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2025-07-17
La Riace di Lucano: caos e 3,3 milioni di debiti
Mimmo Lucano (Ansa)
Riace si prepara a stendere il tappeto rosso. Da oggi, 17 luglio, arriveranno sei europarlamentari del gruppo The Left per rendere omaggio al falso mito dell’accoglienza «alternativa». A fare da cicerone? Ovviamente Mimmo Lucano, il sindaco che era diventato simbolo internazionale della solidarietà mediterranea ma che è stato buttato giù dalla prefettura a causa della sua condanna definitiva per falso (è attesa la decisione d’appello, fissata per il 9 gennaio 2026).
Ma mentre la delegazione europea sarà impegnata con i selfie nei vicoli colorati della ex città dell’accoglienza, i cittadini di Riace dovranno fare i conti con un buco da 3 milioni e 393.000 euro, causato proprio dalla gestione Lucano dei progetti di accoglienza. A ricordarlo, con parole chiare e a caratteri cubitali, appese alle vie del paese, sono le due liste di opposizione in Consiglio comunale: Riace protagonista e Riace verso il futuro. Non c’è bisogno di interpretazioni: «Non sono bastati i 19 milioni di euro, ne vorrebbero ancora». Una cifra, quella dei 19 milioni, che Lucano avrebbe impiegato negli anni d’oro del suo «modello», sostenuto a suon di finanziamenti pubblici, progetti Sprar, Msna e ogni altra sigla che il ministero dell’Interno fosse disposto a finanziare. Bastava una sigla, una delibera e una causa nobile. E i soldi arrivavano. Così Riace diventò una fabbrica di contributi a tempo determinato, dove ogni rendiconto era opzionale.
Ma il risultato è che oggi il Viminale boccia definitivamente Riace. Con una nota datata luglio 2025, il dipartimento per le Libertà civili ha respinto la richiesta di riammissione ai progetti di accoglienza. La motivazione, macroscopica: «Mancata rendicontazione per gli anni 2017 e 2018, debiti accertati per 3.393.166 euro e irregolarità gravi nella gestione dei fondi». E, se qualcuno non avesse recepito, il ministero è stato brutale: «Il Comune di Riace, per le gravi irregolarità contabili e gestionali, non può essere inserito nei nuovi progetti di accoglienza». Una contestazione che non era stata neppure impugnata dall’amministrazione. E che, quindi, è diventata definitiva. Le frustate del Viminale sono parecchie e colpiscono tutte le arterie del meccanismo dell’accoglienza che Lucano aveva costruito: «Criticità emerse dalle ispezioni e dai monitoraggi, mancato aggiornamento della banca dati gestita dal Servizio centrale, mancata corrispondenza tra i servizi decritti nella domanda di contributo e quelli effettivamente erogati, mancata redazione di progetti individualizzati per i beneficiari, mancata organizzazione del servizio di orientamento legale, erogazione dei servizi finanziati dal Fondo a favore di soggetti diversi da quelli ammessi all’accoglienza, mancata presentazione della rendicontazione nei termini previsti».
E, infine, le motivazioni del rigetto: «Si conclude che la cessazione del progetto e il venir meno delle condizioni nelle quali lo stesso avrebbe dovuto proseguire, stante il trasferimento dei migranti destinatari delle attività di accoglienza, unitamente al perdurare delle circostanze ostative alla riammissione al finanziamento, non rendono possibile accogliere le istanze del Comune, poiché risulta impossibile, in tale contesto, qualsiasi altra attività di rinnovazione del procedimento, nonché a nuovo finanziamento, in quanto inibita dalle ulteriori inadempienze del Comune». Mimmo Lucano ci aveva riprovato. Voleva rimettere in piedi quello che definiva «un modello» e che per la Procura di Locri, invece, sarebbe stato «un sistema (accusa poi venuta meno al processo, ndr)».
Ha tentato l’impresa avventurandosi su una strada scivolosa, brandendo una vecchia decisione del Tar risultata poi superata e sconfessata. Ma non è finita. Perché lo Stato vuole i soldi indietro. «Operatori, commercianti, proprietari di casa, chi li risarcirà?», ha sbottato Antonio Trifoli, che è stato sindaco tra l’ultimo mandato di Lucano e quello precedente. Bella domanda. Gli effetti della «solidarietà a debito» con molta probabilità si faranno sentire nei bilanci comunali: meno trasferimenti erariali, più tasse, servizi tagliati. Così, mentre i turisti solidali sfilano tra le botteghe (le poche rimaste) dei prodotti etnici, i cittadini di Riace dovranno capire come far quadrare i conti per le scuole, le strade e le bollette dell’illuminazione pubblica. Il «modello Riace», insomma, alla prova dei numeri si è rivelato un flop: tanta retorica, pochi numeri, nessuna ricevuta.
A peggiorare la sensazione di essere su un altro pianeta ci penserà la missione della delegazione europea guidata dall’eurodeputata Ilaria Salis. In agenda non c’è la verifica dei bilanci o il controllo delle carte, ma il rilancio del «modello Riace» come ispirazione per una nuova Europa. E così, mentre il ministero dell’Interno scrive nero su bianco che «Riace non ha diritto a nuovi fondi» per via delle «gravi irregolarità», nel paesello della Locride si parlerà di «giustizia sociale, diritti umani e solidarietà dal basso». «Riace ha bisogno di verità, non di propaganda», attaccano i gruppi consiliari di opposizione. Qui la questione non è più ideologica, ma economica. I numeri non hanno partito, ma parlano chiaro: milioni di euro spesi male, documenti mancanti, rendicontazioni sparite, controlli evasi, debiti certificati. Eppure, Lucano continua a ricevere premi, delegazioni, fondazioni, applausi. Il modello Riace, insomma, continua a vivere come brand, ma è morto nei bilanci.
Clandestini, la ricetta dei dem iberici: «Regolarizziamone subito 500.000»
A Torre Pacheco, nella regione spagnola di Murcia, quattro giorni di tensione hanno trasformato le strade in un vero terreno di scontro tra gruppi di immigrati nordafricani, residenti locali e militanti di destra, rendendo necessario l’intervento degli agenti antisommossa. Gli episodi di violenza hanno avuto inizio quando si è saputo che un pensionato di 68 anni era stato aggredito da tre marocchini, che sono poi stati arrestati dalla polizia. I disordini, ovviamente, hanno riacceso i riflettori sull’immigrazione di massa, che in Spagna è ormai da tempo un’emergenza nazionale.
Un’emergenza che, però, non sembra sfiorare minimamente il governo socialista di Pedro Sánchez. A confermare lo scollamento dalla realtà dell’esecutivo spagnolo, ci ha pensato ieri Yolanda Díaz, vicepremier di Sánchez nonché leader di Sumar, partito di estrema sinistra. In questo clima incandescente, la pasionaria iberica ha avuto la brillante idea di chiedere al Congresso di Madrid l’approvazione urgente di un’iniziativa legislativa popolare (Ilp) che prevede la regolarizzazione di mezzo milione di immigrati illegali. «Abbiamo un disegno di legge che riguarda 500.000 persone presenti nel nostro Paese che devono essere regolarizzate il prima possibile», ha dichiarato la Díaz in un’intervista su Tve. Non paga, il vicepremier spagnolo ha anche accusato il Partito popolare (Pp) di «aizzare l’estrema destra» e di amoreggiare con i sovranisti di Vox, che hanno proposto l’espulsione di tutti gli irregolari: «I popolari», ha affermato la Díaz, devono erigere «un cordone democratico» nei confronti di Vox, che «è un partito fuori del mandato costituzionale», facendo così capire «da che parte stanno».
La proposta sostenuta dalla Díaz, più in particolare, prevede la concessione di un permesso di soggiorno temporaneo agli immigrati irregolari già presenti in Spagna (circa 500.000), purché possano dimostrare di avere un lavoro o un’offerta concreta di impiego. Ai nuovi regolarizzati, inoltre, verrebbe garantito l’accesso a tutti i servizi sociali e sanitari, con la possibilità di ottenere la residenza permanente dopo un periodo di 2-3 anni (per poi conseguire, più avanti, la cittadinanza spagnola). Dal disegno di legge - ci hanno tenuto a precisare i promotori - sono esclusi tutti gli immigrati con precedenti penali gravi o che rappresentino un rischio per la sicurezza pubblica.
Come al solito, le intenzioni sono buone, ma di fatto si sta chiedendo di risolvere il problema delle violenze degli immigrati regolarizzando mezzo milione di persone che, in Spagna, non dovrebbero neanche esserci. Ecco perché, di fronte alla proposta del governo, il leader del Pp, Alberto Núñez Feijóo, ha sbattuto i pugni sul tavolo, dichiarando che «un immigrato irregolare che commette reati in Spagna deve essere espulso immediatamente». Anche perché, ha specificato, «l’immigrazione irregolare non può generare diritti». Al contrario, ha aggiunto Feijóo, «abbiamo bisogno di immigrati regolari che si integrino nella cultura spagnola e rispettino le nostre leggi». Il leader dei popolari ha, quindi, accusato il governo di «deregolamentazione migratoria e totale mancanza di responsabilità».
Dal canto suo, Vox, attraverso il leader Santiago Abascal, si oppone radicalmente a qualsiasi processo di regolarizzazione, sostenendo che «non è possibile integrare chi entra illegalmente» e proponendo un piano di «remigrazione» per chi non ha alcun diritto di rimanere in Spagna. Secondo i sovranisti, le violenze di Torre Pacheco «dimostrano che le politiche di apertura dei confini falliscono sempre».
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Il ministero dell’Interno ha respinto la pretesa del sindaco di riammette il Comune nei programmi legati all’accoglienza chiedendo addirittura la restituzione dei fondi già erogati. Alla base della decisione le «gravi inadempienze amministrative».In Spagna la rivolta di Torre Pacheco sbarella la sinistra: invece del pugno duro, spalanca le porte.Lo speciale contiene due articoli.Riace si prepara a stendere il tappeto rosso. Da oggi, 17 luglio, arriveranno sei europarlamentari del gruppo The Left per rendere omaggio al falso mito dell’accoglienza «alternativa». A fare da cicerone? Ovviamente Mimmo Lucano, il sindaco che era diventato simbolo internazionale della solidarietà mediterranea ma che è stato buttato giù dalla prefettura a causa della sua condanna definitiva per falso (è attesa la decisione d’appello, fissata per il 9 gennaio 2026).Ma mentre la delegazione europea sarà impegnata con i selfie nei vicoli colorati della ex città dell’accoglienza, i cittadini di Riace dovranno fare i conti con un buco da 3 milioni e 393.000 euro, causato proprio dalla gestione Lucano dei progetti di accoglienza. A ricordarlo, con parole chiare e a caratteri cubitali, appese alle vie del paese, sono le due liste di opposizione in Consiglio comunale: Riace protagonista e Riace verso il futuro. Non c’è bisogno di interpretazioni: «Non sono bastati i 19 milioni di euro, ne vorrebbero ancora». Una cifra, quella dei 19 milioni, che Lucano avrebbe impiegato negli anni d’oro del suo «modello», sostenuto a suon di finanziamenti pubblici, progetti Sprar, Msna e ogni altra sigla che il ministero dell’Interno fosse disposto a finanziare. Bastava una sigla, una delibera e una causa nobile. E i soldi arrivavano. Così Riace diventò una fabbrica di contributi a tempo determinato, dove ogni rendiconto era opzionale.Ma il risultato è che oggi il Viminale boccia definitivamente Riace. Con una nota datata luglio 2025, il dipartimento per le Libertà civili ha respinto la richiesta di riammissione ai progetti di accoglienza. La motivazione, macroscopica: «Mancata rendicontazione per gli anni 2017 e 2018, debiti accertati per 3.393.166 euro e irregolarità gravi nella gestione dei fondi». E, se qualcuno non avesse recepito, il ministero è stato brutale: «Il Comune di Riace, per le gravi irregolarità contabili e gestionali, non può essere inserito nei nuovi progetti di accoglienza». Una contestazione che non era stata neppure impugnata dall’amministrazione. E che, quindi, è diventata definitiva. Le frustate del Viminale sono parecchie e colpiscono tutte le arterie del meccanismo dell’accoglienza che Lucano aveva costruito: «Criticità emerse dalle ispezioni e dai monitoraggi, mancato aggiornamento della banca dati gestita dal Servizio centrale, mancata corrispondenza tra i servizi decritti nella domanda di contributo e quelli effettivamente erogati, mancata redazione di progetti individualizzati per i beneficiari, mancata organizzazione del servizio di orientamento legale, erogazione dei servizi finanziati dal Fondo a favore di soggetti diversi da quelli ammessi all’accoglienza, mancata presentazione della rendicontazione nei termini previsti».E, infine, le motivazioni del rigetto: «Si conclude che la cessazione del progetto e il venir meno delle condizioni nelle quali lo stesso avrebbe dovuto proseguire, stante il trasferimento dei migranti destinatari delle attività di accoglienza, unitamente al perdurare delle circostanze ostative alla riammissione al finanziamento, non rendono possibile accogliere le istanze del Comune, poiché risulta impossibile, in tale contesto, qualsiasi altra attività di rinnovazione del procedimento, nonché a nuovo finanziamento, in quanto inibita dalle ulteriori inadempienze del Comune». Mimmo Lucano ci aveva riprovato. Voleva rimettere in piedi quello che definiva «un modello» e che per la Procura di Locri, invece, sarebbe stato «un sistema (accusa poi venuta meno al processo, ndr)».Ha tentato l’impresa avventurandosi su una strada scivolosa, brandendo una vecchia decisione del Tar risultata poi superata e sconfessata. Ma non è finita. Perché lo Stato vuole i soldi indietro. «Operatori, commercianti, proprietari di casa, chi li risarcirà?», ha sbottato Antonio Trifoli, che è stato sindaco tra l’ultimo mandato di Lucano e quello precedente. Bella domanda. Gli effetti della «solidarietà a debito» con molta probabilità si faranno sentire nei bilanci comunali: meno trasferimenti erariali, più tasse, servizi tagliati. Così, mentre i turisti solidali sfilano tra le botteghe (le poche rimaste) dei prodotti etnici, i cittadini di Riace dovranno capire come far quadrare i conti per le scuole, le strade e le bollette dell’illuminazione pubblica. Il «modello Riace», insomma, alla prova dei numeri si è rivelato un flop: tanta retorica, pochi numeri, nessuna ricevuta.A peggiorare la sensazione di essere su un altro pianeta ci penserà la missione della delegazione europea guidata dall’eurodeputata Ilaria Salis. In agenda non c’è la verifica dei bilanci o il controllo delle carte, ma il rilancio del «modello Riace» come ispirazione per una nuova Europa. E così, mentre il ministero dell’Interno scrive nero su bianco che «Riace non ha diritto a nuovi fondi» per via delle «gravi irregolarità», nel paesello della Locride si parlerà di «giustizia sociale, diritti umani e solidarietà dal basso». «Riace ha bisogno di verità, non di propaganda», attaccano i gruppi consiliari di opposizione. Qui la questione non è più ideologica, ma economica. I numeri non hanno partito, ma parlano chiaro: milioni di euro spesi male, documenti mancanti, rendicontazioni sparite, controlli evasi, debiti certificati. Eppure, Lucano continua a ricevere premi, delegazioni, fondazioni, applausi. Il modello Riace, insomma, continua a vivere come brand, ma è morto nei bilanci.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/riace-lucano-33-milioni-debiti-2673325978.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="clandestini-la-ricetta-dei-dem-iberici-regolarizziamone-subito-500-000" data-post-id="2673325978" data-published-at="1752738313" data-use-pagination="False"> Clandestini, la ricetta dei dem iberici: «Regolarizziamone subito 500.000» A Torre Pacheco, nella regione spagnola di Murcia, quattro giorni di tensione hanno trasformato le strade in un vero terreno di scontro tra gruppi di immigrati nordafricani, residenti locali e militanti di destra, rendendo necessario l’intervento degli agenti antisommossa. Gli episodi di violenza hanno avuto inizio quando si è saputo che un pensionato di 68 anni era stato aggredito da tre marocchini, che sono poi stati arrestati dalla polizia. I disordini, ovviamente, hanno riacceso i riflettori sull’immigrazione di massa, che in Spagna è ormai da tempo un’emergenza nazionale.Un’emergenza che, però, non sembra sfiorare minimamente il governo socialista di Pedro Sánchez. A confermare lo scollamento dalla realtà dell’esecutivo spagnolo, ci ha pensato ieri Yolanda Díaz, vicepremier di Sánchez nonché leader di Sumar, partito di estrema sinistra. In questo clima incandescente, la pasionaria iberica ha avuto la brillante idea di chiedere al Congresso di Madrid l’approvazione urgente di un’iniziativa legislativa popolare (Ilp) che prevede la regolarizzazione di mezzo milione di immigrati illegali. «Abbiamo un disegno di legge che riguarda 500.000 persone presenti nel nostro Paese che devono essere regolarizzate il prima possibile», ha dichiarato la Díaz in un’intervista su Tve. Non paga, il vicepremier spagnolo ha anche accusato il Partito popolare (Pp) di «aizzare l’estrema destra» e di amoreggiare con i sovranisti di Vox, che hanno proposto l’espulsione di tutti gli irregolari: «I popolari», ha affermato la Díaz, devono erigere «un cordone democratico» nei confronti di Vox, che «è un partito fuori del mandato costituzionale», facendo così capire «da che parte stanno».La proposta sostenuta dalla Díaz, più in particolare, prevede la concessione di un permesso di soggiorno temporaneo agli immigrati irregolari già presenti in Spagna (circa 500.000), purché possano dimostrare di avere un lavoro o un’offerta concreta di impiego. Ai nuovi regolarizzati, inoltre, verrebbe garantito l’accesso a tutti i servizi sociali e sanitari, con la possibilità di ottenere la residenza permanente dopo un periodo di 2-3 anni (per poi conseguire, più avanti, la cittadinanza spagnola). Dal disegno di legge - ci hanno tenuto a precisare i promotori - sono esclusi tutti gli immigrati con precedenti penali gravi o che rappresentino un rischio per la sicurezza pubblica.Come al solito, le intenzioni sono buone, ma di fatto si sta chiedendo di risolvere il problema delle violenze degli immigrati regolarizzando mezzo milione di persone che, in Spagna, non dovrebbero neanche esserci. Ecco perché, di fronte alla proposta del governo, il leader del Pp, Alberto Núñez Feijóo, ha sbattuto i pugni sul tavolo, dichiarando che «un immigrato irregolare che commette reati in Spagna deve essere espulso immediatamente». Anche perché, ha specificato, «l’immigrazione irregolare non può generare diritti». Al contrario, ha aggiunto Feijóo, «abbiamo bisogno di immigrati regolari che si integrino nella cultura spagnola e rispettino le nostre leggi». Il leader dei popolari ha, quindi, accusato il governo di «deregolamentazione migratoria e totale mancanza di responsabilità».Dal canto suo, Vox, attraverso il leader Santiago Abascal, si oppone radicalmente a qualsiasi processo di regolarizzazione, sostenendo che «non è possibile integrare chi entra illegalmente» e proponendo un piano di «remigrazione» per chi non ha alcun diritto di rimanere in Spagna. Secondo i sovranisti, le violenze di Torre Pacheco «dimostrano che le politiche di apertura dei confini falliscono sempre».
Fabio Lattanzi (Getty Images)
Determinante è stata la cena da Johnny di venerdì sera con il mio amico Claudio Lotito. L’assenza dei tifosi allo stadio non lo preoccupa, l’ha liquidata con questa lapidaria affermazione: «Il proprietario sono io». Romano, l’autista di Claudio, gli porta il cellulare e il presidente fa riferimento a un dibattito in Molise: il tema è il referendum, il problema è che non trova un sostenitore del No. Mi propongo. Lui, dal gentil carattere, mi guarda e mi aggredisce, dicendo: «Non solo sei romanista, voti pure No». «Sono indeciso», rispondo, «ascolto i sostenitori del Sì e propendo per il No, ascolto i sostenitori del No e propendo per il Sì. Da una parte si scomoda la famiglia nel bosco e il problema dell’immigrazione, dall’altra si afferma che è in pericolo lo stato di diritto». «Non esageriamo», afferma Claudio, «nessun pericolo per la democrazia, nessun pericolo per la separazione dei poteri e soprattutto nessuno pericolo per l’autonomia dei giudici».
Ribatto che le carriere sono già separate e chiedo qual è l’utilità di questa riforma. Lui afferma che questa riforma completa un cammino, recidendo definitivamente il cordone ombelicale che unisce giudici e pubblici ministeri. «È una riforma», insiste, «che dà più potere ai giudici e che, separandoli dai pm, li fa apparire imparziali. Il nostro Paese ha necessità di giudici autorevoli, che non solo siano imparziali, ma che appaiano tali e godano della fiducia della comunità». Non posso che dargli ragione, non posso non condividere il fatto che la fiducia nei giudici è scemata e che il pm è diventato la star del processo penale. Continua e afferma che giudici e pm devono rimanere autonomi, non controllati dalla politica, devono autogovernarsi, ma i pm devono governare i pm e i giudici devono governare i giudici, e che la riforma prevede due organi di autogoverno autonomi dalla politica e soprattutto autonomi gli uni dagli altri. Non posso che condividere, i giudici non devono, come invece avviene con il sistema attuale, essere controllati dai pm; la carriera dei giudici non può dipendere dai pm, poiché in questo modo si compromette l’imparzialità.
Claudio afferma, infine, che votando Sì vi è una speranza, mentre votando No si conferma un sistema che non funziona. Anche su questo ha ragione, mi stupisce e dubito sia lui. Non si può negare che nel nostro Paese la giustizia penale costituisca un problema. I cittadini non hanno fiducia nella giustizia e nei giudici. La mancanza di fiducia incide negativamente pure sull’economia del Paese. Gli investitori fuggono. La certezza del diritto, la certezza delle decisioni sono chimere, regna l’incertezza. I processi non si sa quando inizino, non si sa quando finiscano e se finiscano. La riforma costituzionale sicuramente non risolverà il problema della giustizia penale, ma potrebbe essere un buon inizio.
È una riforma che posiziona il giudice al centro del processo, legittimandolo, responsabilizzandolo, valutandolo in base al lavoro effettuato e non all’appartenenza a una corrente. Certo, come qualunque riforma, va sostenuta non criticando i giudici, non delegittimandoli, ma rispettandoli e fornendogli gli strumenti per lavorare al meglio. Votando Sì, pertanto, si ha una speranza, siglando il No quella speranza si spegne e si conferma lo status quo.
È indubbio che nel nostro Paese la giustizia penale, se non l’intero sistema giustizia, non funzioni e che solo il Sì ci dia la speranza che possa cambiare, e difficilmente in peggio, mentre il No ci condannerebbe a convivere con una giustizia delegittimata, che è uno dei mali peggiori di uno Stato democratico. Claudio, che sta aggredendo un piatto di frutta, mi ha quasi convinto. «Certo», sottolineo, «sarebbe stato preferibile non ricorrere al giudizio popolare e trovare una maggioranza qualificata in Parlamento». Infatti, se, al posto delle sterili contrapposizioni ideologiche e delle modifiche a colpi di maggioranza, si fosse favorito un ampio dibattito, oggi, probabilmente, avremmo una legge migliore.
L’auspicio, però, a questo punto, è che vinca il Sì e che si lavori tutti insieme perché questa riforma produca effetti positivi, con l’obiettivo di consegnare al Paese una giustizia migliore e di non ripetere l’errore del passato di cadere nella contrapposizione ideologica. Guardo Claudio e gli dico che, incredulo, devo ammettere che mi ha convinto. Lui si alza soddisfatto e, con il sorriso in volto, afferma: «Vai a pagare. Adesso ti ho convinto a votare Sì, ma alla prossima cena ti faccio diventare della Lazio».
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Elly Schlein (Ansa)
Schlein sbaglia sia in diritto che in logica: in diritto, perché a una riforma della Costituzione non attiene risolvere i problemi denunciati; in logica, perché è come se dicesse di dire No alla estirpazione di un dente irrimediabilmente cariato solo perché, così facendo, non guarirebbe da una allergia cronica.
«Arrivo al secondo punto», ha continuato Schlein, «dicono che è una separazione delle carriere ma, attenzione, la separazione delle funzioni è stata introdotta già dalla riforma Cartabia». In una stessa frase il segretario del Pd confonde la «separazione delle carriere» con la «separazione delle funzioni». Insomma, fa cilecca anche sul suo secondo punto.
Quindi ha richiamato i rischi legati alle modifiche della Costituzione «che i Padri costituenti ci hanno così sapientemente dato». Ma qui non si interviene sul testo originario del 1948, già rivisto nel 1999 dal governo D’Alema, che modificò l’articolo 111 inserendo il principio del «giudice terzo», coerente con il giusto processo sancito dieci anni prima dalla riforma Vassalli. In quell’occasione, tuttavia, si commise l’errore di mantenere pm e giudici come colleghi: un’evidente contraddizione, perché non può dirsi davvero «terzo» un giudice che è collega del pm.
E ancora: «Dividere il Csm in due - oggi un organo elettivo, e quindi rappresentativo, e quindi autorevole - e sorteggiarne i componenti lo indebolisce e indebolisce l’indipendenza della magistratura». Quella di Schlein è una inferenza non dimostrata: nella sua frase si potrebbe sostituire la parola «indebolisce» con la parola «rafforza» e ottenere una frase parimenti suggestiva e parimenti falsa. Il sorteggio né indebolisce né rafforza la magistratura ma, semplicemente, evita che il Csm sia, istituzionalmente, colorato politicamente, posto che, oggi, le elezioni sono determinate dalle correnti che sono associazioni (politicamente colorate) di magistrati. Anzi, il magistrato che volesse essere veramente indipendente dalla politica e non aderire ad alcuna corrente sarebbe fuori da ogni cordata elettorale e non avrebbe alcuna possibilità di far parte del Csm.
«Chi di noi affiderebbe la propria rappresentanza a un organo sorteggiato? Chi di noi sorteggerebbe il proprio consiglio comunale, il proprio sindaco, il Parlamento? Con un meccanismo di sorteggio, non vi sono garanzie né di competenza né d’indipendenza», incalza Schlein. Ma le attuali elezioni non sono un concorso con verifica di competenze, cosicché neanche le attuali elezioni garantiscono le competenze fantasticate da Schlein. Quanto all’indipendenza, il sorteggio garantisce sì l’indipendenza, mentre le elezioni rendono il consigliere del Csm dipendente da chi lo ha eletto.
«Non è vero che la riforma sopprimerebbe le correnti». Infatti non è intenzione della riforma sopprimere le correnti. Ciò che si sopprime è la formazione di un Csm dettata dalle correnti. E si vuol questo perché le correnti sono politicamente colorate, ma proprio per questo non devono dettare la formazione del Csm, che ne scaturirebbe colorato politicamente, in contraddizione col dettato costituzionale che vuole la magistraturaindipendente.
«La componente laica sarebbe sorteggiata da un elenco che elegge un Parlamento dove c’è una maggioranza. Quindi è chiaro che chi ha la maggioranza si tiene una parola in più». A parte il fatto che la componente laica è in netta minoranza, l’obiezione di Schlein vale già oggi. Anzi, oggi vale ancora di più, perché i nominati dal Parlamento sono, oggi, blindati; invece col sorteggio, la componente laica è meno blindata dalla politica.
«Non è vero che non ci sarebbero i casi di errori giudiziari». Vero, ma ce ne sarebbero di meno se, finalmente, anche i magistrati avessero delle responsabilità. Finora, le funzioni disciplinari del Csm non hanno funzionato, perché chi dovrebbe comminare sanzioni contro azioni superficiali, arroganti, omissive si astiene per lo più dal farlo perché, magari, dovrebbe sanzionare chi ha contribuito a farlo eleggere. La presenza dell’Alta Corte disciplinare farebbe meglio riflettere i magistrati, prima che si avventurino in azioni per le quali, oggi, hanno la consapevolezza di restare non sanzionati.
«Mi ha colpito molto quando il ministro Nordio si è rivolto a me dicendo: “Ma io non capisco perché la segretaria del Pd non comprenda che questa riforma serve anche a loro”». Qui non poca è la malafede della Schlein: è evidente che quel che Nordio intende dire è che avere una magistratura meno politicizzata gioverebbe a tutti, e non a una sola componente della politica. Quel che Nordio intende dire è che la riforma non è di destra né di sinistra, ma è utile a tutti.
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Stretto di Hormuz bloccato, gli alleati si sfilano sulle scorte. Magistrati contro il governo. Poi Cuba, Oscar e il centenario di Jerry Lewis.
Il viceministro degli Affari Esteri Edmondo Cirielli e l'ambasciatore russo in Italia Aleksej Vladimirovic Paramonov (Ansa)
Ma in effetti: come si permette questo Cirielli? Incontra un ambasciatore? Chi si crede di essere? Il viceministro degli Esteri? Che dite? Ah, Cirielli è il viceministro degli Esteri. Va beh, fa lo stesso: come si permette il viceministro degli Esteri di incontrare un ambasciatore screditato? Che dite? Che l’ambasciatore è accreditato? È regolarmente in servizio? Svolge normale attività diplomatica? Va beh, fa lo stesso: come si permette il viceministro degli Esteri di incontrare un ambasciatore regolarmente accreditato senza prima avvertire il presidente Mattarella? Possibile che esistano ancora esponenti del governo convinti di poter svolgere le loro funzioni, e magari persino le loro minzioni, senza prima chiedere il permesso al Colle? Sono testoni. Devono imparare come si fa: pronto, Quirinale? Guardate che sto per incontrare il console del Ghana, ma prima passo dalla toilette: posso? Mi è consentito? Il presidente mi autorizza? Devono capire, questi viceministri, che tutto passa dal Colle. Anche l’agenda del giorno. E la pipì della notte.
Non ci crederete ma l’ultimo caso esploso sui giornali riguarda «l’incontro segreto», come è stato definito, tra il viceministro degli Esteri Edmondo Cirielli e l’ambasciatore russo a Roma Alexy Paramonov. Un incontro talmente segreto che si è svolto ufficialmente alla Farnesina, alla presenza di un alto funzionario della direzione generale e del capo della segreteria. Una roba da carbonari, insomma. Ma a quei segugi del Corriere della Sera non sfugge nulla: così appena hanno trovato la notizia l’hanno pubblicata montandoci su un bel caso. Gli altri giornali ci sono andati dietro. E la politica pure: Carlo Calenda ha messo in discussione niente meno che «la dignità delle istituzioni», Elly Schlein ha protestato, Matteo Renzi si è indignato, il Pd ha presentato un’interpellanza per chiedere «una ricostruzione puntuale dell’incontro» e Filippo Sensi, addirittura, «evoca un contesto di tradimento», per cui si presume prossima la richiesta di fucilazione del viceministro. Per i traditori, si capisce, nessuna pietà.
La cosa più grave, però, scrive il Corriere, è che «da quanto risulta, il presidente della Repubblica era all’oscuro di tutto». E questo è veramente incredibile. Possibile che nessuno informi il capo dello Stato che a Roma c’è un ambasciatore russo? E che l’ambasciatore russo, in quanto ambasciatore, è regolarmente autorizzato ad ambasciare? Possibile che nessuno informi il capo dello Stato che, fino a prova contraria, non abbiamo ancora rotto le relazioni diplomatiche con Mosca? E che dunque l’ambasciatore russo a Roma non è un soggetto indesiderato? E nemmeno un clandestino? E nemmeno un nemico da abbattere? Possibile che nessuno informi il capo dello Stato che, fino a prova contraria, l’ambasciatore russo resta un ambasciatore a tutti gli effetti? E che in quanto ambasciatore può, anzi deve, intrattenere relazioni diplomatiche con l’Italia perché altrimenti che diavolo ci starebbe a fare qui? Possibile che nessuno informi il capo dello Stato che, tenetevi forte, esiste persino un’ambasciata italiana a Mosca? Che non è stata chiusa? Che abbiamo persino 340 imprese che continuano a lavorare in Russia? Che facciamo? Li dichiariamo tutti traditori? Li facciamo fucilare tutti, compreso il nostro ambasciatore, anzi ambatraditore?
Siamo in ansiosa attesa, naturalmente, della «ricostruzione puntuale dell’incontro», come chiedono gli amici del Pd. Ma temiamo che, se aspettano di scoprire oscure trame putiniane, rimarranno delusi. Ci troveremo di fronte, infatti, alla ricostruzione di un noioso incontro di routine diplomatica, fra un viceministro e un ambasciatore, un incontro che segue tutti i protocolli, per altro alla presenza per altro di alti funzionari della Farnesina. Come previsto dalle regole delle relazioni internazionali, oltre che da quelle del buon senso. Ma che diavolo deve fare un viceministro se un ambasciatore gli chiede un incontro? Sputargli in faccia? Tirargli un cazzotto? Tagliargli i cosiddetti? «Lei è russo: vada fuori da Roma». «Ma veramente io sarei l’ambasciatore». «Ambasciatore non porta pene» e zac con le forbici nelle parti basse: dovrebbe fare così un viceministro? Lo dicano coloro che lamentano la dignità offesa delle istituzioni: dovrebbe fargli del male? E magari prima avvertire il Colle? “«Guardi c’è qui alla porta l’ambasciatore russo, ma stia tranquillo, presidente, esco e lo corco di botte». E poi? Che altro dovrebbe fare il viceministro agli Esteri? Chiudere d’imperio la sede diplomatica russa? O darle direttamente fuoco? E cospargere il terreno di sale? Questo dovrebbe fare per rispettare la dignità delle istituzioni?
Ormai sulla Russia hanno perso tutti la trebisonda. Il ministro Giuli vuol disertare l’inaugurazione della Biennale perché Pietrangelo Buttafuoco non ha escluso gli artisti russi che sono rigorosamente all’indice perché il loro Paese ne ha aggredito un altro (mentre invece gli artisti israeliani e statunitensi sono i benvenuti perché i loro Paesi ne hanno aggredito un altro). La cerimonia delle Olimpiadi è stata boicottata perché sfilavano gli atleti paralimpici russi. L’auditorium di Roma ha appena cancellato dal galà della danza l’étoile del Bolshoi Svetlana Zakharova in quanto colpevole di essere russa. E persino sul gas russo ci facciamo prendere da tentazioni suicide, tenendo i rubinetti rigorosamente chiusi: «Sono sempre stato critico sullo stop totale, però in questa occasione non possiamo rovinare tutti gli sforzi fatti in questi anni», ha detto per esempio ieri il presidente di Nomisma Davide Tabarelli. Stupendo, no? È sbagliato, ma per non rovinare «gli sforzi fatti» continuiamo a massacrarci. In altre parole: siccome ci siamo fatti tanto male, continuiamo a farcene dell’altro. Geniale. Quasi quanto montare un caso per un viceministro degli Esteri che incontra un ambasciatore regolarmente accreditato. Per altro, senza nemmeno chiedere permesso al Colle. E senza nemmeno mettere un cucchiaino di cianuro nel caffè. Ma come si permette questo Cirielli? Non conosce la dignità delle istituzioni?
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