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2023-04-12
La ricandidatura di Biden è già zoppa: il Deep State americano rema contro
Joe Biden (Ansa)
E se i recenti leak del Pentagono fossero un modo per cercare di impedire una ricandidatura di Joe Biden? L’ipotesi è ardita, ma neanche troppo fantasiosa. Non è d’altronde la prima volta che si verificano situazioni del genere, da quando il diretto interessato si è insediato alla Casa Bianca.
A maggio dell’anno scorso, il presidente tenne una telefonata con il segretario alla Difesa, Lloyd Austin, il direttore della Cia, William Burns, e la direttrice dell’Intelligence nazionale, Avril Haines, lamentandosi delle fughe di notizie che si erano registrate poco prima: fughe che avevano rivelato come i servizi americani avessero assistito Kiev nell’affondamento dell’incrociatore Moskva e nell’uccisione di vari generali russi. E che dire dei tre oggetti misteriosi, abbattuti dall’aviazione americana a febbraio nei cieli di Alaska, Michigan e Yukon? Un dossier gestito in modo goffo e surreale, che ha attirato al presidente numerose critiche. Accuse di scarsa trasparenza gli sono arrivate da parlamentari dem e repubblicani, mentre è abbastanza inverosimile che né il Pentagono né i servizi abbiano informazioni più precise su quei misteriosi marchingegni. Senza dimenticare che, il 12 febbraio, Northcom (che fa capo al Pentagono) avallò ufficialmente l’ipotesi che quegli oggetti potessero essere di matrice extraterrestre: un’assurdità, che la Casa Bianca fu costretta a smentire 24 ore più tardi.
E adesso l’imbarazzo sta crescendo a causa dei nuovi leak. Se il Dipartimento di Giustizia ha avviato un’indagine, il Consiglio per la sicurezza nazionale non esclude che la fuga di notizie possa essere ancora in corso, mentre tra i documenti coinvolti almeno alcuni risulterebbero «modificati». Frattanto, le commissioni Intelligence di Camera e Senato sono piuttosto irritate e stanno chiedendo, ancora una volta, maggior trasparenza all’amministrazione Biden. Inoltre, al di là del danno in termini di credibilità internazionale, la Casa Bianca si sta trovando in difficoltà anche con partner e alleati che, secondo i leak, Washington avrebbe fondamentalmente spiato: dall’Ucraina alla Corea del Sud, arrivando a Israele. E proprio con lo Stato ebraico si registra la tensione più alta, dopo che uno dei documenti trapelati ha lasciato intendere che i vertici del Mossad avrebbero spinto i loro funzionari a partecipare alle proteste contro la riforma giudiziaria del premier, Benjamin Netanyahu: una circostanza, bollata dall’agenzia d’intelligence israeliana come «completamente falsa e assurda». Va da sé come un simile quadro danneggi Biden sul piano internazionale, aggravando il suo già drammatico isolamento in Medio Oriente. Dulcis in fundo - si fa per dire - questi leak hanno causato dei malumori anche in seno ai Five eyes: l’alleanza in materia d’intelligence tra Usa, Canada, Regno Unito, Australia e Nuova Zelanda. Lunedì, il governo di Ottawa, pur ribadendo il proprio impegno negli stessi Five eyes, si è infatti rifiutato di commentare «su presunte informazioni trapelate».
La situazione è complessa e alla sua base si scorge la disastrosa evacuazione dall’Afghanistan dell’agosto 2021: all’epoca, si registrarono forti tensioni su questo dossier tra il Dipartimento di Stato e il Pentagono, così come tra la Casa Bianca e i servizi. Tra l’altro, quella crisi ha rappresentato l’origine del declino politico di Biden ed è abbastanza verosimile che abbia guastato notevolmente i suoi rapporti con le alte sfere dell’intelligence e dell’esercito. D’altronde, era aprile 2021 quando la rivista Foreign Policy riferì che, già ai tempi del suo incarico come vicepresidente, Biden intratteneva relazioni un po’ turbolente con il Pentagono rispetto a varie questioni: dall’Afghanistan alla Libia, passando per l’Iraq e per l’uccisione di Osama bin Laden. E attenzione: il disastro afghano rappresenta un dossier tutt’altro che chiuso. Giovedì, l’amministrazione Biden ha pubblicato un documento in cui ha cercato di attribuire tutte le colpe di quella débâcle non solo a Donald Trump ma anche (significativamente) ai servizi segreti. Inoltre, i deputati repubblicani hanno avviato un’indagine parlamentare sul tema due mesi fa, chiedendo insistentemente di visionare tutte le comunicazioni intercorse tra l’attuale amministrazione americana e i talebani: una richiesta che onestamente suscita degli interrogativi.
Insomma, ci sono due ipotesi. O questo caos è frutto di mera incompetenza da parte degli apparati. Oppure questi apparati (o pezzi di essi) stanno remando contro Biden, per scongiurare un suo bis alla Casa Bianca. Certo: è pur vero che il diretto interessato ha appena ribadito di avere intenzione di correre nuovamente.
Tuttavia l’annuncio ufficiale di ricandidatura, che tutti attendevano per inizio febbraio, non ha ancora avuto luogo e, secondo il sito Axios, non se ne saprà nulla prima dell’estate o addirittura dell’autunno. Perché questi rinvii? Forse perché il presidente sta incontrando delle resistenze? Non è dato saperlo. Ma è lecito almeno supporlo. Anche perché, al di là del destino politico di Biden, il quadro complessivo è preoccupante: secondo la testata The Intercept, le indagini per fuoriuscita di documenti riservati sono aumentate ai tempi dell’amministrazione Obama, per subire poi un incremento all’epoca di Trump. Difficilmente i recenti leak del Pentagono possono quindi essere considerati un frutto del caso. E intanto l’indecisione di Biden può costar caro a un partito, quello democratico, che rischia di avvicinarsi impreparato all’appuntamento presidenziale del 2024.
«L’Egitto non fornisce armi a Mosca»
Kiev non intende cambiare i propri piani dopo la rivelazione delle carte segrete americane. La circostanza era stata riferita dalla Cnn. «Non so con chi abbia parlato. In ogni caso, posso dire che il numero di persone che sanno dei nostri piani è estremamente limitato», ha detto il segretario del consiglio nazionale per la sicurezza ucraino, che ha puntualizzato: «La decisione sulle modalità della controffensiva ucraina verrà presa all’ultimo momento». In ogni caso è sempre più difficile comprendere cosa sia vero e cosa sia falso nella vicenda dei leak americani. Seul, dopo il suo coinvolgimento, è intervenuta, dichiarando che una «quantità considerevole di informazioni nei documenti» trapelati del Pentagono «è stata falsificata». La smentita arriva riguardo alle accuse all’Egitto di rifornire di armi i russi. Secondo le carte, il presidente egiziano, Abdel Fattah Al Sisi, uno dei più stretti alleati degli Stati Uniti in Medio Oriente e tra i principali beneficiari degli aiuti americani, avrebbe recentemente ordinato ai suoi sottoposti di produrre in segreto fino a 40.000 razzi da mandare in Russia. «Sembra un’altra bufala, come ce ne sono molte ora, quindi è così che dovrebbero essere trattate tali notizie», le parole di Dmitry Peskov, portavoce del Cremlino. Smentita che naturalmente arriva anche dall’Egitto. Fonti ufficiali hanno precisato che la notizia riportata dal Washington Post è manomissione informativa che non ha alcun fondamento di verità. Ma soprattutto, a parlare di «prove inesistenti» sono proprio gli Stati Uniti. «Non abbiamo avuto nessuna indicazione che l’Egitto abbia fornito missili alla Russia», ha dichiarato il portavoce del Consiglio per la sicurezza nazionale americana, John Kirby, in un briefing. «L’Egitto è un partner importante per la sicurezza nella regione e resta tale. Siamo grati per il ruolo che svolge in Medio Oriente», ha sottolineato. Nel frattempo, in Ucraina c’è poco tempo per pensare alla fuga di carte segrete perché la guerra sul campo è sempre più dura. Kiev sta preparando un nuovo attacco alla flotta russa nel Mar Nero, un’operazione simile a quella che ha portato all’affondamento dell’incrociatore Moskva. Lo ha detto il ministro della Difesa ucraino, Oleksiy Reznikov, durante un briefing: «Possiamo offrire ai russi un’altra sorpresa in mare, un altro missile sulle loro navi. Stiamo solo aspettando il momento giusto». Il ministro che non ha mai rivelato i dettagli dell’operazione dell’affondamento dell’incrociatore russo Moskva, ha ribadito che non lo avrebbe fatto neppure questa volta. A Bakhmut invece sono ancora le truppe russe ad avere la meglio. Secondo il leader del gruppo Wagner, Yevgeny Prigozhin, le forze di Mosca controllerebbero l’80 per cento della città del Donbass. I russi avanzano, certo, ma con perdite significative, tanto che si parla di mobilitazione per portare al fronte forze nuove. Notizia, anche questa, smentita dal Cremlino, che ha chiarito che saranno introdotte semplicemente nuove regole per il reclutamento. Si sta discutendo un emendamento sull’invio di convocazioni militari elettroniche. In base al testo proposto, agli uomini che si sottraggono al servizio di leva sarà vietato lasciare la Russia. In seguito, potrebbe essere introdotto il divieto di guidare automobili, di acquistare e vendere immobili o di contrarre prestiti. Una situazione che si fa sempre più difficile per i russi, così come per gli ucraini. La Polonia ha riferito di aver accolto oltre 11 milioni di profughi dall’inizio della guerra. E circa l’87 per cento di coloro che attraversano il confine sono donne e bambini.
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Mentre l’annuncio ufficiale tarda ad arrivare, la nuova fuga di notizie dal Pentagono scuote la Casa Bianca che ora è in imbarazzo con Israele e con i Five eyes. Sempre più difficile credere che si tratti di incidenti.Gli Usa difendono l’alleato dalle accuse del «Washington Post»: «Prove inesistenti». Mentre Seul parla di fuga di «documenti falsificati». Kiev: «La controffensiva ci sarà».Lo speciale contiene due articoli.E se i recenti leak del Pentagono fossero un modo per cercare di impedire una ricandidatura di Joe Biden? L’ipotesi è ardita, ma neanche troppo fantasiosa. Non è d’altronde la prima volta che si verificano situazioni del genere, da quando il diretto interessato si è insediato alla Casa Bianca. A maggio dell’anno scorso, il presidente tenne una telefonata con il segretario alla Difesa, Lloyd Austin, il direttore della Cia, William Burns, e la direttrice dell’Intelligence nazionale, Avril Haines, lamentandosi delle fughe di notizie che si erano registrate poco prima: fughe che avevano rivelato come i servizi americani avessero assistito Kiev nell’affondamento dell’incrociatore Moskva e nell’uccisione di vari generali russi. E che dire dei tre oggetti misteriosi, abbattuti dall’aviazione americana a febbraio nei cieli di Alaska, Michigan e Yukon? Un dossier gestito in modo goffo e surreale, che ha attirato al presidente numerose critiche. Accuse di scarsa trasparenza gli sono arrivate da parlamentari dem e repubblicani, mentre è abbastanza inverosimile che né il Pentagono né i servizi abbiano informazioni più precise su quei misteriosi marchingegni. Senza dimenticare che, il 12 febbraio, Northcom (che fa capo al Pentagono) avallò ufficialmente l’ipotesi che quegli oggetti potessero essere di matrice extraterrestre: un’assurdità, che la Casa Bianca fu costretta a smentire 24 ore più tardi. E adesso l’imbarazzo sta crescendo a causa dei nuovi leak. Se il Dipartimento di Giustizia ha avviato un’indagine, il Consiglio per la sicurezza nazionale non esclude che la fuga di notizie possa essere ancora in corso, mentre tra i documenti coinvolti almeno alcuni risulterebbero «modificati». Frattanto, le commissioni Intelligence di Camera e Senato sono piuttosto irritate e stanno chiedendo, ancora una volta, maggior trasparenza all’amministrazione Biden. Inoltre, al di là del danno in termini di credibilità internazionale, la Casa Bianca si sta trovando in difficoltà anche con partner e alleati che, secondo i leak, Washington avrebbe fondamentalmente spiato: dall’Ucraina alla Corea del Sud, arrivando a Israele. E proprio con lo Stato ebraico si registra la tensione più alta, dopo che uno dei documenti trapelati ha lasciato intendere che i vertici del Mossad avrebbero spinto i loro funzionari a partecipare alle proteste contro la riforma giudiziaria del premier, Benjamin Netanyahu: una circostanza, bollata dall’agenzia d’intelligence israeliana come «completamente falsa e assurda». Va da sé come un simile quadro danneggi Biden sul piano internazionale, aggravando il suo già drammatico isolamento in Medio Oriente. Dulcis in fundo - si fa per dire - questi leak hanno causato dei malumori anche in seno ai Five eyes: l’alleanza in materia d’intelligence tra Usa, Canada, Regno Unito, Australia e Nuova Zelanda. Lunedì, il governo di Ottawa, pur ribadendo il proprio impegno negli stessi Five eyes, si è infatti rifiutato di commentare «su presunte informazioni trapelate». La situazione è complessa e alla sua base si scorge la disastrosa evacuazione dall’Afghanistan dell’agosto 2021: all’epoca, si registrarono forti tensioni su questo dossier tra il Dipartimento di Stato e il Pentagono, così come tra la Casa Bianca e i servizi. Tra l’altro, quella crisi ha rappresentato l’origine del declino politico di Biden ed è abbastanza verosimile che abbia guastato notevolmente i suoi rapporti con le alte sfere dell’intelligence e dell’esercito. D’altronde, era aprile 2021 quando la rivista Foreign Policy riferì che, già ai tempi del suo incarico come vicepresidente, Biden intratteneva relazioni un po’ turbolente con il Pentagono rispetto a varie questioni: dall’Afghanistan alla Libia, passando per l’Iraq e per l’uccisione di Osama bin Laden. E attenzione: il disastro afghano rappresenta un dossier tutt’altro che chiuso. Giovedì, l’amministrazione Biden ha pubblicato un documento in cui ha cercato di attribuire tutte le colpe di quella débâcle non solo a Donald Trump ma anche (significativamente) ai servizi segreti. Inoltre, i deputati repubblicani hanno avviato un’indagine parlamentare sul tema due mesi fa, chiedendo insistentemente di visionare tutte le comunicazioni intercorse tra l’attuale amministrazione americana e i talebani: una richiesta che onestamente suscita degli interrogativi. Insomma, ci sono due ipotesi. O questo caos è frutto di mera incompetenza da parte degli apparati. Oppure questi apparati (o pezzi di essi) stanno remando contro Biden, per scongiurare un suo bis alla Casa Bianca. Certo: è pur vero che il diretto interessato ha appena ribadito di avere intenzione di correre nuovamente. Tuttavia l’annuncio ufficiale di ricandidatura, che tutti attendevano per inizio febbraio, non ha ancora avuto luogo e, secondo il sito Axios, non se ne saprà nulla prima dell’estate o addirittura dell’autunno. Perché questi rinvii? Forse perché il presidente sta incontrando delle resistenze? Non è dato saperlo. Ma è lecito almeno supporlo. Anche perché, al di là del destino politico di Biden, il quadro complessivo è preoccupante: secondo la testata The Intercept, le indagini per fuoriuscita di documenti riservati sono aumentate ai tempi dell’amministrazione Obama, per subire poi un incremento all’epoca di Trump. Difficilmente i recenti leak del Pentagono possono quindi essere considerati un frutto del caso. E intanto l’indecisione di Biden può costar caro a un partito, quello democratico, che rischia di avvicinarsi impreparato all’appuntamento presidenziale del 2024. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ricandidatura-biden-zoppa-deepstate-contro-2659843494.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="legitto-non-fornisce-armi-a-mosca" data-post-id="2659843494" data-published-at="1681311047" data-use-pagination="False"> «L’Egitto non fornisce armi a Mosca» Kiev non intende cambiare i propri piani dopo la rivelazione delle carte segrete americane. La circostanza era stata riferita dalla Cnn. «Non so con chi abbia parlato. In ogni caso, posso dire che il numero di persone che sanno dei nostri piani è estremamente limitato», ha detto il segretario del consiglio nazionale per la sicurezza ucraino, che ha puntualizzato: «La decisione sulle modalità della controffensiva ucraina verrà presa all’ultimo momento». In ogni caso è sempre più difficile comprendere cosa sia vero e cosa sia falso nella vicenda dei leak americani. Seul, dopo il suo coinvolgimento, è intervenuta, dichiarando che una «quantità considerevole di informazioni nei documenti» trapelati del Pentagono «è stata falsificata». La smentita arriva riguardo alle accuse all’Egitto di rifornire di armi i russi. Secondo le carte, il presidente egiziano, Abdel Fattah Al Sisi, uno dei più stretti alleati degli Stati Uniti in Medio Oriente e tra i principali beneficiari degli aiuti americani, avrebbe recentemente ordinato ai suoi sottoposti di produrre in segreto fino a 40.000 razzi da mandare in Russia. «Sembra un’altra bufala, come ce ne sono molte ora, quindi è così che dovrebbero essere trattate tali notizie», le parole di Dmitry Peskov, portavoce del Cremlino. Smentita che naturalmente arriva anche dall’Egitto. Fonti ufficiali hanno precisato che la notizia riportata dal Washington Post è manomissione informativa che non ha alcun fondamento di verità. Ma soprattutto, a parlare di «prove inesistenti» sono proprio gli Stati Uniti. «Non abbiamo avuto nessuna indicazione che l’Egitto abbia fornito missili alla Russia», ha dichiarato il portavoce del Consiglio per la sicurezza nazionale americana, John Kirby, in un briefing. «L’Egitto è un partner importante per la sicurezza nella regione e resta tale. Siamo grati per il ruolo che svolge in Medio Oriente», ha sottolineato. Nel frattempo, in Ucraina c’è poco tempo per pensare alla fuga di carte segrete perché la guerra sul campo è sempre più dura. Kiev sta preparando un nuovo attacco alla flotta russa nel Mar Nero, un’operazione simile a quella che ha portato all’affondamento dell’incrociatore Moskva. Lo ha detto il ministro della Difesa ucraino, Oleksiy Reznikov, durante un briefing: «Possiamo offrire ai russi un’altra sorpresa in mare, un altro missile sulle loro navi. Stiamo solo aspettando il momento giusto». Il ministro che non ha mai rivelato i dettagli dell’operazione dell’affondamento dell’incrociatore russo Moskva, ha ribadito che non lo avrebbe fatto neppure questa volta. A Bakhmut invece sono ancora le truppe russe ad avere la meglio. Secondo il leader del gruppo Wagner, Yevgeny Prigozhin, le forze di Mosca controllerebbero l’80 per cento della città del Donbass. I russi avanzano, certo, ma con perdite significative, tanto che si parla di mobilitazione per portare al fronte forze nuove. Notizia, anche questa, smentita dal Cremlino, che ha chiarito che saranno introdotte semplicemente nuove regole per il reclutamento. Si sta discutendo un emendamento sull’invio di convocazioni militari elettroniche. In base al testo proposto, agli uomini che si sottraggono al servizio di leva sarà vietato lasciare la Russia. In seguito, potrebbe essere introdotto il divieto di guidare automobili, di acquistare e vendere immobili o di contrarre prestiti. Una situazione che si fa sempre più difficile per i russi, così come per gli ucraini. La Polonia ha riferito di aver accolto oltre 11 milioni di profughi dall’inizio della guerra. E circa l’87 per cento di coloro che attraversano il confine sono donne e bambini.
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Per Keir Starmer, già travolto dal disastroso risultato delle amministrative e dall’avanzata di Nigel Farage, si tratta probabilmente del momento più difficile da quando è arrivato a Downing Street. Anche perché Streeting non è un oppositore interno qualsiasi: appartiene, infatti, alla stessa ala moderata e «blairiana» del premier. E proprio per questo il suo attacco rischia di essere devastante.
Nella lunga lettera inviata a Starmer, l’ormai ex ministro della Sanità ha spiegato di avere «perso fiducia» nella sua leadership e, quindi, di non poter restare nel governo «per questione di principio e di onore». Non solo: «Dove servirebbe una visione, abbiamo il vuoto. Dove servirebbe una direzione, siamo alla deriva», ha scritto Streeting, attribuendo direttamente all’impopolarità dell’esecutivo le pesanti sconfitte subite dai laburisti in Inghilterra, Scozia e Galles. Ancora più clamoroso il passaggio finale della lettera: «È ormai chiaro che non sarai tu a guidare il Partito laburista alle prossime elezioni». Un necrologio anticipato.
Streeting, inoltre, ha attaccato duramente la gestione dell’immigrazione da parte del premier, citando polemicamente il controverso discorso sull’«isola di stranieri», con cui Starmer aveva inaugurato la linea dura del Labour (più a parole, invero, che nei fatti), nel tentativo di fermare l’emorragia di consensi verso Reform Uk. Secondo l’ex ministro, però, quella strategia avrebbe contribuito a lasciare il Paese «senza capire chi siamo e che cosa rappresentiamo davvero». In pratica, il premier è riuscito in un colpo solo a non sottrarre voti a Farage e ad alienarsi una parte della propria base progressista.
Per scalzare di Starmer, tuttavia, non basteranno le sole dimissioni dei ministri, seppur eccellenti. Le regole del partito, infatti, prevedono che, per candidarsi alla leadership, serve il sostegno del 20% dei deputati laburisti: oggi significa almeno 81 parlamentari. Solo dopo scatterebbe il voto degli iscritti e dei sindacati. Ed è proprio qui che iniziano i problemi dei possibili successori. Lo stesso Streeting, che presto dovrebbe annunciare formalmente la propria candidatura, ha sì acceso la miccia della rivolta interna, ma non sembra avere numeri sufficienti per conquistare davvero il partito: molti iscritti continuano a considerarlo troppo vicino alla stessa linea moderata che oggi viene contestata a Starmer.
Più insidiosa potrebbe rivelarsi, invece, la candidatura di Angela Rayner, ex vicepremier ed esponente dell’ala sindacale del Labour, appena scagionata nell’inchiesta fiscale che l’aveva costretta alle dimissioni lo scorso anno. Il vero e più credibile antagonista di Starmer, tuttavia, resta Andy Burnham, il popolarissimo sindaco di Manchester soprannominato «il re del Nord». Secondo diversi sondaggi interni, sarebbe proprio Burnham l’unico in grado di battere nettamente Starmer tra gli iscritti del partito. Il problema è che, per candidarsi, dovrebbe prima tornare ai Comuni attraverso un’elezione suppletiva, dato che attualmente non è deputato.
A Westminster, insomma, regna ancora la massima incertezza. Nessuno sa davvero se Starmer riuscirà a resistere o chi, eventualmente, riuscirà a prenderne il posto. Ma una cosa appare ormai chiara a tutti: la partita per il dopo-Starmer è ufficialmente iniziata.
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L’attività ha preso il via nel 2025 quando, a seguito di un ordinario controllo di polizia in mare, si è deciso di procedere velocemente ad una capillare ricognizione nei porti sardi. Nel mirino delle Fiamme gialle il fenomeno del cosiddetto flagging out, una strategia spesso utilizzata da italiani per aggirare il sistema fiscale nazionale con l’immatricolazione di yacht e navi da diporto in registri esteri. Questa pratica, mirata all'abbattimento di costi gestionali e assicurativi, viene frequentemente utilizzata per sottrarsi anche agli obblighi di trasparenza verso il fisco.
Il cuore dell'operazione è stata la verifica del rispetto della normativa sul monitoraggio fiscale, che impone ai residenti in Italia di dichiarare puntualmente, nel quadro denominato «RW» della dichiarazione dei redditi, il possesso di beni mobili registrati all'estero. In sostanza, l’omessa indicazione nella dichiarazione dei redditi del bene immatricolato in uno Stato estero costituisce una violazione finalizzata a nascondere al fisco la reale capacità contributiva ed è sanzionata dalle norme vigenti in misura proporzionale al valore del bene.
L’attività operativa svolta dalla Stazione Navale della Guardia di finanza di Cagliari ha assunto vaste proporzioni anche per la residenza fiscale dei proprietari delle barche da diporto. La meticolosa ricostruzione ha permesso di risalire ai soggetti omissivi nella dichiarazione dei redditi, distribuiti sull’intero territorio nazionale, tramite un'azione mirata da parte di diversi reparti del Corpo. Per perfezionare gli accertamenti, la Stazione Navale di Cagliari ha collaborato con i Reparti territoriali, in base alla residenza dei proprietari, tramite l’incrocio dei dati rilevati durante i riscontri diretti con le banche dati, per garantire la massima precisione nella ricostruzione delle posizioni fiscali.
I risultati finali delineano un quadro di eccezionale rilievo, individuando imbarcazioni e navi da diporto per un valore di mercato complessivo superiore ai 48 milioni di euro. Altrettanto significative le sanzioni amministrative contestate, che potranno raggiungere i 23 milioni di euro, in relazione al valore d’acquisto o di mercato dei beni non dichiarati.
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Massimo Calearo Ciman in una foto d'archivio (Ansa)
L’ex deputato del Pd Massimo Calearo Ciman è indagato per il fallimento della Calearo Antenne: contestate truffa aggravata allo Stato, malversazione e bancarotta fraudolenta. La Finanza sequestra beni per oltre 4 milioni di euro.
Sembra un film tragicomico. C’è poco da ridere però per Massimo Calearo Ciman, finito in guai giudiziari serissimi: frode da 9 milioni su fondi pubblici.
Imprenditore di 71 anni, ex deputato del Pd dal 2008 al 2013, durante il IV governo Berlusconi e, dopo il 2011, quello di Mario Monti, si è fatto notare più per le sue intemperanze e goliardate che per i risultati ottenuti nella vita. È stato anche a capo di Confindustria Vicenza dal 2003 al 2008, e contemporaneamente presidente nazionale di Federmeccanica (2004-2008).
L’imprenditore ora è indagato per il fallimento dell’azienda di famiglia, la Calearo Antenne spa di Isola Vicentina, fondata nel 1957, che contava 600 dipendenti, già in grave crisi finanziaria e dallo scorso anno sottoposta a liquidazione giudiziale a causa delle difficoltà economiche derivate dalle perdite indotte dalla pandemia e poi dalla difficile ripresa. Assieme a lui, nel registro della procura, ci sono finiti i figli Carlo Alberto ed Eugenio già presidente dei Giovani imprenditori di Vicenza, oltre all’ex amministratore delegato dell’azienda Luca Corazza. Le accuse nei loro confronti sono, a vario titolo, di truffa aggravata ai danni dello Stato, malversazione di erogazioni pubbliche e bancarotta fraudolenta.
La Finanza ha sequestrato beni e liquidi per oltre 4 milioni di euro: 15 immobili, tra i quali la villa di famiglia sui Colli Berici del valore di oltre 2 milioni e mezzo di euro, 18 terreni, 2 veicoli, le quote di 8 società di capitali. Ricostruito un articolato sistema di distrazione patrimoniale e di utilizzo illecito di fondi pubblici, sviluppatosi mentre la società si trovava in uno stato di dissesto economico. Gli indagati avrebbero dapprima aggravato la situazione debitoria per poi ottenere finanziamenti garantiti dallo Stato presentando documenti e dati contabili falsi. Sotto la lente delle fiamme gialle ci sono due finanziamenti: uno da 7,5 milioni di euro erogato da Invitalia e uno da 1,5 milioni di euro concesso da Banca Sistema e garantito da Sace per 1,35 milioni.
Le indagini avrebbero poi evidenziato come parte di quelle somme sarebbe stata destinata a finalità diverse rispetto a quelle dichiarate nei progetti di investimento. Circa 3,8 milioni di euro sarebbero stati trasferiti verso partecipate estere nonostante il vincolo di destinazione dei fondi a investimenti e attività produttive esclusivamente in Italia. Nel mirino anche la cessione di immobili all’estero per 2,8 milioni di euro a fronte di pagamenti che, secondo gli investigatori, non sarebbero mai stati effettuati. Tra gli episodi contestati figurano l’erogazione di compensi non concordati al presidente del consiglio d’amministrazione per circa 186.000 euro e l’utilizzo illecito di crediti d’imposta finanziati con risorse del Pnrr per circa 115.000 euro. Di particolare rilievo l’impiego fraudolento di 282.000 euro provenienti da finanziamenti pubblici destinati a favorire le imprese in difficoltà durante il Covid che sarebbero stati inviati dalla società vicentina a una controllata estera attraverso l’indebita applicazione dell’Iva sugli acquisti effettuati da quest’ultima.
«Io sono tranquillo, pacifico e sereno. È una tempesta in un bicchiere d’acqua. Dimostreremo che abbiamo agito per l’interesse dell’azienda e che non ci siamo messi in tasca un euro. Non ho niente da nascondere. Questo è un dato di fatto», commenta Calearo. «Andremo a vedere cosa è stato fatto da chi ci è subentrato, quando ci hanno consigliato di non gestire più noi l’azienda. Per fortuna o purtroppo, io non sono un “Signor nessuno”. Il mio nome fa cassetta. Hanno sbagliato bersaglio, dispiace per tutta questa pubblicità negativa».
D’altronde lui è un vero espero di pubblicità negativa, abilissimo a procurarsela anche in passato. Nel 2012, durante un’intervista alla Zanzara, disse che in Parlamento non ci va quasi più («Rimango a casa a fare l'imprenditore, invece che andare a premere un pulsante. Non serve a niente. Anzi, credo che da questo momento fino alla fine della legislatura non ci andrò più») e che lo stipendio lo prendeva solo per pagare un mutuo da 12.000 euro al mese. Walter Veltroni, che nel 2008, da segretario, lo aveva candidato capolista nel Pd, facendolo diventare parlamentare, si definì disgustato, descrivendolo come «una persona orrenda». Dopo le polemiche Calearo annunciò le dimissioni da deputato salvo poi ripensarci affermando: «In Parlamento ci sono i condannati, non è giusto che mi dimetta io che non ho fatto niente di male».
Sul piano politico è stato a dir poco discontinuo. Partito da Pd si è ritrovato tra le braccia di Berlusconi. Nel 2009 lascia il Pd in rotta con il nuovo segretario Pier Luigi Bersani. Fonda Alleanza per l'Italia con Francesco Rutelli e Bruno Tabacci. Nel 2010 lascia anche Api e dà vita al Movimento di Responsabilità Nazionale con Domenico Scilipoti e vota contro la mozione di sfiducia al governo Berlusconi. Questo gli vale un posto da consigliere personale del presidente del Consiglio per il Commercio estero. Personaggio interessante.
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