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2023-04-12
La ricandidatura di Biden è già zoppa: il Deep State americano rema contro
Joe Biden (Ansa)
E se i recenti leak del Pentagono fossero un modo per cercare di impedire una ricandidatura di Joe Biden? L’ipotesi è ardita, ma neanche troppo fantasiosa. Non è d’altronde la prima volta che si verificano situazioni del genere, da quando il diretto interessato si è insediato alla Casa Bianca.
A maggio dell’anno scorso, il presidente tenne una telefonata con il segretario alla Difesa, Lloyd Austin, il direttore della Cia, William Burns, e la direttrice dell’Intelligence nazionale, Avril Haines, lamentandosi delle fughe di notizie che si erano registrate poco prima: fughe che avevano rivelato come i servizi americani avessero assistito Kiev nell’affondamento dell’incrociatore Moskva e nell’uccisione di vari generali russi. E che dire dei tre oggetti misteriosi, abbattuti dall’aviazione americana a febbraio nei cieli di Alaska, Michigan e Yukon? Un dossier gestito in modo goffo e surreale, che ha attirato al presidente numerose critiche. Accuse di scarsa trasparenza gli sono arrivate da parlamentari dem e repubblicani, mentre è abbastanza inverosimile che né il Pentagono né i servizi abbiano informazioni più precise su quei misteriosi marchingegni. Senza dimenticare che, il 12 febbraio, Northcom (che fa capo al Pentagono) avallò ufficialmente l’ipotesi che quegli oggetti potessero essere di matrice extraterrestre: un’assurdità, che la Casa Bianca fu costretta a smentire 24 ore più tardi.
E adesso l’imbarazzo sta crescendo a causa dei nuovi leak. Se il Dipartimento di Giustizia ha avviato un’indagine, il Consiglio per la sicurezza nazionale non esclude che la fuga di notizie possa essere ancora in corso, mentre tra i documenti coinvolti almeno alcuni risulterebbero «modificati». Frattanto, le commissioni Intelligence di Camera e Senato sono piuttosto irritate e stanno chiedendo, ancora una volta, maggior trasparenza all’amministrazione Biden. Inoltre, al di là del danno in termini di credibilità internazionale, la Casa Bianca si sta trovando in difficoltà anche con partner e alleati che, secondo i leak, Washington avrebbe fondamentalmente spiato: dall’Ucraina alla Corea del Sud, arrivando a Israele. E proprio con lo Stato ebraico si registra la tensione più alta, dopo che uno dei documenti trapelati ha lasciato intendere che i vertici del Mossad avrebbero spinto i loro funzionari a partecipare alle proteste contro la riforma giudiziaria del premier, Benjamin Netanyahu: una circostanza, bollata dall’agenzia d’intelligence israeliana come «completamente falsa e assurda». Va da sé come un simile quadro danneggi Biden sul piano internazionale, aggravando il suo già drammatico isolamento in Medio Oriente. Dulcis in fundo - si fa per dire - questi leak hanno causato dei malumori anche in seno ai Five eyes: l’alleanza in materia d’intelligence tra Usa, Canada, Regno Unito, Australia e Nuova Zelanda. Lunedì, il governo di Ottawa, pur ribadendo il proprio impegno negli stessi Five eyes, si è infatti rifiutato di commentare «su presunte informazioni trapelate».
La situazione è complessa e alla sua base si scorge la disastrosa evacuazione dall’Afghanistan dell’agosto 2021: all’epoca, si registrarono forti tensioni su questo dossier tra il Dipartimento di Stato e il Pentagono, così come tra la Casa Bianca e i servizi. Tra l’altro, quella crisi ha rappresentato l’origine del declino politico di Biden ed è abbastanza verosimile che abbia guastato notevolmente i suoi rapporti con le alte sfere dell’intelligence e dell’esercito. D’altronde, era aprile 2021 quando la rivista Foreign Policy riferì che, già ai tempi del suo incarico come vicepresidente, Biden intratteneva relazioni un po’ turbolente con il Pentagono rispetto a varie questioni: dall’Afghanistan alla Libia, passando per l’Iraq e per l’uccisione di Osama bin Laden. E attenzione: il disastro afghano rappresenta un dossier tutt’altro che chiuso. Giovedì, l’amministrazione Biden ha pubblicato un documento in cui ha cercato di attribuire tutte le colpe di quella débâcle non solo a Donald Trump ma anche (significativamente) ai servizi segreti. Inoltre, i deputati repubblicani hanno avviato un’indagine parlamentare sul tema due mesi fa, chiedendo insistentemente di visionare tutte le comunicazioni intercorse tra l’attuale amministrazione americana e i talebani: una richiesta che onestamente suscita degli interrogativi.
Insomma, ci sono due ipotesi. O questo caos è frutto di mera incompetenza da parte degli apparati. Oppure questi apparati (o pezzi di essi) stanno remando contro Biden, per scongiurare un suo bis alla Casa Bianca. Certo: è pur vero che il diretto interessato ha appena ribadito di avere intenzione di correre nuovamente.
Tuttavia l’annuncio ufficiale di ricandidatura, che tutti attendevano per inizio febbraio, non ha ancora avuto luogo e, secondo il sito Axios, non se ne saprà nulla prima dell’estate o addirittura dell’autunno. Perché questi rinvii? Forse perché il presidente sta incontrando delle resistenze? Non è dato saperlo. Ma è lecito almeno supporlo. Anche perché, al di là del destino politico di Biden, il quadro complessivo è preoccupante: secondo la testata The Intercept, le indagini per fuoriuscita di documenti riservati sono aumentate ai tempi dell’amministrazione Obama, per subire poi un incremento all’epoca di Trump. Difficilmente i recenti leak del Pentagono possono quindi essere considerati un frutto del caso. E intanto l’indecisione di Biden può costar caro a un partito, quello democratico, che rischia di avvicinarsi impreparato all’appuntamento presidenziale del 2024.
«L’Egitto non fornisce armi a Mosca»
Kiev non intende cambiare i propri piani dopo la rivelazione delle carte segrete americane. La circostanza era stata riferita dalla Cnn. «Non so con chi abbia parlato. In ogni caso, posso dire che il numero di persone che sanno dei nostri piani è estremamente limitato», ha detto il segretario del consiglio nazionale per la sicurezza ucraino, che ha puntualizzato: «La decisione sulle modalità della controffensiva ucraina verrà presa all’ultimo momento». In ogni caso è sempre più difficile comprendere cosa sia vero e cosa sia falso nella vicenda dei leak americani. Seul, dopo il suo coinvolgimento, è intervenuta, dichiarando che una «quantità considerevole di informazioni nei documenti» trapelati del Pentagono «è stata falsificata». La smentita arriva riguardo alle accuse all’Egitto di rifornire di armi i russi. Secondo le carte, il presidente egiziano, Abdel Fattah Al Sisi, uno dei più stretti alleati degli Stati Uniti in Medio Oriente e tra i principali beneficiari degli aiuti americani, avrebbe recentemente ordinato ai suoi sottoposti di produrre in segreto fino a 40.000 razzi da mandare in Russia. «Sembra un’altra bufala, come ce ne sono molte ora, quindi è così che dovrebbero essere trattate tali notizie», le parole di Dmitry Peskov, portavoce del Cremlino. Smentita che naturalmente arriva anche dall’Egitto. Fonti ufficiali hanno precisato che la notizia riportata dal Washington Post è manomissione informativa che non ha alcun fondamento di verità. Ma soprattutto, a parlare di «prove inesistenti» sono proprio gli Stati Uniti. «Non abbiamo avuto nessuna indicazione che l’Egitto abbia fornito missili alla Russia», ha dichiarato il portavoce del Consiglio per la sicurezza nazionale americana, John Kirby, in un briefing. «L’Egitto è un partner importante per la sicurezza nella regione e resta tale. Siamo grati per il ruolo che svolge in Medio Oriente», ha sottolineato. Nel frattempo, in Ucraina c’è poco tempo per pensare alla fuga di carte segrete perché la guerra sul campo è sempre più dura. Kiev sta preparando un nuovo attacco alla flotta russa nel Mar Nero, un’operazione simile a quella che ha portato all’affondamento dell’incrociatore Moskva. Lo ha detto il ministro della Difesa ucraino, Oleksiy Reznikov, durante un briefing: «Possiamo offrire ai russi un’altra sorpresa in mare, un altro missile sulle loro navi. Stiamo solo aspettando il momento giusto». Il ministro che non ha mai rivelato i dettagli dell’operazione dell’affondamento dell’incrociatore russo Moskva, ha ribadito che non lo avrebbe fatto neppure questa volta. A Bakhmut invece sono ancora le truppe russe ad avere la meglio. Secondo il leader del gruppo Wagner, Yevgeny Prigozhin, le forze di Mosca controllerebbero l’80 per cento della città del Donbass. I russi avanzano, certo, ma con perdite significative, tanto che si parla di mobilitazione per portare al fronte forze nuove. Notizia, anche questa, smentita dal Cremlino, che ha chiarito che saranno introdotte semplicemente nuove regole per il reclutamento. Si sta discutendo un emendamento sull’invio di convocazioni militari elettroniche. In base al testo proposto, agli uomini che si sottraggono al servizio di leva sarà vietato lasciare la Russia. In seguito, potrebbe essere introdotto il divieto di guidare automobili, di acquistare e vendere immobili o di contrarre prestiti. Una situazione che si fa sempre più difficile per i russi, così come per gli ucraini. La Polonia ha riferito di aver accolto oltre 11 milioni di profughi dall’inizio della guerra. E circa l’87 per cento di coloro che attraversano il confine sono donne e bambini.
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Mentre l’annuncio ufficiale tarda ad arrivare, la nuova fuga di notizie dal Pentagono scuote la Casa Bianca che ora è in imbarazzo con Israele e con i Five eyes. Sempre più difficile credere che si tratti di incidenti.Gli Usa difendono l’alleato dalle accuse del «Washington Post»: «Prove inesistenti». Mentre Seul parla di fuga di «documenti falsificati». Kiev: «La controffensiva ci sarà».Lo speciale contiene due articoli.E se i recenti leak del Pentagono fossero un modo per cercare di impedire una ricandidatura di Joe Biden? L’ipotesi è ardita, ma neanche troppo fantasiosa. Non è d’altronde la prima volta che si verificano situazioni del genere, da quando il diretto interessato si è insediato alla Casa Bianca. A maggio dell’anno scorso, il presidente tenne una telefonata con il segretario alla Difesa, Lloyd Austin, il direttore della Cia, William Burns, e la direttrice dell’Intelligence nazionale, Avril Haines, lamentandosi delle fughe di notizie che si erano registrate poco prima: fughe che avevano rivelato come i servizi americani avessero assistito Kiev nell’affondamento dell’incrociatore Moskva e nell’uccisione di vari generali russi. E che dire dei tre oggetti misteriosi, abbattuti dall’aviazione americana a febbraio nei cieli di Alaska, Michigan e Yukon? Un dossier gestito in modo goffo e surreale, che ha attirato al presidente numerose critiche. Accuse di scarsa trasparenza gli sono arrivate da parlamentari dem e repubblicani, mentre è abbastanza inverosimile che né il Pentagono né i servizi abbiano informazioni più precise su quei misteriosi marchingegni. Senza dimenticare che, il 12 febbraio, Northcom (che fa capo al Pentagono) avallò ufficialmente l’ipotesi che quegli oggetti potessero essere di matrice extraterrestre: un’assurdità, che la Casa Bianca fu costretta a smentire 24 ore più tardi. E adesso l’imbarazzo sta crescendo a causa dei nuovi leak. Se il Dipartimento di Giustizia ha avviato un’indagine, il Consiglio per la sicurezza nazionale non esclude che la fuga di notizie possa essere ancora in corso, mentre tra i documenti coinvolti almeno alcuni risulterebbero «modificati». Frattanto, le commissioni Intelligence di Camera e Senato sono piuttosto irritate e stanno chiedendo, ancora una volta, maggior trasparenza all’amministrazione Biden. Inoltre, al di là del danno in termini di credibilità internazionale, la Casa Bianca si sta trovando in difficoltà anche con partner e alleati che, secondo i leak, Washington avrebbe fondamentalmente spiato: dall’Ucraina alla Corea del Sud, arrivando a Israele. E proprio con lo Stato ebraico si registra la tensione più alta, dopo che uno dei documenti trapelati ha lasciato intendere che i vertici del Mossad avrebbero spinto i loro funzionari a partecipare alle proteste contro la riforma giudiziaria del premier, Benjamin Netanyahu: una circostanza, bollata dall’agenzia d’intelligence israeliana come «completamente falsa e assurda». Va da sé come un simile quadro danneggi Biden sul piano internazionale, aggravando il suo già drammatico isolamento in Medio Oriente. Dulcis in fundo - si fa per dire - questi leak hanno causato dei malumori anche in seno ai Five eyes: l’alleanza in materia d’intelligence tra Usa, Canada, Regno Unito, Australia e Nuova Zelanda. Lunedì, il governo di Ottawa, pur ribadendo il proprio impegno negli stessi Five eyes, si è infatti rifiutato di commentare «su presunte informazioni trapelate». La situazione è complessa e alla sua base si scorge la disastrosa evacuazione dall’Afghanistan dell’agosto 2021: all’epoca, si registrarono forti tensioni su questo dossier tra il Dipartimento di Stato e il Pentagono, così come tra la Casa Bianca e i servizi. Tra l’altro, quella crisi ha rappresentato l’origine del declino politico di Biden ed è abbastanza verosimile che abbia guastato notevolmente i suoi rapporti con le alte sfere dell’intelligence e dell’esercito. D’altronde, era aprile 2021 quando la rivista Foreign Policy riferì che, già ai tempi del suo incarico come vicepresidente, Biden intratteneva relazioni un po’ turbolente con il Pentagono rispetto a varie questioni: dall’Afghanistan alla Libia, passando per l’Iraq e per l’uccisione di Osama bin Laden. E attenzione: il disastro afghano rappresenta un dossier tutt’altro che chiuso. Giovedì, l’amministrazione Biden ha pubblicato un documento in cui ha cercato di attribuire tutte le colpe di quella débâcle non solo a Donald Trump ma anche (significativamente) ai servizi segreti. Inoltre, i deputati repubblicani hanno avviato un’indagine parlamentare sul tema due mesi fa, chiedendo insistentemente di visionare tutte le comunicazioni intercorse tra l’attuale amministrazione americana e i talebani: una richiesta che onestamente suscita degli interrogativi. Insomma, ci sono due ipotesi. O questo caos è frutto di mera incompetenza da parte degli apparati. Oppure questi apparati (o pezzi di essi) stanno remando contro Biden, per scongiurare un suo bis alla Casa Bianca. Certo: è pur vero che il diretto interessato ha appena ribadito di avere intenzione di correre nuovamente. Tuttavia l’annuncio ufficiale di ricandidatura, che tutti attendevano per inizio febbraio, non ha ancora avuto luogo e, secondo il sito Axios, non se ne saprà nulla prima dell’estate o addirittura dell’autunno. Perché questi rinvii? Forse perché il presidente sta incontrando delle resistenze? Non è dato saperlo. Ma è lecito almeno supporlo. Anche perché, al di là del destino politico di Biden, il quadro complessivo è preoccupante: secondo la testata The Intercept, le indagini per fuoriuscita di documenti riservati sono aumentate ai tempi dell’amministrazione Obama, per subire poi un incremento all’epoca di Trump. Difficilmente i recenti leak del Pentagono possono quindi essere considerati un frutto del caso. E intanto l’indecisione di Biden può costar caro a un partito, quello democratico, che rischia di avvicinarsi impreparato all’appuntamento presidenziale del 2024. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ricandidatura-biden-zoppa-deepstate-contro-2659843494.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="legitto-non-fornisce-armi-a-mosca" data-post-id="2659843494" data-published-at="1681311047" data-use-pagination="False"> «L’Egitto non fornisce armi a Mosca» Kiev non intende cambiare i propri piani dopo la rivelazione delle carte segrete americane. La circostanza era stata riferita dalla Cnn. «Non so con chi abbia parlato. In ogni caso, posso dire che il numero di persone che sanno dei nostri piani è estremamente limitato», ha detto il segretario del consiglio nazionale per la sicurezza ucraino, che ha puntualizzato: «La decisione sulle modalità della controffensiva ucraina verrà presa all’ultimo momento». In ogni caso è sempre più difficile comprendere cosa sia vero e cosa sia falso nella vicenda dei leak americani. Seul, dopo il suo coinvolgimento, è intervenuta, dichiarando che una «quantità considerevole di informazioni nei documenti» trapelati del Pentagono «è stata falsificata». La smentita arriva riguardo alle accuse all’Egitto di rifornire di armi i russi. Secondo le carte, il presidente egiziano, Abdel Fattah Al Sisi, uno dei più stretti alleati degli Stati Uniti in Medio Oriente e tra i principali beneficiari degli aiuti americani, avrebbe recentemente ordinato ai suoi sottoposti di produrre in segreto fino a 40.000 razzi da mandare in Russia. «Sembra un’altra bufala, come ce ne sono molte ora, quindi è così che dovrebbero essere trattate tali notizie», le parole di Dmitry Peskov, portavoce del Cremlino. Smentita che naturalmente arriva anche dall’Egitto. Fonti ufficiali hanno precisato che la notizia riportata dal Washington Post è manomissione informativa che non ha alcun fondamento di verità. Ma soprattutto, a parlare di «prove inesistenti» sono proprio gli Stati Uniti. «Non abbiamo avuto nessuna indicazione che l’Egitto abbia fornito missili alla Russia», ha dichiarato il portavoce del Consiglio per la sicurezza nazionale americana, John Kirby, in un briefing. «L’Egitto è un partner importante per la sicurezza nella regione e resta tale. Siamo grati per il ruolo che svolge in Medio Oriente», ha sottolineato. Nel frattempo, in Ucraina c’è poco tempo per pensare alla fuga di carte segrete perché la guerra sul campo è sempre più dura. Kiev sta preparando un nuovo attacco alla flotta russa nel Mar Nero, un’operazione simile a quella che ha portato all’affondamento dell’incrociatore Moskva. Lo ha detto il ministro della Difesa ucraino, Oleksiy Reznikov, durante un briefing: «Possiamo offrire ai russi un’altra sorpresa in mare, un altro missile sulle loro navi. Stiamo solo aspettando il momento giusto». Il ministro che non ha mai rivelato i dettagli dell’operazione dell’affondamento dell’incrociatore russo Moskva, ha ribadito che non lo avrebbe fatto neppure questa volta. A Bakhmut invece sono ancora le truppe russe ad avere la meglio. Secondo il leader del gruppo Wagner, Yevgeny Prigozhin, le forze di Mosca controllerebbero l’80 per cento della città del Donbass. I russi avanzano, certo, ma con perdite significative, tanto che si parla di mobilitazione per portare al fronte forze nuove. Notizia, anche questa, smentita dal Cremlino, che ha chiarito che saranno introdotte semplicemente nuove regole per il reclutamento. Si sta discutendo un emendamento sull’invio di convocazioni militari elettroniche. In base al testo proposto, agli uomini che si sottraggono al servizio di leva sarà vietato lasciare la Russia. In seguito, potrebbe essere introdotto il divieto di guidare automobili, di acquistare e vendere immobili o di contrarre prestiti. Una situazione che si fa sempre più difficile per i russi, così come per gli ucraini. La Polonia ha riferito di aver accolto oltre 11 milioni di profughi dall’inizio della guerra. E circa l’87 per cento di coloro che attraversano il confine sono donne e bambini.
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Non hanno sbandierato gli ultimi rimpatri, da Berlino. Il settimanale Spiegel ha scovato la notizia e ieri l’ha data: un volo charter è decollato dopo mezzanotte di lunedì da Lipsia, con a bordo 25 afghani con precedenti penali, trasferiti all’aeroporto direttamente dal carcere. L’aereo ha fatto scalo in Turchia, a Trebisonda, per poi dirigersi a Kabul. I «remigrati» si erano macchiati di vari reati, tra cui furto, ricettazione, traffico di droga, stupro di gruppo, omicidio colposo, sequestro di persona, rapimento a scopo d’estorsione e crimini «a sfondo politico». Su quest’ultimo reato non sono state diffuse precisazioni. Secondo il settimanale tedesco, questo trasferimento è stato trattato in modo riservato tra le autorità tedesche e il governo dei talebani. A febbraio, c’erano stati altri 20 pregiudicati rimandati in Afghanistan. Ma l’espulsione maggiore è stata quella dello scorso luglio, quando furono imbarcati su un aereo per Kabul 81 persone, tutte pregiudicate, a seguito di una trattativa che aveva visto la mediazione del Qatar, visto che formalmente non ci sono rapporti diplomatici ufficiali con l’Afghanistan.
Anche se si tratta di soggetti che si sono macchiati di reati, le Nazioni unite e molte Ong non vedono di buon occhio questi accordi bilaterali, sia con l’Afghanistan sia con la Siria. E anche l’Ue sta andando a rilento sulla faccenda, nonostante le pressioni di molti Stati membri, con la scusa che a Kabul e a Damasco i diritti umani sono spesso violati e i detenuti rischiano torture e gravi privazioni.
Lo scorso 21 ottobre c’è stato un episodio clamoroso. Dieci Paesi europei, tra cui Germania, Italia, Svezia, Paesi Bassi e Polonia, hanno scritto una lettera a Bruxelles affermando che «l’Ue deve dare una risposta decisa e coordinata per riprendere il controllo sulla migrazione e sulla sicurezza». E hanno indicato l’espulsione degli afghani «senza diritto di residenza» tra i compiti che si deve assumere l’Ue. Secondo quel documento, a fine ottobre c’erano circa 22.870 afghani nell’Ue, che avevano ricevuto una decisione di rimpatrio nel 2024. Ma solo 435 persone sono effettivamente tornate nel loro Paese d’origine.
La Germania, stufa di aspettare, si sta muovendo da sola e batte i propri canali diplomatici. Lo sta facendo anche con i siriani, considerato che a Damasco non c’è più Assad, ma un regime ben visto dall’Europa, anche se guidato da un ex terrorista islamico abilmente ripulito come Ahmad al Shara. Tecnicamente, per l’Ue l’Afghanistan e la Siria sono Paesi d’origine «non sicuri». Il governo dei talebani non è riconosciuto a livello internazionale e non ci sono basi giuridiche per le espulsioni congiunte dell’Ue. Neppure in caso di delinquenti conclamati. Servono quindi un nuovo accordo sui rimpatri, o una modifica della direttiva sul tema, che richiedono l’approvazione dell’Europarlamento e del Consiglio Ue. Chi si muove in autonomia, come Berlino, deve comunque rispettare le norme europee e la Cedu. E poi ci sono i tribunali nazionali, che possono bloccare le cosiddette deportazioni nel caso ravvisino minacce alla vita, all’integrità fisica o alla libertà.
Al di là della prudenza dell’Unione, grazie alla decisione con la quale la Germania sta battendo la sua strada con afghani e siriani (si sta sempre parlando di pregiudicati), anche l’Italia risulta meno sola. O meglio, criticato in patria per l’accordo con l’Albania, il governo Meloni in realtà non è poi tanto solo sull’immigrazione, almeno nell’Europa che conta. Un altro esempio arriva dal Regno Unito, guidato dai laburisti, che la scorsa settimana ha firmato un nuovo accordo con la Francia per collaborare nel fermare i clandestini che vogliono attraversare la Manica. Il tutto con la previsione di robusti incentivi economici a favore della polizia francese, da parte del governo di Keir Starmer. Si tratta di un bagno di realtà, di una presa d’atto (quasi tardiva) che il problema dell’immigrazione clandestina non era solo di chi ha tanti chilometri di coste a Sud. E il motivo è che, con le destre in vantaggio nei sondaggi sia in Regno Unito che in Francia, nessun governante vuole andare a casa per colpa dell’immigrazione fuori controllo. Neppure se vuol fare il progressista.
E proprio ieri, l’Ufficio federale per la migrazione e i rifugiati di Berlino ha reso noto che la Germania non è più la prima destinazione d’asilo d’Europa. Nel primo trimestre, le domande sono calate del 23% rispetto al medesimo periodo del 2025 e per la prima volta la Germania perde il primo posto per scendere al quarto, subito dietro all’Italia. Attenzione, però, perché Germania, Italia, Spagna e Francia continuano a rappresentare complessivamente il 75% di tutte le prime domande d’asilo del Continente. A lungo negata, anche sull’immigrazione clandestina c’è una legge della domanda e dell’offerta. Dove i messaggi che un singolo governo manda, come quello di Berlino, contano parecchio.
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La sinistra è sicura di condividere la voglia di cambiamento che una nutrita schiera di musulmani vuole esprimere, attraverso suoi rappresentanti nelle nostre istituzioni? In ogni caso, molti invece sono preoccupati, e a ragione, per quella che appare una islamizzazione veicolata dal Pd.
I bengalesi «sono una comunità numerosa, organizzata, coesa. Hanno obiettivi precisi e li perseguono con metodo», scrive sui social Francesca Zaccariotto, assessore comunale a Venezia di Fratelli d’Italia. «Hanno capito qualcosa che noi abbiamo dimenticato o, peggio, fingiamo di ignorare: quando non puoi conquistare uno spazio frontalmente, lo fai in modo strategico. Una lezione antica quanto la storia: il Cavallo di Troia. Qui il meccanismo è semplice: non serve convincere tutti, basta essere compatti. Bastano poche migliaia di voti ben indirizzati per determinare un’elezione».
In ballo non c’è solo la questione, seppur rilevante, della gigantesca moschea a Mestre che dovrebbe sorgere sul terreno di un’ex falegnameria. La vera preoccupazione è per i valori, i principi, la visione democratica che mai potrebbe avere una comunità bengalese i cui appartenenti preferiscono utilizzare la propria lingua in parte della comunicazione, mostrandosi nelle locandine elettorali in abiti tradizionali e velo islamico, con scritte bangla come ulteriore segno di differenziazione.
Tra i più numerosi in Laguna, 20.000 considerando residenti e domiciliati, ben 3.000 bengalesi hanno la cittadinanza italiana. Domenica 24 e lunedì 25 maggio, dunque, potranno recarsi alle urne per eleggere il prossimo sindaco di Venezia e contribuire al rinnovo dei Consigli comunali in diverse municipalità. A differenza di molti elettori veneti disamorati o indifferenti alle amministrative come purtroppo accade in altre Regioni italiane, i bengalesi hanno idee ben chiare o, meglio, obbediscono alle indicazioni di voto dei loro rappresentanti.
Se i sei candidati fanno parte del campo largo messo insieme dalla sinistra (da Pd ad Avs, M5s, +Europa), è pressoché scontato che gran parte di quei 3.000 elettori bengalesi non esprimeranno preferenze a destra. Possono essere determinanti per la vittoria del Pd, ma così otterranno anche dei consiglieri che rappresentano i bengalesi, ovvero pronti a dare ancora più voce a istanze dei musulmani.
«Non si è trattato di qualche presenza, ma di una lista di supporto fatta appositamente. Quindi con la volontà di andare a raccattare voti, nella tendenza di annacquamento totale della realtà identitaria che c’è a Venezia», commenta Riccardo Szumski, il medico eletto consigliere regionale di Resistere Veneto con più di 17.000 preferenze. «Il Pd è molto attento alle esigenze di inclusione, ma anche alla sovrapposizione a scapito degli autoctoni. Come andrà a finire? A pensare male forse non si sbaglia troppo».
Davide Lovat, l’altro consigliere regionale di Resistere Veneto, pone l’accento su quanto appare nei volantini elettorali dove i candidati vengono presentati in caratteri bangla sotto il simbolo del Pd: «Non si può accettare che venga scritto “Vota nel nome di Allah, il compassionevole, il misericordioso”, perché significa che si vuole applicare quel tipo di cultura nell’ambito delle istituzioni democratiche, senza riconoscerne le regole. L’islam, che non riconosce la laicità dello Stato, è incompatibile con la democrazia».
«Il nostro impegno è chiaro, restituire potere alle municipalità e voce ai cittadini: è da qui che deve ripartire il governo della città», scriveva qualche giorno fa Martella. Osserva invece Zaccariotto «Quando dicono “eleggeteci e vedrete cosa faremo nei prossimi cinque anni […] eleggeteci e faremo la moschea” non parliamo più di integrazione ma di imposizione. Il rischio è che il voto diventi identitario, etnico, e non più basato su una visione condivisa del bene comune».
Ermelinda Damiano, presidente del consiglio comunale uscente e candidata con la lista civica Venturini sindaco, ricorda che «parliamo di una visione del mondo che non prevede l’indipendenza economica della donna, la libertà di vestirsi come si vuole, di studiare liberamente, di avere relazioni con persone di altre confessioni religiose. Una religione che prevede la sottomissione all’uomo, il velo, la separazione tra uomini e donne anche negli spazi pubblici. Tutto questo non è compatibile con i valori su cui abbiamo costruito la nostra società», ha dichiarato a Venezia Today, chiedendo alle donne del Pd di «non tacere».
L’eurodeputata della Lega ed ex sindaco di Monfalcone Anna Maria Cisint non ha dubbi: «Il Partito democratico a Venezia si fa partito islamico e spalanca le porte del Comune all’islam più radicale. Una croce sul simbolo del Pd diventa un voto per l’applicazione dei dogmi della sharia, un lasciapassare per coloro che, secondo la strategia dell’islam politico di conquista, vogliono entrare nelle istituzioni per cambiare le regole a loro piacimento, nel solo interesse di una parte della città: quella islamica».
Aggiunge: «L’obiettivo è modificare i piani regolatori per realizzare moschee, cimiteri islamici, poligamia, Ramadan e feste del sacrificio ovunque, e in quei contesti predicare dogmi della sharia incompatibili con le nostre leggi e i nostri valori». Un’invasione che va fermata.
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Dalla ristorazione alla grande distribuzione, dal confezionamento alimentare al retail: l’estate si conferma un momento chiave per chi cerca lavoro, con migliaia di posizioni aperte in tutta Italia secondo Openjobmetis.
L’estate si conferma anche nel 2026 un momento chiave per chi è alla ricerca di un impiego. A dirlo è Openjobmetis, che segnala oltre 2.000 posizioni aperte in tutta Italia tra contratti stagionali e opportunità a più lungo termine.
La domanda di lavoro si distribuisce lungo tutta la penisola, ma con una concentrazione più marcata nelle aree a forte vocazione turistica e nei distretti produttivi. Il Nord si conferma il principale motore occupazionale, con il Veneto in prima linea: nella regione si contano più di 300 posizioni aperte nel periodo compreso tra maggio e settembre.
Proprio il Veneto offre una fotografia della varietà delle opportunità estive. Accanto agli impieghi nel commercio, con circa 50 addetti vendita tra Padova, Venezia e Vicenza, cresce la richiesta anche nel comparto produttivo e alimentare, dove si cercano operai e addetti alla lavorazione. Nelle zone turistiche, come il litorale veneziano e Jesolo, aumenta invece il fabbisogno nella ristorazione, nei servizi e nella grande distribuzione.
Il turismo resta infatti uno dei principali motori dell’occupazione stagionale. Dalla Sardegna alla Calabria, passando per Emilia-Romagna e Toscana, alberghi, ristoranti e attività legate all’accoglienza continuano a trainare le assunzioni. In Sardegna, in particolare, si concentrano opportunità per camerieri, personale alberghiero, addetti ai fast food e bagnini, oltre a figure legate ai servizi essenziali come la gestione dei rifiuti, soprattutto nei periodi di maggiore affluenza. Situazione simile lungo la costa adriatica dell’Emilia-Romagna e nelle località balneari calabresi, dove resta alta la richiesta di personale per hotel, ristorazione e grande distribuzione.
Accanto al turismo, si rafforza anche il comparto della logistica. In regioni come Liguria, Piemonte e Marche si registra una domanda significativa di magazzinieri, autisti e addetti al carico e scarico merci, spinta sia dall’aumento dei consumi estivi sia dalle necessità di rifornimento delle località turistiche.
Un contributo rilevante arriva inoltre dal settore produttivo e agroalimentare. L’Emilia-Romagna si distingue per il numero di opportunità nella lavorazione della frutta e nella logistica industriale, con diverse posizioni tra addetti alla cernita, carrellisti e operatori di magazzino nell’area di Castelfranco Emilia, in provincia di Modena. Anche Marche e Umbria confermano il peso del comparto alimentare, in particolare nelle attività di confezionamento, con un focus sul distretto di Perugia.
Nel complesso emerge un mercato del lavoro estivo sempre più articolato, dove alla tradizionale flessibilità dei lavori stagionali si affianca una crescente richiesta di profili tecnici e specializzati. Un’evoluzione che, secondo Elisa Fagotto, apre nuove prospettive: l’estate non rappresenta più soltanto una fase temporanea, ma diventa anche un’occasione per le aziende di valutare nuove risorse e, per molti lavoratori, un possibile punto di partenza verso impieghi più stabili.
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