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2019-11-16
Record delle maree da 147 anni. Cacciata da San Marco una troupe
Getty
Passi la passerella dei politici, in fondo è il loro mestiere. Gli ultimi della serie, ieri, sono stati il ministro dei Beni culturali Dario Franceschini, che ha visitato la basilica di San Marco, il ministro per i Rapporti con il Parlamento Federico D'Incà e il leader della Lega Matteo Salvini che ha passeggiato nella piazza sommersa con il governatore veneto Luca Zaia. Passi anche la selfiemania dei turisti orientali, in fondo i loro soldi danno da mangiare a mezza Venezia. Ma che sull'acqua alta si fiondasse anche una produzione cinematografica, questo mai.
Nell'acqua grigia in cui si specchiavano le Procuratie si sono materializzati Stefano Accorsi e Valeria Golino assieme a comparse e una troupe cinematografica, proprio nelle fasi in cui l'acqua alta stava salendo sopra le caviglie. La loro presenza per girare alcune scene di un film in un momento così difficile per la città ha causato malumori e proteste. Anche se avevano i permessi e le galosce, sono stati allontanati. «C'è anche qualcuno che vorrebbe girare un film, li abbiamo mandati via, anche questi. Non c'è di peggio che la speculazione in questi momenti», ha brontolato il sindaco Luigi Brugnaro.
Alluvione giorno quarto. Sotto un cielo plumbeo la tragedia della Serenissima non è ancora uscita dall'emergenza. Alle 11.26 la marea ha raggiunto il picco: 154 centimetri alla Punta della Salute, 149 sull'isola di Burano, 146 a Chioggia, che vive difficoltà non inferiori a quelle di Venezia. Le previsioni erano ancora peggiori, si temeva che l'acqua alta superasse il metro e 60. In Piazza San Marco il mare toccava i fianchi, il centro storico era sommerso per il 70%. La piena è altissima e senza precedenti in anni a noi vicini: è dal 1872 (147 anni) che non si presentavano due acque alte sopra i 150 centimetri nello stesso anno. E in questo 2019 si sono succedute nello stretto arco di una settimana. E mai dal 1872 si sono verificate tre maree superiori ai 140 centimetri: ora è accaduto in appena quattro giorni, 187 martedì, 144 mercoledì, 154 ieri.
I numeri sono freddi. Ma viene il gelo a sentire i racconti della gente normale, che vive in case vecchie di secoli, semplici, dove l'elettricità arriva con fili volanti e la vita è ritmata dall'estro del mare. Per chi vive a Chioggia o sull'isola di Pellestrina, dove sono morte due persone, è stato uno tsunami. Nelle case a pian terreno c'era un metro d'acqua. C'è gente che ha accatastato i mobili contro porte e finestre per tentare di contrastare la violenza dell'acqua, che però risaliva dagli scarichi dei wc come fosse una fontana, da sotto il pavimento, dalle fessure dei muri. Migliaia di persone in un attimo hanno perso frigoriferi, lavastoviglie, mobili, armadi con tutto quello che contenevano. Porte e finestre sono state spaccate dai detriti trascinati dalla corrente, le barche hanno rotto gli ormeggi e sono andate a sbattere contro le rive per la forza del vento e la furia dell'acqua. È per soccorrere queste persone e le attività economiche che il governo ha stanziato i primi 20 milioni di euro. Brugnaro ha parlato di danni per 1 miliardo di euro soltanto per il primo giorno di piena, il più drammatico. «È più che ovvio che i 20 milioni stanziati dal governo servono forse solo per Piazza San Marco», gli ha fatto eco Salvini.
Le sirene sono suonate alle 6.39, prima dell'alba. Il patriarca, monsignor Francesco Moraglia, ha fatto chiudere la basilica di San Marco mentre la Fondazione civici musei ha sbarrato l'ingresso del Palazzo Ducale. Alle 9.20 del mattino il sindaco, nominato ieri commissario per l'emergenza, ha transennato anche Piazza San Marco e interdetto il passaggio di cittadini e turisti: «Sono ora costretto a far chiudere la piazza per ogni evenienza, in maniera tale di non mettere a rischio l'incolumità delle persone», ha detto in un video diffuso su Twitter. «Anche oggi siamo in prima linea per affrontare la marea eccezionale», ha aggiunto in un successivo tweet. Sono tanti i cittadini, titolari di attività e dipendenti che mi fermano per raccontarmi le difficoltà. Con orgoglio, coraggio e umiltà lavoriamo per far ripartire la città. Siamo resilienti: insieme ce la faremo».
La circolazione dei vaporetti è stata sospesa in tutto il centro storico di Venezia, tranne quelli che garantiscono i collegamenti con le isole, e anche le scuole sono rimaste chiuse per il terzo giorno consecutivo. A metà pomeriggio l'allarme ha cominciato a ridursi lentamente, come a poco a poco è sceso anche il livello dell'acqua. Il trasporto pubblico è ripreso, sono state riposizionate le passerelle e anche Piazza San Marco è stata riaperta al transito. Per oggi la Protezione civile ha emesso un'allerta rossa sul Veneto centro settentrionale, mentre sul resto della regione l'allerta è gialla: per Venezia si profila una tregua.
Di Maio colpevolizza tutti per cercare di nascondere la crisi del Movimento
Taranto e Bologna spaventano il M5s, sempre meno Movimento e sempre più partito. E allora al suo leader Luigi Di Maio non resta che attaccare amici e nemici strumentalizzando l'acqua alta a Venezia, e puntando l'indice contro la Lega ma soprattutto contro Luca Zaia. In una diretta su Facebook, infatti, si è scagliato contro il governatore del Veneto giudicando «inopportuna» la sua presenza giovedì sera al PalaDozza di Bologna a sostegno della candidata presidente della Lega Lucia Borgonzoni con Matteo Salvini, mentre nella «Serenissima», senza alcuna serenità, l'acqua continuava a mettere paura e le polemiche sul Mose si moltiplicavano: «Non è stato bellissimo vedere il governatore della Regione Veneto, con Venezia sott'acqua, andare a festeggiare e fare campagna elettorale a Bologna dicendo 'sarei venuto anche a nuoto'. È inopportuno, se lo avesse fatto sindaco del M5s ora starebbe su tutti i quotidiani del mondo. Zaia avrebbe dovuto occuparsi dell'emergenza e spiegare come mai ha votato contro in consiglio regionale, bocciando tutte le nostre proposte sul clima».
A rispondergli a stretto giro è stata la deputata della Lega Vannia Gava, già sottosegretario all'Ambiente: «Il ministro degli Esteri ha perso l'ennesima occasione per stare zitto. Affermare come ha fatto Di Maio che la tragedia che Venezia sta subendo in queste ore sia dovuta alla non approvazione della mozione dei 5 stelle sui cambiamenti climatici dà il senso di un limite di decenza ampiamente superato. Fare l'ambientalista da strapazzo non aiuta Venezia, ma offende i veneziani e tutte le persone di buon senso. Oggi dobbiamo solo essere operativi nell'emergenza e solidali con il popolo veneziano e con le amministrazioni regionali e comunali più efficienti d'Italia».
Nel suo audio Di Maio, sempre rivolgendosi a leghisti e centrodestra ha sottolineato: «Possiamo far finta che ci sia solo Venezia in emergenza, ma chiedo alla stampa, ai media, di ricordare Matera, alcuni posti della Calabria, colpiti dal forte maltempo. A Venezia ieri c'era il centrodestra e Zaia ci ha detto che non sa perché il Mose non era finito. È veramente paradossale che dopo tanti anni, si dicano certe cose, addirittura Silvio Berlusconi se la prende con l'ex ministro Danilo Toninelli. Queste cose succedono perché non si attua la transizione energetica, perché si continuano a dare finanziamenti per le fonti fossili, che invece devono essere gradualmente dismesse».
Poi l'affondo: «La colpa il centrodestra la deve cercare al suo interno, il Mose se lo sono inventati loro, e adesso vengono a dire che è colpa del M5s. Non possiamo stare a guardare mentre ci incolpano dei danni degli ultimi 30 anni, siamo al governo solo da 18 mesi». Infine, da ministro degli Esteri ha annunciato che «manderò una lettera alle ambasciate nel mondo e ai nostri ambasciatori perché promuovano iniziative per sostenere Venezia. Sono certo che vedremo un grande riscontro di solidarietà che verrà da tutto il mondo».
Poi però l'ex vicepremier, dimenticando che proprio un anno fa assicurò che «il caso Arcelor Mittal era risolto e il lavoro era salvo», ha commentato: «Non c'entra nulla lo scudo, c'entra il fatto che qui qualcuno vuole fare il furbo. Non possiamo accettare che, dall'oggi al domani, se ne vanno. Non posso accettare la campagna stampa contro i 5 stelle sullo scudo». E poi: «Il sistema è contro il Movimento». Nel frattempo, mentre il senatore pentastellato Ugo Grassi ha annunciato il suo abbandono del M5s, Di Maio se l'è presa anche con i suoi dicendo fuori dai denti: «Il Movimento non è un partito e non lo diventerà mai. Chi lo vuole trasformare in partito se ne vada. Ne nasce uno ogni giorno, oggi quello di Carlo Calenda». Noi dobbiamo rilanciare con gli attivisti e non nei palazzi, dove si parla un politichese insopportabile». Parola di leader, spaventato dal calo dei consensi.
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Quarto giorno di alluvione. Centro storico sommerso per il 70% e chiuso fino al pomeriggio. Passerella di politici, ma le cineprese di Stefano Accorsi urtano i veneziani. Luigi Brugnaro: «Non c'è di peggio che la speculazione».Luigi Di Maio attacca Luca Zaia. E sbotta: «L'emergenza non è solo in laguna, maltempo anche a Matera».Lo speciale contiene due articoli.Passi la passerella dei politici, in fondo è il loro mestiere. Gli ultimi della serie, ieri, sono stati il ministro dei Beni culturali Dario Franceschini, che ha visitato la basilica di San Marco, il ministro per i Rapporti con il Parlamento Federico D'Incà e il leader della Lega Matteo Salvini che ha passeggiato nella piazza sommersa con il governatore veneto Luca Zaia. Passi anche la selfiemania dei turisti orientali, in fondo i loro soldi danno da mangiare a mezza Venezia. Ma che sull'acqua alta si fiondasse anche una produzione cinematografica, questo mai. Nell'acqua grigia in cui si specchiavano le Procuratie si sono materializzati Stefano Accorsi e Valeria Golino assieme a comparse e una troupe cinematografica, proprio nelle fasi in cui l'acqua alta stava salendo sopra le caviglie. La loro presenza per girare alcune scene di un film in un momento così difficile per la città ha causato malumori e proteste. Anche se avevano i permessi e le galosce, sono stati allontanati. «C'è anche qualcuno che vorrebbe girare un film, li abbiamo mandati via, anche questi. Non c'è di peggio che la speculazione in questi momenti», ha brontolato il sindaco Luigi Brugnaro.Alluvione giorno quarto. Sotto un cielo plumbeo la tragedia della Serenissima non è ancora uscita dall'emergenza. Alle 11.26 la marea ha raggiunto il picco: 154 centimetri alla Punta della Salute, 149 sull'isola di Burano, 146 a Chioggia, che vive difficoltà non inferiori a quelle di Venezia. Le previsioni erano ancora peggiori, si temeva che l'acqua alta superasse il metro e 60. In Piazza San Marco il mare toccava i fianchi, il centro storico era sommerso per il 70%. La piena è altissima e senza precedenti in anni a noi vicini: è dal 1872 (147 anni) che non si presentavano due acque alte sopra i 150 centimetri nello stesso anno. E in questo 2019 si sono succedute nello stretto arco di una settimana. E mai dal 1872 si sono verificate tre maree superiori ai 140 centimetri: ora è accaduto in appena quattro giorni, 187 martedì, 144 mercoledì, 154 ieri.I numeri sono freddi. Ma viene il gelo a sentire i racconti della gente normale, che vive in case vecchie di secoli, semplici, dove l'elettricità arriva con fili volanti e la vita è ritmata dall'estro del mare. Per chi vive a Chioggia o sull'isola di Pellestrina, dove sono morte due persone, è stato uno tsunami. Nelle case a pian terreno c'era un metro d'acqua. C'è gente che ha accatastato i mobili contro porte e finestre per tentare di contrastare la violenza dell'acqua, che però risaliva dagli scarichi dei wc come fosse una fontana, da sotto il pavimento, dalle fessure dei muri. Migliaia di persone in un attimo hanno perso frigoriferi, lavastoviglie, mobili, armadi con tutto quello che contenevano. Porte e finestre sono state spaccate dai detriti trascinati dalla corrente, le barche hanno rotto gli ormeggi e sono andate a sbattere contro le rive per la forza del vento e la furia dell'acqua. È per soccorrere queste persone e le attività economiche che il governo ha stanziato i primi 20 milioni di euro. Brugnaro ha parlato di danni per 1 miliardo di euro soltanto per il primo giorno di piena, il più drammatico. «È più che ovvio che i 20 milioni stanziati dal governo servono forse solo per Piazza San Marco», gli ha fatto eco Salvini.Le sirene sono suonate alle 6.39, prima dell'alba. Il patriarca, monsignor Francesco Moraglia, ha fatto chiudere la basilica di San Marco mentre la Fondazione civici musei ha sbarrato l'ingresso del Palazzo Ducale. Alle 9.20 del mattino il sindaco, nominato ieri commissario per l'emergenza, ha transennato anche Piazza San Marco e interdetto il passaggio di cittadini e turisti: «Sono ora costretto a far chiudere la piazza per ogni evenienza, in maniera tale di non mettere a rischio l'incolumità delle persone», ha detto in un video diffuso su Twitter. «Anche oggi siamo in prima linea per affrontare la marea eccezionale», ha aggiunto in un successivo tweet. Sono tanti i cittadini, titolari di attività e dipendenti che mi fermano per raccontarmi le difficoltà. Con orgoglio, coraggio e umiltà lavoriamo per far ripartire la città. Siamo resilienti: insieme ce la faremo».La circolazione dei vaporetti è stata sospesa in tutto il centro storico di Venezia, tranne quelli che garantiscono i collegamenti con le isole, e anche le scuole sono rimaste chiuse per il terzo giorno consecutivo. A metà pomeriggio l'allarme ha cominciato a ridursi lentamente, come a poco a poco è sceso anche il livello dell'acqua. Il trasporto pubblico è ripreso, sono state riposizionate le passerelle e anche Piazza San Marco è stata riaperta al transito. Per oggi la Protezione civile ha emesso un'allerta rossa sul Veneto centro settentrionale, mentre sul resto della regione l'allerta è gialla: per Venezia si profila una tregua.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/record-delle-maree-da-147-anni-cacciata-da-san-marco-una-troupe-2641358099.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="di-maio-colpevolizza-tutti-per-cercare-di-nascondere-la-crisi-del-movimento" data-post-id="2641358099" data-published-at="1768800586" data-use-pagination="False"> Di Maio colpevolizza tutti per cercare di nascondere la crisi del Movimento Taranto e Bologna spaventano il M5s, sempre meno Movimento e sempre più partito. E allora al suo leader Luigi Di Maio non resta che attaccare amici e nemici strumentalizzando l'acqua alta a Venezia, e puntando l'indice contro la Lega ma soprattutto contro Luca Zaia. In una diretta su Facebook, infatti, si è scagliato contro il governatore del Veneto giudicando «inopportuna» la sua presenza giovedì sera al PalaDozza di Bologna a sostegno della candidata presidente della Lega Lucia Borgonzoni con Matteo Salvini, mentre nella «Serenissima», senza alcuna serenità, l'acqua continuava a mettere paura e le polemiche sul Mose si moltiplicavano: «Non è stato bellissimo vedere il governatore della Regione Veneto, con Venezia sott'acqua, andare a festeggiare e fare campagna elettorale a Bologna dicendo 'sarei venuto anche a nuoto'. È inopportuno, se lo avesse fatto sindaco del M5s ora starebbe su tutti i quotidiani del mondo. Zaia avrebbe dovuto occuparsi dell'emergenza e spiegare come mai ha votato contro in consiglio regionale, bocciando tutte le nostre proposte sul clima». A rispondergli a stretto giro è stata la deputata della Lega Vannia Gava, già sottosegretario all'Ambiente: «Il ministro degli Esteri ha perso l'ennesima occasione per stare zitto. Affermare come ha fatto Di Maio che la tragedia che Venezia sta subendo in queste ore sia dovuta alla non approvazione della mozione dei 5 stelle sui cambiamenti climatici dà il senso di un limite di decenza ampiamente superato. Fare l'ambientalista da strapazzo non aiuta Venezia, ma offende i veneziani e tutte le persone di buon senso. Oggi dobbiamo solo essere operativi nell'emergenza e solidali con il popolo veneziano e con le amministrazioni regionali e comunali più efficienti d'Italia». Nel suo audio Di Maio, sempre rivolgendosi a leghisti e centrodestra ha sottolineato: «Possiamo far finta che ci sia solo Venezia in emergenza, ma chiedo alla stampa, ai media, di ricordare Matera, alcuni posti della Calabria, colpiti dal forte maltempo. A Venezia ieri c'era il centrodestra e Zaia ci ha detto che non sa perché il Mose non era finito. È veramente paradossale che dopo tanti anni, si dicano certe cose, addirittura Silvio Berlusconi se la prende con l'ex ministro Danilo Toninelli. Queste cose succedono perché non si attua la transizione energetica, perché si continuano a dare finanziamenti per le fonti fossili, che invece devono essere gradualmente dismesse». Poi l'affondo: «La colpa il centrodestra la deve cercare al suo interno, il Mose se lo sono inventati loro, e adesso vengono a dire che è colpa del M5s. Non possiamo stare a guardare mentre ci incolpano dei danni degli ultimi 30 anni, siamo al governo solo da 18 mesi». Infine, da ministro degli Esteri ha annunciato che «manderò una lettera alle ambasciate nel mondo e ai nostri ambasciatori perché promuovano iniziative per sostenere Venezia. Sono certo che vedremo un grande riscontro di solidarietà che verrà da tutto il mondo». Poi però l'ex vicepremier, dimenticando che proprio un anno fa assicurò che «il caso Arcelor Mittal era risolto e il lavoro era salvo», ha commentato: «Non c'entra nulla lo scudo, c'entra il fatto che qui qualcuno vuole fare il furbo. Non possiamo accettare che, dall'oggi al domani, se ne vanno. Non posso accettare la campagna stampa contro i 5 stelle sullo scudo». E poi: «Il sistema è contro il Movimento». Nel frattempo, mentre il senatore pentastellato Ugo Grassi ha annunciato il suo abbandono del M5s, Di Maio se l'è presa anche con i suoi dicendo fuori dai denti: «Il Movimento non è un partito e non lo diventerà mai. Chi lo vuole trasformare in partito se ne vada. Ne nasce uno ogni giorno, oggi quello di Carlo Calenda». Noi dobbiamo rilanciare con gli attivisti e non nei palazzi, dove si parla un politichese insopportabile». Parola di leader, spaventato dal calo dei consensi.
Giorgia Meloni e Tetsuo Hara (Ansa)
La frase del premier è peraltro significativa. Due parole risaltano: «crescita» e «immaginario». Nata nel 1977, la Meloni si è sicuramente trovata, da bambina, al centro dello tsunami giapponese che travolse un’intera generazione, la prima che ha vissuto la televisione come una esperienza formativa autonoma, oltre e spesso contro la vigilanza dei genitori. Nel libro Mia figlia, la filosofia, Simone Regazzoni ha dedicato a questo argomento alcune pagine ispirate: «Siamo alla fine degli anni Settanta e anch’io come milioni di altri bambini e bambine prendo parte a un evento inaudito, a un rito collettivo che provoca la reazione allarmata di genitori, intellettuali, uomini politici che portano Goldrake sui giornali e in Parlamento lanciando allarmi contro l’eccesso di violenza della religione delle macchine». Lo sbarco dei tecnomostri nipponici era avvenuto il 4 aprile 1978 quando, su Rai 2, era andata in onda la prima puntata di Goldrake. Grazie a lui, l’Italia scopriva finalmente il mondo eroico del Sol Levante. Da lì in poi sarebbe stato un diluvio di cartoni animati giapponesi, distribuiti per lo più su reti locali, in un’anarchia di traduzioni, censure e salti narrativi a casaccio.
Per i bambini di allora, il salto culturale fuori dall’universo Disney fu abbacinante: di punto in bianco un prodotto per ragazzini (o quanto meno qui percepito come tale) mescolava ironia surreale, parentesi poetiche, ammiccamenti erotici, tensione tragica. Gli adulti non si accorsero subito del fenomeno. E quando lo fecero, fu immediatamente moral panic. Silverio Corvisieri denunciava ad esempio su Repubblica «l’orgia della violenza annientatrice, il culto della delega al grande combattente, la religione delle macchine elettroniche, il rifiuto viscerale del “diverso”». Ken il guerriero, poi, ci mise il carico.
In Giappone, l’anime (e prima ancora il manga) comparve in un contesto contrassegnato da storie sempre più edonistiche ed eroticizzate. Kenshiro rappresentò un brutale richiamo all’ordine, grazie anche alla penna di Buronson, al secolo Yoshiyuki Okamura, lo sceneggiatore del fumetto disegnato per l’appunto da Tetsuo Hara. Buronson proveniva dal mondo militare e si ispirava a Mad Max e Sergio Leone. Nulla a che vedere con i nuovi autori fighetti che si affacciavano sulla scena. Arrivato in Italia nel 1987, l’anime vedeva il protagonista, Kenshiro, erede di una delle più importanti scuole di arti marziali del Giappone, attraversare un mondo post apocalittico popolato di bande di predoni. Nel cartone non c’erano i classici robottoni, ma c’era di peggio: una violenza smisurata. Ken sapeva come far, letteralmente, esplodere i suoi nemici toccando specifici punti di pressione. Di punto in bianco, l’Italia si popolò di bambini che tentavano, con risultati dubbi, di far esplodere fratelli minori e compagni di giochi.
Ma non c’era solo violenza bruta. Come gli eroi omerici, Ken era un eroe capace di alternare stragi di nemici e lacrime sincere. Era poi un eroe che non combatteva più «per l’umanità» o per ideali astratti, come Mazinga e gli altri, bensì per la sua famiglia, per l’amicizia, per legami concreti e solidi. Come educatore di una generazione, ci poteva capitare di peggio.
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Pasquale Stanzione (Ansa)
Perché è importante la sua età? Come ci ricorda l’ex ministro per gli Affari regionali nei governi Renzi e Gentiloni, ex vicesegretario di Azione e oggi deputato di Fi, Enrico Costa, Stanzione venne scelto dal Pd, non tanto per le sue competenze, ma proprio per la sua età, che avrebbe permesso di scalzare un altro candidato eccellente, Ignazio La Russa. L’attuale presidente del Senato, infatti, cinque anni fa, quando aveva 73 anni, ambiva a ricoprire proprio il ruolo di Garante per la protezione dei dati. Ma il meccanismo che venne straordinariamente introdotto quella volta, non gli permise di conquistare quel posto. «Perché nel 2020 il Pd ha scelto Stanzione come commissario e poi Garante della privacy? Per competenza, per appartenenza, per le pubblicazioni? Niente di tutto ciò. Venne scelto per anzianità», scrive Costa su X. «I commissari privacy vengono eletti da Camera e Senato. Due eletti dal centrodestra, due dal centrosinistra. Tra di loro si elegge il presidente. A parità di voti vince il più anziano. Siccome La Russa non nascose il desiderio di fare il Garante, il Pd corse ai ripari per impedirglielo. Come? Scorrendo l’elenco dei candidati, non alla voce “cv”, ma alla voce “data di nascita”». Nome dopo nome, l’attenzione dei dem si fermò sulla domanda di “Stanzione Pasquale, nato il 3 luglio 1945”, due anni in più di La Russa. A quel punto Stanzione diventò il candidato anziano del Pd». Peraltro entrambi nati in luglio, ma per La Russa la corsa si interruppe lì. «Ecco la genesi di Stanzione presidente a cura delle menti sopraffine della sinistra», commenta Costa. «Magari era pure bravo ma non era quella la priorità in quel momento. La priorità era non far vincere La Russa. Fu scelto da loro e votato da loro. Il M5s aveva scelto Guido Scorza. La Lega Ginevra Cerrina Feroni. E Fratelli d’Italia Agostino Ghiglia. Ricordo questa storiella a chi parla di asservimento del Garante alla politica, ma dimentica qualche dettaglio. E la ricordo a quei dem che oggi fanno gli indignati. Fanno finta di nulla e fischiettano come i passanti».
Giovedì, infatti, la Procura di Roma ha ordinato la perquisizione della sede romana del Garante della privacy, e delle case a Roma, Torino, Firenze e Salerno dei quattro membri del collegio direttivo, incluso il presidente Stanzione, tutti indagati. Nelle accuse si legge di una gestione «abbastanza disinvolta» delle spese pubbliche e viene riportata una serie di episodi in cui i membri del collegio avrebbero usato in modo improprio fondi a cui avevano accesso. Inoltre, i membri del collegio si sarebbero fatti influenzare nelle loro decisioni in cambio di favori o denaro: i reati ipotizzati sono peculato e corruzione. La Procura dice che, dal 2021 al 2024, le spese per il collegio direttivo sono aumentate del 46 per cento. L’eccedenza sarebbe riconducibile «a rimborsi per viaggi, voli aerei in business, soggiorni in hotel di lusso, cene, servizi di lavanderia, fitness e cura della persona». Tra le accuse a Stanzione c’è anche quella di aver comprato carne per oltre 6.000 euro in una famosa macelleria e di essersi fatto rimborsare le spese dell’affitto della sua casa a Roma per 3.700 euro al mese, quando l’affitto era di 2.900 euro. Ieri, in serata, Scorza, membro del collegio del Garante (accusato di per peculato e corruzione), si è dimesso. Ma il Pd continua a fischiettare.
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Matteo Renzi (Ansa)
È una chiamata alle armi, nel senso di turibolo da sacrestia. È un segnale di fumo a Ernesto Maria Ruffini e al suo «Più Uno», l’ammucchiata cattodem che si sta strutturando. Ma soprattutto è un siluro al Nazareno a trazione Elly Schlein e al campo largo, che Renzi boccia senza pudore dopo aver tentato in tutti i modi di entrarci come stampella morotea. A un anno abbondante dalle elezioni i movimenti politici pseudo-centristi hanno l’urgenza di definire un perimetro che somiglia al lodo Garofani, a quell’uscita natalizia del consigliere per la Difesa del Quirinale nella quale veniva auspicato «un provvidenziale scossone» per sconfiggere il centrodestra, con la chiosa: «Basterebbe una grande lista civica nazionale». Sotto il prestigioso cappello, ça va sans dire, del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, la più margheritosa delle margherite.
È l’obiettivo dell’ex Gabelliere dell’Agenzia delle entrate. È il punto di approdo di «Comunità riformista» e dei ramoscelli sparsi dell’Ulivo prodiano. Adesso anche di Renzi, che sogna di diventarne il leader, o meglio il federatore. Ecco perché aggiunge: «Non vogliamo che questa casa riformista dia le chiavi di casa solo a qualcuno. Ma c’è un punto, chi entra non sta alla finestra e chi viene, viene a dare una mano. Questa è casa riformista, che fa vincere o perdere le elezioni, che decide se al Quirinale ci va una persona normale o no». Per normali, con un accenno di razzismo politico, intende coloro che piacciono a lui.
Francesco Saverio Garofani non può che stappare un’altra bottiglia. Quella che il nostro giornale anticipò e venne definita «un ridicolo sconfinamento» dal Colle, in realtà era una profezia. E il senatore di Scandicci - primo elettore di Mattarella da premier nel 2015 e sponsor del consigliere profeta nella sua avventura piddina - intende avverarla chiamando in causa soprattutto sindaci e riformisti del Pd, i più critici della gestione Schlein appiattita sul M5s e sulla Cgil estremista di Maurizio Landini. Gli fanno comodo. E infatti conclude: «Da soli non bastiamo, allargare le porte è indispensabile. Iv ha questo compito, dare una grande mano perché c’è un governo che sta impoverendo l'Italia. E l’opposizione deve smetterla di piangersi addosso, deve fare opposizione sui contenuti. Anche perché non va sottovalutato l’effetto Vannacci, che a destra porterà via il 3%».
Renzi spera di coalizzare il centrosinistra rosè, quello della «provvidenza» mattarelliana che va da Paolo Gentiloni ad Andrea Riccardi con tutto il Sant’Egidio; dal cardinal Matteo Zuppi ai gesuiti vaticani; da Dario Franceschini (anche se ha da poco varato il Correntone guardando a sinistra) a Graziano Delrio; dagli amici di Base riformista messi in un angolo nel Pd ai possibili esodati dalla segretaria che ha in mano le prossime liste elettorali. Al Nazareno è infatti in atto una guerriglia sotterranea per la deroga al tetto delle tre legislature, come da statuto. Riguarda 37 big. C’è chi la otterrà facilmente (gli ex ministri e gli ex capogruppo), chi con qualche escamotage (la durata temporale dei mandati, compresi i festivi), ma i peones rischiano grosso e la forbice è nelle mani della segretaria.
I riformisti si sentono nel mirino dopo che il presidente del partito, Stefano Bonaccini, li ha definiti «socialdemocratici da salotto». Un mese fa erano tutti alla convention di Siena guidati da ex sindaci che fanno il pieno di voti come Antonio Decaro e Giorgio Gori. Fra loro, numeri uno dell’epoca renziana come Lorenzo Guerini, Simona Malpezzi, Filippo Sensi, Marco Nannicini, oggi defilati. Non per niente ieri ad applaudire l’ex premier c’era il Vanity borgomastro di Milano, Beppe Sala. Quando l’ha visto, Renzi si è lanciato in un’invettiva contro il Pd milanese, che qualche giorno fa (parole del segretario Alessandro Capelli) aveva auspicato una discontinuità per lanciare la candidatura di Pierfrancesco Majorino. «A Milano vinciamo da 15 anni, la discontinuità è se perdiamo», ha tuonato Renzi. «I dem milanesi hanno commesso un errore da dilettanti perché la discontinuità ha un nome e un cognome: Matteo Salvini».
Garofani del Colle, cattodem, riformisti e sindaci: la scacchiera del leader di Iv al servizio del centrosinistra è quasi completa. A lui piacerebbe dare un attico con vista sulla torre di Babele anche a Forza Italia. Blandisce e strizza l’occhio invano. Per ora siamo alla risposta di Piersilvio Berlusconi: «Renzi è privo di credibilità politica». Margherita 4.0, nuova casa riformista. Il Metternich di Rignano si atteggia a gran visir ma su di lui aleggia pur sempre il giudizio del suo ex alleato naturale, Carlo Calenda: «La sua è la meravigliosa politica del ‘ndo cojo cojo».
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Gerry Cardinale (Getty Images)
Dopo circa 3 anni e mezzo infatti la telenovelas del vendor loan da 489 milioni, il prestito del venditore all’acquirente, per il trasferimento del club dal fondo Elliott a RedBird, ha le ore contate. Da tempo Gerry Cardinale (fondatore di RedBird) è a caccia un soggetto finanziario disposto ripagare il fido che intanto, con gli interessi, è arrivato a quota 566 milioni, e secondo diversi fonti sarebbe prossimo ad arrivare a dama.
Chi ci sia dietro l’operazione al momento non è certo. Il nome più accreditato, per la prima volta è apparso sul sito Calcio e Finanza, è quello di Manulife Comvest, gruppo che fornisce finanziamenti a società private per accompagnarle nei processi di crescita e ristrutturazione. Il suo focus è il mercato nordamericano di fascia media e come rivelato dalla Verità ha già un piede nel Milan avendo preso garanzie su Redbird in virtù di un finanziamento che fa capo alla Ccp Agency (gruppo Manulife Comvest) ed ha come debitori la Rb Fc Holdings Fund IV Intermediate e la scatola che nell’albero di controllo del Milan le sta appena sopra, la RedBird Capital Partners Fund IV GenPar.
L’altro nome che è circolato è ben più noto alle cronache calcistiche e finanziarie. Parliamo di Apollo Sports Capital che ha già la maggioranza dell’Atletico Madrid oltre ad aver chiuso diversi investimenti nel mondo del tennis. In questo caso si tratterebbe di un mero rifinanziamento.
Di certo se l’operazione dovesse andare in porto, a cascata ci saranno ripercussioni anche sull’assetto societario del club. Probabile la convocazione di un cda per informare i consiglieri della nuova situazione finanziaria e del rilascio del pegno che Sheva Investments Limited (la società delle Cayman attraverso la quale Elliott ha prestato i 489 milioni a RedBird) vanta sul Milan.
La gestione ne guadagnerebbe in chiarezza. Non si sono mai dissipati infatti i dubbi su una sorta di doppia regia, spesso in scontro, su tutte le decisioni prese dal board. A questo proposito sta per concludersi l’indagine della Procura di Milano per ostacolo alla vigilanza a seguito della passaggio del Milan tra i due fondi. E ovviamente cambierebbero alcuni nomi.
Molto probabilmente i primi ad uscire sarebbero Dominic Mitchell e Gordon Singer che sono stati indicati direttamente da Elliott e al loro posto subentrerebbero altre figure di riferimento del rifinanziatore.
Così come dei ragionamenti andrebbero fatti rispetto all’attuale amministratore delegato, Giorgio Furlani, e al direttore finanziario, Stefano Cocirio, anche loro provenienti da Elliott. Cocirio si salva grazie ai risultati, non tutti ovviamente ascrivibili all’attuale cfo. Sta di fatto il Milan dopo la gestione turbolenta dell’ultimo periodo Berlusconi e quella dissennata di Yonghong Li, ha inanellato una serie utili (profitti per tre anni di seguito) e ha chiuso l’ultimo bilancio con il record di ricavi, a quota 494,5 milioni. Per Furlani la questione è diversa.
La sua gestione è stata spesso criticata, in primis dai tifosi, e i dissidi con Zlatan Ibrahimović (il consulente diretto di Gerry Cardinale mai entrato formalmente nell’organico del Milan) sono apparsi in alcune occasioni plateali. In passato si era parlato di Damien Comolli, l’ex Tolosa che poi si è accasato alla Juventus, per prendere il suo posto. E adesso il nome caldo è quello di Massimo Calvelli, l’ex ad dell’Atp (Association of Tennis Professionals) che nel giugno del 2025 ha lasciato il ruolo che ricopriva con successo dal 2020 per approdare in casa RedBird.
Il passaggio, a novembre, nel consiglio di amministrazione del Milan è stato quasi naturale, così come potrebbe essere altrettanto naturale la scalata verso la gestione della società. L’ingresso di Calvelli (fiorentino ex tennista e finalista nel 1990 del torneo Avvenire a Milano) rappresenta un passo importante nella strategia di RedBird, orientata a consolidare il legame tra la dimensione sportiva e quella economica del club.
«Con la cessione di San Siro all’orizzonte e la costruzione di nuove sinergie commerciali», si leggeva nel comunicato di presentazione del club, «il Milan punta a rafforzare la propria governance con figure di comprovata esperienza internazionale. L’era RedBird continua a evolversi, e il Milan sembra pronto a scrivere un nuovo capitolo nel suo percorso di crescita, tra tradizione italiana e visione globale». Sapremo a breve se con una nuova figura sulla tolda di comando.
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