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2021-04-30
Blitz delle Regioni contro il semaforo. I veri pericoli sono oltre la frontiera
Sull'onda della mezza ammissione di inutilità del coprifuoco alle 22, chissà che il governo non cominci a prendere in considerazione la prospettiva di archiviare anche il cervellotico «semaforo» delle Regioni. Alla vigilia dell'ennesima cabina di regia (con annessi oracoli cromatici) del venerdì, il rappresentante dei governatori, Massimiliano Fedriga, ha fatto presente al ministro Roberto Speranza e agli altri irriducibili della serrata presenti nella compagine governativa, che forse sarebbe il momento di passare ad altro. «Il sistema dei colori», ha osservato Fedriga, «penso possa essere stato utile nell'autunno dello scorso anno. Penso altrettanto», ha poi aggiunto il presidente della Conferenza delle Regioni e governatore del Friuli Venezia Giulia, «che le misure in mezzo a una pandemia siano da modulare rispetto alla situazione contingente. Nessuno si deve sentire smentito se, rispetto alla situazione attuale, si possano trovare strategie diverse per essere maggiormente efficaci».
Alla base del ragionamento di Fedriga, come di molti suoi omologhi di tutte le provenienze politiche, la constatazione del fatto che, associata alla permanenza del coprifuoco, l'incertezza determinata dal sistema a colori rende di fatto impossibile per i lavoratori del comparto ospitalità e turismo una programmazione degna di questo nome. Anche perché, con le restrizioni attuali, cittadini italiani e stranieri vivono come un azzardo prenotare le vacanze estive.
Detto questo, per stasera è atteso il consueto diluvio di dati del monitoraggio e le conseguenti ordinanze di Speranza con l'assegnazione dei nuovi colori o la conferma dei vecchi per le diverse Regioni. Evento che già dalle ore precedenti innesca un balletto di dichiarazioni, moniti, pressioni e polemiche tra i destinatari delle decisioni, che rendono tutto più simile a un suk che a un piano di prevenzione del contagio. Il presidente della Campania, Vincenzo De Luca, ad esempio, con i toni che lo contraddistinguono, ha affermato scaramanticamente e ironicamente di «sentirsi» che la Campania, dal giallo sta per tornare arancione, accusando le altre Regioni di non essere rigorose nel computo dei positivi come la sua. Consapevole di una situazione ormai kafkiana, dal Veneto Luca Zaia invita i cittadini ad avere pazienza, ricordando loro le soglie sempre più severe imposte dal governo per la classificazione nelle zone a maggior rischio.
Il quadro, da lunedì prossimo, salvo cambiamenti dell'ultim'ora, dovrebbe comunque vedere la conferma di tutte le Regioni attualmente in giallo, cui si aggiungerebbe la Puglia, mentre la Sardegna (attualmente l'unica in rosso) andrebbe in arancione a far compagnia a Basilicata e Sicilia, con un punto interrogativo per la Valle D'Aosta, che oscilla tra l'attuale arancione e un possibile rosso. In attesa che ne arrivino di nuove e più plausibili, valgono le regole di sempre: nelle Regioni gialle ci si può spostare liberamente e raggiungere altre Regioni, purché queste siano dello stesso colore. In caso contrario, servirà il pass introdotto dal governo con l'ultimo decreto. I negozi sono aperti, compresi bar e ristoranti sia a pranzo che a cena, ma solo chi può disporre di spazi all'aperto che consentano anche il distanziamento tra i tavoli. Nelle zone arancioni, invece, bar e ristoranti disponibili solo per asporto o consegne a domicilio e divieto di spostarsi al di fuori del proprio Comune di residenza, salvo i «comprovati motivi di necessità». Per chi abita in un Comune con meno di 5.000 abitanti, c'è la possibilità di muoversi in un raggio di 30 chilometri, senza però poter raggiungere il capoluogo. Il tutto, per ora, sempre nei limiti del coprifuoco che scatta dalle 22 fino alle 5.
Il fronte caldo, però, è tornato quello estero, con la diffusione della nuova variante indiana del Covid. A questo proposito, il ministro Speranza ha fatto sapere di aver firmato una nuova ordinanza nella quale ha esteso il divieto di ingresso - già disposto per chi proviene da India e Bangladesh - anche ai voli che giungono dallo Sri Lanka. Il rientro sarà consentito solo a chi ha cittadinanza italiana. Nello stesso provvedimento, Speranza ha ritenuto opportuno mettere nero su bianco la proroga di 15 giorni dell'obbligo di quarantena per chi arriva dai Paesi europei, anche se in questo caso valgono le parole del portavoce della Commissione Ue, Eric Mamer, il quale ha spiegato che gli Stati nazionali potranno continuare a prescrivere test obbligatori e quarantene ai cittadini comunitari, anche nel caso questi ultimi fossero in possesso del pass Covid Ue. «Nella proposta legislativa», ha chiarito Mamer, «non c'è scritto che chi possiede un certificato digitale potrà spostarsi in Europa senza mai fare test o quarantena». Ciò vuol dire che se, nonostante l'introduzione del certificato vaccinale Ue uno Stato ritenesse necessarie misure di contenimento, dovrà solo farlo presente a Bruxelles.
Sbarcati altri 2,5 milioni di vaccini
Continuano ad arrivare vaccini anti Covid all'aeroporto militare di Pratica di Mare. Ieri è stata la volta di circa 2,5 milioni dosi in tre lotti distinti: 2,2 milioni di dosi Astrazeneca, 270.000 di Moderna e circa 160.000 di Johnson & Johnson. L'obiettivo è di consolidare il trend in crescita delle somministrazioni, ancora distante dal traguardo delle 500.000 dosi giornaliere.
Ci sono «difficoltà organizzative in alcune Regioni e si conferma una netta riduzione delle inoculazioni nei giorni festivi», secondo l'ultimo report di monitoraggio della Fondazione Gimbe. Tra le Regioni, poi, l'eccessiva «eterogeneità dei dati» non permette di stilare una classifica unica, osserva la Fondazione. «Per popolazione vaccinata (ciclo completo e solo prima dose) sono in testa Liguria, Marche e Valle d'Aosta, mentre in coda ci sono Campania, Sicilia e Calabria», osserva l'ente, ma se si analizzano le vaccinazioni per fasce d'età cambiano le prime posizioni, mentre in coda ci sono spesso le stesse tre.
Anche il confronto con gli altri Paesi europei non è confortante. L'Italia sale in classifica per la copertura degli over 80, ma si colloca al quartultimo posto per le fasce 60-69 e 70-79. Secondo il rapporto settimanale del Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie, aggiornato al 25 aprile, in Italia il 24,8% della popolazione ha ricevuto almeno una dose, ma la Germania è al 28,1%, la Spagna al 27,6%, la Francia al 26,7% e la Polonia al 24,9%. I numeri mostrano che «purtroppo, il vero cambio di passo nella vaccinazione delle fasce fragili», osserva il presidente, «è avvenuto solo a partire dalla seconda metà di marzo».
Non brilla per performance nemmeno l'Ue. Il direttore regionale dell'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) per l'Europa, Hans Kluge, plaude ai 215 milioni di dosi di vaccino somministrate, ma solo «circa il 16% della popolazione dell'area ne ha ricevuta una». Migliori notizie sono arrivate ieri da Biontech. L'azienda tedesca ha annunciato, a partire da giugno, la possibilità di vaccinare, in Europa, anche chi ha tra i 12 e i 15 anni. In un'intervista al settimanale Der Spiegel, Ugur Sahin, ad della Biotech partner di Pfizer, ha dichiarato che tra 4-6 settimane potrebbe arrivare l'approvazione dall'Agenzia europea del farmaco a cui presenterà la domanda «nei prossimi giorni». Buone notizie anche da Moderna che produrrà, il prossimo anno, fino a 3 miliardi di dosi del suo vaccino mRna. L'azienda americana ha inoltre dichiarato che potrà conservare il vaccino non più solo un mese, ma tre, nei normali frigoriferi.
Un no a Sputnik, il vaccino russo, si è invece registrato in Brasile. Secondo l'Agenzia di vigilanza sanitaria del Paese sudamericano (Anvisa) il vettore virale Ad5 del vaccino dell'Istituto Gamaleya, «sembra contenere ancora adenovirus competente per la replicazione». La notizia è riportata sul blog scientifico In the pipeline, ospitato sul sito di Science e curato da Derek Lowe, chimico farmaceutico ed editorialista. Tale capacità dell'adenovirus di replicarsi (cosa che non dovrebbe accadere), osserva Lowe nella sua analisi, «probabilmente non causerà grossi problemi alla popolazione vaccinata, ma è un rischio completamente inutile». A stretto giro è arrivata la replica di Mosca, che ha definito la scelta brasiliana «una decisione di natura politica».
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Massimiliano Fedriga guida i governatori: «Il sistema ha fatto il suo tempo». Intanto il ministero estende allo Sri Lanka il divieto d'ingresso da India e Bangladesh. Azzoppato il pass europeo: non esclude le quarantene nazionali.Nuovo carico di Az, Moderna e J&J arrivato a Pratica di Mare. Pfizer-Biontech punta a immunizzare i ragazzi tra 12 e 15 anni in estate. Stop a Sputnik in Brasile.Lo speciale contiene due articoli.Sull'onda della mezza ammissione di inutilità del coprifuoco alle 22, chissà che il governo non cominci a prendere in considerazione la prospettiva di archiviare anche il cervellotico «semaforo» delle Regioni. Alla vigilia dell'ennesima cabina di regia (con annessi oracoli cromatici) del venerdì, il rappresentante dei governatori, Massimiliano Fedriga, ha fatto presente al ministro Roberto Speranza e agli altri irriducibili della serrata presenti nella compagine governativa, che forse sarebbe il momento di passare ad altro. «Il sistema dei colori», ha osservato Fedriga, «penso possa essere stato utile nell'autunno dello scorso anno. Penso altrettanto», ha poi aggiunto il presidente della Conferenza delle Regioni e governatore del Friuli Venezia Giulia, «che le misure in mezzo a una pandemia siano da modulare rispetto alla situazione contingente. Nessuno si deve sentire smentito se, rispetto alla situazione attuale, si possano trovare strategie diverse per essere maggiormente efficaci». Alla base del ragionamento di Fedriga, come di molti suoi omologhi di tutte le provenienze politiche, la constatazione del fatto che, associata alla permanenza del coprifuoco, l'incertezza determinata dal sistema a colori rende di fatto impossibile per i lavoratori del comparto ospitalità e turismo una programmazione degna di questo nome. Anche perché, con le restrizioni attuali, cittadini italiani e stranieri vivono come un azzardo prenotare le vacanze estive. Detto questo, per stasera è atteso il consueto diluvio di dati del monitoraggio e le conseguenti ordinanze di Speranza con l'assegnazione dei nuovi colori o la conferma dei vecchi per le diverse Regioni. Evento che già dalle ore precedenti innesca un balletto di dichiarazioni, moniti, pressioni e polemiche tra i destinatari delle decisioni, che rendono tutto più simile a un suk che a un piano di prevenzione del contagio. Il presidente della Campania, Vincenzo De Luca, ad esempio, con i toni che lo contraddistinguono, ha affermato scaramanticamente e ironicamente di «sentirsi» che la Campania, dal giallo sta per tornare arancione, accusando le altre Regioni di non essere rigorose nel computo dei positivi come la sua. Consapevole di una situazione ormai kafkiana, dal Veneto Luca Zaia invita i cittadini ad avere pazienza, ricordando loro le soglie sempre più severe imposte dal governo per la classificazione nelle zone a maggior rischio. Il quadro, da lunedì prossimo, salvo cambiamenti dell'ultim'ora, dovrebbe comunque vedere la conferma di tutte le Regioni attualmente in giallo, cui si aggiungerebbe la Puglia, mentre la Sardegna (attualmente l'unica in rosso) andrebbe in arancione a far compagnia a Basilicata e Sicilia, con un punto interrogativo per la Valle D'Aosta, che oscilla tra l'attuale arancione e un possibile rosso. In attesa che ne arrivino di nuove e più plausibili, valgono le regole di sempre: nelle Regioni gialle ci si può spostare liberamente e raggiungere altre Regioni, purché queste siano dello stesso colore. In caso contrario, servirà il pass introdotto dal governo con l'ultimo decreto. I negozi sono aperti, compresi bar e ristoranti sia a pranzo che a cena, ma solo chi può disporre di spazi all'aperto che consentano anche il distanziamento tra i tavoli. Nelle zone arancioni, invece, bar e ristoranti disponibili solo per asporto o consegne a domicilio e divieto di spostarsi al di fuori del proprio Comune di residenza, salvo i «comprovati motivi di necessità». Per chi abita in un Comune con meno di 5.000 abitanti, c'è la possibilità di muoversi in un raggio di 30 chilometri, senza però poter raggiungere il capoluogo. Il tutto, per ora, sempre nei limiti del coprifuoco che scatta dalle 22 fino alle 5.Il fronte caldo, però, è tornato quello estero, con la diffusione della nuova variante indiana del Covid. A questo proposito, il ministro Speranza ha fatto sapere di aver firmato una nuova ordinanza nella quale ha esteso il divieto di ingresso - già disposto per chi proviene da India e Bangladesh - anche ai voli che giungono dallo Sri Lanka. Il rientro sarà consentito solo a chi ha cittadinanza italiana. Nello stesso provvedimento, Speranza ha ritenuto opportuno mettere nero su bianco la proroga di 15 giorni dell'obbligo di quarantena per chi arriva dai Paesi europei, anche se in questo caso valgono le parole del portavoce della Commissione Ue, Eric Mamer, il quale ha spiegato che gli Stati nazionali potranno continuare a prescrivere test obbligatori e quarantene ai cittadini comunitari, anche nel caso questi ultimi fossero in possesso del pass Covid Ue. «Nella proposta legislativa», ha chiarito Mamer, «non c'è scritto che chi possiede un certificato digitale potrà spostarsi in Europa senza mai fare test o quarantena». Ciò vuol dire che se, nonostante l'introduzione del certificato vaccinale Ue uno Stato ritenesse necessarie misure di contenimento, dovrà solo farlo presente a Bruxelles. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/regioni-contro-semaforo-pericoli-frontiera-2652829096.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="sbarcati-altri-25-milioni-di-vaccini" data-post-id="2652829096" data-published-at="1619732722" data-use-pagination="False"> Sbarcati altri 2,5 milioni di vaccini Continuano ad arrivare vaccini anti Covid all'aeroporto militare di Pratica di Mare. Ieri è stata la volta di circa 2,5 milioni dosi in tre lotti distinti: 2,2 milioni di dosi Astrazeneca, 270.000 di Moderna e circa 160.000 di Johnson & Johnson. L'obiettivo è di consolidare il trend in crescita delle somministrazioni, ancora distante dal traguardo delle 500.000 dosi giornaliere. Ci sono «difficoltà organizzative in alcune Regioni e si conferma una netta riduzione delle inoculazioni nei giorni festivi», secondo l'ultimo report di monitoraggio della Fondazione Gimbe. Tra le Regioni, poi, l'eccessiva «eterogeneità dei dati» non permette di stilare una classifica unica, osserva la Fondazione. «Per popolazione vaccinata (ciclo completo e solo prima dose) sono in testa Liguria, Marche e Valle d'Aosta, mentre in coda ci sono Campania, Sicilia e Calabria», osserva l'ente, ma se si analizzano le vaccinazioni per fasce d'età cambiano le prime posizioni, mentre in coda ci sono spesso le stesse tre. Anche il confronto con gli altri Paesi europei non è confortante. L'Italia sale in classifica per la copertura degli over 80, ma si colloca al quartultimo posto per le fasce 60-69 e 70-79. Secondo il rapporto settimanale del Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie, aggiornato al 25 aprile, in Italia il 24,8% della popolazione ha ricevuto almeno una dose, ma la Germania è al 28,1%, la Spagna al 27,6%, la Francia al 26,7% e la Polonia al 24,9%. I numeri mostrano che «purtroppo, il vero cambio di passo nella vaccinazione delle fasce fragili», osserva il presidente, «è avvenuto solo a partire dalla seconda metà di marzo». Non brilla per performance nemmeno l'Ue. Il direttore regionale dell'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) per l'Europa, Hans Kluge, plaude ai 215 milioni di dosi di vaccino somministrate, ma solo «circa il 16% della popolazione dell'area ne ha ricevuta una». Migliori notizie sono arrivate ieri da Biontech. L'azienda tedesca ha annunciato, a partire da giugno, la possibilità di vaccinare, in Europa, anche chi ha tra i 12 e i 15 anni. In un'intervista al settimanale Der Spiegel, Ugur Sahin, ad della Biotech partner di Pfizer, ha dichiarato che tra 4-6 settimane potrebbe arrivare l'approvazione dall'Agenzia europea del farmaco a cui presenterà la domanda «nei prossimi giorni». Buone notizie anche da Moderna che produrrà, il prossimo anno, fino a 3 miliardi di dosi del suo vaccino mRna. L'azienda americana ha inoltre dichiarato che potrà conservare il vaccino non più solo un mese, ma tre, nei normali frigoriferi. Un no a Sputnik, il vaccino russo, si è invece registrato in Brasile. Secondo l'Agenzia di vigilanza sanitaria del Paese sudamericano (Anvisa) il vettore virale Ad5 del vaccino dell'Istituto Gamaleya, «sembra contenere ancora adenovirus competente per la replicazione». La notizia è riportata sul blog scientifico In the pipeline, ospitato sul sito di Science e curato da Derek Lowe, chimico farmaceutico ed editorialista. Tale capacità dell'adenovirus di replicarsi (cosa che non dovrebbe accadere), osserva Lowe nella sua analisi, «probabilmente non causerà grossi problemi alla popolazione vaccinata, ma è un rischio completamente inutile». A stretto giro è arrivata la replica di Mosca, che ha definito la scelta brasiliana «una decisione di natura politica».
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 20 maggio con Carlo Cambi
Romano Prodi e Massimo D'Alema (Ansa)
Scherzando - ma non troppo - potremmo dire che se esistesse il Partito cinese d’Italia, sigla Pcd’I con tanto di suggestiva rievocazione storica, la sua sede potrebbe tranquillamente trovarsi di fronte all’ambasciata francese, in piazza Farnese a Roma: tra lettere in mandarino, schermi di produzione orientale e pile della rivista della Fondazione Italianieuropei. E se davvero esistesse questo fantomatico partito, il Partito cinese d’Italia, Massimo D’Alema ne sarebbe, senza dubbio, il segretario onorario. Mentre Romano Prodi avrebbe tutti i titoli per sedersi sulla poltrona di presidente.
La lunga marcia della sinistra italiana verso Pechino, in fondo è iniziata diverso tempo fa, quando molti ex compagni dovettero prendere atto del crollo dell’Unione Sovietica e cercare altrove un altro punto cardinale a cui appendere la giacca ideologica. Non è un caso che, con l’Ulivo, proprio D’Alema e Prodi, siano diventati nel tempo fra i più zelanti sponsor italiani della Cina. Ognuno con il suo stile: sfacciato, elegante, e vagamente altezzoso il primo, curiale, felpato e con pensosa tigna il secondo. Va dato atto alla diplomazia del Dragone di aver trovato la formula per farli andare d’accordo. Romano Prodi coltiva rapporti con Pechino da anni. Lo dimostrò già quando la Fondazione Agnelli decise di investire in Cina: l’ex presidente della Commissione europea fece da sherpa istituzionale, portando a casa una cattedra nella prestigiosa università Agnelli Chair of Italian Culture, gestita dal China-Europe Philanthropy Innovation Research Center dell’Università di Pechino. Già allora molti si chiesero perché, considerando che, se era del tutto naturale che un’azienda di automotive investisse in Cina alla ricerca di ingegneri e nuovi mercati, era invece assai meno naturale affidarsi proprio a Prodi per aprire certe porte.
La popolarità del Professore nella nazione che ormai ha svestito da tempo i panni dell’economia emergente, non si misura soltanto nei suoi frequenti rendez vous orientali. Diversi anni fa, in un articolo pubblicato in prima pagina dal quotidiano di punta China Daily, Prodi veniva indicato come figura di riferimento di Dagong, l’agenzia di rating cinese che da anni tenta di insidiare il predominio di colossi statunitensi come Standard & Poor’s e Moody’s. Un’investitura quasi imperiale.
I rapporti di D’Alema con Pechino, invece, hanno contorni ancora più politici - e forse anche più spregiudicati. Ce lo ricordiamo lo scorso anno partecipante alla parata di Pechino con tanti leader di regimi tutt’altro che democratici. Per giustificare la sua presenza in quel contesto parlò del popolo cinese come soggetto «fondamentale per la sconfitta del nazismo e del fascismo». Frase apparsa a molti non solo infelice, ma anche storicamente assai discutibile. Il contributo militare cinese alla guerra contro il nazifascismo in Europa fu marginale, mentre quella tribuna popolata da autocrati globali, trasmetteva ben altri messaggi che non quelli della pace e della libertà.
Ma quella di D’Alema non è certo una simpatia improvvisa. Da anni l’ex leader post-comunista strizza l’occhio a Pechino, sia per motivi ideologici sia, come sottolineano alcuni osservatori, per ragioni economiche.
Attraverso la società di consulenza DL&M Advisor, attiva nei processi di internazionalizzazione verso i mercati esteri, compreso quello cinese, e tramite la fondazione della società Silk Road Wines, dedita all’esportazione di vino italiano in Cina, D’Alema ha costruito rapporti significativi con ambienti vicini al Partito comunista cinese. Già in passato aveva partecipato al Forum internazionale sulla democrazia organizzato proprio dal comitato centrale del Pcc. Non stupisce, quindi, la sua presenza in prima fila nella tribuna d’onore. Forse stupisce il cambiamento politico, quando all’indomani del dramma delle Torri gemelle, lo stesso D’Alema spiegava ad una sinistra riluttante che il nuovo orizzonte strategico dell’Occidente era Washington. Oggi quell’uomo appare lontanissimo, quasi irriconoscibile.
Sia chiaro, nello scenario geopolitico mondiale è doveroso guardare con attenzione a una potenza come la Cina, destinata ad un ruolo sempre più centrale sulla scena politica internazionale. Nessuno mette in discussione il peso economico, politico e strategico di Pechino. Ma proprio per questo sorprende il silenzio quasi reverenziale di certi politici e intellettuali italiani davanti a un sistema che continua a fare a pugni con la democrazia e i diritti umani, sia all’interno dei propri confini sia in un continente, come quello africano, dove ha una presenza sempre più invasiva.
Ecco, sarebbe utile che ogni tanto, oltre a omaggiare e magnificare il ruolo globale della Repubblica popolare cinese, qualcuno ricordasse anche questi aspetti che spesso e volentieri vengono usati dalla sinistra nel nostro Paese per polemizzare con il governo italiano, ma che altrove invece sono colpevolmente silenziati.
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Xi Jinping e Vladimir Putin (Ansa)
Ci si attende che il capo del Cremlino e Xi discuteranno di vari temi: dalla guerra in Ucraina a quella in Iran passando per i rapporti con gli Stati Uniti. In particolare, il consigliere di Putin, Yury Ushakov, ha affermato che i due leader promuoveranno l’«instaurazione di un mondo multipolare», nonché «un nuovo tipo di relazioni internazionali». Ma cerchiamo di entrare maggiormente nel dettaglio.
Per quanto riguarda la questione ucraina, la guerra si sta protraendo ormai da oltre quattro anni. Secondo quanto riferito dal Financial Times, Xi, durante il suo recente incontro con Trump, avrebbe dichiarato che lo zar potrebbe pentirsi di aver invaso l’Ucraina. Il governo cinese, ieri, ha ufficialmente smentito, non senza imbarazzo, questa rivelazione. Tuttavia, qualora l’affermazione fosse stata realmente pronunciata, ciò dimostrerebbe un crescente fastidio da parte di Pechino per il protrarsi del conflitto in Ucraina. Putin, dal canto suo, ha bisogno di rafforzare i legami con Xi proprio per rafforzare la sua posizione negoziale in vista di eventuali colloqui diplomatici sulla crisi ucraina. Passando poi all’Iran, sia Mosca che la Repubblica popolare intrattengono stretti legami con il regime khomeinista. Xi e Putin sperano che Trump finisca con l’impantanarsi. Al contempo, però, temono la crescente pressione a cui è sottoposta la Repubblica islamica. Dopo la caduta di Bashar al Assad in Siria nel 2024, entrambi non possono permettersi di perdere un altro alleato mediorientale.
Un ulteriore dossier sul tavolo sarà quello energetico. Anche per far fronte alle sanzioni occidentali, lo zar spera di ottenere dal presidente cinese il via libera per la realizzazione del gasdotto Power of Siberia 2, che incrementerebbe decisamente l’export di gas russo verso la Cina. Tuttavia, come sottolineato ieri da Cnbc, la Repubblica popolare, almeno finora, non ha avuto fretta di approvare questo progetto. Senza dubbio, i due presidenti affronteranno anche la questione commerciale, per intensificare i rapporti economici tra Mosca e Pechino. «Le regolari visite reciproche e i colloqui ad alto livello tra Russia e Cina sono una parte importante e integrante dei nostri sforzi congiunti per promuovere l’intera gamma delle relazioni tra i nostri due Paesi e liberare il loro potenziale davvero illimitato», ha affermato ieri Putin, secondo la Tass. E poi emerge ovviamente il rapporto con gli Stati Uniti. Stando al Financial Times, Trump avrebbe intenzione di proporre un fronte comune con Mosca e Pechino contro la Corte penale internazionale. Tuttavia, più in generale, le tre potenze stanno effettuando un complicato minuetto, ciascuna con le proprie debolezze.
Trump rischia seriamente il pantano in Iran, mentre la Corte Suprema degli Stati Uniti gli ha bocciato parte della politica sui dazi. Xi, dal canto suo, mira a intestarsi il ruolo di kingmaker diplomatico, ospitando il presidente russo e quello americano nel giro di pochi giorni. Tuttavia, il leader cinese inizia, al contempo, ad avvertire la pressione della crisi di Hormuz, mentre l’economia della Repubblica popolare continua a riscontrare problemi di consumo interno. Senza poi trascurare la significativa perdita d’influenza geopolitica di Pechino sull’America Latina nell’ultimo anno e mezzo. Putin, infine, è preoccupato dal protrarsi della guerra in Ucraina e, davanti alla Cina, nutre sentimenti contrastanti: da una parte punta a rafforzare i legami con Xi per avere più potere contrattuale verso Kiev e l’Occidente; dall’altra, ha paura che l’abbraccio con il Dragone diventi soffocante, spingendo Mosca verso una progressiva subordinazione nei confronti di Pechino. Inoltre, se è vero che la Russia ha tratto alcuni benefici economico-energetici dalla crisi di Hormuz, dall’altra parte, lo zar, dopo la caduta di Assad, sta facendo fatica a recuperare influenza nella regione mediorientale. È anche per questo che sta cercando da tempo di ritagliarsi un ruolo di mediazione tra Washington e Teheran.
Insomma, tutti e tre i presidenti sono alle prese con delle serie difficoltà: difficoltà che il burrascoso quadro internazionale rischia di incrementare ulteriormente. Non è allora improbabile che i viaggi di Trump e Putin a Pechino, così come la loro telefonata di fine aprile vadano inseriti in una cornice più ampia: quella di una sorta di Jalta 2.0. Spinti proprio dai rispettivi problemi, i tre leader potrebbero cercare di puntare a un accordo per tentare di ridurre l’instabilità globale: un accordo di cui, chissà, potrebbero aver iniziato a parlare già l’anno scorso Trump e Putin ad Anchorage (del resto, sarà un caso, ma ieri anche il presidente americano ha smentito la notizia secondo cui Xi gli avrebbe detto che lo zar si sarebbe pentito di invadere l’Ucraina). Questo non significa che una eventuale intesa disinnescherebbe la competizione geopolitica tra Washington e Pechino. Potrebbe però «razionalizzarla», inserendola su binari più specifici e meno caotici. Sia chiaro: non sappiamo con certezza se questo progetto stia realmente bollendo in pentola. L’unica cosa certa al momento è la totale inconsistenza geopolitica e diplomatica dell’Ue. Una Ue che, mentre le potenze trattano e competono, viene sistematicamente lasciata fuori dalla porta. Senza peso né strategia.
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