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2023-04-12
La ricandidatura di Biden è già zoppa: il Deep State americano rema contro
Joe Biden (Ansa)
E se i recenti leak del Pentagono fossero un modo per cercare di impedire una ricandidatura di Joe Biden? L’ipotesi è ardita, ma neanche troppo fantasiosa. Non è d’altronde la prima volta che si verificano situazioni del genere, da quando il diretto interessato si è insediato alla Casa Bianca.
A maggio dell’anno scorso, il presidente tenne una telefonata con il segretario alla Difesa, Lloyd Austin, il direttore della Cia, William Burns, e la direttrice dell’Intelligence nazionale, Avril Haines, lamentandosi delle fughe di notizie che si erano registrate poco prima: fughe che avevano rivelato come i servizi americani avessero assistito Kiev nell’affondamento dell’incrociatore Moskva e nell’uccisione di vari generali russi. E che dire dei tre oggetti misteriosi, abbattuti dall’aviazione americana a febbraio nei cieli di Alaska, Michigan e Yukon? Un dossier gestito in modo goffo e surreale, che ha attirato al presidente numerose critiche. Accuse di scarsa trasparenza gli sono arrivate da parlamentari dem e repubblicani, mentre è abbastanza inverosimile che né il Pentagono né i servizi abbiano informazioni più precise su quei misteriosi marchingegni. Senza dimenticare che, il 12 febbraio, Northcom (che fa capo al Pentagono) avallò ufficialmente l’ipotesi che quegli oggetti potessero essere di matrice extraterrestre: un’assurdità, che la Casa Bianca fu costretta a smentire 24 ore più tardi.
E adesso l’imbarazzo sta crescendo a causa dei nuovi leak. Se il Dipartimento di Giustizia ha avviato un’indagine, il Consiglio per la sicurezza nazionale non esclude che la fuga di notizie possa essere ancora in corso, mentre tra i documenti coinvolti almeno alcuni risulterebbero «modificati». Frattanto, le commissioni Intelligence di Camera e Senato sono piuttosto irritate e stanno chiedendo, ancora una volta, maggior trasparenza all’amministrazione Biden. Inoltre, al di là del danno in termini di credibilità internazionale, la Casa Bianca si sta trovando in difficoltà anche con partner e alleati che, secondo i leak, Washington avrebbe fondamentalmente spiato: dall’Ucraina alla Corea del Sud, arrivando a Israele. E proprio con lo Stato ebraico si registra la tensione più alta, dopo che uno dei documenti trapelati ha lasciato intendere che i vertici del Mossad avrebbero spinto i loro funzionari a partecipare alle proteste contro la riforma giudiziaria del premier, Benjamin Netanyahu: una circostanza, bollata dall’agenzia d’intelligence israeliana come «completamente falsa e assurda». Va da sé come un simile quadro danneggi Biden sul piano internazionale, aggravando il suo già drammatico isolamento in Medio Oriente. Dulcis in fundo - si fa per dire - questi leak hanno causato dei malumori anche in seno ai Five eyes: l’alleanza in materia d’intelligence tra Usa, Canada, Regno Unito, Australia e Nuova Zelanda. Lunedì, il governo di Ottawa, pur ribadendo il proprio impegno negli stessi Five eyes, si è infatti rifiutato di commentare «su presunte informazioni trapelate».
La situazione è complessa e alla sua base si scorge la disastrosa evacuazione dall’Afghanistan dell’agosto 2021: all’epoca, si registrarono forti tensioni su questo dossier tra il Dipartimento di Stato e il Pentagono, così come tra la Casa Bianca e i servizi. Tra l’altro, quella crisi ha rappresentato l’origine del declino politico di Biden ed è abbastanza verosimile che abbia guastato notevolmente i suoi rapporti con le alte sfere dell’intelligence e dell’esercito. D’altronde, era aprile 2021 quando la rivista Foreign Policy riferì che, già ai tempi del suo incarico come vicepresidente, Biden intratteneva relazioni un po’ turbolente con il Pentagono rispetto a varie questioni: dall’Afghanistan alla Libia, passando per l’Iraq e per l’uccisione di Osama bin Laden. E attenzione: il disastro afghano rappresenta un dossier tutt’altro che chiuso. Giovedì, l’amministrazione Biden ha pubblicato un documento in cui ha cercato di attribuire tutte le colpe di quella débâcle non solo a Donald Trump ma anche (significativamente) ai servizi segreti. Inoltre, i deputati repubblicani hanno avviato un’indagine parlamentare sul tema due mesi fa, chiedendo insistentemente di visionare tutte le comunicazioni intercorse tra l’attuale amministrazione americana e i talebani: una richiesta che onestamente suscita degli interrogativi.
Insomma, ci sono due ipotesi. O questo caos è frutto di mera incompetenza da parte degli apparati. Oppure questi apparati (o pezzi di essi) stanno remando contro Biden, per scongiurare un suo bis alla Casa Bianca. Certo: è pur vero che il diretto interessato ha appena ribadito di avere intenzione di correre nuovamente.
Tuttavia l’annuncio ufficiale di ricandidatura, che tutti attendevano per inizio febbraio, non ha ancora avuto luogo e, secondo il sito Axios, non se ne saprà nulla prima dell’estate o addirittura dell’autunno. Perché questi rinvii? Forse perché il presidente sta incontrando delle resistenze? Non è dato saperlo. Ma è lecito almeno supporlo. Anche perché, al di là del destino politico di Biden, il quadro complessivo è preoccupante: secondo la testata The Intercept, le indagini per fuoriuscita di documenti riservati sono aumentate ai tempi dell’amministrazione Obama, per subire poi un incremento all’epoca di Trump. Difficilmente i recenti leak del Pentagono possono quindi essere considerati un frutto del caso. E intanto l’indecisione di Biden può costar caro a un partito, quello democratico, che rischia di avvicinarsi impreparato all’appuntamento presidenziale del 2024.
«L’Egitto non fornisce armi a Mosca»
Kiev non intende cambiare i propri piani dopo la rivelazione delle carte segrete americane. La circostanza era stata riferita dalla Cnn. «Non so con chi abbia parlato. In ogni caso, posso dire che il numero di persone che sanno dei nostri piani è estremamente limitato», ha detto il segretario del consiglio nazionale per la sicurezza ucraino, che ha puntualizzato: «La decisione sulle modalità della controffensiva ucraina verrà presa all’ultimo momento». In ogni caso è sempre più difficile comprendere cosa sia vero e cosa sia falso nella vicenda dei leak americani. Seul, dopo il suo coinvolgimento, è intervenuta, dichiarando che una «quantità considerevole di informazioni nei documenti» trapelati del Pentagono «è stata falsificata». La smentita arriva riguardo alle accuse all’Egitto di rifornire di armi i russi. Secondo le carte, il presidente egiziano, Abdel Fattah Al Sisi, uno dei più stretti alleati degli Stati Uniti in Medio Oriente e tra i principali beneficiari degli aiuti americani, avrebbe recentemente ordinato ai suoi sottoposti di produrre in segreto fino a 40.000 razzi da mandare in Russia. «Sembra un’altra bufala, come ce ne sono molte ora, quindi è così che dovrebbero essere trattate tali notizie», le parole di Dmitry Peskov, portavoce del Cremlino. Smentita che naturalmente arriva anche dall’Egitto. Fonti ufficiali hanno precisato che la notizia riportata dal Washington Post è manomissione informativa che non ha alcun fondamento di verità. Ma soprattutto, a parlare di «prove inesistenti» sono proprio gli Stati Uniti. «Non abbiamo avuto nessuna indicazione che l’Egitto abbia fornito missili alla Russia», ha dichiarato il portavoce del Consiglio per la sicurezza nazionale americana, John Kirby, in un briefing. «L’Egitto è un partner importante per la sicurezza nella regione e resta tale. Siamo grati per il ruolo che svolge in Medio Oriente», ha sottolineato. Nel frattempo, in Ucraina c’è poco tempo per pensare alla fuga di carte segrete perché la guerra sul campo è sempre più dura. Kiev sta preparando un nuovo attacco alla flotta russa nel Mar Nero, un’operazione simile a quella che ha portato all’affondamento dell’incrociatore Moskva. Lo ha detto il ministro della Difesa ucraino, Oleksiy Reznikov, durante un briefing: «Possiamo offrire ai russi un’altra sorpresa in mare, un altro missile sulle loro navi. Stiamo solo aspettando il momento giusto». Il ministro che non ha mai rivelato i dettagli dell’operazione dell’affondamento dell’incrociatore russo Moskva, ha ribadito che non lo avrebbe fatto neppure questa volta. A Bakhmut invece sono ancora le truppe russe ad avere la meglio. Secondo il leader del gruppo Wagner, Yevgeny Prigozhin, le forze di Mosca controllerebbero l’80 per cento della città del Donbass. I russi avanzano, certo, ma con perdite significative, tanto che si parla di mobilitazione per portare al fronte forze nuove. Notizia, anche questa, smentita dal Cremlino, che ha chiarito che saranno introdotte semplicemente nuove regole per il reclutamento. Si sta discutendo un emendamento sull’invio di convocazioni militari elettroniche. In base al testo proposto, agli uomini che si sottraggono al servizio di leva sarà vietato lasciare la Russia. In seguito, potrebbe essere introdotto il divieto di guidare automobili, di acquistare e vendere immobili o di contrarre prestiti. Una situazione che si fa sempre più difficile per i russi, così come per gli ucraini. La Polonia ha riferito di aver accolto oltre 11 milioni di profughi dall’inizio della guerra. E circa l’87 per cento di coloro che attraversano il confine sono donne e bambini.
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Mentre l’annuncio ufficiale tarda ad arrivare, la nuova fuga di notizie dal Pentagono scuote la Casa Bianca che ora è in imbarazzo con Israele e con i Five eyes. Sempre più difficile credere che si tratti di incidenti.Gli Usa difendono l’alleato dalle accuse del «Washington Post»: «Prove inesistenti». Mentre Seul parla di fuga di «documenti falsificati». Kiev: «La controffensiva ci sarà».Lo speciale contiene due articoli.E se i recenti leak del Pentagono fossero un modo per cercare di impedire una ricandidatura di Joe Biden? L’ipotesi è ardita, ma neanche troppo fantasiosa. Non è d’altronde la prima volta che si verificano situazioni del genere, da quando il diretto interessato si è insediato alla Casa Bianca. A maggio dell’anno scorso, il presidente tenne una telefonata con il segretario alla Difesa, Lloyd Austin, il direttore della Cia, William Burns, e la direttrice dell’Intelligence nazionale, Avril Haines, lamentandosi delle fughe di notizie che si erano registrate poco prima: fughe che avevano rivelato come i servizi americani avessero assistito Kiev nell’affondamento dell’incrociatore Moskva e nell’uccisione di vari generali russi. E che dire dei tre oggetti misteriosi, abbattuti dall’aviazione americana a febbraio nei cieli di Alaska, Michigan e Yukon? Un dossier gestito in modo goffo e surreale, che ha attirato al presidente numerose critiche. Accuse di scarsa trasparenza gli sono arrivate da parlamentari dem e repubblicani, mentre è abbastanza inverosimile che né il Pentagono né i servizi abbiano informazioni più precise su quei misteriosi marchingegni. Senza dimenticare che, il 12 febbraio, Northcom (che fa capo al Pentagono) avallò ufficialmente l’ipotesi che quegli oggetti potessero essere di matrice extraterrestre: un’assurdità, che la Casa Bianca fu costretta a smentire 24 ore più tardi. E adesso l’imbarazzo sta crescendo a causa dei nuovi leak. Se il Dipartimento di Giustizia ha avviato un’indagine, il Consiglio per la sicurezza nazionale non esclude che la fuga di notizie possa essere ancora in corso, mentre tra i documenti coinvolti almeno alcuni risulterebbero «modificati». Frattanto, le commissioni Intelligence di Camera e Senato sono piuttosto irritate e stanno chiedendo, ancora una volta, maggior trasparenza all’amministrazione Biden. Inoltre, al di là del danno in termini di credibilità internazionale, la Casa Bianca si sta trovando in difficoltà anche con partner e alleati che, secondo i leak, Washington avrebbe fondamentalmente spiato: dall’Ucraina alla Corea del Sud, arrivando a Israele. E proprio con lo Stato ebraico si registra la tensione più alta, dopo che uno dei documenti trapelati ha lasciato intendere che i vertici del Mossad avrebbero spinto i loro funzionari a partecipare alle proteste contro la riforma giudiziaria del premier, Benjamin Netanyahu: una circostanza, bollata dall’agenzia d’intelligence israeliana come «completamente falsa e assurda». Va da sé come un simile quadro danneggi Biden sul piano internazionale, aggravando il suo già drammatico isolamento in Medio Oriente. Dulcis in fundo - si fa per dire - questi leak hanno causato dei malumori anche in seno ai Five eyes: l’alleanza in materia d’intelligence tra Usa, Canada, Regno Unito, Australia e Nuova Zelanda. Lunedì, il governo di Ottawa, pur ribadendo il proprio impegno negli stessi Five eyes, si è infatti rifiutato di commentare «su presunte informazioni trapelate». La situazione è complessa e alla sua base si scorge la disastrosa evacuazione dall’Afghanistan dell’agosto 2021: all’epoca, si registrarono forti tensioni su questo dossier tra il Dipartimento di Stato e il Pentagono, così come tra la Casa Bianca e i servizi. Tra l’altro, quella crisi ha rappresentato l’origine del declino politico di Biden ed è abbastanza verosimile che abbia guastato notevolmente i suoi rapporti con le alte sfere dell’intelligence e dell’esercito. D’altronde, era aprile 2021 quando la rivista Foreign Policy riferì che, già ai tempi del suo incarico come vicepresidente, Biden intratteneva relazioni un po’ turbolente con il Pentagono rispetto a varie questioni: dall’Afghanistan alla Libia, passando per l’Iraq e per l’uccisione di Osama bin Laden. E attenzione: il disastro afghano rappresenta un dossier tutt’altro che chiuso. Giovedì, l’amministrazione Biden ha pubblicato un documento in cui ha cercato di attribuire tutte le colpe di quella débâcle non solo a Donald Trump ma anche (significativamente) ai servizi segreti. Inoltre, i deputati repubblicani hanno avviato un’indagine parlamentare sul tema due mesi fa, chiedendo insistentemente di visionare tutte le comunicazioni intercorse tra l’attuale amministrazione americana e i talebani: una richiesta che onestamente suscita degli interrogativi. Insomma, ci sono due ipotesi. O questo caos è frutto di mera incompetenza da parte degli apparati. Oppure questi apparati (o pezzi di essi) stanno remando contro Biden, per scongiurare un suo bis alla Casa Bianca. Certo: è pur vero che il diretto interessato ha appena ribadito di avere intenzione di correre nuovamente. Tuttavia l’annuncio ufficiale di ricandidatura, che tutti attendevano per inizio febbraio, non ha ancora avuto luogo e, secondo il sito Axios, non se ne saprà nulla prima dell’estate o addirittura dell’autunno. Perché questi rinvii? Forse perché il presidente sta incontrando delle resistenze? Non è dato saperlo. Ma è lecito almeno supporlo. Anche perché, al di là del destino politico di Biden, il quadro complessivo è preoccupante: secondo la testata The Intercept, le indagini per fuoriuscita di documenti riservati sono aumentate ai tempi dell’amministrazione Obama, per subire poi un incremento all’epoca di Trump. Difficilmente i recenti leak del Pentagono possono quindi essere considerati un frutto del caso. E intanto l’indecisione di Biden può costar caro a un partito, quello democratico, che rischia di avvicinarsi impreparato all’appuntamento presidenziale del 2024. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ricandidatura-biden-zoppa-deepstate-contro-2659843494.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="legitto-non-fornisce-armi-a-mosca" data-post-id="2659843494" data-published-at="1681311047" data-use-pagination="False"> «L’Egitto non fornisce armi a Mosca» Kiev non intende cambiare i propri piani dopo la rivelazione delle carte segrete americane. La circostanza era stata riferita dalla Cnn. «Non so con chi abbia parlato. In ogni caso, posso dire che il numero di persone che sanno dei nostri piani è estremamente limitato», ha detto il segretario del consiglio nazionale per la sicurezza ucraino, che ha puntualizzato: «La decisione sulle modalità della controffensiva ucraina verrà presa all’ultimo momento». In ogni caso è sempre più difficile comprendere cosa sia vero e cosa sia falso nella vicenda dei leak americani. Seul, dopo il suo coinvolgimento, è intervenuta, dichiarando che una «quantità considerevole di informazioni nei documenti» trapelati del Pentagono «è stata falsificata». La smentita arriva riguardo alle accuse all’Egitto di rifornire di armi i russi. Secondo le carte, il presidente egiziano, Abdel Fattah Al Sisi, uno dei più stretti alleati degli Stati Uniti in Medio Oriente e tra i principali beneficiari degli aiuti americani, avrebbe recentemente ordinato ai suoi sottoposti di produrre in segreto fino a 40.000 razzi da mandare in Russia. «Sembra un’altra bufala, come ce ne sono molte ora, quindi è così che dovrebbero essere trattate tali notizie», le parole di Dmitry Peskov, portavoce del Cremlino. Smentita che naturalmente arriva anche dall’Egitto. Fonti ufficiali hanno precisato che la notizia riportata dal Washington Post è manomissione informativa che non ha alcun fondamento di verità. Ma soprattutto, a parlare di «prove inesistenti» sono proprio gli Stati Uniti. «Non abbiamo avuto nessuna indicazione che l’Egitto abbia fornito missili alla Russia», ha dichiarato il portavoce del Consiglio per la sicurezza nazionale americana, John Kirby, in un briefing. «L’Egitto è un partner importante per la sicurezza nella regione e resta tale. Siamo grati per il ruolo che svolge in Medio Oriente», ha sottolineato. Nel frattempo, in Ucraina c’è poco tempo per pensare alla fuga di carte segrete perché la guerra sul campo è sempre più dura. Kiev sta preparando un nuovo attacco alla flotta russa nel Mar Nero, un’operazione simile a quella che ha portato all’affondamento dell’incrociatore Moskva. Lo ha detto il ministro della Difesa ucraino, Oleksiy Reznikov, durante un briefing: «Possiamo offrire ai russi un’altra sorpresa in mare, un altro missile sulle loro navi. Stiamo solo aspettando il momento giusto». Il ministro che non ha mai rivelato i dettagli dell’operazione dell’affondamento dell’incrociatore russo Moskva, ha ribadito che non lo avrebbe fatto neppure questa volta. A Bakhmut invece sono ancora le truppe russe ad avere la meglio. Secondo il leader del gruppo Wagner, Yevgeny Prigozhin, le forze di Mosca controllerebbero l’80 per cento della città del Donbass. I russi avanzano, certo, ma con perdite significative, tanto che si parla di mobilitazione per portare al fronte forze nuove. Notizia, anche questa, smentita dal Cremlino, che ha chiarito che saranno introdotte semplicemente nuove regole per il reclutamento. Si sta discutendo un emendamento sull’invio di convocazioni militari elettroniche. In base al testo proposto, agli uomini che si sottraggono al servizio di leva sarà vietato lasciare la Russia. In seguito, potrebbe essere introdotto il divieto di guidare automobili, di acquistare e vendere immobili o di contrarre prestiti. Una situazione che si fa sempre più difficile per i russi, così come per gli ucraini. La Polonia ha riferito di aver accolto oltre 11 milioni di profughi dall’inizio della guerra. E circa l’87 per cento di coloro che attraversano il confine sono donne e bambini.
Ursula von der Leyen (Ansa)
Con una decisione di esecuzione firmata da Ursula von der Leyen e comparsa nella Gazzetta ufficiale dell’Unione europea il 9 febbraio scorso, la Commissione ha abolito i dazi del 20,7% sulle auto Cupra Tavascan prodotte nello stabilimento cinese di Anhui e importate in Ue. Il modello sarà soggetto a prezzo minimo di importazione e a quote di volumi annuali limitate.
Il Suv elettrico del marchio Cupra (appartenente alla casa automobilistica spagnola Seat, a sua volta parte della galassia Volkswagen) è prodotto in Cina e come tale avrebbe dovuto pagare un dazio all’ingresso in Unione europea. Ma qualche giorno fa la Commissione aveva pubblicato un documento che apriva la porta agli esportatori cinesi: proporre un accordo per tenere il prezzo più alto rispetto al listino, così da non spiazzare i produttori europei.
Un portavoce della Commissione aveva affermato che si trattava di una proposta ipotetica, ma nel giro di pochi giorni l’accordo con Volkswagen, che in questo caso figura come un esportatore cinese, ha reso reale la cosa.
La Camera di commercio cinese in Europa ha fatto sapere che gli altri produttori cinesi di veicoli elettrici stanno valutando se presentare le proprie proposte di impegno sui prezzi, che per i cinesi presentano l’indubbio vantaggio di lasciare nelle loro tasche margini di profitto che non avrebbero se pagassero i dazi.
Pechino ieri ha risposto fissando i dazi sulle importazioni di prodotti lattiero-caseari europei all’11,7%, dopo una indagine anti sovvenzioni avviata nel 2024. Una indagine aperta dopo la decisione della Commissione di imporre dazi sulle auto elettriche cinesi fino al 45%. Lo scorso dicembre il governo cinese aveva annunciato dazi cautelativi del 43% su formaggi freschi e fusi e su alcuni tipi di panna provenienti dall’Europa, riscossi tramite depositi. Ora la decisione di stabilire l’aliquota definitiva dell’11,7% può essere motivata come risposta di distensione da parte di Pechino dopo le concessioni a Cupra.
L’intreccio di questa vicenda mostra ancora una volta il fallimento dell’Unione europea. Mentre Ursula von der Leyen davanti al Parlamento due giorni fa ha parlato di «preferenza europea» per salvare il mercato unico dalle esportazioni cinesi e i 27 si sono riuniti ieri in Belgio per un ritiro al capezzale dell’industria europea, la Commissione apre le porte alla Cina.
Soprattutto, le follie regolatorie dell’Unione sono diventate ingestibili. La storia di questi ultimi anni è costellata di norme disastrose che vengono poi riviste, corrette, rallentate, ritrattate. Bruxelles partorisce la direttiva sulla responsabilità sociale e poi si rende conto che è inapplicabile, così come la legge sulla deforestazione. Mette in pista il sistema Ets 2 per poi frenarne l’applicazione quando ci si rende conto degli oneri che comporterà. Lancia il bando delle auto con motore a combustione interna al 2035 e poi lo ammorbidisce generando una confusione peggiore. Introduce il Cbam per tassare il carbonio poi lo elimina per l’80% degli obbligati. Lo stesso Cbam non tiene conto dei semilavorati e così genera un danno per i produttori europei. L’Ue ora sta considerando l’idea di limitare il sistema Ets 1, dopo che questo per anni ha appesantito di costi il sistema industriale, minandone la celeberrima competitività. Gli esempi potrebbero continuare a lungo. Ciò che sembra impossibile a Bruxelles è generare una regolazione ben fatta, che non causi danni e non costringa a continue marce indietro. La malagestione europea di questi anni è una grave concausa della crisi industriale in cui l’Europa è precipitata e qualsiasi vertice tra leader dovrebbe cominciare da questo semplice punto di partenza.
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La leggenda di San Valentino nasce agli albori quasi del cristianesimo. La alimenta Papa Gelasio che alla fine del quinto secolo volle porre fine all’ultimo rito pagano di massa rimasto a Roma: i Lupercalia. Erano i tre giorni – tra il 13 e il 15 febbraio - dedicati al dio Fauno in richiesta di protezione dai lupi e di fertilità delle greggi e delle donne che imponevano sacrifici animali, corse rituali e promesse d’amore per facilitare le gravidanze. Il Papa pensò che il martirio di Valentino da Terni, che si era prodigato per l’unione di una giovane a cui aveva fatto la dote e aveva guarito con l’amore il figlio epilettico del filosofo Cratone, si prestasse a interpretare questo afflato d’amore e di fertilità che i Lupercalia interpretavano. E pure il giorno era giusto, così il Santo le cui spoglie riposano dal 14 febbraio 273 a Terni è divenuto il protettore degli innamorati quanto degli epilettici (le chiavi di San Valentino in ricordo di quando il religioso si chiuse nella stanza per guarire il figlio di Cratone venivano donati come protezione ai neonati).
Ma la cosa singolare è che questo culto si è sviluppato più nei paesi nordici e nelle chiese riformate che non nel cattolicesimo. Saranno operazioni di marketing – come quella inventata da Federico Seneca che infila nei cioccolatini messaggi d’amore in ricordo di quelli che Luisa Spagnoli si scambiava con Giovanni Buitoni – che partono con i bigliettini profumati di Valentina Heter a sancire a cavallo tra Ottocento e Novecento la festa di San Valentino come ode all’amore. E l’idea dei bigliettini è ripresa alla grande visto che oggi alla cattedrale di Terni arrivano migliaia di lettere con le promesse d’amore: particolare curioso è che quasi un terzo di questa «corrispondenza del cuore» arriva dal Giappone dove la ricorrenza di San Valentino è sentitissima.
I regali? Non siate invadenti. Meglio i cioccolatini accompagnati però da un biglietto scritto con sentimento o i fiori. Non siate banali con le solite rose rosse. Ci sono altre essenze che indicano la passione: i tulipani di colore rosso, la ginestra indica intimità, ma se la passione è già scoppiata. Volete fare una proposta osè? Allora affidatevi alle orchidee. Desiderate invece comunicare che siete un po’ gelosi? Andate sul giallo, se invece il rapporto è solo all’inizio e volete dimostrare ammirazione: rose blu o rose bianche o anche dei lisiantus che comunicano determinazione, ma con dolcezza. Se invece l’intimità è forte un dono per San Valentino che funziona è scegliere il profumo preferito dall’amata o dal partner. Allora proviamo a fare un viaggio sentimentale in cucina e in cantina alla ricerca del regalino giusto. Partiamo.
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I piati dell’amore – Da sempre si è cercata la pozione magica, il filtro d’amore, ma anche il corroborante alimentare dei sentimenti. Allora proviamo a metter insieme un po’ d’ingredienti che fanno bene all’amore, avvertendo che tutte le cosiddette pietanze afrodisiache non hanno alcun effetto fisiologico, ma possono influenzare la psiche che è fondamentale per esprimere i sentimenti. Partiamo dalla Valnerina che «sfocia» a Terni e qui non si può non parlare di tartufi. In antico si pensava che avessero virtù eccitanti al punto che la Chiesa li proibiva a conversi e suore. Un pizzico di verità c’è perché il tartufo emana feromoni che anno a che fare con i richiami sessuali: dunque farrotto (il farro era il cereale della fertilità e del matrimonio in antico) al tartufo, tagliatele col nero pregiato e un succulento filetto ricoperto di scaglie di tartufo fanno al caso nostro. Nelle acque del Nera guizzano le trote e i trovano i gamberi di fiume, dunque sotto col pesce e segnatamente i crostacei che sono considerati egualmente molto coadiuvanti n’l'amore. Per esempio dei gamberoni flambè fanno tanta scena e molta atmosfera.
Tra i cibi afrodisiaci per eccellenza vanno messi i frutti di mare e le ostriche in particolare. Si usa accompagnarle con lo Champagne o anche con un ottimo Metodo classico italiano, ma è gastronomicamente un errore. Le ostriche vogliono vini «salati» dunque uno dei nostri grandi bianchi fermi va assai meglio. Tra i cibi afrodisiaci ci sono le fragole: stupite il/la vostra commensale con un risotto alle fragole (sono una primizia adesso e anche questo fa sorpresa) questo sì tirato con un vino che spuma. Un piatto afrodisiaco per eccellenza sono gli asparagi, fatti in involtino con pancetta al forno sono perfetti. Anche i carciofi hanno un forte potere afrodisiaco: si possono fare fritti, ma anche in insalata con scaglie di Parmigiano Reggiano o Grana sono perfetti (in questi caso occhio all’abbinamento col vino perché problematico).
Le carni non sono indicatissime come cibi dell’amore, potete fare un eccezione per dei medaglioni di filetti bardati abbondando col rosmarino, oppure per degli spiedini con pane croccante, salvia e funghi. Per i dolci non possono mancare il cioccolato (il bonnet o un morbido sono perfetti, ma anche la vecchia zuppa inglese fa la sua figura) e soprattutto le mandorle che sono il simbolo, anche sacro, della fertilità. Anche un po’ di cioccolatini al liquore, come pure il babà aiutano. Però il piatto afrodisiaco per eccellenza sarebbero gli spaghetti aglio, olio e peperoncino. Laglio magari disturba l’alito, ma insieme al peperoncino fluidifica ed è quello che ci vuole!
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Innamorarsi in cantina – È fuor di dubbio che gli spumanti siano i vini degli innamorati. Si può scegliere per avere i grandi metodo classico dalle quattro zone a più alta concentrazione di cantine specializzate anche se ormai tutta Italia spuma. Partendo dall’Alta Langa per fare il botto si può scegliere da Enrico Serafino rifermentazioni che passano gli 8 anni. In Oltrepò il Rosato di Monsupello di Angelo Boatti è stupendo. In Franciacorta c’è un presidio straordinario. Le bottiglie come la Vittorio Moretti Riserva di Terre Moretti o la Cuvée Anna Maria Clementi di Cà del Bosco sfidano i grandi francesi, ma siccome il rosa funziona ecco che si può affidarsi all’Assemblage due sempre di Terra Moretti in Rosa, al Rosato di Monterossa, oppure per bere più leggero un Saten come quello di Contadi Castaldi, un rosato come quello del Mosnel o il Saten di Ferghetina, sono perfetti. In Trentino si può fare un pas des deux con Madame Martis grandissimo Chardonnay e il suo «compagno» Monsieur Martis Pinot Meunier di grande suggestione entrambi di Maso Martis. Il Campione rimane il Giulio Ferrari riserva del Fondatore delle Cantine Ferrari da cui attingere anche il Perlè Rosè, mentre per uno Chardonnay d’impronta nobile il Conte Federigo di Bossi Fedrigotti è impeccabile. Andando al Sud gli spumanti di Daraprì sono di grande classe.
Tra i metodo Martinotti un rosato inimitabile sono il Rosa del Fae e il Casa Canevel Cuvée Rosa entrambi da Marzemini di Canevel. Ottimo in rosato Il Matia Vezzola di Costaripa e venendo verso il Centro Italia il Rosato di Fontezoppa va benissimo, ma qui nelle Marche una bottiglia suadente, affascinate, sbarazzina è La Passerina di Velenosi, come tra i Prosecco l’Asolo di Aneri. Da applausi il rosato di Donnafugata con l’etichetta di Dolce e Gabbana che scelta di classe. Se ha da essere festa di gran classe e allora sfidiamo il prezzo. In sequenza dal Toscana: Badia Passignano di Antinori, Il Castello di Nipozzano di Frescobaldi, il Paleo di Campolmi, un vino tutto al femminile come il Brunello di Montalcino Casato Prime Donne di Donatella Cinelli Colombini, il Guidalberto della Tenuta San Guido (quella del Sassicaia) firmato da Grazia Grassini, l’Insoglio del Cinghiale di Tenuta di Biserno, i grandi rossi di Monteverro. E poi Villa Gresti il grandissimo Merlot di Guerrieri Gonzaga in Trentino, con in Alto Adige il Pinot Nero Meczan di Hofstatter in Piemonte il Barolo di Gagliardo. In Veneto lascitevi conquistare dal Costasera di Masi o il Vajo Amaron di Serego Alighieri: il primo parla di Romeo e Giulietta, il secondo di Palo e Francesca nei versi del loro avo Dante Alighieri. C’è una grande bottiglia come il Promis di Camarcanda – il tenimento bolgherese di Angelo Gaja oggi affidato ai tre figli Gaia, Rossana e Giovanni – che vale davvero la pena.
Un vino che affascina per potenza, equilibrio e stile è il Sagrantino di Montefalco Collepiano dell’Arnaldo Caprai. Bere un Falesco Montiano di Famiglia Cotarella è arrivare a vette eccelse. Andando al Sud come non lasciarsi incantare dal Radici di Mastroberardino o dal Terre Brune di Santadi e siamo in Sardegna. Tra i bianchi un posto assoluto tutte le bottiglie di Roberto di Di Meo (il Fiano è spettacolare), poi il Verdicchio Utopia di Montecappone nelle Marche dove s’incontrano grandissimi bianchi come il 25 ani della Monacesca, il Cambugiano di Bellisario, il Villa Bucci, il Casal di Serra di Umani Ronchi. Un posto speciale va riservato a tre bianchi assoluti: il Ronco delle Mele di Venica, il Terre Alte di Livio Felluga e il Pinot Bianco di Elena Walch. Questo è solo un modesto campionario di ciò che a San Valentino può scaldarvi il cuore.
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