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2021-09-07
Ricciardi si rimette a dettar legge e pasticcia col numero dei vaccinati
Walter Ricciardi (Ansa)
Il morbo delle cifre in libertà, ormai noto come variante Ricciardi, colpisce ancora. Il consulente del ministro della Salute, pur di spingere alla vaccinazione di massa sui minori, si è messo a raccontare sui giornali che «i ragazzi vaccinati tra i 12 e i 18 anni sono solo il 30% del totale». Ovviamente senza citare la fonte. In realtà, due giorni fa il Corriere mostrava siamo arrivati a una copertura del 59%, ma tutto fa brodo per aumentare l'allarme in vista della riapertura delle scuole e spingere i genitori a portare i ragazzi a fare la fatidica puntura. E l'epidemiologo napoletano non vede l'ora che le autorità europee autorizzino il vaccino anche sotto i 12 anni, nonostante gli Stati Uniti non ci pensino minimamente e il Regno Unito abbia escluso anche la fascia tra i 12 e i 15 anni, con la motivazione che il rischio che gli adolescenti contraggano il Covid in modo grave è bassissimo.
Intervistato ieri dal Messaggero, Walter Ricciardi ha salutato il nuovo anno scolastico con il consueto ottimismo: «In Scozia e Germania, dove la vita scolastica è gestita in modo molto attento, si è visto che le scuole sono focolaio di variante Delta». Sarà, ma la Scozia continua a non vaccinare chi ha meno di 15 anni e in Germania, dove la Stiko (Commissione permanente sui vaccini) non ha raccomandato di vaccinare chi ha più di 12 anni, dieci giorni fa nella fascia 12-17 si era a un tasso di vaccinazione del 18%. E sempre dalle colonne del quotidiano romano, Ricciardi ha lanciato l'allarme ragazzi: «In Italia bisogna tenere conto dei cittadini sotto i 12 anni non vaccinati e che i ragazzi vaccinati tra i 12 e i 18 anni sono solo il 30% del totale». L'esperto di Roberto Speranza ne ricava quindi che, tra i banchi, «il virus circolerà e in un primo momento aumenteranno i casi». Peccato che invece la percentuale ufficiale risulti al 50%, livello di tutto rispetto.
Va detto però che esiste anche un Ricciardi 2, che varia a seconda della testata che lo intervista. Ovviamente sempre allo scopo di aiutare il governo dei migliori a perseguire il nostro bene. Intervistato dalla Stampa, sempre ieri, alla domanda se la copertura attuale basti a proteggere l'Italia, ha risposto così: «Non ci mette del tutto al sicuro, ma permette di controllare una risalita dei contagi che difficilmente sarebbe esponenziale come in passato». Dopo di che ha seminato un po' di ottimismo anche sui temuti no vax, che sarebbero «non più del 3%», mentre «il vero lavoro ora va fatto su quel 20% di indecisi». Ovviamente si spera che lo si faccia con numeri un po' più attendibili di quelli seminati qua e là dalla variante Ricciardi.
Variante Ricciardi che si ripresenta a sorpresa quando l'intervistatore della Stampa chiede lumi su un altro grave problema: come vaccinare prima possibile tutti i bambini sotto i 12 anni. Qui l'epidemiologo con cattedra alla Cattolica si lascia scappare detto che «le vaccinazioni delle fasce giovani procedono bene». Ah, questa sé che è una notizia. Ma allora l'allarmismo di Ricciardi 1 sul Messaggero, con la storia su questi benedetti ragazzi che si vaccinerebbero troppo poco, possiamo rimetterlo negli archivi? In ogni caso, Ricciardi 2, come Ricciardi 1, resta sempre un fan della puntura di massa, dalla culla alla prima media. Ancora alLa Stampa ha raccontato che per raggiungere questa grande vittoria, purtroppo, bisogna ancora aspettare che l'Agenzia europea del farmaco, l'Ema, finisca di analizzare i possibili rischi sugli under 12. «Ma l'autorizzazione dell'Ema potrebbe arrivare entro quest'anno», ha rivelato Ricciardi, «così da permettere l'inizio della campagna da gennaio… C'è ottimismo su questo perché i vaccini sono molto sicuri». E poi, appunto, i giovani si vaccinano volentieri, secondo Ricciardi 2, che però non vuole correre rischio alcuno e allora ecco che cosa tira fuori dal cilindro: «Con il nuovo anno si potrebbe allargare il green pass anche alle scuole per tutte le età». Insomma, ormai è acclarato che per il governo e chi lo consiglia, vaccino e green pass sono due facce della stessa medaglia: se non fai uno, ti impongono l'altro.
Va detto che perfino Franco Locatelli sembra dover fare i conti con la variante Ricciardi. Il coordinatore del Cts, il comitato che aiuta Speranza a navigare nel difficile mare della Salute nazionale, nella pagina del Messaggero accanto a quella dell'ex attore, fornisce ben altri numeri: «Tra i 15 e i 17 anni ha ricevuto almeno una dose più del 70%: tra o 12 e i 14 anni siamo sopra al 50%». Ma ha sostenuto pure che «i bambini sono più esposti al long Covid», ovviamente senza citare alcuna fonte. Il long Covid è una sindrome decisamente complessa, che si può manifestare in decine di modi differenti (la depressione è uno dei più comuni) dopo aver contratto il virus ed esserne formalmente guariti. In realtà, a meno che Locatelli abbia in tasca uno studio-bomba, ai primi di agosto è uscito su Lancet un report inglese molto dettagliato sugli effetti del virus tra i ragazzi sintomatici in età compresa tra i 5 e i 17 anni. Dallo studio è emerso che nei bambini il long Covid è assai raro, e sicuramente meno diffuso che tra gli adulti. La variante Ricciardi, invece, colpisce gli adulti e punta i bambini.
«In chat è caccia agli alunni untori»
L'ha annunciato Patrizio Bianchi: il suo ministero dell'Istruzione, quello della Salute e il Garante della privacy lavorano a un protocollo per la norma-gogna sulle mascherine in classe. Il decreto legge 111 del 6 agosto, infatti, prevede che, se tutti gli alunni si sono vaccinati, si potranno eliminare i tediosi respiratori. Una disposizione che pone problemi di riservatezza - chi e perché potrebbe accertare se uno studente si è sottoposto all'iniezione, visto che non è obbligatoria? - e che sembra pensata apposta per far leva sull'incubo discriminazione, pur di spingere i ragazzini all'inoculazione.
Che il vero, disturbante scopo della misura sia questo, lo dimostra una nota dell'Ufficio scolastico regionale piemontese, che ha ricordato come «ogni lavoratore» della scuola, «anche se ha completato il ciclo vaccinale, [...] dovrà continuare a mantenere le stesse misure di prevenzione, protezione e precauzione valide per i soggetti non vaccinati». Tra le quali, appunto, quella di «indossare un'appropriata protezione respiratoria».
In soldoni, secondo le linee guida che il governo si appresta a varare, almeno nelle aule in cui sia possibile mantenere gli scolari a un metro gli uni dagli altri e a due metri dalla cattedra, se tutti sono immunizzati, si potrà dire addio alla fastidiosa mascherina. Ma il premio varrà soltanto per i virtuosi studenti dai 12 anni in su (quelli vaccinabili). Non per i docenti. Evidentemente, nel loro caso, come «spinta gentile» - così la chiamerebbe Walter Ricciardi - l'esecutivo ritiene che bastino il green pass (non necessario a mensa) e la minaccia dell'esclusione dal lavoro. Nel caso dei più piccoli, al contrario, funziona meglio, al di là dell'ipotesi di introdurre direttamente l'obbligo vaccinale, mettere gli uni contro gli altri. Così, s'induce ciascuno all'obbedienza.
Al netto delle accortezze sulla privacy, non è difficile immaginare che, se per uno o due alunni nessuno fosse autorizzato a togliere l'odiato Dpi, presto ogni ragazzo appurerebbe chi sono i reprobi. E potrebbe allestire le conseguenti rappresaglie. E infatti, Chiara Iannarelli, vicepresidente del Forum nazionale delle associazioni dei genitori della scuola, ha denunciato che «la caccia all'untore è già cominciata su Whatsapp»: «Ci chiediamo come si possano creare altre situazioni di innesco di meccanismi di isolamento tra adolescenti, già provati da questa crisi che ha innescato i tassi di disagio psicologico. Ci auguriamo», ha concluso la Iannarelli, «che le disposizioni ufficiali del ministero confermino al più presto un cambio di direzione».
Ieri, comunque, è suonata la prima campanella in Alto Adige, dove quasi il 40% tra insegnanti e personale Ata non è vaccinato. La maggior parte dei ragazzi tornerà sui banchi (non a rotelle) tra il 13 e il 16 settembre. Gli ultimi il 20, in Calabria. E aleggia lo spauracchio della Dad. Poco e niente, d'altronde, è stato fatto per i mezzi pubblici, la messa in sicurezza degli istituti e il reclutamento dei supplenti, che dovrebbero sostituire, magari per pochi giorni, i prof non in regola con il certificato verde. Molte liste d'incaricati non sono state nemmeno completate o sono risultate zeppe di errori, ammessi dallo stesso dicastero, cui i sindacati hanno chiesto un incontro urgente.
Stenta a decollare pure la super app per i controlli promessa da Bianchi, come ha ricordato ieri Antonello Giannelli, presidente dell'Associazione nazionale presidi. Guai informatici che hanno mandato su tutte le furie suor Monia Alfieri. La religiosa ha segnalato che il personale delle paritarie non si è potuto iscrivere alla piattaforma Sidi, che agevola la visualizzazione del green pass: «È una idiozia. Fanno passare per privilegio ciò che in realtà è un sopruso». Tutte difficoltà cui il ministro promette di porre rimedio nei prossimi giorni. In fondo, che fretta c'è.
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L'esperto di Roberto Speranza ricomincia a predicare e prende di mira i minori. Rimediando una figuraccia: sbaglia, smentito persino da Franco Locatelli, la percentuale di quelli che hanno avuto il farmaco: sono oltre il 50% e non il 30.Dicasteri e Garante preparano le linee guida per la norma-gogna sulle mascherine. Niente deroghe ai prof. I genitori: «Su Whatsapp circolano i nomi dei non immuni».Lo speciale contiene due articoli.Il morbo delle cifre in libertà, ormai noto come variante Ricciardi, colpisce ancora. Il consulente del ministro della Salute, pur di spingere alla vaccinazione di massa sui minori, si è messo a raccontare sui giornali che «i ragazzi vaccinati tra i 12 e i 18 anni sono solo il 30% del totale». Ovviamente senza citare la fonte. In realtà, due giorni fa il Corriere mostrava siamo arrivati a una copertura del 59%, ma tutto fa brodo per aumentare l'allarme in vista della riapertura delle scuole e spingere i genitori a portare i ragazzi a fare la fatidica puntura. E l'epidemiologo napoletano non vede l'ora che le autorità europee autorizzino il vaccino anche sotto i 12 anni, nonostante gli Stati Uniti non ci pensino minimamente e il Regno Unito abbia escluso anche la fascia tra i 12 e i 15 anni, con la motivazione che il rischio che gli adolescenti contraggano il Covid in modo grave è bassissimo.Intervistato ieri dal Messaggero, Walter Ricciardi ha salutato il nuovo anno scolastico con il consueto ottimismo: «In Scozia e Germania, dove la vita scolastica è gestita in modo molto attento, si è visto che le scuole sono focolaio di variante Delta». Sarà, ma la Scozia continua a non vaccinare chi ha meno di 15 anni e in Germania, dove la Stiko (Commissione permanente sui vaccini) non ha raccomandato di vaccinare chi ha più di 12 anni, dieci giorni fa nella fascia 12-17 si era a un tasso di vaccinazione del 18%. E sempre dalle colonne del quotidiano romano, Ricciardi ha lanciato l'allarme ragazzi: «In Italia bisogna tenere conto dei cittadini sotto i 12 anni non vaccinati e che i ragazzi vaccinati tra i 12 e i 18 anni sono solo il 30% del totale». L'esperto di Roberto Speranza ne ricava quindi che, tra i banchi, «il virus circolerà e in un primo momento aumenteranno i casi». Peccato che invece la percentuale ufficiale risulti al 50%, livello di tutto rispetto. Va detto però che esiste anche un Ricciardi 2, che varia a seconda della testata che lo intervista. Ovviamente sempre allo scopo di aiutare il governo dei migliori a perseguire il nostro bene. Intervistato dalla Stampa, sempre ieri, alla domanda se la copertura attuale basti a proteggere l'Italia, ha risposto così: «Non ci mette del tutto al sicuro, ma permette di controllare una risalita dei contagi che difficilmente sarebbe esponenziale come in passato». Dopo di che ha seminato un po' di ottimismo anche sui temuti no vax, che sarebbero «non più del 3%», mentre «il vero lavoro ora va fatto su quel 20% di indecisi». Ovviamente si spera che lo si faccia con numeri un po' più attendibili di quelli seminati qua e là dalla variante Ricciardi. Variante Ricciardi che si ripresenta a sorpresa quando l'intervistatore della Stampa chiede lumi su un altro grave problema: come vaccinare prima possibile tutti i bambini sotto i 12 anni. Qui l'epidemiologo con cattedra alla Cattolica si lascia scappare detto che «le vaccinazioni delle fasce giovani procedono bene». Ah, questa sé che è una notizia. Ma allora l'allarmismo di Ricciardi 1 sul Messaggero, con la storia su questi benedetti ragazzi che si vaccinerebbero troppo poco, possiamo rimetterlo negli archivi? In ogni caso, Ricciardi 2, come Ricciardi 1, resta sempre un fan della puntura di massa, dalla culla alla prima media. Ancora alLa Stampa ha raccontato che per raggiungere questa grande vittoria, purtroppo, bisogna ancora aspettare che l'Agenzia europea del farmaco, l'Ema, finisca di analizzare i possibili rischi sugli under 12. «Ma l'autorizzazione dell'Ema potrebbe arrivare entro quest'anno», ha rivelato Ricciardi, «così da permettere l'inizio della campagna da gennaio… C'è ottimismo su questo perché i vaccini sono molto sicuri». E poi, appunto, i giovani si vaccinano volentieri, secondo Ricciardi 2, che però non vuole correre rischio alcuno e allora ecco che cosa tira fuori dal cilindro: «Con il nuovo anno si potrebbe allargare il green pass anche alle scuole per tutte le età». Insomma, ormai è acclarato che per il governo e chi lo consiglia, vaccino e green pass sono due facce della stessa medaglia: se non fai uno, ti impongono l'altro. Va detto che perfino Franco Locatelli sembra dover fare i conti con la variante Ricciardi. Il coordinatore del Cts, il comitato che aiuta Speranza a navigare nel difficile mare della Salute nazionale, nella pagina del Messaggero accanto a quella dell'ex attore, fornisce ben altri numeri: «Tra i 15 e i 17 anni ha ricevuto almeno una dose più del 70%: tra o 12 e i 14 anni siamo sopra al 50%». Ma ha sostenuto pure che «i bambini sono più esposti al long Covid», ovviamente senza citare alcuna fonte. Il long Covid è una sindrome decisamente complessa, che si può manifestare in decine di modi differenti (la depressione è uno dei più comuni) dopo aver contratto il virus ed esserne formalmente guariti. In realtà, a meno che Locatelli abbia in tasca uno studio-bomba, ai primi di agosto è uscito su Lancet un report inglese molto dettagliato sugli effetti del virus tra i ragazzi sintomatici in età compresa tra i 5 e i 17 anni. Dallo studio è emerso che nei bambini il long Covid è assai raro, e sicuramente meno diffuso che tra gli adulti. La variante Ricciardi, invece, colpisce gli adulti e punta i bambini.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ricciardi-pasticcia-numero-vaccinati-2654921396.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="in-chat-e-caccia-agli-alunni-untori" data-post-id="2654921396" data-published-at="1630961598" data-use-pagination="False"> «In chat è caccia agli alunni untori» L'ha annunciato Patrizio Bianchi: il suo ministero dell'Istruzione, quello della Salute e il Garante della privacy lavorano a un protocollo per la norma-gogna sulle mascherine in classe. Il decreto legge 111 del 6 agosto, infatti, prevede che, se tutti gli alunni si sono vaccinati, si potranno eliminare i tediosi respiratori. Una disposizione che pone problemi di riservatezza - chi e perché potrebbe accertare se uno studente si è sottoposto all'iniezione, visto che non è obbligatoria? - e che sembra pensata apposta per far leva sull'incubo discriminazione, pur di spingere i ragazzini all'inoculazione. Che il vero, disturbante scopo della misura sia questo, lo dimostra una nota dell'Ufficio scolastico regionale piemontese, che ha ricordato come «ogni lavoratore» della scuola, «anche se ha completato il ciclo vaccinale, [...] dovrà continuare a mantenere le stesse misure di prevenzione, protezione e precauzione valide per i soggetti non vaccinati». Tra le quali, appunto, quella di «indossare un'appropriata protezione respiratoria». In soldoni, secondo le linee guida che il governo si appresta a varare, almeno nelle aule in cui sia possibile mantenere gli scolari a un metro gli uni dagli altri e a due metri dalla cattedra, se tutti sono immunizzati, si potrà dire addio alla fastidiosa mascherina. Ma il premio varrà soltanto per i virtuosi studenti dai 12 anni in su (quelli vaccinabili). Non per i docenti. Evidentemente, nel loro caso, come «spinta gentile» - così la chiamerebbe Walter Ricciardi - l'esecutivo ritiene che bastino il green pass (non necessario a mensa) e la minaccia dell'esclusione dal lavoro. Nel caso dei più piccoli, al contrario, funziona meglio, al di là dell'ipotesi di introdurre direttamente l'obbligo vaccinale, mettere gli uni contro gli altri. Così, s'induce ciascuno all'obbedienza. Al netto delle accortezze sulla privacy, non è difficile immaginare che, se per uno o due alunni nessuno fosse autorizzato a togliere l'odiato Dpi, presto ogni ragazzo appurerebbe chi sono i reprobi. E potrebbe allestire le conseguenti rappresaglie. E infatti, Chiara Iannarelli, vicepresidente del Forum nazionale delle associazioni dei genitori della scuola, ha denunciato che «la caccia all'untore è già cominciata su Whatsapp»: «Ci chiediamo come si possano creare altre situazioni di innesco di meccanismi di isolamento tra adolescenti, già provati da questa crisi che ha innescato i tassi di disagio psicologico. Ci auguriamo», ha concluso la Iannarelli, «che le disposizioni ufficiali del ministero confermino al più presto un cambio di direzione». Ieri, comunque, è suonata la prima campanella in Alto Adige, dove quasi il 40% tra insegnanti e personale Ata non è vaccinato. La maggior parte dei ragazzi tornerà sui banchi (non a rotelle) tra il 13 e il 16 settembre. Gli ultimi il 20, in Calabria. E aleggia lo spauracchio della Dad. Poco e niente, d'altronde, è stato fatto per i mezzi pubblici, la messa in sicurezza degli istituti e il reclutamento dei supplenti, che dovrebbero sostituire, magari per pochi giorni, i prof non in regola con il certificato verde. Molte liste d'incaricati non sono state nemmeno completate o sono risultate zeppe di errori, ammessi dallo stesso dicastero, cui i sindacati hanno chiesto un incontro urgente. Stenta a decollare pure la super app per i controlli promessa da Bianchi, come ha ricordato ieri Antonello Giannelli, presidente dell'Associazione nazionale presidi. Guai informatici che hanno mandato su tutte le furie suor Monia Alfieri. La religiosa ha segnalato che il personale delle paritarie non si è potuto iscrivere alla piattaforma Sidi, che agevola la visualizzazione del green pass: «È una idiozia. Fanno passare per privilegio ciò che in realtà è un sopruso». Tutte difficoltà cui il ministro promette di porre rimedio nei prossimi giorni. In fondo, che fretta c'è.
Leone XIV (Ansa)
Peraltro, rimarcando un caposaldo della dottrina sociale della Chiesa cattolica che aveva già richiamato anche nel suo importante discorso al Parlamento spagnolo a Madrid martedì scorso. Ma deve esserci un qualche riflesso pavloviano che scatta inesorabile nelle redazioni quando si pensano i titoli sul Papa che parla di migranti.
Il quotidiano Repubblica nella sua homepage titolava ieri sul grido morale del Papa che richiama l’Europa a non abituarsi «a un Mediterraneo cimitero dei migranti», così allo stesso modo il Corriere della Sera. E il quotidiano devi vescovi italiani Avvenire altrettanto, pur ponendo l’accento sul fatto sacrosanto che «nessuno ha il diritto di disprezzarli». Tutto vero, ma anche parziale.
Perché se il Papa alle Canarie nel suo sesto giorno di viaggio apostolico in Spagna ha certamente detto che «l’Europa […] non può proclamare la dignità umana e abituarsi a che il Mediterraneo e l’Atlantico siano cimiteri senza lapidi», lo ha fatto però in un ragionamento molto più ampio, che chi ha letto il testo integrale non può ignorare. Infatti, il Papa ha chiamato in causa tutti: i Paesi di origine, quelli di transito, l’Europa e l’intera comunità internazionale, ciascuno con responsabilità precise. Non è un dettaglio: è la struttura stessa del discorso. Una complessità che troppo spesso passa in secondo piano, perché si vuole fare dell’accoglienza un assoluto dal sapore politico, finendo per avere una lettura distorta come quella di chi è animato da odio. Semplificazioni.
Nella dottrina sociale della Chiesa, infatti, il diritto a emigrare è inseparabile dal diritto a non emigrare. La persona ha diritto a cercare altrove condizioni di vita dignitose, ma ha anche diritto a non essere costretta a farlo. E questo implica un dovere politico preciso: creare condizioni di giustizia, pace e sviluppo nei Paesi di origine. Non solo. Lo stesso papa Leone nel novembre scorso, nell’ormai consueto passaggio con i giornalisti uscendo da Villa Barberini a Castelgandolfo, mentre commentava la dichiarazione del 13 novembre della Conferenza episcopale degli Stati Uniti su migranti e richiedenti asilo, richiamava alla necessità di trattare le persone con dignità, aggiungendo: «Penso che ogni Paese abbia il diritto di determinare chi, come e quando le persone entrano». È ancora una volta un richiamo alla dottrina sociale della Chiesa che appunto riconosce alle autorità politiche il diritto di porre condizioni al fenomeno migratorio per preservare il bene comune, controllare le frontiere e regolare i flussi. Questi sono i punti che di solito spariscono dai titoli, eppure aiutano a comprendere veramente la posizione della Chiesa e del Papa.
È una linea che tiene insieme due principi che nel dibattito pubblico vengono sistematicamente separati: sovranità e dignità. Eppure, nei titoli, resta quasi sempre solo uno dei due. Il risultato è un cortocircuito: il Papa viene arruolato a forza dentro categorie che non sono le sue. Diventa, a seconda dei casi, un campione dell’accoglienza senza limiti o un moralista che ignora la realtà. Ma nessuna delle due caricature regge al discorso pronunciato ieri a Gran Canaria o a quanto detto dal Papa davanti ai Parlamentari spagnoli martedì.
Il Papa fa il Papa e tiene insieme accoglienza e responsabilità, diritti dei migranti e doveri delle istituzioni, solidarietà immediata e giustizia strutturale. Dire che il Mediterraneo non può essere un cimitero non significa ignorare il problema dei flussi. Significa rifiutare che la soluzione sia la morte. Così porre domande sulle possibilità e modalità di accoglienza non può significare che chi le fa sia una qualcuno che si gira dall’altra parte di fronte alle persone che chiedono aiuto. Dare letture parziali al fenomeno dei migranti, magari utilizzando il Papa, è un altro modo per calare l’ideologia sulla realtà.
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Fin qui nulla da dire, anzi ben venga, tanto più di questi tempi, che la proposta educativa oratoriale risulti sia attiva e partecipata. In effetti, tante sono le attività, dal basket al rugby fino appunto ai laboratori durante la fase estiva, che la parrocchia milanese - preparata anche ad accogliere i bambini con disabilità - offre; e di questo non si può che esser grati.
Il punctum dolens dell’attività di tale oratorio sta nella decisione presa dal parroco, don Giovanni Salatino, di renderlo «inclusivo e aperto al dialogo» fino al punto di concedere anche ai ragazzi musulmani un loro momento di preghiera. A questo verranno riservati spazi, momenti di preghiera per l’appunto, e perfino animatori del Grest…già islamici. Nessuna esagerazione, è lo stesso don Salatino - intervistato sul sito diocesano ChiesadiMilano.it - a dichiarare di avere «la fortuna di avere alcuni animatori, già grandi, di fede islamica: saranno loro, quindi, a guidare la preghiera con i ragazzi, in un luogo separato». Da quanto è dato capire anche i giovani islamici seguiranno, con altri, un percorso di condivisione fatto di riflessione sul tema di volta in volta al centro delle singole giornate, seguendo la storia dell’anno, sulla vita di San Francesco.
Poi però a questi ragazzi, guidati lo si ripete da animatori anch’essi musulmani, sarà concesso di appartarsi per propri momenti di preghiera. «Immagino che la preghiera si possa concludere con la formula islamica del Bismillah», è al riguardo il commento del parroco, secondo cui «è sempre meglio aiutare i ragazzi a pregare» dato che, prosegue don Salatino, «preghiamo lo stesso Dio, certamente all’interno di tradizioni religiose differenti. E riconoscere all’altro la propria identità è nello spirito del Vangelo». Ora, senza minimamente dubitare delle ottime intenzioni del sacerdote, sono diversi i profili, rispetto a questa iniziativa, che destano qualche perplessità. A partire dal fatto, come lo stesso articolo di ChiesadiMilano.it riporta, che «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» nel quartiere di Baggio.
Non che una più sostanziosa presenza musulmana avrebbe reso meno singolare l’iniziativa in parola, ovviamente; ma il fatto che questa presenza, se non esigua, risulti comunque quanto meno contenuta, ecco, alimenta ancor più un certo stupore. In effetti, andando a leggere i commenti sui social, ci si imbatte nelle perplessità di non pochi fedeli che, con toni pacati, manifestano imbarazzo e incredulità. Sotto il post Facebook della diocesi di Milano, per esempio, un utente afferma che «la Chiesa deve accogliere, aiutare e amare tutti, rompendo ogni barriera. Quindi è giusto che le parrocchie, le mense per i poveri e la Caritas aiutino tutti al di là della religione». «Ma», aggiunge questa stessa persona, «momenti di preghiera islamica - o di qualsivoglia altra religione - in oratorio no. Questo è sbagliato».
Un altro utente con toni egualmente pacati ha lasciato un commento simile: «Si può fare tutto, ma la preghiera musulmana in oratorio anche no, come dicevate crea confusione, trovate un posto fuori dell’oratorio!». C’è perfino chi, conoscendo e stimando molto don Giovanni Salatino («ci metto la mano sul fuoco, ho fiducia e rispetto. Dio lo benedica sempre!»), lascia trasparire un certo disappunto: «Far pregare i musulmani in oratorio non mi è mai andato a genio».
Dulcis in fundo, non ci si può non chiedere - dato che la sala di preghiera musulmana verrà concessa durante un’«estate francescana», come si legge su ChiesadiMilano.it - cosa penserebbe di tutto questo lui, il santo di Assisi. Che nel 1219, al cospetto del sultano Malik al-Kami, anziché tessere l’elogio del dialogo ad oltranza non esitò a ricorrere a parole oggettivamente forti: «Gesù ha voluto insegnarci che, se anche un uomo ci fosse amico o parente, o perfino fosse a noi caro come la pupilla dell’occhio, dovremmo essere disposti ad allontanarlo, a sradicarlo da noi, se tentasse di allontanarci dalla fede e dall’amore del nostro Dio». «Proprio per questo», concludeva, «i cristiani agiscono secondo giustizia quando invadono le vostre terre e vi combattono, perché voi bestemmiate il nome di Cristo».
Erano tutt’altri tempi, certo: ma san Francesco quello era, quello pensava e diceva. E colpisce che, in nome del dialogo - anche dove «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» - spazi di oratori che pure, repetita iuvant, svolgono molte attività lodevoli, finiscano con l’essere appaltati ad altre fedi; con l’amaro risultato di lasciare di sale anche quei fedeli che faticano a riconoscere l’ambiente parrocchiale in cui sono cresciuti e a cui, come tantissimi, si sentono ancora legati.
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A seguito di preliminari accertamenti sul territorio e della consultazione delle banche dati in uso alla Guardia di Finanza, nel febbraio di quest’anno le Fiamme Gialle della Tenenza di Riva del Garda hanno avviato una verifica fiscale nei confronti dell’azienda, che intratteneva rapporti economici con numerose società operanti sul territorio nazionale nei settori della realizzazione di impianti tecnologici, meccanici ed elettrici, nonché della produzione e lavorazione della carta.
Fin dai primi approfondimenti è emerso che la gestione effettiva della società sarebbe stata riconducibile al marito di una donna di origine straniera che, pur ricoprendo formalmente il ruolo di amministratrice unica, sarebbe risultata del tutto estranea agli aspetti economici, contabili e gestionali dell’azienda. La donna avrebbe percepito un compenso soltanto nel 2023, registrato contabilmente ma mai effettivamente corrisposto, presumibilmente utilizzato per giustificare presso un istituto di credito l’erogazione di un finanziamento destinato all’acquisto di un immobile da parte della società.
Grazie anche alla collaborazione dei funzionari ispettivi dell’Inps di Trento, è stata quindi scoperta un’articolata e sistematica condotta di evasione contributiva, attuata attraverso il mascheramento in busta paga di quote della normale retribuzione sotto forma di rimborsi spese esenti da imposizione fiscale e contributiva.
Nel corso dell’attività ispettiva, la società non è stata in grado di fornire alcuna documentazione idonea a giustificare tali rimborsi. Allo stesso modo, nessuno dei lavoratori ascoltati dagli investigatori ha dichiarato di aver sostenuto spese per conto dell’azienda che potessero giustificare gli importi percepiti, né di aver mai redatto i previsti rendiconti mensili.
L’analisi incrociata tra i controlli effettuati e i dati contenuti nel Libro Unico del Lavoro (LUL) ha consentito di accertare che, tra il 2021 e il 2025, ben 127 lavoratori hanno percepito somme maggiorate sotto forma di indennità esenti, senza che fossero versate le relative ritenute fiscali e previdenziali. L’importo complessivo delle somme dovute, comprensivo di sanzioni e interessi, supera il milione di euro.
Oltre alle irregolarità contributive, le indagini economico-finanziarie delle Fiamme Gialle hanno consentito di accertare ulteriori violazioni fiscali. In particolare, in materia di imposte sui redditi, sarebbe stata presentata una dichiarazione con ricavi indicati pari a zero, a fronte di un volume d’affari di circa 1,8 milioni di euro ricostruito dagli investigatori. Contestate anche violazioni in materia di Iva per un importo superiore a 600mila euro.
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