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Chi si innamora in ufficio aumenta pure la produttività. Decalogo per il giorno di San Valentino

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Chi si innamora in ufficio aumenta pure la produttività. Decalogo per il giorno di San Valentino
  • Sei persone su 10 hanno conosciuto l'anima gemella sul posto di lavoro. La master coach Marina Osnaghi ha stilato una lista di consigli per amarsi senza compromettere la propria attività.
  • Cresce il business dell'amore: in Italia ogni anno +1,8% è un fatturato di 350 milioni. Al primo posto per i festeggiamenti sono i lombardi. I baci Perugina si rinnovano con frasi romantiche, ma non troppo, firmate da Mara Maionchi. I fiori, invece, si confermano il regalo preferito da un italiano su tre. Sul podio le rose, rosse. Attenzione ai colori: ogni tonalità nasconde significati differenti e il rischio gaffe è dietro l'angolo.
  • Tra le mete preferite dalle coppie: Islanda, Roma e Venezia. Secret Escapes ha creato pacchetti «da batticuore» con sconti fino al 70%.
  • In tema di regali, per il 2019 il focus è sul lato b: per sedurre il 14 febbraio scegliete lingerie in pizzo rosso, teddies e slip con taglio alla brasiliana.

Lo speciale contiene quattro articoli e alcune gallery con idee regalo per la festa degli innamorati.


«L'amore è spesso una sorpresa, spesso un pacco». Ma anche «un bacio è la virgola rosa tra le parole: ciao, io esco» e «in amore rompere gli schemi è importante quanto non rompere le scatole». Sono le nuove frasi d'amore che stanno scritte nei Baci Perugina firmate da Mara Maionchi. Cambia l'approccio ai sentimenti e cambia anche il modo di esternarlo. Per fortuna, accanto all'ironia della produttrice musicale, c'è pure il romanticismo antico, e che piace ancora, di Enrico Nigiotti anche lui autore dei preziosi pizzini dei cioccolatini più dolci che ci siano: «l'amore parla con i baci» e «l'amore è dirsi tutto parlando di niente». Arriva San Valentino e si porta dietro tutta una serie di proposte per dire «ti amo». In pratica, basta ricordarlo, questo fatidico 14 febbraio, ed è fatta per tutto l'anno. Per chi è attento alla ricorrenza ci sono veramente mille modi per far sentire all'amato bene che la data è di quelle fondamentali. E che dimenticarla significherebbe una croce nera indelebile sul libo dell'amore. Il bombardamento pubblicitario ne fa una delle feste più consumistiche eppure, nonostante si sappia, i più la onorano pena musi lunghi e insopportabili lacrime gne gne. E allora, via all'acquisto. La pace tra innamorati val bene qualche sacrificio.

Ma San Valentino è anche l'occasione perfetta per regalare fiori alla propria amata. Secondo Coldiretti, oltre un italiano su tre (34%) sceglie di regalare un mazzo di rose rosse o altri fiori per la festa degli innamorati. L'omaggio floreale si conferma quindi simbolo della festa degli innamorati ma – sottolinea la Coldiretti – rischia di essere fonte di equivoci se non se ne conosce il linguaggio.

Il mazzo di rose infatti deve essere sempre composto in numero dispari di fiori che nei loro colori possono comunicare sensazioni differenti. Se le rose rosse significano passione ardente, quelle bianche – spiega la Coldiretti – testimoniano l'amore puro e spirituale mentre il color corallo rivela il desiderio. Ancora la rosa muschiata significa bellezza capricciosa, il color pesca palesa un amore segreto, l'arancio esprime fascino, il rosa amicizia, affetto e gratitudine. Particolare attenzione – avverte la Coldiretti – va prestata alla rosa di colore giallo perché oltre a simboleggiare un amore disperato e geloso, potrebbe anche comunicare tradimento o amore in declino.

Ma non ci sono solo le rose. Il ranuncolo simboleggia bellezza malinconica e la calendula è ambasciatrice di dedizione, ma anche di pene d'amore e potrebbe rappresentare la sofferenza per un sentimento non corrisposto. Il garofano bianco – continua la Coldiretti – significa fedeltà, quello giallo eleganza, quello rosa amore reciproco e quello rosso amore vivo e intenso; per il tulipano, invece il colore rosso esprime una dolce dichiarazione d'amore, lo screziato complimenti per gli occhi della persona amata e il giallo amore disperato. E il papavero, per esempio, simbolo di tranquillità e serenità, è perfetto per chi, in questa occasione, voglia rassicurare il partner e comunicargli che tutto procede per il meglio.

Paola Bulbarelli

Immancabile il business della festa comandata:  fatturato da 350 milioni

Giphy

In Italia, il business degli innamorati sembra essere in continua crescita (+1,8% rispetto allo scorso anno). Ristoranti, fioristi e negozi di preziosi danno così lavoro a 660.000 addetti e nel settore regali il business giornaliero è pari a 10 milioni. Si parla di un fatturato di 350 milioni soltanto in Italia secondo i dati raccolti dal Codacons, cifra che certo impallidisce di fronte ai quasi 20 miliardi americani. Al primo posto per i festeggiamenti sono i lombardi. Il Nord Italia infatti produce tre dei milioni giornalieri totali, e la metà viene da Milano. Le imprese attive in Lombardia legate ai festeggiamenti di San Valentino sono 21.036, in crescita del +1,5% annuo a livello regionale, con Milano, Como e Monza Brianza sopra la media, rispettivamente con crescite del +3,7%, +2,4% e del 2%. Seguono il Lazio, dove solo a Roma sorgono 14.537 imprese (9,2% del totale nazionale) e la Campania con le 8.448 aziende di Napoli.

A spendere di più per la propria metà sono gli uomini che finiscono col sborsare quasi il doppio delle donne. I più interessati a fare colpo il giorno di San Valentino sono i Millennials che possono arrivare a investire quasi 100 euro in cioccolatini, fiori e oggetti di bigiotteria contro una media di 78 euro. Secondo il «Love Index» stilato da Mastercard in base alle transazioni con carte di credito, debito e prepagate su un periodo di tre anni (dall'11 al 14 febbraio dal 2015 al 2017) le cene al ristorante restano il metodo di festeggiamento preferito dal 67% degli italiani. Anche i fiori restano saldi tra i regali più amati nel Bel Paese con una crescita delle transazioni pari al +132% con un aumento della spesa pari all'87%. A registrare un forte aumento anche le spese riguardo i soggiorni in hotel (+36%) e viaggi romantici (+205%). Insomma, nonostante con cioccolatini e rose non si sbagli mai, gli italiani sono sempre più convinti che per fare breccia nel cuore dell'amata il metodo migliore sia regalare un'esperienza indimenticabile, che sia una cena nel ristorante più chic della città, uno spettacolo teatrale o un weekend fuori porta. Non sorprende la crescita nel numero di acquisti online, pari al +693% e nemmeno il fatto che il 31% degli acquisti avvenga all'ultimo minuto, il 14 febbraio.

Infine, secondo fintech - società britannica leader in Europa - analizzando 20.000 transazioni effettuate nei ristoranti di 12 paesi europei il giorno di San Valentino si è scoperto che gli italiani sono tra i più inclini a offrire la cena alle loro partner, con soltanto il 3% di conti condivisi. Più tirchi sono francesi, inglesi e olandesi che rispettivamente decidono di «fare alla romana» il 25%, 24% e 14% delle volte. Una buona notizia per tutti quelli che credono ancora nella galanteria.

Mariella Baroli

Tra le mete preferite dalle coppie: Islanda, Roma e Venezia

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Gli italiani sono dei romanticoni. A svelarlo è eDreams - nota società di viaggi online - che attraverso un'indagine ha scoperto come il 30% degli abitanti del Bel Paese sognino di trovare l'amore in vacanza. Ad alzare la media sono ovviamente i più giovani che appartengono alla fascia d'età che va dai 18 ai 24 anni, ma sono i viaggiatori tra i 35 e i 44 ad avere maggior fortuna. Il 42% di loro infatti dice di essersi innamorato mentre era in vacanza, contro il 26% dei millennials. A stupire sono le differenze tra i due sessi. Si pensa infatti che il romanticismo sia roba da donne ma in realtà sono gli uomini quelli che ci sperano di più (37% contro il 23%). E non cercano di certo un'avventura passeggera. Gli uomini italiani sono infatti soliti intrecciare relazioni che durano più di un anno, peccato che Cupido scelga di premiare maggiormente gli spagnoli cinici e disillusi. Ma una volta arrivati alla destinazione prescelta, da dove si deve cominciare per trovare l'anima gemella? Qui gli italiani mantengono salda la loro fama da «latin lover» scegliendo nel 40% dei casi la spiaggia per un incontro amoroso. Gli spagnoli invece preferiscono trovare la loro anima gemella nella lobby dell'hotel, mentre i portoghesi sono imbattibili seduttori ad alta quota.

Se invece siete già un passo avanti rispetto a tutti gli italiani in cerca d'amore e volete partire sì, ma insieme alla vostra metà, Secret Escapes ha stilato una classifica delle cinque destinazioni più amate per il periodo di San Valentino. Il portale dedicato alle offerte che vanta oltre 62 milioni di clienti in tutto il mondo ha appositamente creato una collezione «da batticuore» ricca di pacchetti viaggio scontati fino al 70%. Prima città della lista per i più romantici è Venezia, seguita dalla fredda Islanda dove poter ammirare l'aurora boreale e da Roma, la città eterna. Seguono Toscana ed Emilia Romagna per un weekend dedicato al benessere in una delle tante spa. Secondo il portale nato nel 2010 a Londra, non c'è niente che faccia bene allo spirito come una vacanza con la propria dolce metà. Che sia un semplice weekend romantici in spa o un soggiorno a lume di candela, la regola è ricordarsi di mettere lo champagne in fresco e scappare con la propria anima gemella verso un meraviglioso hotel in Italia o all'estero.

Per questo il sito, che dalla sua apertura a oggi ha lavorato con oltre 18.000 strutture in tutto il mondo, ha selezionato viaggi a prova di Cupido e preparato offerte che durano tutto l'anno. Un esempio? Secondo gli esperti di viaggio del sito non c'è nulla di più romantico di una vacanza tra le vette innevate del Piemonte. Scoprire l'incanto delle Alpi, tra caldi chalet e dolci momenti a due. Immergersi tra i vapori di una piscina termale, rilassarsi con trattamenti esclusivi e trasformare il proprio soggiorno in Emilia Romagna in qualcosa di speciale. Per chi preferisce il sole e il mare, l'ideale è lasciarsi incantare dal fascino delle isole. Perché non concedersi quindi un weekend tra le meraviglie della Sicilia scoprendo le proprietà curative della pietra lavica dell'Etna? Oppure optate per la Sardegna, con le sue spiagge paradisiache, i massaggi di coppia e la cucina gourmet.

Mariella Baroli

Come prenderlo/a per la gola

Rinascente

Sei  persone su 10 incontrano l'anima gemella sul posto di lavoro

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Amore in ufficio? Migliora la produttività. Parola di Gregory L. Jantz, psicologo americano che in una sua ricerca pubblicata su Psychology Today afferma come le coppie che si conoscono sul lavoro riescano a portare a termine i propri obiettivi più rapidamente delle coppie tradizionali. A pensarla allo stesso modo sono gli studiosi svedesi. Secondo uno studio condotto dall'Università di Göteborg, infatti, innamorarsi sul posto di lavoro aumenta la produttività della coppia e rende i partner più felici e sicuri nell'affrontare le sfide quotidiane. Anche la dottoressa Rachel Andrews ha spiegato, in una ricerca pubblicata su Time Psychology, come instaurare relazioni intime con i propri colleghi sia assolutamente normale visto che un dipendente passa all'incirca 1680 ore l'anno in ufficio. E infatti le «office romance» coinvolgono circa il 65% delle persone, e di queste circa il 30% finisce col convolare a nozze. Se un tempo fidanzarsi con il proprio collega era considerato taboo, l'84% dei Millennials - ispirati da coppie celebri come Bill e Melinda Gates e Barack e Michelle Obama - afferma di essere disposto a trovare l'amore in ufficio. «Il modo di relazionarsi è radicalmente cambiato al giorno d'oggi» ci spiega Marina Osnaghi, prima Master certified coach in Italia. «Anche l'ufficio è diventato inevitabilmente uno dei luoghi ideali per incontrare l'anima gemella per vie delle numerose ore trascorse assieme», l'importante è sapere come comportarsi e restare professionali. «L'esperienza m'insegna che le storie iniziate in un contesto lavorativo riguardano molto spesso un capo e una sua subordinata e che le sanzioni disciplinari portano svantaggi ad entrambi, ma il trattamento peggiore è riservato alla donna. Per questo vale sempre la pena dare attenzione a se stessi prima di lasciarsi andare». Insomma secondo la Osnaghi non bisogna reprimere i propri sentimenti, ma prendersi tempo per capirli e analizzarli. È conveniente per entrambi le parti esplorare una relazione quando si tratta solo di attrazione o ancora peggio di un tentativo di sanare una solitudine difficile da sopportare? Forse no. Se invece si tratta di una vera e propria intesa non lasciate che sia l'ufficio a fermarvi, dopotutto 6 persone su 10 trovano l'anima gemella proprio alla scrivania.

Ecco il decalogo da seguire:

  1. Non reprimere i sentimenti, è importante però analizzarli e chiedersi di che natura siano.
  2. È fondamentale pensare alle conseguenze della storia con un collega e pianificarne la gestione.
  3. Prima di prendere decisioni da cui non si torna indietro è bene meditare attentamente senza lasciarsi trasportare dalla passione.
  4. È bene cercare di discernere fra la realtà immaginata e quella reale che sta nascendo.
  5. Tener sempre presenti le condizioni di contesto, come la carica che si ricopre e il ruolo del partner.
  6. In primis va difeso il proprio benessere, il primo amore da vivere è quello verso se stessi.
  7. Considera concretamente gli impatti della relazione su carriera e vita privata.
  8. Chiedersi cosa si è disposti a perdere per alimentare l'amore che sta nascendo, il nuovo per nascere ha bisogno che qualcosa di vecchio si chiuda.
  9. Valutare anche come la relazione potrà cambiare la vita quotidiana.
  10. Cercare di capire se la nuova storia sia vero amore o solo una mera compensazione di una solitudine che non si sopporta più.

Mariella Baroli

Maryling

Pizzo e teddies: il focus per il 2019 è sul lato b

I cioccolatini fanno ingrassare e i fiori appassiscono, l'intimo invece è per sempre.

Ma quale trend seguire per fare colpo sulla propria metà? Il rosso e il rosa sono sicuramente i colori più gettonati, accanto all'immancabile nero e qualche tonalità fluo per le più giovani. Per quanto riguarda i tessuti, niente fa sentire più sexy del pizzo e della seta. Lo sanno bene Intimissimi e Yamamay che nelle loro campagne pubblicitarie dedicate alla festa degli innamorati si sono concentrati su sottovesti che evidenziano tutte le curve e «teddies». Quest'ultimo stile, che non è altro che una versione più sexy del solito body, è sempre più amato da giovani e meno giovani.

In questo 2019 però il focus è sul lato b, da valorizzare con mutande dal taglio alla brasiliana che sostiene e abbraccia le forme o un perizoma di pizzo da portare alto sui fianchi per slanciare la figura e farvi sentire davvero irresistibili.

Il prosciutto spagnolo non è tutto uguale. Alla scoperta del vero Pata Negra tra marketing e realtà
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Lo importiamo e mangiamo da un bel po’, ma è salito alla ribalta popolare quando Briatore ne ha fatto un ingrediente delle sue pizze. Quello originale proviene da un maiale che, a parte la caratteristica zampa nera (da cui prende il nome), è al 100% iberico, vive allo stato brado e ha un’alimentazione a base di ghiande, erba e radici. Il suo sapore intenso sopraffino è determinato dal grasso e intensificato dalla stagionatura. Si taglia al coltello, quindi la fetta è abbastanza spessa e in alcuni punti quasi callosa. Ma in bocca si scioglie...
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Non una sconfitta, ma una "rovinosa disfatta". I numeri del referendum sulla separazione delle carriere consegnano una vittoria schiacciante al fronte del "No", certificando una distanza abissale tra gli schieramenti nonostante il pressing finale del centrodestra.

Pietruccio Montalbetti: «Ho vissuto con gli indios e scalato le Ande a 70 anni»
Pietruccio Montalbetti (Ansa)
Il fondatore dei Dik Dik: «Viaggio da solo e continuo a fare concerti. Nel Natale del 1965 incontrai Battisti a Milano: non aveva nessuno, mia madre lo invitò a pranzare da noi».

«Cielo grigio su / foglie gialle giù. / Cerco un po’ di blu / dove il blu non c’è». Mondo duro e difficile quello della canzone, fatto di sogni e fatica, frenesie e malinconia. Pietruccio Montalbetti, classe 1941, il leggendario fondatore dei Dik Dik - quelli di Sognando la California e di L’Isola di Wight - ha raccontato in un libro, Storia di due amici e dei Dik Dik (ed. Minerva), gli anni ormai lontani della nascita della band e la storia dell’amicizia, durata tutta la vita, con una figura altrettanto leggendaria, Lucio Battisti, stella della musica italiana che si spense nel 1998. Torna la Milano degli anni Sessanta, laboratorio dove, nei quartieri e nelle stanze in affitto, i giovani provavano a vivere di musica.

Come nacquero i Dik Dik?

«Abitavo in un quartiere di Milano, in via Stendhal. I miei amici d’infanzia erano Cochi Ponzoni - mio compagno di classe in terza elementare - Moni Ovadia, Lallo (Giancarlo Sbriziolo, cantante dei Dik Dik, ndr). Avevo imparato a suonare la chitarra da ragazzo da un musicista tornato dal campo di concentramento, famiglia sterminata. Abitava al primo piano di casa mia. Mia mamma lo aiutava. Facemmo un gruppo, “The Dreamers”. Vedevo Lallo e Pepe (Erminio Salvaderi, mancato nel 2020 causa Covid., ndr) che suonavano insieme ai giardini pubblici di piazza Napoli e facemmo questo complesso. Ci contattò Ermanno Palazzini e ci hanno chiamato “Gli squali”. “Ci mancano due elementi”. Ci portò Sergio Panno e Mario Totaro, batteria e tastiere. Lallo faceva l’odontotecnico, un altro lavorava in banca come ragioniere, Pepe e gli altri due erano universitari, ma benestanti. Io il più licenziato in assoluto di Milano, ho fatto il muratore, il facchino… Compare il desiderio di fare un disco».

Per suonare andavate in una sala della parrocchia…

«Andavamo nella Chiesa del Rosario, la parrocchia dove abitavamo, e la sera io andavo alla Ricordi, al negozio. Scopro due cose importanti. Il viceparroco, don Angelo, che ci dava la saletta per suonare, aveva fatto il seminario insieme al segretario di monsignor Giovanni Battista Montini, poi diventato Papa. E seppi che la Ricordi procurava gli organi da chiesa a tutta la Curia. Sono riuscito a farmi fare una lettera per la Ricordi firmata da monsignor Montini: “Raccomando questi ragazzi che sono dei bravi parrocchiani”. Andai alla Ricordi, di sopra c’era Iller Pattacini, direttore artistico. “Facciamo un provino”. La Ricordi aveva noleggiato un cinema parrocchiale in via dei Cinquecento, lì facemmo i provini. Mi chiamò Pattacini. “Il provino piace, facciamone un altro”. Arrivai con una 500 prima degli altri. Nella penombra ho sentito il suono di un pianoforte».

Chi lo suonava?

«Sono entrato e ho visto subito un ragazzo con cui si creò un’empatia immediata. “Sei un tecnico?”. “No, faccio parte di un complesso. E tu?”. “Mi chiamo Lucio Battisti, suono in un’orchestra, sono qua per il provino”. Disse che era venuto lì in tram da piazza del Duomo, viveva in una pensione. A un certo punto mi chiese se volevo sentire le sue canzoni. Gli diedi una chitarra, una Ibanez che ho ancora. Si era creata una simpatia, chi s’immaginava questa amicizia? Dopo il suo provino l’accompagnai in piazza del Duomo, novembre 1965. Era il chitarrista dei Campioni. Mi disse “abbiamo un tour in Nord Europa”. Ci salutiamo. Raccontai a mia mamma di questo incontro».

Poi che successe?

«Pataccini mi chiamò, decisero di fare un contratto con noi. “Trovate un nome giusto”. Stavo leggendo un libro, Kon-Tiki di Thor Heyerdal, un esploratore norvegese, si parlava del vulcano Krakatoa, volevo mettere consonanti che non si usano nella nostra lingua, poi lessi dik-dik sul dizionario - piccole antilopi, in Tanzania, nella savana ne ho viste due e gli ho detto: “Grazie ragazze!” -. Dissi “ragazzi ho trovato il nome”. Preparai un cartellone. Lo presentai alla Ricordi, c’erano tutti. È ancora il logo attuale dei Dik Dik. Rimasero allibiti, tranne una segretaria che disse: “Avrà successo”».

E per tornare a Battisti?

«Il 24 dicembre del 1965, con un contratto già in mano, sto attraversando piazza del Duomo, “a’ Pietro’, so io, Lucio, te ricordi?”. Gli chiesi: “Com’è andata?”. “Sono qui, al freddo”. Prendemmo un caffè. Tornai a casa e lo dissi a mia madre. “Ma ti pare che un ragazzo della sua età possa passare il giorno di Natale da solo?”. La mamma di Lucio abitava a Roma. “Adesso vai al night e lo inviti a pranzo”. Aveva i calzoni neri con la riga e la giacca rossa. “Ti aspetto al n. 65 di via Stendhal”. A mezzogiorno era lì con un fiasco di vino. Al tempo si usavano i presepi. C’era mio fratello Cesare, che poi divenne il suo fotografo, mia mamma, mia zia. Da allora chiamò mia madre sempre “mamma”. Nel muro del corridoio c’era un telefono. Mia mamma telefonò alla sua: “Signora, stia tranquilla, suo figlio è qua e passa il Natale con noi”, sua mamma era emozionata, piangeva, e lui “mamma, non piangere, sto bene”, nevicava, passammo il Natale così. Da lì in poi le nostre vite si sono unite. Viveva in una casa popolare in via dei Tulipani 19, era solo, andavamo in giro con la mia 500, veniva spesso da noi a mangiare. Nel nostro primo disco 1-2-3 mettemmo anche la sua canzone, Se rimani con me, “di Lucio Battisti”. Quando la vide: “a’ Pietru’, fantastico”, mi abbracciò. Il secondo nostro disco era Sognando la California, misi Dolce di giorno, sempre con la firma di Lucio Battisti. E poi, la storia è tutta scritta in questo libro…».

Sognando la California

«L’ho scoperta io, ho scritto un testo che non era la versione di quello in americano, la portai da Mogol e lui la mise a posto. Tutte le canzoni di Battisti sono di Battisti. Emozioni è sua…».

Cinquanta milioni di dischi venduti…

«Sì, ma avevamo percentuali irrisorie e guadagnavamo attraverso i concerti. Io non ho mai fumato, non mi sono mai drogato, mai superalcolici, sempre fatto attività fisica. E scrivo libri. Anche per raccontare i miei viaggi. A 70 anni ho fatto l’Aconcagua, 7.000 metri, senza ossigeno, poi attraversato la catena dell’Himalaya, ho vissuto con gli indios dell’Amazzonia… Quando finirò il nuovo libro voglio fare teatro, io alla chitarra, un altro chitarrista, una violinista e una voce fuori campo. Ho tante cose da raccontare dei miei viaggi, del mio pensiero e poi canto Battisti e lo racconto…».

Viaggi solitari?

«Sempre da solo. Quando arrivavo in certi luoghi magari mi avvalevo di una guida. Nell’Aconcagua avevo una guida, 35 gradi sotto zero. Ancora adesso faccio palestra, guardo poco la televisione, studio astronomia, astrofisica e filosofia».

Hai trovato la libertà?

«Certo, la solitudine ti fa sentire libero. Per il cibo non ho problemi. Mangio perché devo vivere, non vivo per mangiare, non ho problemi sessuali nel senso che non sono assatanato, continuo a fare concerti, l’anno scorso 70».

Sei sposato?

«Sono sposato con una bellissima donna, psicanalista, non abbiamo figli, ora siamo qui dal veterinario con il nostro cane...».

La personalità di Battisti era tormentata?

«Sua sorella, Alba Rita, mi raccontava che da bambino era grasso, diceva che era molto sofferente, si metteva davanti a un albero con le sue emozioni, era molto riservato. Quando prese una bella casa vicino a Lecco andavo a trovarlo. Da quando Lucio è morto tutti a dire “l’ho scoperto”, “ho fatto questo e quest’altro”, ma nessuno l’aveva capito, nemmeno io, l’unico che lo aveva capito fu Roby Matano (1934-2023, ndr), cantante nei Campioni, il primo gruppo dove suonava. Lui aveva un amore, ma lei puntava su qualcuno che avesse il denaro, poi si sposò ed ebbe un figlio, volle che mi conoscesse, gli disse “lui è stato quello che mi ha fatto avere il mio primo contratto”, ma non è vero, non mi vanto di niente, solo di aver avuto con lui un’empatia e una simpatia durata tutta la vita… Di lui non avevano capito niente. Quando abitava in via dei Tulipani, aveva un terrore, quello degli ospedali. Una volta ebbe un blocco intestinale, lo portai a casa mia, mia mamma gli fece un clistere alla vecchia maniera, aveva 40 di febbre, telefonai a un amico medico, dice “portamelo qui”, ma lui aveva paura. Svegliai il proprietario del bar Foppa, che mi abitava sopra, mi diede un sacchetto con del ghiaccio e passò tutta la notte con il ghiaccio sulla testa, al mattino arrivò il medico e la febbre era scesa. Una volta abbiamo affrontato il tema della morte. Mi chiese “tu non hai paura della morte?”. Risposi “no, e tu?”. “Io ho paura della sofferenza” mi disse. Quando fu portato all’ospedale, chi l’ha preso in cura era una compagna di quartiere poi diventata medico. “Lei, signor Battisti, ha un tumore così esteso che non possiamo fare la chemioterapia, che non sopporterebbe”. Ha firmato per non avere accanimento terapeutico. L’hanno sedato ed è morto come voleva lui, senza sofferenza».

Che idea ti sei fatto dell’aldilà?

«Io non ho il beneficio della fede, però ho inserito nella mia filosofia quello che dicono Socrate, Platone e persino Sant’Agostino, ossia il dubbio, che ti consente di cercare delle verità. Siamo materia universale. Penso che quando moriremo entreremo a far probabilmente parte della materia dell’universo. L’importante è avere una morale. Cerco di aiutare le persone, sono diventato benestante e quando mi chiedono di fare cose ad esempio per i bambini le faccio gratis, non giro in Ferrari ma con una Peugeot “del ’15-18”, io la chiamo la “Ferrarelle”…».

Desideri aggiungere qualcosa a questo tuo interessante racconto?

«Sì, che i proventi di questo libro li dono tutti a Emergency».

Decenni di abusi sui bimbi non sono un caso
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Dal Forteto ai «diavoli» della Bassa Modenese, da Bibbiano alla famiglia del bosco: i casi sono troppi per poter parlare di episodi isolati. Lo Stato è complice di un sistema che ha coniato anche un linguaggio tecnico «impermeabile» a ogni critica esterna.

Chi inciampa due volte nello stesso sasso non merita compassione. Uno Stato che da decenni permette gli stessi abusi moltiplica la propria colpa. Dal Forteto alla Bassa Modenese, da Bibbiano ai mille casi silenziosi: una macchina di potere ha distrutto famiglie innocenti, usando i figli come strumenti per sovvenzionare una precisa ideologia e grandiose filiere che hanno bruciato il denaro dei contribuenti per creare dolore e suicidi. C’è una frase che Davide Tonelli Galliera, il «bambino zero» della Bassa Modenese, porta con sé come una cicatrice che non rimargina, né può rimarginare. È semplice, terribile e vera: «Sapevo che era tutto frutto di fantasia, che i miei genitori non avevano assolutamente fatto niente. Mentre cedevo a queste domande distruttive, sapevo anche che era tutto inventato.» Era un bambino di sette anni. Sapeva di mentire. Sapeva di distruggere sua madre. Non riusciva a smettere, perché gli adulti che lo circondavano, gli assistenti sociali, gli psicologi, i tutori del suo «superiore interesse» continuavano a chiedergli di farlo. E quando provava a resistere col silenzio, la psicologa «andava avanti, andava avanti», finché non arrivavano i mal di testa insopportabili, e poi la resa.

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