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2022-04-01
Ricerca americana riabilita De Donno: la sua cura funziona. Eppure fu ignorata
Imagoeconomica
Fu trattato come uno stregone, oggi uno studio finanziato dal dipartimento della Difesa americano e dai National institutes of health (Nih), l’agenzia governativa che si occupa di ricerca medica, conferma che Giuseppe De Donno aveva ragione.
L’ex primario di pneumologia all’ospedale Carlo Poma di Mantova ebbe la semplice quanto geniale idea di utilizzare il plasma «convalescente» per trattare i malati di Covid, che guarirono nel 90% dei casi, ma la sua cura fu zittita in ogni modo, in un vergognoso attacco mediatico e con motivazioni pseudo scientifiche.
Il professore, che si tolse la vita la scorsa estate, oggi avrebbe almeno la soddisfazione di veder riconosciuta da una mega ricerca americana la validità del trattamento, che mise a punto e applicò a inizio pandemia. Purtroppo, aveva perfettamente ragione anche quando in una intervista alla Verità, il 15 giugno 2020, disse: «La terapia con il plasma costa poco, funziona benissimo, non fa miliardari. E io sono un medico di campagna, non un azionista di Big Pharma».
Due, infatti, sono le principali conclusioni dello studio appena pubblicato su The New England Journal of Medicine (Nejm), tra le riviste mediche più autorevoli al mondo. La prima, è che «nei partecipanti, pazienti affetti da Covid-19, la maggior parte dei quali non vaccinati, la somministrazione di plasma convalescente entro 9 giorni dall’insorgenza dei sintomi ha ridotto il rischio di progressione della malattia che porta al ricovero in ospedale».
La seconda, che i monoclonali «sono costosi da produrre, richiedono tempo per l’approvazione e potrebbero non essere ampiamente disponibili durante le condizioni di picco di Covid-19», come purtroppo è successo in Italia, con l’Aifa e il ministro della Salute, Roberto Speranza, che nell’ottobre 2020 dissero no a 10.000 dosi di monoclonale gratuito.
Al contrario, il plasma convalescente Covid-19 «non ha limiti di brevetto ed è relativamente poco costoso da produrre, poiché molti singoli donatori possono fornire più unità», sottolineano i ricercatori, primo fra tutti David J. Sullivan della Bloomberg School of Public Health di Baltimora.
Base di partenza dello studio americano era stata la necessità di trovare «terapie ambulatoriali alternative, in particolare in contesti in cui la terapia con anticorpi monoclonali non è disponibile» o quando quelle a disposizione risultino scarse se non inefficaci «a causa di varianti resistenti agli anticorpi monoclonali».
Nel periodo di tempo compreso fra il 3 giugno 2020 e il 1 ottobre 2021, per lo studio randomizzato sono state reclutate 1.225 persone tra 18 e 84 anni (età media, 43 anni) risultate positive al Covid-19 (anche tre donne in gravidanza), e di queste 1.181 hanno ricevuto in ambulatorio una trasfusione di circa un’ora, seguita da un periodo di osservazione di 30 minuti.
Le sperimentazioni hanno avuto luogo in 23 sedi diverse degli Stati Uniti, dove a un gruppo di partecipanti (592) è stato trasfuso plasma «convalescente», di donatori guariti dal Covid, mentre all’altro gruppo (592) plasma di controllo, ovvero di persone che non hanno mai visto né virus né vaccino. In media le trasfusioni sono state fatte nei sei giorni successivi la comparsa dei sintomi del coronavirus.
Il primo dato di grande interesse è che solo 17 dei 592 partecipanti (2,9%) trattati con plasma convalescente, sono poi finiti in ospedale, mentre hanno avuto bisogno di essere ospedalizzati 37 su 589 partecipanti (6,3%) del gruppo che aveva ricevuto plasma di controllo. Per i trattati con il plasma iperimmune, come due anni fa sperimentò con successo De Donno, nello studio statunitense la riduzione assoluta del rischio di ricovero è stata alta. Di 3,4 punti percentuali, e di ben il 54% quella del rischio relativo.
Migliori risultati si sono ottenuti utilizzando il plasma entro cinque giorni dalla positività del soggetto, infatti la trasfusione precoce sembrava essere associata a una maggiore riduzione del rischio di essere ricoverati. Il plasma convalescente di Covid-19, si legge nello studio, svolge un ruolo fondamentale nel ridurre l’infiammazione polmonare in risposta all’infezione da Sars-CoV-2, che è il «motivo più comune per l’ospedalizzazione».
Tre soli decessi furono registrati in ospedale, in partecipanti trattati con il plasma di controllo.
Gli autori dello studio sgombrano il campo da inutili illazioni, sottolineando che «il siero o il plasma immunitario sono stati usati in modo sicuro per il trattamento di malattie infettive per più di cento anni» e che risultati contrastanti «potrebbero essere dovuti alla mancanza di moderni progetti di studio, a piccole dimensioni del campione», così pure a una «somministrazione troppo tempo dopo l’inizio della malattia».
Che siano state queste le cause dell’insuccesso di Tsunami? Ci riferiamo allo studio promosso da Aifa e Iss, che giusto un anno fa «non evidenziò un beneficio del plasma in termini di riduzione del rischio di peggioramento respiratorio o morte nei primi trenta giorni». Gli esperti aggiunsero che i risultati erano in linea con quelli della «letteratura internazionale, prevalentemente negativa, fatta eccezione per casistiche di pazienti trattati molto precocemente con plasma ad alto titolo».
Giuseppe De Donno aveva sperato che l’Aifa approvasse ufficialmente la cura a base di trasfusioni di plasma, la delusione per il professore fu grandissima, lasciò l’ospedale, amareggiato. Il 27 luglio del 2021 si tolse la vita. Oggi uno studio americano finanziato con fondi governativi restituisce tutta la grandezza di quella piccola, geniale intuizione del professore che non aveva bisogno di Big Pharma per trattare i pazienti Covid.
Green pass, tamponi e mascherine: finita l’emergenza, i diktat restano
Da oggi l’Italia è libera dallo stato d’emergenza. Ma non dalle restrizioni. Se infatti il Paese ha potuto dire addio al Comitato tecnico scientifico, che per due anni ha regolamentato con divieti e imposizioni la vita quotidiana dei cittadini, la trafila di regole è stata solo, lievemente, sfoltita.
Fino a fine mese, il green pass rafforzato, che si ottiene con il booster, o con due dosi da meno di 120 giorni, o con la guarigione, sarà obbligatorio per: piscine, centri natatori, palestre, sport di squadra e di contatto (al chiuso), centri benessere, spogliatoi e docce, cinema, teatri, palazzetti dello sport, sale da ballo e discoteche, feste, comprese quelle dopo le cerimonie, convegni e congressi, centri culturali, sale gioco, casinò, strutture sanitarie. Dal 1° maggio, salvo ripensamenti del ministero della Salute, il lasciapassare non servirà più.
Sempre per tutto il mese di aprile il green pass base, rilasciato con tampone antigenico (valido 48 ore) o molecolare (valido 72 ore) sarà obbligatorio per accedere a: bar e ristoranti al chiuso (negli spazi all’aperto non serve già da oggi alcun certificato), concorsi pubblici, corsi di formazione, stadi, spettacoli all’aperto, aerei, treni, navi e traghetti (esclusi i collegamenti nello Stretto di Messina e con le Isole Tremiti), pullman turistici e colloqui in carcere. Anche per questi luoghi, dal prossimo mese, non dovrebbe servire più il foglio verde. Accesso libero da oggi per negozi, uffici pubblici, Poste e banche.
Nulla di invariato invece per quanto riguarda le mascherine. Coprire naso e bocca resta infatti obbligatorio fino a maggio in tutti i luoghi al chiuso. La mascherina Ffp2 resta obbligatoria nei cinema, teatri, sale da concerto, competizioni sportive all’interno dei palazzetti dello sport, su tutti i mezzi di trasporto pubblico, nelle funivie, cabinovie e seggiovie.
Rimane in vigore anche l’obbligo vaccinale per il personale sanitario e i dipendenti delle Rsa per tutto l’anno. Per il personale scolastico, le forze dell’ordine e gli over 50 la puntura resta forzata fino al 15 giugno, ma per andare al lavoro (e tornare a ricevere dunque lo stipendio) sarà sufficiente esibire il green pass base, che si ottiene con il tampone. Un passo avanti, che tuttavia obbliga, solo in Italia, migliaia di persone a sottoporsi ai test ogni 48 o 72 ore. Esami a pagamento, il cui prezzo, tra l’altro, da oggi non è più calmierato. Con lo scadere dello stato d’emergenza, difatti, le farmacie non sono più tenute a offrire i tamponi a 15 euro per gli adulti e a otto euro per i minori, come invece avveniva da agosto 2021, ma potranno decidere autonomamente il prezzo. Stop anche ai tamponi gratis, a carico della sanità pubblica, in caso di guarigione o fine quarantena. I test non saranno più a carico del cittadino solo se effettuati negli ospedali o nei laboratori, pubblici o convenzionati, con ricetta medica. Ogni Regione, tuttavia, si muoverà probabilmente in ordine sparso. Un potenziale problema per i lavoratori costretti a fare i test per poter tornare in servizio, che spenderanno almeno 180 euro al mese in farmacia, salvo rincari non improbabili.
Dalla Commissione europea è invece arrivata martedì scorso la decisione di esentare gli under 18 dalla validità di 9 mesi (270 giorni) del green pass (necessario per viaggiare in Ue) dopo aver completato il ciclo primario di vaccinazione, dato che non tutti i Paesi dell'Unione hanno esteso ai minorenni il richiamo. Il termine di 9 mesi avrebbe infatti potuto avere conseguenze sulla mobilità dei minorenni. L’esenzione è quindi senz’altro una misura ragionevole, che tradisce tuttavia ancora una volta l’intenzione di Bruxelles di rendere il certificato verde uno strumento perenne, quanto meno per gli spostamenti tra Stati.
Nulla di nuovo invece dal ministro Speranza sul fronte della farmacovigilanza. Ieri, in risposta a un’interrogazione del senatore leghista Bagnai circa l’inadeguatezza dell’Aifa nel promuovere il monitoraggio degli effetti avversi e nel semplificare le procedure di segnalazione, il titolare della Salute si è limitato a sottolineare l’importanza dei vaccini e a difendere la preparazione fornita agli operatori sanitari nel registrare le reazioni post puntura.
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Maxi studio Usa: il plasma convalescente salva vite e costa poco, come sostenne l’ex primario. Ma Iss e Aifa lo scartarono.Inizia la finta libertà: l’Italia rimane il Paese con i divieti più duri. Stop ai test calmierati.Lo speciale contiene due articoliFu trattato come uno stregone, oggi uno studio finanziato dal dipartimento della Difesa americano e dai National institutes of health (Nih), l’agenzia governativa che si occupa di ricerca medica, conferma che Giuseppe De Donno aveva ragione. L’ex primario di pneumologia all’ospedale Carlo Poma di Mantova ebbe la semplice quanto geniale idea di utilizzare il plasma «convalescente» per trattare i malati di Covid, che guarirono nel 90% dei casi, ma la sua cura fu zittita in ogni modo, in un vergognoso attacco mediatico e con motivazioni pseudo scientifiche.Il professore, che si tolse la vita la scorsa estate, oggi avrebbe almeno la soddisfazione di veder riconosciuta da una mega ricerca americana la validità del trattamento, che mise a punto e applicò a inizio pandemia. Purtroppo, aveva perfettamente ragione anche quando in una intervista alla Verità, il 15 giugno 2020, disse: «La terapia con il plasma costa poco, funziona benissimo, non fa miliardari. E io sono un medico di campagna, non un azionista di Big Pharma». Due, infatti, sono le principali conclusioni dello studio appena pubblicato su The New England Journal of Medicine (Nejm), tra le riviste mediche più autorevoli al mondo. La prima, è che «nei partecipanti, pazienti affetti da Covid-19, la maggior parte dei quali non vaccinati, la somministrazione di plasma convalescente entro 9 giorni dall’insorgenza dei sintomi ha ridotto il rischio di progressione della malattia che porta al ricovero in ospedale». La seconda, che i monoclonali «sono costosi da produrre, richiedono tempo per l’approvazione e potrebbero non essere ampiamente disponibili durante le condizioni di picco di Covid-19», come purtroppo è successo in Italia, con l’Aifa e il ministro della Salute, Roberto Speranza, che nell’ottobre 2020 dissero no a 10.000 dosi di monoclonale gratuito. Al contrario, il plasma convalescente Covid-19 «non ha limiti di brevetto ed è relativamente poco costoso da produrre, poiché molti singoli donatori possono fornire più unità», sottolineano i ricercatori, primo fra tutti David J. Sullivan della Bloomberg School of Public Health di Baltimora.Base di partenza dello studio americano era stata la necessità di trovare «terapie ambulatoriali alternative, in particolare in contesti in cui la terapia con anticorpi monoclonali non è disponibile» o quando quelle a disposizione risultino scarse se non inefficaci «a causa di varianti resistenti agli anticorpi monoclonali». Nel periodo di tempo compreso fra il 3 giugno 2020 e il 1 ottobre 2021, per lo studio randomizzato sono state reclutate 1.225 persone tra 18 e 84 anni (età media, 43 anni) risultate positive al Covid-19 (anche tre donne in gravidanza), e di queste 1.181 hanno ricevuto in ambulatorio una trasfusione di circa un’ora, seguita da un periodo di osservazione di 30 minuti. Le sperimentazioni hanno avuto luogo in 23 sedi diverse degli Stati Uniti, dove a un gruppo di partecipanti (592) è stato trasfuso plasma «convalescente», di donatori guariti dal Covid, mentre all’altro gruppo (592) plasma di controllo, ovvero di persone che non hanno mai visto né virus né vaccino. In media le trasfusioni sono state fatte nei sei giorni successivi la comparsa dei sintomi del coronavirus. Il primo dato di grande interesse è che solo 17 dei 592 partecipanti (2,9%) trattati con plasma convalescente, sono poi finiti in ospedale, mentre hanno avuto bisogno di essere ospedalizzati 37 su 589 partecipanti (6,3%) del gruppo che aveva ricevuto plasma di controllo. Per i trattati con il plasma iperimmune, come due anni fa sperimentò con successo De Donno, nello studio statunitense la riduzione assoluta del rischio di ricovero è stata alta. Di 3,4 punti percentuali, e di ben il 54% quella del rischio relativo. Migliori risultati si sono ottenuti utilizzando il plasma entro cinque giorni dalla positività del soggetto, infatti la trasfusione precoce sembrava essere associata a una maggiore riduzione del rischio di essere ricoverati. Il plasma convalescente di Covid-19, si legge nello studio, svolge un ruolo fondamentale nel ridurre l’infiammazione polmonare in risposta all’infezione da Sars-CoV-2, che è il «motivo più comune per l’ospedalizzazione».Tre soli decessi furono registrati in ospedale, in partecipanti trattati con il plasma di controllo.Gli autori dello studio sgombrano il campo da inutili illazioni, sottolineando che «il siero o il plasma immunitario sono stati usati in modo sicuro per il trattamento di malattie infettive per più di cento anni» e che risultati contrastanti «potrebbero essere dovuti alla mancanza di moderni progetti di studio, a piccole dimensioni del campione», così pure a una «somministrazione troppo tempo dopo l’inizio della malattia». Che siano state queste le cause dell’insuccesso di Tsunami? Ci riferiamo allo studio promosso da Aifa e Iss, che giusto un anno fa «non evidenziò un beneficio del plasma in termini di riduzione del rischio di peggioramento respiratorio o morte nei primi trenta giorni». Gli esperti aggiunsero che i risultati erano in linea con quelli della «letteratura internazionale, prevalentemente negativa, fatta eccezione per casistiche di pazienti trattati molto precocemente con plasma ad alto titolo». Giuseppe De Donno aveva sperato che l’Aifa approvasse ufficialmente la cura a base di trasfusioni di plasma, la delusione per il professore fu grandissima, lasciò l’ospedale, amareggiato. Il 27 luglio del 2021 si tolse la vita. Oggi uno studio americano finanziato con fondi governativi restituisce tutta la grandezza di quella piccola, geniale intuizione del professore che non aveva bisogno di Big Pharma per trattare i pazienti Covid.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ricerca-americana-riabilita-de-donno-la-sua-cura-funziona-eppure-fu-ignorata-2657076206.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="green-pass-tamponi-e-mascherine-finita-lemergenza-i-diktat-restano" data-post-id="2657076206" data-published-at="1648799153" data-use-pagination="False"> Green pass, tamponi e mascherine: finita l’emergenza, i diktat restano Da oggi l’Italia è libera dallo stato d’emergenza. Ma non dalle restrizioni. Se infatti il Paese ha potuto dire addio al Comitato tecnico scientifico, che per due anni ha regolamentato con divieti e imposizioni la vita quotidiana dei cittadini, la trafila di regole è stata solo, lievemente, sfoltita. Fino a fine mese, il green pass rafforzato, che si ottiene con il booster, o con due dosi da meno di 120 giorni, o con la guarigione, sarà obbligatorio per: piscine, centri natatori, palestre, sport di squadra e di contatto (al chiuso), centri benessere, spogliatoi e docce, cinema, teatri, palazzetti dello sport, sale da ballo e discoteche, feste, comprese quelle dopo le cerimonie, convegni e congressi, centri culturali, sale gioco, casinò, strutture sanitarie. Dal 1° maggio, salvo ripensamenti del ministero della Salute, il lasciapassare non servirà più. Sempre per tutto il mese di aprile il green pass base, rilasciato con tampone antigenico (valido 48 ore) o molecolare (valido 72 ore) sarà obbligatorio per accedere a: bar e ristoranti al chiuso (negli spazi all’aperto non serve già da oggi alcun certificato), concorsi pubblici, corsi di formazione, stadi, spettacoli all’aperto, aerei, treni, navi e traghetti (esclusi i collegamenti nello Stretto di Messina e con le Isole Tremiti), pullman turistici e colloqui in carcere. Anche per questi luoghi, dal prossimo mese, non dovrebbe servire più il foglio verde. Accesso libero da oggi per negozi, uffici pubblici, Poste e banche. Nulla di invariato invece per quanto riguarda le mascherine. Coprire naso e bocca resta infatti obbligatorio fino a maggio in tutti i luoghi al chiuso. La mascherina Ffp2 resta obbligatoria nei cinema, teatri, sale da concerto, competizioni sportive all’interno dei palazzetti dello sport, su tutti i mezzi di trasporto pubblico, nelle funivie, cabinovie e seggiovie. Rimane in vigore anche l’obbligo vaccinale per il personale sanitario e i dipendenti delle Rsa per tutto l’anno. Per il personale scolastico, le forze dell’ordine e gli over 50 la puntura resta forzata fino al 15 giugno, ma per andare al lavoro (e tornare a ricevere dunque lo stipendio) sarà sufficiente esibire il green pass base, che si ottiene con il tampone. Un passo avanti, che tuttavia obbliga, solo in Italia, migliaia di persone a sottoporsi ai test ogni 48 o 72 ore. Esami a pagamento, il cui prezzo, tra l’altro, da oggi non è più calmierato. Con lo scadere dello stato d’emergenza, difatti, le farmacie non sono più tenute a offrire i tamponi a 15 euro per gli adulti e a otto euro per i minori, come invece avveniva da agosto 2021, ma potranno decidere autonomamente il prezzo. Stop anche ai tamponi gratis, a carico della sanità pubblica, in caso di guarigione o fine quarantena. I test non saranno più a carico del cittadino solo se effettuati negli ospedali o nei laboratori, pubblici o convenzionati, con ricetta medica. Ogni Regione, tuttavia, si muoverà probabilmente in ordine sparso. Un potenziale problema per i lavoratori costretti a fare i test per poter tornare in servizio, che spenderanno almeno 180 euro al mese in farmacia, salvo rincari non improbabili. Dalla Commissione europea è invece arrivata martedì scorso la decisione di esentare gli under 18 dalla validità di 9 mesi (270 giorni) del green pass (necessario per viaggiare in Ue) dopo aver completato il ciclo primario di vaccinazione, dato che non tutti i Paesi dell'Unione hanno esteso ai minorenni il richiamo. Il termine di 9 mesi avrebbe infatti potuto avere conseguenze sulla mobilità dei minorenni. L’esenzione è quindi senz’altro una misura ragionevole, che tradisce tuttavia ancora una volta l’intenzione di Bruxelles di rendere il certificato verde uno strumento perenne, quanto meno per gli spostamenti tra Stati. Nulla di nuovo invece dal ministro Speranza sul fronte della farmacovigilanza. Ieri, in risposta a un’interrogazione del senatore leghista Bagnai circa l’inadeguatezza dell’Aifa nel promuovere il monitoraggio degli effetti avversi e nel semplificare le procedure di segnalazione, il titolare della Salute si è limitato a sottolineare l’importanza dei vaccini e a difendere la preparazione fornita agli operatori sanitari nel registrare le reazioni post puntura.
Il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti (Ansa)
Avvicinandosi il 2028 - data oltre la quale la Commissione avrà esaurito i pagamenti agli Stati membri e dovrà cominciare a rimborsare le obbligazioni emesse sui mercati finanziari - si fanno sempre più nitidi i contorni del conto in arrivo da Bruxelles, dove da mesi è in corso una febbrile trattativa per trovare la quadra del prossimo Quadro finanziario pluriennale (Qfp) 2028-2034. Mercoledì è stata la professoressa Lilia Cavallari, presidente dell’Ufficio parlamentare di bilancio, a snocciolare le cifre, i cui tratti essenziali erano chiari da tempo, in audizione parlamentare: in assenza di nuovo debito (che è stato solo un’eccezione temporanea), il bilancio Ue deve munirsi di nuove entrate per rimborsare i debiti. Una voce che incide, solo fino al 2034, per 168 miliardi, aggiuntivi rispetto a quanto già versato dagli Stati membri. Ma andremo avanti così fino al 2056.
Per l’Italia ciò significa - in base alla quota di contribuzione nazionale storica del 12-13% - un primo versamento aggiuntivo di circa 21 miliardi. Che vanno ad aggiungersi ai rimborsi che dovremo effettuare direttamente alla Commissione fino al 2056 per i prestiti ricevuti (123 miliardi fino ad aprile).
I danni finanziari non si fermano qua. Infatti, il Qfp presentato dalla Commissione ha un volume di 1.985 miliardi a prezzi correnti, gonfiati appunto dei 168 miliardi di rimborsi. In proporzione al Reddito nazionale lordo (Rnl, una misura simile ma non identica al Pil) si tratta dell’1,26%, rispetto all’1,13% del precedente Qfp 2021-2027. Ma si tratta di un aumento illusorio perché, al netto dei rimborsi del debito Nextgen Ue, si ritorna al 1,15% del Rnl. Quindi nessuna nuova capacità di spesa «reale». Con l’essenziale differenza che, rispetto al passato, Ursula von der Leyen ha ampliato notevolmente alcuni capitoli di spesa, soprattutto competitività e difesa, a scapito di agricoltura e coesione. In particolare, scende di molto la quota destinata ad agricoltura e coesione (dal 67% al 49% del bilancio) e aumenta dal 17% al 32% quella destinata a competitività e difesa. Quella rubrica scenderà per l’Italia (a prezzi costanti 2025) da 82 a 72 miliardi.
Questi spostamenti - ripetiamo, in un bilancio sostanzialmente invariato in termini reali - non sono neutrali, poiché aumentano di molto i fondi a gestione diretta e indiretta della Commissione, a scapito di quelli preassegnati agli Stati membri, come appunto l’agricoltura.
La conseguenza è il rischio che questi «bandi competitivi senza assegnazione geografica predefinita» siano assorbiti in modo molto disomogeneo da parte degli Stati, con evidenti sperequazioni a danno di quelli dotati di minore capacità amministrativa. In altre parole, se in passato la quota di fondi in arrivo da Bruxelles era relativamente prevedibile, in quanto preassegnata, per il futuro è tutto molto più incerto e tutto molto più accentrato presso la Commissione. Ciò che è invece certo è il fatto che il nostro Paese dovrà contribuire pesantemente al bilancio Ue, gonfiato dai rimborsi dei debiti.
Da tempo la Commissione stava ragionando su un aumento delle cosiddette «risorse proprie», che alla fine non sono altro che entrate (come Iva e dazi) riscosse dagli Stati e girate alla Ue. Infatti, il ricorso ai contributi nazionali in base al Rnl, tuttora circa il 70% delle entrate Ue, oggi è sempre meno sostenibile soprattutto davanti alle accresciute esigenze di spesa. Così la Commissione si è letteralmente inventata altri cinque tipi di imposte (quote emissioni CO2, rifiuti elettronici, tabacco, prelievo societario europeo, ecc…) per complessivi 44 miliardi e rimodulando le altre risorse proprie già esistenti, per un totale di 58 miliardi. Promettendo però di ridurre i contributi nazionali in base al Rnl. Ma, alla fine, come fa rilevare l’Upb, si tratta sempre di «contributi nazionali ai bilanci degli Stati membri e non si configurano come fonti autonome di finanziamento per la Ue». Insomma, è sempre denaro attinto dal bilancio italiano.
Ma, come per le spese, anche in questo caso il cambiamento non è neutrale sotto il profilo finanziario e l’Upb stesso non si sbilancia nel prevedere le conseguenze per l’Italia. Tutto dipenderà da come le basi imponibili di queste imposte si distribuiranno tra gli Stati membri. Insomma, è certo che gli Stati membri sborseranno altri 51 miliardi, è del tutto incerto come saranno ripartiti.
Nei 58 miliardi, spiccano 6,8 miliardi di entrate per il prelievo sulle società europee (Core) con oltre 100 milioni di fatturato, che inciderà sulle società italiane per circa 800 milioni. Un obbrobrio giuridico, perché colpisce il fatturato e quindi anche le società in perdita e il prelievo è una cifra fissa (si parte da 100.000 euro) crescente al crescere degli scaglioni di fatturato, con effetto regressivo all’interno di ciascuno scaglione. Un goffo e tardivo tentativo dopo che sono miseramente falliti i tentativi in sede Ocse di tassare nei mercati di destinazione (la Ue è da questo punto di vista un mercato ricchissimo) le multinazionali con fatturato oltre i 20 miliardi.
A Bruxelles hanno deciso di rimescolare le carte per non rivelare il bluff del prossimo bilancio.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 19 giugno con Carlo Cambi
JD Vance (Ansa)
Tornano le turbolenze diplomatiche tra Washington e Teheran? La cerimonia per la firma definitiva del memorandum d’intesa tra i due Paesi, prevista per oggi in Svizzera, è stata cancellata. «La visita prevista è stata rinviata poiché il memorandum d’intesa di Islamabad è già stato firmato elettronicamente, è entrato in vigore ed è ora in fase di attuazione», ha dichiarato ieri il primo ministro pakistano, Shehbaz Sharif, annullando il viaggio che avrebbe dovuto effettuare in Svizzera per presenziare alla cerimonia. Sempre ieri, il Times of Israel riferiva che i negoziati sul nucleare iraniano, previsti per oggi nel resort di Burgenstock, erano ancora in agenda, ma ha ammesso la possibilità di un loro naufragio. «Sembra che i colloqui dovrebbero iniziare domani. C’è una forte presenza statunitense sul territorio in Svizzera. Ma la situazione è molto incerta. Tutto potrebbe di nuovo fallire», ha riferito una fonte alla testata. Del resto, anche secondo il New York Post i colloqui di oggi risulterebbero «in bilico».
Ricordiamo che il memorandum prevede l’avvio di una fase di 60 giorni, nel cui arco Washington e Teheran dovranno raggiungere un’intesa sull’energia atomica. «Direi che il periodo di 60 giorni è iniziato ufficialmente oggi», ha dichiarato ieri, in conferenza stampa, JD Vance, che è a capo del team negoziale americano. «Il programma nucleare è distrutto, è sparito. Se gli iraniani decidessero domani di costruire un’arma nucleare, semplicemente non hanno la capacità per farlo», ha proseguito. «Stiamo cercando di garantire che non ricostruiscano quelle capacità non solo tra un anno, ma tra molti anni», ha continuato. «Come parte dell’accordo finale, vogliamo vedere che l’Iran non finanzi il terrorismo regionale».
Il vicepresidente è poi andato all’attacco dell’accordo sul nucleare, firmato da Barack Obama nel 2015. «L’accordo di Obama dava agli iraniani oltre un miliardo di dollari di denaro americano. Questo accordo dà loro zero dollari di denaro americano», ha affermato, non risparmiando inoltre una stoccata a Israele. «Israele ha il diritto di difendersi come ogni altro, ma deve rispettare il processo di pace», ha detto, criticando i raid dello Stato ebraico su Beirut. «Ci aspettiamo che Hezbollah non lanci razzi e droni contro gli israeliani. Ma ci aspettiamo anche che gli israeliani non si scatenino in Libano». In tutto questo, Vance è altresì intervenuto sulla questione dei missili balistici, dopo che, l’altro ieri, Trump, irritando lo Stato ebraico, aveva aperto alla possibilità che l’Iran potesse possederli. «Gli iraniani non rinunciano al loro diritto di autodifesa nel loro Paese, ma ci aspettiamo che, come parte dell’accordo finale, non saranno in grado di realizzare quel tipo di missili che possono minacciare ampiamente il mondo intero», ha affermato.
Alcune ore prima della conferenza stampa di Vance, Trump era tornato a difendere il memorandum con l’Iran dai critici, che accusano il documento di aver concesso troppo al regime khomeinista. «Questi sciocchi, che pensano che non sia stato abbastanza duro con l’Iran, quando la Borsa ha appena raggiunto un altissimo record e i prezzi del petrolio stanno "crollando", sono o invidiosi, o cattivi, o stupidi», aveva dichiarato su Truth. Nel frattempo, il Qatar ha detto che il memorandum «rappresenta una solida base per passare alla fase successiva dei negoziati tra le parti americana e iraniana». Di posizione opposta è invece Israele, secondo cui Teheran potrebbe sfruttare i 60 giorni per dotarsi dell’arma atomica. In tal senso, la Cnn ha riferito che Benjamin Netanyahu avrebbe intenzione di far leva su senatori repubblicani e opinionisti conservatori per spingere Trump a tenere un approccio severo nei negoziati sul nucleare.
E proprio da questi negoziati dipende il successo o il fallimento dell’inquilino della Casa Bianca in Iran. Il presidente americano ha infatti bisogno di spuntare un’intesa migliore di quella di Obama. Quell’accordo prevedeva che Teheran non avrebbe prodotto uranio altamente arricchito, limitando le proprie centrifughe e scorte. Era inoltre previsto un meccanismo di verifica in capo all’Aiea. In cambio, gli Usa si impegnavano a revocare le sanzioni sul programma atomico. Quando si ritirò dall’intesa nel 2018, Trump sostenne che l’Iran avrebbe dovuto cessare lo sviluppo di missili balistici e il finanziamento ai suoi proxy regionali. Un altro problema risiedeva nel fatto che l’Aiea non riusciva ad avere accesso, per le ispezioni, ai siti militari iraniani. È quindi su questi punti che dovrà essere valutata l’eventuale intesa che Trump negozierà nei prossimi due mesi. Il sospetto è che, oltre alla questione dell’uranio arricchito, il principale punto di discussione riguarderà proprio le ispezioni.
Vance chiaramente si gioca molto, anche in vista delle primarie presidenziali repubblicane del 2028. Non a caso, nell’amministrazione americana, è un convinto fautore del memorandum, contrariamente al capo del Pentagono, Pete Hegseth, e al direttore della Cia, John Ratcliffe.
Dall’altra parte, anche Mojtaba Khamenei ha dato il via libera al memorandum, ma ha precisato che aveva «una visione diversa». L’approvazione è legata «all’impegno assunto da Pezeshkian a tutela dei diritti dell’Iran».
E così, mentre Centcom ieri revocava il blocco ai porti iraniani, emergono alcune incognite per il futuro delle trattative: da una parte, la spaccatura in seno al regime khomeinista tra i fautori della diplomazia e quelli della linea dura; dall’altra, Benjamin Netanyahu che ieri ha ribadito che l’Idf resterà nel Libano meridionale, rischiando così di compromettere la tenuta del memorandum che prevede la fine delle ostilità tra Israele ed Hezbollah. Nel mentre, gli Usa, secondo il Financial Times, sarebbero pronti a sbloccare sub condicione 6 miliardi dollari di asset iraniani volti ad acquistare beni americani.
Hegseth batte cassa per la Nato. Crosetto: «Rispettiamo gli impegni»
Gli Stati Uniti si preparano a rivedere la propria presenza militare in Europa e lanciano un nuovo avvertimento agli alleati della Nato. A renderlo noto è stato il segretario alla Difesa americano Pete Hegseth durante la riunione dei ministri della Difesa dell’Alleanza atlantica a Bruxelles, annunciando una revisione delle basi e delle forze armate statunitensi dispiegate sul continente. «Esamineremo la presenza militare e le basi americane in Europa entro sei mesi, forse anche prima», ha dichiarato Hegseth, confermando che Washington sta valutando una ridistribuzione delle proprie risorse strategiche mentre cresce l’attenzione verso la Cina e l’Indo-Pacifico.
Nel suo intervento il capo del Pentagono ha rilanciato il concetto di una «Nato 3.0», sostenendo che l’Alleanza debba tornare a essere una vera organizzazione militare e non soltanto politica. «Dopo la Guerra Fredda la Nato deve ritrovare la propria natura di alleanza militare, con capacità reali di deterrenza e con l’Europa in grado di assumere la guida della difesa convenzionale del continente», ha affermato. Le parole più dure sono arrivate sul sostegno fornito dagli alleati durante la crisi con l’Iran. Hegseth ha criticato i Paesi che hanno negato l’utilizzo delle basi americane e Nato presenti sul loro territorio per eventuali operazioni contro Teheran.
«Troppi alleati hanno detto di no oppure hanno cercato di bloccare tutto con astrusi dibattiti legali. Alcuni ci hanno criticato pubblicamente per aver fatto ciò che loro stessi non erano preparati a fare. È stato vergognoso», ha dichiarato. Secondo il segretario alla Difesa, queste scelte hanno complicato le operazioni . «In alcuni casi siamo stati costretti a trasferire capacità militari da un Paese all’altro e perfino al di fuori del territorio degli alleati Nato. Non ci sono scuse per questo», ha aggiunto. L’intervento si inserisce nella strategia dell’amministrazione guidata da Donald Trump, che da anni chiede agli europei di aumentare le spese militari. Al vertice Nato dell’Aia dello scorso anno gli alleati si sono impegnati a raggiungere entro il 2035 investimenti pari al 5% del Pil tra difesa e sicurezza.
Per Washington, però, molti governi stanno ancora procedendo troppo lentamente. Hegseth è tornato a definire alcuni partner europei degli «scrocconi», accusandoli di beneficiare della protezione americana senza contribuire in misura adeguata. «Alcune delle maggiori economie della Nato sembrano ancora pensare che sia l’era del free riding. Questo non è ciò che il presidente Trump si aspetta dall’Alleanza e non è più accettabile», ha affermato. La risposta italiana è arrivata dal ministro della Difesa Guido Crosetto. «Se si vuole far parte della Nato bisogna rispettarne gli impegni. Altrimenti si può scegliere di restarne fuori, ma difendersi da soli costerebbe molto di più», ha dichiarato. Crosetto ha inoltre condiviso l’ipotesi di una graduale riduzione delle forze americane, purché accompagnata dal rafforzamento delle capacità europee. Alla domanda se il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti sia consapevole della necessità di rispettare gli impegni assunti dall’Italia in materia di spesa per la difesa, è arrivata una risposta netta: «Ritengo che ne sia perfettamente consapevole». Non si è fatta attendere la replica del titolare del Tesoro: «Conosco tempi e modalità dell’operazione; sull’entità delle risorse, invece, la decisione non spetta a me. Per il resto stiamo gestendo ogni aspetto della questione e non esiste alcuna polemica in merito». Anche il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha invitato alla prudenza. Rutte ha ricordato che Europa e Canada aumenteranno nel 2025 la spesa militare di oltre 90 miliardi rispetto all’anno precedente, ma ha riconosciuto che gli Stati Uniti continuano a sostenere un peso superiore a quello di tutti gli altri alleati messi insieme.
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La capitale russa avvolta dal fumo dopo il raid ucraino (Ansa)
La grossa incursione compiuta ieri da droni ucraini su Mosca, la più pesante finora sulla capitale, è stata appariscente e ha coinciso, non a caso, con la riunione dei ministri della Difesa della Nato e del Gruppo di contatto sull’Ucraina a cui ha partecipato il presidente Volodymyr Zelensky.
Almeno 555 droni ucraini hanno assalito varie regioni russe, dei quali 200 nella direzione di Mosca. Il ministero della Difesa russo li ha considerati «abbattuti». Il sindaco di Mosca Sergei Sobyanin ha affermato che «52 droni sono stati abbattuti a Mosca». Ma ha ammesso: «Diversi droni hanno raggiunto la raffineria di petrolio di Mosca». È un grande impianto della Gazprom Neft, nel quartiere Kapotnya, che da solo fornirebbe il 40% dei carburanti nella regione. La raffineria fu fondata nel 1938 sotto Stalin e venne bombardata nel 1941 da aerei della Luftwaffe, l’aviazione tedesca. Già era stata attaccata martedì. Sono scoppiati incendi nell’impianto e colonne di fumo nero hanno oscurato la capitale, causando la chiusura degli aeroporti di Sheremetyevo, Vnukovo, Domodedovo e Zhukovsky. Danni minori nei sobborghi della città. Colpiti da frammenti il centro commerciale Sadovod, una palazzina a Zhukovsky, evacuata, mentre a Lyubertsy detriti di droni colpiti hanno danneggiato un centro fitness, un centro commerciale e una zona industriale. Nella regione di Mosca ci sono stati 16 feriti, mentre nella regione di Rostov, attaccata da 74 droni, dati per «abbattuti», è morto un uomo, presso un’infrastruttura petrolifera, a Gukovo. Sempre nella zona di Rostov, secondo il governatore Yuri Slyusar ci sono stati «danni a una locomotiva e a due strutture commerciali». Nella regione di Bryansk un’auto su cui viaggiavano una donna con le due figlie di 10 e 11 anni è stata colpita e le due ragazzine sono state ferite. Droni ucraini presso la centrale nucleare di Energodar hanno causato la morte di un dipendente dell’impianto. I russi hanno a loro volta attaccato Kiev e altre zone dell’Ucraina con droni e missili balistici.
Secondo Mosca: «Sono stati colpiti, con un attacco combinato con missili aria-superficie, missili superficie-superficie e droni a lungo raggio, un deposito di combustibili e carburanti nella località di Boryspil-2, nella regione di Kiev, e una raffineria di petrolio a Zaturino, nella regione di Poltava». Bombe russe hanno causato tre morti a Sumy e Shostka.
Se Zelensky ha presentato le nuove incursioni sulla Russia come «giusta reazione» poiché «se l’Ucraina brucia, la vostra Mosca brucerà», il consigliere presidenziale russo Yuris Ushakov ha ribattuto che «i raid non aiutano un possibile incontro fra Zelensky e il presidente Vladimir Putin». Il ministro degli Esteri Sergei Lavrov ha minacciato «nuovi attacchi su larga scala», aggiungendo che «le parole non bastano». I raid di droni ucraini hanno fatto dire al segretario della Nato Mark Rutte che «l’Ucraina sta cambiando la dinamica sul campo di battaglia» e hanno spinto gli alleati a ulteriori aiuti a Kiev. Il ministro della Difesa tedesco Boris Pistorius s’è detto «impressionato» dai raid ucraini, parlando di «slancio» di Kiev, che però, se si limita ai cieli, non basta a vincere. Al Gruppo di contatto s’è parlato di rafforzamento della difesa aerea nell’ambito del Purl, il meccanismo con cui gli europei pagano le fabbriche americane per regalare armi a Kiev. Il premier belga Bart De Wever ha promesso a Zelensky la consegna di sette caccia F-16, di cui tre voleranno e quattro verranno cannibalizzati per i pezzi di ricambio. Il ministro della Difesa inglese ha annunciato che Londra fornirà a Kiev 150.000 droni e 350 missili antiaerei, oltre a radar, per un valore di 752 milioni di sterline. Pistorius ha dichiarato che la Germania stanzierà 200 milioni di dollari per munizioni antiaeree e altri 200 milioni di dollari per missili Patriot Pac-3 destinati agli ucraini, mentre la Svezia ha stanziato 108 milioni di dollari.
Ma anche se gli attacchi a lungo raggio ucraini causano danni in Russia, non sono paragonabili, per distruzioni e morti, alle campagne aeree strategiche capaci davvero di piegare un Paese, tenuto conto che perfino simili offensive aeree, da parte americana, ebbero successo nel 1945 contro Germania e Giappone, ma furono inutili nel 1972 contro il Vietnam del Nord. Sul terreno il fronte è quasi statico o forse vedrebbe ancora i russi avanzare poco a poco. L’esercito di Mosca, dice la Tass, avrebbe preso Rai-Aleksandrovka, nel Donetsk.
L’istituto americano Isw riporta che i russi seguiterebbero a infiltrarsi a Lyman. L’Isw dice che «filmati che mostrano truppe russe controllare Lyman potrebbero essere generati con l'IA», ma solo gli eventi prossimi lo stabiliranno. Prendere Lyman significa minacciare Slovjansk. Idem riguardo ai combattimenti urbani a Kostantinyvka, la cui eventuale caduta esporrebbe Druzhivka e Kramatorsk. La guerra potrebbe essere decisa nella catena di piazzeforti Druzhivka-Kramatorsk-Slovjansk, col lungo macello fra trincee, macerie e granate, ma anche se la propaganda russa esagerasse i successi sul terreno, il pericolo per Kiev non sarebbe minore.
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