positive al Covid-19 (anche tre donne in gravidanza), e di queste 1.181 hanno ricevuto in ambulatorio una trasfusione di circa un’ora, seguita da un periodo di osservazione di 30 minuti.
Le sperimentazioni hanno avuto luogo in 23 sedi diverse degli Stati Uniti, dove a un gruppo di partecipanti (592) è stato trasfuso plasma «convalescente», di donatori guariti dal Covid, mentre all’altro gruppo (592) plasma di controllo, ovvero di persone che non hanno mai visto né virus né vaccino. In media le trasfusioni sono state fatte nei sei giorni successivi la comparsa dei sintomi del coronavirus.
Il primo dato di grande interesse è che solo 17 dei 592 partecipanti (2,9%) trattati con plasma convalescente, sono poi finiti in ospedale, mentre hanno avuto bisogno di essere ospedalizzati 37 su 589 partecipanti (6,3%) del gruppo che aveva ricevuto plasma di controllo. Per i trattati con il plasma iperimmune, come due anni fa sperimentò con successo De Donno, nello studio statunitense la riduzione assoluta del rischio di ricovero è stata alta. Di 3,4 punti percentuali, e di ben il 54% quella del rischio relativo.
Migliori risultati si sono ottenuti utilizzando il plasma entro cinque giorni dalla positività del soggetto, infatti la trasfusione precoce sembrava essere associata a una maggiore riduzione del rischio di essere ricoverati. Il plasma convalescente di Covid-19, si legge nello studio, svolge un ruolo fondamentale nel ridurre l’infiammazione polmonare in risposta all’infezione da Sars-CoV-2, che è il «motivo più comune per l’ospedalizzazione».
Tre soli decessi furono registrati in ospedale, in partecipanti trattati con il plasma di controllo.
Gli autori dello studio sgombrano il campo da inutili illazioni, sottolineando che «il siero o il plasma immunitario sono stati usati in modo sicuro per il trattamento di malattie infettive per più di cento anni» e che risultati contrastanti «potrebbero essere dovuti alla mancanza di moderni progetti di studio, a piccole dimensioni del campione», così pure a una «somministrazione troppo tempo dopo l’inizio della malattia».
Che siano state queste le cause dell’insuccesso di Tsunami? Ci riferiamo allo studio promosso da Aifa e Iss, che giusto un anno fa «non evidenziò un beneficio del plasma in termini di riduzione del rischio di peggioramento respiratorio o morte nei primi trenta giorni». Gli esperti aggiunsero che i risultati erano in linea con quelli della «letteratura internazionale, prevalentemente negativa, fatta eccezione per casistiche di pazienti trattati molto precocemente con plasma ad alto titolo».
Giuseppe De Donno aveva sperato che l’Aifa approvasse ufficialmente la cura a base di trasfusioni di plasma, la delusione per il professore fu grandissima, lasciò l’ospedale, amareggiato. Il 27 luglio del 2021 si tolse la vita. Oggi uno studio americano finanziato con fondi governativi restituisce tutta la grandezza di quella piccola, geniale intuizione del professore che non aveva bisogno di Big Pharma per trattare i pazienti Covid.
Green pass, tamponi e mascherine: finita l’emergenza, i diktat restano
Da oggi l’Italia è libera dallo stato d’emergenza. Ma non dalle restrizioni. Se infatti il Paese ha potuto dire addio al Comitato tecnico scientifico, che per due anni ha regolamentato con divieti e imposizioni la vita quotidiana dei cittadini, la trafila di regole è stata solo, lievemente, sfoltita.
Fino a fine mese, il green pass rafforzato, che si ottiene con il booster, o con due dosi da meno di 120 giorni, o con la guarigione, sarà obbligatorio per: piscine, centri natatori, palestre, sport di squadra e di contatto (al chiuso), centri benessere, spogliatoi e docce, cinema, teatri, palazzetti dello sport, sale da ballo e discoteche, feste, comprese quelle dopo le cerimonie, convegni e congressi, centri culturali, sale gioco, casinò, strutture sanitarie. Dal 1° maggio, salvo ripensamenti del ministero della Salute, il lasciapassare non servirà più.
Sempre per tutto il mese di aprile il green pass base, rilasciato con tampone antigenico (valido 48 ore) o molecolare (valido 72 ore) sarà obbligatorio per accedere a: bar e ristoranti al chiuso (negli spazi all’aperto non serve già da oggi alcun certificato), concorsi pubblici, corsi di formazione, stadi, spettacoli all’aperto, aerei, treni, navi e traghetti (esclusi i collegamenti nello Stretto di Messina e con le Isole Tremiti), pullman turistici e colloqui in carcere. Anche per questi luoghi, dal prossimo mese, non dovrebbe servire più il foglio verde. Accesso libero da oggi per negozi, uffici pubblici, Poste e banche.
Nulla di invariato invece per quanto riguarda le mascherine. Coprire naso e bocca resta infatti obbligatorio fino a maggio in tutti i luoghi al chiuso. La mascherina Ffp2 resta obbligatoria nei cinema, teatri, sale da concerto, competizioni sportive all’interno dei palazzetti dello sport, su tutti i mezzi di trasporto pubblico, nelle funivie, cabinovie e seggiovie.
Rimane in vigore anche l’obbligo vaccinale per il personale sanitario e i dipendenti delle Rsa per tutto l’anno. Per il personale scolastico, le forze dell’ordine e gli over 50 la puntura resta forzata fino al 15 giugno, ma per andare al lavoro (e tornare a ricevere dunque lo stipendio) sarà sufficiente esibire il green pass base, che si ottiene con il tampone. Un passo avanti, che tuttavia obbliga, solo in Italia, migliaia di persone a sottoporsi ai test ogni 48 o 72 ore. Esami a pagamento, il cui prezzo, tra l’altro, da oggi non è più calmierato. Con lo scadere dello stato d’emergenza, difatti, le farmacie non sono più tenute a offrire i tamponi a 15 euro per gli adulti e a otto euro per i minori, come invece avveniva da agosto 2021, ma potranno decidere autonomamente il prezzo. Stop anche ai tamponi gratis, a carico della sanità pubblica, in caso di guarigione o fine quarantena. I test non saranno più a carico del cittadino solo se effettuati negli ospedali o nei laboratori, pubblici o convenzionati, con ricetta medica. Ogni Regione, tuttavia, si muoverà probabilmente in ordine sparso. Un potenziale problema per i lavoratori costretti a fare i test per poter tornare in servizio, che spenderanno almeno 180 euro al mese in farmacia, salvo rincari non improbabili.
Dalla Commissione europea è invece arrivata martedì scorso la decisione di esentare gli under 18 dalla validità di 9 mesi (270 giorni) del green pass (necessario per viaggiare in Ue) dopo aver completato il ciclo primario di vaccinazione, dato che non tutti i Paesi dell'Unione hanno esteso ai minorenni il richiamo. Il termine di 9 mesi avrebbe infatti potuto avere conseguenze sulla mobilità dei minorenni. L’esenzione è quindi senz’altro una misura ragionevole, che tradisce tuttavia ancora una volta l’intenzione di Bruxelles di rendere il certificato verde uno strumento perenne, quanto meno per gli spostamenti tra Stati.
Nulla di nuovo invece dal ministro Speranza sul fronte della farmacovigilanza. Ieri, in risposta a un’interrogazione del senatore leghista Bagnai circa l’inadeguatezza dell’Aifa nel promuovere il monitoraggio degli effetti avversi e nel semplificare le procedure di segnalazione, il titolare della Salute si è limitato a sottolineare l’importanza dei vaccini e a difendere la preparazione fornita agli operatori sanitari nel registrare le reazioni post puntura.
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Maxi studio Usa: il plasma convalescente salva vite e costa poco, come sostenne l’ex primario. Ma Iss e Aifa lo scartarono.Inizia la finta libertà: l’Italia rimane il Paese con i divieti più duri. Stop ai test calmierati.Lo speciale contiene due articoliFu trattato come uno stregone, oggi uno studio finanziato dal dipartimento della Difesa americano e dai National institutes of health (Nih), l’agenzia governativa che si occupa di ricerca medica, conferma che Giuseppe De Donno aveva ragione. L’ex primario di pneumologia all’ospedale Carlo Poma di Mantova ebbe la semplice quanto geniale idea di utilizzare il plasma «convalescente» per trattare i malati di Covid, che guarirono nel 90% dei casi, ma la sua cura fu zittita in ogni modo, in un vergognoso attacco mediatico e con motivazioni pseudo scientifiche.Il professore, che si tolse la vita la scorsa estate, oggi avrebbe almeno la soddisfazione di veder riconosciuta da una mega ricerca americana la validità del trattamento, che mise a punto e applicò a inizio pandemia. Purtroppo, aveva perfettamente ragione anche quando in una intervista alla Verità, il 15 giugno 2020, disse: «La terapia con il plasma costa poco, funziona benissimo, non fa miliardari. E io sono un medico di campagna, non un azionista di Big Pharma». Due, infatti, sono le principali conclusioni dello studio appena pubblicato su The New England Journal of Medicine (Nejm), tra le riviste mediche più autorevoli al mondo. La prima, è che «nei partecipanti, pazienti affetti da Covid-19, la maggior parte dei quali non vaccinati, la somministrazione di plasma convalescente entro 9 giorni dall’insorgenza dei sintomi ha ridotto il rischio di progressione della malattia che porta al ricovero in ospedale». La seconda, che i monoclonali «sono costosi da produrre, richiedono tempo per l’approvazione e potrebbero non essere ampiamente disponibili durante le condizioni di picco di Covid-19», come purtroppo è successo in Italia, con l’Aifa e il ministro della Salute, Roberto Speranza, che nell’ottobre 2020 dissero no a 10.000 dosi di monoclonale gratuito. Al contrario, il plasma convalescente Covid-19 «non ha limiti di brevetto ed è relativamente poco costoso da produrre, poiché molti singoli donatori possono fornire più unità», sottolineano i ricercatori, primo fra tutti David J. Sullivan della Bloomberg School of Public Health di Baltimora.Base di partenza dello studio americano era stata la necessità di trovare «terapie ambulatoriali alternative, in particolare in contesti in cui la terapia con anticorpi monoclonali non è disponibile» o quando quelle a disposizione risultino scarse se non inefficaci «a causa di varianti resistenti agli anticorpi monoclonali». Nel periodo di tempo compreso fra il 3 giugno 2020 e il 1 ottobre 2021, per lo studio randomizzato sono state reclutate 1.225 persone tra 18 e 84 anni (età media, 43 anni) risultate positive al Covid-19 (anche tre donne in gravidanza), e di queste 1.181 hanno ricevuto in ambulatorio una trasfusione di circa un’ora, seguita da un periodo di osservazione di 30 minuti. Le sperimentazioni hanno avuto luogo in 23 sedi diverse degli Stati Uniti, dove a un gruppo di partecipanti (592) è stato trasfuso plasma «convalescente», di donatori guariti dal Covid, mentre all’altro gruppo (592) plasma di controllo, ovvero di persone che non hanno mai visto né virus né vaccino. In media le trasfusioni sono state fatte nei sei giorni successivi la comparsa dei sintomi del coronavirus. Il primo dato di grande interesse è che solo 17 dei 592 partecipanti (2,9%) trattati con plasma convalescente, sono poi finiti in ospedale, mentre hanno avuto bisogno di essere ospedalizzati 37 su 589 partecipanti (6,3%) del gruppo che aveva ricevuto plasma di controllo. Per i trattati con il plasma iperimmune, come due anni fa sperimentò con successo De Donno, nello studio statunitense la riduzione assoluta del rischio di ricovero è stata alta. Di 3,4 punti percentuali, e di ben il 54% quella del rischio relativo. Migliori risultati si sono ottenuti utilizzando il plasma entro cinque giorni dalla positività del soggetto, infatti la trasfusione precoce sembrava essere associata a una maggiore riduzione del rischio di essere ricoverati. Il plasma convalescente di Covid-19, si legge nello studio, svolge un ruolo fondamentale nel ridurre l’infiammazione polmonare in risposta all’infezione da Sars-CoV-2, che è il «motivo più comune per l’ospedalizzazione».Tre soli decessi furono registrati in ospedale, in partecipanti trattati con il plasma di controllo.Gli autori dello studio sgombrano il campo da inutili illazioni, sottolineando che «il siero o il plasma immunitario sono stati usati in modo sicuro per il trattamento di malattie infettive per più di cento anni» e che risultati contrastanti «potrebbero essere dovuti alla mancanza di moderni progetti di studio, a piccole dimensioni del campione», così pure a una «somministrazione troppo tempo dopo l’inizio della malattia». Che siano state queste le cause dell’insuccesso di Tsunami? Ci riferiamo allo studio promosso da Aifa e Iss, che giusto un anno fa «non evidenziò un beneficio del plasma in termini di riduzione del rischio di peggioramento respiratorio o morte nei primi trenta giorni». Gli esperti aggiunsero che i risultati erano in linea con quelli della «letteratura internazionale, prevalentemente negativa, fatta eccezione per casistiche di pazienti trattati molto precocemente con plasma ad alto titolo». Giuseppe De Donno aveva sperato che l’Aifa approvasse ufficialmente la cura a base di trasfusioni di plasma, la delusione per il professore fu grandissima, lasciò l’ospedale, amareggiato. Il 27 luglio del 2021 si tolse la vita. Oggi uno studio americano finanziato con fondi governativi restituisce tutta la grandezza di quella piccola, geniale intuizione del professore che non aveva bisogno di Big Pharma per trattare i pazienti Covid.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ricerca-americana-riabilita-de-donno-la-sua-cura-funziona-eppure-fu-ignorata-2657076206.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="green-pass-tamponi-e-mascherine-finita-lemergenza-i-diktat-restano" data-post-id="2657076206" data-published-at="1648799153" data-use-pagination="False"> Green pass, tamponi e mascherine: finita l’emergenza, i diktat restano Da oggi l’Italia è libera dallo stato d’emergenza. Ma non dalle restrizioni. Se infatti il Paese ha potuto dire addio al Comitato tecnico scientifico, che per due anni ha regolamentato con divieti e imposizioni la vita quotidiana dei cittadini, la trafila di regole è stata solo, lievemente, sfoltita. Fino a fine mese, il green pass rafforzato, che si ottiene con il booster, o con due dosi da meno di 120 giorni, o con la guarigione, sarà obbligatorio per: piscine, centri natatori, palestre, sport di squadra e di contatto (al chiuso), centri benessere, spogliatoi e docce, cinema, teatri, palazzetti dello sport, sale da ballo e discoteche, feste, comprese quelle dopo le cerimonie, convegni e congressi, centri culturali, sale gioco, casinò, strutture sanitarie. Dal 1° maggio, salvo ripensamenti del ministero della Salute, il lasciapassare non servirà più. Sempre per tutto il mese di aprile il green pass base, rilasciato con tampone antigenico (valido 48 ore) o molecolare (valido 72 ore) sarà obbligatorio per accedere a: bar e ristoranti al chiuso (negli spazi all’aperto non serve già da oggi alcun certificato), concorsi pubblici, corsi di formazione, stadi, spettacoli all’aperto, aerei, treni, navi e traghetti (esclusi i collegamenti nello Stretto di Messina e con le Isole Tremiti), pullman turistici e colloqui in carcere. Anche per questi luoghi, dal prossimo mese, non dovrebbe servire più il foglio verde. Accesso libero da oggi per negozi, uffici pubblici, Poste e banche. Nulla di invariato invece per quanto riguarda le mascherine. Coprire naso e bocca resta infatti obbligatorio fino a maggio in tutti i luoghi al chiuso. La mascherina Ffp2 resta obbligatoria nei cinema, teatri, sale da concerto, competizioni sportive all’interno dei palazzetti dello sport, su tutti i mezzi di trasporto pubblico, nelle funivie, cabinovie e seggiovie. Rimane in vigore anche l’obbligo vaccinale per il personale sanitario e i dipendenti delle Rsa per tutto l’anno. Per il personale scolastico, le forze dell’ordine e gli over 50 la puntura resta forzata fino al 15 giugno, ma per andare al lavoro (e tornare a ricevere dunque lo stipendio) sarà sufficiente esibire il green pass base, che si ottiene con il tampone. Un passo avanti, che tuttavia obbliga, solo in Italia, migliaia di persone a sottoporsi ai test ogni 48 o 72 ore. Esami a pagamento, il cui prezzo, tra l’altro, da oggi non è più calmierato. Con lo scadere dello stato d’emergenza, difatti, le farmacie non sono più tenute a offrire i tamponi a 15 euro per gli adulti e a otto euro per i minori, come invece avveniva da agosto 2021, ma potranno decidere autonomamente il prezzo. Stop anche ai tamponi gratis, a carico della sanità pubblica, in caso di guarigione o fine quarantena. I test non saranno più a carico del cittadino solo se effettuati negli ospedali o nei laboratori, pubblici o convenzionati, con ricetta medica. Ogni Regione, tuttavia, si muoverà probabilmente in ordine sparso. Un potenziale problema per i lavoratori costretti a fare i test per poter tornare in servizio, che spenderanno almeno 180 euro al mese in farmacia, salvo rincari non improbabili. Dalla Commissione europea è invece arrivata martedì scorso la decisione di esentare gli under 18 dalla validità di 9 mesi (270 giorni) del green pass (necessario per viaggiare in Ue) dopo aver completato il ciclo primario di vaccinazione, dato che non tutti i Paesi dell'Unione hanno esteso ai minorenni il richiamo. Il termine di 9 mesi avrebbe infatti potuto avere conseguenze sulla mobilità dei minorenni. L’esenzione è quindi senz’altro una misura ragionevole, che tradisce tuttavia ancora una volta l’intenzione di Bruxelles di rendere il certificato verde uno strumento perenne, quanto meno per gli spostamenti tra Stati. Nulla di nuovo invece dal ministro Speranza sul fronte della farmacovigilanza. Ieri, in risposta a un’interrogazione del senatore leghista Bagnai circa l’inadeguatezza dell’Aifa nel promuovere il monitoraggio degli effetti avversi e nel semplificare le procedure di segnalazione, il titolare della Salute si è limitato a sottolineare l’importanza dei vaccini e a difendere la preparazione fornita agli operatori sanitari nel registrare le reazioni post puntura.
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Il cardinale Pierbattista Pizzaballa (Ansa)
L’ultimo contatto è stato il 18 luglio quando Prevost ha chiamato Netanyahu dopo i bombardamenti della chiesa di Gaza per dire: cessate il fuoco e non fate diventare i luoghi di culto bersagli. Poi un lungo silenzio nonostante Leone XIV abbia ribadito «non tolleriamo l’antisemitismo e lo combattiamo, vogliamo approfondire il dialogo con i fratelli ebrei nonostante i malintesi attuali».
Ma ieri non è stato un malinteso è, come ha detto il presidente del Consiglio Giorgia Meloni, bensì «un’offesa, non solo per i credenti». Benjamin Netanyahu è andato molto oltre il consentito. La polizia israeliana ha impedito al Patriarca di Gerusalemme il cardinale Pierbattista Pizzaballa - che ha ottimi rapporti col rabbinato italiano - e al Custode di Terra Santa padre Francesco Ielpo di entrare nella chiesa del Santo Sepolcro, nella parte antica di Gerusalemme, per celebrare la Messa della Domenica delle Palme: liturgia essenziale ed esiziale per i cattolici. Sono stati bloccati e costretti a forza dai gendarmi a tornare indietro. Non era mai avvenuto prima. Il patriarcato di Gerusalemme ha reagito: «Questa decisione affrettata e fondamentalmente errata, viziata da considerazioni improprie, rappresenta un’estrema violazione dei principi fondamentali di ragionevolezza, libertà di culto e rispetto dello status quo». Dal Patriarcato si sottolinea: «Si tratta di un grave precedente, s’ignora la sensibilità di miliardi di persone in tutto il mondo che, durante questa settimana, guardano a Gerusalemme».
Il cardinale Pizzaballa ha fatto sapere che le «autorità religiose hanno sempre rispettato le disposizioni di sicurezza» con padre Ielpo «esprimono il loro profondo rammarico ai fedeli cristiani in Terra Santa e in tutto il mondo per il fatto che la preghiera in uno dei giorni più sacri del calendario cristiano sia stata così impedita». Sul monte degli Ulivi si è comunque tenuta una celebrazione senza fedeli né giornalisti. Dal Getsemani Pizzaballa ha ribadito: «Oggi i nostri fratelli e sorelle non possono unirsi alle voci della processione, oggi portiamo la croce. Una croce che non è un peso per noi, ma la fonte della vera pace». Il Vaticano ha reagito con forza, con Papa Leone XIV, che pensa a Pizzaballa come successore del cardinale Pietro Parolin alla segreteria di Stato, che ha lanciato, durante l’Angelus di ieri, un segnale chiaro: «Siamo più che mai vicini con la preghiera ai cristiani in Medioriente che soffrono le conseguenze di un conflitto atroce e, in molti casi, non possono vivere pienamente i Riti di questi giorni santi».
Il rifiuto d’Israele si è invece trasformato in un caso diplomatico tra Roma e Tel Aviv. Giorgia Meloni ha telefonato a Pizzaballa esprimendolo a lui e padre Ielpo la solidarietà del Governo italiano e ha sottolineato: «Il Santo Sepolcro di Gerusalemme è luogo sacro della cristianità, e in quanto tale da preservare e tutelare per la celebrazione dei riti sacri». Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha convocato per oggi l’ambasciatore israeliano e ha dato mandato al nostro ambasciatore in Israele di esprimere «il nostro sdegno e confermare la posizione italiana a tutela, sempre ed in ogni circostanza, della libertà di religione; piena solidarietà al cardinale Pizzaballa e padre Ielpo, è inaccettabile aver loro impedito di entrare nella Chiesa del Santo Sepolcro».
Dello stesso tenore le dichiarazioni di Guido Crosetto, Matteo Salvini, Stefania Craxi e del presidente della Camera Lorenzo Fontana. La segretaria del Pd Elly Schlein accusa: «La violenza cieca e la protervia senza limiti del Governo israeliano ha raggiunto anche uno dei luoghi più sacri della Cristianità, offendendo la dignità dei credenti e umiliando l’intera comunità cristiana. Il Governo italiano esprima forte la sua condanna e prenda una volta per tutte le distanze dal criminale Governo Netanyahu». Anche il presidente francese Emmanuel Macron su X si è espresso: «Condanno la decisione della polizia israeliana che si aggiunge alla preoccupante moltiplicazione delle violazioni dello statuto dei luoghi santi di Gerusalemme; la libertà di culto deve essere garantita per tutte le confessioni».
Mentre a Gaza padre Gabriele Romanelli con decine di fedeli riuniti per «le palme» nella chiesa della Sacra Famiglia esortava a pregare «per la comunità cristiana di Gerusalemme, che quest’anno non può celebrare questa solennità come al solito» da Tel Aviv hanno tentato una qualche spiegazione. L’ambasciatore in Italia Jonathan Peled illustra: «I Luoghi Sacri di Gerusalemme, incluso il Muro del Pianto, sono attualmente chiusi ai fedeli di tutte le religioni: ebraica, cristiana e musulmana. Ciò si è reso necessario a seguito dei missili lanciati verso Israele dal regime iraniano, ma Israele sta lavorando per individuare una soluzione alternativa, ribadendo che la protezione della vita umana deve prevalere su ogni altra considerazione».
Secondo la polizia di Gerusalemme il cardinal Pizzaballa era stato ampiamente avvertito: la sua richiesta esaminata sabato scorso non poteva essere approvata esclusivamente per motivi di sicurezza, con l’obiettivo primario di salvaguardare la vita umana dato che i luoghi santi sono sprovvisti di rifugi. Secondo la polizia il porporato cattolico avrebbe forzato il blocco da qui l’allontanamento perché «la libertà di culto continuerà ad essere tutelata, fatte salve le necessarie restrizioni».
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Giorgia Meloni (Ansa)
Inevitabile quindi, fisiologico probabilmente, ma andare al voto anticipato a questo punto è un’opzione diventata improvvisamente percorribile per questo esecutivo. Erano in molti a dire che in caso di vittoria del Sì, si sarebbero potute anticipare le elezioni, in pochissimi ragionavano su questa possibilità in caso di vittoria del No. Ma qui siamo perché l’esito del referendum ha segnato uno spartiacque, c’è un prima e c’è un dopo, Meloni lo sa e resta da capire se guidare o subire quello che verrà.
Nel frattempo, come spiegato dal direttore Maurizio Belpietro, tra le dimissioni e il voto c’è di mezzo il Colle. Non è nei poteri dell’esecutivo indire elezioni, è una facoltà che spetta al presidente della Repubblica che potrebbe ricorrere a consultazioni per formare un governo tecnico. Formalmente però non ci sono i numeri per tenerlo in piedi, ma guardando all’orizzonte vitalizio (si raggiunge ad aprile 2027) tutto può succedere.
Sono in tanti a sperare che si vada presto al voto. «Può aiutare l’economia» dice Francesco Giavazzi economista e già braccio destro di Mario Draghi. Una frase che ricorda un po’ quel «fate presto», il titolo che nel 2011 il Sole 24 Ore ripropose quando lo spread era alle stelle e tutti chiedevano le dimissioni di Silvio Berlusconi. Quello che è successo dal 2011 in poi è storia ben nota: governo Monti, austerity e tutto ciò che ne è seguito.
Oggi di nuovo le leve sono quella economica e quella del tempo. «Prendere tempo», spiega Giavazzi, «significa effettivamente perdere tempo, e l’Italia oggi non può permettersi di perdere tempo». E prosegue: «L’Italia ha un problema serio di crescita asfittica, di salari compressi, di risposte sull’energia che non riescono a essere all’altezza della situazione» e il governo, «ha al suo interno ministri ben più dannosi dei soggetti che si sono dimessi in queste ore». L’economista fa riferimento, al ministro dello Sviluppo Adolfo Urso sfiduciato a parole anche «dal presidente di Confindustria».
E Confindustria da alleata di governo, in queste ore sembra si sia unita allo stormo di avvoltoi con la scusa del dl Fisco approvato venerdì in cdm e che ha rivisto gli impegni presi alla luce di «uno choc esterno paragonabile a quello della crisi in Ucraina», ha chiarito il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, che costringe ora l’esecutivo «a fare delle riflessioni su cosa fare, chi aiutare, chi incentivare». A Confindustria questo non è piaciuto: «Il fatto di non poter fare affidamento sulle norme e sulle dichiarazioni del Governo mina profondamente la fiducia delle imprese nei confronti delle istituzioni e delle misure di incentivo e scoraggia chi vorrebbe continuare a fare impresa in Italia». Insomma è il momento del «piove, governo ladro». In questi momenti di acque agitate il più bravo a navigare resta l’ex premier Matteo Renzi: «È solo l'antipasto di ciò che accadrà nei prossimi mesi. Il governo Dracula ha portato ai massimi la pressione fiscale e finalmente le imprese iniziano a farlo notare». Opposizioni, parti sociali ma anche i giornali. Sono in molti a chiedere il voto anticipato, alcuni per interesse, altri per opportunità. Tra i leader di opposizione sicuramente ne gioverebbe la segretaria dem Elly Schlein. Con poco tempo per andare al voto potrebbero non esserci le primarie e questo le consentirebbe di evitare il confronto diretto con il temutissimo Giuseppe Conte, assicurandosi così la guida del campo largo. Nel centrodestra c’è chi suggerisce che avere Elly come leader di opposizione significherebbe assicurarsi una nuova vittoria e chi dice invece che andare avanti fino a fine mandato potrebbe tradursi in una lunga agonia.
Quello che è certo è che votare è un rischio, ma si considera poco un aspetto: Giorgia Meloni non ha paura di perdere e chi la conosce da tempo lo sa. Meloni viene da un mondo che ha perso tanto e questo non le ha mai impedito di prendere la decisione giusta e di andare avanti. A Meloni adesso interessa sapere se ha o meno il mandato degli italiani per continuare a governare. I sondaggi dicono di sì. Nonostante quello che racconta il campo largo, il centrodestra non solo tiene, ma resta saldamente al primo posto nelle intenzioni di voto (45,2% contro 44,3% anche senza Vannacci, secondo la Ghisleri).
Resta quindi l’ipotesi rimpasto, sconfessata però da due big del governo.
Marcello Gemmato, sottosegretario alla Salute, «non lo vede all’orizzonte», e il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida spiega: «Se dovesse servire il mio posto è sempre a disposizione ma non mi pare che ci sia questo tipo di richiesta».
Intanto il ministero del Turismo rimane guidato ad interim da Meloni, ma in ballo c’è Luca Zaia, l’ex presidente veneto che in molti vorrebbero al governo e di lui si parla anche per la guida del Mimit al posto di Urso. Due posti in quota Fratelli d’Italia però e affidarne uno a Zaia e quindi alla Lega comporterebbe anche altri ragionamenti. Insomma si prende tempo, niente fretta per evitare scelte sbagliate, con buona pace degli economisti del «fate presto».
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