- L’iniziativa è stata lanciata dallo scrittore cattolico ed ex eurodeputato Philippe de Villiers ed è sostenuta dalle testate del gruppo Bolloré. «Oggi è il problema principale, se non facciamo nulla addio al nostro Paese».
- Ennesima giornata di mobilitazione nel Paese transalpino: stavolta più partecipanti e meno scontri rispetto a quella turbolenta del 10 settembre. Gli arresti sono stati 181, i feriti 11.
Lo speciale contiene due articoli.
E se il mezzo per fermare l’immigrazione incontrollata fosse il più semplice e il più democratico? Un referendum, per esempio. In Francia ci stanno pensando seriamente.
Artefice della proposta è Philippe de Villiers, ex deputato ed eurodeputato di estrazione cattolica e sovranista, da tempo riscopertosi saggista e opinionista di successo. Nelle scorse ore, de Villiers ha annunciato il raggiungimento di oltre un milione e mezzo di firme (per la precisione, ieri in serata erano 1.641.454) alla sua petizione online per un referendum sull’immigrazione. «È una marea che monta», ha annunciato raggiante.
Sul sito (referendum-immigration.com), c’è solo lo spazio per la firma e un appello. «Siamo in un’ora», si legge, «di urgenza vitale. L’immigrazione non è più un problema tra gli altri: è la questione centrale, quella che comanda su tutte le altre. Stiamo cambiando popolazione. Stiamo cambiando modo di vita. Stiamo cambiando civiltà. Se non facciamo nulla, è la fine della Francia».
Diverse personalità di spicco hanno aderito all’iniziativa: Éric Zemmour, il capo dei deputati dei Républicains, Laurent Wauquiez, il presidente del partito Debout la France, Nicolas Dupont-Aignan. Più ambigua, come spesso le accade, Marine Le Pen, che ha dato il suo plauso all’iniziativa ma dichiarando che, poiché tutti sanno come la pensa, la sua firma era inutile. Simpatetico anche il ministro degli Interni uscente, Bruno Retailleau, della destra moderata, che tuttavia non ha aderito per rispetto del ruolo istituzionale che ancora ricopre.
Certo, come tutte le petizioni online, il numero dei firmatari va preso con le molle: Le Monde ha presto fatto le pulci al sistema, notando come basti inserire di volta in volta una mail diversa e ognuno possa votare quante volte vuole. Ma il fact checking, in questo caso, ha il fiato corto: nessuno può negare che il tema sia al centro delle preoccupazioni dei francesi, che non cessano di farlo sapere ai piani altri in ogni consultazione elettorale da 20 anni a questa parte.
E comunque, l’iniziativa non è esattamente una provocazione estemporanea della rete. Se de Villiers ne è il volto pubblico – unitamente al referendum sta promuovendo il suo ultimo libro Populicide, che segue di un anno il suo Mémoricide, due titoli che hanno bisogno di poche spiegazioni – alle spalle della petizione c’è il gruppo Bolloré (peraltro editore, tramite Fayard, dei suddetti volumi). E anche in maniera piuttosto plateale.
Quando si firma online per la petizione, spuntando l’apposita casella si aggiunge la propria mail agli archivi del Journal du dimanche e di JDNews, due testate del gruppo. L’indirizzo di Lagardère News, il gruppo mediatico controllato da Bolloré, compare nella pagina «Informativa sulla privacy» del sito web della petizione. L’operazione è stata inoltre lanciata il 7 settembre sulla prima pagina del Journal du dimanche. Su CNews e Europe 1, altri media del gruppo Bolloré, l’indirizzo del sito web viene regolarmente citato, insieme a un messaggio che incoraggia le persone a firmarlo.
Perché questa multinazionale con 73.000 dipendenti e con una capitalizzazione di 15,3 miliardi si interessa tanto a certi temi? Intanto perché le tesi della destra rappresentano una nicchia di mercato, lasciata sistematicamente deserta dalla maggior parte dei media mainstream. Non è pensabile che il quadro giornalistico presente in Francia fino a qualche anno fa, con i partiti maggiormente votati dai francesi sbertucciati a reti unificate, potesse continuare. È per questa ragione che i canali del gruppo Bolloré hanno aperto in tempi non sospetti le porte a Zemmour, saggista da centinaia di miglia di copie vendute ma trattato come un appestato.
Ma, si sussurra, ci sarebbe di mezzo anche l’ambizione di Vincent Bolloré di diventare il nuovo Jacques Attali. Così come quest’ultimo, banchiere e scrittore dalle idee controverse, è da tempo l’eminenza grigia dell’Eliseo, nonché il vero creatore del fenomeno Emmanuel Macron, allo stesso modo Bolloré vorrebbe ispirare la nuova Francia uscita dal terremoto sovranista.
Ma è realmente realizzabile, un referendum del genere? Quel che conta, a fronte di una mobilitazione così vasta e di un consenso decisamente diffuso, è ovviamente il dato politico. Per trasformarlo in un vero quesito referendario, bisognerebbe che la formula rientrasse nei paletti segnati dall’articolo 11 della Costituzione transalpina, che prevede referendum per questioni soprattutto sociali ed economiche. Sarebbero questi gli elementi da valorizzare nell’eventuale quesito. Oppure bisognerebbe passare per l’articolo 89 della Carta, quello che norma la revisione della Costituzione medesima, ma che, come in Italia, prevede un iter particolare e maggioranze particolarmente ampie. In un Parlamento che stenta a formare un governo che duri più di pochi mesi, la strada non pare praticabile. Sia quel che sia, l’impressione è che la Francia non possa più fare finta di nulla di fronte alla questione immigrazione. E, se qualcosa va fatto, un referendum democratico non è certo l’ipotesi peggiore.
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