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2018-08-10
Il Bullo accolse Dagostino a Palazzo Chigi
Ansa
I bei vestiti per Matteo Renzi devono essere una cura miracolosa contro i conati di vomito. Era l'11 gennaio 2017 e l'ex premier, dopo aver letto le dichiarazioni rilasciate a questo giornale dall'imprenditore Luigi Dagostino, aveva scritto al padre Tiziano: «L'intervista di quello (di Dagostino, ndr) mi conferma nel giudizio: la stragrande maggioranza di quelli che ti circondano mi fanno vomitare». Peccato che a questa vomitevole combriccola il fu Rottamatore si fosse affidato per il suo look presidenziale.
Un'autorevole fonte della Verità ci ha rivelato che Dagostino non entrò a Palazzo Chigi solo per incontrare Luca Lotti e provare a sistemare le questioni riguardanti il giudice barlettano Antonio Savasta. L'immobiliarista avrebbe incontrato anche Matteo Renzi, per discutere con una casa di moda la possibilità di curare l'abbigliamento del premier, in quei mesi diventato testimonial insieme con la moglie di un noto stilista fiorentino, Ermanno Scervino.
Dagostino all'epoca frequentava Tiziano Renzi e l'avvocato Carmine Rotondaro, manager della Kering, multinazionale del lusso con interessi in mezzo mondo. Con il primo cercava sponde nel mondo della politica, con il secondo nel ricchissimo settore degli outlet d'abbigliamento.
Tiziano accompagnò Rotondaro e Dagostino a promuovere la nascita dei centri commerciali in Comuni a guida Pd. Forse quest'attività da lobbista è alla base delle due fatture per operazioni inesistenti pagate tra giugno e luglio 2015 da Dagostino a Tiziano, quasi 200.000 euro per progetti mai realizzati. Nello stesso periodo il terzetto, a quanto risulta alla Verità, entrò anche a Palazzo Chigi con un rappresentante della casa di moda Brioni per provare a vestire il premier. L'azienda abruzzese, che in passato aveva realizzato lo smoking di James Bond, è di proprietà proprio della Kering e in quel momento era in difficoltà. A inizio 2016 c'erano 400 posti a rischio, e tra marzo e aprile scesero in campo Renzi e il sottosegretario Claudio De Vincenti per provare a risolvere la crisi. Venne trovato un accordo per tagli molto più ridotti.
Nei giorni scorsi abbiamo chiesto lumi alla Brioni e la risposta è stata sibillina: «Siamo spiacenti ma per motivi di privacy Brioni non rilascia informazioni relative alla propria clientela o presunta tale».
Renzi senior, Dagostino e Rotondaro non si interessarono solo di abiti. A un certo punto iniziarono a occuparsi dell'acquisto dello storico caffè Rivoire di Firenze. Il piano era ingegnoso: Dagostino, la compagna Ilaria Niccolai e un terzo socio nel gennaio 2016 comprarono il locale al prezzo di 7 milioni di euro scatenando la polemica politica.
Alla Verità risulta che la Kering, nei piani di Dagostino-Rotondaro-Renzi, avrebbe dovuto ricomprarlo, valutandolo 15 milioni e versandone 10 per il 51% delle quote, considerando un premio per il controllo. L'idea nacque perché nello stesso periodo altri marchi del lusso avevano inglobato storici caffè milanesi: i francesi di Lvmh avevano acquistato Cova, e Prada aveva risposto con Marchesi. Nell'agenda di Dagostino c'è traccia di un incontro con Tiziano proprio per discutere del Rivoire. Il 5 novembre era segnato: «10 Tiziano Renzi per varie Rivoire».
Da Parigi l'ufficio stampa del gruppo ci ha risposto che la Kering non ha mai intavolato una trattativa ufficiale per il caffè, ma non ha specificato se fosse giunta un'offerta. Comunque, a tagliare la testa al toro ci pensarono le vicissitudini giudiziarie di Rotondaro: nell'autunno 2016 venne travolto da un'inchiesta della Procura di Milano, in seguito alla quale ha subito un sequestro di 7 milioni di euro.
Pure Dagostino non se la passa bene. È agli arresti domiciliari per aver tentato di falsificare alcune prove mentre era sotto indagine per reati fiscali. Il prossimo 4 settembre sarà alla sbarra con Tiziano e la moglie Laura Bovoli per le presunte fatture false.
Eppure l'immobiliarista di origini pugliesi, tra il 2015 e il 2016, ha bazzicato le stanze del potere. È riuscito a portare a Palazzo Chigi il magistrato che in teoria avrebbe dovuto indagare su di lui e che, invece, non lo iscrisse mai sul registro delle notizie di reato. In compenso i due si incontravano fuori dal Tribunale per scambiarsi favori. Per questo entrambi, insieme con l'avvocato R.S., compagno di liceo di Savasta, sono sotto inchiesta per corruzione in atti giudiziari. Il giudice, trasferito a Roma nel 2017 al Tribunale civile, a giugno ha subìto anche una perquisizione domiciliare. I carabinieri hanno registrato a verbale la presenza di un cittadino straniero nell'abitazione, forse un domestico.
Ma torniamo alle accuse. Nel 2015 Savasta era sotto procedimento disciplinare presso il Consiglio superiore della magistratura, e temeva ripercussioni sulla sua carriera. Nelle carte è riportata un'intercettazione che i magistrati ritengono significativa. Secondo gli inquirenti al centro della telefonata tra Dagostino e l'avvocato R.S. ci sarebbe la camera di consiglio a porte chiuse della Prima sezione disciplinare del Csm, che doveva discutere del trasferimento d'ufficio di Savasta per «incompatibilità ambientale e funzionale». Il pm, a ottobre, aveva cercato di giocare d'anticipo chiedendo il trasferimento. Il 15 novembre, una settimana prima della riunione, l'avvocato dice a Dagostino che «quella cosa bisognava accelerarla». L'immobiliarista prova a tranquillizzare l'interlocutore: «Ho parlato ieri sera, ha detto non ti preoccupare che ci pensa lui e lo chiama anche adesso». Il legale è dubbioso: «Cioè lo chiama sul cellulare?». Risposta: «Sa lui come. Mi ha detto: “Me la vedo io"». R.S. non pare rassicurato: «Sì perché prima del 22, il 22 succede…hai capito?». L'imprenditore aggiunge: «Se non ha chiamato giovedì mattina chiama, comunque ieri sera l'ho visto personalmente». Non è chiaro se il misterioso personaggio che avrebbe dovuto sistemare le cose (che in effetti si aggiustarono, con la sospensione del trasferimento d'ufficio) sia stato individuato. La risposta potrebbe arrivare a settembre, quando la Procura di Lecce dovrebbe scoprire le sue carte. Magari con la soluzione dell'enigma.
Giacomo Amadori
Renzi evoca inchieste sui gialloblù ma scorda quelle che ha in famiglia
Matteo Renzi e Massimo D'Alema, si sa, non si stanno simpatici. Eppure sembrano fatti con lo stesso stampino. A parte una certa concezione di sé stessi e l'amore per i piaceri della vita terrena - dalle villone, alle aziende vinicole alle barche - entrambi hanno anche il dono di Cassandra: vaticinano sventure.
Il primo fu D'Alema, che, nel giugno 2009, previde «scossoni» per il governo Berlusconi. Dopo una manciata di giorni esplose il caso delle escort e apparve sul Corriere della sera l'intervista alla vispa Patrizia D'Addario. Nove anni dopo, in versione Cassandra 2.0, Matteo ha scelto Facebook per leggere la palla di vetro. E ha annunciato «sorpresine» giudiziarie per la maggioranza che guida il Paese.
Il primo «avviso di garanzia» lo ha spedito ai 5 stelle, collegandolo agli insulti apparsi su Internet contro il presidente Sergio Mattarella, il giorno in cui decise di dare l'incarico per formare il governo a Carlo Cottarelli anziché ai leader grillini e leghisti. Durante la diretta, Renzi dà l'impressione di conoscere cose di cui noi comuni mortali siamo all'oscuro e in particolare di un coinvolgimento della Casaleggio & associati nella creazione di profili per veicolare quell'attacco sui social network. Ecco le precise parole del mago Matteo: «In quella notte Di Maio decide di chiedere l'impeachment per Mattarella (…) e in quel momento parte una campagna contro il presidente con l'hashtag “Mattarella dimettiti" e la creazione di profili falsi sui social. Chissà chi sarà stato. Un soggetto politico? Imprenditoriale? Una via di mezzo tra una società e un movimento? Chi lo sa…». Il riferimento, neppure tanto velato, è alla Casaleggio & associati, l'azienda che gestisce la piattaforma Rousseau, la piazza digitale della politica 5 stelle.
A questo punto il senatore semplice sgancia la bomba: «E se la Procura di Roma, che ha aperto un'indagine, scoprisse, per caso, che ci sono in questo Paese delle strutture che decidono di mettere in piedi un'attività, in questo caso contro il presidente della Repubblica, di creazione e inquinamento del gioco democratico attraverso la creazione di fake sui social, la grande bellezza della Rete che fine farebbe?». Una domanda retorica che anticipa l'affondo finale: «Questo tema sarà una delle questioni di settembre-ottobre, per quello che mi riguarda, per una serie di ragioni, ho chiesto al procuratore della Repubblica di Roma, Giuseppe Pignatone, di essere ascoltato». Infatti secondo l'ex premier i troll avrebbero influenzato anche il referendum costituzionale del 2016, sebbene in modo non decisivo.
Grazie a quali fonti l'ex segretario dem sfoggia tanta sicumera? Impossibile dirlo, sebbene un suo fedelissimo, Lorenzo Guerini, sia stato messo a capo del Copasir, l'organismo parlamentare di controllo sull'attività dei servizi segreti.
In ogni caso, a settembre, se i vaticini verranno confermati, qualcuno potrebbe chiedere di aprire un fascicolo contro lo stesso Renzi per rivelazione del segreto d'ufficio. Lo stesso reato per cui il suo braccio destro, Luca Lotti, è indagato da due anni proprio dalla Procura di Roma.
Intanto il fu Rottamatore in quegli uffici giudiziari vuole tornarci da testimone. Qui era già stato verbalizzato nel 2016 nell'ambito di un'indagine per insider trading. In pochi lo ricordano, ma, nel gennaio 2015, il presidente onorario del gruppo Gedi, Carlo De Benedetti, e Renzi si incontrarono a Palazzo Chigi e parlarono della riforma delle banche di credito cooperativo. Dopo poche ore, grazie al proprio intuito e a quello del suo broker di fiducia (ancora sotto indagine a Roma per insider trading) lo stesso De Benedetti, guadagnò 600.000 euro scommettendo in Borsa proprio sulle banche di credito cooperativo. Per questa storia Renzi e De Benedetti sono stati ascoltati come testimoni, ma non sono mai stati indagati. Sulla spinosa questione la Procura di Perugia (competente per i reati dei magistrati romani) ha aperto un fascicolo per capire se l'inchiesta capitolina fu condotta rispettando tutti i crismi. In Umbria il fascicolo è ancora iscritto a modello 45, cioè senza ipotesi di reato o indagati, ma gli inquirenti stanno attendendo delle carte dalla capitale prima di intraprendere eventuali passi successivi.
Non è finita. Per settembre-ottobre sono in arrivo anche altre «soprese». A inizio autunno sono attesi gli avvisi di chiusura indagini per tutti i soggetti coinvolti nell'affaire Consip, tra i quali figura pure il babbo di Matteo, Tiziano Renzi. È questa la vera notizia che i cronisti di giudiziaria attendono per le prossime settimane. Matteo sta provando a oscurarla con una mano di poker oppure il Bullo sa già che il padre verrà archiviato?
Sempre gli inquirenti romani stanno approfondendo le indagini su Eyu, la fondazione renziana presieduta dal tesoriere del Pd Francesco Bonifazi. Nell'inchiesta sull'immobiliarista Luca Parnasi sono emerse alcune fatture sospette che sembra stiano offrendo interessanti spunti investigativi.
Per tutto questo, consigliamo a Matteo di girare alla larga dalla Procura di Roma, almeno fino a quando non saranno concluse tutte queste investigazioni. Altrimenti il rischio è che a qualcuno possa venire il ghiribizzo di fargli qualche domanda inattesa e non solo sull'argomento a piacere.
Inoltre, all'ex premier, appassionato di inchieste altrui, bisognerebbe ricordare che il suo babbo e la sua mamma hanno ricevuto tre avvisi di garanzia a testa per i presunti pasticci perpetrati durante l'attività della loro azienda, la Eventi 6, di cui il figlio è stato dirigente in aspettativa sino al 2014. Persino i titolari della Dotmedia, l'agenzia di comunicazione che organizza la kermesse renziana della Leopolda, sono invischiati in inchieste insieme con i suoi parenti.
Ma tutto ciò non sembra scoraggiare l'ex sindaco di Firenze. Tanto che ha annunciato «una seconda grande notizia che riguarderà la politica italiana alla ripresa», riferendosi all'inchiesta genovese sui 49 milioni di contributi elettorali incassati dalla Lega nel biennio 2008-2010 (quando il Pd ne incassò 190) e mai restituiti nonostante una sentenza dei giudici: «Io dico che a settembre-ottobre su questa roba ne vedremo delle belle». Resta solo da comprare i pop corn e aspettare. Per capire se le fonti di Renzi gli abbiano passato notizie vere. E lecite.
Giacomo Amadori
«I soldi per l’Africa riciclati dal cognato»
L'indagine era nota da tempo, anche se alcuni giornali hanno provato a rivenderla come nuova. Ma una novità c'è ed è che l'inchiesta sul cognato di Matteo Renzi, Andrea Conticini, e sui suoi due fratelli sta prendendo una piega negativa per gli indagati. La vicenda riguarda i milioni di dollari che sarebbero dovuti servire a scopo umanitario in Africa, e sui quali invece, secondo la ricostruzione della Procura fiorentina, hanno messo le mani i tre Conticini. Una cifra non inferiore ai 6,6 milioni, per gli inquirenti, è l'importo di cui Alessandro e Luca (fratelli di Andrea) si sarebbero illecitamente impossessati. Però per l'Unicef e altri fondi di solidarietà oltre al danno potrebbe aggiungersi la beffa: l'appropriazione indebita aggravata, dalla primavera 2018, ultimi giorni del governo Gentiloni, è un reato procedibile solo a querela di parte. Per cui senza l'impulso degli enti benefici eventualmente danneggiati, l'azione penale nei confronti di Alessandro e Luca Conticini (Andrea è accusato di riciclaggio) non potrà essere avviata. E l'indagine terminerebbe con un nulla di fatto.
Ma facciamo un passo indietro. Nel 2011 i tre avrebbero usato un'organizzazione no profit - la Play therapy Africa Ltd - per far transitare e appropriarsi del denaro destinato ai bambini bisognosi del continente africano. Dei 10 milioni di dollari erogati dall'Unicef e dalla Fondazione Pulitzer, quella del celebre premio giornalistico, soltanto 2,8 arrivano a destinazione. Quindi dove sono finiti gli altri? Secondo i magistrati di Firenze che indagano da due anni, Andrea Conticini (da cui l'accusa di riciclaggio) li avrebbe investiti, per conto del fratello Alessandro nel settore societario. Tra il 2015 e il 2017 una parte del malloppo sarebbe stata usata per sottoscrivere un prestito obbligazionario di 798.000 euro emesso da una società dell'isola di Guernsey, situata nel canale della Manica. Con un'altra parte, Alessandro e Luca (indagati anche per auto riciclaggio) avrebbero contribuito alla realizzazione di una serie di investimenti immobiliari in Portogallo, per un valore di poco inferiore a 2 milioni di euro.
Andrea Conticini, marito della sorella di Renzi, Matilde, nel febbraio 2011 ha invece investito 133.000 euro in partecipazioni della Eventi6 srl, l'azienda specializzata in marketing editoriale della famiglia della consorte; inoltre ha finanziato con 130.000 euro Quality press Italia e con 4.000 euro l'agenzia di comunicazione Dotmedia, ditta di cui è socio lo stesso Alessandro Conticini e che si occupa da anni delle campagne di Matteo Renzi e dell'organizzazione della Leopolda.
Il procuratore aggiunto Luca Turco e la pm Giuseppina Mione a giugno hanno provato ad ascoltare i Conticini. Che non si sono presentati. Una strategia difensiva che l'avvocato Federico Bagattini ha giustificato quasi come una rappresaglia, visto che a dicembre i suoi assistiti avevano chiesto inutilmente di essere ascoltati dai pm.
L'inchiesta su questo giro di soldi a scopo benefico è nata da alcune verifiche bancarie realizzate sui conti correnti aperti da Alessandro Conticini presso la Cassa di Risparmio di Rimini, nella filiale di Castenaso (Bologna), paese d'origine della famiglia. E proprio su questi conti sarebbero transitati i milioni di dollari delle donazioni, fatte dagli ignari benefattori. Che non avrebbero potuto mai immaginare la destinazione finale del denaro.
La difesa aspettava la richiesta di archiviazione, invece ha ricevuto un mandato di comparizione che lascia intendere che l'indagine non sia ancora chiusa, nonostante il cambiamento della legge. Dal canto suo l'avvocato Federico Bagattini respinge tutte le accuse e ha già annunciato la presentazione di una memoria. Vedremo come finirà l'ennesimo pasticcio di casa Renzi.
Giuseppe China
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L'imprenditore Luigi Dagostino, indagato con babbo Tiziano, venne definito dall'ex segretario dem «vomitevole». Da premier, però, Matteo Renzi avrebbe ricevuto lui e un rappresentante del brand di lusso Brioni. Sul tavolo c'era la possibilità di rifargli il guardaroba. L'ex premier Matteo annuncia per settembre «sorpresine» dai pm a Lega e M5s. Posto che, se ha avuto un'imbeccata, a rischiare un'indagine è lui, il senatore dovrebbe concentrarsi sulle grane dei genitori per Consip e fatture false. «I soldi per l'Africa riciclati dal cognato». I pm non mollano sui 6,6 milioni di beneficenza finiti in Portogallo e sui conti delle aziende di babbo e mamma. Lo speciale contiene tre articoli. I bei vestiti per Matteo Renzi devono essere una cura miracolosa contro i conati di vomito. Era l'11 gennaio 2017 e l'ex premier, dopo aver letto le dichiarazioni rilasciate a questo giornale dall'imprenditore Luigi Dagostino, aveva scritto al padre Tiziano: «L'intervista di quello (di Dagostino, ndr) mi conferma nel giudizio: la stragrande maggioranza di quelli che ti circondano mi fanno vomitare». Peccato che a questa vomitevole combriccola il fu Rottamatore si fosse affidato per il suo look presidenziale. Un'autorevole fonte della Verità ci ha rivelato che Dagostino non entrò a Palazzo Chigi solo per incontrare Luca Lotti e provare a sistemare le questioni riguardanti il giudice barlettano Antonio Savasta. L'immobiliarista avrebbe incontrato anche Matteo Renzi, per discutere con una casa di moda la possibilità di curare l'abbigliamento del premier, in quei mesi diventato testimonial insieme con la moglie di un noto stilista fiorentino, Ermanno Scervino. Dagostino all'epoca frequentava Tiziano Renzi e l'avvocato Carmine Rotondaro, manager della Kering, multinazionale del lusso con interessi in mezzo mondo. Con il primo cercava sponde nel mondo della politica, con il secondo nel ricchissimo settore degli outlet d'abbigliamento. Tiziano accompagnò Rotondaro e Dagostino a promuovere la nascita dei centri commerciali in Comuni a guida Pd. Forse quest'attività da lobbista è alla base delle due fatture per operazioni inesistenti pagate tra giugno e luglio 2015 da Dagostino a Tiziano, quasi 200.000 euro per progetti mai realizzati. Nello stesso periodo il terzetto, a quanto risulta alla Verità, entrò anche a Palazzo Chigi con un rappresentante della casa di moda Brioni per provare a vestire il premier. L'azienda abruzzese, che in passato aveva realizzato lo smoking di James Bond, è di proprietà proprio della Kering e in quel momento era in difficoltà. A inizio 2016 c'erano 400 posti a rischio, e tra marzo e aprile scesero in campo Renzi e il sottosegretario Claudio De Vincenti per provare a risolvere la crisi. Venne trovato un accordo per tagli molto più ridotti. Nei giorni scorsi abbiamo chiesto lumi alla Brioni e la risposta è stata sibillina: «Siamo spiacenti ma per motivi di privacy Brioni non rilascia informazioni relative alla propria clientela o presunta tale». Renzi senior, Dagostino e Rotondaro non si interessarono solo di abiti. A un certo punto iniziarono a occuparsi dell'acquisto dello storico caffè Rivoire di Firenze. Il piano era ingegnoso: Dagostino, la compagna Ilaria Niccolai e un terzo socio nel gennaio 2016 comprarono il locale al prezzo di 7 milioni di euro scatenando la polemica politica. Alla Verità risulta che la Kering, nei piani di Dagostino-Rotondaro-Renzi, avrebbe dovuto ricomprarlo, valutandolo 15 milioni e versandone 10 per il 51% delle quote, considerando un premio per il controllo. L'idea nacque perché nello stesso periodo altri marchi del lusso avevano inglobato storici caffè milanesi: i francesi di Lvmh avevano acquistato Cova, e Prada aveva risposto con Marchesi. Nell'agenda di Dagostino c'è traccia di un incontro con Tiziano proprio per discutere del Rivoire. Il 5 novembre era segnato: «10 Tiziano Renzi per varie Rivoire». Da Parigi l'ufficio stampa del gruppo ci ha risposto che la Kering non ha mai intavolato una trattativa ufficiale per il caffè, ma non ha specificato se fosse giunta un'offerta. Comunque, a tagliare la testa al toro ci pensarono le vicissitudini giudiziarie di Rotondaro: nell'autunno 2016 venne travolto da un'inchiesta della Procura di Milano, in seguito alla quale ha subito un sequestro di 7 milioni di euro. Pure Dagostino non se la passa bene. È agli arresti domiciliari per aver tentato di falsificare alcune prove mentre era sotto indagine per reati fiscali. Il prossimo 4 settembre sarà alla sbarra con Tiziano e la moglie Laura Bovoli per le presunte fatture false. Eppure l'immobiliarista di origini pugliesi, tra il 2015 e il 2016, ha bazzicato le stanze del potere. È riuscito a portare a Palazzo Chigi il magistrato che in teoria avrebbe dovuto indagare su di lui e che, invece, non lo iscrisse mai sul registro delle notizie di reato. In compenso i due si incontravano fuori dal Tribunale per scambiarsi favori. Per questo entrambi, insieme con l'avvocato R.S., compagno di liceo di Savasta, sono sotto inchiesta per corruzione in atti giudiziari. Il giudice, trasferito a Roma nel 2017 al Tribunale civile, a giugno ha subìto anche una perquisizione domiciliare. I carabinieri hanno registrato a verbale la presenza di un cittadino straniero nell'abitazione, forse un domestico. Ma torniamo alle accuse. Nel 2015 Savasta era sotto procedimento disciplinare presso il Consiglio superiore della magistratura, e temeva ripercussioni sulla sua carriera. Nelle carte è riportata un'intercettazione che i magistrati ritengono significativa. Secondo gli inquirenti al centro della telefonata tra Dagostino e l'avvocato R.S. ci sarebbe la camera di consiglio a porte chiuse della Prima sezione disciplinare del Csm, che doveva discutere del trasferimento d'ufficio di Savasta per «incompatibilità ambientale e funzionale». Il pm, a ottobre, aveva cercato di giocare d'anticipo chiedendo il trasferimento. Il 15 novembre, una settimana prima della riunione, l'avvocato dice a Dagostino che «quella cosa bisognava accelerarla». L'immobiliarista prova a tranquillizzare l'interlocutore: «Ho parlato ieri sera, ha detto non ti preoccupare che ci pensa lui e lo chiama anche adesso». Il legale è dubbioso: «Cioè lo chiama sul cellulare?». Risposta: «Sa lui come. Mi ha detto: “Me la vedo io"». R.S. non pare rassicurato: «Sì perché prima del 22, il 22 succede…hai capito?». 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Giacomo Amadori <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/renzi-evoca-inchieste-sui-gialloblu-ma-scorda-quelle-che-ha-in-famiglia-2594302049.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="renzi-evoca-inchieste-sui-gialloblu-ma-scorda-quelle-che-ha-in-famiglia" data-post-id="2594302049" data-published-at="1781772599" data-use-pagination="False"> Renzi evoca inchieste sui gialloblù ma scorda quelle che ha in famiglia Matteo Renzi e Massimo D'Alema, si sa, non si stanno simpatici. Eppure sembrano fatti con lo stesso stampino. A parte una certa concezione di sé stessi e l'amore per i piaceri della vita terrena - dalle villone, alle aziende vinicole alle barche - entrambi hanno anche il dono di Cassandra: vaticinano sventure. Il primo fu D'Alema, che, nel giugno 2009, previde «scossoni» per il governo Berlusconi. 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Una domanda retorica che anticipa l'affondo finale: «Questo tema sarà una delle questioni di settembre-ottobre, per quello che mi riguarda, per una serie di ragioni, ho chiesto al procuratore della Repubblica di Roma, Giuseppe Pignatone, di essere ascoltato». Infatti secondo l'ex premier i troll avrebbero influenzato anche il referendum costituzionale del 2016, sebbene in modo non decisivo. Grazie a quali fonti l'ex segretario dem sfoggia tanta sicumera? Impossibile dirlo, sebbene un suo fedelissimo, Lorenzo Guerini, sia stato messo a capo del Copasir, l'organismo parlamentare di controllo sull'attività dei servizi segreti. In ogni caso, a settembre, se i vaticini verranno confermati, qualcuno potrebbe chiedere di aprire un fascicolo contro lo stesso Renzi per rivelazione del segreto d'ufficio. Lo stesso reato per cui il suo braccio destro, Luca Lotti, è indagato da due anni proprio dalla Procura di Roma. Intanto il fu Rottamatore in quegli uffici giudiziari vuole tornarci da testimone. Qui era già stato verbalizzato nel 2016 nell'ambito di un'indagine per insider trading. In pochi lo ricordano, ma, nel gennaio 2015, il presidente onorario del gruppo Gedi, Carlo De Benedetti, e Renzi si incontrarono a Palazzo Chigi e parlarono della riforma delle banche di credito cooperativo. Dopo poche ore, grazie al proprio intuito e a quello del suo broker di fiducia (ancora sotto indagine a Roma per insider trading) lo stesso De Benedetti, guadagnò 600.000 euro scommettendo in Borsa proprio sulle banche di credito cooperativo. Per questa storia Renzi e De Benedetti sono stati ascoltati come testimoni, ma non sono mai stati indagati. Sulla spinosa questione la Procura di Perugia (competente per i reati dei magistrati romani) ha aperto un fascicolo per capire se l'inchiesta capitolina fu condotta rispettando tutti i crismi. In Umbria il fascicolo è ancora iscritto a modello 45, cioè senza ipotesi di reato o indagati, ma gli inquirenti stanno attendendo delle carte dalla capitale prima di intraprendere eventuali passi successivi. Non è finita. Per settembre-ottobre sono in arrivo anche altre «soprese». A inizio autunno sono attesi gli avvisi di chiusura indagini per tutti i soggetti coinvolti nell'affaire Consip, tra i quali figura pure il babbo di Matteo, Tiziano Renzi. È questa la vera notizia che i cronisti di giudiziaria attendono per le prossime settimane. Matteo sta provando a oscurarla con una mano di poker oppure il Bullo sa già che il padre verrà archiviato? Sempre gli inquirenti romani stanno approfondendo le indagini su Eyu, la fondazione renziana presieduta dal tesoriere del Pd Francesco Bonifazi. Nell'inchiesta sull'immobiliarista Luca Parnasi sono emerse alcune fatture sospette che sembra stiano offrendo interessanti spunti investigativi. Per tutto questo, consigliamo a Matteo di girare alla larga dalla Procura di Roma, almeno fino a quando non saranno concluse tutte queste investigazioni. Altrimenti il rischio è che a qualcuno possa venire il ghiribizzo di fargli qualche domanda inattesa e non solo sull'argomento a piacere. Inoltre, all'ex premier, appassionato di inchieste altrui, bisognerebbe ricordare che il suo babbo e la sua mamma hanno ricevuto tre avvisi di garanzia a testa per i presunti pasticci perpetrati durante l'attività della loro azienda, la Eventi 6, di cui il figlio è stato dirigente in aspettativa sino al 2014. Persino i titolari della Dotmedia, l'agenzia di comunicazione che organizza la kermesse renziana della Leopolda, sono invischiati in inchieste insieme con i suoi parenti. Ma tutto ciò non sembra scoraggiare l'ex sindaco di Firenze. Tanto che ha annunciato «una seconda grande notizia che riguarderà la politica italiana alla ripresa», riferendosi all'inchiesta genovese sui 49 milioni di contributi elettorali incassati dalla Lega nel biennio 2008-2010 (quando il Pd ne incassò 190) e mai restituiti nonostante una sentenza dei giudici: «Io dico che a settembre-ottobre su questa roba ne vedremo delle belle». Resta solo da comprare i pop corn e aspettare. Per capire se le fonti di Renzi gli abbiano passato notizie vere. E lecite. Giacomo Amadori <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/renzi-evoca-inchieste-sui-gialloblu-ma-scorda-quelle-che-ha-in-famiglia-2594302049.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-soldi-per-lafrica-riciclati-dal-cognato" data-post-id="2594302049" data-published-at="1781772599" data-use-pagination="False"> «I soldi per l’Africa riciclati dal cognato» L'indagine era nota da tempo, anche se alcuni giornali hanno provato a rivenderla come nuova. Ma una novità c'è ed è che l'inchiesta sul cognato di Matteo Renzi, Andrea Conticini, e sui suoi due fratelli sta prendendo una piega negativa per gli indagati. La vicenda riguarda i milioni di dollari che sarebbero dovuti servire a scopo umanitario in Africa, e sui quali invece, secondo la ricostruzione della Procura fiorentina, hanno messo le mani i tre Conticini. Una cifra non inferiore ai 6,6 milioni, per gli inquirenti, è l'importo di cui Alessandro e Luca (fratelli di Andrea) si sarebbero illecitamente impossessati. Però per l'Unicef e altri fondi di solidarietà oltre al danno potrebbe aggiungersi la beffa: l'appropriazione indebita aggravata, dalla primavera 2018, ultimi giorni del governo Gentiloni, è un reato procedibile solo a querela di parte. Per cui senza l'impulso degli enti benefici eventualmente danneggiati, l'azione penale nei confronti di Alessandro e Luca Conticini (Andrea è accusato di riciclaggio) non potrà essere avviata. E l'indagine terminerebbe con un nulla di fatto. Ma facciamo un passo indietro. Nel 2011 i tre avrebbero usato un'organizzazione no profit - la Play therapy Africa Ltd - per far transitare e appropriarsi del denaro destinato ai bambini bisognosi del continente africano. Dei 10 milioni di dollari erogati dall'Unicef e dalla Fondazione Pulitzer, quella del celebre premio giornalistico, soltanto 2,8 arrivano a destinazione. Quindi dove sono finiti gli altri? Secondo i magistrati di Firenze che indagano da due anni, Andrea Conticini (da cui l'accusa di riciclaggio) li avrebbe investiti, per conto del fratello Alessandro nel settore societario. Tra il 2015 e il 2017 una parte del malloppo sarebbe stata usata per sottoscrivere un prestito obbligazionario di 798.000 euro emesso da una società dell'isola di Guernsey, situata nel canale della Manica. Con un'altra parte, Alessandro e Luca (indagati anche per auto riciclaggio) avrebbero contribuito alla realizzazione di una serie di investimenti immobiliari in Portogallo, per un valore di poco inferiore a 2 milioni di euro. Andrea Conticini, marito della sorella di Renzi, Matilde, nel febbraio 2011 ha invece investito 133.000 euro in partecipazioni della Eventi6 srl, l'azienda specializzata in marketing editoriale della famiglia della consorte; inoltre ha finanziato con 130.000 euro Quality press Italia e con 4.000 euro l'agenzia di comunicazione Dotmedia, ditta di cui è socio lo stesso Alessandro Conticini e che si occupa da anni delle campagne di Matteo Renzi e dell'organizzazione della Leopolda. Il procuratore aggiunto Luca Turco e la pm Giuseppina Mione a giugno hanno provato ad ascoltare i Conticini. Che non si sono presentati. Una strategia difensiva che l'avvocato Federico Bagattini ha giustificato quasi come una rappresaglia, visto che a dicembre i suoi assistiti avevano chiesto inutilmente di essere ascoltati dai pm. L'inchiesta su questo giro di soldi a scopo benefico è nata da alcune verifiche bancarie realizzate sui conti correnti aperti da Alessandro Conticini presso la Cassa di Risparmio di Rimini, nella filiale di Castenaso (Bologna), paese d'origine della famiglia. E proprio su questi conti sarebbero transitati i milioni di dollari delle donazioni, fatte dagli ignari benefattori. Che non avrebbero potuto mai immaginare la destinazione finale del denaro. La difesa aspettava la richiesta di archiviazione, invece ha ricevuto un mandato di comparizione che lascia intendere che l'indagine non sia ancora chiusa, nonostante il cambiamento della legge. Dal canto suo l'avvocato Federico Bagattini respinge tutte le accuse e ha già annunciato la presentazione di una memoria. Vedremo come finirà l'ennesimo pasticcio di casa Renzi. Giuseppe China
Matteo Salvini (Ansa)
In questa area si muovono anche le candidature di Antonio Civita e Massimiliano Lisa, anche se i due non sembrano convincere i partiti che rappresentano l’attuale maggioranza di governo. Mentre il centrosinistra discute da mesi di primarie - tra Mario Calabresi e Pierfrancesco Majorino come possibili candidati a sindaco -, nel centrodestra milanese si è aperto negli ultimi giorni il primo vero confronto su chi potrebbe essere il nome da schierare alle comunali del 2027. In questa area si muovono anche le candidature di Antonio Civita e Massimiliano Lisa, anche se i due non sembrano convincere i partiti che rappresentano l’attuale maggioranza di governo.
Così a prendere in mano la situazione e a muoversi per prima è stata la Lega, che nel prossimo fine settimana (20 e 21 giugno) allestirà 35 gazebo in tutta Milano per raccogliere indicazioni sul futuro candidato sindaco e sulle priorità per la città. Una consultazione che, nelle intenzioni del Carroccio, dovrebbe rappresentare un momento di partecipazione popolare. Ma che ha anche il sapore di una prova di forza politica all’interno della coalizione.
Non è un mistero, infatti, che molti esponenti leghisti abbiano già scelto il nome da portare al tavolo del centrodestra. Il sottosegretario Alessandro Morelli, che aveva anticipato la sua decisione in una intervista alla Verità uscita ieri, ha ribadito che ai gazebo voterà per Matteo Salvini sindaco di Milano. Stessa linea per il deputato Igor Iezzi e per il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana, che ha spiegato come, qualora il nome del leader leghista comparisse sulla scheda, la sua scelta ricadrebbe «sicuramente su Salvini». L’operazione politica è evidente. La Lega punta a rimettere il proprio leader al centro della partita milanese, affidandosi alla sua notorietà e al suo radicamento cittadino. Salvini è milanese, conosce il territorio e resta uno dei pochi dirigenti del centrodestra con un livello di riconoscibilità immediato anche tra gli elettori meno politicizzati. Non tutti gli alleati, però, sembrano guardare con lo stesso entusiasmo a questa prospettiva.
La prima frenata è arrivata da Forza Italia. Alessandro Sorte, deputato azzurro e segretario regionale del partito in Lombardia, ha chiarito che una candidatura di Salvini sarebbe pienamente legittima per la Lega, ma non necessariamente condivisa dall’intera coalizione. «Forza Italia ha altre idee rispetto a Salvini candidato sindaco», ha spiegato, ribadendo la preferenza per un profilo civico e ricordando che anche gli azzurri dispongono di «nomi importanti» da mettere sul tavolo quando sarà il momento.
A stretto giro è arrivata la replica di Morelli. «Dire di no a prescindere è sempre sbagliato», ha affermato il sottosegretario, invitando ironicamente Sorte a votare in uno dei gazebo leghisti. Nella stessa occasione ha aggiunto che «FdI propone legittimamente Maurizio Lupi», mentre la Lega porterà al tavolo dei leader il nome scelto dalla propria consultazione.
Sul fronte di Fratelli d’Italia, per ora, prevale la prudenza. Eppure, tra gli osservatori della politica milanese, è diffusa la convinzione che la vera cabina di regia del partito resti nelle mani del presidente del Senato Ignazio La Russa. Un peso politico difficilmente aggirabile in una città dove Fdi, pur forte dei risultati nazionali, non ha ancora consolidato una classe dirigente locale capace di esprimere un candidato unitario o di imporsi come naturale punto di riferimento della coalizione.
Non è un dettaglio secondario. Milano è da sempre il banco di prova più difficile per il centrodestra. E la sensazione, in alcuni ambienti politici, è che la partita venga considerata complicata se non addirittura proibitiva, soprattutto dopo quasi dieci anni di amministrazione guidata da Giuseppe Sala. La Lega, però, legge il quadro in modo diverso. Il consigliere comunale Samuele Piscina sostiene che i sondaggi descrivono una città contendibile e un sostanziale equilibrio tra le coalizioni. È anche per questo che il Carroccio rivendica la necessità di partire subito, raccogliendo non soltanto preferenze sui candidati, ma anche indicazioni sui temi più sentiti dai cittadini: sicurezza, mobilità, degrado urbano e casa. Il lascito di Beppe Sala ai milanesi.
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Roberto Vannacci (Ansa)
Ci sono molti modi con i quali un leader può schiantarsi. Il primo, il più glorioso, è combattere con forze inferiori una battaglia giusta. Il secondo è sbagliare la tattica e la valutazione delle forze in campo. Poi c’è la sconfitta che nasce dai consigli errati dei propri collaboratori. Ma la vera disfatta è quella che matura per aver dato ascolto ai consigli degli avversari. E l’ultimo scenario è esattamente quello che rischierebbe di verificarsi se Giorgia Meloni, in un momento di follia, ascoltasse l’astuta dritta che le stanno dando i «giornaloni» sul generale Roberto Vannacci, ovvero prenderlo di petto e scatenare un duello rusticano, per poi spostarsi al centro. E poi chissà, non lo dicono, ma il sogno è sempre che il capo di Fratelli d’Italia aderisca al Ppe.
Ieri, l’editoriale principale del Corriere della Sera era affidato a Ernesto Galli della Loggia, che è partito costruendo da zero un avvincente giallo, chiedendosi se non ci sia una «sorta di storia segreta del governo». L’idea gli è venuta riflettendo «sull’irruzione sulla scena del generale Vannacci con i tempi e i modi della sua ascesa folgorante, con i sondaggi sempre più lusinghieri che l’accompagnano. E dunque con il carattere oggettivamente destabilizzante nei confronti del governo». Il politologo si chiede se Vannacci sia pronto, di qui alle elezioni, ad altre mosse per creare scompiglio nel quadro politico e intanto butta lì che è molto vicino alla Russia di Vladimir Putin e che la Meloni non è più così vicina all’Ucraina. Non lo sfiora l’ipotesi che siano passati quattro anni e che la guerra sia da tempo a un punto morto. In ogni caso, Galli della Loggia consiglia alla Meloni «una battaglia a viso aperto contro Vannacci che però non lo mistifichi bensì lo consideri per quello che è. Dunque una battaglia contro una destra reazionaria e fascistoide, legata all’autocrazia putiniana - definita per quello che è - da parte, invece, di una destra europea, europeista, conservatrice nei valori ma liberale per quanto riguarda i diritti». E il dividendo politico di questa mossa? Sarebbe «l’apertura verso il centro».
Sempre ieri, sulla Stampa di Torino, Veronica De Romanis sostiene che «per provare a ridimensionare l’avanzata del generale Vannaci, un’arma ci sarebbe e la possiede Giorgia Meloni». Governare bene e ignorarlo? Ma no, troppo intuitivo. Per l’economista il premier è stato bravo in economia perché «non ha mantenuto le promesse elettorali» e ha scelto il rigore. E quindi, davanti ai progetti del generale, dovrebbe «rivolgersi ai suoi potenziali elettori, smascherandolo con il racconto della verità». Anche qui, scontro frontale con Vannacci e medaglietta guadagnata con i mercati e l’establishment.
Meno strutturata, la strategia consigliata alla Meloni da Massimo Gramellini. Il notista del Corriere, già due settimane fa, intervenendo su La7 a DiMartedì, aveva sostenuto che il premier potrebbe spostarsi a destra, inseguendo i voti di Vannacci, oppure «sfruttare la sua stessa esistenza» per ritagliarsi un profilo più moderato, «alla Angela Merkel». Mentre venerdì scorso, nella sua rubrica quotidiana sul Corriere, dopo aver visto l’esibizione di Vannacci da Lilli Gruber, ammetteva che il capo di Futuro nazionale «non è un troglodita». Insomma, il consiglio è sempre quello di affrontarlo e di trattare.
Tutti questi consigli arrivano oggettivamente da mezzi d’informazione per nulla contenti della maggioranza di centrodestra. E la pubblicazione della foto di ieri, con i quattro leader del Campo largo sorridenti in quella specie di enoteca, li ha probabilmente fatti sognare su un possibile cambio di regime. Ci sta tutto, ma ricordare lo schieramento politico dei giornali dai quali arrivano le istruzioni alla destra per maneggiare Vannacci è doveroso.
Nel merito, come ha scritto il direttore della Verità Maurizio Belpietro, il centrodestra non può non tener conto del fatto che alcuni temi sollevati dal generale, a cominciare dalla difesa della famiglia e dei confini nazionali, sono in tutto e per tutto del centrodestra. Ben prima che il generale si candidasse. Quindi non si capisce perché la Meloni dovrebbe andare a cacciarsi in un duello rusticano con Vannacci, per poi spingersi al centro e stare lì, buona buona, a farsi dettare l’agenda da Mario Draghi e Ursula von der Leyen. L’ex parà cavalca dei temi, dalla sicurezza all’immigrazione clandestina, dalla famiglia all’Ue, che sono quelli sui quali il centrosinistra ha già perso nel 2022. Se c’è una logica, le campagne di Vannacci sono un problema per i Quattro della cantinetta.
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Giorgia Meloni (Ansa)
Chiaramente sappiamo che in una regione del genere la pace è sempre una cosa fragile e va costruita, difesa, accompagnata ogni giorno ed è quello che faremo in queste settimane. Ci aspettiamo che ora Israele operi come attore positivo nel percorso di pace e che l’inevitabile dibattito interno dettato anche dalla campagna elettorale non metta a repentaglio il percorso faticoso che gli Stati Uniti hanno avviato».
A proposito di Stati Uniti, molto interesse ha suscitato il riavvicinamento con Donald Trump: «Ho trovato il rapporto con lui immutato», sottolinea la Meloni, «nel senso che non c’è stato tra noi neanche bisogno di parlare, non è che ci sono state tra noi recriminazioni o che abbiamo parlato di quello che è successo nelle ultime settimane. Io e Donald Trump siamo due persone che hanno un loro carattere abbastanza forte, siamo due persone che difendono con determinazione il loro interesse nazionale, non c’è bisogno che ci chiariamo quando non siamo d’accordo su qualcosa, perché ognuno capisce ovviamente quale può essere il punto di vista dell’altro e quindi siamo ripartiti direttamente parlando di ciò che va fatto con la stessa naturalezza con cui lo facevamo fino all’ultima volta che ci siamo incontrati prima di questa occasione».
Non poteva mancare una domanda sulla politica interna, e in particolare sul rapporto e l’eventuale alleanza tra il centrodestra e Futuro nazionale, il partito di Roberto Vannacci: «È un tema che non mi sono posta», risponde Giorgia Meloni, «mi pare che il movimento dell’onorevole Vannacci abbia già dichiarato la sua indisponibilità ad allearsi con il centrodestra, il che mi sembra abbastanza in continuità con il lavoro che si sta facendo finora, perché quando si vota cinque volte contro la fiducia al primo governo della storia guidato da una persona di destra non si vuole dare una mano. Dopo di che vedo una certa funzionalità per la sinistra. Lo considero abbastanza normale. Considero molto meno normale», aggiunge, «che si voglia essere funzionali a questo quando ci si dichiara di destra. Non sarà la mia alleanza con questo o con quest'altro a farmi vincere o perdere le elezioni, sarà il giudizio che complessivamente gli italiani danno del lavoro che ho fatto. Ho imparato che la politica non è mai aritmetica».
La Meloni attacca Vannacci sulla questione del femminicidio: «Quello che penso l’ho dimostrato con una legge che questo governo ha fatto per introdurre il reato di femminicidio. Perché il tema del femminicidio non è che gli uomini o le donne abbiano un valore diverso quando vengono uccisi: il tema, esattamente come accade per qualsiasi aggravante, è la motivazione che ti muove. In quel caso la motivazione è non accettare la libertà di una donna. E non si può chiedere a una donna come me di non considerarlo gravissimo». Non mancano domande sulle questioni delle banche: «Non ho parlato con Merz di Commerzbank», sostiene la Meloni, «e non ho commenti da fare sul recente risiko bancario, perché il governo non è parte in causa. Noi avevamo un ruolo in queste vicende fin quando avevamo il controllo di Mps, oggi la partecipazione nel governo italiano in Mps è inferiore al 5%, quindi noi non abbiamo alcun ruolo e sono dinamiche di mercato, guardiamo con interesse le dinamiche di mercato, ma di più, chiaramente non credo che si debba fare e dire. Posso dire che sono molto contenta del fatto che Monte dei Paschi di Siena che era un problema per l’Italia sia diventata, grazie al lavoro di questi anni, un gioiello al quale molti ambiscono».
Il G7 vede, nella giornata conclusiva, i grandi del mondo incontrare i padroni del mondo, ovvero i boss dei colossi operativi nel settore dell’Intelligenza artificiale: Sam Altman di OpenAI, Dario Amodei di Anthropic, Arthur Mensch di Mistral Ai, Alexandr Wang di Meta, Demis Hassabis di Google, Uljan Sharka di Domyn, Aidan Gomez di Cohere, Ren Ito di Sakana, Robin Rombach di Black Forest Labs, Victor Riparbelli di Synthesia, Vivek Raghavan di Sarvam Ai, Marc Benioff di Salesforce. Viene da chiedersi chi sia in grado di dare ordini a chi, tra i leader dei Paesi del G7 e questi plutocrati che in una società tecnologica come la nostra possono influenzare elezioni, mercati, guerre: una risposta ce l’avremmo, considerato che ormai un algoritmo può decidere le sorti di un partito politico.
Ieri sul tema è arrivato il monito del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella: «L’Intelligenza artificiale rappresenta, in ampia misura, un acceleratore per chi sia dotato di capitali e di risorse energetiche, di infrastrutture tecnologiche, dati e competenze avanzate. Il divario tra chi ne dispone e chi ne rimane escluso potrà ampliarsi. La concentrazione del controllo delle nuove tecnologie nelle mani di pochissimi soggetti privati, che stanno invadendo domini sino a ieri riservati a responsabilità degli Stati», aggiunge Mattarella, «ne ha fatto realtà talmente potenti da pretendere di disattendere se non di travolgere ogni regola».
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Ansa
Qui la relatrice e il governo hanno dato parere positivo ai quattro emendamenti soppressivi presentati dalla commissione Finanze. Questi riguardano lo stop all’estensione del divieto di telemarketing aggressivo anche alle telecomunicazioni così come era stato introdotto in un precedente decreto, la mitigazione del prezzo di zolfo e acido solforico, l’estensione fino al 30 novembre 2027 della disciplina vigente in materia bancaria e creditizia in relazione alle società cooperative e le modifiche sul credito d’imposta sulle minoranze linguistiche.
A questo punto, dopo l’approvazione di Montecitorio, il testo dovrà tornare al Senato per una terza lettura lampo e il via libera definitivo. I tempi sono strettissimi giacché il decreto scade il 29 giugno.
Questo dovrebbe essere l’ultimo provvedimento, strutturato in questo modo, quindi ad ampio spettro, per far fronte al caro carburanti. L’accordo tra Stati Uniti e Teheran dovrebbe placare i mercati e smorzare le infiammate inflazionistiche. A partire da venerdì si negozierà la prossima riapertura del canale di Hormuz per garantire il regolare flusso delle forniture.
L’attenzione quindi si sposta a interventi meno legati alla situazione contingente ma più di sistema. Per Stefano Benigni, vicesegretario nazionale di Forza Italia, «il decreto è servito a far fronte all’emergenza e a ridurre il prezzo dei carburanti. Ora è importante sfruttare la riapertura di Hormuz. Lo sta facendo il ministro Tajani riunendo le imprese attorno ad un tavolo per far ripartire l’economia».
Il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, ha dato voce alle attese del mondo imprenditoriale. «Se non si risolve il caro energia, l’Italia farà fatica a essere competitiva e a crescere».
Lo sguardo è rivolto alla prossima legge di Bilancio. «Nei 500 giorni di qui a fine legislatura, si possono fare tante cose» ha detto Orsini e rivolto al governo: «Pensate cosa potrebbero fare di più le imprese senza sassi nello zaino che sono la burocrazia, il caro energia».
Un’altra sfida, oltre al nucleare, sono le rinnovabili. «Ci sono 4.000 concessioni da sbloccare. Eppure stiamo parlando di oltre 130 gigawatt di progetti pronti e da mettere a terra. Il Paese avrebbe bisogno di accelerare sulle fonti ecologiche ma non riesce a farlo». E mette in evidenza che nel frattempo, oltre confine, altri Paesi si stanno muovendo con velocità. «La Germania sta realizzando il più grande impianto termoelettrico d’Europa, la Cina ha costruito 300 nuove centrali a carbone, mentre noi rinunciamo al gas e al nucleare e lasciamo le rinnovabili bloccate negli uffici». Il risultato quindi è che «il prezzo energia continua a pesare sulle nostre imprese».
Intanto un’altra grana è sul tavolo del governo. Il ministro delle Infrastrutture, Matteo Salvini, dopo i disservizi emersi ieri in alcune tratte ferroviarie, si è dichiarato irritato con i vertici di Trenitalia ai quali ha chiesto una relazione approfondita sull’accaduto nonché tempi certi per il ritorno alla normalità. Al ministero, nel pomeriggio, Salvini ha siglato un accordo ferroviario con l’Arabia Saudita ed è stata quella l’occasione, si apprende, per esprimere ai vertici Fs, presenti alla firma, la propria contrarietà sulle criticità di ieri lungo la rete.
«Sono gli italiani a essere irritati con un ministro che, anziché fare il suo mestiere, pensa solo a litigare con Meloni per cambiare ministero e sostituire Piantedosi. Un ministro che si occupa di tutto fuorché prendersi le sue responsabilità di fronte agli italiani che viaggiano ogni giorno con ore di ritardo e molti disagi», ha detto la segretaria del Pd, Elly Schlein.
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