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2025-08-15
Ricci, i primi dubbi tra i dem: «Se vinci perdi l’immunità». E la Corte dei conti lo inguaia
Matteo Ricci (Ansa)
Ieri Matteo Ricci, tramite il suo ufficio stampa, si è vantato sul Fatto Quotidiano che, per i suoi viaggi, «mai il Comune ha rimborsato spese improprie fuori dalle giornate di lavoro istituzionale. Il vino per le cene lo ha sempre comprato il sindaco di tasca sua». Ma il passaggio particolarmente interessante è un altro: «Santini (Massimiliano Santini, ex collaboratore-factotum di Ricci, ndr) aveva l’incarico di seguire i social del sindaco, oltre che di coordinare l’organizzazione degli eventi del Comune. Nei casi delle cene o della presentazione del libro, le stesse erano state precedute da incontri o eventi istituzionali che Santini o altri membri dell’ufficio stampa ordinariamente seguivano». Il punto è che il format Pane e politica, che poi è diventato un libro edito da Paper first (la casa editrice del Fatto Quotidiano), è stato promosso, come confermato dall’ufficio stampa di Ricci, in concomitanza con eventi istituzionali. La cui responsabilità nell’organizzazione viene affibbiata da Ricci a Santini, indagato con lui nell’Affidopoli pesarese. Messa da parte la difesa d’ufficio, però, ci sono un paio di sentenze della Corte dei conti che Ricci probabilmente non conosce. Toscana, 2023, Comune di Monteroni d’Arbia. Il sindaco Gabriele Berni si era visto rimborsare spese di viaggio indicate in modo generico. Mancava la sostanza: le motivazioni. E per l’assenza di un «interesse pubblico» concreto i giudici hanno ritenuto quegli spostamenti «non necessari». La massima: non si rimborsa ciò che «è rimesso alla valutazione soggettiva dell’amministratore». Il danno erariale fu quantificato in poco più di cento euro. Qui, però, non conta il peso del salvadanaio, ma il principio. Senza finalità istituzionale specifica il rimborso non esiste. Sempre 2023, Sezione giurisdizionale calabrese: «Le spese devono essere inerenti ai fini istituzionali». Non basta dire «era istituzionale», serve una «stretta correlazione con le finalità dell’ente» e una rigorosa motivazione «con riferimento allo specifico interesse istituzionale perseguito». È il minimo sindacale. «Roma, iniziativa libri»: 106 euro per i treni erogati dal Comune di Pesaro nel dicembre 2023. Stando a quanto lo stesso Ricci ha raccontato sui social, proprio il 10 dicembre 2023, insieme a Roberto Speranza, ha partecipato a Più libri più liberi, la fiera alla Nuvola di Roma, dove ha presentato Pane e politica. Ma ci sono altri tre casi in cui la linea tra missione politica, promozione istituzionale e iniziativa editoriale comincia a sfumare. Il 15 novembre 2023, come ha ricostruito ieri La Verità, Ricci è a Roma per il Consiglio nazionale di Ali, la Lega delle autonomie locali. Stesso giorno: presentazione del libro. Rimborsa il Comune di Pesaro: 242,90 euro. Il 28 novembre 2023 si muove tra Los Angeles (dove partecipa a un’iniziativa per l’inaugurazione di una stele dedicata a Luciano Pavarotti nella Walk of fame di Hollywood) e New York, dove presenta Pesaro Capitale della cultura e, già che c’è, anche Pane e Politica al Circolo del Pd. Poi, il 29 novembre, scende in pista a Berlino per il Rossini Opera festival, con replica del libro alla sezione Pd locale. Costo per il Comune: 3.106,31 euro totali. Un po’ come quando ai tempi del governo giallo-verde Matteo Salvini e Luigi Di Maio collezionarono incontri istituzionali che combaciavano con quelli elettorali. Openopolis, fondazione che promuove l’accesso alle informazioni pubbliche, sommando quelli di entrambi, ne calcolò 90 in tre mesi: «Entrambi hanno svolto eventi a sostegno dei loro candidati ed entrambi hanno sfruttato l’occasione per organizzare incontri ufficiali per conto dei rispettivi ministeri». Un’accusa che alimentò polemiche. Per Pane e politica le opposizioni pesaresi sottolinearono anche un aspetto più politico. In una interrogazione, il consigliere di Fratelli d’Italia Daniele Malandrino definì «inopportune» quelle partenze del sindaco per «la campagna elettorale da segretario nazionale del Pd». E chiese chi avrebbe sostenuto «i costi delle trasferte, il numero totale degli accompagnatori e le loro mansioni e la previsione di spesa per il tour». Stessa richiesta di trasparenza per il viaggio negli Usa. Le risposte: per Pane e politica era tutto a carico di Ricci, per gli Usa, oltre ai 1.600 euro pagati dal Comune aveva contribuito la Fondazione Rossini perché nell’occasione era stato anche promosso il Rossini opera festival. Il solito clamoroso intreccio tra attività istituzionale e politica. Nell’ultima intervista video al Corriere della Sera, però, Ricci, ripreso durante un giro in barca, recita il rosario della tranquillità. E riferendosi a Santini afferma: «Siamo stati collaboratori per anni, è stato un amico. Doveva andare prima di me a parlare (in Procura, ndr), non è andato. Io e il mio avvocato siamo serenissimi. In 15 anni di amministrazione non è mai successo nulla. Guarda caso proprio adesso vengono fuori queste cose». Serenissimo lui, meno sereni, a quanto si mormora a Pesaro, alcuni dei suoi. Anche a sinistra c’è chi considera una pessima idea rinunciare all’immunità da europarlamentare. Perché se Ricci diventerà governatore, quell’immunità dovrà lasciarla sulla soglia. E l’avvocato Gioacchino Genchi, che difende Santini, ha già buttato un sasso nello stagno. Memoria ai pm in due punti. Il primo: si comunica l’intenzione di Santini di consegnare l’iPhone 14 Pro Max», quello che gli aveva comprato l’associazione Opera maestra e con il quale riprendeva le dirette del format delle cene di Pane e politica. Il secondo: «Si sollecita l’ufficio (la Procura, ndr) a chiedere al Parlamento europeo l’autorizzazione per utilizzare messaggi e corrispondenze ai fini probatori».
Il consulente dei pm smentisce Genchi. «Il suo apporto sulle chat? Inutile»
Sembrava un colpo di scena. L’avvocato Gioacchino Genchi, riconosciuto con il soprannome di «interceptor» ai tempi in cui da superpoliziotto era ritenuto un esperto di tecnologia e di comunicazioni, la settimana scorsa, appena preso in carico il suo novo assistito, Massimiliano Santini, aveva indicato alla Procura di Pesaro (e alla stampa) come «agevolare il recupero» dei backup di un iCloud dell’indagato e di una seconda utenza iPhone, che differiva di una sola cifra rispetto a quella che usava comunemente, e che era stata dismessa da tempo. Il tutto per far tornare alla luce le chat che avrebbero confermato circostanze, a dire dell’avvocato, che coinvolgerebbero altri privati nelle ipotesi descritte dagli inquirenti. Il recupero, secondo Genchi, sarebbe stato possibile «anche a mezzo del consulente tecnico del pubblico ministero già nominato». Un consulente informatico che, dopo il lunghissimo interrogatorio di Santini, proprio Genchi aveva definito in alcune interviste come «molto bravo». Un complimento a cui il tecnico, Gianfranco Del Prete, ha replicato senza troppe moine scrivendo al Resto del Carlino mettendo in chiaro tempi, contenuti e limiti della prova digitale già agli atti: «Si precisa che le indicazioni contenute nella sua memoria difensiva non hanno contribuito al recupero di ulteriori dati informatici da parte del consulente tecnico incaricato dalla Procura», scrive Del Prete. Il messaggio, al quale Genchi, contattato dalla Verità, non ha voluto replicare, è netto: «L’acquisizione forense dell’iPhone 14 Pro Max in uso all’indagato, comprensiva del recupero di circa 350 gigabyte di dati, di cui 100 relativi all’utenza dismessa menzionata nella memoria, era già stata regolarmente eseguita dal dottor Del Prete in data 26 settembre 2024». Ovvero, sottolinea Del Prete, «depositata agli atti quasi un anno prima della nomina dell’avvocato Genchi». Il cuore del botta e risposta sarebbe tutto nella cronologia. La perizia c’è, è datata e contiene il materiale che conta. Il consulente indica numeri e perimetro: «Circa 350 giga di dati», «100 relativi all’utenza dismessa». Specifica la data: «26 settembre». E soprattutto chiarisce che quello è il punto fermo della ricostruzione: «Depositata agli atti quasi un anno prima» dell’ingresso in scena del difensore. Sul tavolo restava l’argomento che la difesa aveva messo in campo: la possibilità di recuperare da iCloud il backup di un’utenza WhatsApp dismessa e inutilizzata dal 2023. Qui Del Prete usa un tono definitivo: «Si evidenzia, inoltre, che l’ipotesi di recuperare da iCloud il backup di un’utenza WhatsApp dismessa e inutilizzata sin dal 2023, come sostenuto nella memoria difensiva, risulta tecnicamente priva di fondamento». La questione è tecnica: «A conferma di ciò, le comunicazioni ufficiali di Apple, pubblicate e disponibili sul sito internet, precisano che i backup disattivati vengono conservati per un periodo massimo di 180 giorni». È la cornice che chiude la porta a recuperi tardivi: una volta trascorsa la finestra di conservazione, il backup non è più disponibile. Nella replica c’è anche una conclusione un po’ stizzita: «Pertanto, nessun dato acquisito dal dottor Del Prete è stato ottenuto grazie alle indicazioni fornite dall’avvocato Genchi». Da qui discende un’altra conseguenza: il perimetro probatorio attuale coincide con quanto clonato nel 2024. Nel fascicolo ci sono i «circa 350 giga» e dentro quei 350 gigabyte anche i «100 relativi all’utenza dismessa». Il colpo di scena, insomma, a sentire il consulente informatico, non c’era. Restano le suggestioni.
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Il primo cittadino di un Comune del Senese è stato condannato per le sue trasferte ingiustificate. Il legale dell’ex factotum alle toghe: «Chiedete all’Ue di usare i messaggi».Secondo l’esperto i dati dello smartphone erano già stati acquisiti a settembre 2024.Lo speciale contiene due articoli.Ieri Matteo Ricci, tramite il suo ufficio stampa, si è vantato sul Fatto Quotidiano che, per i suoi viaggi, «mai il Comune ha rimborsato spese improprie fuori dalle giornate di lavoro istituzionale. Il vino per le cene lo ha sempre comprato il sindaco di tasca sua». Ma il passaggio particolarmente interessante è un altro: «Santini (Massimiliano Santini, ex collaboratore-factotum di Ricci, ndr) aveva l’incarico di seguire i social del sindaco, oltre che di coordinare l’organizzazione degli eventi del Comune. Nei casi delle cene o della presentazione del libro, le stesse erano state precedute da incontri o eventi istituzionali che Santini o altri membri dell’ufficio stampa ordinariamente seguivano». Il punto è che il format Pane e politica, che poi è diventato un libro edito da Paper first (la casa editrice del Fatto Quotidiano), è stato promosso, come confermato dall’ufficio stampa di Ricci, in concomitanza con eventi istituzionali. La cui responsabilità nell’organizzazione viene affibbiata da Ricci a Santini, indagato con lui nell’Affidopoli pesarese. Messa da parte la difesa d’ufficio, però, ci sono un paio di sentenze della Corte dei conti che Ricci probabilmente non conosce. Toscana, 2023, Comune di Monteroni d’Arbia. Il sindaco Gabriele Berni si era visto rimborsare spese di viaggio indicate in modo generico. Mancava la sostanza: le motivazioni. E per l’assenza di un «interesse pubblico» concreto i giudici hanno ritenuto quegli spostamenti «non necessari». La massima: non si rimborsa ciò che «è rimesso alla valutazione soggettiva dell’amministratore». Il danno erariale fu quantificato in poco più di cento euro. Qui, però, non conta il peso del salvadanaio, ma il principio. Senza finalità istituzionale specifica il rimborso non esiste. Sempre 2023, Sezione giurisdizionale calabrese: «Le spese devono essere inerenti ai fini istituzionali». Non basta dire «era istituzionale», serve una «stretta correlazione con le finalità dell’ente» e una rigorosa motivazione «con riferimento allo specifico interesse istituzionale perseguito». È il minimo sindacale. «Roma, iniziativa libri»: 106 euro per i treni erogati dal Comune di Pesaro nel dicembre 2023. Stando a quanto lo stesso Ricci ha raccontato sui social, proprio il 10 dicembre 2023, insieme a Roberto Speranza, ha partecipato a Più libri più liberi, la fiera alla Nuvola di Roma, dove ha presentato Pane e politica. Ma ci sono altri tre casi in cui la linea tra missione politica, promozione istituzionale e iniziativa editoriale comincia a sfumare. Il 15 novembre 2023, come ha ricostruito ieri La Verità, Ricci è a Roma per il Consiglio nazionale di Ali, la Lega delle autonomie locali. Stesso giorno: presentazione del libro. Rimborsa il Comune di Pesaro: 242,90 euro. Il 28 novembre 2023 si muove tra Los Angeles (dove partecipa a un’iniziativa per l’inaugurazione di una stele dedicata a Luciano Pavarotti nella Walk of fame di Hollywood) e New York, dove presenta Pesaro Capitale della cultura e, già che c’è, anche Pane e Politica al Circolo del Pd. Poi, il 29 novembre, scende in pista a Berlino per il Rossini Opera festival, con replica del libro alla sezione Pd locale. Costo per il Comune: 3.106,31 euro totali. Un po’ come quando ai tempi del governo giallo-verde Matteo Salvini e Luigi Di Maio collezionarono incontri istituzionali che combaciavano con quelli elettorali. Openopolis, fondazione che promuove l’accesso alle informazioni pubbliche, sommando quelli di entrambi, ne calcolò 90 in tre mesi: «Entrambi hanno svolto eventi a sostegno dei loro candidati ed entrambi hanno sfruttato l’occasione per organizzare incontri ufficiali per conto dei rispettivi ministeri». Un’accusa che alimentò polemiche. Per Pane e politica le opposizioni pesaresi sottolinearono anche un aspetto più politico. In una interrogazione, il consigliere di Fratelli d’Italia Daniele Malandrino definì «inopportune» quelle partenze del sindaco per «la campagna elettorale da segretario nazionale del Pd». E chiese chi avrebbe sostenuto «i costi delle trasferte, il numero totale degli accompagnatori e le loro mansioni e la previsione di spesa per il tour». Stessa richiesta di trasparenza per il viaggio negli Usa. Le risposte: per Pane e politica era tutto a carico di Ricci, per gli Usa, oltre ai 1.600 euro pagati dal Comune aveva contribuito la Fondazione Rossini perché nell’occasione era stato anche promosso il Rossini opera festival. Il solito clamoroso intreccio tra attività istituzionale e politica. Nell’ultima intervista video al Corriere della Sera, però, Ricci, ripreso durante un giro in barca, recita il rosario della tranquillità. E riferendosi a Santini afferma: «Siamo stati collaboratori per anni, è stato un amico. Doveva andare prima di me a parlare (in Procura, ndr), non è andato. Io e il mio avvocato siamo serenissimi. In 15 anni di amministrazione non è mai successo nulla. Guarda caso proprio adesso vengono fuori queste cose». Serenissimo lui, meno sereni, a quanto si mormora a Pesaro, alcuni dei suoi. Anche a sinistra c’è chi considera una pessima idea rinunciare all’immunità da europarlamentare. Perché se Ricci diventerà governatore, quell’immunità dovrà lasciarla sulla soglia. E l’avvocato Gioacchino Genchi, che difende Santini, ha già buttato un sasso nello stagno. Memoria ai pm in due punti. Il primo: si comunica l’intenzione di Santini di consegnare l’iPhone 14 Pro Max», quello che gli aveva comprato l’associazione Opera maestra e con il quale riprendeva le dirette del format delle cene di Pane e politica. Il secondo: «Si sollecita l’ufficio (la Procura, ndr) a chiedere al Parlamento europeo l’autorizzazione per utilizzare messaggi e corrispondenze ai fini probatori».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ricci-primi-dubbi-tra-dem-2673887701.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-consulente-dei-pm-smentisce-genchi-il-suo-apporto-sulle-chat-inutile" data-post-id="2673887701" data-published-at="1755271235" data-use-pagination="False"> Il consulente dei pm smentisce Genchi. «Il suo apporto sulle chat? Inutile» Sembrava un colpo di scena. L’avvocato Gioacchino Genchi, riconosciuto con il soprannome di «interceptor» ai tempi in cui da superpoliziotto era ritenuto un esperto di tecnologia e di comunicazioni, la settimana scorsa, appena preso in carico il suo novo assistito, Massimiliano Santini, aveva indicato alla Procura di Pesaro (e alla stampa) come «agevolare il recupero» dei backup di un iCloud dell’indagato e di una seconda utenza iPhone, che differiva di una sola cifra rispetto a quella che usava comunemente, e che era stata dismessa da tempo. Il tutto per far tornare alla luce le chat che avrebbero confermato circostanze, a dire dell’avvocato, che coinvolgerebbero altri privati nelle ipotesi descritte dagli inquirenti. Il recupero, secondo Genchi, sarebbe stato possibile «anche a mezzo del consulente tecnico del pubblico ministero già nominato». Un consulente informatico che, dopo il lunghissimo interrogatorio di Santini, proprio Genchi aveva definito in alcune interviste come «molto bravo». Un complimento a cui il tecnico, Gianfranco Del Prete, ha replicato senza troppe moine scrivendo al Resto del Carlino mettendo in chiaro tempi, contenuti e limiti della prova digitale già agli atti: «Si precisa che le indicazioni contenute nella sua memoria difensiva non hanno contribuito al recupero di ulteriori dati informatici da parte del consulente tecnico incaricato dalla Procura», scrive Del Prete. Il messaggio, al quale Genchi, contattato dalla Verità, non ha voluto replicare, è netto: «L’acquisizione forense dell’iPhone 14 Pro Max in uso all’indagato, comprensiva del recupero di circa 350 gigabyte di dati, di cui 100 relativi all’utenza dismessa menzionata nella memoria, era già stata regolarmente eseguita dal dottor Del Prete in data 26 settembre 2024». Ovvero, sottolinea Del Prete, «depositata agli atti quasi un anno prima della nomina dell’avvocato Genchi». Il cuore del botta e risposta sarebbe tutto nella cronologia. La perizia c’è, è datata e contiene il materiale che conta. Il consulente indica numeri e perimetro: «Circa 350 giga di dati», «100 relativi all’utenza dismessa». Specifica la data: «26 settembre». E soprattutto chiarisce che quello è il punto fermo della ricostruzione: «Depositata agli atti quasi un anno prima» dell’ingresso in scena del difensore. Sul tavolo restava l’argomento che la difesa aveva messo in campo: la possibilità di recuperare da iCloud il backup di un’utenza WhatsApp dismessa e inutilizzata dal 2023. Qui Del Prete usa un tono definitivo: «Si evidenzia, inoltre, che l’ipotesi di recuperare da iCloud il backup di un’utenza WhatsApp dismessa e inutilizzata sin dal 2023, come sostenuto nella memoria difensiva, risulta tecnicamente priva di fondamento». La questione è tecnica: «A conferma di ciò, le comunicazioni ufficiali di Apple, pubblicate e disponibili sul sito internet, precisano che i backup disattivati vengono conservati per un periodo massimo di 180 giorni». È la cornice che chiude la porta a recuperi tardivi: una volta trascorsa la finestra di conservazione, il backup non è più disponibile. Nella replica c’è anche una conclusione un po’ stizzita: «Pertanto, nessun dato acquisito dal dottor Del Prete è stato ottenuto grazie alle indicazioni fornite dall’avvocato Genchi». Da qui discende un’altra conseguenza: il perimetro probatorio attuale coincide con quanto clonato nel 2024. Nel fascicolo ci sono i «circa 350 giga» e dentro quei 350 gigabyte anche i «100 relativi all’utenza dismessa». Il colpo di scena, insomma, a sentire il consulente informatico, non c’era. Restano le suggestioni.
A rompere gli indugi è stato Banco Bpm. Era nell’aria da mesi. E ieri, all’ora di pranzo, è uscito il comunicato: l’istituto milanese chiede a Mps di andare a nozze. Nessuna Opa. Solo «concordare un’operazione di aggregazione». Operazione finalizzata alla creazione di un nuovo gruppo bancario e finanziario di riferimento in Italia, secondo operatore nazionale per dimensioni, si legge nella nota. L’aggregazione verrebbe attuata nelle modalità tipiche dei «cosiddetti merger of equals, la soluzione più coerente per allineare tutti gli azionisti su un disegno industriale comune, preservando il Dna dei due istituti e valorizzando le rispettive culture», prosegue il comunicato.
Secondo operatore nazionale per dimensioni… Bnp Paribas stima che le nozze potrebbero creare sì un terzo polo bancario, dopo Unicredit e Intesa Sanpaolo, ma appunto il secondo per asset (450 miliardi circa), con un 15% di market share nei prestiti, il 13% nei depositi e 2.900 filiali. L’istituto di Piazza Meda potrebbe contare su sinergie superiori a 1,1 miliardi lordi annui e una capitalizzazione di Borsa potenzialmente superiore a 50 miliardi (attualmente siamo sui 28 miliardi per Siena a 20 per Bpm). L’istituto guidato da Giuseppe Castagna stima inoltre una potenziale generazione di profitto netto a regime pari a 6 miliardi, con una crescita degli utili per azione a doppia cifra.
Numeri incredibili. Ma i numeri sono paradossalmente niente in confronto al centro di potere che «passa da Siena» con questa aggregazione, come ha detto pochi giorni fa Luigi Lovaglio, amministratore delegato di Montepaschi. Mps controlla oltre l’85% di Mediobanca. Mediobanca che ha in mano il 13,2% di Generali, primo azionista del Leone. Non è finita, perché il primo socio del Monte è Delfin - la holding degli eredi di Leonardo Del Vecchio - con il 17,5%, ma Delfin è pure secondo socio nel capitale del Leone di Trieste con il 10,1%. Nel caso di fusione Siena-Milano l’azionista più importante sarebbe sempre Delfin con circa l’11%. Seguito da Credit Agricole. La banca francese, storicamente presente in Italia con Cariparma, Friuladria e non solo, ha iniziato una scalata a Bpm che l’ha portata al 22,9% del capitale. La Banque Verte transalpina potrebbe inoltre essere interessata ad acquistare gli sportelli che il gruppo Bpm-Mps dovrebbe cedere per questioni di Antitrust: 130 filiali, il 4% della futura super banca, calcolano Bnp Paribas e Morgan Stanley. L’Agricole sarebbe così protagonista della finanza italiana, un gradino sotto Leonardo Maria Del Vecchio, figlio del fondatore di Luxottica, che in questi giorni sta per mettere le mani sul 37,5% di Delfin, rilevando quote dai fratelli grazie a un prestito da circa 11 miliardi che vede in prima fila come finanziatori Unicredit (azionista di Generali con l’8,9% e con Delfin socia della banca di piazza Gae Aulenti con il 2,85%) e proprio Credit Agricole.
Visto il potere in ballo, a metà pomeriggio, arriva la controproposta. Da parte di chi? Secondo il Financial Times Intesa Sanpaolo sta preparando un’offerta congiunta con Bpere Unipol su Monte dei Paschi. L’istituto modenese - quinto in Italia per dimensioni con l’assicurazione guidata da Carlo Cimbri come primo azionista - acquisterebbe le attività bancarie del Monte, mentre la banca di Carlo Messina, ne acquisterebbe la recente unità Mediobanca e, di conseguenza, la quota del 13% in Generali. Da Siena non commentano. Oggi però il cda di Mps approfitterà della riunione già convocata per dare le prime risposte.
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Un uomo, un aeroplano, il freddo da domare per stabilire un record. Ma soprattutto il tentativo di capire come gli aeroplani avrebbero potuto volare più in alto per sfuggire alla contraerea.
Nicole Minetti (Getty Images)
In pratica, la testimone chiave smonta le accuse che secondo il giornale di Marco Travaglio lei stessa aveva formulato e fa intendere che le sue parole siano state strumentalizzate. Ovviamente non fa cenno a chi sia l’autore della manipolazione, ma si capisce che l’ex dipendente del ranch non ha alcuna intenzione di puntellare le traballanti accuse del Fatto, lasciando dunque il quotidiano con il cerino in mano.
E la fiammella ora rischia di scottare i polpastrelli di Travaglio e compagni, prova ne sia che il giornale, dopo aver letto la relazione con cui la Procura generale della corte d’appello di Milano spazzava via le insinuazioni circa la vita di Minetti in Spagna e Uruguay, ha spedito un cronista direttamente a Punta dell’Est, alla disperata ricerca di nuovi testimoni. La lettera della procuratrice Francesca Nanni non era infatti tenerissima nei confronti del Fatto.
Anche se con un linguaggio burocratico, la magistratura incaricata dal Quirinale di verificare se Minetti continuasse la vita di prima, e dunque non fosse meritevole di un provvedimento di clemenza da parte del presidente della Repubblica, ha accusato il giornale di aver diffuso «notizie non veritiere». Un pugno in faccia per quello che un tempo era definito l’organo delle Procure, che ha costretto Travaglio a pronunciare, come un Oscar Luigi Scalfaro qualsiasi, «non ci sto», minacciando querela nei confronti della stessa Procura generale.
Tuttavia, il problema non è quanto ha scritto Francesca Nanni, ma che cosa ha firmato Graciela di fronte al notaio. Per questo l’inviato in Uruguay insegue tassisti, cronisti e poliziotti, nella speranza non soltanto di riuscire a parlare con Graciela e strapparle la smentita della smentita, ma anche nel tentativo di trovare altri che possano confermare che nel ranch di Cipriani e Minetti si svolgessero incontri a luci rosse. Al momento, il cronista in trasferta è costretto a registrare solo mezze frasi e qualche suggestione: troppo poco per riuscire a ribaltare la «sentenza» della procuratrice generale.
Forse Graciela si è spaventata del clamore della faccenda e teme di fare la fine del vaso di coccio fra vasi di ferro. Forse qualcuno l’ha minacciata. Forse è stata inghiottita dal mare. Insomma, gli scenari evocati sono misteriosi. L’unico non preso in considerazione è che la donna, magari risentita per essere stata licenziata, abbia voluto vendicarsi di Cipriani e pure di Minetti. Un’ipotesi che certo lascerebbe ancor più esposto il Fatto, che in questa storia sembra giocarsi la partita della vita.
Già, perché oltre a doversi difendere dalle accuse che la procuratrice generale Francesca Nanni ha rivolto contro la testata, Travaglio e compagni hanno un grosso problema costituito dalla causa che l’ex igienista dentale e il compagno hanno intentato contro il giornale. Non in Italia ma di fronte al tribunale di New York. I procedimenti giudiziari per diffamazione e per danni, in America non seguono l’iter a cui siamo abituati da noi. E nemmeno vengono applicati i parametri risarcitori in vigore a Milano o Roma. Dover ingaggiare uno studio legale rischia di costare molte centinaia di migliaia di euro e in caso di condanna l’esborso potrebbe essere pesantissimo. Insomma, oltre alla reputazione del giornale, che secondo Travaglio sarebbe stata lesa dalla relazione di Francesca Nanni, in gioco c’è la sopravvivenza stessa del quotidiano. Il caso dunque non è più costituito dalla grazia a Minetti, ma dalla disgrazia che rischia di abbattersi sul Fatto. L’aspetto paradossale della faccenda è che il giornale, dopo aver a lungo beneficiato dei guai giudiziari di Berlusconi, ora da una costola dei processi a Berlusconi rischia di subire il danno più grave nei suoi vent’anni di storia. Per la sinistra e per la corrente giudiziaria dei compagni sarebbe un colpo mortale.
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Pina Picierno (Ansa)
Campana di Santa Maria Capua a Vetere, figlia di un segretario cittadino della Margherita, nipote di un notabile Dc poi passato al Pd, lei è riuscita ad arrivare a 45 anni senza aver mai fatto alcun lavoro oltre la politica, fin dalla laurea, in scienza delle comunicazioni, che prese con una tesi sul linguaggio di Ciriaco De Mita. «Il mio mito», disse, anche se poi lo mise da parte per schierarsi con Renzi che quel mito lo voleva rottamare. Ma, insomma, fin da ragazzina lei ha frequentato la politica e ne ha accompagnato lo scadimento passando da una poltrona all’altra: presidente dei giovani della Margherita (2005), responsabile giovani del Pd (2007), parlamentare (2008), europarlamentare (2014), vicepresidente del Parlamento Ue (2022). Man mano che la politica scadeva lei ascendeva. Sarà un caso?
Nella sua carriera è stata veltroniana, franceschiniana, bersaniana contro Renzi poi renziana contro Bersani, un po’ per Epifani e poi per Zingaretti. L’unica che proprio non le va a genio è Elly Schlein: con lei alla guida ha iniziato a fare opposizione al Pd fino ad uscirne con un’idea originale: «Penso ad un’iniziativa nuova al centro», ha detto. In effetti, non ci ha ancora pensato nessuno. A parte Calenda, Renzi, Bonino, Magi, Marattin, Lupi, Tabacci, Gentiloni e decine di altri. Comunque noi le crediamo, cara Picierno, anche se cosa sia questa nuova iniziativa non si sa perché, come scrive il Corriere, lei «misura le parole». Le misura a tal punto che Il Foglio le ha chiesto un’intervista e ci ha riempito tre pagine. Tre pagine di parole misurando le parole. Non male. Però è riuscita a non dire nulla lo stesso.
Che la nuova iniziativa sia in sintonia col popolo, però, non v’è dubbio. Lei in questo è maestra. Lo dimostrò, una volta per tutte, quando disse che con i famosi 80 euro di Renzi «una famiglia ci riempie il carrello della spesa per due settimane». Ma certo: con 100 euro sono garantite pure le vacanze alle Maldive, non è vero? Poco dopo sparò che l’Europa aveva investito 2.372 miliardi in vaccini Covid. Erano due miliardi, ma che differenza fa? In pandemia, per altro, prese posizioni durissime: «Sanzioni pecuniarie per chi non si vaccina», tuonò non bastandole il green pass. Sull’Ucraina non parliamone: chiunque osi dissociarsi dalla linea «Zelensky santo subito» viene da lei bollato come putiniano. «Non siamo per la politica del dolce forno», disse un giorno. Forse voleva dire due forni, ma chissà perché le è venuto in mente il giocattolo Herbert. Forse perché la politica è scaduta. O forse perché lei è proprio come le torte del dolce forno. Cotta al punto giusto.
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