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2023-10-19
Sgozzato da un marocchino, è in fin di vita
«Prendete una rosa!». I due giovani italiani declinano. Il ventinovenne marocchino insiste: «Comprate una rosa!». Poi la lama, il sangue, l’ospedale. Roma, via Michele di Lando, dintorni di piazza Bologna. Non certo un quartiere malfamato, piuttosto borghese e universitario. Zona di movida, tra l’altro. I ragazzi, difatti, sono davanti a un bar.
È l’una di notte. Chiacchierano serenamente. Arriva lui: un clandestino senza fissa dimora. Aveva già minacciato i passeggeri di un autobus. Poi, dopo essere sceso in piazzale delle Provincie, vaga fino a raggiungere quel bar. Felpa bianca con il cappuccio alzato: in mano una rosa gialla, in tasca un coltello. Si avvicina ai ragazzi. Il primo approccio va a vuoto. I due non comprano il fiore. Il marocchino comincia a blaterare, fingendo di chiedere informazioni: «Dov’è la stazione Termini?». È uno di quegli incontri molesti che possono ormai capitare a chiunque, soprattutto nelle grandi città.
I ragazzi capiscono. Tentano inutilmente di liberarsi dal fastidioso avventore. Si allontanano. Ma il fiorista per caso tira fuori la lama e accoltella uno dei due alla gola. Il trentaduenne è in un lago di sangue. «Sto morendo» mormora prima di accasciarsi. L’altro prova a inseguire l’aggressore che, però, s’è già dileguato. Carica allora l’amico ferito sull’auto e lo porta al pronto soccorso dell’Umberto I. Dopo due operazioni, è ricoverato in prognosi riservata. Rischia la vita. Le sue condizioni restano disperate.
La fuga del clandestino dura poco. Viene fermato nei paraggi, dai poliziotti delle volanti. Ha ancora il coltello sporco di sangue. Gli agenti lo disarmano e lo immobilizzano. Adesso è in carcere a Regina Coeli, accusato di tentato omicidio. Al momento si escludono collegamenti con il terrorismo islamico, anche se rimane oscuro il motivo dell’accoltellamento. Se non la delinquenza straniera, quella che sostanzia il dilagante senso di insicurezza, tracimata nella follia criminale.
Il marocchino con la tuta bianca è uno dei tantissimi clandestini denunciati o arrestati in Italia. Solo nel 2022, dettaglia l’ultimo report del Viminale, sono stati 124.771: il 15,4% del totale, italiani e stranieri compresi. I numeri, a differenza delle acute discettazioni buoniste, sono difficili da distorcere. E dunque: gli irregolari nel nostro Paese, secondo stime concordi, sono mezzo milione. E quelli che hanno compiuto reati quasi 125.000. Conclusione: un clandestino su quattro delinque. Più in generale: nonostante siano appena l’1% della popolazione, la loro incidenza sul totale dei reati è del 15,5%, che sale al 21,7% al Nord.
Lo scorso giugno la Direzione centrale della polizia criminale ha presentato un rapporto dal titolo eloquente: «Delittuosità straniera in Italia». Nel 2022, rivela, sono stati segnalati 277.171 stranieri: ovvero il 34,1% dei denunciati e arrestati, che al Nord salgono al 43,9. Una sostanziosa crescita, rispetto al 2021, di quasi due punti percentuali. Tra gli stranieri, a sua volta, il peso criminale degli irregolari è del 45%, che nelle Regioni settentrionali sfiora la metà. Va ancora peggio per alcuni reati: quelli che possono capitare nella vita quotidiana e minano la sicurezza degli abitanti, appunto. Come i furti: il 45,5% degli autori sono stranieri. Il dato si aggrava per le rapine: oltre il 47%, con il 57% di clandestini. Aumentano anche nello spaccio di stupefacenti: 38,8%, con gli irregolari che sfiorano il 64%. E le violenze sessuali: oltre il 43% dei denunciati non è italiano. Il rapporto del Viminale, quindi, conclude: «I dati confermano la sensazione di un’incidenza significativa degli autori stranieri nell’ambito dei presunti autori noti di delitti, con percentuali sempre superiori al 30% a fronte di una popolazione straniera residente pari a circa l’8,5% del totale». E tutti i dati, aggiunge lo studio del Dipartimento di sicurezza, «sono saliti dai 2 ai 4 punti percentuali nel biennio».
Numeri del Viminale alla mano, l’emergenza diventa allarme. Ieri, il marocchino con la tuta bianca. Da mesi, però, le cronache sono piene di scelleratezze criminali. Rovereto, agosto 2023: un nigeriano uccide la sessantunenne Iris Setti, dopo aver tentato di violentarla. È un quarantenne senza fissa dimora, con una lista di precedenti interminabile: danneggiamenti, lesioni, spaccio. Roma, un mese dopo: un marocchino senza permesso di soggiorno e con precedenti per rapina, accoltella a morte l’infermiera Rossella Nappini, colpevole di voler chiudere la loro relazione. Negli stessi giorni, a Foggia: un altro marocchino, espulso ma ancora in Italia, assassina la tabaccaia Francesca Marasco. Milano, due settimane più tardi: un tunisino senza permesso di soggiorno ammazza sui Navigli Yuri Urizio, un cameriere comasco. Strangolato per sette minuti. Senza nessun motivo. Come il ragazzo adesso in fin di vita nella capitale. Quasi sgozzato per aver rifiutato una rosa.
Tunisini rubano una moto a Firenze. Nella fuga uccidono un automobilista
Vendeva libri usati ai mercatini. Quei libri dalle pagine molto vissute, ingiallite, strappate, a volte unte. Ma la sua vita si è interrotta a metà strada quando, sul suo percorso, ha incrociato la folle corsa di una banda di tunisini a bordo di una moto rubata.
Lorenzo Brogioni, 43 anni, stava rientrando a casa lunedì notte. Era a bordo della sua Fiat Panda quando, a Firenze, è stato travolto da una moto che procedeva contromano a velocità folle. A bordo del motoveicolo c’erano addirittura tre persone. L’impatto tra i mezzi è stato così forte e così tremendo che la Panda su cui viaggiava Lorenzo è finita sul marciapiede opposto, ribaltandosi. Lorenzo Brogioni è rimasto imprigionato tra le lamiere. Nel giro di pochio momenti sono arrivati i sanitari del 118, la polizia municipale fiorentina e i vigili del fuoco. Ma ormai per Lorenzo, l’uomo che amava i libri dalle mille vite, non c’era più niente da fare.
I vigili del fuoco, per estrarre il corpo dell’uomo dall’abitacolo, hanno dovuto utilizzare i cuscini di sollevamento. E, una volta raggiunto il corpo, hanno potuto solo costatarne il decesso. Lorenzo è stato adagiato sull’asfalto, coperto da una trapunta termica. I ladri, invece, sono stati trasportati all’ospedale Careggi: uno in codice rosso, il secondo complice, invece, in codice giallo. Sono entrambi tunisini. Uno è minorenne. E non sono in pericolo di vita. La terza persona che si trovava a bordo della moto, invece, si è allontanata facendo perdere le proprie tracce ed è al momento ricercata dalla polizia municipale. Dalle prime ricostruzioni, non sarebbe stato il minorenne a guidare la moto nella sua folle corsa terminata contro la Panda. Gli abitanti della zona si sono svegliati di soprassalto a causa del tremendo boato provocato dall’impatto e un residente ha girato un video che riprende i momenti dei soccorsi.
Il legittimo proprietario della moto, una Bmw, avvertito nella notte dalla polizia municipale, ha raccontato di aver parcheggiato il mezzo in via degli Alfani, poco prima delle 22, e ha assicurato che era in possesso di entrambi i mazzi di chiavi del mezzo. Ma i ladri sarebbero riusciti a farlo partire lo stesso, probabilmente staccando e ricollegando i fili sotto il cruscotto.
Il sindaco di Firenze, Dario Nardella, intende costituirsi parte civile nel futuro processo: «Siamo sgomenti per l’accaduto, esprimiamo vicinanza alla famiglia della vittima per questa grave perdita», ha detto Nardella. «In giunta abbiamo parlato anche di questo tragico incidente e deciso che, in attesa di ulteriori elementi e di chiarire l’esatta ricostruzione, il Comune si costituirà parte civile in un eventuale processo contro i responsabili dell’incidente mortale. Questa è una ferita enorme per tutta la città».
«Il dolore arriva a vampate ed è incredibile», ha detto al Corriere Fiorentino, Letizia Brogioni, la sorella di Lorenzo. «La sua è una morte ingiusta». Già ingiusta. Perché avvenuta per mano di una banda di ladri tunisini a bordo di una moto rubata, mentre percorrevano una strada ad alta velocità e per giunta contromano.
Anche perché Lorenzo amava la vita. La filosofia. I libri. Molti lo ricordano col suo furgone pieno zeppo di volumi. «Faceva questo lavoro con molta passione, credeva nei valori della cultura. Chi, come noi, si occupa di vendere libri, fa davvero un lavoro molto diverso. Il nostro non è un mestiere, ma una passione: noi pensiamo che la cultura possa cambiare le persone e migliorarle», ha raccontato Pietro - anche lui venditore ambulante di libri - sempre alla stampa locale. Anche Lorenzo, che sfogliava libri dalla mattina alla sera, credeva che la cultura potesse cambiare le persone. Ogni giorno si svegliava e scriveva un nuovo capitolo della sua vita. Una banda di delinquenti ha scritto la parola fine.
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A Roma un trentaduenne è gravissimo dopo essere stato ferito alla gola. Lo straniero, che aveva già minacciato i passeggeri di un bus, ha cercato di vendere delle rose all’uomo e poi ha estratto il coltello. Quando è stato arrestato, aveva ancora l’arma insanguinata.Firenze: tre tunisini in fuga dopo il furto di una moto piombano su un automobilista, uccidendolo.Lo speciale contiene due articoli.«Prendete una rosa!». I due giovani italiani declinano. Il ventinovenne marocchino insiste: «Comprate una rosa!». Poi la lama, il sangue, l’ospedale. Roma, via Michele di Lando, dintorni di piazza Bologna. Non certo un quartiere malfamato, piuttosto borghese e universitario. Zona di movida, tra l’altro. I ragazzi, difatti, sono davanti a un bar.È l’una di notte. Chiacchierano serenamente. Arriva lui: un clandestino senza fissa dimora. Aveva già minacciato i passeggeri di un autobus. Poi, dopo essere sceso in piazzale delle Provincie, vaga fino a raggiungere quel bar. Felpa bianca con il cappuccio alzato: in mano una rosa gialla, in tasca un coltello. Si avvicina ai ragazzi. Il primo approccio va a vuoto. I due non comprano il fiore. Il marocchino comincia a blaterare, fingendo di chiedere informazioni: «Dov’è la stazione Termini?». È uno di quegli incontri molesti che possono ormai capitare a chiunque, soprattutto nelle grandi città.I ragazzi capiscono. Tentano inutilmente di liberarsi dal fastidioso avventore. Si allontanano. Ma il fiorista per caso tira fuori la lama e accoltella uno dei due alla gola. Il trentaduenne è in un lago di sangue. «Sto morendo» mormora prima di accasciarsi. L’altro prova a inseguire l’aggressore che, però, s’è già dileguato. Carica allora l’amico ferito sull’auto e lo porta al pronto soccorso dell’Umberto I. Dopo due operazioni, è ricoverato in prognosi riservata. Rischia la vita. Le sue condizioni restano disperate.La fuga del clandestino dura poco. Viene fermato nei paraggi, dai poliziotti delle volanti. Ha ancora il coltello sporco di sangue. Gli agenti lo disarmano e lo immobilizzano. Adesso è in carcere a Regina Coeli, accusato di tentato omicidio. Al momento si escludono collegamenti con il terrorismo islamico, anche se rimane oscuro il motivo dell’accoltellamento. Se non la delinquenza straniera, quella che sostanzia il dilagante senso di insicurezza, tracimata nella follia criminale.Il marocchino con la tuta bianca è uno dei tantissimi clandestini denunciati o arrestati in Italia. Solo nel 2022, dettaglia l’ultimo report del Viminale, sono stati 124.771: il 15,4% del totale, italiani e stranieri compresi. I numeri, a differenza delle acute discettazioni buoniste, sono difficili da distorcere. E dunque: gli irregolari nel nostro Paese, secondo stime concordi, sono mezzo milione. E quelli che hanno compiuto reati quasi 125.000. Conclusione: un clandestino su quattro delinque. Più in generale: nonostante siano appena l’1% della popolazione, la loro incidenza sul totale dei reati è del 15,5%, che sale al 21,7% al Nord.Lo scorso giugno la Direzione centrale della polizia criminale ha presentato un rapporto dal titolo eloquente: «Delittuosità straniera in Italia». Nel 2022, rivela, sono stati segnalati 277.171 stranieri: ovvero il 34,1% dei denunciati e arrestati, che al Nord salgono al 43,9. Una sostanziosa crescita, rispetto al 2021, di quasi due punti percentuali. Tra gli stranieri, a sua volta, il peso criminale degli irregolari è del 45%, che nelle Regioni settentrionali sfiora la metà. Va ancora peggio per alcuni reati: quelli che possono capitare nella vita quotidiana e minano la sicurezza degli abitanti, appunto. Come i furti: il 45,5% degli autori sono stranieri. Il dato si aggrava per le rapine: oltre il 47%, con il 57% di clandestini. Aumentano anche nello spaccio di stupefacenti: 38,8%, con gli irregolari che sfiorano il 64%. E le violenze sessuali: oltre il 43% dei denunciati non è italiano. Il rapporto del Viminale, quindi, conclude: «I dati confermano la sensazione di un’incidenza significativa degli autori stranieri nell’ambito dei presunti autori noti di delitti, con percentuali sempre superiori al 30% a fronte di una popolazione straniera residente pari a circa l’8,5% del totale». E tutti i dati, aggiunge lo studio del Dipartimento di sicurezza, «sono saliti dai 2 ai 4 punti percentuali nel biennio».Numeri del Viminale alla mano, l’emergenza diventa allarme. Ieri, il marocchino con la tuta bianca. Da mesi, però, le cronache sono piene di scelleratezze criminali. Rovereto, agosto 2023: un nigeriano uccide la sessantunenne Iris Setti, dopo aver tentato di violentarla. È un quarantenne senza fissa dimora, con una lista di precedenti interminabile: danneggiamenti, lesioni, spaccio. Roma, un mese dopo: un marocchino senza permesso di soggiorno e con precedenti per rapina, accoltella a morte l’infermiera Rossella Nappini, colpevole di voler chiudere la loro relazione. Negli stessi giorni, a Foggia: un altro marocchino, espulso ma ancora in Italia, assassina la tabaccaia Francesca Marasco. Milano, due settimane più tardi: un tunisino senza permesso di soggiorno ammazza sui Navigli Yuri Urizio, un cameriere comasco. Strangolato per sette minuti. Senza nessun motivo. Come il ragazzo adesso in fin di vita nella capitale. Quasi sgozzato per aver rifiutato una rosa.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/reati-stranieri-italia-2666019991.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tunisini-rubano-una-moto-a-firenze-nella-fuga-uccidono-un-automobilista" data-post-id="2666019991" data-published-at="1697709026" data-use-pagination="False"> Tunisini rubano una moto a Firenze. Nella fuga uccidono un automobilista Vendeva libri usati ai mercatini. Quei libri dalle pagine molto vissute, ingiallite, strappate, a volte unte. Ma la sua vita si è interrotta a metà strada quando, sul suo percorso, ha incrociato la folle corsa di una banda di tunisini a bordo di una moto rubata. Lorenzo Brogioni, 43 anni, stava rientrando a casa lunedì notte. Era a bordo della sua Fiat Panda quando, a Firenze, è stato travolto da una moto che procedeva contromano a velocità folle. A bordo del motoveicolo c’erano addirittura tre persone. L’impatto tra i mezzi è stato così forte e così tremendo che la Panda su cui viaggiava Lorenzo è finita sul marciapiede opposto, ribaltandosi. Lorenzo Brogioni è rimasto imprigionato tra le lamiere. Nel giro di pochio momenti sono arrivati i sanitari del 118, la polizia municipale fiorentina e i vigili del fuoco. Ma ormai per Lorenzo, l’uomo che amava i libri dalle mille vite, non c’era più niente da fare. I vigili del fuoco, per estrarre il corpo dell’uomo dall’abitacolo, hanno dovuto utilizzare i cuscini di sollevamento. E, una volta raggiunto il corpo, hanno potuto solo costatarne il decesso. Lorenzo è stato adagiato sull’asfalto, coperto da una trapunta termica. I ladri, invece, sono stati trasportati all’ospedale Careggi: uno in codice rosso, il secondo complice, invece, in codice giallo. Sono entrambi tunisini. Uno è minorenne. E non sono in pericolo di vita. La terza persona che si trovava a bordo della moto, invece, si è allontanata facendo perdere le proprie tracce ed è al momento ricercata dalla polizia municipale. Dalle prime ricostruzioni, non sarebbe stato il minorenne a guidare la moto nella sua folle corsa terminata contro la Panda. Gli abitanti della zona si sono svegliati di soprassalto a causa del tremendo boato provocato dall’impatto e un residente ha girato un video che riprende i momenti dei soccorsi. Il legittimo proprietario della moto, una Bmw, avvertito nella notte dalla polizia municipale, ha raccontato di aver parcheggiato il mezzo in via degli Alfani, poco prima delle 22, e ha assicurato che era in possesso di entrambi i mazzi di chiavi del mezzo. Ma i ladri sarebbero riusciti a farlo partire lo stesso, probabilmente staccando e ricollegando i fili sotto il cruscotto. Il sindaco di Firenze, Dario Nardella, intende costituirsi parte civile nel futuro processo: «Siamo sgomenti per l’accaduto, esprimiamo vicinanza alla famiglia della vittima per questa grave perdita», ha detto Nardella. «In giunta abbiamo parlato anche di questo tragico incidente e deciso che, in attesa di ulteriori elementi e di chiarire l’esatta ricostruzione, il Comune si costituirà parte civile in un eventuale processo contro i responsabili dell’incidente mortale. Questa è una ferita enorme per tutta la città». «Il dolore arriva a vampate ed è incredibile», ha detto al Corriere Fiorentino, Letizia Brogioni, la sorella di Lorenzo. «La sua è una morte ingiusta». Già ingiusta. Perché avvenuta per mano di una banda di ladri tunisini a bordo di una moto rubata, mentre percorrevano una strada ad alta velocità e per giunta contromano. Anche perché Lorenzo amava la vita. La filosofia. I libri. Molti lo ricordano col suo furgone pieno zeppo di volumi. «Faceva questo lavoro con molta passione, credeva nei valori della cultura. Chi, come noi, si occupa di vendere libri, fa davvero un lavoro molto diverso. Il nostro non è un mestiere, ma una passione: noi pensiamo che la cultura possa cambiare le persone e migliorarle», ha raccontato Pietro - anche lui venditore ambulante di libri - sempre alla stampa locale. Anche Lorenzo, che sfogliava libri dalla mattina alla sera, credeva che la cultura potesse cambiare le persone. Ogni giorno si svegliava e scriveva un nuovo capitolo della sua vita. Una banda di delinquenti ha scritto la parola fine.
Le major americane già in pista a Caracas. Rio Tinto-Glencore, fusione miliardaria? Gli USA escono da 65 organizzazioni internazionali. Blackout a Berlino nel gelo.
Donald Trump (Ansa)
Eppure, nonostante il significativo aumento della pressione statunitense sulla Repubblica islamica, Trump non ha per ora abbandonato una certa cautela. Giovedì, il presidente americano ha infatti reso noto di non essere ancora pronto a ricevere il principe ereditario iraniano, Reza Pahlavi, che si era offerto di guidare un’eventuale transizione di potere a Teheran. «Penso che dovremmo lasciare che tutti escano e vedere chi emerge», ha affermato Trump. È quindi possibile ipotizzare che l’inquilino della Casa Bianca punti, almeno nel breve termine, a una «soluzione venezuelana» per l’Iran. Qualora Khamenei dovesse cadere, il presidente americano potrebbe, cioè, cercare di «addomesticare» un pezzo del vecchio regime, guardando probabilmente al settore delle forze armate. Questo non significa che Trump escluda del tutto un futuro sostegno a Reza Pahlavi. Significa semmai che, nel breve termine, potrebbe far leva su uno scenario intermedio: come fatto in Venezuela, dove, anziché appoggiare María Corina Machado, ha scelto come interlocutrice, almeno per ora, la vice di Nicolás Maduro, Delcy Rodríguez.
Al di là del suo storico scetticismo nei confronti delle operazioni di nation building, Trump vuole ridurre al minimo il rischio di instabilità tanto a Caracas quanto a Teheran. E, venendo specificamente all’Iran, guarda con interesse a due dossier principali: quello nucleare e quello petrolifero. Per quanto riguarda il primo, non è un mistero che il presidente americano punti a firmare con Teheran un nuovo accordo che impedisca all’Iran di conseguire l’arma atomica. Un obiettivo, questo, a cui tendono anche gli israeliani e i sauditi. La risoluzione della questione nucleare iraniana è quindi, agli occhi di Trump, una delle precondizioni essenziali per rilanciare ed espandere gli Accordi di Abramo: quegli accordi il cui futuro appare oggi a rischio per almeno tre ragioni. Le tensioni tra Riad e Gerusalemme sullo Stato palestinese, le fibrillazioni tra sauditi ed emiratini sullo Yemen e sul Sudan, senza infine trascurare la crescente instabilità che si registra in seno alla Siria. In tal senso, in caso di (probabile) caduta di Khamenei, il presidente americano spera in un governo stabile, che, messo adeguatamente sotto pressione, gli consenta di arrivare il prima possibile a un accordo sul nucleare.
Ma anche il secondo dossier, quello petrolifero, è particolarmente attenzionato da Trump. Il che lega, in qualche modo, la questione iraniana a quella venezuelana. L’altro ieri, il presidente americano ha affermato che gli Usa sono pronti a vendere a Cina e Russia il greggio di Caracas, finito sotto il controllo statunitense a seguito della cattura di Maduro. Segno, questo, del fatto che, oltre alla lotta al narcotraffico e alle esigenze di approvvigionamento energetico, l’operazione Absolute Resolve è stata condotta anche per riaffermare il predominio del dollaro nelle transazioni petrolifere e per disarticolare i Brics sul fronte energetico e finanziario. È vero che il Venezuela non fa formalmente parte di questo blocco, ma è altrettanto vero che Maduro intratteneva solide relazioni con tre membri dei Brics, come Pechino, Mosca e la stessa Teheran. Ricordiamo, per inciso, che la Cina era il principale acquirente di greggio venezuelano così come è il principale acquirente di greggio iraniano. In entrambi i casi, la Repubblica popolare aggirava le sanzioni statunitensi ed effettuava pagamenti in renminbi. Il che, insieme alla corsa all’oro degli ultimi due anni, era ed è fonte di preoccupazione per Washington.
Ora, l’ex presidente del Council of Economic Advisers della Casa Bianca e attuale membro del board dei governatori della Fed, Stephen Miran, ha ripetutamente sostenuto la necessità di preservare lo status globale del dollaro. E infatti, già a gennaio 2025 Trump minacciò i Brics di pesanti dazi, qualora avessero continuato a portare avanti i loro propositi di de-dollarizzazione. È quindi altamente verosimile che il presidente americano punti a controllare anche il greggio iraniano, per ribadire la supremazia del dollaro in funzione anti cinese. Ma attenzione: Pechino è nel mirino di Washington anche su un altro fronte. Sbloccando e incamerando il petrolio di Caracas e (forse) di Teheran, Trump mira a far crollare ulteriormente il costo dell’energia: il che, oltre a combattere l’inflazione statunitense in vista delle elezioni di metà mandato, ha l’obiettivo di indebolire la dipendenza degli Usa dalla tecnologia green. Tecnologia che è notoriamente in buona parte in mano ai cinesi. Ecco quindi che anche il recente annuncio dell’addio americano all’Unfccc assume una chiara connotazione di carattere geopolitico in funzione anti Pechino.
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Ansa
Una stretta accompagnata da un messaggio che arriva direttamente dai vertici del potere: «nessuna clemenza contro i rivoltosi». La narrazione ufficiale è affidata alla televisione di Stato, che trasmette esclusivamente immagini di palazzi pubblici e luoghi di culto danneggiati, attribuendo le devastazioni a quelli che vengono definiti «rivoltosi e criminali». Ieri mattina a reti unificate è comparso Ali Khamenei. La Guida suprema ha ribadito che «La Repubblica islamica non cederà ai sabotatori», descritti come «vandali» che distruggono le proprie città «per compiacere un altro presidente» e come «mercenari» al servizio di potenze straniere. Nel suo intervento non è mancato un riferimento diretto a Donald Trump, che aveva evocato un possibile intervento armato in caso di uccisione dei manifestanti: è «arrogante» e sarà «abbattuto come il Faraone e lo Shah», ha dichiarato. Ali Khamenei, ha disposto lo stato di massima allerta per il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (Irgc). A riferirlo è il quotidiano britannico The Telegraph, che cita fonti interne iraniane. Secondo queste ricostruzioni, Khamenei avrebbe imposto ai Pasdaran un livello di prontezza «persino superiore» a quello adottato durante la cosiddetta guerra dei dodici giorni dello scorso giugno. La Guida suprema iraniana Ali Khamenei ha ordinato lo stato di massima allerta per il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (i pasdaran) e secondo The Telegraph, il livello di allerta sarebbe superiore a quello adottato durante la guerra di giugno. Khamenei mantiene contatti soprattutto con i pasdaran, ritenuti totalmente fedeli, affidando di fatto a loro la propria sopravvivenza politica. Sullo sfondo delle tensioni interne e delle minacce degli Stati Uniti e nel timore che Isarele approfitti della situazione, sarebbero state riattivate anche le basi sotterranee note come «città missilistiche».
Sul piano dei numeri, il bilancio continua a salire. La Human Rights Activists News Agency, riferisce che le vittime accertate sono almeno 65, in gran parte al di fuori della capitale, nelle province di Chaharmahal e Bakhtiari, Ilam, Kermanshah e Fars. L’organizzazione segnala inoltre 2.311 arresti. Il procuratore di Teheran ha lanciato un avvertimento netto: chi verrà sorpreso in scontri violenti con le forze di sicurezza rischia la pena di morte, così come chi danneggerà infrastrutture e beni pubblici. Nel caos politico cerca spazio anche Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo Shah, che sta costruendo una nuova visibilità grazie a una massiccia campagna sui social. Una popolarità digitale che però non cancella l’ostilità diffusa nei suoi confronti all’interno dell’Iran, dove il ricordo delle ruberie della famiglia Pahlavi e delle torture della polizia segreta resta vivo. Per comprendere cosa stia accadendo abbiamo raccolto la valutazione di Azar Karimi, portavoce dell’Associazione giovani iraniani in Italia, che descrive uno scenario ben diverso dalla rappresentazione online: «In Iran è in corso una rivolta popolare molto diffusa, che ha coinvolto almeno 180 città e 31 regioni con scontri armati, edifici governativi occupati e slogan apertamente contro l’intero sistema, non solo contro Khamenei. Questa mobilitazione nasce dal basso, è guidata soprattutto dai giovani e dai nuclei di resistenza affiliati ai Mojahedin del popolo e si svolge mentre il regime impone un blackout quasi totale di internet al 5%. In questo contesto, secondo la resistenza iraniana, Reza Pahlavi non rappresenta il popolo in rivolta. Nonostante i suoi canali social registrino oltre 6 milioni di visualizzazioni, questi numeri non possono provenire dall’interno dell’Iran sotto blackout e riflettono soprattutto un pubblico estero e un’amplificazione mediatica. Secondo alcune analisi vengono indicate inoltre una forte presenza di follower falsi o sospetti. Per la resistenza, la distanza tra la realtà delle strade iraniane e l’immagine digitale di Pahlavi dimostra che la rivolta non chiede il ritorno della monarchia, ma una rottura totale con ogni forma di dittatura». Pahlavi, che nei prossimi giorni potrebbe incontrare Trump a Mar-a-Lago, ha chiesto a Washington «di intervenire a difesa del popolo iraniano». Il presidente americano ha avvertito che i leader di Teheran «avrebbero pagato caro una repressione sanguinosa». Poi venerdì ha ribadito: «L’Iran è in grossi guai. Mi sembra che la popolazione stia prendendo il controllo di alcune città che nessuno avrebbe mai pensato fosse possibile. Stiamo osservando. Ho affermato con forza che se inizieranno a uccidere persone come hanno fatto in passato, noi interverremo» e ieri sera su Truth ha scritto: « L’Iran sta guardando alla libertà, forse come mai prima d’ora. Gli Stati Uniti sono pronti ad aiutare!!!». Gli Usa denunciano inoltre il presunto impiego da parte dell’Iran di Hezbollah e milizie irachene per reprimere le proteste. Teheran respinge le accuse e oggi dovrebbe parlare al Paese il presidente Masoud Pezeshkian.
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Elly Schlein (Imagoeconomica)
Che cosa c’entri con la riforma della giustizia, su cui gli italiani saranno chiamati a esprimersi il 22 e 23 marzo, non è dato sapere. Neppure si capiscono le frasi del segretario della Cgil, il quale ieri, partecipando alla manifestazione del Comitato del No, ha detto che «siamo di fronte non solo all’attacco esplicito all’indipendenza della magistratura» e che esiste un «disegno politico del governo per mettere in discussione l’esistenza stessa della democrazia e della Costituzione». Il meglio però lo ha dato Giuseppe Conte, il quale, forse nel tentativo di rifarsi alle origini del Movimento 5 stelle, ha parlato di una riforma che punta a scardinare lo stato di diritto e a ripristinare la casta della politica, con una classe di intoccabili.
Che cosa giustifichi questo allarme di fronte a una legge che, come nella maggioranza dei Paesi occidentali, introduce la separazione delle carriere tra pubblica accusa e giudici, prevedendo due diversi consigli di autogoverno (cioè dove le toghe sono maggioranza), i cui componenti sono eletti dagli stessi magistrati con la formula del sorteggio, non è chiarissimo. Nel dettaglio sono certo che né Schlein, né i suoi compagni saprebbero spiegare che cosa della riforma li preoccupi così tanto. Tuttavia, non è nella separazione delle carriere o negli altri provvedimenti previsti dalla legge Nordio che vanno cercate le ragioni dell’improvvisa alzata di scudi. Se la segretaria del Pd insieme a Conte, Landini e altri paventano un ritorno del fascismo è perché intendono esortare alla mobilitazione il proprio elettorato, nella speranza di usare il referendum per mandare a casa Giorgia Meloni.
Purtroppo - per loro, ovviamente - i sondaggi dicono un’altra cosa e cioè che gli italiani non sono affatto preoccupati dalla separazione delle carriere e la maggioranza pare essere determinata a votare a favore. Ma a mettere la croce sul Sì al quesito non sarebbero solo gli elettori di centrodestra, bensì anche quelli di sinistra. Del resto, lo ha svelato pure Clemente Mastella, che in una recente intervista ha raccontato che la maggioranza del Pd voterà a favore della riforma, invitando Schlein a non scendere in campo, evitando di schierare il partito. In effetti una serie di pezzi grossi del Pd stanno dicendo, o facendo capire, che la loro scelta sarà per il Sì. Non ci sono solo l’ex presidente della Corte costituzionale (ed ex ministro) Augusto Barbera o l’uomo che sussurra ai segretari Goffredo Bettini. A favore c’è l’intera area riformista del partito, da Enzo Bianco a Enrico Morando, a cui si aggiungono nomi pesanti come Cesare Salvi, Claudio Petruccioli, Giovanni Pellegrino, oltre al gruppo di professori che va da Tommaso Nannicini a Stefano Ceccanti. Se poi si considera che Italia viva al referendum ha scelto di lasciare libertà di voto (il che significa che in molti diranno sì) e i radicali per non far rivoltare Pannella nella tomba si schiereranno dalla parte della riforma, si capisce che Schlein rischia di trovarsi sola, oppure in compagnia dei grillini e dell’estrema sinistra, mentre il suo partito le volta le spalle.
Altro che spallata al governo. Qui la spallata rischiano di prenderla la segretaria e i suoi compagni di viaggio, da Landini a Conte, cioè quella stessa armata Brancaleone che la scorsa estate è stata sconfitta sull’articolo 18. La segretaria dovrebbe rileggersi la storia di 40 anni fa, quando il Pci di Enrico Berlinguer si intestò insieme alla Cgil l’abrogazione della legge sulla scala mobile. Nel giugno del 1985 il partito si mobilitò contro Bettino Craxi, che però tenne duro e vinse. Fu una brutta botta per i compagni, da cui si ripresero con difficoltà. Anche il referendum sulla giustizia potrebbe essere una brutta botta, ma soprattutto minaccia di dare una spallata a una segretaria che qualcuno, all’interno del suo stesso partito, sogna di mandare a casa. Sì, il referendum non è su Meloni ma su Schlein.
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