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2022-11-03
Reintegri in Puglia, governo pronto al ricorso
Orazio Schillaci (Imagoeconomica)
Il presidente della Puglia, Michele Emiliano, non ha alcuna intenzione di applicare senza discussioni il decreto del governo guidato da Giorgia Meloni che ha disposto il rientro in servizio dei medici non vaccinati, a partire dallo scorso 1 novembre. Si tratta, come è evidente considerato che parliamo in tutto di 10 medici, di un tentativo strumentale di mettere i bastoni tra le ruote all’esecutivo. Emiliano si appella a una legge regionale della Puglia del 2018 che impone la vaccinazione agli operatori sanitari contro 10 malattie, alla quale è stato poi aggiunto, nel 2021, il Covid. Il suo collega campano, Vincenzo De Luca, prende a sua volta posizione: «Ho inviato», dichiara De Luca, «ai Direttori generali della Aziende Sanitarie Locali e delle Aziende Ospedaliere una direttiva, con la quale si fa obbligo di definire l’impiego del personale sanitario non vaccinato contro il Covid, in concomitanza con la disposta reintegra in servizio. Saranno, quindi, messe in campo», aggiunge De Luca, «le necessarie azioni dirette a contrastare ogni ipotesi di contagio, evitando il contatto diretto del personale non vaccinato con i pazienti».
Torniamo alla Puglia: «Lo Stato centrale», dice a Sky Tg24 il sottosegretario alla Salute, Marcello Gemmato, di Fdi, tra l’altro pugliese, «non può essere derubricato da una Regione. Nella legge regionale della Puglia è previsto l’obbligo vaccinale anche per il Covid, che non c’è più. Questa legge verrà impugnata. Fra i medici considerati no vax ci sono anche medici che si sono sottoposti a due dosi di vaccino», aggiunge Gemmato, «che hanno contratto la malattia e per questo hanno chiesto l’esenzione a un nuovo richiamo». Michele Emiliano va all’attacco: «Gemmato», replica il presidente della Puglia, «è un politico di lungo corso e dovrebbe sapere che tra leggi nazionali e leggi regionali nelle materie concorrenti come la sanità non c’è un rapporto di gerarchia che fa prevalere le prime sulle seconde, salvo che ci sia una lesione delle attribuzioni del Parlamento. Prendo atto che Gemmato, farmacista», aggiunge Emiliano, «si cimenta in arditi ragionamenti giuridici annunciando l’impugnazione della legge pugliese, e così facendo fa fare al governo del quale fa parte da qualche ora una pessima figura. I termini per l’impugnativa infatti sono ampiamente scaduti. Uno così dovrebbe immediatamente dimettersi per la sua inadeguatezza».
Clamorosa per i toni oltre che per i concetti espressi la presa di posizione di Danny Sivo, Direttore sanitario della Asl di Bari: «Tornano», scrive Sivo su Facebook, «i no vax in corsia? Mi preoccupa tantissimo che persone che non credano ai vaccini possano esercitare la professione sanitaria di medico o infermiere, poiché significa che siamo dinnanzi a sciamani e non a professionisti. Gente», aggiunge Sivo, «che non si cura della propria salute figuriamoci cosa pensa di quella del prossimo. Sarò inflessibile».
In Puglia, dicevamo, sono 10 i medici del sistema sanitario regionale a non aver ricevuto la vaccinazione anticovid, mentre sono 103 in totale i dipendenti, considerando tutti gli operatori del comparto. «La situazione di questo personale sanitario», spiega l’assessore alla Sanità della Puglia, Rocco Palese, «è regolata dalla legge regionale, che consente solo agli operatori che si sono vaccinati, secondo le indicazioni del Piano nazionale di prevenzione vaccinale vigente, di poter accedere a determinati reparti ospedalieri. La legge regionale 2021», aggiunge Palese all’Ansa, «della Puglia che estende l’obbligo vaccinale agli operatori sanitari anche per il Covid è stata già vagliata e approvata dal governo e dalla Corte costituzionale, e sono trascorsi i termini. Per questo motivo non è impugnabile. La Regione Puglia individua i reparti dove consentire l’accesso ai soli operatori che si siano attenuti alle indicazioni del Piano nazionale di prevenzione vaccinale vigente».
I reparti sono quelli di oncologia, ematologia, radioterapia, neonatologia, ostetricia, pediatria, malattie infettive, emergenza-urgenza e pronto soccorso, terapia intensiva e rianimazione, oltre a quelli dove vengono eseguiti trapianti o gestiti pazienti trapiantati, le unità dove vengono trattati pazienti dializzati, e quelli dove vengano trattati altri pazienti immuno-compromessi. «Sono, altresì, da considerarsi ad alto rischio di trasmissione di queste malattie infettive», recita la legge regionale, «le strutture ambulatoriali/consultoriali dove vengono assistite donne in gravidanza e bambini, nonché i servizi vaccinali». Dunque, i medici non vaccinati in Puglia non possono essere impiegati in questi reparti.
Il ministro della Salute Orazio Schillaci, nicchia: «Ho letto di polemiche su quello che questi medici andranno a fare», commenta Schillaci al Corriere.it, «ma quello che andranno a fare saranno sono le singole direzioni sanitarie a deciderlo, valutando il posto migliore dove i medici reintegrati potranno andare a lavorare. La scelta di non vaccinarsi è un problema deontologico, che dovranno affrontare gli Ordini dei medici e quelli professionali. Lascerei a loro la definizione di tutto questo». «Questa», dice a La Stampa l’infettivologo Matteo Bassetti, «è la rivincita dei no vax: un movimento antiscientifico che si era tranquillizzato, adesso avrà gli strumenti per dire che aveva ragione a mettere in guardia dai vaccini».
Anche le cliniche private in allarme per la carenza di personale pubblico
Continuano le polemiche sull’eliminazione dell’obbligo vaccinale per il personale sanitario, che può quindi rientrare in servizio con due mesi di anticipo rispetto al limite del 31 dicembre di quest’anno, posto dal precedente governo.
Al di là delle questioni ideologiche, la realtà è che la mancanza di medici non è un problema da poco, soprattutto di questi tempi. Sulla questione pesa anche la denuncia di Barbara Cittadini, presidente nazionale di Aiop, l’Associazione italiana ospedalità privata: 574 strutture, presenti in modo capillare sull’intero territorio nazionale, e l’impegno quotidiano dei suoi professionisti. «Liste d’attesa lunghissime e carenza di medici sono tra le emergenze, non più procrastinabili» da «affrontare con urgenza, per evitare che il Servizio sanitario nazionale imploda», afferma Cittadini, ricordando che resta il problema della «carenza di medici e del personale sanitario».
Per questo, la presidente Aiop invita alla realizzazione di una «normativa di emergenza per assumere neolaureati e specializzandi». Nell’ultimo anno, l’81% di coloro che hanno cercato di prenotare visite specialistiche o esami diagnostici tramite il Servizio sanitario nazionale (Ssn) ha riscontrato difficoltà legate alle tempistiche, secondo una recente indagine di Altroconsumo. Il 70 % di chi ha avuto problemi per visite mediche e il 60% di chi ne ha avuti per esami diagnostici ha scelto di rivolgersi a una struttura privata. «Secondo i dati Istat - sottolinea la Cittadini - nel 2021, l’11% delle persone, circa 6 milioni, ha dovuto rinunciare a visite specialistiche ed esami diagnostici, a causa di difficoltà economiche e di accesso al servizio.
Sono numeri in crescita - osserva - che non possono essere sottovaluti, considerando anche le inevitabili conseguenze in termini di prevenzione». L’emergenza pandemica ha bloccato circa 2,5 milioni di screening tumorali, secondo l’Associazione italiana di oncologia medica (Aiom). Rispetto al 2019, registra l’Agenzia per i servizi sanitari (Agenas), ci sono 98,4 milioni di visite specialistiche da recuperare. Da una elaborazione sui tempi di attesa per interventi urgenti (entro 30 giorni) per l’area cardiologica e tumori maligni, realizzata da Quotidiano sanità su dati Agenas, emerge che, in generale, nel privato accreditato i tempi sono molto più brevi rispetto al pubblico con uno stacco medio migliore di una decina di punti percentuali sul rispetto delle tempistiche. «La popolazione affronta fenomeni allarmanti dal punto di vista sanitario. Occorre, al più presto», esorta la Cittadini «avviare una riforma del Ssn, che valorizzi la sinergia tra le sue componenti di diritto pubblico e di diritto privato, conferendo loro pari dignità, per rispondere tempestivamente alla domanda assistenziale della popolazione, garantendo a tutti il diritto alla salute costituzionalmente riconosciuto». A proposito della valorizzazione del personale, dopo la trattativa di un anno, ieri è stato firmato il nuovo contratto per i 550.000 operatori del Comparto sanità che prevede un incremento complessivo medio di circa 175 euro lordi mensili, oltre al pagamento degli arretrati riferiti ai tre anni precedenti. Tra le novità per il personale infermieristico, compreso quello amministrativo, in prima linea durante le fasi critiche della pandemia, la regolazione dell’istituto dello smartworking e, per chi fa i turni, la possibilità dei permessi a ore, previsti dalla legge 104.
I genitori potranno inoltre chiedere di lavorare in fasce orarie diverse per prendersi cura dei figli.
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Scontro tra esecutivo e Regione sui sanitari sospesi. Il sottosegretario Gemmato (Fdi) promette l’impugnazione della legge. Michele Emiliano lo snobba: «Si dimetta». Pure Vincenzo De Luca isola i non vaccinati. Il ministro nicchia: «Decidano gli ospedali dove impiegarli».Aiop: «I malati rinunciano a curarsi col Ssn». Aumento di stipendio per 550.000 operatori.Lo speciale contiene due articoli Il presidente della Puglia, Michele Emiliano, non ha alcuna intenzione di applicare senza discussioni il decreto del governo guidato da Giorgia Meloni che ha disposto il rientro in servizio dei medici non vaccinati, a partire dallo scorso 1 novembre. Si tratta, come è evidente considerato che parliamo in tutto di 10 medici, di un tentativo strumentale di mettere i bastoni tra le ruote all’esecutivo. Emiliano si appella a una legge regionale della Puglia del 2018 che impone la vaccinazione agli operatori sanitari contro 10 malattie, alla quale è stato poi aggiunto, nel 2021, il Covid. Il suo collega campano, Vincenzo De Luca, prende a sua volta posizione: «Ho inviato», dichiara De Luca, «ai Direttori generali della Aziende Sanitarie Locali e delle Aziende Ospedaliere una direttiva, con la quale si fa obbligo di definire l’impiego del personale sanitario non vaccinato contro il Covid, in concomitanza con la disposta reintegra in servizio. Saranno, quindi, messe in campo», aggiunge De Luca, «le necessarie azioni dirette a contrastare ogni ipotesi di contagio, evitando il contatto diretto del personale non vaccinato con i pazienti». Torniamo alla Puglia: «Lo Stato centrale», dice a Sky Tg24 il sottosegretario alla Salute, Marcello Gemmato, di Fdi, tra l’altro pugliese, «non può essere derubricato da una Regione. Nella legge regionale della Puglia è previsto l’obbligo vaccinale anche per il Covid, che non c’è più. Questa legge verrà impugnata. Fra i medici considerati no vax ci sono anche medici che si sono sottoposti a due dosi di vaccino», aggiunge Gemmato, «che hanno contratto la malattia e per questo hanno chiesto l’esenzione a un nuovo richiamo». Michele Emiliano va all’attacco: «Gemmato», replica il presidente della Puglia, «è un politico di lungo corso e dovrebbe sapere che tra leggi nazionali e leggi regionali nelle materie concorrenti come la sanità non c’è un rapporto di gerarchia che fa prevalere le prime sulle seconde, salvo che ci sia una lesione delle attribuzioni del Parlamento. Prendo atto che Gemmato, farmacista», aggiunge Emiliano, «si cimenta in arditi ragionamenti giuridici annunciando l’impugnazione della legge pugliese, e così facendo fa fare al governo del quale fa parte da qualche ora una pessima figura. I termini per l’impugnativa infatti sono ampiamente scaduti. Uno così dovrebbe immediatamente dimettersi per la sua inadeguatezza». Clamorosa per i toni oltre che per i concetti espressi la presa di posizione di Danny Sivo, Direttore sanitario della Asl di Bari: «Tornano», scrive Sivo su Facebook, «i no vax in corsia? Mi preoccupa tantissimo che persone che non credano ai vaccini possano esercitare la professione sanitaria di medico o infermiere, poiché significa che siamo dinnanzi a sciamani e non a professionisti. Gente», aggiunge Sivo, «che non si cura della propria salute figuriamoci cosa pensa di quella del prossimo. Sarò inflessibile». In Puglia, dicevamo, sono 10 i medici del sistema sanitario regionale a non aver ricevuto la vaccinazione anticovid, mentre sono 103 in totale i dipendenti, considerando tutti gli operatori del comparto. «La situazione di questo personale sanitario», spiega l’assessore alla Sanità della Puglia, Rocco Palese, «è regolata dalla legge regionale, che consente solo agli operatori che si sono vaccinati, secondo le indicazioni del Piano nazionale di prevenzione vaccinale vigente, di poter accedere a determinati reparti ospedalieri. La legge regionale 2021», aggiunge Palese all’Ansa, «della Puglia che estende l’obbligo vaccinale agli operatori sanitari anche per il Covid è stata già vagliata e approvata dal governo e dalla Corte costituzionale, e sono trascorsi i termini. Per questo motivo non è impugnabile. La Regione Puglia individua i reparti dove consentire l’accesso ai soli operatori che si siano attenuti alle indicazioni del Piano nazionale di prevenzione vaccinale vigente». I reparti sono quelli di oncologia, ematologia, radioterapia, neonatologia, ostetricia, pediatria, malattie infettive, emergenza-urgenza e pronto soccorso, terapia intensiva e rianimazione, oltre a quelli dove vengono eseguiti trapianti o gestiti pazienti trapiantati, le unità dove vengono trattati pazienti dializzati, e quelli dove vengano trattati altri pazienti immuno-compromessi. «Sono, altresì, da considerarsi ad alto rischio di trasmissione di queste malattie infettive», recita la legge regionale, «le strutture ambulatoriali/consultoriali dove vengono assistite donne in gravidanza e bambini, nonché i servizi vaccinali». Dunque, i medici non vaccinati in Puglia non possono essere impiegati in questi reparti. Il ministro della Salute Orazio Schillaci, nicchia: «Ho letto di polemiche su quello che questi medici andranno a fare», commenta Schillaci al Corriere.it, «ma quello che andranno a fare saranno sono le singole direzioni sanitarie a deciderlo, valutando il posto migliore dove i medici reintegrati potranno andare a lavorare. La scelta di non vaccinarsi è un problema deontologico, che dovranno affrontare gli Ordini dei medici e quelli professionali. Lascerei a loro la definizione di tutto questo». «Questa», dice a La Stampa l’infettivologo Matteo Bassetti, «è la rivincita dei no vax: un movimento antiscientifico che si era tranquillizzato, adesso avrà gli strumenti per dire che aveva ragione a mettere in guardia dai vaccini». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/reintegri-in-puglia-governo-pronto-al-ricorso-2658589406.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="anche-le-cliniche-private-in-allarme-per-la-carenza-di-personale-pubblico" data-post-id="2658589406" data-published-at="1667420929" data-use-pagination="False"> Anche le cliniche private in allarme per la carenza di personale pubblico Continuano le polemiche sull’eliminazione dell’obbligo vaccinale per il personale sanitario, che può quindi rientrare in servizio con due mesi di anticipo rispetto al limite del 31 dicembre di quest’anno, posto dal precedente governo. Al di là delle questioni ideologiche, la realtà è che la mancanza di medici non è un problema da poco, soprattutto di questi tempi. Sulla questione pesa anche la denuncia di Barbara Cittadini, presidente nazionale di Aiop, l’Associazione italiana ospedalità privata: 574 strutture, presenti in modo capillare sull’intero territorio nazionale, e l’impegno quotidiano dei suoi professionisti. «Liste d’attesa lunghissime e carenza di medici sono tra le emergenze, non più procrastinabili» da «affrontare con urgenza, per evitare che il Servizio sanitario nazionale imploda», afferma Cittadini, ricordando che resta il problema della «carenza di medici e del personale sanitario». Per questo, la presidente Aiop invita alla realizzazione di una «normativa di emergenza per assumere neolaureati e specializzandi». Nell’ultimo anno, l’81% di coloro che hanno cercato di prenotare visite specialistiche o esami diagnostici tramite il Servizio sanitario nazionale (Ssn) ha riscontrato difficoltà legate alle tempistiche, secondo una recente indagine di Altroconsumo. Il 70 % di chi ha avuto problemi per visite mediche e il 60% di chi ne ha avuti per esami diagnostici ha scelto di rivolgersi a una struttura privata. «Secondo i dati Istat - sottolinea la Cittadini - nel 2021, l’11% delle persone, circa 6 milioni, ha dovuto rinunciare a visite specialistiche ed esami diagnostici, a causa di difficoltà economiche e di accesso al servizio. Sono numeri in crescita - osserva - che non possono essere sottovaluti, considerando anche le inevitabili conseguenze in termini di prevenzione». L’emergenza pandemica ha bloccato circa 2,5 milioni di screening tumorali, secondo l’Associazione italiana di oncologia medica (Aiom). Rispetto al 2019, registra l’Agenzia per i servizi sanitari (Agenas), ci sono 98,4 milioni di visite specialistiche da recuperare. Da una elaborazione sui tempi di attesa per interventi urgenti (entro 30 giorni) per l’area cardiologica e tumori maligni, realizzata da Quotidiano sanità su dati Agenas, emerge che, in generale, nel privato accreditato i tempi sono molto più brevi rispetto al pubblico con uno stacco medio migliore di una decina di punti percentuali sul rispetto delle tempistiche. «La popolazione affronta fenomeni allarmanti dal punto di vista sanitario. Occorre, al più presto», esorta la Cittadini «avviare una riforma del Ssn, che valorizzi la sinergia tra le sue componenti di diritto pubblico e di diritto privato, conferendo loro pari dignità, per rispondere tempestivamente alla domanda assistenziale della popolazione, garantendo a tutti il diritto alla salute costituzionalmente riconosciuto». A proposito della valorizzazione del personale, dopo la trattativa di un anno, ieri è stato firmato il nuovo contratto per i 550.000 operatori del Comparto sanità che prevede un incremento complessivo medio di circa 175 euro lordi mensili, oltre al pagamento degli arretrati riferiti ai tre anni precedenti. Tra le novità per il personale infermieristico, compreso quello amministrativo, in prima linea durante le fasi critiche della pandemia, la regolazione dell’istituto dello smartworking e, per chi fa i turni, la possibilità dei permessi a ore, previsti dalla legge 104. I genitori potranno inoltre chiedere di lavorare in fasce orarie diverse per prendersi cura dei figli.
E’ cominciato il periodo più “dolce” dell’anno: Carnevale! Le ricette di dolcetti sono infinite, ma la caratteristica gastronomica del “carnem levare” è sicuramente il fritto. Noi allora ci siamo rivolti a una preparazione che accontenta tutti, che risolve una cena o un pranzo, che è una base per un ottimo aperitivo e fa felici i bambini. La mozzarella in carrozza! Non è difficile da fare però dovete avere l’ accortezza di sigillare bene le fette di pane. Per questo potete anche pensare di usare il pane morbido da tramezzini che si sigilla meglio, ma non sarà mai un problema insormontabile. Dunque in carrozza.
Ingredienti – 400 gr di pane in cassetta (o da tramezzini) 400 gr di mozzarella fiordilatte (abbiate cura di scolarla bene) 150 gr di prosciutto cotto, 8 filetti di acciughe sott’olio, 5 uova grandi o 6 medie, farina, pangrattato, sale q.b., 1 litro di olio per friggere (noi usiamo il girasole alto oleico italiano). Se serve un mezzo bicchiere di latte.
Preparazione – Tagliate sottilmente la mozzarella, adagiatene un po’ su una fetta di pancarrè a cui avrete eliminato la crosta (tenete però i ritagli da parte: potete farci dell’ottimo pangrattato), aggiungete o un po’ di prosciutto cotto o un’acciuga, e ricoprite con un’altra fretta di pane. Per far aderire bene potete bagnare con un po’ di latte il perimetro delle fette di pane. Una volta esaurite le fette di pane, sbattete ben bene le uova con un po’ di sale e nel frattempo mettete a scaldare in una padella di generoso diametro l’olio di semi. Ora passate le fette di mozzarella in carrozza prima nella farina, poi nell’uovo e nel pangrattato e di nuovo nell’uovo e nel pangrattato facendo attenzione che il “portafoglio” non vi si apra. Controllate la temperatura dell’olio e friggete un po’ alla volta le mozzarelle in carrozza (ci vorranno circa due minuti per lato).
Come fa divertire i bambini – Date a loro il compito di sistemare gli ingredienti sulle fette di pane.
Abbinamento – Abbiamo scelto una Passerina spumante metodo Charmat, ottima scelta Prosecco, Cartizze o Lugana, volendo andare su una bollicina metodo classico va benissimo il Lessini Durello.
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Alessandro Barbero (Ansa)
Il Fatto Quotidiano ha dato grande risalto alla vicenda. «Il video del professore Alessandro Barbero sul perché voterà No al referendum è stato oscurato da Meta su Facebook», ha scritto Virginia Della Sala. «La sua visibilità è stata ridotta sulle pagine che lo hanno pubblicato e ricondiviso dopo un fact checking che lo ha etichettato come falso. Il motivo per cui è stato sottoposto ad analisi? Era virale». Subito si è scatenata la politica. Dolores Bevilacqua dei 5 stelle ha diffuso un comunicato indignato in cui spiega che «viviamo in una distopia tale per cui una società privata americana può decidere impunemente quali opinioni possono circolare e quali no. È censura pura: non è Mark Zuckerberg a decidere chi può parlare e quanto può essere ascoltato nel dibattito pubblico italiano». Avs parla di un «atto gravissimo: una big tech statunitense decide di silenziare un’opinione politica legittima di uno dei più autorevoli intellettuali italiani su un tema centrale per la nostra democrazia». Il partito di Bonelli e Fratoianni ha deciso di diffondere il video incriminato sulle sue pagine. Chiara Braga e la responsabile Giustizia del Partito democratico, Debora Serracchiani, hanno firmato un’interrogazione a risposta scritta rivolta alla presidente del consiglio dei ministri e al ministro delle Imprese e del made in Italy, per «chiarire una vicenda che solleva gravi interrogativi sul rispetto del pluralismo informativo e della libertà di espressione».
È sicuramente apprezzabile questo enorme movimento a favore della libertà di parola e contro la censura che impunemente e da anni viene esercitata dai social network. Colpisce tuttavia che il cosiddetto campo largo se ne accorga e si indigni soltanto ora, soprattutto dopo che quella censura è stata approvata e sostenuta dalla sinistra tutta. Ancora ricordiamo quando il ministro Roberto Speranza si vantava di avere contattato le piattaforme per eliminare le notizie false sul Covid e proteggere così la versione ufficiale del governo.
Soprattutto, però, ci sono alcune evidenze di cui tenere nota. La prima è che Barbero in quel video ha in effetti detto cose non vere. La principale è che con la riforma il governo sceglierà i giudici di nomina politica: in realtà sarà il Parlamento a decidere. Ma poco importa: ciascuno dovrebbe essere libero di dire le idiozie che ritiene, saranno poi altri eventualmente a fornire smentite. Cosa che in effetti è accaduta: il video di Barbero è stato demolito da fior di commentatori e esperti, compreso Niccolò Zanon. Dunque non c’era affatto bisogno che Meta o altri intervenissero per limitare la circolazione del filmato: ogni limitazione di questo genere, per blanda che sia, è ingiusta e odiosa. Ma perché i partiti non si chiedono da dove derivi invece di gridare alla distopia e chiedere informazioni al governo che non c’entra nulla? Il video di Barbero è stato limitato su segnalazione dei fenomenali fact checkers del quotidiano Open. E allora, di nuovo, ci si chiede: ma dove erano gli illustri indignati progressisti quando questi autoeletti difensori della verità e della giustizia agivano censurando questo o quello a loro gusto trasformandosi nel maglio del pensiero unico? Curioso che solo ora, perché c’è di mezzo il referendum, si arrivi a stracciarsi le vesti perché dei privati senza alcuna autorità hanno il potere - in accordo con le multinazionali - di esercitare la censura. Finché i fact checker se la prendono con presunti fascisti, razzisti e omofobi, va tutto bene. Ma se sfiorano Barbero in quanto testimone per il No, allora apriti cielo.
Qualcosa da dire c’è anche sul caro Barbero. Abbiamo preso senza esitazione le sue parti ogni volta che è stato colpito dalla mordacchia perché si esprimeva sul green pass o la guerra in Ucraina o altri temi. E sinceramente, lo ribadiamo, troviamo grottesco che il suo video venga anche solo parzialmente oscurato. Ricordiamo tuttavia che di recente, in occasione della fiera editoriale Più libri più liberi, lo storico è stato tra quelli che hanno chiesto la cacciata dell’editore Paesaggio al bosco dalla kermesse. Un indegno spettacolo, in cui Barbero ha rimediato una pessima figura e ha rinnegato sé stesso, dato che anni prima, in una vicenda analoga (l’espulsione di Altaforte dal Salone del libro di Torino) si era espresso contro l’oscuramento.
Ora il professore si lamenta perché un suo video è stato colpito da fact checker progressisti, ma è stato il primo a schierarsi con i custodi progressisti della morale contro Passaggio al bosco. Il che rende le sue lacrime decisamente coccodrillesche. Quanto ai sinistrorsi che si indignano per lui, hanno una lunga storia di censura e intolleranza intellettuale alle spalle. Sappiamo molto bene, del resto, come funzionano le cose nel mondo politico e culturale italiano: la mordacchia indigna solo quando colpisce gli amici. È storia vecchia, ma lo storico Barbero evidentemente la ignora.
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Un momento del rito Cristiano copto per celebrare le esequie di Youssef Abanoub, ucciso dal suo compagno Zouhair Atif, nella classe dell'istituto superiore Einaudi Chiodo (Ansa)
Zouhair Atif era stato monitorato dalla Digos per un sospetto rischio di radicalizzazione religiosa. Emergono ulteriori dettagli sulla personalità dello studente marocchino che il 16 gennaio nella scuola Einaudi Chiodo di La Spezia ha ucciso con una coltellata il compagno di origini egiziane Youssef Abanoub. Il movente dell’omicidio sembrerebbe essere la gelosia. Ma forse non andrebbe trascurato il sospetto di radicalizzazione se si contrappone a un altro elemento di questa vicenda: Youssef, Aba per amici e parenti, era figlio di una famiglia copta egiziana, la minoranza cristiana più antica e massacrata del Medio Oriente. La famiglia era scappata dall’Egitto più di dieci anni fa proprio perché perseguitata.
È stato Il Secolo XIX a raccontare che l’attività di verifica della Digos sul ragazzo era scattata dopo una segnalazione fatta nel 2024 da una docente di religione che si era preoccupata dopo aver sentito il ragazzo parlare di «Islam in maniera un po' troppo estrema». Poi un tema sul fenomeno dei femminicidi, che venne definito «allarmante».
L’insegnante parlò di «fragilità e sofferenza» del ragazzo «con un abisso dentro». Secondo la Digos quello scritto non faceva pensare a rischi concreti, ma venne segnalato all’Ufficio minori della Questura. Senza dimenticare che spesso diceva di avere la curiosità di «sapere cosa si prova a uccidere», citava i versetti del Corano e girava armato di coltello con cui aveva minacciato anche altri studenti.
«Quella comunicazione non manifestava esigenze o obblighi come, per esempio, l’avvio di una presa in carico del ragazzo. Non c’è stata nessun’altra corrispondenza tra i vari uffici, così come dal Tribunale, successivamente a quella segnalazione, non è arrivata alcuna richiesta» aveva detto Sara Luciani, assessore ai servizi sociali del Comune di Arcola, dove il ragazzo risiedeva con la famiglia.
Cesare Baldini, l’avvocato spezzino che difende Zouhair Atif, ha affermato di non sapere nulla circa i passati accertamenti della Digos. «So soltanto che Atif in carcere ha chiesto di poter leggere il Corano. Mi preme, però, ricordare che è un ragazzo che ha manifestato più volte intenti suicidi e ha vissuto per anni lontano dai genitori: loro erano in Italia, lui in Marocco con gli zii. Il contesto sociale è sicuramente complesso» spiega il legale. «Ho chiesto alla Procura di valutare la possibilità di una perizia psichiatrica perché credo sia un ragazzo che vada valutato anche sotto quel profilo».
Proprio per questo Baldini non ha chiesto la scarcerazione di Atif: «Il carcere mi pare sia il luogo che possa proteggere Atif da sé stesso o da altri». Anche se si tratta di una vicenda passata, il pm Giacomo Gustavino ha fatto sequestrare il compito in classe sul femminicidio, ed è stata ascoltata anche la professoressa che in passato si era preoccupata sentendolo discutere di religione in classe e parlare di Islam radicale.
Intanto, secondo le indagini a «giustificare» l’uso di quel coltellaccio con una lama di 22 centimetri per uccidere Youssef sarebbe stata la gelosia scattata perché Aba e la fidanzata di Atif si erano scambiati alcune foto dei tempi delle scuole medie.
«Zouhair era gelosissimo, diceva che ero soltanto sua e Aba lo provocava. A scuola, quando si incrociavano in corridoio, si scambiavano insulti, anche in arabo» ha raccontato la ragazza, ancora minorenne, nell’interrogatorio in Procura. «Aba è un mio caro amico d’infanzia. Siamo cresciuti insieme, da piccoli ci sentivamo. Ma questa amicizia ad Atif non andava giù».
Quel 16 gennaio Aba avrebbe chiesto scusa ad Atif per quello scambio di foto ma l’ira del marocchino era già esplosa: ha dato il primo colpo al collo del compagno davanti agli altri studenti. Aba si sarebbe allontanato ma lui lo ha inseguito e poi finito in un’altra aula. Infine, ha cercato la fidanzata per farle vedere cosa aveva fatto. «Mi ha fatto vedere il coltello insanguinato. Era soddisfatto. Rideva mentre io guardavo Aba a terra».
Un omicidio, quello commesso da Atif, aggravato «da futili motivi» ma soprattutto «connotato da peculiare brutalità» e «allarmante disinvoltura» ha scritto il gip del tribunale di La Spezia al termine dell’interrogatorio di garanzia del diciannovenne che da venerdì 16 è in una cella di isolamento nel carcere della città sotto massima sorveglianza: un controllo ogni 15 minuti.
E proprio ieri il ministro dell’istruzione Giuseppe Valditara ha annunciato l’arrivo di metal detector mobili per controllare gli ingressi laddove «la scuola sia preoccupata, laddove il preside e la comunità scolastica lo siano e si può chiedere al prefetto che valuterà l’utilizzo. Questa non è repressione ma sicurezza».
Valditara: «Metal detector a scuola»
Di fronte a particolari situazioni di pericolo, i dirigenti scolastici potranno chiedere al prefetto l’autorizzazione a installare metal detector mobili all’ingresso delle scuole. È l’idea lanciata dal ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, intervenuto ieri a «Idee in movimento», manifestazione organizzata a Roccaraso dalla Lega: «Questo governo», spiega Valditara, «sta attuando un’autentica rivoluzione culturale. Arriviamo da 60 anni di una “cultura” che ha disintegrato il buon senso. Viene ucciso un ragazzo con un coltello in una scuola, oggi (ieri, ndr) hanno trovato addirittura un ragazzo con un machete in classe. Sta diventando quasi una moda», aggiunge Valditara, «e la prima cosa che mi è venuta spontanea proporre sono stati i metal detector mobili per controllare gli ingressi. Laddove la scuola sia preoccupata», evidenzia il ministro, «il preside può chiederlo al prefetto che valuterà l’utilizzo. Questa è un’esigenza di sicurezza, è un’esigenza di libertà, è una garanzia nei confronti dei nostri giovani, dei nostri docenti, del personale della scuola. Hanno parlato di repressione, ero incredulo e c’è pure qualcuno che gli ha dato retta, ma dove sta la repressione? Questa è sicurezza». Difficile dar torto a Valditara, la cui proposta è comunque subordinata a una esplicita richiesta della scuola interessata e a una attenta valutazione della prefettura. Che la misura sia colma è un fatto difficilmente contestabile: ieri i carabinieri di Budrio, nel Bolognese, sono intervenuti in una scuola superiore dopo la segnalazione di un insegnante, che ha notato un machete all’interno dello zaino di uno studente minorenne. I militari, una volta arrivati nella struttura, hanno proceduto nei suoi confronti. Un machete a scuola: sembra un film horror, invece è una realtà con la quale bisogna fare i conti. Eppure, da sinistra arriva la solita litania, anche se neanche i dem possono ignorare completamente la realtà: «In alcune scuole», commenta la parlamentare del Pd Paola De Micheli, «ci sono già i metal detector, installati sulla base dell’autonomia scolastica. Forse possono servire, ma siamo convinti che una misura di deterrenza sia sufficiente per limitare la violenza tra i giovani? Mi pare ancora una volta che da parte del ministro Giuseppe Valditara e di questo governo, a fronte di un problema serissimo come quello della violenza tra i giovani, arrivi una risposta emotiva e sensazionalistica. Che di fatto evidenzia una desolante mancanza di idee e di analisi, necessari per offrire proposte più profonde e realmente efficaci. Occorre», aggiunge la De Micheli sul sito FrV News Magazine, «inquadrare il problema in tutta la sua dimensione, che investe l’intera società, anche al di fuori delle aule. Bisogna affrontare le sfide educative e ascoltare chi ogni giorno opera in contesti difficili prendendo atto che misure soltanto repressive non bastano». Quelle che di sicuro non bastano, non bastano più, sono le parole dense di demagogia e qualunquismo che da sinistra ripetono stancamente per bollare come «repressivo» ogni provvedimento messo in campo per garantire la sicurezza ai cittadini. Il fenomeno delle armi da taglio nelle scuole sta prendendo una piega estremamente grave, restare con le mani in mano può voler dire non evitare altri delitti. Del resto, i metal detector sono strumenti che fanno parte della nostra vita: non si comprende perché installarli nelle scuole debba rappresentare chi sa quale svolta pericolosa, come profetizzato dal sindaco di Bologna, Matteo Lepore: «Se non vogliamo diventare come gli Stati Uniti, che hanno i metal detector in alcune scuole di serie B e C, se non vogliamo seguire la deriva di Trump, dobbiamo sostenere il personale scolastico con stipendi adeguati e, scuola per scuola, riflettere sulle esigenze per mettere in sicurezza il plesso scolastico».
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