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2021-09-07
Ricciardi si rimette a dettar legge e pasticcia col numero dei vaccinati
Walter Ricciardi (Ansa)
Il morbo delle cifre in libertà, ormai noto come variante Ricciardi, colpisce ancora. Il consulente del ministro della Salute, pur di spingere alla vaccinazione di massa sui minori, si è messo a raccontare sui giornali che «i ragazzi vaccinati tra i 12 e i 18 anni sono solo il 30% del totale». Ovviamente senza citare la fonte. In realtà, due giorni fa il Corriere mostrava siamo arrivati a una copertura del 59%, ma tutto fa brodo per aumentare l'allarme in vista della riapertura delle scuole e spingere i genitori a portare i ragazzi a fare la fatidica puntura. E l'epidemiologo napoletano non vede l'ora che le autorità europee autorizzino il vaccino anche sotto i 12 anni, nonostante gli Stati Uniti non ci pensino minimamente e il Regno Unito abbia escluso anche la fascia tra i 12 e i 15 anni, con la motivazione che il rischio che gli adolescenti contraggano il Covid in modo grave è bassissimo.
Intervistato ieri dal Messaggero, Walter Ricciardi ha salutato il nuovo anno scolastico con il consueto ottimismo: «In Scozia e Germania, dove la vita scolastica è gestita in modo molto attento, si è visto che le scuole sono focolaio di variante Delta». Sarà, ma la Scozia continua a non vaccinare chi ha meno di 15 anni e in Germania, dove la Stiko (Commissione permanente sui vaccini) non ha raccomandato di vaccinare chi ha più di 12 anni, dieci giorni fa nella fascia 12-17 si era a un tasso di vaccinazione del 18%. E sempre dalle colonne del quotidiano romano, Ricciardi ha lanciato l'allarme ragazzi: «In Italia bisogna tenere conto dei cittadini sotto i 12 anni non vaccinati e che i ragazzi vaccinati tra i 12 e i 18 anni sono solo il 30% del totale». L'esperto di Roberto Speranza ne ricava quindi che, tra i banchi, «il virus circolerà e in un primo momento aumenteranno i casi». Peccato che invece la percentuale ufficiale risulti al 50%, livello di tutto rispetto.
Va detto però che esiste anche un Ricciardi 2, che varia a seconda della testata che lo intervista. Ovviamente sempre allo scopo di aiutare il governo dei migliori a perseguire il nostro bene. Intervistato dalla Stampa, sempre ieri, alla domanda se la copertura attuale basti a proteggere l'Italia, ha risposto così: «Non ci mette del tutto al sicuro, ma permette di controllare una risalita dei contagi che difficilmente sarebbe esponenziale come in passato». Dopo di che ha seminato un po' di ottimismo anche sui temuti no vax, che sarebbero «non più del 3%», mentre «il vero lavoro ora va fatto su quel 20% di indecisi». Ovviamente si spera che lo si faccia con numeri un po' più attendibili di quelli seminati qua e là dalla variante Ricciardi.
Variante Ricciardi che si ripresenta a sorpresa quando l'intervistatore della Stampa chiede lumi su un altro grave problema: come vaccinare prima possibile tutti i bambini sotto i 12 anni. Qui l'epidemiologo con cattedra alla Cattolica si lascia scappare detto che «le vaccinazioni delle fasce giovani procedono bene». Ah, questa sé che è una notizia. Ma allora l'allarmismo di Ricciardi 1 sul Messaggero, con la storia su questi benedetti ragazzi che si vaccinerebbero troppo poco, possiamo rimetterlo negli archivi? In ogni caso, Ricciardi 2, come Ricciardi 1, resta sempre un fan della puntura di massa, dalla culla alla prima media. Ancora alLa Stampa ha raccontato che per raggiungere questa grande vittoria, purtroppo, bisogna ancora aspettare che l'Agenzia europea del farmaco, l'Ema, finisca di analizzare i possibili rischi sugli under 12. «Ma l'autorizzazione dell'Ema potrebbe arrivare entro quest'anno», ha rivelato Ricciardi, «così da permettere l'inizio della campagna da gennaio… C'è ottimismo su questo perché i vaccini sono molto sicuri». E poi, appunto, i giovani si vaccinano volentieri, secondo Ricciardi 2, che però non vuole correre rischio alcuno e allora ecco che cosa tira fuori dal cilindro: «Con il nuovo anno si potrebbe allargare il green pass anche alle scuole per tutte le età». Insomma, ormai è acclarato che per il governo e chi lo consiglia, vaccino e green pass sono due facce della stessa medaglia: se non fai uno, ti impongono l'altro.
Va detto che perfino Franco Locatelli sembra dover fare i conti con la variante Ricciardi. Il coordinatore del Cts, il comitato che aiuta Speranza a navigare nel difficile mare della Salute nazionale, nella pagina del Messaggero accanto a quella dell'ex attore, fornisce ben altri numeri: «Tra i 15 e i 17 anni ha ricevuto almeno una dose più del 70%: tra o 12 e i 14 anni siamo sopra al 50%». Ma ha sostenuto pure che «i bambini sono più esposti al long Covid», ovviamente senza citare alcuna fonte. Il long Covid è una sindrome decisamente complessa, che si può manifestare in decine di modi differenti (la depressione è uno dei più comuni) dopo aver contratto il virus ed esserne formalmente guariti. In realtà, a meno che Locatelli abbia in tasca uno studio-bomba, ai primi di agosto è uscito su Lancet un report inglese molto dettagliato sugli effetti del virus tra i ragazzi sintomatici in età compresa tra i 5 e i 17 anni. Dallo studio è emerso che nei bambini il long Covid è assai raro, e sicuramente meno diffuso che tra gli adulti. La variante Ricciardi, invece, colpisce gli adulti e punta i bambini.
«In chat è caccia agli alunni untori»
L'ha annunciato Patrizio Bianchi: il suo ministero dell'Istruzione, quello della Salute e il Garante della privacy lavorano a un protocollo per la norma-gogna sulle mascherine in classe. Il decreto legge 111 del 6 agosto, infatti, prevede che, se tutti gli alunni si sono vaccinati, si potranno eliminare i tediosi respiratori. Una disposizione che pone problemi di riservatezza - chi e perché potrebbe accertare se uno studente si è sottoposto all'iniezione, visto che non è obbligatoria? - e che sembra pensata apposta per far leva sull'incubo discriminazione, pur di spingere i ragazzini all'inoculazione.
Che il vero, disturbante scopo della misura sia questo, lo dimostra una nota dell'Ufficio scolastico regionale piemontese, che ha ricordato come «ogni lavoratore» della scuola, «anche se ha completato il ciclo vaccinale, [...] dovrà continuare a mantenere le stesse misure di prevenzione, protezione e precauzione valide per i soggetti non vaccinati». Tra le quali, appunto, quella di «indossare un'appropriata protezione respiratoria».
In soldoni, secondo le linee guida che il governo si appresta a varare, almeno nelle aule in cui sia possibile mantenere gli scolari a un metro gli uni dagli altri e a due metri dalla cattedra, se tutti sono immunizzati, si potrà dire addio alla fastidiosa mascherina. Ma il premio varrà soltanto per i virtuosi studenti dai 12 anni in su (quelli vaccinabili). Non per i docenti. Evidentemente, nel loro caso, come «spinta gentile» - così la chiamerebbe Walter Ricciardi - l'esecutivo ritiene che bastino il green pass (non necessario a mensa) e la minaccia dell'esclusione dal lavoro. Nel caso dei più piccoli, al contrario, funziona meglio, al di là dell'ipotesi di introdurre direttamente l'obbligo vaccinale, mettere gli uni contro gli altri. Così, s'induce ciascuno all'obbedienza.
Al netto delle accortezze sulla privacy, non è difficile immaginare che, se per uno o due alunni nessuno fosse autorizzato a togliere l'odiato Dpi, presto ogni ragazzo appurerebbe chi sono i reprobi. E potrebbe allestire le conseguenti rappresaglie. E infatti, Chiara Iannarelli, vicepresidente del Forum nazionale delle associazioni dei genitori della scuola, ha denunciato che «la caccia all'untore è già cominciata su Whatsapp»: «Ci chiediamo come si possano creare altre situazioni di innesco di meccanismi di isolamento tra adolescenti, già provati da questa crisi che ha innescato i tassi di disagio psicologico. Ci auguriamo», ha concluso la Iannarelli, «che le disposizioni ufficiali del ministero confermino al più presto un cambio di direzione».
Ieri, comunque, è suonata la prima campanella in Alto Adige, dove quasi il 40% tra insegnanti e personale Ata non è vaccinato. La maggior parte dei ragazzi tornerà sui banchi (non a rotelle) tra il 13 e il 16 settembre. Gli ultimi il 20, in Calabria. E aleggia lo spauracchio della Dad. Poco e niente, d'altronde, è stato fatto per i mezzi pubblici, la messa in sicurezza degli istituti e il reclutamento dei supplenti, che dovrebbero sostituire, magari per pochi giorni, i prof non in regola con il certificato verde. Molte liste d'incaricati non sono state nemmeno completate o sono risultate zeppe di errori, ammessi dallo stesso dicastero, cui i sindacati hanno chiesto un incontro urgente.
Stenta a decollare pure la super app per i controlli promessa da Bianchi, come ha ricordato ieri Antonello Giannelli, presidente dell'Associazione nazionale presidi. Guai informatici che hanno mandato su tutte le furie suor Monia Alfieri. La religiosa ha segnalato che il personale delle paritarie non si è potuto iscrivere alla piattaforma Sidi, che agevola la visualizzazione del green pass: «È una idiozia. Fanno passare per privilegio ciò che in realtà è un sopruso». Tutte difficoltà cui il ministro promette di porre rimedio nei prossimi giorni. In fondo, che fretta c'è.
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L'esperto di Roberto Speranza ricomincia a predicare e prende di mira i minori. Rimediando una figuraccia: sbaglia, smentito persino da Franco Locatelli, la percentuale di quelli che hanno avuto il farmaco: sono oltre il 50% e non il 30.Dicasteri e Garante preparano le linee guida per la norma-gogna sulle mascherine. Niente deroghe ai prof. I genitori: «Su Whatsapp circolano i nomi dei non immuni».Lo speciale contiene due articoli.Il morbo delle cifre in libertà, ormai noto come variante Ricciardi, colpisce ancora. Il consulente del ministro della Salute, pur di spingere alla vaccinazione di massa sui minori, si è messo a raccontare sui giornali che «i ragazzi vaccinati tra i 12 e i 18 anni sono solo il 30% del totale». Ovviamente senza citare la fonte. In realtà, due giorni fa il Corriere mostrava siamo arrivati a una copertura del 59%, ma tutto fa brodo per aumentare l'allarme in vista della riapertura delle scuole e spingere i genitori a portare i ragazzi a fare la fatidica puntura. E l'epidemiologo napoletano non vede l'ora che le autorità europee autorizzino il vaccino anche sotto i 12 anni, nonostante gli Stati Uniti non ci pensino minimamente e il Regno Unito abbia escluso anche la fascia tra i 12 e i 15 anni, con la motivazione che il rischio che gli adolescenti contraggano il Covid in modo grave è bassissimo.Intervistato ieri dal Messaggero, Walter Ricciardi ha salutato il nuovo anno scolastico con il consueto ottimismo: «In Scozia e Germania, dove la vita scolastica è gestita in modo molto attento, si è visto che le scuole sono focolaio di variante Delta». Sarà, ma la Scozia continua a non vaccinare chi ha meno di 15 anni e in Germania, dove la Stiko (Commissione permanente sui vaccini) non ha raccomandato di vaccinare chi ha più di 12 anni, dieci giorni fa nella fascia 12-17 si era a un tasso di vaccinazione del 18%. E sempre dalle colonne del quotidiano romano, Ricciardi ha lanciato l'allarme ragazzi: «In Italia bisogna tenere conto dei cittadini sotto i 12 anni non vaccinati e che i ragazzi vaccinati tra i 12 e i 18 anni sono solo il 30% del totale». L'esperto di Roberto Speranza ne ricava quindi che, tra i banchi, «il virus circolerà e in un primo momento aumenteranno i casi». Peccato che invece la percentuale ufficiale risulti al 50%, livello di tutto rispetto. Va detto però che esiste anche un Ricciardi 2, che varia a seconda della testata che lo intervista. Ovviamente sempre allo scopo di aiutare il governo dei migliori a perseguire il nostro bene. Intervistato dalla Stampa, sempre ieri, alla domanda se la copertura attuale basti a proteggere l'Italia, ha risposto così: «Non ci mette del tutto al sicuro, ma permette di controllare una risalita dei contagi che difficilmente sarebbe esponenziale come in passato». Dopo di che ha seminato un po' di ottimismo anche sui temuti no vax, che sarebbero «non più del 3%», mentre «il vero lavoro ora va fatto su quel 20% di indecisi». Ovviamente si spera che lo si faccia con numeri un po' più attendibili di quelli seminati qua e là dalla variante Ricciardi. Variante Ricciardi che si ripresenta a sorpresa quando l'intervistatore della Stampa chiede lumi su un altro grave problema: come vaccinare prima possibile tutti i bambini sotto i 12 anni. Qui l'epidemiologo con cattedra alla Cattolica si lascia scappare detto che «le vaccinazioni delle fasce giovani procedono bene». Ah, questa sé che è una notizia. Ma allora l'allarmismo di Ricciardi 1 sul Messaggero, con la storia su questi benedetti ragazzi che si vaccinerebbero troppo poco, possiamo rimetterlo negli archivi? In ogni caso, Ricciardi 2, come Ricciardi 1, resta sempre un fan della puntura di massa, dalla culla alla prima media. Ancora alLa Stampa ha raccontato che per raggiungere questa grande vittoria, purtroppo, bisogna ancora aspettare che l'Agenzia europea del farmaco, l'Ema, finisca di analizzare i possibili rischi sugli under 12. «Ma l'autorizzazione dell'Ema potrebbe arrivare entro quest'anno», ha rivelato Ricciardi, «così da permettere l'inizio della campagna da gennaio… C'è ottimismo su questo perché i vaccini sono molto sicuri». E poi, appunto, i giovani si vaccinano volentieri, secondo Ricciardi 2, che però non vuole correre rischio alcuno e allora ecco che cosa tira fuori dal cilindro: «Con il nuovo anno si potrebbe allargare il green pass anche alle scuole per tutte le età». Insomma, ormai è acclarato che per il governo e chi lo consiglia, vaccino e green pass sono due facce della stessa medaglia: se non fai uno, ti impongono l'altro. Va detto che perfino Franco Locatelli sembra dover fare i conti con la variante Ricciardi. Il coordinatore del Cts, il comitato che aiuta Speranza a navigare nel difficile mare della Salute nazionale, nella pagina del Messaggero accanto a quella dell'ex attore, fornisce ben altri numeri: «Tra i 15 e i 17 anni ha ricevuto almeno una dose più del 70%: tra o 12 e i 14 anni siamo sopra al 50%». Ma ha sostenuto pure che «i bambini sono più esposti al long Covid», ovviamente senza citare alcuna fonte. Il long Covid è una sindrome decisamente complessa, che si può manifestare in decine di modi differenti (la depressione è uno dei più comuni) dopo aver contratto il virus ed esserne formalmente guariti. In realtà, a meno che Locatelli abbia in tasca uno studio-bomba, ai primi di agosto è uscito su Lancet un report inglese molto dettagliato sugli effetti del virus tra i ragazzi sintomatici in età compresa tra i 5 e i 17 anni. Dallo studio è emerso che nei bambini il long Covid è assai raro, e sicuramente meno diffuso che tra gli adulti. La variante Ricciardi, invece, colpisce gli adulti e punta i bambini.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ricciardi-pasticcia-numero-vaccinati-2654921396.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="in-chat-e-caccia-agli-alunni-untori" data-post-id="2654921396" data-published-at="1630961598" data-use-pagination="False"> «In chat è caccia agli alunni untori» L'ha annunciato Patrizio Bianchi: il suo ministero dell'Istruzione, quello della Salute e il Garante della privacy lavorano a un protocollo per la norma-gogna sulle mascherine in classe. Il decreto legge 111 del 6 agosto, infatti, prevede che, se tutti gli alunni si sono vaccinati, si potranno eliminare i tediosi respiratori. Una disposizione che pone problemi di riservatezza - chi e perché potrebbe accertare se uno studente si è sottoposto all'iniezione, visto che non è obbligatoria? - e che sembra pensata apposta per far leva sull'incubo discriminazione, pur di spingere i ragazzini all'inoculazione. Che il vero, disturbante scopo della misura sia questo, lo dimostra una nota dell'Ufficio scolastico regionale piemontese, che ha ricordato come «ogni lavoratore» della scuola, «anche se ha completato il ciclo vaccinale, [...] dovrà continuare a mantenere le stesse misure di prevenzione, protezione e precauzione valide per i soggetti non vaccinati». Tra le quali, appunto, quella di «indossare un'appropriata protezione respiratoria». In soldoni, secondo le linee guida che il governo si appresta a varare, almeno nelle aule in cui sia possibile mantenere gli scolari a un metro gli uni dagli altri e a due metri dalla cattedra, se tutti sono immunizzati, si potrà dire addio alla fastidiosa mascherina. Ma il premio varrà soltanto per i virtuosi studenti dai 12 anni in su (quelli vaccinabili). Non per i docenti. Evidentemente, nel loro caso, come «spinta gentile» - così la chiamerebbe Walter Ricciardi - l'esecutivo ritiene che bastino il green pass (non necessario a mensa) e la minaccia dell'esclusione dal lavoro. Nel caso dei più piccoli, al contrario, funziona meglio, al di là dell'ipotesi di introdurre direttamente l'obbligo vaccinale, mettere gli uni contro gli altri. Così, s'induce ciascuno all'obbedienza. Al netto delle accortezze sulla privacy, non è difficile immaginare che, se per uno o due alunni nessuno fosse autorizzato a togliere l'odiato Dpi, presto ogni ragazzo appurerebbe chi sono i reprobi. E potrebbe allestire le conseguenti rappresaglie. E infatti, Chiara Iannarelli, vicepresidente del Forum nazionale delle associazioni dei genitori della scuola, ha denunciato che «la caccia all'untore è già cominciata su Whatsapp»: «Ci chiediamo come si possano creare altre situazioni di innesco di meccanismi di isolamento tra adolescenti, già provati da questa crisi che ha innescato i tassi di disagio psicologico. Ci auguriamo», ha concluso la Iannarelli, «che le disposizioni ufficiali del ministero confermino al più presto un cambio di direzione». Ieri, comunque, è suonata la prima campanella in Alto Adige, dove quasi il 40% tra insegnanti e personale Ata non è vaccinato. La maggior parte dei ragazzi tornerà sui banchi (non a rotelle) tra il 13 e il 16 settembre. Gli ultimi il 20, in Calabria. E aleggia lo spauracchio della Dad. Poco e niente, d'altronde, è stato fatto per i mezzi pubblici, la messa in sicurezza degli istituti e il reclutamento dei supplenti, che dovrebbero sostituire, magari per pochi giorni, i prof non in regola con il certificato verde. Molte liste d'incaricati non sono state nemmeno completate o sono risultate zeppe di errori, ammessi dallo stesso dicastero, cui i sindacati hanno chiesto un incontro urgente. Stenta a decollare pure la super app per i controlli promessa da Bianchi, come ha ricordato ieri Antonello Giannelli, presidente dell'Associazione nazionale presidi. Guai informatici che hanno mandato su tutte le furie suor Monia Alfieri. La religiosa ha segnalato che il personale delle paritarie non si è potuto iscrivere alla piattaforma Sidi, che agevola la visualizzazione del green pass: «È una idiozia. Fanno passare per privilegio ciò che in realtà è un sopruso». Tutte difficoltà cui il ministro promette di porre rimedio nei prossimi giorni. In fondo, che fretta c'è.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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