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2021-01-16
Gli italiani appesi alla lotteria dei colori. E tre Regioni si ritingono di rosso
Alla fine, la paventata marea arancione è arrivata. Dopo l'approvazione, da parte del Consiglio dei ministri, prima del dl sulle limitazioni agli spostamenti e sulla proroga al 30 aprile dello stato d'emergenza e poi del nuovo dpcm, il ministro della Salute Roberto Speranza ha firmato le ordinanze, che a partire da domani, cambiano di colore a più di metà del territorio nazionale.
Non ci sono grandi sorprese rispetto a quanto filtrato nei giorni scorsi in base all'irrigidimento dei parametri per la classificazione delle diverse aree di rischio, ma ciò non ha evitato comunque uno strascico polemico tra amministratori locali e governo centrale (in particolare il governatore della Lombardia Attilio Fontana e il sindaco di Bergamo Giorgio Gori, ma soprattutto da parte di ristoratori e baristi). Partiamo dalle ordinanze di Speranza: dopo aver collocato la settimana scorsa in zona arancione Calabria, Emilia Romagna, Lombardia, Veneto e Sicilia, il ministro ha decretato una ulteriore stretta per la Lombardia, che diventa rossa, alla quale si aggiungono la Sicilia (che pur avendo dati da arancione ha chiesto di essere messa in rosso) e la provincia autonoma di Bolzano. Sia la Lombardia che la Provincia autonoma si appellano ai giudici e presenteranno ricorso. Ma è decisamente l'arancione il colore dominante, scorrendo la nuova mappa delle restrizioni decretata dal ministero di Lungotevere: oltre alle citate regioni rosse, diventano o restano infatti arancioni 12 regioni: Abruzzo, Calabria, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Liguria, Marche, Piemonte, Puglia, Umbria, Val D'Aosta e Veneto.
A rimanere gialle, e quindi nella fascia soggetta a meno restrizioni, saranno la Campania, la Sardegna, la Basilicata, la Toscana, la Provincia Autonoma di Trento e il Molise. A supporto di quella che si può definire certamente l'ennesima stretta, le considerazioni fatte dal presidente dell'Iss, Silvio Brusaferro, in occasione della consueta illustrazione settimanale del monitoraggio sull'andamento dell'epidemia. Pur affermando che, a suo avviso, le restrizioni del periodo festivo hanno consentito di rallentare l'aumento dei casi, Brusaferro ha parlato di un «aumento complessivo del rischio di un'epidemia non controllata» e quindi non gestibile a livello di ricoveri nei reparti ordinari e nelle terapie intensive. In quest'ottica, nel monitoraggio si legge che l'indice Rt è in aumento lento ma costante da cinque settimane ed è giunto a 1,09 come media nazionale.
Ma proprio sui dati e sui moduli matematici relativi alla trasmissione del contagio, si segnala l'iniziativa di un gruppo di accademici, raccolti sotto la sigla «Lettera 150», che ha inoltrato un'istanza di accesso agli atti degli indicatori Covid, che finora il governo non ha voluto rendere pubblici. «Questi indicatori», si legge nella nota diffusa da 250 studiosi, «sono quelli in base ai quali si decide di limitare numerose libertà costituzionali». A questo proposito, è il caso di ricordare il quadro delle misure e delle restrizioni contenute nelle ordinanze, nel Dl e nel Dpcm, che entreranno in vigore da oggi. Anzitutto, è confermato il coprifuoco dalle 22 alle 5 e non si potrà in nessun caso uscire dalla propria Regione di residenza (anche nelle zone gialle) salvo comprovati motivi di necessità. Sarà possibile, una sola volta al giorno, ricevere al massimo due persone non conviventi, che potranno portare con sé minori di 14 anni. Il divieto di raggiungere altre Regioni resterà in vigore fino al 15 febbraio, ma nelle zone gialle sarà possibile muoversi senza autocertificazione su tutto il territorio regionale, mentre nelle zone arancioni ci si potrà muovere liberamente solo all'interno del proprio Comune, con l'eccezione di chi abita in Comuni con meno di 5.000 abitanti. Questi ultimi potranno raggiungere, in un raggio di 30 km, altri piccoli Comuni ma non i capoluoghi. La seconde case si potranno raggiungere solo se collocate all'interno della propria Regione nelle zone gialle o nel proprio comune nelle zone arancioni. Palestre, piscine e impianti sciistici resteranno chiusi ovunque (questi ultimi per il momento fino al 15 febbraio), mentre nelle zone gialle resteranno regolarmente aperti i negozi. È sul fronte degli esercizi che è arrivata la novità più rilevante, con l'introduzione del divieto di asporto dopo le 18 per i bar che, assieme ai ristoranti, nelle zone gialle saranno aperti fino alle 18. A quel punto, però, i ristoranti potranno continuare a fare asporto e consegne e domicilio, mentre i bar dovranno, in sostanza, abbassare le serrande. I centri commerciali resteranno chiusi nei week-end ma l'altra novità è che i musei, nelle zone gialle, riapriranno nei giorni feriali, mentre restano chiusi cinema e teatri. Nelle zone arancioni, invece, bar e ristoranti non potranno aprire al pubblico ma potranno fare solo consegne e asporto. Come detto, però, i bar solo fino alle 18.
Tralasciando la fantomatica zona bianca, resta invece il caos sul fronte scuola: il dpcm parla di ritorno in presenza per le superiori fino al 75% degli studenti da lunedì, ma tra proteste, sentenze del Tar e norme confliggenti, le Regioni andranno in ordine sparso.
Fontana: «Questa è una punizione» Gori chiede di esentare Bergamo
«Una punizione». È così che il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, vede il ritorno in zona rossa a partire da domenica, contro il quale ha già annunciato ricorso (insieme alla provincia di Bolzano: la giunta altoatesina ha anzi deciso di non inasprire le limitazioni attualmente in vigore e di restare di fatto «gialli» nonostante il parere di Roma). Fontana ha dichiarato: «Ho appena parlato con il ministro Speranza, è una punizione che la Lombardia non si merita. Mi ha detto che farà fare ancora dei controlli. Ho fatto presente a Speranza che c'è qualcosa che non funziona nei conti, come vengono fatti e nella determinazione dei parametri». I calcoli del governo a Fontana non quadrano proprio: «Oggettivamente siamo in una fase in cui stiamo migliorando i numeri eppure c'è il rischio che si entri in zona rossa. I cittadini si sono comportati tutti molto bene e sinceramente la zona rossa è estremamente penalizzante», ha spiegato. Persino più duro è il commento dell'assessore regionale allo Sviluppo economico, Guido Guidesi, che parla di una «decisione assurda da parte del governo che avrà conseguenze drammatiche per il sistema produttivo lombardo. Bene ha fatto il governatore Fontana a chiedere con fermezza al ministro Speranza di approfondire la questione con il Comitato tecnico scientifico. Oltre a rivedere la decisione, il governo dovrebbe utilizzare un semplice buonsenso e ristorare immediatamente tutte le attività economiche danneggiate. Questo astio nei confronti delle partite Iva deve finire», ha tuonato Guidesi. Alla decisione si è opposta anche Mariastella Gelmini, capogruppo di Forza Italia alla Camera dei deputati, che in una nota ha dichiarato: «Il ritorno della Lombardia in zona rossa rappresenta una penalizzazione eccessiva per cittadini, famiglie e imprese, provati dalla lunghissima battaglia contro il Covid. Anche perché in larghissima parte i lombardi si sono scrupolosamente attenuti alle regole in questi mesi e hanno mostrato spirito solidale e tempra da combattenti: l'aggravamento della pandemia e delle restrizioni è un colpo al cuore che la Lombardia non si merita».
Chi ha pensato a un modo per svicolare dalle restrizioni regionali è però Giorgio Gori, il sindaco dem di Bergamo, la città che più fu provata nella prima ondata e che ora, forse anche in virtù del dramma vissuto ormai un anno fa, ha valori nettamente migliori del resto della Lombardia. Ecco perché Gori, insieme al presidente della provincia Gianfranco Gafforelli, ha scritto a Fontana per chiedere una deroga per il suo territorio, eventualità peraltro prevista dal Dpcm del 3 novembre. E già il territorio di Cremona starebbe valutando l'opzione di chiedere alla giunta Fontana una deroga analoga. A Gori, tuttavia, Fontana ha risposto così: «Se il sindaco Gori riesce a sollecitare un intervento ai suoi rappresentanti politici, gli unici a poter cambiare le regole e modificare il sistema, non sarà necessario disporre deroghe per Bergamo, in quanto tutta la Lombardia potrà essere, almeno, zona arancione».
Fontana spiega: «Comprendo bene le ragioni del sindaco Gori che, evidenziando come la provincia di Bergamo abbia 61 positivi al Covid ogni 100.000 abitanti, quindi al di sotto della media regionale, chiede una deroga alla zona rossa. Il problema è che tale parametro non è preso in considerazione dal ministero della Salute e dal Cts nazionale, ma solo l'Rt». Per Fontana, «se venisse utilizzato il tasso di incidenza dei positivi su 100.000 abitanti, infatti, oggi la Lombardia non finirebbe in zona rossa».
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In arrivo un cambio di status in quasi tutte le zone del Paese. Lettera di 250 accademici: «Rendete pubblici gli indicatori»Polemiche sulla «retrocessione» lombarda. Pure l'Alto Adige si ribella contro RomaLo speciale contiene due articoliAlla fine, la paventata marea arancione è arrivata. Dopo l'approvazione, da parte del Consiglio dei ministri, prima del dl sulle limitazioni agli spostamenti e sulla proroga al 30 aprile dello stato d'emergenza e poi del nuovo dpcm, il ministro della Salute Roberto Speranza ha firmato le ordinanze, che a partire da domani, cambiano di colore a più di metà del territorio nazionale. Non ci sono grandi sorprese rispetto a quanto filtrato nei giorni scorsi in base all'irrigidimento dei parametri per la classificazione delle diverse aree di rischio, ma ciò non ha evitato comunque uno strascico polemico tra amministratori locali e governo centrale (in particolare il governatore della Lombardia Attilio Fontana e il sindaco di Bergamo Giorgio Gori, ma soprattutto da parte di ristoratori e baristi). Partiamo dalle ordinanze di Speranza: dopo aver collocato la settimana scorsa in zona arancione Calabria, Emilia Romagna, Lombardia, Veneto e Sicilia, il ministro ha decretato una ulteriore stretta per la Lombardia, che diventa rossa, alla quale si aggiungono la Sicilia (che pur avendo dati da arancione ha chiesto di essere messa in rosso) e la provincia autonoma di Bolzano. Sia la Lombardia che la Provincia autonoma si appellano ai giudici e presenteranno ricorso. Ma è decisamente l'arancione il colore dominante, scorrendo la nuova mappa delle restrizioni decretata dal ministero di Lungotevere: oltre alle citate regioni rosse, diventano o restano infatti arancioni 12 regioni: Abruzzo, Calabria, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Liguria, Marche, Piemonte, Puglia, Umbria, Val D'Aosta e Veneto. A rimanere gialle, e quindi nella fascia soggetta a meno restrizioni, saranno la Campania, la Sardegna, la Basilicata, la Toscana, la Provincia Autonoma di Trento e il Molise. A supporto di quella che si può definire certamente l'ennesima stretta, le considerazioni fatte dal presidente dell'Iss, Silvio Brusaferro, in occasione della consueta illustrazione settimanale del monitoraggio sull'andamento dell'epidemia. Pur affermando che, a suo avviso, le restrizioni del periodo festivo hanno consentito di rallentare l'aumento dei casi, Brusaferro ha parlato di un «aumento complessivo del rischio di un'epidemia non controllata» e quindi non gestibile a livello di ricoveri nei reparti ordinari e nelle terapie intensive. In quest'ottica, nel monitoraggio si legge che l'indice Rt è in aumento lento ma costante da cinque settimane ed è giunto a 1,09 come media nazionale. Ma proprio sui dati e sui moduli matematici relativi alla trasmissione del contagio, si segnala l'iniziativa di un gruppo di accademici, raccolti sotto la sigla «Lettera 150», che ha inoltrato un'istanza di accesso agli atti degli indicatori Covid, che finora il governo non ha voluto rendere pubblici. «Questi indicatori», si legge nella nota diffusa da 250 studiosi, «sono quelli in base ai quali si decide di limitare numerose libertà costituzionali». A questo proposito, è il caso di ricordare il quadro delle misure e delle restrizioni contenute nelle ordinanze, nel Dl e nel Dpcm, che entreranno in vigore da oggi. Anzitutto, è confermato il coprifuoco dalle 22 alle 5 e non si potrà in nessun caso uscire dalla propria Regione di residenza (anche nelle zone gialle) salvo comprovati motivi di necessità. Sarà possibile, una sola volta al giorno, ricevere al massimo due persone non conviventi, che potranno portare con sé minori di 14 anni. Il divieto di raggiungere altre Regioni resterà in vigore fino al 15 febbraio, ma nelle zone gialle sarà possibile muoversi senza autocertificazione su tutto il territorio regionale, mentre nelle zone arancioni ci si potrà muovere liberamente solo all'interno del proprio Comune, con l'eccezione di chi abita in Comuni con meno di 5.000 abitanti. Questi ultimi potranno raggiungere, in un raggio di 30 km, altri piccoli Comuni ma non i capoluoghi. La seconde case si potranno raggiungere solo se collocate all'interno della propria Regione nelle zone gialle o nel proprio comune nelle zone arancioni. Palestre, piscine e impianti sciistici resteranno chiusi ovunque (questi ultimi per il momento fino al 15 febbraio), mentre nelle zone gialle resteranno regolarmente aperti i negozi. È sul fronte degli esercizi che è arrivata la novità più rilevante, con l'introduzione del divieto di asporto dopo le 18 per i bar che, assieme ai ristoranti, nelle zone gialle saranno aperti fino alle 18. A quel punto, però, i ristoranti potranno continuare a fare asporto e consegne e domicilio, mentre i bar dovranno, in sostanza, abbassare le serrande. I centri commerciali resteranno chiusi nei week-end ma l'altra novità è che i musei, nelle zone gialle, riapriranno nei giorni feriali, mentre restano chiusi cinema e teatri. Nelle zone arancioni, invece, bar e ristoranti non potranno aprire al pubblico ma potranno fare solo consegne e asporto. Come detto, però, i bar solo fino alle 18. Tralasciando la fantomatica zona bianca, resta invece il caos sul fronte scuola: il dpcm parla di ritorno in presenza per le superiori fino al 75% degli studenti da lunedì, ma tra proteste, sentenze del Tar e norme confliggenti, le Regioni andranno in ordine sparso. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/gli-italiani-appesi-alla-lotteria-dei-colori-e-tre-regioni-si-ritingono-di-rosso-2649954599.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="fontana-questa-e-una-punizione-gori-chiede-di-esentare-bergamo" data-post-id="2649954599" data-published-at="1610741649" data-use-pagination="False"> Fontana: «Questa è una punizione» Gori chiede di esentare Bergamo «Una punizione». È così che il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, vede il ritorno in zona rossa a partire da domenica, contro il quale ha già annunciato ricorso (insieme alla provincia di Bolzano: la giunta altoatesina ha anzi deciso di non inasprire le limitazioni attualmente in vigore e di restare di fatto «gialli» nonostante il parere di Roma). Fontana ha dichiarato: «Ho appena parlato con il ministro Speranza, è una punizione che la Lombardia non si merita. Mi ha detto che farà fare ancora dei controlli. Ho fatto presente a Speranza che c'è qualcosa che non funziona nei conti, come vengono fatti e nella determinazione dei parametri». I calcoli del governo a Fontana non quadrano proprio: «Oggettivamente siamo in una fase in cui stiamo migliorando i numeri eppure c'è il rischio che si entri in zona rossa. I cittadini si sono comportati tutti molto bene e sinceramente la zona rossa è estremamente penalizzante», ha spiegato. Persino più duro è il commento dell'assessore regionale allo Sviluppo economico, Guido Guidesi, che parla di una «decisione assurda da parte del governo che avrà conseguenze drammatiche per il sistema produttivo lombardo. Bene ha fatto il governatore Fontana a chiedere con fermezza al ministro Speranza di approfondire la questione con il Comitato tecnico scientifico. Oltre a rivedere la decisione, il governo dovrebbe utilizzare un semplice buonsenso e ristorare immediatamente tutte le attività economiche danneggiate. Questo astio nei confronti delle partite Iva deve finire», ha tuonato Guidesi. Alla decisione si è opposta anche Mariastella Gelmini, capogruppo di Forza Italia alla Camera dei deputati, che in una nota ha dichiarato: «Il ritorno della Lombardia in zona rossa rappresenta una penalizzazione eccessiva per cittadini, famiglie e imprese, provati dalla lunghissima battaglia contro il Covid. Anche perché in larghissima parte i lombardi si sono scrupolosamente attenuti alle regole in questi mesi e hanno mostrato spirito solidale e tempra da combattenti: l'aggravamento della pandemia e delle restrizioni è un colpo al cuore che la Lombardia non si merita». Chi ha pensato a un modo per svicolare dalle restrizioni regionali è però Giorgio Gori, il sindaco dem di Bergamo, la città che più fu provata nella prima ondata e che ora, forse anche in virtù del dramma vissuto ormai un anno fa, ha valori nettamente migliori del resto della Lombardia. Ecco perché Gori, insieme al presidente della provincia Gianfranco Gafforelli, ha scritto a Fontana per chiedere una deroga per il suo territorio, eventualità peraltro prevista dal Dpcm del 3 novembre. E già il territorio di Cremona starebbe valutando l'opzione di chiedere alla giunta Fontana una deroga analoga. A Gori, tuttavia, Fontana ha risposto così: «Se il sindaco Gori riesce a sollecitare un intervento ai suoi rappresentanti politici, gli unici a poter cambiare le regole e modificare il sistema, non sarà necessario disporre deroghe per Bergamo, in quanto tutta la Lombardia potrà essere, almeno, zona arancione». Fontana spiega: «Comprendo bene le ragioni del sindaco Gori che, evidenziando come la provincia di Bergamo abbia 61 positivi al Covid ogni 100.000 abitanti, quindi al di sotto della media regionale, chiede una deroga alla zona rossa. Il problema è che tale parametro non è preso in considerazione dal ministero della Salute e dal Cts nazionale, ma solo l'Rt». Per Fontana, «se venisse utilizzato il tasso di incidenza dei positivi su 100.000 abitanti, infatti, oggi la Lombardia non finirebbe in zona rossa».
Il presidente della Fondazione Giuseppe Olmo ETS, Annabella Pascale
Alla Villa Medicea La Ferdinanda confronto tra ricercatori ed esperti su alimentazione, vino e salute. Al centro del convegno promosso dalla Fondazione Giuseppe Olmo il valore della dieta mediterranea, i rischi dei cibi ultra-processati e il consumo consapevole.
Alla Villa Medicea di Artimino, tra studiosi, medici e ricercatori, si è discusso di alimentazione, salute e consumo consapevole. Al centro della giornata di studio promossa dalla Fondazione Giuseppe Olmo ETS il tema della «misura», intesa come equilibrio tra stili di vita, cultura mediterranea e approccio scientifico, lontano da slogan e semplificazioni.
L’incontro, dal titolo Elogio della misura. Verità scientifiche per difendere il modello mediterraneo, ha riunito alcuni dei principali esperti italiani di nutrizione, epidemiologia e medicina per affrontare un tema sempre più centrale nel dibattito pubblico: il progressivo abbandono della dieta mediterranea e la crescita dei cibi ultra-processati.
Ad aprire i lavori nella cornice della Villa Medicea La Ferdinanda di Artimino è stata il presidente della Fondazione Giuseppe Olmo ETS, Annabella Pascale, che ha sottolineato la necessità di riportare il confronto pubblico su basi scientifiche «senza semplificazioni ideologiche».
La giornata, organizzata dal professor Fulvio Mattivi in collaborazione con il professor Attilio Scienza, ha messo in evidenza come la dieta mediterranea venga oggi considerata non soltanto un modello alimentare, ma un sistema culturale e sociale più ampio. A evidenziarlo è stata la professoressa Licia Iacoviello, secondo cui le disuguaglianze sociali stanno trasformando progressivamente la dieta mediterranea da patrimonio condiviso a comportamento sempre più diffuso tra le fasce sociali più avvantaggiate. Ampio spazio è stato dedicato anche all’aumento dei consumi di cibi ultra-processati, indicati durante il convegno come una delle principali criticità per la salute pubblica. Secondo i dati illustrati dagli studiosi, la combinazione tra bassa adesione alla dieta mediterranea e alto consumo di alimenti ultra-processati sarebbe associata ai peggiori esiti di salute.
Tra gli interventi più attesi quello del professor Giovanni de Gaetano, che ha affrontato il tema del rapporto tra vino e salute, invitando a evitare approcci assoluti o ideologici. Il ricercatore ha spiegato come il consumo moderato di vino non possa essere ridotto a una contrapposizione tra «bene» e «male», ma debba essere interpretato attraverso il rapporto tra benefici e rischi. De Gaetano ha richiamato il concetto scientifico della «curva a J», secondo cui esisterebbe una finestra di moderazione distinta dagli effetti dannosi dell’eccesso. Nel suo intervento ha inoltre ricordato il ruolo storico e culturale del vino nella civiltà mediterranea, citando l’Odissea di Omero e il contrasto simbolico tra Ulisse e Polifemo come esempio dell’uso moderato e di quello eccessivo della stessa sostanza.
Sul concetto di equilibrio biologico si è soffermato anche il professor Fulvio Ursini, professore emerito dell’Università di Padova. Ursini ha criticato la tendenza contemporanea a ricercare il «rischio zero», sostenendo invece che la salute derivi da un equilibrio dinamico tra stimoli, limiti e capacità di adattamento dell’organismo. Nel suo intervento ha richiamato il principio dell’«ormesi», spiegando come anche sostanze potenzialmente tossiche possano produrre effetti positivi entro determinati limiti e dosaggi.
A chiudere la giornata è stata la professoressa Fabiola Sfodera, che ha analizzato l’evoluzione dei comportamenti di consumo in Italia e il valore culturale della convivialità mediterranea. Secondo quanto illustrato dalla docente, il consumo italiano di vino e bevande alcoliche continuerebbe a distinguersi per un profilo moderato e fortemente legato ai pasti e alla socialità.
L’iniziativa si inserisce nelle attività della Fondazione Giuseppe Olmo dedicate alla promozione della cultura scientifica e della tradizione mediterranea contemporanea. Una realtà che porta il nome dell’imprenditore Giuseppe Olmo, fondatore di un gruppo industriale attivo in diversi settori, dall’industria ai poliuretani, fino al turismo e al vino, con la Tenuta di Artimino e la Villa Medicea La Ferdinanda tra i simboli più rappresentativi del progetto di valorizzazione del territorio portato avanti dalla famiglia Olmo.
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Getty Images
L’obiettivo è fare il punto sulle varie partite aperte nel Belpaese, partendo da un presupposto: l’intenzione della casa automobilistica francese a livello globale di fare una decisa retromarcia (il progetto «futuREady» si concentra sull’ibrido) rispetto agli obiettivi sull’elettrificazione della produzione che cozzano plasticamente con la realtà. Per carità, nulla che non sia in ballo anche tra gli altri grandi player dell’automotive. Perché la sbornia per le EV complice la spinta del Green deal europeo è stata collettiva e adesso un po’ tutti provano a metterci una pezza. Con una consapevolezza: far rientrare il dentifricio nel tubetto e assai più complicato che farlo uscire e quindi il riposizionamento per nessuno sarà indolore.
Torniamo quindi al Piano Italia, quello che il precedente ad, Luca de Meo, aveva disegnato su misura per il Belpaese. De Meo è un ex Marchionne boys (come Antonio Filosa, l’attuale ad di Stellantis, del resto) e aveva avuto un approccio meno «incauto» e più pragmatico sull’elettrico. Anzi, da presidente di Acea (l’associazione dei costruttori) era stato tra i primi a tirare il freno rispetto all’elettrificazione senza se e senza ma. Il suo mantra, purtroppo inascoltato, partiva dalla richiesta di una maggiore flessibilità normativa e arrivava fino all’idea che in mancanza di infrastrutture adeguate, la transizione sarebbe stata un bagno di sangue. E in effetti è andata proprio così. Questo per dire che i progetti di De Meo non erano una sorta di elenco utopistico di desiderata, ma obiettivi che a metà del 2022 sembravano realistici, e che poi con il reiterarsi degli errori politici di Bruxelles sono diventati complicati da raggiungere.
Ma cosa ha in ballo Renault in Italia? Da una parte c’era un rafforzamento significativo degli acquisti sulla filiera nazionale, soprattutto lato componentistica e siderurgia con volumi stimati per alcuni miliardi di euro in un arco temporale di 5 anni. Rafforzamento che aveva ben impressionato il governo. Il problema è che i riscontri, soprattutto lato industriale, parlano di un volume di commesse che sta disattendendo le attese. Non solo. Perché tra i dossier discussi con le istituzioni rientrava anche la possibilità di rafforzare le attività tecnologiche e le competenze sui software per l’automotive. E anche questa pratica è rimasta sulla carta, anzi, a dirla tutta, non è mai decollata.
Ma forse la partita più spinosa riguarda Free To X, la società strategica per la realizzazione di nuove colonnine di Autostrade per l’Italia. Le infrastrutture che De Meo considerava centrali e che contava di realizzare grazie alla collaborazione con Aspi, controllata da HRA (Holding Reti Autostradali), il veicolo che ha come socio di maggioranza Cdp Equity (51%) e come altri azionisti Blackstone Infrastructure Partners al 24,5% e i fondi gestiti da Macquarie Asset Management con il restante 24,5%. Insomma un mix pubblico-privato.
Renault ha una partecipazione praticamente paritaria con Aspi nel capitale di Free to X e il governo si aspetta che collabori attivamente al raggiungimento degli obiettivi originari che prevedevano la realizzazione di almeno 400 nuove stazioni di ricarica in tempi rapidi.
I numeri restano gli stessi? François Provost ha intenzione di garantire l’impegno di Renault nel progetto nonostante il ridimensionamento sull’elettrico? Sono questi alcuni degli interrogativi che dovrebbero trovare risposte adeguate dopo l’incontro con il ministro Urso. Questione di giorni e se ne saprà di più. Anche perché se i riscontri lato transalpino non dovessero essere convincenti, non è escluso che si vada alla ricerca di partner diverso sul mercato.
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Ecco #DimmiLaVerità del 12 maggio 2026. Il generale Giuseppe Santomartino spiega le conseguenze nel medio e lungo periodo di quello che sta accadendo in Iran.
Alessandro Zan (Getty Images)
Il testo, ha riferito Alessandro Zan, sancirà «tutele speciali per chi è oggetto di stalking, violenza domestica, crimini d’odio». «Il giudice», ha aggiunto l’onorevole, «dovrà tenere conto delle motivazioni discriminatorie di un reato», il che rafforzerà la posizione di chi subisce abusi «dal momento della denuncia al risarcimento dei danni. I dati della vittima, come la residenza, non saranno disponibili all’imputato, salvo decisione del giudice. Verrà introdotta la possibilità di denuncia anche attraverso organizzazioni riconosciute», qualora la persona offesa abbia paura di procedere da sola; e nascerà «un numero unico europeo per le vittime. Ci sarà una formazione obbligatoria per gli operatori, dalla polizia al personale sanitario. Sostegno alla denuncia anche per migranti con status irregolare».
Vista in questa chiave, la direttiva Ue, cui Roma dovrebbe poi conformarsi, riporterebbe in vita soltanto la parte giuridicamente meno discussa del ddl Zan: l’idea originaria di estendere ad altre categorie protette le disposizioni della legge Mancino del 1993. In realtà, i motivi principali per cui quell’iniziativa normativa creò scompiglio erano più seri. Innanzitutto, l’articolo 1 del testo avrebbe introdotto la definizione legale di identità di genere, intesa come «autopercezione», a prescindere dal dato biologico. Zan, così, tentava un’operazione subdola: imporre e blindare l’ideologia Lgbt, sfruttando il potere di una maggioranza politica.
Ancora peggio era il combinato degli articoli 2 e 3, contenenti le modifiche al Codice penale che avrebbero creato fattispecie basate sull’omotransfobia, e dell’articolo 4, che avrebbe dovuto salvaguardare la libertà di espressione, ma si fondava su una formulazione vaga e insidiosa: garantendo la legittimità delle opinioni solo fintantoché non fossero state «idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti», il cavillo spalancava le porte all’arbitrio dei magistrati nel determinare un eventuale collegamento tra manifestazione delle idee e condotte delittuose altrui. Per intenderci: pubblico un libro in cui difendo la famiglia tradizionale; un invasato picchia un omosessuale dichiarando di essersi sentito ispirato da quel volume; potrei essere condannato, perché ciò che ho scritto si sarebbe rivelato «idoneo» a indurre un’altra persona a commettere un reato?
Era controverso anche l’articolo 7, che istituiva la Giornata nazionale contro omofobia, lesbofobia, bifobia e transfobia, con l’obbligo per le scuole di predisporre attività di sensibilizzazione. Il lavaggio del cervello tra i banchi.
A parte l’odore di incostituzionalità del ddl, contro quell’iniziativa si schierò apertamente la Chiesa, evocando addirittura potenziali violazioni del Concordato. Si spiega la freddezza con cui lo accolsero gli esponenti cattolici del Pd. Alla fine, il progetto sfumò in Aula, vittima della tagliola e di uno scrutinio segreto.
Ora, archiviata la delusione, il signor Pride, l’uomo la cui società era arrivata a incassare oltre un milione di euro l’anno grazie alla carnevalata sull’orgoglio gay che organizzava a Padova, torna alla carica. Riesumando il bavaglio e rilanciando la crociata per le nozze omosex, in occasione del decennale dall’approvazione delle unioni civili.
Ieri, anche Matteo Renzi, all’epoca presidente del Consiglio, sui social ha celebrato la ricorrenza, rivendicando di aver posto la fiducia sul provvedimento: «Era un azzardo politico, ma era anche un dovere morale», ha twittato. «Chi si ama non è mai un problema per la società». Oggi, però, quel traguardo - che non ha portato benissimo alla sua madrina, Monica Cirinnà, ormai sparita dai radar - viene considerato «insufficiente». Avs ha ricordato, ad esempio, che la maggioranza «non ebbe il coraggio di mettere nero su bianco che quelle stesse coppie potessero essere anche genitori». Per dirla con Zan, la battaglia del futuro dovrà essere quella «per il matrimonio egualitario». Un altro motivo per mobilitare le masse di attivisti e tenere aperto un circo redditizio.
Le unioni civili, dunque, non bastano più: «È importante andare oltre», ha proclamato l’onorevole dem. Bisogna «approvare il matrimonio egualitario e riformare il diritto di famiglia». Di più: «Serve garantire l’adozione alle persone single e alle coppie dello stesso sesso e consentire l’accesso alla procreazione medicalmente assistita. Su questo», ha insistito Zan, «esiste una proposta di legge a mia firma insieme a Elly Schlein».
Pure stavolta, ci sarebbe un ostacolo: una Costituzione che «riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio». E non proprio sul matrimonio arcobaleno. Certo, i magistrati già stanno contribuendo a smontarla: la Corte d’Appello di Bari ha appena riconosciuto che un bimbo di 4 anni, nato in Germania da una donna e un uomo, è figlio anche del marito di costui. Genitore 1, genitore 2, genitore 3.
Schlein e compagni avevano arruolato la Carta «più bella del mondo» per fermare la riforma della giustizia; adesso, la fanno ridiventare carta straccia.
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