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2023-04-12
La ricandidatura di Biden è già zoppa: il Deep State americano rema contro
Joe Biden (Ansa)
E se i recenti leak del Pentagono fossero un modo per cercare di impedire una ricandidatura di Joe Biden? L’ipotesi è ardita, ma neanche troppo fantasiosa. Non è d’altronde la prima volta che si verificano situazioni del genere, da quando il diretto interessato si è insediato alla Casa Bianca.
A maggio dell’anno scorso, il presidente tenne una telefonata con il segretario alla Difesa, Lloyd Austin, il direttore della Cia, William Burns, e la direttrice dell’Intelligence nazionale, Avril Haines, lamentandosi delle fughe di notizie che si erano registrate poco prima: fughe che avevano rivelato come i servizi americani avessero assistito Kiev nell’affondamento dell’incrociatore Moskva e nell’uccisione di vari generali russi. E che dire dei tre oggetti misteriosi, abbattuti dall’aviazione americana a febbraio nei cieli di Alaska, Michigan e Yukon? Un dossier gestito in modo goffo e surreale, che ha attirato al presidente numerose critiche. Accuse di scarsa trasparenza gli sono arrivate da parlamentari dem e repubblicani, mentre è abbastanza inverosimile che né il Pentagono né i servizi abbiano informazioni più precise su quei misteriosi marchingegni. Senza dimenticare che, il 12 febbraio, Northcom (che fa capo al Pentagono) avallò ufficialmente l’ipotesi che quegli oggetti potessero essere di matrice extraterrestre: un’assurdità, che la Casa Bianca fu costretta a smentire 24 ore più tardi.
E adesso l’imbarazzo sta crescendo a causa dei nuovi leak. Se il Dipartimento di Giustizia ha avviato un’indagine, il Consiglio per la sicurezza nazionale non esclude che la fuga di notizie possa essere ancora in corso, mentre tra i documenti coinvolti almeno alcuni risulterebbero «modificati». Frattanto, le commissioni Intelligence di Camera e Senato sono piuttosto irritate e stanno chiedendo, ancora una volta, maggior trasparenza all’amministrazione Biden. Inoltre, al di là del danno in termini di credibilità internazionale, la Casa Bianca si sta trovando in difficoltà anche con partner e alleati che, secondo i leak, Washington avrebbe fondamentalmente spiato: dall’Ucraina alla Corea del Sud, arrivando a Israele. E proprio con lo Stato ebraico si registra la tensione più alta, dopo che uno dei documenti trapelati ha lasciato intendere che i vertici del Mossad avrebbero spinto i loro funzionari a partecipare alle proteste contro la riforma giudiziaria del premier, Benjamin Netanyahu: una circostanza, bollata dall’agenzia d’intelligence israeliana come «completamente falsa e assurda». Va da sé come un simile quadro danneggi Biden sul piano internazionale, aggravando il suo già drammatico isolamento in Medio Oriente. Dulcis in fundo - si fa per dire - questi leak hanno causato dei malumori anche in seno ai Five eyes: l’alleanza in materia d’intelligence tra Usa, Canada, Regno Unito, Australia e Nuova Zelanda. Lunedì, il governo di Ottawa, pur ribadendo il proprio impegno negli stessi Five eyes, si è infatti rifiutato di commentare «su presunte informazioni trapelate».
La situazione è complessa e alla sua base si scorge la disastrosa evacuazione dall’Afghanistan dell’agosto 2021: all’epoca, si registrarono forti tensioni su questo dossier tra il Dipartimento di Stato e il Pentagono, così come tra la Casa Bianca e i servizi. Tra l’altro, quella crisi ha rappresentato l’origine del declino politico di Biden ed è abbastanza verosimile che abbia guastato notevolmente i suoi rapporti con le alte sfere dell’intelligence e dell’esercito. D’altronde, era aprile 2021 quando la rivista Foreign Policy riferì che, già ai tempi del suo incarico come vicepresidente, Biden intratteneva relazioni un po’ turbolente con il Pentagono rispetto a varie questioni: dall’Afghanistan alla Libia, passando per l’Iraq e per l’uccisione di Osama bin Laden. E attenzione: il disastro afghano rappresenta un dossier tutt’altro che chiuso. Giovedì, l’amministrazione Biden ha pubblicato un documento in cui ha cercato di attribuire tutte le colpe di quella débâcle non solo a Donald Trump ma anche (significativamente) ai servizi segreti. Inoltre, i deputati repubblicani hanno avviato un’indagine parlamentare sul tema due mesi fa, chiedendo insistentemente di visionare tutte le comunicazioni intercorse tra l’attuale amministrazione americana e i talebani: una richiesta che onestamente suscita degli interrogativi.
Insomma, ci sono due ipotesi. O questo caos è frutto di mera incompetenza da parte degli apparati. Oppure questi apparati (o pezzi di essi) stanno remando contro Biden, per scongiurare un suo bis alla Casa Bianca. Certo: è pur vero che il diretto interessato ha appena ribadito di avere intenzione di correre nuovamente.
Tuttavia l’annuncio ufficiale di ricandidatura, che tutti attendevano per inizio febbraio, non ha ancora avuto luogo e, secondo il sito Axios, non se ne saprà nulla prima dell’estate o addirittura dell’autunno. Perché questi rinvii? Forse perché il presidente sta incontrando delle resistenze? Non è dato saperlo. Ma è lecito almeno supporlo. Anche perché, al di là del destino politico di Biden, il quadro complessivo è preoccupante: secondo la testata The Intercept, le indagini per fuoriuscita di documenti riservati sono aumentate ai tempi dell’amministrazione Obama, per subire poi un incremento all’epoca di Trump. Difficilmente i recenti leak del Pentagono possono quindi essere considerati un frutto del caso. E intanto l’indecisione di Biden può costar caro a un partito, quello democratico, che rischia di avvicinarsi impreparato all’appuntamento presidenziale del 2024.
«L’Egitto non fornisce armi a Mosca»
Kiev non intende cambiare i propri piani dopo la rivelazione delle carte segrete americane. La circostanza era stata riferita dalla Cnn. «Non so con chi abbia parlato. In ogni caso, posso dire che il numero di persone che sanno dei nostri piani è estremamente limitato», ha detto il segretario del consiglio nazionale per la sicurezza ucraino, che ha puntualizzato: «La decisione sulle modalità della controffensiva ucraina verrà presa all’ultimo momento». In ogni caso è sempre più difficile comprendere cosa sia vero e cosa sia falso nella vicenda dei leak americani. Seul, dopo il suo coinvolgimento, è intervenuta, dichiarando che una «quantità considerevole di informazioni nei documenti» trapelati del Pentagono «è stata falsificata». La smentita arriva riguardo alle accuse all’Egitto di rifornire di armi i russi. Secondo le carte, il presidente egiziano, Abdel Fattah Al Sisi, uno dei più stretti alleati degli Stati Uniti in Medio Oriente e tra i principali beneficiari degli aiuti americani, avrebbe recentemente ordinato ai suoi sottoposti di produrre in segreto fino a 40.000 razzi da mandare in Russia. «Sembra un’altra bufala, come ce ne sono molte ora, quindi è così che dovrebbero essere trattate tali notizie», le parole di Dmitry Peskov, portavoce del Cremlino. Smentita che naturalmente arriva anche dall’Egitto. Fonti ufficiali hanno precisato che la notizia riportata dal Washington Post è manomissione informativa che non ha alcun fondamento di verità. Ma soprattutto, a parlare di «prove inesistenti» sono proprio gli Stati Uniti. «Non abbiamo avuto nessuna indicazione che l’Egitto abbia fornito missili alla Russia», ha dichiarato il portavoce del Consiglio per la sicurezza nazionale americana, John Kirby, in un briefing. «L’Egitto è un partner importante per la sicurezza nella regione e resta tale. Siamo grati per il ruolo che svolge in Medio Oriente», ha sottolineato. Nel frattempo, in Ucraina c’è poco tempo per pensare alla fuga di carte segrete perché la guerra sul campo è sempre più dura. Kiev sta preparando un nuovo attacco alla flotta russa nel Mar Nero, un’operazione simile a quella che ha portato all’affondamento dell’incrociatore Moskva. Lo ha detto il ministro della Difesa ucraino, Oleksiy Reznikov, durante un briefing: «Possiamo offrire ai russi un’altra sorpresa in mare, un altro missile sulle loro navi. Stiamo solo aspettando il momento giusto». Il ministro che non ha mai rivelato i dettagli dell’operazione dell’affondamento dell’incrociatore russo Moskva, ha ribadito che non lo avrebbe fatto neppure questa volta. A Bakhmut invece sono ancora le truppe russe ad avere la meglio. Secondo il leader del gruppo Wagner, Yevgeny Prigozhin, le forze di Mosca controllerebbero l’80 per cento della città del Donbass. I russi avanzano, certo, ma con perdite significative, tanto che si parla di mobilitazione per portare al fronte forze nuove. Notizia, anche questa, smentita dal Cremlino, che ha chiarito che saranno introdotte semplicemente nuove regole per il reclutamento. Si sta discutendo un emendamento sull’invio di convocazioni militari elettroniche. In base al testo proposto, agli uomini che si sottraggono al servizio di leva sarà vietato lasciare la Russia. In seguito, potrebbe essere introdotto il divieto di guidare automobili, di acquistare e vendere immobili o di contrarre prestiti. Una situazione che si fa sempre più difficile per i russi, così come per gli ucraini. La Polonia ha riferito di aver accolto oltre 11 milioni di profughi dall’inizio della guerra. E circa l’87 per cento di coloro che attraversano il confine sono donne e bambini.
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Mentre l’annuncio ufficiale tarda ad arrivare, la nuova fuga di notizie dal Pentagono scuote la Casa Bianca che ora è in imbarazzo con Israele e con i Five eyes. Sempre più difficile credere che si tratti di incidenti.Gli Usa difendono l’alleato dalle accuse del «Washington Post»: «Prove inesistenti». Mentre Seul parla di fuga di «documenti falsificati». Kiev: «La controffensiva ci sarà».Lo speciale contiene due articoli.E se i recenti leak del Pentagono fossero un modo per cercare di impedire una ricandidatura di Joe Biden? L’ipotesi è ardita, ma neanche troppo fantasiosa. Non è d’altronde la prima volta che si verificano situazioni del genere, da quando il diretto interessato si è insediato alla Casa Bianca. A maggio dell’anno scorso, il presidente tenne una telefonata con il segretario alla Difesa, Lloyd Austin, il direttore della Cia, William Burns, e la direttrice dell’Intelligence nazionale, Avril Haines, lamentandosi delle fughe di notizie che si erano registrate poco prima: fughe che avevano rivelato come i servizi americani avessero assistito Kiev nell’affondamento dell’incrociatore Moskva e nell’uccisione di vari generali russi. E che dire dei tre oggetti misteriosi, abbattuti dall’aviazione americana a febbraio nei cieli di Alaska, Michigan e Yukon? Un dossier gestito in modo goffo e surreale, che ha attirato al presidente numerose critiche. Accuse di scarsa trasparenza gli sono arrivate da parlamentari dem e repubblicani, mentre è abbastanza inverosimile che né il Pentagono né i servizi abbiano informazioni più precise su quei misteriosi marchingegni. Senza dimenticare che, il 12 febbraio, Northcom (che fa capo al Pentagono) avallò ufficialmente l’ipotesi che quegli oggetti potessero essere di matrice extraterrestre: un’assurdità, che la Casa Bianca fu costretta a smentire 24 ore più tardi. E adesso l’imbarazzo sta crescendo a causa dei nuovi leak. Se il Dipartimento di Giustizia ha avviato un’indagine, il Consiglio per la sicurezza nazionale non esclude che la fuga di notizie possa essere ancora in corso, mentre tra i documenti coinvolti almeno alcuni risulterebbero «modificati». Frattanto, le commissioni Intelligence di Camera e Senato sono piuttosto irritate e stanno chiedendo, ancora una volta, maggior trasparenza all’amministrazione Biden. Inoltre, al di là del danno in termini di credibilità internazionale, la Casa Bianca si sta trovando in difficoltà anche con partner e alleati che, secondo i leak, Washington avrebbe fondamentalmente spiato: dall’Ucraina alla Corea del Sud, arrivando a Israele. E proprio con lo Stato ebraico si registra la tensione più alta, dopo che uno dei documenti trapelati ha lasciato intendere che i vertici del Mossad avrebbero spinto i loro funzionari a partecipare alle proteste contro la riforma giudiziaria del premier, Benjamin Netanyahu: una circostanza, bollata dall’agenzia d’intelligence israeliana come «completamente falsa e assurda». Va da sé come un simile quadro danneggi Biden sul piano internazionale, aggravando il suo già drammatico isolamento in Medio Oriente. Dulcis in fundo - si fa per dire - questi leak hanno causato dei malumori anche in seno ai Five eyes: l’alleanza in materia d’intelligence tra Usa, Canada, Regno Unito, Australia e Nuova Zelanda. Lunedì, il governo di Ottawa, pur ribadendo il proprio impegno negli stessi Five eyes, si è infatti rifiutato di commentare «su presunte informazioni trapelate». La situazione è complessa e alla sua base si scorge la disastrosa evacuazione dall’Afghanistan dell’agosto 2021: all’epoca, si registrarono forti tensioni su questo dossier tra il Dipartimento di Stato e il Pentagono, così come tra la Casa Bianca e i servizi. Tra l’altro, quella crisi ha rappresentato l’origine del declino politico di Biden ed è abbastanza verosimile che abbia guastato notevolmente i suoi rapporti con le alte sfere dell’intelligence e dell’esercito. D’altronde, era aprile 2021 quando la rivista Foreign Policy riferì che, già ai tempi del suo incarico come vicepresidente, Biden intratteneva relazioni un po’ turbolente con il Pentagono rispetto a varie questioni: dall’Afghanistan alla Libia, passando per l’Iraq e per l’uccisione di Osama bin Laden. E attenzione: il disastro afghano rappresenta un dossier tutt’altro che chiuso. Giovedì, l’amministrazione Biden ha pubblicato un documento in cui ha cercato di attribuire tutte le colpe di quella débâcle non solo a Donald Trump ma anche (significativamente) ai servizi segreti. Inoltre, i deputati repubblicani hanno avviato un’indagine parlamentare sul tema due mesi fa, chiedendo insistentemente di visionare tutte le comunicazioni intercorse tra l’attuale amministrazione americana e i talebani: una richiesta che onestamente suscita degli interrogativi. Insomma, ci sono due ipotesi. O questo caos è frutto di mera incompetenza da parte degli apparati. Oppure questi apparati (o pezzi di essi) stanno remando contro Biden, per scongiurare un suo bis alla Casa Bianca. Certo: è pur vero che il diretto interessato ha appena ribadito di avere intenzione di correre nuovamente. Tuttavia l’annuncio ufficiale di ricandidatura, che tutti attendevano per inizio febbraio, non ha ancora avuto luogo e, secondo il sito Axios, non se ne saprà nulla prima dell’estate o addirittura dell’autunno. Perché questi rinvii? Forse perché il presidente sta incontrando delle resistenze? Non è dato saperlo. Ma è lecito almeno supporlo. Anche perché, al di là del destino politico di Biden, il quadro complessivo è preoccupante: secondo la testata The Intercept, le indagini per fuoriuscita di documenti riservati sono aumentate ai tempi dell’amministrazione Obama, per subire poi un incremento all’epoca di Trump. Difficilmente i recenti leak del Pentagono possono quindi essere considerati un frutto del caso. E intanto l’indecisione di Biden può costar caro a un partito, quello democratico, che rischia di avvicinarsi impreparato all’appuntamento presidenziale del 2024. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ricandidatura-biden-zoppa-deepstate-contro-2659843494.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="legitto-non-fornisce-armi-a-mosca" data-post-id="2659843494" data-published-at="1681311047" data-use-pagination="False"> «L’Egitto non fornisce armi a Mosca» Kiev non intende cambiare i propri piani dopo la rivelazione delle carte segrete americane. La circostanza era stata riferita dalla Cnn. «Non so con chi abbia parlato. In ogni caso, posso dire che il numero di persone che sanno dei nostri piani è estremamente limitato», ha detto il segretario del consiglio nazionale per la sicurezza ucraino, che ha puntualizzato: «La decisione sulle modalità della controffensiva ucraina verrà presa all’ultimo momento». In ogni caso è sempre più difficile comprendere cosa sia vero e cosa sia falso nella vicenda dei leak americani. Seul, dopo il suo coinvolgimento, è intervenuta, dichiarando che una «quantità considerevole di informazioni nei documenti» trapelati del Pentagono «è stata falsificata». La smentita arriva riguardo alle accuse all’Egitto di rifornire di armi i russi. Secondo le carte, il presidente egiziano, Abdel Fattah Al Sisi, uno dei più stretti alleati degli Stati Uniti in Medio Oriente e tra i principali beneficiari degli aiuti americani, avrebbe recentemente ordinato ai suoi sottoposti di produrre in segreto fino a 40.000 razzi da mandare in Russia. «Sembra un’altra bufala, come ce ne sono molte ora, quindi è così che dovrebbero essere trattate tali notizie», le parole di Dmitry Peskov, portavoce del Cremlino. Smentita che naturalmente arriva anche dall’Egitto. Fonti ufficiali hanno precisato che la notizia riportata dal Washington Post è manomissione informativa che non ha alcun fondamento di verità. Ma soprattutto, a parlare di «prove inesistenti» sono proprio gli Stati Uniti. «Non abbiamo avuto nessuna indicazione che l’Egitto abbia fornito missili alla Russia», ha dichiarato il portavoce del Consiglio per la sicurezza nazionale americana, John Kirby, in un briefing. «L’Egitto è un partner importante per la sicurezza nella regione e resta tale. Siamo grati per il ruolo che svolge in Medio Oriente», ha sottolineato. Nel frattempo, in Ucraina c’è poco tempo per pensare alla fuga di carte segrete perché la guerra sul campo è sempre più dura. Kiev sta preparando un nuovo attacco alla flotta russa nel Mar Nero, un’operazione simile a quella che ha portato all’affondamento dell’incrociatore Moskva. Lo ha detto il ministro della Difesa ucraino, Oleksiy Reznikov, durante un briefing: «Possiamo offrire ai russi un’altra sorpresa in mare, un altro missile sulle loro navi. Stiamo solo aspettando il momento giusto». Il ministro che non ha mai rivelato i dettagli dell’operazione dell’affondamento dell’incrociatore russo Moskva, ha ribadito che non lo avrebbe fatto neppure questa volta. A Bakhmut invece sono ancora le truppe russe ad avere la meglio. Secondo il leader del gruppo Wagner, Yevgeny Prigozhin, le forze di Mosca controllerebbero l’80 per cento della città del Donbass. I russi avanzano, certo, ma con perdite significative, tanto che si parla di mobilitazione per portare al fronte forze nuove. Notizia, anche questa, smentita dal Cremlino, che ha chiarito che saranno introdotte semplicemente nuove regole per il reclutamento. Si sta discutendo un emendamento sull’invio di convocazioni militari elettroniche. In base al testo proposto, agli uomini che si sottraggono al servizio di leva sarà vietato lasciare la Russia. In seguito, potrebbe essere introdotto il divieto di guidare automobili, di acquistare e vendere immobili o di contrarre prestiti. Una situazione che si fa sempre più difficile per i russi, così come per gli ucraini. La Polonia ha riferito di aver accolto oltre 11 milioni di profughi dall’inizio della guerra. E circa l’87 per cento di coloro che attraversano il confine sono donne e bambini.
Nel riquadro una delle cabine bruciate. Sullo sfondo la manifestazione ambientalista sull’autostrada (A22) che ha provocato il blocco del valico dall’Austria (Ansa)
All’interno, ciò che resta degli impianti appare come un ammasso nero, sciolto dalle temperature sviluppate dall’incendio innescato, valutano gli investigatori, da «liquido infiammabile».
È la scena lasciata dal rogo che la scorsa notte ha colpito due centraline elettriche lungo la linea ferroviaria Brennero-Verona Porta Nuova, nel tratto compreso tra Peri e Dolcè, al confine tra le province di Verona e Trento. Un incendio che i tecnici hanno subito definito come «di origine dolosa» e che ha paralizzato la circolazione ferroviaria. Per questo motivo il gesto, fino a ieri sera non rivendicato, viene letto dagli investigatori come un possibile tassello di una giornata molto più ampia di mobilitazione sull’asse del Brennero. Le indagini, dopo i rilievi della polizia scientifica, sono state affidate alla Digos della Questura di Verona. La pista privilegiata porta verso gli ambienti dell’ambientalismo radicale o dell’orbita anarco-insurrezionalista (che in passato sulla linea del Brennero ha colpito più volte). L’elemento che orienta gli investigatori è soprattutto la coincidenza temporale. Il sabotaggio è stato infatti compiuto poche ore prima della manifestazione ambientalista organizzata in Austria contro il traffico pesante e il transito dei tir attraverso il corridoio del Brennero (un valico strategico per il commercio). Una protesta annunciata da tempo e culminata con il blocco dell’autostrada del Brennero sul versante tirolese. Secondo la ricostruzione degli investigatori, il rogo avrebbe colpito proprio l’unico sistema di collegamento nei trasporti rimasto operativo mentre l’attenzione era concentrata sulla protesta stradale. Dal punto di vista investigativo, quindi, la tempistica sembra rappresentare al momento uno degli elementi più significativi. Chi ha agito conosceva con precisione il calendario della protesta e ha scelto una finestra temporale in grado di amplificare l’impatto dell’azione.
Un secondo elemento che gli investigatori starebbero valutando riguarda la scelta dell’obiettivo. Le centraline elettriche non sono un bersaglio scelto a caso: colpire strutture essenziali consente di interrompere la circolazione senza intervenire direttamente sui binari.
Una modalità che presuppone la conoscenza del funzionamento della linea ferroviaria e dei suoi punti più vulnerabili. E infatti il risultato è stato immediato. La circolazione dei treni è stata subito interrotta, con ritardi e cancellazioni che si sono trascinati per ore.
Soltanto dalle 12.30 il traffico ferroviario ha ripreso a muoversi, anche se lentamente. E mentre la ferrovia veniva bloccata, in Austria andava in scena la manifestazione contro il traffico di transito. Alle 13, come previsto dagli organizzatori, centinaia di manifestanti hanno occupato l’autostrada del Brennero, a Matrei. Sugli striscioni comparivano slogan come: «L’Ue, il transito e il profitto distruggono la nostra salute» e «via il traffico pesante dalle nostre strade».
La manifestazione si è comunque svolta senza incidenti. I partecipanti rivendicano ragioni ambientali e sanitarie: «I motivi della protesta riguardano il traffico di transito in costante aumento», che causerebbe, secondo i manifestanti, ricadute «soprattutto di natura sanitaria per la popolazione». «Il flusso deve essere ridotto, non si può più andare avanti così», ha dichiarato Karl Mühlsteiger, sindaco di Gries am Brenner e promotore dell’iniziativa, ricordando gli oltre 14 milioni di passaggi di veicoli registrati ogni anno. Proprio la concomitanza tra la manifestazione annunciata e il sabotaggio, però, costituisce quindi uno dei nodi centrali dell’inchiesta.
Gli investigatori dovranno accertare se vi sia stato un collegamento diretto tra gli autori del rogo e gli ambienti della protesta oppure se qualcuno abbia sfruttato la mobilitazione come copertura ideale per compiere un’azione autonoma destinata ad avere un forte impatto.
Paradossalmente, però, proprio la viabilità stradale è stata l’aspetto che ha creato meno problemi. L’uscita obbligatoria al casello di Vipiteno e i percorsi alternativi predisposti tra Val Pusteria e Val Venosta hanno retto. Anche sul versante italiano non si sono registrate particolari criticità. Molti autotrasportatori e viaggiatori avevano infatti scelto di modificare in anticipo i programmi di viaggio. Al termine della manifestazione a Matrei, in Tirolo, il traffico è tornato regolare. Sul versante italiano, è stato riaperto lo snodo viario di Vipiteno. La vera emergenza si è spostata sui binari. Con Digos e Polfer al lavoro, in stretto contatto con l’Antiterrorismo, per capire chi abbia deciso di colpire le infrastrutture ferroviarie e se esista un collegamento tra il sabotaggio e la mobilitazione ambientalista.
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Iea sugli investimenti. La Cina e il greggio. Stagione di prezzi elettrici a zero. I metalli dopo la tregua. Eolico offshore tedesco in crisi.
Manifestanti bloccano la strada del Brennero (Getty Images)
In pratica, vorrebbe che gran parte del traffico fosse dirottato altrove o che le merci transitassero su rotaia invece che su gomma. L’aspirazione ovviamente è legittima, perché il transito di migliaia di Tir (se ne calcolano almeno 6.500-7.000 al giorno, pari a 2,4-2,5 milioni di mezzi pesanti all’anno), oltre a intasare l’autostrada, genera sicuramente inquinamento.
Ma poi bisogna fare i conti con la realtà, e se i camion sull’A22 non piacciono non è che i treni che bucano le montagne siano poi accolti con gli applausi dagli stessi Verdi. Basta infatti rivolgere lo sguardo a Ovest per vedere l’opposizione che da anni impedisce la conclusione della linea ferroviaria che dovrebbe collegare l’Italia alla Francia, creando un corridoio per le merci.
In Val di Susa si combatte da anni una battaglia fra alcuni cosiddetti ambientalisti e le forze dell’ordine. Tutto all’insegna della difesa della natura e dell’inviolabilità della montagna. Sta di fatto che l’opera ha accumulato decenni di ritardo e ovviamente ha visto man mano lievitare i costi. Immaginate se qualcuno domani provasse ad aumentare il traffico merci via ferrovia lungo la rotta Brennero-Monaco. Prevedo già le barricate: e se questa volta sono scesi in autostrada in 2.000, in difesa dell’ambiente alpino, in caso di aumento della circolazione dei container su rotaia arriverebbe un esercito di contestatori, come è già accaduto in Piemonte.
Del resto, quando c’è da protestare ogni scusa è buona e dietro al verde spesso si nasconde il rosso antico: e se non si nasconde, si infila. Prendete quanto accaduto ieri. Il gruppo che ha bloccato l’A22 ha invaso la strada pacificamente, senza neppure fare troppo rumore e senza abusare della pazienza degli abitanti della zona. Tuttavia, al blocco autostradale qualcuno ha pensato bene di aggiungere anche il blocco ferroviario, appiccando un incendio a una centralina fondamentale per il traffico dei treni.
Risultato: anche la circolazione dei convogli è stata resa impraticabile. Per tutto il giorno né in auto né con un Frecciarossa è stato possibile raggiungere l’Austria, se non dopo gravi ritardi.
L’attentato, perché di questo si tratta, non è stato rivendicato e dunque è difficile capire se si tratti di qualche gruppo anarco-insurrezionalista o di qualche ultrà ambientalista. Ma poco importa, perché capita a volte che questi mondi si sfiorino e quando non si sfiorano c’è chi prova a inquinarli, contaminandoli in modo che dalla difesa della natura si passi all’offesa dell’ordine costituito.
Certi mondi - quello degli ambientalisti e quello dei comunisti duri e puri - dovrebbero invece essere ben distanti, per non nuocere alla causa dell’ecologia. Un esempio: la proposta lanciata da un esponente di Avs a Firenze, il quale parlando di crisi abitativa nel capoluogo toscano ha suggerito di requisire le case private. Un’idea che certo non ha nulla da spartire con episodi come quello della centralina di Verona, ma che è comunque da Stato socialista, dove la proprietà privata (difesa dalla Costituzione più bella del mondo) non è tutelata. Ma si sa, a certuni la carta su cui si regge la nostra Repubblica piace solo in determinate parti, mentre altre si preferisce dimenticarle.
Come dicevo, a volte gratti e sotto il verde spunta il rosso antico. Infatti, a Firenze, il gruppo Avs, alla sigla principale che significa Alleanza verdi e sinistra ha aggiunto «Ecolò», che allude all’ecologia ma contiene pure «co», che sta per comunisti.
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L’equazione che il governatore di Bankitalia Fabio Panetta ha messo in campo parlando di progressi digitali sembra non fare una grinza: l’Intelligenza artificiale è uno strumento imprescindibile per garantire sviluppo in un mondo sempre più competitivo. «Lo Stato può agire da committente primario dell’innovazione. Orientando la domanda pubblica verso applicazioni avanzate in settori come sanità, energia, sicurezza e mobilità, può aprire nuovi mercati, ridurre il rischio per i pionieri e accelerare la diffusione di nuove soluzioni». Perfetto, ma chi lo fa?
Chi mette i soldi sul tavolo? Nel 2025 gli Stati Uniti hanno raccolto 188,8 miliardi di dollari, più del doppio rispetto al 2024 e pari all’83,6% del totale globale dei finanziamenti in IA. La natura degli investimenti Usa è nettamente trainata dal privato, ma spesso la mano pubblica è «camuffata», nel senso che il governo investe tra i 250 e i 300 miliardi all’anno in appalti alle aziende tecnologiche private nei settori di Difesa, intelligence e sanità. La Cina, invece, statalizza sia gli investimenti sia le aziende: per il 2026, Xi Jinping ha fissato un budget di circa 61,8 miliardi di dollari. E in Europa? Molto dopo i colossi Usa e Cina, la Gran Bretagna (extra Ue) è il terzo Paese per investimenti privati in IA. Poi abbiamo Germania, Svezia e Francia, che bilanciano investimenti pubblici e privati.
Torniamo a Panetta e domandiamoci quanto cubino gli investimenti italiani e quale «rubinetto» li apra. La spesa pubblica certa sull’IA è di circa 2 miliardi nel triennio 2024-2026; sul fronte privato, gli investitori hanno annunciato fino a 25 miliardi nel 2026-2028. Siamo nella fascia medio-bassa delle grandi economie europee. Con questo quadro come si può pensare di realizzare quel che Panetta auspica quando l’Europa si è preoccupata in primis di normare l’IA e quasi per nulla di finanziarla? Siamo sempre lì: alla assoluta incapacità di «vedere» dove andrà il mondo. Eravamo in ritardo sul comparto difesa (tanto ci pensavano gli americani) e adesso ci sveniamo per le spese militari. Vogliamo competere nel mercato dell’IA ma siamo impigliati nelle stesse logiche contabilistiche che avevamo con le spese militari e che ci bloccano rispetto ai rincari energetici. Abbiamo chiesto una deroga al Patto di stabilità e ci sentiamo rispondere picche da Von der Leyen e Dombrovskis, il falco di Riga: ma come si può pensare di essere tra i top player globali quando siamo prigionieri di uno che arriva dalla Lettonia!
La questione energetica intacca anche l’IA. Panetta chiede di spingere, ma qualcuno ha messo nero su bianco il surplus di consumo che i cloud assorbono? Il consumo elettrico globale dei data center raggiungerà circa 1.050 TWh entro fine 2026: è oltre tre volte il fabbisogno elettrico annuo dell’Italia. Guardando al 2030, il consumo elettrico complessivo dei data center potrebbe crescere fino al 127%. In Europa sono operativi quasi 3.000 data center, con consumi stimati in aumento fino a quasi 150 TWh entro il 2026. In Italia, tra il 2019 e il 2023 la domanda elettrica dei data center è già cresciuta del 50%, con un +144% dei consumi elettrici diretti. Si prevede che entro il 2030 il fabbisogno elettrico salirà a 20 TWh, circa il 6% dei consumi nazionali. In un Paese dove aprire il discorso sul gas e sul petrolio russo è come bestemmiare in chiesa, dove andiamo a prendere l’energia?
Ovviamente la stessa Ue si contorce nei paradossi normativi: come il lettone ci frega sui conti, un olandese (Frans Timmermans) ci aveva legati mani e piedi alla decarbonizzazione. Peccato che l’IA spinga nella direzione opposta sui consumi. Non abbiamo soldi, non abbiamo energia, ma vogliamo essere competitivi. E ancora non abbiamo toccato né il tema dei minerali per la componentistica dell’industria digitale, né la questione di chi esegua i lavori per alimentare le macchine. Per non dire della perdita dei posti di lavoro e quindi del welfare necessario per non avere una bomba sociale. Ce lo faremo spiegare da Dombrovskis, il falchetto di Riga. E dagli eurofanatici come lui.
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