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2021-09-07
Ricciardi si rimette a dettar legge e pasticcia col numero dei vaccinati
Walter Ricciardi (Ansa)
Il morbo delle cifre in libertà, ormai noto come variante Ricciardi, colpisce ancora. Il consulente del ministro della Salute, pur di spingere alla vaccinazione di massa sui minori, si è messo a raccontare sui giornali che «i ragazzi vaccinati tra i 12 e i 18 anni sono solo il 30% del totale». Ovviamente senza citare la fonte. In realtà, due giorni fa il Corriere mostrava siamo arrivati a una copertura del 59%, ma tutto fa brodo per aumentare l'allarme in vista della riapertura delle scuole e spingere i genitori a portare i ragazzi a fare la fatidica puntura. E l'epidemiologo napoletano non vede l'ora che le autorità europee autorizzino il vaccino anche sotto i 12 anni, nonostante gli Stati Uniti non ci pensino minimamente e il Regno Unito abbia escluso anche la fascia tra i 12 e i 15 anni, con la motivazione che il rischio che gli adolescenti contraggano il Covid in modo grave è bassissimo.
Intervistato ieri dal Messaggero, Walter Ricciardi ha salutato il nuovo anno scolastico con il consueto ottimismo: «In Scozia e Germania, dove la vita scolastica è gestita in modo molto attento, si è visto che le scuole sono focolaio di variante Delta». Sarà, ma la Scozia continua a non vaccinare chi ha meno di 15 anni e in Germania, dove la Stiko (Commissione permanente sui vaccini) non ha raccomandato di vaccinare chi ha più di 12 anni, dieci giorni fa nella fascia 12-17 si era a un tasso di vaccinazione del 18%. E sempre dalle colonne del quotidiano romano, Ricciardi ha lanciato l'allarme ragazzi: «In Italia bisogna tenere conto dei cittadini sotto i 12 anni non vaccinati e che i ragazzi vaccinati tra i 12 e i 18 anni sono solo il 30% del totale». L'esperto di Roberto Speranza ne ricava quindi che, tra i banchi, «il virus circolerà e in un primo momento aumenteranno i casi». Peccato che invece la percentuale ufficiale risulti al 50%, livello di tutto rispetto.
Va detto però che esiste anche un Ricciardi 2, che varia a seconda della testata che lo intervista. Ovviamente sempre allo scopo di aiutare il governo dei migliori a perseguire il nostro bene. Intervistato dalla Stampa, sempre ieri, alla domanda se la copertura attuale basti a proteggere l'Italia, ha risposto così: «Non ci mette del tutto al sicuro, ma permette di controllare una risalita dei contagi che difficilmente sarebbe esponenziale come in passato». Dopo di che ha seminato un po' di ottimismo anche sui temuti no vax, che sarebbero «non più del 3%», mentre «il vero lavoro ora va fatto su quel 20% di indecisi». Ovviamente si spera che lo si faccia con numeri un po' più attendibili di quelli seminati qua e là dalla variante Ricciardi.
Variante Ricciardi che si ripresenta a sorpresa quando l'intervistatore della Stampa chiede lumi su un altro grave problema: come vaccinare prima possibile tutti i bambini sotto i 12 anni. Qui l'epidemiologo con cattedra alla Cattolica si lascia scappare detto che «le vaccinazioni delle fasce giovani procedono bene». Ah, questa sé che è una notizia. Ma allora l'allarmismo di Ricciardi 1 sul Messaggero, con la storia su questi benedetti ragazzi che si vaccinerebbero troppo poco, possiamo rimetterlo negli archivi? In ogni caso, Ricciardi 2, come Ricciardi 1, resta sempre un fan della puntura di massa, dalla culla alla prima media. Ancora alLa Stampa ha raccontato che per raggiungere questa grande vittoria, purtroppo, bisogna ancora aspettare che l'Agenzia europea del farmaco, l'Ema, finisca di analizzare i possibili rischi sugli under 12. «Ma l'autorizzazione dell'Ema potrebbe arrivare entro quest'anno», ha rivelato Ricciardi, «così da permettere l'inizio della campagna da gennaio… C'è ottimismo su questo perché i vaccini sono molto sicuri». E poi, appunto, i giovani si vaccinano volentieri, secondo Ricciardi 2, che però non vuole correre rischio alcuno e allora ecco che cosa tira fuori dal cilindro: «Con il nuovo anno si potrebbe allargare il green pass anche alle scuole per tutte le età». Insomma, ormai è acclarato che per il governo e chi lo consiglia, vaccino e green pass sono due facce della stessa medaglia: se non fai uno, ti impongono l'altro.
Va detto che perfino Franco Locatelli sembra dover fare i conti con la variante Ricciardi. Il coordinatore del Cts, il comitato che aiuta Speranza a navigare nel difficile mare della Salute nazionale, nella pagina del Messaggero accanto a quella dell'ex attore, fornisce ben altri numeri: «Tra i 15 e i 17 anni ha ricevuto almeno una dose più del 70%: tra o 12 e i 14 anni siamo sopra al 50%». Ma ha sostenuto pure che «i bambini sono più esposti al long Covid», ovviamente senza citare alcuna fonte. Il long Covid è una sindrome decisamente complessa, che si può manifestare in decine di modi differenti (la depressione è uno dei più comuni) dopo aver contratto il virus ed esserne formalmente guariti. In realtà, a meno che Locatelli abbia in tasca uno studio-bomba, ai primi di agosto è uscito su Lancet un report inglese molto dettagliato sugli effetti del virus tra i ragazzi sintomatici in età compresa tra i 5 e i 17 anni. Dallo studio è emerso che nei bambini il long Covid è assai raro, e sicuramente meno diffuso che tra gli adulti. La variante Ricciardi, invece, colpisce gli adulti e punta i bambini.
«In chat è caccia agli alunni untori»
L'ha annunciato Patrizio Bianchi: il suo ministero dell'Istruzione, quello della Salute e il Garante della privacy lavorano a un protocollo per la norma-gogna sulle mascherine in classe. Il decreto legge 111 del 6 agosto, infatti, prevede che, se tutti gli alunni si sono vaccinati, si potranno eliminare i tediosi respiratori. Una disposizione che pone problemi di riservatezza - chi e perché potrebbe accertare se uno studente si è sottoposto all'iniezione, visto che non è obbligatoria? - e che sembra pensata apposta per far leva sull'incubo discriminazione, pur di spingere i ragazzini all'inoculazione.
Che il vero, disturbante scopo della misura sia questo, lo dimostra una nota dell'Ufficio scolastico regionale piemontese, che ha ricordato come «ogni lavoratore» della scuola, «anche se ha completato il ciclo vaccinale, [...] dovrà continuare a mantenere le stesse misure di prevenzione, protezione e precauzione valide per i soggetti non vaccinati». Tra le quali, appunto, quella di «indossare un'appropriata protezione respiratoria».
In soldoni, secondo le linee guida che il governo si appresta a varare, almeno nelle aule in cui sia possibile mantenere gli scolari a un metro gli uni dagli altri e a due metri dalla cattedra, se tutti sono immunizzati, si potrà dire addio alla fastidiosa mascherina. Ma il premio varrà soltanto per i virtuosi studenti dai 12 anni in su (quelli vaccinabili). Non per i docenti. Evidentemente, nel loro caso, come «spinta gentile» - così la chiamerebbe Walter Ricciardi - l'esecutivo ritiene che bastino il green pass (non necessario a mensa) e la minaccia dell'esclusione dal lavoro. Nel caso dei più piccoli, al contrario, funziona meglio, al di là dell'ipotesi di introdurre direttamente l'obbligo vaccinale, mettere gli uni contro gli altri. Così, s'induce ciascuno all'obbedienza.
Al netto delle accortezze sulla privacy, non è difficile immaginare che, se per uno o due alunni nessuno fosse autorizzato a togliere l'odiato Dpi, presto ogni ragazzo appurerebbe chi sono i reprobi. E potrebbe allestire le conseguenti rappresaglie. E infatti, Chiara Iannarelli, vicepresidente del Forum nazionale delle associazioni dei genitori della scuola, ha denunciato che «la caccia all'untore è già cominciata su Whatsapp»: «Ci chiediamo come si possano creare altre situazioni di innesco di meccanismi di isolamento tra adolescenti, già provati da questa crisi che ha innescato i tassi di disagio psicologico. Ci auguriamo», ha concluso la Iannarelli, «che le disposizioni ufficiali del ministero confermino al più presto un cambio di direzione».
Ieri, comunque, è suonata la prima campanella in Alto Adige, dove quasi il 40% tra insegnanti e personale Ata non è vaccinato. La maggior parte dei ragazzi tornerà sui banchi (non a rotelle) tra il 13 e il 16 settembre. Gli ultimi il 20, in Calabria. E aleggia lo spauracchio della Dad. Poco e niente, d'altronde, è stato fatto per i mezzi pubblici, la messa in sicurezza degli istituti e il reclutamento dei supplenti, che dovrebbero sostituire, magari per pochi giorni, i prof non in regola con il certificato verde. Molte liste d'incaricati non sono state nemmeno completate o sono risultate zeppe di errori, ammessi dallo stesso dicastero, cui i sindacati hanno chiesto un incontro urgente.
Stenta a decollare pure la super app per i controlli promessa da Bianchi, come ha ricordato ieri Antonello Giannelli, presidente dell'Associazione nazionale presidi. Guai informatici che hanno mandato su tutte le furie suor Monia Alfieri. La religiosa ha segnalato che il personale delle paritarie non si è potuto iscrivere alla piattaforma Sidi, che agevola la visualizzazione del green pass: «È una idiozia. Fanno passare per privilegio ciò che in realtà è un sopruso». Tutte difficoltà cui il ministro promette di porre rimedio nei prossimi giorni. In fondo, che fretta c'è.
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L'esperto di Roberto Speranza ricomincia a predicare e prende di mira i minori. Rimediando una figuraccia: sbaglia, smentito persino da Franco Locatelli, la percentuale di quelli che hanno avuto il farmaco: sono oltre il 50% e non il 30.Dicasteri e Garante preparano le linee guida per la norma-gogna sulle mascherine. Niente deroghe ai prof. I genitori: «Su Whatsapp circolano i nomi dei non immuni».Lo speciale contiene due articoli.Il morbo delle cifre in libertà, ormai noto come variante Ricciardi, colpisce ancora. Il consulente del ministro della Salute, pur di spingere alla vaccinazione di massa sui minori, si è messo a raccontare sui giornali che «i ragazzi vaccinati tra i 12 e i 18 anni sono solo il 30% del totale». Ovviamente senza citare la fonte. In realtà, due giorni fa il Corriere mostrava siamo arrivati a una copertura del 59%, ma tutto fa brodo per aumentare l'allarme in vista della riapertura delle scuole e spingere i genitori a portare i ragazzi a fare la fatidica puntura. E l'epidemiologo napoletano non vede l'ora che le autorità europee autorizzino il vaccino anche sotto i 12 anni, nonostante gli Stati Uniti non ci pensino minimamente e il Regno Unito abbia escluso anche la fascia tra i 12 e i 15 anni, con la motivazione che il rischio che gli adolescenti contraggano il Covid in modo grave è bassissimo.Intervistato ieri dal Messaggero, Walter Ricciardi ha salutato il nuovo anno scolastico con il consueto ottimismo: «In Scozia e Germania, dove la vita scolastica è gestita in modo molto attento, si è visto che le scuole sono focolaio di variante Delta». Sarà, ma la Scozia continua a non vaccinare chi ha meno di 15 anni e in Germania, dove la Stiko (Commissione permanente sui vaccini) non ha raccomandato di vaccinare chi ha più di 12 anni, dieci giorni fa nella fascia 12-17 si era a un tasso di vaccinazione del 18%. E sempre dalle colonne del quotidiano romano, Ricciardi ha lanciato l'allarme ragazzi: «In Italia bisogna tenere conto dei cittadini sotto i 12 anni non vaccinati e che i ragazzi vaccinati tra i 12 e i 18 anni sono solo il 30% del totale». L'esperto di Roberto Speranza ne ricava quindi che, tra i banchi, «il virus circolerà e in un primo momento aumenteranno i casi». Peccato che invece la percentuale ufficiale risulti al 50%, livello di tutto rispetto. Va detto però che esiste anche un Ricciardi 2, che varia a seconda della testata che lo intervista. Ovviamente sempre allo scopo di aiutare il governo dei migliori a perseguire il nostro bene. Intervistato dalla Stampa, sempre ieri, alla domanda se la copertura attuale basti a proteggere l'Italia, ha risposto così: «Non ci mette del tutto al sicuro, ma permette di controllare una risalita dei contagi che difficilmente sarebbe esponenziale come in passato». Dopo di che ha seminato un po' di ottimismo anche sui temuti no vax, che sarebbero «non più del 3%», mentre «il vero lavoro ora va fatto su quel 20% di indecisi». Ovviamente si spera che lo si faccia con numeri un po' più attendibili di quelli seminati qua e là dalla variante Ricciardi. Variante Ricciardi che si ripresenta a sorpresa quando l'intervistatore della Stampa chiede lumi su un altro grave problema: come vaccinare prima possibile tutti i bambini sotto i 12 anni. Qui l'epidemiologo con cattedra alla Cattolica si lascia scappare detto che «le vaccinazioni delle fasce giovani procedono bene». Ah, questa sé che è una notizia. Ma allora l'allarmismo di Ricciardi 1 sul Messaggero, con la storia su questi benedetti ragazzi che si vaccinerebbero troppo poco, possiamo rimetterlo negli archivi? In ogni caso, Ricciardi 2, come Ricciardi 1, resta sempre un fan della puntura di massa, dalla culla alla prima media. Ancora alLa Stampa ha raccontato che per raggiungere questa grande vittoria, purtroppo, bisogna ancora aspettare che l'Agenzia europea del farmaco, l'Ema, finisca di analizzare i possibili rischi sugli under 12. «Ma l'autorizzazione dell'Ema potrebbe arrivare entro quest'anno», ha rivelato Ricciardi, «così da permettere l'inizio della campagna da gennaio… C'è ottimismo su questo perché i vaccini sono molto sicuri». E poi, appunto, i giovani si vaccinano volentieri, secondo Ricciardi 2, che però non vuole correre rischio alcuno e allora ecco che cosa tira fuori dal cilindro: «Con il nuovo anno si potrebbe allargare il green pass anche alle scuole per tutte le età». Insomma, ormai è acclarato che per il governo e chi lo consiglia, vaccino e green pass sono due facce della stessa medaglia: se non fai uno, ti impongono l'altro. Va detto che perfino Franco Locatelli sembra dover fare i conti con la variante Ricciardi. Il coordinatore del Cts, il comitato che aiuta Speranza a navigare nel difficile mare della Salute nazionale, nella pagina del Messaggero accanto a quella dell'ex attore, fornisce ben altri numeri: «Tra i 15 e i 17 anni ha ricevuto almeno una dose più del 70%: tra o 12 e i 14 anni siamo sopra al 50%». Ma ha sostenuto pure che «i bambini sono più esposti al long Covid», ovviamente senza citare alcuna fonte. Il long Covid è una sindrome decisamente complessa, che si può manifestare in decine di modi differenti (la depressione è uno dei più comuni) dopo aver contratto il virus ed esserne formalmente guariti. In realtà, a meno che Locatelli abbia in tasca uno studio-bomba, ai primi di agosto è uscito su Lancet un report inglese molto dettagliato sugli effetti del virus tra i ragazzi sintomatici in età compresa tra i 5 e i 17 anni. Dallo studio è emerso che nei bambini il long Covid è assai raro, e sicuramente meno diffuso che tra gli adulti. La variante Ricciardi, invece, colpisce gli adulti e punta i bambini.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ricciardi-pasticcia-numero-vaccinati-2654921396.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="in-chat-e-caccia-agli-alunni-untori" data-post-id="2654921396" data-published-at="1630961598" data-use-pagination="False"> «In chat è caccia agli alunni untori» L'ha annunciato Patrizio Bianchi: il suo ministero dell'Istruzione, quello della Salute e il Garante della privacy lavorano a un protocollo per la norma-gogna sulle mascherine in classe. Il decreto legge 111 del 6 agosto, infatti, prevede che, se tutti gli alunni si sono vaccinati, si potranno eliminare i tediosi respiratori. Una disposizione che pone problemi di riservatezza - chi e perché potrebbe accertare se uno studente si è sottoposto all'iniezione, visto che non è obbligatoria? - e che sembra pensata apposta per far leva sull'incubo discriminazione, pur di spingere i ragazzini all'inoculazione. Che il vero, disturbante scopo della misura sia questo, lo dimostra una nota dell'Ufficio scolastico regionale piemontese, che ha ricordato come «ogni lavoratore» della scuola, «anche se ha completato il ciclo vaccinale, [...] dovrà continuare a mantenere le stesse misure di prevenzione, protezione e precauzione valide per i soggetti non vaccinati». Tra le quali, appunto, quella di «indossare un'appropriata protezione respiratoria». In soldoni, secondo le linee guida che il governo si appresta a varare, almeno nelle aule in cui sia possibile mantenere gli scolari a un metro gli uni dagli altri e a due metri dalla cattedra, se tutti sono immunizzati, si potrà dire addio alla fastidiosa mascherina. Ma il premio varrà soltanto per i virtuosi studenti dai 12 anni in su (quelli vaccinabili). Non per i docenti. Evidentemente, nel loro caso, come «spinta gentile» - così la chiamerebbe Walter Ricciardi - l'esecutivo ritiene che bastino il green pass (non necessario a mensa) e la minaccia dell'esclusione dal lavoro. Nel caso dei più piccoli, al contrario, funziona meglio, al di là dell'ipotesi di introdurre direttamente l'obbligo vaccinale, mettere gli uni contro gli altri. Così, s'induce ciascuno all'obbedienza. Al netto delle accortezze sulla privacy, non è difficile immaginare che, se per uno o due alunni nessuno fosse autorizzato a togliere l'odiato Dpi, presto ogni ragazzo appurerebbe chi sono i reprobi. E potrebbe allestire le conseguenti rappresaglie. E infatti, Chiara Iannarelli, vicepresidente del Forum nazionale delle associazioni dei genitori della scuola, ha denunciato che «la caccia all'untore è già cominciata su Whatsapp»: «Ci chiediamo come si possano creare altre situazioni di innesco di meccanismi di isolamento tra adolescenti, già provati da questa crisi che ha innescato i tassi di disagio psicologico. Ci auguriamo», ha concluso la Iannarelli, «che le disposizioni ufficiali del ministero confermino al più presto un cambio di direzione». Ieri, comunque, è suonata la prima campanella in Alto Adige, dove quasi il 40% tra insegnanti e personale Ata non è vaccinato. La maggior parte dei ragazzi tornerà sui banchi (non a rotelle) tra il 13 e il 16 settembre. Gli ultimi il 20, in Calabria. E aleggia lo spauracchio della Dad. Poco e niente, d'altronde, è stato fatto per i mezzi pubblici, la messa in sicurezza degli istituti e il reclutamento dei supplenti, che dovrebbero sostituire, magari per pochi giorni, i prof non in regola con il certificato verde. Molte liste d'incaricati non sono state nemmeno completate o sono risultate zeppe di errori, ammessi dallo stesso dicastero, cui i sindacati hanno chiesto un incontro urgente. Stenta a decollare pure la super app per i controlli promessa da Bianchi, come ha ricordato ieri Antonello Giannelli, presidente dell'Associazione nazionale presidi. Guai informatici che hanno mandato su tutte le furie suor Monia Alfieri. La religiosa ha segnalato che il personale delle paritarie non si è potuto iscrivere alla piattaforma Sidi, che agevola la visualizzazione del green pass: «È una idiozia. Fanno passare per privilegio ciò che in realtà è un sopruso». Tutte difficoltà cui il ministro promette di porre rimedio nei prossimi giorni. In fondo, che fretta c'è.
Jannik Sinner durante il suo incontro di singolare maschile contro Andrey Rublev agli Internazionali d'Italia di tennis a Roma (Ansa)
Quest’anno il Foro Italico tocca un vertice di popolarità quasi inedito. È agorà di celebrazioni sontuose, con due tennisti italiani in semifinale, re Brenno Sinner disceso dalle Dolomiti pronto a far dei vinti - oggi è toccato a Andy Rublev - un sol boccone, e Luciano Darderi emigrato dalla pampa argentina che si è imposto sia sul più quotato Zverev, sia sul castigliano di belle speranze Jodar.
Ma è pure un evento planetario, a detta della questura, «importante quanto il derby Roma-Lazio»: in un Paese di calciofili, collocare il fiero individualismo aristocratico del tennis sullo stesso piano del collettivismo popolare del pallone significa creare un precedente. Insomma, domenica pomeriggio, giorno della finale, ci sarà carne al fuoco. E se per caso in finale ci arrivasse Sinner, troverebbe sugli spalti ad applaudirlo Sergio Mattarella. La presenza del presidente della Repubblica è confermata. Riecheggiano ancora le polemiche di gennaio 2025 sull’assenza del numero uno Atp al Quirinale durante un incontro celebrativo dell’Italtennis, e qualcuno ha già azzardato la battuta: se Sinner non va da Mattarella, è Mattarella ad andare da Sinner. All’epoca la faccenda costò al povero Jannik un’ondata di punzecchiature. È un italiano riluttante, disse di lui Corrado Augias. Sbaglia a coniugare i verbi, scrissero altri. Non conosce l’inno, non mangia la pizza. Fino all’immancabile: ha la residenza a Montecarlo, e di solito chi lo scrive si scorda di ricordare che tra i tanti atleti accasati nel principato, lui è uno dei pochi a viverci davvero. Mai come oggi l’ex «italiano riluttante» è il vero beniamino dell’intero sport nazionale. Soprattutto perché, mentre il calcio garantisce delusioni e caos, Jannik inanella record.
Con il 6-2 6-4 rifilato a Rublev oggi pomeriggio nei quarti di finale del torneo capitolino, il nostro campione ha raggiunto la trentaduesima vittoria in un match di un torneo Master 1000, polverizzando il primato di Nole Djokovic. I pronostici erano tutti per Sinner. Rublev, moscovita numero 13 del mondo, capello svolazzante da poeta romantico, cresciuto alla scuola tennistica dei picchiatori da fondo campo spagnoli, si è dannato l’anima per rispondere ai colpi poderosi di Dolomiti Kid, non facendo altro che evidenziare una differenza: laddove Sinner, su ogni superficie, terra rossa compresa, possiede soluzioni polivalenti e variazioni di ritmo, Andy si piazza sulla linea di fondo alla ricerca di geometrie a esecuzione rapida, ma conosce un solo spartito. La disinvoltura con cui Sinner inventava tocchi smorzati e sberloni liftati, con percentuali di prime palle elevate e un solo passaggio a vuoto nel secondo set, quando ha ceduto il servizio, ha tratteggiato una sfida a senso unico. Il cammino di Sinner fino a oggi gli ha consentito di portare a casa lo scalpo dell’austriaco Ofner, dell’australiano Popyrin, e di imporsi nel derby con il mestierante di talento Andrea Pellegrino, proveniente dalle qualificazioni e bella sorpresa del torneo assieme all’exploit di Luciano Darderi, che conferma le sue doti da top 20 sulla terra battuta, con prospettive da estendere su ogni contesto. Sinner, che in semifinale troverà il russo Daniil Medvedev, dal canto sta puntellando una costanza di rendimento spaventosa, e può beneficiare dell’assenza del rivale Carlitos Alcaraz per puntare a un obiettivo molto ghiotto: se, con tutti gli scongiuri del caso, dovesse alzare il trofeo di Roma, metterebbe in bacheca l’ultimo Master 1000 che ancora gli manca. Sarebbe la sesta vittoria consecutiva in un evento di quella caratura. Un sogno che il calcio da tempo non ci regala più. Con la benedizione di Mattarella.
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Nella combo, a sinistra i tifosi della Roma nella curva sud dello stadio Olimpico; a destra i tifosi della Lazio nella curva nord (Ansa)
È l’esito di un accordo trovato tra Lega, Prefetto, Questore e sindaco dopo che il Tar del Lazio aveva scelto di non trasformarsi nel supplente di un sistema incapace di parlarsi e trovare una soluzione. In serata il tribunale amministrativo aveva rinviato il caso all’avvocatura dello Stato, spingendo Prefettura e Lega verso una soluzione condivisa sulla data e sull’orario del derby e delle altre quattro gare coinvolte nella lotta per la prossima Champions League.
Politicamente, hanno perso tutti. Formalmente, ha vinto la Lega. Ha perso meno degli altri perché alla fine ha ottenuto quasi tutto ciò che chiedeva: la domenica, la contemporaneità e la salvaguardia della regolarità sportiva. Ma non esce indenne. Per arrivare a giocare quasi quando voleva, ha dovuto passare da un ricorso al Tar, da un braccio di ferro con il prefetto e da 48 ore di incertezza che hanno esposto il campionato a un’immagine di totale improvvisazione. Il fatto che alla fine la Lega abbia avuto ragione sull’orario non cancella la sua responsabilità iniziale: il calendario era stato costruito dimenticando una sovrapposizione prevedibile tra derby, Internazionali di tennis e finale di Coppa Italia. Ha perso la Prefettura, perché dopo aver spostato il derby a lunedì sera per ragioni di ordine pubblico ha finito per accettare la domenica a mezzogiorno, cioè una variante minima della soluzione respinta all’inizio. Ha perso la Questura, costretta a rincorrere un’emergenza che avrebbe dovuto essere prevista. Ha perso una Figc sempre più allo sbando, spettatrice mentre la regolarità del campionato finiva schiacciata tra calendario, ordine pubblico e diritto amministrativo.
Ha perso anche la Fitp, perché gli Internazionali d’Italia, con un italiano come Jannik Sinner numero uno del mondo nel ranking, si sono ritrovati dentro una rissa istituzionale con il calcio. E ha perso l’industria televisiva, Dazn compresa, perché il prodotto venduto come premium ha mostrato il suo punto debole più banale: fino all’ultimo non si è capito quando si sarebbe giocato.
Soprattutto, hanno perso i tifosi. Ancora una volta presi a pesci in faccia. Hanno comprato biglietti, organizzato viaggi, turni, treni, alberghi e rientri. Poi hanno scoperto che una partita decisiva poteva essere spostata da domenica a lunedì sera. E poi di nuovo a domenica.
La cronologia del caos è semplice da ricordare. La Lega aveva previsto la contemporaneità tra Roma-Lazio, Como-Parma, Genoa-Milan, Juventus-Fiorentina e Pisa-Napoli. Una scelta logica: quando più squadre competono per lo stesso obiettivo, devono giocare in contemporanea. E qui l’obiettivo non era secondario. La Champions League vale decine di milioni, incide sui bilanci, sul mercato, sugli sponsor e sul valore delle rose.
Poi è intervenuta la Prefettura di Roma. La concomitanza con la finale maschile degli Internazionali d’Italia al Foro Italico ha portato alla decisione di spostare il derby a lunedì 18 maggio alle 20.45. Per effetto della contemporaneità, anche le altre quattro partite sarebbero slittate. La Lega ha reagito con durezza e ha presentato ricorso al Tar.
Il paradosso è che la soluzione prefettizia, nata in nome dell’ordine pubblico, rischiava di costituire un altro problema ancora più spinoso. Il lunedì sera a Roma era già previsto uno sciopero del trasporto pubblico locale. In più, i gruppi ultrà romanisti avevano annunciato che, in caso di derby al lunedì, sarebbero rimasti fuori dallo stadio. Sul fronte laziale, una parte del tifo organizzato aveva già annunciato la diserzione per la contestazione contro Lotito. Il rischio non era solo uno stadio meno pieno, ma un derby più vuoto dentro e più carico fuori. Anche perché le tifoserie avrebbero potuto fronteggiarsi all’esterno dell’Olimpico creando ulteriori problemi di ordine pubblico.
Dentro questo caos, Maurizio Sarri, allenatore della Lazio, ha scelto le barricate. Di fronte all’ipotesi di giocare il derby domenica a mezzogiorno, aveva dichiarato che lui non si sarebbe nemmeno presentato in campo. Ora cosa farà? Diserterà davvero la panchina in quello che potrebbe essere il suo ultimo suo derby coi biancocelesti?
Poi è arrivato persino Angelo Binaghi con il lanciafiamme. Il presidente della Fitp ha ricordato che gli il Master capitolino fa parte di un circuito internazionale e che una finale Atp non si sposta con leggerezza, soprattutto con il capo dello Stato atteso in tribuna. Poi ha attaccato il calendario della Serie A, definendolo «fatto con i piedi da un deficiente» e parlando di «grandi coincidenze» tra derby di Torino durante le Atp Finals, finale di Coppa Italia e derby romano durante gli Internazionali.
È vero: il tennis internazionale non è una sagra. Ma proprio per questo la Fitp non può chiamarsi fuori. Se Roma sogna il quinto Slam, deve contribuire a una regia urbana da evento globale. Invece un primo allarme era già arrivato mercoledì, quando il fumo dei fuochi d’artificio della finale di Coppa Italia all’Olimpico ha invaso il Foro Italico e interrotto i quarti di finale tra l’italiano Luciano Darderi e lo spagnolo Rafa Jodar. Un’immagine perfetta e imbarazzante: il tennis italiano che sogna il quinto Slam, oscurato dai fumi del calcio italiano.
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