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2023-04-12
La ricandidatura di Biden è già zoppa: il Deep State americano rema contro
Joe Biden (Ansa)
E se i recenti leak del Pentagono fossero un modo per cercare di impedire una ricandidatura di Joe Biden? L’ipotesi è ardita, ma neanche troppo fantasiosa. Non è d’altronde la prima volta che si verificano situazioni del genere, da quando il diretto interessato si è insediato alla Casa Bianca.
A maggio dell’anno scorso, il presidente tenne una telefonata con il segretario alla Difesa, Lloyd Austin, il direttore della Cia, William Burns, e la direttrice dell’Intelligence nazionale, Avril Haines, lamentandosi delle fughe di notizie che si erano registrate poco prima: fughe che avevano rivelato come i servizi americani avessero assistito Kiev nell’affondamento dell’incrociatore Moskva e nell’uccisione di vari generali russi. E che dire dei tre oggetti misteriosi, abbattuti dall’aviazione americana a febbraio nei cieli di Alaska, Michigan e Yukon? Un dossier gestito in modo goffo e surreale, che ha attirato al presidente numerose critiche. Accuse di scarsa trasparenza gli sono arrivate da parlamentari dem e repubblicani, mentre è abbastanza inverosimile che né il Pentagono né i servizi abbiano informazioni più precise su quei misteriosi marchingegni. Senza dimenticare che, il 12 febbraio, Northcom (che fa capo al Pentagono) avallò ufficialmente l’ipotesi che quegli oggetti potessero essere di matrice extraterrestre: un’assurdità, che la Casa Bianca fu costretta a smentire 24 ore più tardi.
E adesso l’imbarazzo sta crescendo a causa dei nuovi leak. Se il Dipartimento di Giustizia ha avviato un’indagine, il Consiglio per la sicurezza nazionale non esclude che la fuga di notizie possa essere ancora in corso, mentre tra i documenti coinvolti almeno alcuni risulterebbero «modificati». Frattanto, le commissioni Intelligence di Camera e Senato sono piuttosto irritate e stanno chiedendo, ancora una volta, maggior trasparenza all’amministrazione Biden. Inoltre, al di là del danno in termini di credibilità internazionale, la Casa Bianca si sta trovando in difficoltà anche con partner e alleati che, secondo i leak, Washington avrebbe fondamentalmente spiato: dall’Ucraina alla Corea del Sud, arrivando a Israele. E proprio con lo Stato ebraico si registra la tensione più alta, dopo che uno dei documenti trapelati ha lasciato intendere che i vertici del Mossad avrebbero spinto i loro funzionari a partecipare alle proteste contro la riforma giudiziaria del premier, Benjamin Netanyahu: una circostanza, bollata dall’agenzia d’intelligence israeliana come «completamente falsa e assurda». Va da sé come un simile quadro danneggi Biden sul piano internazionale, aggravando il suo già drammatico isolamento in Medio Oriente. Dulcis in fundo - si fa per dire - questi leak hanno causato dei malumori anche in seno ai Five eyes: l’alleanza in materia d’intelligence tra Usa, Canada, Regno Unito, Australia e Nuova Zelanda. Lunedì, il governo di Ottawa, pur ribadendo il proprio impegno negli stessi Five eyes, si è infatti rifiutato di commentare «su presunte informazioni trapelate».
La situazione è complessa e alla sua base si scorge la disastrosa evacuazione dall’Afghanistan dell’agosto 2021: all’epoca, si registrarono forti tensioni su questo dossier tra il Dipartimento di Stato e il Pentagono, così come tra la Casa Bianca e i servizi. Tra l’altro, quella crisi ha rappresentato l’origine del declino politico di Biden ed è abbastanza verosimile che abbia guastato notevolmente i suoi rapporti con le alte sfere dell’intelligence e dell’esercito. D’altronde, era aprile 2021 quando la rivista Foreign Policy riferì che, già ai tempi del suo incarico come vicepresidente, Biden intratteneva relazioni un po’ turbolente con il Pentagono rispetto a varie questioni: dall’Afghanistan alla Libia, passando per l’Iraq e per l’uccisione di Osama bin Laden. E attenzione: il disastro afghano rappresenta un dossier tutt’altro che chiuso. Giovedì, l’amministrazione Biden ha pubblicato un documento in cui ha cercato di attribuire tutte le colpe di quella débâcle non solo a Donald Trump ma anche (significativamente) ai servizi segreti. Inoltre, i deputati repubblicani hanno avviato un’indagine parlamentare sul tema due mesi fa, chiedendo insistentemente di visionare tutte le comunicazioni intercorse tra l’attuale amministrazione americana e i talebani: una richiesta che onestamente suscita degli interrogativi.
Insomma, ci sono due ipotesi. O questo caos è frutto di mera incompetenza da parte degli apparati. Oppure questi apparati (o pezzi di essi) stanno remando contro Biden, per scongiurare un suo bis alla Casa Bianca. Certo: è pur vero che il diretto interessato ha appena ribadito di avere intenzione di correre nuovamente.
Tuttavia l’annuncio ufficiale di ricandidatura, che tutti attendevano per inizio febbraio, non ha ancora avuto luogo e, secondo il sito Axios, non se ne saprà nulla prima dell’estate o addirittura dell’autunno. Perché questi rinvii? Forse perché il presidente sta incontrando delle resistenze? Non è dato saperlo. Ma è lecito almeno supporlo. Anche perché, al di là del destino politico di Biden, il quadro complessivo è preoccupante: secondo la testata The Intercept, le indagini per fuoriuscita di documenti riservati sono aumentate ai tempi dell’amministrazione Obama, per subire poi un incremento all’epoca di Trump. Difficilmente i recenti leak del Pentagono possono quindi essere considerati un frutto del caso. E intanto l’indecisione di Biden può costar caro a un partito, quello democratico, che rischia di avvicinarsi impreparato all’appuntamento presidenziale del 2024.
«L’Egitto non fornisce armi a Mosca»
Kiev non intende cambiare i propri piani dopo la rivelazione delle carte segrete americane. La circostanza era stata riferita dalla Cnn. «Non so con chi abbia parlato. In ogni caso, posso dire che il numero di persone che sanno dei nostri piani è estremamente limitato», ha detto il segretario del consiglio nazionale per la sicurezza ucraino, che ha puntualizzato: «La decisione sulle modalità della controffensiva ucraina verrà presa all’ultimo momento». In ogni caso è sempre più difficile comprendere cosa sia vero e cosa sia falso nella vicenda dei leak americani. Seul, dopo il suo coinvolgimento, è intervenuta, dichiarando che una «quantità considerevole di informazioni nei documenti» trapelati del Pentagono «è stata falsificata». La smentita arriva riguardo alle accuse all’Egitto di rifornire di armi i russi. Secondo le carte, il presidente egiziano, Abdel Fattah Al Sisi, uno dei più stretti alleati degli Stati Uniti in Medio Oriente e tra i principali beneficiari degli aiuti americani, avrebbe recentemente ordinato ai suoi sottoposti di produrre in segreto fino a 40.000 razzi da mandare in Russia. «Sembra un’altra bufala, come ce ne sono molte ora, quindi è così che dovrebbero essere trattate tali notizie», le parole di Dmitry Peskov, portavoce del Cremlino. Smentita che naturalmente arriva anche dall’Egitto. Fonti ufficiali hanno precisato che la notizia riportata dal Washington Post è manomissione informativa che non ha alcun fondamento di verità. Ma soprattutto, a parlare di «prove inesistenti» sono proprio gli Stati Uniti. «Non abbiamo avuto nessuna indicazione che l’Egitto abbia fornito missili alla Russia», ha dichiarato il portavoce del Consiglio per la sicurezza nazionale americana, John Kirby, in un briefing. «L’Egitto è un partner importante per la sicurezza nella regione e resta tale. Siamo grati per il ruolo che svolge in Medio Oriente», ha sottolineato. Nel frattempo, in Ucraina c’è poco tempo per pensare alla fuga di carte segrete perché la guerra sul campo è sempre più dura. Kiev sta preparando un nuovo attacco alla flotta russa nel Mar Nero, un’operazione simile a quella che ha portato all’affondamento dell’incrociatore Moskva. Lo ha detto il ministro della Difesa ucraino, Oleksiy Reznikov, durante un briefing: «Possiamo offrire ai russi un’altra sorpresa in mare, un altro missile sulle loro navi. Stiamo solo aspettando il momento giusto». Il ministro che non ha mai rivelato i dettagli dell’operazione dell’affondamento dell’incrociatore russo Moskva, ha ribadito che non lo avrebbe fatto neppure questa volta. A Bakhmut invece sono ancora le truppe russe ad avere la meglio. Secondo il leader del gruppo Wagner, Yevgeny Prigozhin, le forze di Mosca controllerebbero l’80 per cento della città del Donbass. I russi avanzano, certo, ma con perdite significative, tanto che si parla di mobilitazione per portare al fronte forze nuove. Notizia, anche questa, smentita dal Cremlino, che ha chiarito che saranno introdotte semplicemente nuove regole per il reclutamento. Si sta discutendo un emendamento sull’invio di convocazioni militari elettroniche. In base al testo proposto, agli uomini che si sottraggono al servizio di leva sarà vietato lasciare la Russia. In seguito, potrebbe essere introdotto il divieto di guidare automobili, di acquistare e vendere immobili o di contrarre prestiti. Una situazione che si fa sempre più difficile per i russi, così come per gli ucraini. La Polonia ha riferito di aver accolto oltre 11 milioni di profughi dall’inizio della guerra. E circa l’87 per cento di coloro che attraversano il confine sono donne e bambini.
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Mentre l’annuncio ufficiale tarda ad arrivare, la nuova fuga di notizie dal Pentagono scuote la Casa Bianca che ora è in imbarazzo con Israele e con i Five eyes. Sempre più difficile credere che si tratti di incidenti.Gli Usa difendono l’alleato dalle accuse del «Washington Post»: «Prove inesistenti». Mentre Seul parla di fuga di «documenti falsificati». Kiev: «La controffensiva ci sarà».Lo speciale contiene due articoli.E se i recenti leak del Pentagono fossero un modo per cercare di impedire una ricandidatura di Joe Biden? L’ipotesi è ardita, ma neanche troppo fantasiosa. Non è d’altronde la prima volta che si verificano situazioni del genere, da quando il diretto interessato si è insediato alla Casa Bianca. A maggio dell’anno scorso, il presidente tenne una telefonata con il segretario alla Difesa, Lloyd Austin, il direttore della Cia, William Burns, e la direttrice dell’Intelligence nazionale, Avril Haines, lamentandosi delle fughe di notizie che si erano registrate poco prima: fughe che avevano rivelato come i servizi americani avessero assistito Kiev nell’affondamento dell’incrociatore Moskva e nell’uccisione di vari generali russi. E che dire dei tre oggetti misteriosi, abbattuti dall’aviazione americana a febbraio nei cieli di Alaska, Michigan e Yukon? Un dossier gestito in modo goffo e surreale, che ha attirato al presidente numerose critiche. Accuse di scarsa trasparenza gli sono arrivate da parlamentari dem e repubblicani, mentre è abbastanza inverosimile che né il Pentagono né i servizi abbiano informazioni più precise su quei misteriosi marchingegni. Senza dimenticare che, il 12 febbraio, Northcom (che fa capo al Pentagono) avallò ufficialmente l’ipotesi che quegli oggetti potessero essere di matrice extraterrestre: un’assurdità, che la Casa Bianca fu costretta a smentire 24 ore più tardi. E adesso l’imbarazzo sta crescendo a causa dei nuovi leak. Se il Dipartimento di Giustizia ha avviato un’indagine, il Consiglio per la sicurezza nazionale non esclude che la fuga di notizie possa essere ancora in corso, mentre tra i documenti coinvolti almeno alcuni risulterebbero «modificati». Frattanto, le commissioni Intelligence di Camera e Senato sono piuttosto irritate e stanno chiedendo, ancora una volta, maggior trasparenza all’amministrazione Biden. Inoltre, al di là del danno in termini di credibilità internazionale, la Casa Bianca si sta trovando in difficoltà anche con partner e alleati che, secondo i leak, Washington avrebbe fondamentalmente spiato: dall’Ucraina alla Corea del Sud, arrivando a Israele. E proprio con lo Stato ebraico si registra la tensione più alta, dopo che uno dei documenti trapelati ha lasciato intendere che i vertici del Mossad avrebbero spinto i loro funzionari a partecipare alle proteste contro la riforma giudiziaria del premier, Benjamin Netanyahu: una circostanza, bollata dall’agenzia d’intelligence israeliana come «completamente falsa e assurda». Va da sé come un simile quadro danneggi Biden sul piano internazionale, aggravando il suo già drammatico isolamento in Medio Oriente. Dulcis in fundo - si fa per dire - questi leak hanno causato dei malumori anche in seno ai Five eyes: l’alleanza in materia d’intelligence tra Usa, Canada, Regno Unito, Australia e Nuova Zelanda. Lunedì, il governo di Ottawa, pur ribadendo il proprio impegno negli stessi Five eyes, si è infatti rifiutato di commentare «su presunte informazioni trapelate». La situazione è complessa e alla sua base si scorge la disastrosa evacuazione dall’Afghanistan dell’agosto 2021: all’epoca, si registrarono forti tensioni su questo dossier tra il Dipartimento di Stato e il Pentagono, così come tra la Casa Bianca e i servizi. Tra l’altro, quella crisi ha rappresentato l’origine del declino politico di Biden ed è abbastanza verosimile che abbia guastato notevolmente i suoi rapporti con le alte sfere dell’intelligence e dell’esercito. D’altronde, era aprile 2021 quando la rivista Foreign Policy riferì che, già ai tempi del suo incarico come vicepresidente, Biden intratteneva relazioni un po’ turbolente con il Pentagono rispetto a varie questioni: dall’Afghanistan alla Libia, passando per l’Iraq e per l’uccisione di Osama bin Laden. E attenzione: il disastro afghano rappresenta un dossier tutt’altro che chiuso. Giovedì, l’amministrazione Biden ha pubblicato un documento in cui ha cercato di attribuire tutte le colpe di quella débâcle non solo a Donald Trump ma anche (significativamente) ai servizi segreti. Inoltre, i deputati repubblicani hanno avviato un’indagine parlamentare sul tema due mesi fa, chiedendo insistentemente di visionare tutte le comunicazioni intercorse tra l’attuale amministrazione americana e i talebani: una richiesta che onestamente suscita degli interrogativi. Insomma, ci sono due ipotesi. O questo caos è frutto di mera incompetenza da parte degli apparati. Oppure questi apparati (o pezzi di essi) stanno remando contro Biden, per scongiurare un suo bis alla Casa Bianca. Certo: è pur vero che il diretto interessato ha appena ribadito di avere intenzione di correre nuovamente. Tuttavia l’annuncio ufficiale di ricandidatura, che tutti attendevano per inizio febbraio, non ha ancora avuto luogo e, secondo il sito Axios, non se ne saprà nulla prima dell’estate o addirittura dell’autunno. Perché questi rinvii? Forse perché il presidente sta incontrando delle resistenze? Non è dato saperlo. Ma è lecito almeno supporlo. Anche perché, al di là del destino politico di Biden, il quadro complessivo è preoccupante: secondo la testata The Intercept, le indagini per fuoriuscita di documenti riservati sono aumentate ai tempi dell’amministrazione Obama, per subire poi un incremento all’epoca di Trump. Difficilmente i recenti leak del Pentagono possono quindi essere considerati un frutto del caso. E intanto l’indecisione di Biden può costar caro a un partito, quello democratico, che rischia di avvicinarsi impreparato all’appuntamento presidenziale del 2024. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ricandidatura-biden-zoppa-deepstate-contro-2659843494.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="legitto-non-fornisce-armi-a-mosca" data-post-id="2659843494" data-published-at="1681311047" data-use-pagination="False"> «L’Egitto non fornisce armi a Mosca» Kiev non intende cambiare i propri piani dopo la rivelazione delle carte segrete americane. La circostanza era stata riferita dalla Cnn. «Non so con chi abbia parlato. In ogni caso, posso dire che il numero di persone che sanno dei nostri piani è estremamente limitato», ha detto il segretario del consiglio nazionale per la sicurezza ucraino, che ha puntualizzato: «La decisione sulle modalità della controffensiva ucraina verrà presa all’ultimo momento». In ogni caso è sempre più difficile comprendere cosa sia vero e cosa sia falso nella vicenda dei leak americani. Seul, dopo il suo coinvolgimento, è intervenuta, dichiarando che una «quantità considerevole di informazioni nei documenti» trapelati del Pentagono «è stata falsificata». La smentita arriva riguardo alle accuse all’Egitto di rifornire di armi i russi. Secondo le carte, il presidente egiziano, Abdel Fattah Al Sisi, uno dei più stretti alleati degli Stati Uniti in Medio Oriente e tra i principali beneficiari degli aiuti americani, avrebbe recentemente ordinato ai suoi sottoposti di produrre in segreto fino a 40.000 razzi da mandare in Russia. «Sembra un’altra bufala, come ce ne sono molte ora, quindi è così che dovrebbero essere trattate tali notizie», le parole di Dmitry Peskov, portavoce del Cremlino. Smentita che naturalmente arriva anche dall’Egitto. Fonti ufficiali hanno precisato che la notizia riportata dal Washington Post è manomissione informativa che non ha alcun fondamento di verità. Ma soprattutto, a parlare di «prove inesistenti» sono proprio gli Stati Uniti. «Non abbiamo avuto nessuna indicazione che l’Egitto abbia fornito missili alla Russia», ha dichiarato il portavoce del Consiglio per la sicurezza nazionale americana, John Kirby, in un briefing. «L’Egitto è un partner importante per la sicurezza nella regione e resta tale. Siamo grati per il ruolo che svolge in Medio Oriente», ha sottolineato. Nel frattempo, in Ucraina c’è poco tempo per pensare alla fuga di carte segrete perché la guerra sul campo è sempre più dura. Kiev sta preparando un nuovo attacco alla flotta russa nel Mar Nero, un’operazione simile a quella che ha portato all’affondamento dell’incrociatore Moskva. Lo ha detto il ministro della Difesa ucraino, Oleksiy Reznikov, durante un briefing: «Possiamo offrire ai russi un’altra sorpresa in mare, un altro missile sulle loro navi. Stiamo solo aspettando il momento giusto». Il ministro che non ha mai rivelato i dettagli dell’operazione dell’affondamento dell’incrociatore russo Moskva, ha ribadito che non lo avrebbe fatto neppure questa volta. A Bakhmut invece sono ancora le truppe russe ad avere la meglio. Secondo il leader del gruppo Wagner, Yevgeny Prigozhin, le forze di Mosca controllerebbero l’80 per cento della città del Donbass. I russi avanzano, certo, ma con perdite significative, tanto che si parla di mobilitazione per portare al fronte forze nuove. Notizia, anche questa, smentita dal Cremlino, che ha chiarito che saranno introdotte semplicemente nuove regole per il reclutamento. Si sta discutendo un emendamento sull’invio di convocazioni militari elettroniche. In base al testo proposto, agli uomini che si sottraggono al servizio di leva sarà vietato lasciare la Russia. In seguito, potrebbe essere introdotto il divieto di guidare automobili, di acquistare e vendere immobili o di contrarre prestiti. Una situazione che si fa sempre più difficile per i russi, così come per gli ucraini. La Polonia ha riferito di aver accolto oltre 11 milioni di profughi dall’inizio della guerra. E circa l’87 per cento di coloro che attraversano il confine sono donne e bambini.
Ansa
L’Italia ha festeggiato l’arrivo del nuovo anno dovendo fare i conti con la violenza e l’arroganza dei maranza, ovvero le baby gang di seconda generazione, prevalentemente formate da nordafricani e mediorientali, che da tempo seminano il terrore, in particolare nelle grandi città. Chi ha trascorso il Capodanno a Roma, vicino al Colosseo, ha vissuto attimi di paura. Stesso film all’ombra della Madonnina e disordini anche a Torino.
A Roma, migliaia di persone si erano radunate ai Fori imperiali con l’intenzione di brindare al 2026 in uno dei luoghi più suggestivi della Capitale. Ma così non è stato perché, come documentano alcuni dei presenti sui social, gruppi di stranieri hanno interrotto il clima di festa creando tensione. La situazione è diventata sempre più incandescente nella zona del ponte degli Annibaldi, da tempo preso di mira da bande di nordafricani spesso al centro di risse e aggressioni. A un certo punto hanno iniziato a lanciare petardi e bottiglie contro i passanti. La situazione è diventata caotica e pericolosa, tanto da costringere il personale medico e paramedico di un’ambulanza a scendere dal mezzo per paura che qualcuno si potesse fare male perché, come mostrano molti video, le bande di stranieri hanno lanciato petardi persino sul mezzo di soccorso. I sanitari hanno dovuto raggiungere a piedi il luogo in cui era stato richiesto l’intervento. Nella giornata di ieri, sui social hanno iniziato a girare diversi filmati che riprendono i momenti di panico vissuti a Roma a Capodanno e, in particolare, l’ambulanza bloccata dai maranza.
Ma non è stato quello l’unico episodio di violenza causato dalle gang dei nordafricani, come si evince pure dal materiale pubblicato da Welcome to favelas. Diversi nordafricani, sempre in zona Colosseo, hanno iniziato a far esplodere fuochi d’artificio ad altezza d’uomo. L’intento, secondo quanto è emerso, era proprio quello di creare disordini e provocare risse, come in realtà è avvenuto. Le forze dell’ordine sono state costrette a intervenire in più zone più volte per evitare che la situazione potesse degenerare. Infatti, alcune persone hanno reagito all’arroganza dei maranza per difendersi.
Nei pressi della nuova fermata della metropolitana, la situazione è degenerata in poco tempo fino ad arrivare a un pestaggio che ha coinvolto decine di persone che si sarebbero opposte a un tentativo di borseggio.
Non è stato un bel Capodanno nemmeno a Torino. Qui, le tensioni sono esplose nel corso di una manifestazione. Erano in 2.000, per lo più antagonisti del centro sociale Askatasuna, sgomberato il 18 dicembre scorso, a dar vita alla Street Parade. Il clima era molto caldo. La musica era a tutto volume, sparata dalle casse di un furgone, che ha aperto il corteo. La manifestazione è stata organizzata anche per chiedere di «liberare il quartiere Vanchiglia». E poi canti e balli fino all’alba davanti al campus Einaudi. Ma la situazione è degenerata tanto che quattro carabinieri sono rimasti leggermente feriti. I momenti di tensione sono stati diversi e, per fortuna, si è evitato che i disordini degenerassero così come, invece, era già accaduto in passato. Quanto accaduto a Torino ha preoccupato i cittadini e una parte della politica che ha evidenziato la gravità di tali vicende. «Mai come oggi», ha ribadito la deputata di Fdi, Augusta Montaruli, «la città di Torino deve ringraziare governo e forze dell’ordine. Da un lato si impedisce a frange violente di continuare a beneficiare di uno spazio usato negli anni per preparare le peggiori violenze, dall’altro si garantisce la sicurezza dei torinesi da manifestazioni il cui unico intento è destabilizzare, provando a continuare a tenere sotto ricatto una città facendo leva sul suo sindaco e su quelle forze politiche che lo sostengono ancora. C’è chi vorrebbe cedere, perseverando in accordi improbabili che hanno già dimostrato il totale fallimento della strategia delle concessioni a chi alza costantemente la posta con aggressioni ignobili: noi no».
Quello che è accaduto nella notte di Capodanno, ha aggiunto Montarulo, «ha solo dimostrato ancora una volta il volto violento di Askatasuna e la sua prepotenza. Solidarietà agli agenti feriti, a chi ha dovuto subire danni, a una Torino che ha dovuto subire la paura verso questi personaggi, ma che ha scelto di non chinare il capo davanti a loro e di non continuare a dargli la corsia preferenziale».
I maranza hanno fatto sentire la loro voce pure a Milano, dove non sono mancati disordini e tensioni. C’è da notare, guardando i video e le immagini diffuse sui social, che all’ombra della Madonnina il Capodanno 2026 è stato un po’ sottotono, come dimostrano le foto e i reel di una piazza Duomo, sicuramente non affollata e stracolma come in passato. Da quanto è emerso, i milanesi avrebbero preferito allontanarsi dalla città e festeggiare altrove, molto probabilmente per mettersi al sicuro da risse, aggressioni e quindi dalla violenza dei maranza.
Nella notte di Capodanno anche in piazza Duomo a Milano si è registrato qualche momento di tensione, in alcuni casi causato forse dalle misure di sicurezza che hanno limitato il numero degli ingressi e tenuto alta l’allerta sulle baby gang.
Botti, ci scappa il morto (e 283 feriti)
Il bilancio dei festeggiamenti per il Capodanno 2026 racconta una storia che si ripete, con variazioni minime, ogni volta. Nella notte tra il 31 dicembre e il 1° gennaio, l’uso di botti e fuochi d’artificio ha provocato un morto e 283 feriti in tutta Italia, 54 dei quali ricoverati. I dati arrivano dal dipartimento della Pubblica sicurezza del Viminale. I numeri risultano in lieve calo rispetto al Capodanno precedente, quando i feriti erano stati 309.
La vittima è un uomo di 63 anni, di nazionalità moldava, deceduto ad Acilia (Roma), nei pressi di un parco pubblico. Il corpo è stato trovato dai carabinieri: l’uomo è morto per una grave emorragia provocata dall’esplosione di un petardo che stava maneggiando. Durante la stessa notte, si sono registrati anche 12 ferimenti da colpi d’arma da fuoco, un dato che contribuisce a rendere più pesante il bilancio complessivo.
Tra i 283 feriti, 245 hanno riportato prognosi pari o inferiori a 40 giorni, mentre 50 sono i feriti gravi, con prognosi superiori ai 40 giorni. Si contano inoltre 68 minori feriti, contro i 90 dell’anno scorso. In molti casi si tratta di lesioni devastanti: amputazioni di dita o mani, ustioni profonde, danni permanenti agli arti superiori. Ferite che i medici dei pronto soccorso definiscono ormai tipiche della notte di Capodanno.
Tra gli episodi più gravi figura quanto avvenuto a Milano, dove due ragazzi di 12 anni sono rimasti gravemente feriti nella tarda mattinata del primo gennaio, in via Alfonso Gatto. Uno dei due ha perso una mano dopo l’esplosione di un botto ed è stato ricoverato in codice rosso all’ospedale Niguarda. L’altro, con ferite al torace e alle gambe, è stato trasferito in codice giallo al San Raffaele. Nessuno dei due è in pericolo di vita, ma l’episodio riporta al centro il tema dell’accesso dei minori al materiale pirotecnico proibito.
A Roma, oltre al decesso del cittadino moldavo, un trentatreenne italiano è ricoverato in prognosi riservata al policlinico Umberto I dopo aver riportato l’amputazione dell’orecchio destro e gravi lesioni al volto e all’occhio. Un bambino di 11 anni è stato invece trasportato all’ospedale Grassi di Ostia per una lesione all’orecchio, giudicata guaribile in 20 giorni.
Numerosi i casi gravi anche nel resto d’Italia. A Vercelli un uomo di 43 anni è in pericolo di vita dopo l’amputazione di una mano e gravi traumi al torace e all’addome. A Foggia è ricoverato in prognosi riservata un diciassettenne romeno, trasportato in elisoccorso dopo aver perso una mano. A Brescia un quattordicenne egiziano ha subito l’amputazione di due dita ed è in prognosi riservata, mentre a Taranto un tredicenne è rimasto gravemente ferito dopo aver raccolto un petardo inesploso.
A Napoli, dove si contano 57 feriti tra città e provincia, si è verificato anche un episodio emblematico. Un ventiquattrenne romano, come riportato da Adnkronos, ha perso tre dita per l’esplosione di un petardo. Dopo essere stato medicato all’ospedale Pellegrini ed essere stato dimesso, è tornato in strada e, nel corso della stessa notte, ha acceso un altro fuoco pirotecnico, rimanendo nuovamente ferito al volto e a un occhio. I sanitari hanno dovuto soccorrerlo una seconda volta a poche ore di distanza.
In tutta Italia le chiamate ai numeri di emergenza sono state oltre 770, molte concentrate proprio nel capoluogo campano, per incendi, esplosioni, soccorsi a persone ferite e danni a edifici, con un impegno straordinario di vigili del fuoco, sanitari e forze dell’ordine.
Secondo le autorità sanitarie, la maggior parte delle lesioni è riconducibile all’uso improprio di fuochi acquistati illegalmente o alla manipolazione di ordigni artigianali. Nonostante le campagne di prevenzione e i divieti comunali, il fenomeno continua a riproporsi con dinamiche pressoché identiche. Dal Viminale si sottolinea che il calo rispetto al 2025 non è sufficiente a ridimensionare un problema che resta strutturale.
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Carlo Calenda (Ansa)
Veniamo ai fatti: il 30 dicembre Calenda, ospite del podcast di Ivan Grieco, sgancia la bomba, descrivendo i contatti tra il suo staff e quello di Formigli per un’ospitata in trasmissione: «Gli autori di Formigli», racconta Calenda, «dicono ai miei: “Ma ci garantisce che attacca Giorgia Meloni sulla legge di bilancio?”. E loro gli rispondono: “Ti garantiamo che dice ciò che pensa sulla legge di bilancio”. Quindi la risposta: “No, allora non viene sulla legge di bilancio, ma viene a fare un confronto con Jeffrey Sachs”. A me non è mai capitato in una trasmissione televisiva che mi dicessero: prima mi deve garantire che attaccherà la Meloni. Non è mica normale, non è una cosa democratica».
A stretto giro arriva la risposta di Formigli: «Mentire per un politico ed ex ministro è una cosa seria», scrive sui social il giornalista, «altrove ci si dimette. E con questo credo che sul senatore Calenda sia tutto. La prossima volta, se accetterà di rinunciare all’immunità, ci vediamo in tribunale». Poi Formigli fornisce la sua versione dell’accaduto: «Sostiene il senatore che “i miei autori” prima di una puntata gli abbiano detto “ci deve garantire che attaccherà Meloni” e che la partecipazione alla parte di puntata sulla manovra economica sia saltata perché lui non avrebbe dato disponibilità ad attaccare il presidente del consiglio. Questa affermazione è falsa e diffamatoria. Gli autori di un programma», aggiunge Formigli, «quando sentono un ospite prima della puntata, chiedono a lui o, come nel caso di Calenda, al suo portavoce, che posizione abbia sui temi da dibattere al fine di comporre un parterre equilibrato e dialettico. Nel caso di specie essendo stato invitato Italo Bocchino, sostenitore della manovra, gli autori si sono sincerati su quale fosse l’opinione in merito di Calenda per evitare posizioni troppo sovrapponibili. Si tratta del normale lavoro di qualunque autore televisivo, mestiere le cui regole Calenda evidentemente ignora o finge di ignorare. Non è però consentito al senatore mentire spudoratamente per farsi pubblicità: la sua presenza al talk sulla manovra, dopo vari scambi di messaggi tra i miei autori e il suo portavoce, è stata confermata alle 10.33 di giovedì mattina».
E quindi? «Successivamente», ricostruisce ancora Formigli, «è però avvenuto un imprevisto: Monica Maggioni, invitata per un confronto col professor Jeffrey Sachs, è stata costretta a cancellare la sua presenza per ragioni strettamente personali. A quel punto, essendo rimasto Sachs senza interlocutore, abbiamo chiesto se fosse disponibile a spostarsi dal blocco sulla manovra a quello con Sachs per dibattere con lui di Ucraina e situazione internazionale. Il senatore ha accettato di buon grado. Ultima nota: il senatore Calenda sa benissimo di essere stato spostato con Sachs per via del forfait di Maggioni, eppure», conclude il conduttore de La7, «sostiene pubblicamente che la ragione siano le sue posizioni non abbastanza anti meloniane sulla manovra».
Calenda non ci sta e controreplica: «Nel disperato tentativo di buttare la palla in calcio d’angolo», scrive su X, «parli d’altro Corrado. Confermo parola per parola quando ho detto. Rinuncio volentieri all’immunità parlamentare e ci vediamo in tribunale».
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