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2021-04-30
Blitz delle Regioni contro il semaforo. I veri pericoli sono oltre la frontiera
Sull'onda della mezza ammissione di inutilità del coprifuoco alle 22, chissà che il governo non cominci a prendere in considerazione la prospettiva di archiviare anche il cervellotico «semaforo» delle Regioni. Alla vigilia dell'ennesima cabina di regia (con annessi oracoli cromatici) del venerdì, il rappresentante dei governatori, Massimiliano Fedriga, ha fatto presente al ministro Roberto Speranza e agli altri irriducibili della serrata presenti nella compagine governativa, che forse sarebbe il momento di passare ad altro. «Il sistema dei colori», ha osservato Fedriga, «penso possa essere stato utile nell'autunno dello scorso anno. Penso altrettanto», ha poi aggiunto il presidente della Conferenza delle Regioni e governatore del Friuli Venezia Giulia, «che le misure in mezzo a una pandemia siano da modulare rispetto alla situazione contingente. Nessuno si deve sentire smentito se, rispetto alla situazione attuale, si possano trovare strategie diverse per essere maggiormente efficaci».
Alla base del ragionamento di Fedriga, come di molti suoi omologhi di tutte le provenienze politiche, la constatazione del fatto che, associata alla permanenza del coprifuoco, l'incertezza determinata dal sistema a colori rende di fatto impossibile per i lavoratori del comparto ospitalità e turismo una programmazione degna di questo nome. Anche perché, con le restrizioni attuali, cittadini italiani e stranieri vivono come un azzardo prenotare le vacanze estive.
Detto questo, per stasera è atteso il consueto diluvio di dati del monitoraggio e le conseguenti ordinanze di Speranza con l'assegnazione dei nuovi colori o la conferma dei vecchi per le diverse Regioni. Evento che già dalle ore precedenti innesca un balletto di dichiarazioni, moniti, pressioni e polemiche tra i destinatari delle decisioni, che rendono tutto più simile a un suk che a un piano di prevenzione del contagio. Il presidente della Campania, Vincenzo De Luca, ad esempio, con i toni che lo contraddistinguono, ha affermato scaramanticamente e ironicamente di «sentirsi» che la Campania, dal giallo sta per tornare arancione, accusando le altre Regioni di non essere rigorose nel computo dei positivi come la sua. Consapevole di una situazione ormai kafkiana, dal Veneto Luca Zaia invita i cittadini ad avere pazienza, ricordando loro le soglie sempre più severe imposte dal governo per la classificazione nelle zone a maggior rischio.
Il quadro, da lunedì prossimo, salvo cambiamenti dell'ultim'ora, dovrebbe comunque vedere la conferma di tutte le Regioni attualmente in giallo, cui si aggiungerebbe la Puglia, mentre la Sardegna (attualmente l'unica in rosso) andrebbe in arancione a far compagnia a Basilicata e Sicilia, con un punto interrogativo per la Valle D'Aosta, che oscilla tra l'attuale arancione e un possibile rosso. In attesa che ne arrivino di nuove e più plausibili, valgono le regole di sempre: nelle Regioni gialle ci si può spostare liberamente e raggiungere altre Regioni, purché queste siano dello stesso colore. In caso contrario, servirà il pass introdotto dal governo con l'ultimo decreto. I negozi sono aperti, compresi bar e ristoranti sia a pranzo che a cena, ma solo chi può disporre di spazi all'aperto che consentano anche il distanziamento tra i tavoli. Nelle zone arancioni, invece, bar e ristoranti disponibili solo per asporto o consegne a domicilio e divieto di spostarsi al di fuori del proprio Comune di residenza, salvo i «comprovati motivi di necessità». Per chi abita in un Comune con meno di 5.000 abitanti, c'è la possibilità di muoversi in un raggio di 30 chilometri, senza però poter raggiungere il capoluogo. Il tutto, per ora, sempre nei limiti del coprifuoco che scatta dalle 22 fino alle 5.
Il fronte caldo, però, è tornato quello estero, con la diffusione della nuova variante indiana del Covid. A questo proposito, il ministro Speranza ha fatto sapere di aver firmato una nuova ordinanza nella quale ha esteso il divieto di ingresso - già disposto per chi proviene da India e Bangladesh - anche ai voli che giungono dallo Sri Lanka. Il rientro sarà consentito solo a chi ha cittadinanza italiana. Nello stesso provvedimento, Speranza ha ritenuto opportuno mettere nero su bianco la proroga di 15 giorni dell'obbligo di quarantena per chi arriva dai Paesi europei, anche se in questo caso valgono le parole del portavoce della Commissione Ue, Eric Mamer, il quale ha spiegato che gli Stati nazionali potranno continuare a prescrivere test obbligatori e quarantene ai cittadini comunitari, anche nel caso questi ultimi fossero in possesso del pass Covid Ue. «Nella proposta legislativa», ha chiarito Mamer, «non c'è scritto che chi possiede un certificato digitale potrà spostarsi in Europa senza mai fare test o quarantena». Ciò vuol dire che se, nonostante l'introduzione del certificato vaccinale Ue uno Stato ritenesse necessarie misure di contenimento, dovrà solo farlo presente a Bruxelles.
Sbarcati altri 2,5 milioni di vaccini
Continuano ad arrivare vaccini anti Covid all'aeroporto militare di Pratica di Mare. Ieri è stata la volta di circa 2,5 milioni dosi in tre lotti distinti: 2,2 milioni di dosi Astrazeneca, 270.000 di Moderna e circa 160.000 di Johnson & Johnson. L'obiettivo è di consolidare il trend in crescita delle somministrazioni, ancora distante dal traguardo delle 500.000 dosi giornaliere.
Ci sono «difficoltà organizzative in alcune Regioni e si conferma una netta riduzione delle inoculazioni nei giorni festivi», secondo l'ultimo report di monitoraggio della Fondazione Gimbe. Tra le Regioni, poi, l'eccessiva «eterogeneità dei dati» non permette di stilare una classifica unica, osserva la Fondazione. «Per popolazione vaccinata (ciclo completo e solo prima dose) sono in testa Liguria, Marche e Valle d'Aosta, mentre in coda ci sono Campania, Sicilia e Calabria», osserva l'ente, ma se si analizzano le vaccinazioni per fasce d'età cambiano le prime posizioni, mentre in coda ci sono spesso le stesse tre.
Anche il confronto con gli altri Paesi europei non è confortante. L'Italia sale in classifica per la copertura degli over 80, ma si colloca al quartultimo posto per le fasce 60-69 e 70-79. Secondo il rapporto settimanale del Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie, aggiornato al 25 aprile, in Italia il 24,8% della popolazione ha ricevuto almeno una dose, ma la Germania è al 28,1%, la Spagna al 27,6%, la Francia al 26,7% e la Polonia al 24,9%. I numeri mostrano che «purtroppo, il vero cambio di passo nella vaccinazione delle fasce fragili», osserva il presidente, «è avvenuto solo a partire dalla seconda metà di marzo».
Non brilla per performance nemmeno l'Ue. Il direttore regionale dell'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) per l'Europa, Hans Kluge, plaude ai 215 milioni di dosi di vaccino somministrate, ma solo «circa il 16% della popolazione dell'area ne ha ricevuta una». Migliori notizie sono arrivate ieri da Biontech. L'azienda tedesca ha annunciato, a partire da giugno, la possibilità di vaccinare, in Europa, anche chi ha tra i 12 e i 15 anni. In un'intervista al settimanale Der Spiegel, Ugur Sahin, ad della Biotech partner di Pfizer, ha dichiarato che tra 4-6 settimane potrebbe arrivare l'approvazione dall'Agenzia europea del farmaco a cui presenterà la domanda «nei prossimi giorni». Buone notizie anche da Moderna che produrrà, il prossimo anno, fino a 3 miliardi di dosi del suo vaccino mRna. L'azienda americana ha inoltre dichiarato che potrà conservare il vaccino non più solo un mese, ma tre, nei normali frigoriferi.
Un no a Sputnik, il vaccino russo, si è invece registrato in Brasile. Secondo l'Agenzia di vigilanza sanitaria del Paese sudamericano (Anvisa) il vettore virale Ad5 del vaccino dell'Istituto Gamaleya, «sembra contenere ancora adenovirus competente per la replicazione». La notizia è riportata sul blog scientifico In the pipeline, ospitato sul sito di Science e curato da Derek Lowe, chimico farmaceutico ed editorialista. Tale capacità dell'adenovirus di replicarsi (cosa che non dovrebbe accadere), osserva Lowe nella sua analisi, «probabilmente non causerà grossi problemi alla popolazione vaccinata, ma è un rischio completamente inutile». A stretto giro è arrivata la replica di Mosca, che ha definito la scelta brasiliana «una decisione di natura politica».
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Massimiliano Fedriga guida i governatori: «Il sistema ha fatto il suo tempo». Intanto il ministero estende allo Sri Lanka il divieto d'ingresso da India e Bangladesh. Azzoppato il pass europeo: non esclude le quarantene nazionali.Nuovo carico di Az, Moderna e J&J arrivato a Pratica di Mare. Pfizer-Biontech punta a immunizzare i ragazzi tra 12 e 15 anni in estate. Stop a Sputnik in Brasile.Lo speciale contiene due articoli.Sull'onda della mezza ammissione di inutilità del coprifuoco alle 22, chissà che il governo non cominci a prendere in considerazione la prospettiva di archiviare anche il cervellotico «semaforo» delle Regioni. Alla vigilia dell'ennesima cabina di regia (con annessi oracoli cromatici) del venerdì, il rappresentante dei governatori, Massimiliano Fedriga, ha fatto presente al ministro Roberto Speranza e agli altri irriducibili della serrata presenti nella compagine governativa, che forse sarebbe il momento di passare ad altro. «Il sistema dei colori», ha osservato Fedriga, «penso possa essere stato utile nell'autunno dello scorso anno. Penso altrettanto», ha poi aggiunto il presidente della Conferenza delle Regioni e governatore del Friuli Venezia Giulia, «che le misure in mezzo a una pandemia siano da modulare rispetto alla situazione contingente. Nessuno si deve sentire smentito se, rispetto alla situazione attuale, si possano trovare strategie diverse per essere maggiormente efficaci». Alla base del ragionamento di Fedriga, come di molti suoi omologhi di tutte le provenienze politiche, la constatazione del fatto che, associata alla permanenza del coprifuoco, l'incertezza determinata dal sistema a colori rende di fatto impossibile per i lavoratori del comparto ospitalità e turismo una programmazione degna di questo nome. Anche perché, con le restrizioni attuali, cittadini italiani e stranieri vivono come un azzardo prenotare le vacanze estive. Detto questo, per stasera è atteso il consueto diluvio di dati del monitoraggio e le conseguenti ordinanze di Speranza con l'assegnazione dei nuovi colori o la conferma dei vecchi per le diverse Regioni. Evento che già dalle ore precedenti innesca un balletto di dichiarazioni, moniti, pressioni e polemiche tra i destinatari delle decisioni, che rendono tutto più simile a un suk che a un piano di prevenzione del contagio. Il presidente della Campania, Vincenzo De Luca, ad esempio, con i toni che lo contraddistinguono, ha affermato scaramanticamente e ironicamente di «sentirsi» che la Campania, dal giallo sta per tornare arancione, accusando le altre Regioni di non essere rigorose nel computo dei positivi come la sua. Consapevole di una situazione ormai kafkiana, dal Veneto Luca Zaia invita i cittadini ad avere pazienza, ricordando loro le soglie sempre più severe imposte dal governo per la classificazione nelle zone a maggior rischio. Il quadro, da lunedì prossimo, salvo cambiamenti dell'ultim'ora, dovrebbe comunque vedere la conferma di tutte le Regioni attualmente in giallo, cui si aggiungerebbe la Puglia, mentre la Sardegna (attualmente l'unica in rosso) andrebbe in arancione a far compagnia a Basilicata e Sicilia, con un punto interrogativo per la Valle D'Aosta, che oscilla tra l'attuale arancione e un possibile rosso. In attesa che ne arrivino di nuove e più plausibili, valgono le regole di sempre: nelle Regioni gialle ci si può spostare liberamente e raggiungere altre Regioni, purché queste siano dello stesso colore. In caso contrario, servirà il pass introdotto dal governo con l'ultimo decreto. I negozi sono aperti, compresi bar e ristoranti sia a pranzo che a cena, ma solo chi può disporre di spazi all'aperto che consentano anche il distanziamento tra i tavoli. Nelle zone arancioni, invece, bar e ristoranti disponibili solo per asporto o consegne a domicilio e divieto di spostarsi al di fuori del proprio Comune di residenza, salvo i «comprovati motivi di necessità». Per chi abita in un Comune con meno di 5.000 abitanti, c'è la possibilità di muoversi in un raggio di 30 chilometri, senza però poter raggiungere il capoluogo. Il tutto, per ora, sempre nei limiti del coprifuoco che scatta dalle 22 fino alle 5.Il fronte caldo, però, è tornato quello estero, con la diffusione della nuova variante indiana del Covid. A questo proposito, il ministro Speranza ha fatto sapere di aver firmato una nuova ordinanza nella quale ha esteso il divieto di ingresso - già disposto per chi proviene da India e Bangladesh - anche ai voli che giungono dallo Sri Lanka. Il rientro sarà consentito solo a chi ha cittadinanza italiana. Nello stesso provvedimento, Speranza ha ritenuto opportuno mettere nero su bianco la proroga di 15 giorni dell'obbligo di quarantena per chi arriva dai Paesi europei, anche se in questo caso valgono le parole del portavoce della Commissione Ue, Eric Mamer, il quale ha spiegato che gli Stati nazionali potranno continuare a prescrivere test obbligatori e quarantene ai cittadini comunitari, anche nel caso questi ultimi fossero in possesso del pass Covid Ue. «Nella proposta legislativa», ha chiarito Mamer, «non c'è scritto che chi possiede un certificato digitale potrà spostarsi in Europa senza mai fare test o quarantena». Ciò vuol dire che se, nonostante l'introduzione del certificato vaccinale Ue uno Stato ritenesse necessarie misure di contenimento, dovrà solo farlo presente a Bruxelles. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/regioni-contro-semaforo-pericoli-frontiera-2652829096.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="sbarcati-altri-25-milioni-di-vaccini" data-post-id="2652829096" data-published-at="1619732722" data-use-pagination="False"> Sbarcati altri 2,5 milioni di vaccini Continuano ad arrivare vaccini anti Covid all'aeroporto militare di Pratica di Mare. Ieri è stata la volta di circa 2,5 milioni dosi in tre lotti distinti: 2,2 milioni di dosi Astrazeneca, 270.000 di Moderna e circa 160.000 di Johnson & Johnson. L'obiettivo è di consolidare il trend in crescita delle somministrazioni, ancora distante dal traguardo delle 500.000 dosi giornaliere. Ci sono «difficoltà organizzative in alcune Regioni e si conferma una netta riduzione delle inoculazioni nei giorni festivi», secondo l'ultimo report di monitoraggio della Fondazione Gimbe. Tra le Regioni, poi, l'eccessiva «eterogeneità dei dati» non permette di stilare una classifica unica, osserva la Fondazione. «Per popolazione vaccinata (ciclo completo e solo prima dose) sono in testa Liguria, Marche e Valle d'Aosta, mentre in coda ci sono Campania, Sicilia e Calabria», osserva l'ente, ma se si analizzano le vaccinazioni per fasce d'età cambiano le prime posizioni, mentre in coda ci sono spesso le stesse tre. Anche il confronto con gli altri Paesi europei non è confortante. L'Italia sale in classifica per la copertura degli over 80, ma si colloca al quartultimo posto per le fasce 60-69 e 70-79. Secondo il rapporto settimanale del Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie, aggiornato al 25 aprile, in Italia il 24,8% della popolazione ha ricevuto almeno una dose, ma la Germania è al 28,1%, la Spagna al 27,6%, la Francia al 26,7% e la Polonia al 24,9%. I numeri mostrano che «purtroppo, il vero cambio di passo nella vaccinazione delle fasce fragili», osserva il presidente, «è avvenuto solo a partire dalla seconda metà di marzo». Non brilla per performance nemmeno l'Ue. Il direttore regionale dell'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) per l'Europa, Hans Kluge, plaude ai 215 milioni di dosi di vaccino somministrate, ma solo «circa il 16% della popolazione dell'area ne ha ricevuta una». Migliori notizie sono arrivate ieri da Biontech. L'azienda tedesca ha annunciato, a partire da giugno, la possibilità di vaccinare, in Europa, anche chi ha tra i 12 e i 15 anni. In un'intervista al settimanale Der Spiegel, Ugur Sahin, ad della Biotech partner di Pfizer, ha dichiarato che tra 4-6 settimane potrebbe arrivare l'approvazione dall'Agenzia europea del farmaco a cui presenterà la domanda «nei prossimi giorni». Buone notizie anche da Moderna che produrrà, il prossimo anno, fino a 3 miliardi di dosi del suo vaccino mRna. L'azienda americana ha inoltre dichiarato che potrà conservare il vaccino non più solo un mese, ma tre, nei normali frigoriferi. Un no a Sputnik, il vaccino russo, si è invece registrato in Brasile. Secondo l'Agenzia di vigilanza sanitaria del Paese sudamericano (Anvisa) il vettore virale Ad5 del vaccino dell'Istituto Gamaleya, «sembra contenere ancora adenovirus competente per la replicazione». La notizia è riportata sul blog scientifico In the pipeline, ospitato sul sito di Science e curato da Derek Lowe, chimico farmaceutico ed editorialista. Tale capacità dell'adenovirus di replicarsi (cosa che non dovrebbe accadere), osserva Lowe nella sua analisi, «probabilmente non causerà grossi problemi alla popolazione vaccinata, ma è un rischio completamente inutile». A stretto giro è arrivata la replica di Mosca, che ha definito la scelta brasiliana «una decisione di natura politica».
@Alpine Cars
Anche per questo, il rapporto d’affari tra Gucci e la scuderia francese Alpine-Renault, reso noto ieri, non dovrebbe stupire. Il demiurgo dell’intesa attiva dalla stagione 2027, il manager milanese di origini pugliesi Luca De Meo, a capo del gruppo Kering che include Gucci, ha un passato fruttuoso da dirigente nel mondo delle automobili (è stato ceo di Alpine) e ha studiato l’ingresso del marchio di moda nella Formula 1 non lesinando sui dettagli.
Gucci, di Alpine, diventa «title partner»: non soltanto uno sponsor, ma parte attiva della scuderia nata nel 1955, il cui nome diventerà Gucci Racing Alpine Formula One Team. Cambieranno pure i colori delle monoposto. Invece della combinazione di rosa e blu, è stato scelto un mix nero-oro per far risaltare l’emblematica «G» a corredo delle livree dei piloti e di un insieme di prodotti pensati ad hoc. Se per Francesca Bellettini, presidente e amministratore delegato di Gucci, l’accordo sarebbe «un riflesso della nostra ambizione e del ruolo che vogliamo, una convergenza unica di performance, cultura e portata globale, e Alpine è il partner giusto per dare vita a questa visione», è impossibile non pensare pure all’ingresso di Lmvh (nella fattispecie Louis Vuitton) come sponsor ufficiale del Mondiale in corso. Lo scopo di Liberty media, a capo della gestione commerciale del circus dei motori, era ben chiaro fin dai tempi in cui raccontò il mondo delle monoposto, dei box e dei piloti promuovendo la docuserie Netflix Drive to survive, che forgiò un immaginario accessibile a milioni di spettatori, tutti utenti di Instagram e TikTok, e ovviamente tutti consumatori spendenti: trasformare le corse in un red carpet costante.
Tra i fan potenziali, è lievitata la componente femminile sotto i 35 anni, per statistica tra le più stimolate agli acquisti nella moda. Quasi a dire: maschi sui motori, donne su ciò che li abbellisce, o magari viceversa. Non scordando un aspetto essenziale, la fascinazione degli sceicchi arabi per il mondo delle gare, indizio di per sé gravido di sottintesi danarosi. Già dai tempi di Benetton - il cui team manager era Flavio Briatore, oggi consigliere esecutivo di Alpine - si puntò su analoghe convergenze. Canonizzate poi dal ferrarista Lewis Hamilton, pilota leggendario, icona dandy, presunto fidanzato dell’influencer Kim Kardashian, appassionato di alta moda al punto da diventare volto della campagna Pink PP per Valentino DI.Vas e co-produttore di F1 - Il film, con Brad Pitt. Luca De Meo rimarca il bacino gargantuesco a cui Gucci vorrebbe mirare: nel 2024 la Formula 1 avrebbe registrato 6,5 milioni di spettatori presenti ai Gran Premi, 1,6 miliardi di spettatori televisivi cumulati e 97 milioni di seguaci sui social media, a cui è bene aggiungere l’analisi dell’agenzia Karla Otto e della piattaforma Lefty, secondo cui sarebbe il secondo sport da tenere in considerazione per contributo all’Earned media value (Emv) del settore moda. L’Emv è la metrica che stima il valore della visibilità ottenuta gratis, senza investimenti. Una pesca a strascico con reti dorate. Forse è il destino di tutti gli sport popolari, e però inarrivabili: affiancare alla componente agonistica la sensazione dell’evento glamour, all’etica, l’estetica, insomma il caravanserraglio diveniente del presente permanente.
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Ma la finanza, si sa, ha bisogno di battezzare continuamente nuove tendenze. Così, dai Faang siamo passati ai «Magnifici 7» (Alphabet, Amazon, Apple, Meta, Microsoft, Nvidia e Tesla), fino all’ultimo arrivato dei circoli finanziari: i Batmmaan. In questa nuova sigla, il mantello del supereroe è indossato da Broadcom, unendosi ai soliti noti (Apple, Tesla, Microsoft, Meta, Amazon, Alphabet e Nvidia) per cavalcare l’onda dei chip e dell’Intelligenza artificiale. Tuttavia, dietro questa girandola di lettere si nasconde un’insidia che il risparmiatore non dovrebbe mai sottovalutare. «Bisogna prendere sempre con le pinze l’approccio basato su ricette facili e acronimi da replicare», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «perché ogni epoca ha i suoi campioni, ma la gloria è spesso effimera. Molte società cadono in disgrazia o escono dai favori degli investitori non appena i temi sottostanti cambiano. Investire scegliendo “sic et simpliciter”, i migliori titoli del passato, è una trappola: investire non è come giocare la schedina sapendo i risultati il lunedì successivo».
Nel maggio 2026, la compattezza di questi gruppi sta venendo meno. Se la capitalizzazione complessiva dei Magnifici 7 ha raggiunto la cifra astronomica di 20.000 miliardi di euro, le performance iniziano a divaricarsi. Mentre Alphabet segna un +117% annuo, titoli come Microsoft (-10,18%) e Meta (-6,9%) mostrano in alcuni casi segnali di stanchezza.
«Il problema è che il mercato seleziona i nomi quando sono già sulla bocca di tutti», osserva l’analista e consulente finanziario indipendente, «ma oggi i criteri devono essere più sofisticati. La capacità di trasformare l’IA in flussi di cassa reali è l’unico driver che conta davvero, e non tutti i componenti di questi acronimi ci stanno riuscendo allo stesso modo». E un portafoglio di investimenti deve essere diversificato e profilato per ciascun investitore in base alla sua propensione al rischio e alla capacità di sostenere perdite che, riguardo i titoli «tech», possono arrivare anche a un’escursione avversa del -70%. Ha certo senso avere in portafoglio diversi di questi titoli, ma è bene conoscere le regole del «gioco» e non proiettare mai i rendimenti passati nel futuro.
Peraltro, secondo alcuni analisti il dominio tecnologico Usa non è più un dogma. L’ascesa di realtà cinesi come DeepSeek nel campo dell’IA ha dimostrato che la supremazia dei semiconduttori americani è attaccabile, provocando ondate di volatilità che colpiscono i portafogli troppo concentrati.
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Giacomo Biffi (Imagoeconomica)
C’è stato l’11 settembre, siamo in pieno scontro di civiltà e la minaccia della jihad si espande sull’Occidente. L’immigrazione, soprattutto da Sud a Nord, sta diventando ingestibile. In America c’è George W. Bush, in Cina Hu Jintao, in Russia comanda già Vladimir Putin. Nel 2001, dopo la strage delle Torri gemelle, la Nato invade l’Afghanistan nel tentativo di smantellare Al Qaeda di Osama Bin Laden. Nel 2003 inizia la seconda Guerra del golfo. E Giacomo Biffi, cardinale e arcivescovo di Bologna dal 1984, pubblica con Piemme questo Piccolo dizionario del cristianesimo. Quando si vivono momenti di crisi si è soliti cercare conforto nei grandi classici. Ma nella fattispecie non vale perché alla sua prima edizione questo testo prezioso ebbe un’accoglienza tiepida. Ora, grazie a Cantagalli che meritoriamente lo riedita con una nuova veste grafica e la cura della carmelitana scalza Emanuela Ghini, che nelle 80 voci, da Aborto a Vuotezza, ha inserito sottotitoli che ne aiutano la lettura, un saggio dimenticato svela tutta la sua forza e attualità.
In ordine alfabetico, la prima voce è «Aborto». Scrive Biffi, citando un ministro che per promuovere un provvedimento ha detto che non è «un’istigazione al matrimonio», «riteniamo iniqua la legge 194 - ipocritamente intitolata “per la tutela della maternità” - che autorizza e addirittura finanzia la soppressione delle creature umane prima della nascita. Questa sì che è una “istigazione”: è una istigazione a commettere quello che il Concilio Vaticano II chiama l’“abominevole delitto dell’aborto”».
Trattandosi, però, di un dizionario del cristianesimo è da questa voce che conviene iniziare. Biffi muove dalla consapevolezza di quale tesoro contenga la fede e, geloso delle sue peculiarità fuori da ogni catalogo, ne canta la potenza e la carica eversiva rispetto alla «mentalità di questo secolo» (San Paolo). Non piega il cristianesimo a pretesto per militanze politiche, a spunto per posizioni che non abbiano a cuore il destino ultimo dell’uomo e la preoccupazione esclusiva per il suo bene. È «inconfrontabile» con le altre religioni «perché nella sua realtà più autentica è una persona, la persona di Cristo, il Verbo che si è fatto carne e venne ad abitare in mezzo a noi». Si può anche dire «che tutte le religioni hanno del buono […] purché non si dimentichi che […] il cristianesimo è un fatto, e i fatti non si scelgono, “sono”. Include ovviamente delle idee circa la divinità, delle norme etiche, dei riti, come tutte le religioni; ma primariamente è un avvenimento, e come tale è unico e imparagonabile».
In alcuni passaggi si avverte l’eco della predicazione di monsignor Luigi Giussani, con il quale Biffi ha condiviso la formazione nel seminario di Venegono. Fede e ragione sono sorelle. La ragione cerca la fede. Si apre all’avvento della fede, la contempla come possibilità reale. Invece, a un certo punto si è cominciato a dire «che sono suocera e nuora», incompatibili. E l’uomo, pensando di diventare padrone autosufficiente, in realtà, si è perso. Ha cancellato Dio Padre. Ha cominciato a teorizzarne la morte. Trasformando il mondo in un gigantesco e «malinconico orfanotrofio», abitato da gente che ha come prospettiva quella di essere «figlia del caso». «Anche oggi», continua l’arcivescovo, «la questione prima e più decisiva per l’umanità è riscoprire la paternità di Dio». Non c’è scampo, scrive Biffi osservando la presa nell’opinione pubblica dei vari socialismi e solidarismi: «Se vogliamo vivere da fratelli e salvarci, dobbiamo ripartire dal Padre». Ma per far questo occorre rispondere all’imperativo che ci pone Cristo. O è il Figlio di Dio fatto uomo, e allora non resta che seguirlo, o è un impostore. Nessuno, «per quanto faccia l’indifferente o il disinteressato», può sfuggire a questo interrogativo. «Non è possibile rimanere neutrali [...], Gesù non è uno che mette d’accordo tutti… Non è un ansiolitico, è una sfida». Per aiutarci a raccoglierla il Padreterno ci ha lasciato la Chiesa, il «capolavoro compiuto da Dio con i deludenti materiali umani». Ecco l’ironia di Biffi. La sua lezione di umiltà, l’invito a non tirarcela, a non attribuirci troppi meriti, ma a riconoscere la benevolenza divina.
Il cardinale si rivolge allora alla Chiesa, esortandola a prendere il largo se vuole che «la pesca di uomini non riesca infruttuosa. Una Chiesa assimilata a quella che san Paolo chiama “la mentalità di questo secolo” non converte nessuno». «Non dare ascolto a chi, nell’intento di avvicinarti alle realtà della terra, in definitiva ti conduce a insabbiarti. Se ti insabbi diventi superflua, anzi inutile nella vicenda umana, perché sei fatta per navigare». In altre parti usa la metafora del sale «dolcificato». È l’urgenza dell’identità. «Nessun doveroso rispetto di chi ha opinioni diverse dalle nostre deve portarci a poco a poco allo stemperamento della fedeltà a colui che è il solo Maestro». Sbagliano i cattolici che, desiderosi di essere accolti, si assimilano alle ideologie prevalenti. Il sale, «che ha un sapore pungente», dolcificato non serve se non a essere gettato.
Oltre ai cristiani tiepidi, bersaglio dell’autore di Contro maestro Ciliegia (Jaca Book, 1977) è l’enfasi del progresso. Il mondo contemporaneo vive un’«angoscia» causata all’uomo «dalle sue stesse bravure». Il Novecento «era iniziato con una immensa speranza che il mito del progresso, i trionfi della scienza, l’affermazione della libertà individuale e della socialità […] garantissero un’epoca illimitata di pace e di serena fraternità tra i popoli». Ma invece è diventato il «secolo più insanguinato e più crudele della storia». Le guerre sono sempre state orrende ma, «prima che un culto enfatizzato e irrazionale della ragione spegnesse il senso cristiano dei nostri popoli», riguardavano i soldati di mestiere. Oggi «“le guerre totali” - dove non vengono risparmiati né le donne né i bambini né gli anziani - sono un apporto del così detto progresso. Davvero c’è da augurarsi che l’umanità non “progredisca” più in modo così perverso e insipiente».
Questo mito alimenta il proliferare di «troppe cattedre senza autorevolezza» protese più all’apparire che all’essere. «La “scena di questo mondo” sembra essere ciò che più di tutto viene ricercato e apprezzato», osserva Biffi. «L’immagine di un uomo, che occupi frequentemente gli schermi televisivi, diventa più importante dell’originalità dei suoi pensieri, della saggezza delle sue parole, della qualità morale del suo comportamento […]. Il messaggio è buono a misura non della positività del suo contenuto, ma del suo successo e dell’ampiezza della sua risonanza». E pazienza se genera «confusione» promuovendo relativismo e scetticismo. Più che mai affilato lo sguardo con cui il cardinale descrive la società contemporanea, priva di speranza. «Il nostro tempo ha saputo dare all’uomo tanti ritrovati mirabili: per esempio, la velocità negli spostamenti, la diffusione domiciliare delle notizie, i prodigi dell’informatica, nuove sorgenti di suoni e di frastuoni, nuove inesauste fabbriche di chimere e di sogni», comprese, potremmo aggiungere oggi, le mirabilie dell’Intelligenza artificiale. «La sola cosa che non ha saputo dare all’uomo è proprio la speranza, la quale anzi è andata nel mondo sempre più affievolendosi».
Gesù è venuto per salvare i peccatori. Questo è il contenuto dell’«evangelizzazione». Poi certo, i cristiani esorteranno alla solidarietà e si preoccuperanno della giustizia, ma senza dimenticare che lo scopo della missione in terra di Cristo è «la salvezza integrale e trascendente degli sventurati figli di Adamo». Non bastano, dunque, un solidarismo sentimentale o un amore delegato alle istituzioni. «Il Samaritano non è andato a interessare l’Unità sanitaria locale, si è piegato lui sul ferito». Perciò, «non è più possibile amare Dio senza amare il fratello; e non è più possibile amare il fratello senza amare Dio». Quando la testimonianza dei battezzati sbiadisce, «compaiono manifestazioni di razzismo e di sopraffazione di un gruppo sull’altro», ma non di rado, osserva Biffi, ci si imbatte in «qualche forma di razzismo culturale e ideologico, in cui capita che particolarmente si distinguano proprio coloro che a gran voce si conclamano antirazzisti».
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Il Crystal Palace festeggia la Conference League dopo la vittoria per 1-0 in finale contro il Rayo Vallecano (Ansa)
Gli inglesi battono 1-0 il Rayo Vallecano nella finale di Lipsia e conquistano il primo trofeo europeo della loro storia. Decide Mateta nella ripresa. Terzo titolo in un anno per la squadra di Glasner dopo FA Cup e Community Shield.
La chiusura del cerchio perfetto nel calcio esiste. Chiedere al Crystal Palace, uno dei 17 club professionistici di Londra e uno dei 7 che militano in Premier League, da questa notte sul tetto d’Europa, per la prima volta nella sua storia lunga 121 anni.
Le Eagles, alla loro prima partecipazione in una competizione europea, hanno fatto subito centro battendo nella finale di Lipsia il Rayo Vallecano e aggiungendo in bacheca la Conference League. Una bacheca fino a poco meno di un anno fa praticamente vuota e che sotto la gestione di Oliver Glasner, tecnico austriaco classe 1974 che in Europa aveva già trionfato vincendo nel 2021 l’Europa League alla guida dell’Eintracht Francoforte, ha improvvisamente iniziato a riempirsi. Il 17 maggio 2025 la vittoria in FA Cup, battendo in finale il Manchester City di Pep Guardiola. Qualche mese più tardi, il 10 agosto, il successo ai rigori contro il Liverpool nel Community Shield. E ora la consacrazione europea. Tre trofei nel giro di 12 mesi a chiusura di un cerchio, appunto, dove nulla è stato scontato, anzi. La stagione del Palace aveva tutti i presupposti per non essere all’altezza della precedente, con le cessioni eccellenti di Eze all’Arsenal e Guehi al City che ne hanno compromesso l’andamento in campionato, tanto da chiudere la Premier con un modestissimo 15° posto. Motivo per cui, a un certo punto della stagione, Glasner ha deciso di puntare tutto sulla Conference. La vittoria in coppa dà al club del Sud di Londra in un colpo solo lustro internazionale e la qualificazione alla prossima Europa League. Competizione che di fatto aveva già conquistato il diritto a parteciparvi lo scorso anno grazie alla vittoria della FA Cup, ma dalla quale è stata esclusa per la concomitante presenza dell’Olympique Lione, club francese con cui il Palace condivide il proprietario, John Textor.
Dall’altra parte, però, il Rayo Vallecano esce sconfitto ma non ridimensionato. Per il club di Vallecas, quartiere popolare e storicamente operaio della periferia madrilena, quella di Lipsia era la prima finale europea della propria storia. Un traguardo che conferma la crescita di una squadra diventata negli anni simbolo identitario del suo quartiere e riferimento per una tifoseria che ha sempre rivendicato un’idea diversa di calcio, lontana dalle logiche dei grandi club della capitale. Il ko contro il Palace non cancella il percorso europeo del Rayo, capace di eliminare Samsunspor, Aek Atene e Strasburgo dopo avere chiuso al quinto posto la fase campionato. E forse il senso della serata lo hanno raccontato proprio i tifosi spagnoli al triplice fischio, quando nel settore occupato dai sostenitori biancorossi è comparso uno striscione con scritto: «No conocí mayor victoria, que contigo en una derrota» («Non ho conosciuto vittoria più grande di quella ottenuta con te nella sconfitta»).
In campo, del resto, la finale è stata a lungo bloccata, quasi condizionata dal peso della posta in palio e dall’inesperienza europea di entrambe. Il Crystal Palace ha provato subito a prendere in mano il possesso, affidandosi soprattutto alle accelerazioni di Sarr e Pino sugli esterni, mentre il Rayo ha scelto un atteggiamento più prudente, compatto e attento a non concedere spazi. Il risultato è stato un primo tempo con poche occasioni e ritmi bassi. Gli spagnoli si sono fatti vedere per primi al 25’, quando Alemao ha girato fuori da buona posizione un cross di Chavarria, mentre poco prima dell’intervallo Unai Lopez ha mancato lo specchio con un destro dal limite. La chance più grande dei primi 45 minuti, però, l’ha costruita il Palace nel recupero: Wharton ha pescato Mitchell con un pallone morbido dalla trequarti, ma il colpo di testa in tuffo dell’esterno inglese è terminato di pochissimo a lato. La partita è cambiata all’inizio della ripresa. Al 50’ Wharton - eletto a fine gara «man of the match» - ha trovato spazio centralmente e ha calciato dal limite costringendo Batalla a una respinta corta: sul pallone si è avventato Mateta, il più rapido di tutti a ribadire in rete il gol dell’1-0. Una rete pesantissima per il centravanti francese, vicino a lasciare Londra già nel mercato di gennaio e decisivo invece nella notte più importante della storia del club. Il vantaggio ha acceso improvvisamente la finale. Cinque minuti dopo il Palace è andato a centimetri dal raddoppio in una delle azioni più incredibili della partita: punizione di Pino sul doppio palo, pallone che torna in mezzo e nuovo legno colpito involontariamente da Valentin nel tentativo di anticipare Mateta. Il Rayo ha accusato il colpo e per alcuni minuti ha rischiato di crollare, salvato ancora da Batalla su Mateta e da una difesa che, pur soffrendo, è riuscita a restare dentro la partita fino alla fine.
Nel finale la squadra di Perez ha provato ad alzare il baricentro senza però creare vere occasioni pulite. L’ultima possibilità è capitata ancora sui piedi di Alemao al 95’, ma il destro al volo dal limite è terminato fuori. Poco dopo è arrivato il triplice fischio di Mariani - unica nota italiana nella serata di Lipsia - e la festa del Palace, accompagnata dagli oltre 39.000 spettatori della Red Bull Arena.
Con questo successo il Crystal Palace diventa la terza squadra inglese - e la terza londinese - a vincere la Conference League dopo West Ham e Chelsea. Un altro segnale della supremazia recente del calcio inglese nelle competizioni Uefa. E adesso l’Inghilterra sogna addirittura il pieno europeo: dopo il trionfo dell’Aston Villa in Europa League e quello del Palace in Conference, sabato a Budapest toccherà all’Arsenal nella finale di Champions League contro il Paris Saint-Germain. Un possibile treble continentale che confermerebbe ulteriormente il dominio della Premier sul calcio europeo.
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